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Intervista a Eliselle a cura di Giulietta Iannone

22 settembre 2007

eliselleCome è nato in te l’amore per la scrittura?

È una domanda difficile. Da piccola ho sempre avuto la passione per la scrittura, rompevo le scatole a mio padre perché mi insegnasse a leggere, ero curiosa. Alle elementari scrivevo poesie. Durante l’adolescenza ho scritto diari su diari, come terapia. La scrittura è sempre stata parte di me e del mio modo di essere e di parlare con me stessa e con gli altri, è stato impossibile non amarla perché in certi periodi era davvero l’unico mezzo di comunicazione che avevo col mondo.

Cosa stai leggendo al momento?

Sto leggendo due romanzi, diversissimi tra loro: Amore senza amore di Michelle Tea e Se domani farà bel tempo di Luca Bianchini.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Ce ne sono talmente tanti che non saprei da dove iniziare. Quelli contemporanei a cui faccio riferimento più spesso sono Valerio Massimo Manfredi, che seguo non solo come romanziere ma anche come saggista, Ellis e Welsh, Cornwell e Llywelyn per i romanzi storici, Wendy Holden per la chick lit, Ken Follett di cui sto attendendo con ansia il seguito de I pilastri della terra. Poi ci sono quelli che ti fanno studiare a scuola a forza, e di cui non comprendi subito la grandezza, e vai in seguito a recuperare perché non ne puoi fare a meno: Pirandello, Calvino, Fenoglio, Manzoni, Verga. Sono tanti.

Parlami del tuo metodo di scrittura, ne ha i uno, scrivi di getto, fa i molte stesure?

Nessun metodo particolare. Mi viene un’idea e la appunto. Poi ci lavoro, anche anni dopo. Per la stesura, dipende: a volte le parole escono da sole, altre volte le devo ripensare e riscrivere, ma cerco di non perdermi. L’ultimo romanzo è nato quasi di getto perché avevo le idee molto chiare, e durante la fase di scrittura mi veniva naturale apporre qualche modifica a quello che avevo in mente, con naturalezza.

Cosa pensi della relazione tra essere donna e scrittrice?

Non la vedo in questi termini: la relazione è tra la persona e la scrittura, non tra il sesso di appartenenza e la scrittura, nonostante ci siano le famose “etichette” che tentano di imbrigliare quello che scrivi, di catalogarlo in qualche modo (a volte sbagliando decisamente – e spesso consapevolmente: il marketing tiranno – definizione). Io non mi sento ancora “scrittrice” perché il mio è un continuo cammino di ricerca e sperimentazione e più che altro scrivo per imparare, evolvere, migliorarmi.

Ti senti in qualche modo parte di un movimento femminista che usa la scrittura come strumento di affermazione?

Spesso nei miei racconti e nelle mie storie parlo di donne, e a volte sono donne schiacciate da un mondo ancora molto maschile e maschilista: più che di un movimento femminista, mi sento parte di quella corrente di donne che scrivono usando l’ironia, anche pungente e dissacratoria, per puntare il dito contro quello che non va. In alcuni pezzi, più che l’ironia ho utilizzato il sarcasmo. In altri la drammaticità della violenza. Ma ho un modo tutto mio di vedere le cose e interpretarle.

Per uno scrittore che importanza ha il successo?

Dipende. A volte ti permette di avere la sicurezza necessaria per dedicarti solo alla scrittura senza avere bisogno di un secondo lavoro per mantenere la tua vera passione. Altre volte il successo può diventare la tomba dell’ispirazione, delle buone idee e della buona scrittura: a mio avviso serve un certo grado di concretezza per non perdere il contatto con la realtà e continuare a dare fondo al talento, all’ispirazione. Poi ripeto, dipende sempre da quello che uno vuole e cerca: se si vuole diventare una literature-star e concorrere con le rock-star, allora è un altro paio di maniche.

Stai scrivendo attualmente?

Ho appena finito un nuovo romanzo, molto divertente, e al momento sto recuperando energie e riattivando i circuiti. La scrittura dovrà aspettare, solamente per un po’.

Ami più leggere o scrivere?

Se leggo mi dimentico di mangiare, bere, uscire, chiamare gli amici, in una parola vivere, ma non smetterei mai. Se scrivo, dopo un po’ devo staccare per non essere completamente assorbita delle mie energie. Parlando di impegno, sento meno quello della lettura, è più immediata e piacevole. Ma parlando di amore, devo dire che amo entrambe le cose.

