
Bianca Garufi è una scrittrice quasi completamente dimenticata. Pertanto, accogliamo con maggior fervore la ripubblicazione, a distanza di 58 anni dalla prima e unica edizione, del suo ultimo romanzo: La Rosa Cardinale, a cura di Mariarosa Masoero.
Nata a Roma nel 1918 nell’ambito di una famiglia aristocratico-borghese di origini siciliane, con ampi possedimenti a Letojanni (Messina), come sottolinea opportunamente la Masoero nell’Introduzione, «è stata la donna che forse ha contato di più nel processo creativo di Cesare Pavese» (p. 5), da lei incontrato nella sede romana della casa editrice Einaudi, dove lavorava dal 1944 al 1946 come segretaria. Lo scrittore piemontese le ha dedicato i Dialoghi con Leucò, che testimoniano il comune interesse per il tema del mito, per sviluppare il quale Pavese ha preso spunto dal dibattito vivace e fecondo per entrambi intrecciato proprio con la Garufi, che è stata pure fonte ispiratrice, tanto che il titolo dell’opera contiene una dedica “mimetizzata”: «leucòs» in greco vuol dire, per l’appunto, «bianco», con evidente rimando al nome dell’amica. Bianca Garufi ha anche ispirato a Pavese le poesie de La vita e la morte (1945). I due hanno, inoltre, scritto a quattro mani il romanzo Fuoco grande (1946), rimasto incompiuto, pubblicato postumo (1959), e successivamente continuato da sola dalla Garufi, dopo la morte di Pavese (1950), e pubblicato con il titolo Il fossile (1962).
Al di là del rapporto affettivo e collaborativo con lo scrittore langarolo, Bianca Garufi ha avuto una sua personalità e uno spessore artistico autonomi, anche se è stata una scrittrice molto misurata: oltre a Fuoco grande e Il fossile, ricordiamo il romanzo La Rosa Cardinale (1968) e l’antologia poetica Se non la vita (1992).
All’attività di scrittrice e poetessa, ha affiancato l’attività di psicanalista: laureata in Lettere e Filosofia all’Università di Messina con una tesi riconosciuta come la prima in Italia dedicata a Carl Gustav Jung (relatore il filosofo Galvano della Volpe), ha, infatti, esercitato per tutta la vita la professione di psicanalista, fra le più autorevoli di scuola junghiana, accompagnata da corsi di lezioni e pubblicazioni prestigiose.
Il rapporto umano e letterario con Pavese ha inciso, purtroppo negativamente, sulla giusta considerazione dell’opera complessiva di Bianca Garufi, il che ha determinato il pressoché totale oblio, che si protrae ormai da parecchi lustri.
Vede ora la luce, per i tipi di una casa editrice piccola ma raffinata, la seconda edizione de La Rosa Cardinale, dopo quella del 1968 affidata alla casa editrice Longanesi e &. A curarla è Mariarosa Masoero, docente emerita di Letteratura italiana all’Università di Torino, che è tra i pochi studiosi (compreso il sottoscritto) che, in tutti questi anni di silenzio “assordante”, ha tenuto viva la memoria di Bianca Garufi, facendo pubblicare a sua cura il carteggio con Cesare Pavese (Una bellissima coppia discorde. Carteggio 1945-1950, Olschki, 2011) e una nuova edizione di Fuoco grande (Einaudi, 2022), lavorando sulle carte dell’Archivio personale e familiare della scrittrice e psicanalista, messo a disposizione con generosità dai nipoti, Giampaolo Garufi e Cristina Ciuffo Garufi. Un lavoro costante ed infaticabile, che trova ora il suo sbocco provvisorio in questa nuova edizione de La Rosa Cardinale, ma che è destinato a continuare con ulteriori ricerche e studi, che vedranno la luce nei prossimi anni.
Siamo in presenza di un’edizione filologicamente molto approfondita, che colma molte lacune sul romanzo, non solo sul piano informativo, ma anche su quello critico, consentendo di inquadrare in maniera molto più precisa la personalità e l’opera di Bianca Garufi.