Definiscimi la parola talento.

Un dono, una caratteristica innata che si manifesta naturalmente, ma che va allenata costantemente, come un muscolo, per poter essere potenziata e dare il meglio.

Che studi hai fatto? Hai imparato ad amare i libri sui banchi di scuola?

Ho fatto studi classici anche perché amavo leggere, e per me non è stato troppo difficile adattarmi alle richieste degli insegnanti che mi riempivano di libri per fare tesine, schede e temi in classe. Certo come tutti gli alunni del mondo alcuni autori li ho davvero amati, altri li ho solo sopportati. Ma col tempo ho imparato ad apprezzarli.

Hai letto Tolstoj ?

Sì, a scuola. Faceva parte degli autori che sopportavo. Per assurdo, però, amavo Manzoni, che solitamente è odiato dalla maggioranza degli studenti. I casi strani della vita…

Quando hai capito di essere una scrittrice?

Mi sono accostata alla scrittura in modo diverso dopo i vent’anni. Prima era solo una valvola di sfogo personale, poi ha subito un’evoluzione naturale e finalmente ho preso le distanze da me stessa e dal mio ombelico. Ho iniziato a raccontare di altro, di altri. A osservare di più la realtà. Ad ascoltare meglio quello che mi circondava. A dargli voce. Chissà, forse questa è la strada giusta per diventare una scrittrice.

Ami la poesia? Stai leggendo libri di poesia attualmente?

Li leggo a volte per lavoro, per la rassegna letteraria che curo per Delirio.NET, il portale di attualità che seguo da quattro anni. Per le mie letture personali, però, sono sincera: preferisco la prosa.

Parlami della relazione tra cinema e letteratura, pensi che sia un bene?

Io trovo che le contaminazioni e gli scambi tra le arti siano ricchezza. Io amo molto sia cinema che letteratura, a volte una pellicola ti può ispirare per scrivere e tirare fuori quel che hai dentro. E allo stesso modo da un romanzo può scaturire un grande film. Come sempre, dipende dall’uso che si vuole fare delle idee.

Sei felice quando scrivi?

A volte sono felice, altre volte divertita, altre ancora incazzata. Scrivere amplifica i miei stati d’animo ma allo stesso tempo, in qualche modo, mi rasserena e mi permette di esprimere le mie emozioni. Mi libera.

Trovi interessante il teatro? Ti piacerebbe scrivere degli script teatrali?

Mi ha sempre affascinato. Alcuni miei testi sono diventati monologhi per Strettamente Riservato, uno spettacolo che si tiene in teatri off milanesi da qualche anno, con un buon successo di pubblico. Ora sto scrivendo e curando una sperimentazione teatrale, tratta da un progetto web su Liberaeva.com (che diventerà un libro a Ottobre coi pezzi migliori), intitolato Le interviste impossibili. Sul palcoscenico, tre grandi donne della storia e del fumetto che hanno lasciato un segno nell’immaginario collettivo: Matilde di Canossa, Beatrice di Dante e Eva Kant. La rappresentazione è già stata fissata e verrà a fatta a fine Ottobre.

Ti hanno mai chiesto di scrivere per la tv, sceneggiature, spot, palinsesti televisivi?

Sì, ed è stato divertente. Ti mette a contatto con un modo diverso di scrivere, contano i dialoghi, è un’ottima palestra per allenare la mente e affinare alcune tecniche.

Conosci altri scrittori? Che rapporti vi lega?

Conosco tanti scrittori, li intervisto per Delirio.NET, dialogo con loro, li presento agli eventi, alle volte mi presentano loro. Con alcuni nascono bei legami d’amicizia, con altri ci sono solo rapporti professionali.

Oltre a scrivere svolgi altri lavori legati all’editoria?

Mi occupo spesso delle bozze con tutto quel che ne consegue: lettura, correzione, editing, consigli e proposte all’autore. Spero che si trasformi in un lavoro, prima o poi.

Hai già un agente letterario, se sì, che rapporto vi lega, è un semplice rapporto professionale, un’amicizia, un rapporto di amore-odio?

Non ho un agente letterario. Finché posso e riesco, faccio da me. In futuro, si vedrà.

Eliselle è nata a Modena nel 1978. Laureata in Storia Medievale con un Master in Diritto della Comunicazione, lavora come copywriter. Inizia a scrivere giovanissima per passione e ha al suo attivo tre romanzi, Laureande sull’orlo di una crisi di nervi (Effedue Edizioni, 2005), Nel paese delle ragazze suicide (Coniglio Editore, 2006) ed Ecstasy Love (Eumeswil Edizioni, 2007). Ha scritto il romanzo storico Francigena – Novellario a.D. 1107 (Fabrizio Filios Editore, 2007) insieme a due scrittori modenesi e firmandolo col suo nome e cognome. Ha appena concluso il suo ultimo romanzo. Ama scrivere racconti, ha partecipato a numerose antologie ed è presente su diversi siti web dedicati alla scrittura. Alcuni suoi testi vengono rappresentati in teatri off off milanesi. Collabora con riviste online e cartacee di attualità, erotismo e cultura e per la rubrica letteraria di Blue. I suoi siti personali sono Eliselle.com e Delirio.NET.

Intervista a Martino Savorani

17 settembre 2007

Parlami del tuo primo libro, come hai scelto il genere racconti?

All’inizio mi è venuto naturale scrivere racconti, iniziare con un romanzo mi pareva un’impresa impossibile. Poi, col tempo, ho scoperto le potenzialità de genere “racconto” e ho imparato a sfruttarle, almeno in parte. Come diceva Carter, “presto dentro, presto fuori. Senza indugi.” Questa è la filosofia del racconto. Il romanzo non è un racconto più lungo, è un’altra cosa e non è detto che sia migliore.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Ho iniziato leggendo Italo Svevo per sfida (tutti parlavano di “La coscienza di Zeno” come una noia infinita) e ho proseguito con Kafka, Pavese, Conrad (e Stephen King…), ma la passione per i racconti è esplosa con Carver e, soprattutto, Dino Buzzati.

Studi editoria, desideri continuare a scrivere o preferisci altri mestieri nel campo editoriale?

Studio editoria in conseguenza del fatto che scrivo. Penso che lavorare sui testi altrui sia un’occasione importantissima sia per scoprire autori sennò sconosciuti, sia per poter migliorare il processo di selezione del prodotto libro, prediligendo lavori anche dal grande spessore umano piuttosto che i soliti esercizi di stile. Alessandro Manzoni non è certo ricordato per il suo stile!

Cosa stai leggendo attualmente?

Attualmente sono a metà di due libri, “Sessanta racconti” di Dino Buzzati e “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver.

E’ stato difficile pubblicare il tuo primo libro?

Pubblicare un libro è, ahimè, più semplice di quel che sembra. Questo va a discapito della selezione editoriale e provoca la saturazione del mercato. Buoni scrittori rimarranno ai margini, sopravanzati da penne più alla moda.

Hai un agente letterario?

No, e a vedere e vivere lo stato confusionario dell’editoria italiana mi rendo conto che ne avrei davvero bisogno.

Come è il tuo metodo di scrittura, scrivi tutti i giorni?

No, purtroppo no. Purtroppo perché non ho abbastanza tempo, ma per fortuna perché penso sia impossibile scrivere tutti i giorni senza cadere nel “narrativismo”. Spiego: magari si riesce a costruire una storia, anche non banale e ben scritta, stendendo 10 pagine al giorno, ma uno scrittore ha bisogno di tempo per vivere e fare esperienza del mondo per poterla poi riversare sul foglio. Non mi interessa raccontare una storia, ma una vita: questo è il mio tentativo.

Scrivi di getto, fai molte stesure?

Io scrivo di getto, anche se il ritmo è blando, magari stendo una pagina in un’ora e poi chiudo tutto. Di solito quando inizio un racconto vado dritto fino alla fine, senza tornare indietro mai. In questo modo semino un sacco di cadaveri linguistici per strada, ma non ci faccio caso: solo quando metto la parola “fine” rileggo il tutto, correggo le imprecisioni e metto a posto l’italiano.

Prediligi il racconto breve o lungo?

Dipende dalla storia che devo scrivere. Ne scrivo alcuni di 3 pagine e altri di 10-20, ma quando inizio un racconto non so quanto verrà lungo. Io scrivo la storia, con calma, coi tempi giusti, e poi la chiudo al momento opportuno: è la storia a decidere la lunghezza.

Di un racconto preferisci la descrizione dei luoghi, dei personaggi o i dialoghi?

La descrizione dei luoghi dagli occhi dei personaggi: descrivendo il luogo, descrivo il personaggio.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Carver, Buzzati, Pavese e Svevo… di quelli in vita devo molto a un poeta nascente (ma sta già pubblicando il secondo libro), Pietro Federico.