Proprio le carte dell’archivio dimostrano ‒ come scrive la stessa Masoero ‒ che il romanzo in questione è il risultato di «un lungo e tormentato iter compositivo» (p. 14). Siamo in presenza di «centinaia e centinaia di pagine dattiloscritte» (ibidem), «più volte rivisitate e talmente coperte da correzioni, cassature, integrazioni, varianti alternative e sostitutive, da risultare spesso illeggibili» (ibidem). Sono «almeno tre le riletture in tempi diversi, come attestano i materiali scrittori usati: lapis, inchiostro nero, inchiostro blu» (ibidem).
La base autobiografica della storia narrata è confermata da alcune cartelle autografe che contengono l’elenco cronologico, a intervalli di 5 e 10 anni (20 anni solo tra il 1940 e il 1960), dei principali fatti privati dell’autrice (nascite, nozze, studi, morti) e storici (terremoto di Messina del 1908, prima guerra mondiale), riguardanti la famiglia della protagonista, a partire dal 1830 al 1960, allorquando quest’ultima, Sandra, parte per l’Oriente (pp. 14-15). Si ricordi qui che la Garufi ha avuto un’esperienza di trasferimento ad Hong Kong, dove ha istituito un lettorato di lingua e cultura italiana all’Università Cinese.
Il romanzo viene sottoposto inizialmente all’editore Einaudi, ma, nonostante il giudizio positivo di Italo Calvino, non viene accettato. A un anno di distanza dal rifiuto viene pubblicato da Longanesi & C. Ricevuta la prima copia, Bianca Garufi, in una lettera del 29 giugno 1968 indirizzata all’editore, lamenta di non aver potuto leggere le bozze e aggiunge alcune «critiche negative», da tenere in conto nel caso di una seconda edizione, fra cui spicca l’omissione nel titolo dell’articolo «la», per cui da La Rosa cardinale viene ridotto a Rosa Cardinale, suscitando equivoci e sberleffi rivolti all’autrice da varie direzioni, da parte di chi chiede se si tratti della sorella di Claudia Cardinale (p. 8). La Garufi considera questa omissione come una «degradazione» del libro anche «in se stesso», oltre che nell’«aspetto esteriore». Segnala, inoltre, nella nota biobibliografica alcune inesattezze (ad esempio, le non ha mai lavorato nelle sede torinese dell’Einaudi, bensì in quella romana) e omissioni, relative al suo lavoro qualificato di traduttrice dal francese e al suo costante interesse per la poesia, oltre che per il romanzo (p. 9). Lamenta infine la mancata indicazione del nome del fotografo, Luigi Perelli, nella foto sulla sopracopertina che la ritrae. Tutto ciò testimonia una certa fretta ed approssimazione nella pubblicazione del volume.
La trama del romanzo è imperniata sugli incontri della protagonista, Sandra, alter ego dell’autrice, con uomini diversi, che pesano più o meno negativamente su di lei, che incidono devastandola nella mente, fino a rasentare la follia, e nel corpo, provocando un aborto e una «malsana» obesità (p. 10). Da qui la necessità del ricovero in una clinica della salute, Villa Sant’Anna sul Lago Maggiore, a Stresa, che riproduce le caratteristiche della Colonia Arnaldi di Uscio, in Liguria, dove effettivamente fu ricoverata la Garufi per un periodo di cure (ibidem).