Pensi che un libro possa cambiare il mondo?

Il mondo no, ma una dozzina di persone sì. O almeno lo spero.

Ami gli scrittori di fantascienza? Qual è il tuo preferito?

Ho letto solo un libro di Isaac Asimov, era meraviglioso. Paradossalmente, descrive il mondo di oggi più e meglio di un libro di, che ne so, Melissa P. o Moccia .

Pensi che alcuni scrittori siano “cattivi maestri”?

No, penso che alcuni scrittori non siano maestri.

Ascolti musica mentre scrivi?

Se sono teso Badly Drawn Boy o i Perturbazione, se sono stanco ZZ Top o Mark Lanegan, ma il più delle volte non sono né l’uno né l’altro e metto su Mike Oldfield.

Quali strumenti di scrittura preferisci?

Scrivo solo al PC, a biro pasticcio troppo.

Fare il correttore di bozze cosa ti ha insegnato?

Per ora che la gente non sa scrivere… a parte gli scherzi, ho imparato a usare correttamente le virgole (non ridete, non è facile come sembra!), peccato che il libro l’abbia già pubblicato!

Il mondo dell’editoria è pieno di figure professionali poco note, quali?

Io penso che quelli poco noti siano solo gli scrittori, purtroppo.

Hai amici scrittori?

Oltre a Pietro Federico indicherei Samuele Donati, anche se lui non si definirebbe tale. Prima o poi lo costringerò a pubblicare con la forza.

Ami la poesia? Qual è il tuo poeta preferito?

Di poesia non capisco nulla, però apprezzo Leopardi e, ultimamente, sto riscoprendo Pascoli (che, tra l’altro, è romagnolo come me).

Ti piacerebbero se facessero un corto con un tuo racconto E’ già successo?

I miei racconti sarebbero perfetti per dei cortometraggi… con alcuni ci si potrebbero fare anche dei muti, vista la povertà di dialoghi. Comunque sì, mi piacerebbe molto e non è detto che sia una cosa del tutto campata in aria: ho già intravisto uno spiraglio…

Hai mai scritto sceneggiature?

No: è un tipo di scrittura che non mi affascina. Poi, in generale, l’idea di scrivere a comando non mi attira.

Ti piacerebbe anche scrivere per la tv?

Scrivere per la tv, secondo me, è un ossimoro.

Cosa stai scrivendo attualmente?

Un racconto ambientato in un piccolo paese, la storia di un innamoramento. Essendo solo alla seconda pagina non ho ancora scoperto se si innamora solo lui o anche lei.

Passerai al romanzo o prediligi i racconti?

Penso che rimarrò fermo ai racconti ancora per… a occhio e croce, altri 10 dieci anni.

Qual è il libro più bello che hai mai letto?

“Il deserto dei Tartari” e “La coscienza di Zeno”, impossibile scegliere!

Intervista a Valentina Demelas

13 settembre 2007

Parlami del tuo libro “Basta che ci sia posto” Traccediverse (2006) come è nato?

“Basta che ci sia posto” è la rielaborazione romanzata di un percorso conoscitivo ed evolutivo da me compiuto durante l’adolescenza. È un viaggio di formazione atto ad insegnare come sia possibile diventare più profondi, più felici, anche nel dolore e nelle contraddizioni. Il testo non è autobiografico, tuttavia mi identifico nel percorso di Camilla, la protagonista, che durante l’adolescenza conosce la rabbia e l’orgoglio dovuti alle insicurezze comuni a tante giovani, e ne resta vittima, incapace inizialmente di comprendere questi sentimenti. La successiva comprensione e la trasmissione di questa agli altri, si evidenzia come punto di partenza per un cambiamento positivo: verso la vita, l’amore, i rapporti autentici, lo sforzo di mettersi in gioco per divenire adulti, l’abilità a raccontarsi per guarirsi. La necessità di comunicare, di trasmettere agli altri gli insegnamenti che la vita mi aveva dato e la speranza di poter in qualche modo essere utile, mi spinsero alla stesura di un testo maggiormente impegnativo rispetto ai racconti e alle poesie che mi dilettavo a scrivere dai tempi della scuola media. La storia che ho raccontato non avrebbe certamente potuto essere riassunta in un racconto, sebbene lungo. Scrissi la prima stesura di getto, come fosse un diario, o una lunga lettera ad un’amica immaginaria. In seguito divisi il testo in capitoli, apportando svariate modifiche e correzioni. Dopo circa un anno di scrittura, mi trovai tra le mani la bozza del mio romanzo d’esordio.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

I miei scrittori preferiti sono Brizzi, Culicchia, Tamaro, De Carlo, Tondelli, Fante, Hemingway, Kerouac, Ginsberg, Morante, Calvino, Tolstoj, Salinger, Dostoevskij, Bukowski, Coelho, solo per citarne alcuni…

Leggi Dacia Maraini?

Di Dacia Maraini ho letto solo “Buio” e “Colomba”.

Da donna che cosa pensi sull’essere scrittrice?

Essere scrittrice secondo me significa avere la capacità di guardare il mondo attraverso un filtro, servendosi della sensibilità femminile per osservare, ascoltare, indagare, assorbire, sentire, riflettere, rielaborare, districare, ricercando la perfezione nell’esprimere le emozioni attraverso la scrittura.

Cosa stai leggendo attualmente?

Ai tempi della scuola ho preso l’abitudine di leggere più libri contemporaneamente. Ho terminato che non è molto “Mal di pietre” di Milena Agus e “Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro” di Enrico Brizzi. Devo ultimare “I segreti del risveglio” di Osho e “La strega di Portobello” di Coelho. Mi accingo ad iniziare “La fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani e “Mille splendidi soli” di Khaled Hosseini. Molto spesso mi capita di rileggere “Manuale del guerriero della luce” di Paulo Coleho e “Il Piccolo Principe” di Antoine De Saint-Exupéry, che adoro sfogliare, gustando i miei capitoli preferiti.

E’ stato difficile pubblicare il tuo primo libro?

Assolutamente no. Spedii la versione definitiva del romanzo a diverse case editrici medio-piccole. Ricevetti diverse proposte di pubblicazione, di cui un paio con contributo che non avrei accettato. Felice, ma non totalmente convinta, inviai il testo via email a Michele Di Salvo, il mio editore, che lo lesse personalmente in una notte e mi fece immediatamente inviare il contratto di pubblicazione da Traccediverse.

Hai un agente letterario?

No, per il momento non ho ancora un agente letterario.

Quale è la tua poetessa preferita?

Amo visceralmente i versi preziosi di Alda Merini.

Leggi autori giapponesi come Murakami o Yoshimoto?

Di Banana Yoshimoto, di cui adoro l’ indagare i comportamenti umani, la sensibilità, la dolcezza, la malinconia, e particolarmente la scrittura urlata e sussurrata, ho letto “Kitchen”, “Il corpo sa tutto”, “Presagio triste” e “L’abito di piume”. Di Murakami non ho mai letto nulla.

Ti piace “Seta” di Baricco?

Ho letto diversi libri di Baricco, mi piace “Seta”, ho amato “Novecento”, “Oceano mare”, “Senza sangue”. “Seta” è stato il primo, grazie al quale mi sono innamorata della scrittura di Baricco, della sua capacità di rendere interessanti, poetiche e magiche le storie che racconta. Sono affascinata dalle sue metafore, dal fascino del suo narrare, dalla sua sorprendente capacità di incantare il lettore.

Per una scrittrice come si preserva la propria integrità spirituale nel mondo editoriale?

A mio avviso è essenziale mantenersi umili, non sentirsi mai “arrivati”, continuare a leggere, a fare esercizio, affinare la tecnica, migliorarsi, libro dopo libro. Pensare alla scrittura come ad un lavoro da svolgere con ordine, impegno, allegria e passione. Non amo chi si sente “personaggio”. È giusto coltivare la propria eccentricità, quando è reale e non forzata. È doveroso essere spontanei, senza risultare costruiti. Mi metto continuamente in gioco, non perdo di vista la voglia di imparare e non mi prendo mai troppo sul serio. La scrittura oltre ad essere per me un piacere, un’emozione, è un mestiere. Desidero arrivare alla mente, all’anima, al cuore e al cervello del lettore. Non scrivo unicamente per intrattenere, per sfornare belle storie che svaniscono all’ultima pagina.

L’erotismo è importante nei tuoi libri?

L’erotismo non è essenziale nei miei libri, ne faccio uso se è funzionale alla narrazione, e mai in modo volgare e gratuito. Preferisco lasciare intuire, suggerire, in modo raffinato e sottile. Nei miei libri indago i sentimenti: scrivendo dell’amore tra due persone, per esempio, è naturale ricorrere al sesso, anche a tinte piuttosto forti, proprio perché fa parte della realtà, è del tutto verosimile.