Questo ricovero favorisce l’esercizio della scrittura da parte della protagonista, funzionale ad un’opera che viene da lei stessa definita, con una confusione di generi letterari, un romanzo, la sua biografia […] un saggio sull’incoerenza» (pp. 10-11) o, addirittura, «un memoriale», nel quale fanno la loro apparizione tutta una serie di personaggi importanti per il prosieguo della vicenda, raccontata sempre «con lo stesso accanimento minuzioso di un chirurgo intento a svuotare un ascesso pieno di pus» (p. 11): Clara, che, dopo aver aiutato in clinica Sandra, muore in un incidente automobilistico, alimentando il clima di mistero che pervade tutto il romanzo; Dario Bernardi, l’uomo grasso di Parma che, secondo Calvino, rappresenta «la cosa più poetica del libro», che salva la protagonista dal suicidio; il medico di Stresa, Giorgio Mallotti, il «cantastorie simpatico», che sposa la protagonista e si adopera per ricondurla alla normalità, nonostante la difficoltà dell’impresa, avendo a che fare con un personaggio contraddittorio, in cui convivono sentimenti contrastanti, come le «fragilità ataviche» (ibidem) della protagonista e la sua «smania di certezze», fino all’ossessione, la sua ricerca di una spiegazione per tutte le cose, ricorrendo anche «all’ipnosi, alle scienze occulte, all’evocazione dei defunti, alle sedute spiritiche» (pp. 11-12), che Sandra frequenta sin dall’adolescenza, in casa della nonna, in Sicilia, «piena di misteri e di libri sulla morte, sulla reincarnazione, sulle forze medianiche, sul karma e sull’occultismo» (p. 12).
Il titolo prende spunto dagli interrogativi che la protagonista si pone alla vista, nell’angolo di un cortile milanese, di una rosa cardinale, di «straordinaria e magica bellezza» (ibidem), che alimenta in lei «ossessivi pensieri sul caso e sul destino» (ibidem), interrogativi pressanti sui «perché» della vita e della morte.
L’opera di curatela di Mariarosa Masoero si rivela veramente preziosa, in quanto getta luce sulla fase della composizione del romanzo in questione, rivelando particolari inediti e offrendo un’impeccabile lettura filologica dei vari aspetti, ma contiene anche un’analisi stilistica dell’opera, che è strettamente legata ai suoi contenuti “ideologici”, assicurando quella unità inscindibile tra «forma» e «contenuto» che, secondo Gramsci (che dice di collocarsi lungo la scia di De Sanctis), caratterizza propria le grandi opere d’arte.
La complessità dello stile tradisce, per l’appunto, quella della personalità della protagonista e della stessa autrice, che oscilla tra «razionale» ed «irrazionale» (p. 6), «certezze e dubbi», «lucidità e confusione» (ibidem).
La scrittura passa, pertanto, dalla precisione e dall’essenzialità alla dimensione «iperbolica e disordinata» (ibidem), seppur sempre «dolorosa» (ibidem), dal «piano reale» a quello «onirico» (ibidem), dalla prima alla terza persona, anche all’interno dello stesso capitolo, dalla narrazione fitta agli spazi vuoti, che testimoniano «lo smarrimento e le inquietudini» (ibidem) della protagonista.
Un romanzo, dunque, da leggere o da rileggere, per chi lo abbia già letto, in quanto arricchito dallo studio critico di Mariarosa Masoero che ora lo accompagna, illuminando il lettore anche particolarmente avveduto e “professionale”.
Bianca Garufi (Roma, 1918-2006). Scrittrice, poetessa e psicoanalista di indirizzo junghiano, attraversa il Novecento con una voce autonoma, capace di tenere insieme romanzo, mito e analisi. Dal 1944 al 1946 lavora nella sede romana della casa editrice Einaudi in qualità di segretaria e lì incontra Cesare Pavese, che le dedica i “Dialoghi con Leucò”. Insieme scriveranno a quattro mani il romanzo, rimasto incompiuto, “Fuoco grande” (1946, 1ª ed. 1959). Dopo una parentesi lavorativa a Milano (Casa della Cultura, Astrolabio) e la laurea in Lettere e Filosofia all’Università di Messina con una tesi indicata come la prima in Italia su Carl Gustav Jung, scrive “Il fossile”, prosecuzione di “Fuoco grande”, pubblicato da Einaudi nel 1962. Del 1968 è il suo ultimo romanzo, “Rosa Cardinale”, per Longanesi. Appassionata traduttrice dal francese – sue le traduzioni di Claude Lévi-Strauss e di Simone de Beauvoir – si dedicherà per il resto della vita, a Roma, alla professione di psicoterapeuta junghiana.

