Come ti documenti per i tuoi libri, preferisci internet, o le biblioteche?

Solitamente utilizzo internet.

Ti piace il genere poliziesco?

Il genere poliziesco non è tra i miei favoriti, ma ho letto e apprezzato alcuni romanzi di Biondillo, Carlotto, Lucarelli, Camilleri, Pinketts e Villani.

Quando scrivi sei felice?

Quando scrivo sono al Settimo Cielo! Quando sento che la storia ha imboccato la strada giusta, e i personaggi mi sorprendono nei momenti più diversi della giornata, capita che non provi lo stimolo della sete, della fame e del sonno, come fossi innamorata. Sento l’adrenalina scorrermi nelle vene e per me esiste solo la storia che devo raccontare… Quando scrivo un racconto, una poesia, ma soprattutto un romanzo, sì, sono felice!

Che strumenti utilizzi principalmente per la scrittura?

Penna, matita e computer. A volte scrivo direttamente al computer, ma normalmente scrivo prima su un quaderno, o su fogli sparsi, o sul cellulare, e poi ricopio e “aggiusto” tutto al computer.

Una domanda tecnica. Come è il tuo metodo di scrittura, scrivi di getto, fai molte stesure?

Inizialmente scrivo di getto la prima stesura. In seguito sistemo, correggo, riscrivo, elimino… Il terzo passo è tassativamente dedicato ai dialoghi. Poi, lascio “decantare” il tutto, staccandomi fisicamente e mentalmente per almeno un mese dal testo. Quando lo riprendo, lo leggo con estrema attenzione e valuto se sia il caso di apportare ulteriori modifiche.

Intervista a Deon Meyer a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2007

imagesTi piace James Joyce?

No. Ci ho provato diverse volte a leggerlo. Tuttavia continuo a non amarlo.

Come hai capito di essere uno scrittore?

Ho sempre avuto il bisogno di scrivere. Forse uno può chiamarlo “l’impulso di scrivere”. Quando ho raggiunto i 30 anni, e l’impulso c’era ancora, ho iniziato a scrivere.

Preferisci scrivere: la descrizione dei posti, la descrizione dei personaggi, o i dialoghi?

Come scrittore preferisco creare personaggi. Qualche volta i dialoghi mi divertono parecchio. Altre volte è molto difficile.

Tu sei allo stesso tempo un giornalista e uno scrittore; che differenza c’è?

Sia come giornalista che come scrittore voglio tenere il lettore molto coinvolto Come giornalista attraverso i fatti, come scrittore di thriller tento di farlo con bugie vergognose.

Ti piace la relazione tra letteratura e cinema?

Faccio parte di una generazione cresciuta sia con i libri che con il cinema, e penso che il mio modo di scrivere sia influenzato da entrambi. Così, si, mi piace questo legame.

Tu sei uno scrittore sudafricano; cosa significa per te ? E’ una responsabilità?

Buona domanda. Penso che la mia sola responsabilità sia aiutare gli altri scrittori sudafricani ad essere pubblicati. Ma posso dirti che è molto più difficile per uno scrittore africano raggiungere il successo internazionale.

Pensi che un libro possa cambiare il mondo?

Si. Penso che i libri cambino il mondo un poco ogni giorno.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ask the Parrot di Richard Stark

Come fai a preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Continuando a scrivere. Penso che la scrittura sia indipendenza spirituale.

In Sud Africa è più difficile essere giornalista o scrittore?

Bene, è un poco più difficile guadagnarsi da vivere scrivendo libri.

Leggi di nuovo i tuoi libri?

No, lo trovo molto difficile.

Quali lettori preferisci?
I lettori che comprano libri e non li prendono in prestito dalle librerie o dalle altre persone.

Ti piace di più leggere o scrivere?

Leggere è un piacere. Scrivere un lavoro. Ma non posso vivere senza entrambi.

Quali sono i tuoi scrittori viventi preferiti.

Crescendo mi sono ispirato ai grandi maestri : John D. MacDonald, Ed McBain, John le Carré, Frederick Forsyth, Ted Allbeury, Robert B. Parker … e li ammiro tutti.

Di contemporanei amo ed ho molto rispetto per Michael Connelly, Robert Harris, Ian Rankin, Dennis Lehane, Lee Child, Michael Ridpath, John Sandford, Val McDermid, George P. Pelecanos, Douglas Kennedy, Mark Bowden, Dan Brown, Harlan Coben, David Morrell, Jeffrey Deaver, Ken Follett, per nominarne alcuni.

Ti senti una persona felice?

Non molto spesso….

Quali consigli daresti ad un giovane scrittore all’inizio della sua carriera?

Scrivere è come andare in bicicletta. Quando ci provi per la prima volta molto probabilmente cadi e sanguini un poco. Ma più lo fai e meglio lo fai. Non c’è niente che migliori di più la tua scrittura che sederti ad un tavolo e scrivere. E leggere, leggere, leggere. Bisogna vedere ciò che succede nel genere che lo scrittore progetta di scrivere. Poi studiare e analizzare ciò che gli autori veramente buoni stanno facendo e soprattutto come.

Ti piace Hemingway?

Si, molto.

Hai un agente letterario?

Si, ho una meravigliosa agente: Isobel Dixon della Blae Friedmann di Londra.

Scrivi anche racconti brevi?

Si, amo molto scriverli.

Hai tu senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta.

Charles Dickens entra in un bar e ordina un Martini. Il barista chiede”Olive or Twist”.

Quale è la tipica qualità di un buon scrittore?

Mi viene in mente Michael Connelly. Un professionista assoluto che migliora sempre di più.

La violenza nella società contemporanea è per te un segnale di decadenza o una spetto normale dell’animo umano?

Penso ci sia stata violenza in tutte le società. Fa parte dell’animo umano e non penso che cambierà.

Quale è la tragedia shakesperiana che preferisci?

Decisamente il Giulio Cesare, e il Macbeth come secondo.

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho appena finito la sceneggiatura per una serie tv in 10 parti.

Quale è il tuo romanzo preferito?
Disgrace di J. M. Coetzeeee

Si basa su fatti di cronaca “Dead Before Dying”?

Si, sempre unisco fatti e finzione.

Intervista a Enrico Pietrangeli

3 settembre 2007

D: Ami la letteratura underground?

R: E’ parte della mia formazione, non vincolante e tanto meno censurabile.

D: Definiscimi la parola libertà.

R: Te la descrivo: giovane, bella e assassina.

D: Credi nei valori politici o sei un disilluso come molti giovani?

R: Credo che, come per tangentopoli, il magma è già da tempo sotto gli occhi di tutti, ma stavolta un’intera e pressoché inetta classe politica sembrerebbe aver perso il timone o altri remano nell’occulto, ma la gente è stanca di processi in piazza. Occorre un concreto rinnovamento, non un ulteriore indebolimento del paese con seconde e terze repubbliche, questo è il punto. Da parte mia, non essendo più molto giovane, più che disilluso sono, a mia volta, preoccupato per i più giovani, soprattutto per l’irresponsabilità di un ipergarantismo che non può non rivolgersi contro, ma qui gli elementi da tirare in ballo sono altri e taglio!

D: Quale è il tuo libro che preferisci?

R: Il nuovo per poi nostalgicamente tradirlo col precedente ed essere ulteriormente ispirato a farne.

D: Quello che ti è costato più fatica scrivere?

R: La poesia in genere: una grande gioia ma anche un lungo cesello.

D: Hai conosciuto Bellezza, che persona era?

R: Dario? Una persona attenta e sensibile, un indagatore dell’animo umano sinceramente orbitante nel caos della vita. Un bambino maldestro e dispettoso, giocoso e pieno di piccole fobie. Un eccelso poeta, quello di “Invettive e licenze” e “Morte segreta”.

D: Che relazione c’è per te tra letteratura e cinema?

R: Una correlazione lontana, anacronistica, quella che intercorre tra simbolo e suono. Wenders con Rilke forse rende molto bene questa ancestrale corrispondenza. Le nuove muse, come pure le nuove tecnologie, ampliano questo spettro di connessioni oltre a rendere possibili nuove forme e modi di fare arte.

D: Un’ aforisma, la frase di una canzone, un proverbio che ti è caro.

R: Finché la barca va, lasciala andare… Te la ricordi, vero? …Tu non remare… Beh, è talmente azzeccata da essere una specie di motto nazionale.

D: L’uso della tecnologia nella scrittura che valore ha per te?

R: Rilevante, indubbiamente, mai vincolante e comunque presente e degno di attenzione ed opportuna ricerca.

D: Come hai scoperto di essere uno scrittore?

R: Attraverso la poesia, forse inconsapevolmente. Sono uno scrittore?

D: E la scrittura digitale, pensi sia il futuro?

R: Diciamo che si va in quella direzione, ma occorre ancora molto lavoro.

D: Hai letto Fahrenheit 451 dello scrittore americano Ray Bradbury? Che rapporto c’è per te tra la memoria e la libertà di esprimersi nell’arte?

R: Un grande libro ed anche ottimo film, Truffaut è un maestro, di quelli che lasciano il segno e, all’occasione, anche il titolo. Senza memoria viene meno la necessità di esprimersi nell’arte che sedimenta e filtra proiettando altrove. Il rapporto che c’è tra la memoria e la libertà di esprimersi è il perno dove ruota l’opera, dove la memoria resta l’ultima salvaguardia di esprimersi nell’arte e le opere, vittime del fuoco sacrificale, acquisiscono nuovo valore e spessore attraverso la personificazione.

D: Pensi che un libro può cambiare la gente e così il mondo?

R: Pensando con consapevolezza storica è impossibile affermare il contrario. Approssimandoci ai nostri tempi, vengono un po’ i brividi a pensarlo, perché i cambiamenti sono comunque traumi e non tutti dai risvolti positivi ma, soprattutto, perché sono in pochi a leggere.

D: Pensi che ci siano regole d’oro per sopravvivere tra agenti letterari, editori, sponsor, e lettori?

R: Non facciamo di tutt’erba un fascio, anche perché già lo sappiamo, porta sfiga a questo paese. Regole d’oro non ne conosco e neppure credo che esistano, giocano molte, troppe varianti nella vita, figuriamoci in quella di chi costruisce trame

D: Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

R: Col cuore.

D: Cosa stai leggendo al momento?

R: Diverse cose per diverse ragioni tra cui Cortazar, ma ho ripreso in mano anche Shurè. In questi giorni sto terminando i racconti di Pennacchi…

D: Pensi che Internet rivoluzionerà il mondo?

R: Perché, non è già accaduto?

D: Stai lavorando a qualche nuovo libro?

R: Sì, ho in ballo un contratto per un nuovo libro di poesie già firmato. A dire il vero, non era previsto ma, come tutte le cose impreviste, possono anche riservare piacevoli sorprese e, fin’ora, così è stato. Per i tempi di pubblicazione temo che bisognerà un po’ attendere, ma non troppo.

D: Puoi anticiparcene quanto meno il titolo?

R: Sì. S’intitola: “Ad Istanbul, tra pubbliche intimità”.

D: Ti piacerebbe vincere il Nobel? cosa faresti con l’assegno della vincita?

R: Cos’è? La Ventura ha assoldato anche te per il Grande Fratello? Tira fuori l’assegno e niente storie!

D: Hai letto Ibsen?

RE: Onestamente no, ma è impossibile non sentirlo spesso citato (anche la cultura ha le sue congreghe di oranti). Ho avuto comunque modo di apprezzare il suo dramma borghese rappresentato a teatro.

D: Preferisci scrivere romanzi o racconti?

R: Poesie. Purtroppo ne vengono sempre di meno ed impegnano molto ma, come per il vino d’annata, talvolta sono anche distillati tutt’altro che trascurabili.

D: Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?

R: Li ho usati praticamente tutti in senso evolutivo. Prima la penna, poi la macchina da scrivere ed infine il computer. Oggi, chiaramente, prediligo il computer.

D: Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori?

R: Sì, ne ho avute e ne ho tuttora. Le amicizie prescindono dagli scrittori e talvolta, per certe modalità, sono paragonabili agli amori, vanno e vengono, decantano, alcune tornano e, altre ancora, sono per sempre.

D: Durante la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

R: La tentazione è sempre poetica e predilige l’indagine del cuore e le sue più segrete emozioni.

D: Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

R: Il segreto resta sempre quello di saper dosare le risorse, poi ce n’è sempre per tutti i gusti.

D: Qual è il significato del talento per te? Un dono o una capacità che si può aumentare con il lavoro?

R: L’uno e l’altro, naturalmente. C’è un processo d’integrazione, una consapevolezza piuttosto che un quantitativo sommare.

D: Hai un agente letterario? Per te è un amico, solo una relazione professionale, o vi lega un rapporto amore-odio?

R: No, non ancora. Dici che è tempo di provvedere? Sì, d’accordo, ma i sentimenti forse è meglio tenerli fuori, è sufficiente fiducia e stima, ti pare poco?

D: Quanto la musica incide sui tuoi testi?

R: Dipende. Nel caso del mio romanzo d’esordio, sicuramente molto.