
Polvere di Piksi della scrittrice serba Barbi Marković, nella bella traduzione dal tedesco di Lucia Assenzi e pubblicato da Voland nella collana Amazzoni, è un romanzo breve, brevissimo: appena cento pagine. Eppure, dentro questo spazio così esiguo, l’autrice riesce a far entrare un intero universo, luminoso e grottesco, tenero e assurdo, profondamente balcanico.
È un mondo fatto di contraddizioni, colori, suoni, umorismo e vitalità, un mondo attraversato dalle ferite della storia, dalle divisioni, dagli sgretolamenti e dalle tragedie che hanno segnato i popoli della ex Jugoslavia senza riuscire, però, a spegnerne la capacità di giocare, ridere, raccontare e trasformare persino il dolore in una forma di vitalità. Al centro di questo universo c’è il calcio, che in Polvere di Piksi è molto più di uno sport: è una metafora della vita, un rito collettivo, un linguaggio condiviso, un collante generazionale capace di mettere in comunicazione padri e figli, memoria privata e memoria collettiva.
Il romanzo, fortemente autobiografico, prende avvio dal compleanno di Barbi, che ha otto anni. È proprio in occasione del suo compleanno che il padre Slobodan la conduce, secondo un rituale ormai consolidato, in un campo di calcio. Per lui quel pellegrinaggio è quasi una necessità: il calcio è una passione, una fede, qualcosa che deve essere trasmesso alla figlia. Per Barbi, invece, è soprattutto una seccatura. La bambina è vivace, intelligente, curiosa, piena di risorse e di immaginazione, ma proprio non riesce ad appassionarsi a quel gioco che il padre considera così importante.
Slobodan, però, non si arrende. Nel tentativo quasi disperato di trasmetterle il proprio entusiasmo, per farla rivenire da uno svenimento, arriva persino a gettarle addosso la polvere miracolosa sollevata dagli scarpini del celebre Dragan Stojković, detto Piksi, uno dei grandi miti del calcio jugoslavo e serbo. Che per paradosso invece di trasmetterle l’amore per il calcio la farà diventare una formidabile narratrice.
Da qui prende forma una storia che parte apparentemente da un gesto semplice e quasi comico per spalancarsi, pagina dopo pagina, su qualcosa di sempre più drammatico che arriverà a commuovere il lettore fino alla partita di Italia 90, giocata a Firenze da Argentina e Jugoslavia, l’ultima partita giocata dalla Jugoslavia prima dello scoppio della guerra, e della dissoluzione del paese come della dissoluzione della famiglia stessa della protagonista di cui il padre arriva a non ricordarne il nome.
Perché Polvere di Piksi non parla soltanto di una bambina che non ama il calcio e di un padre che cerca ostinatamente di farle cambiare idea. Il calcio diventa piuttosto il punto di accesso a un universo familiare, culturale e storico nel quale passato e presente si sovrappongono continuamente. Il campo da gioco diventa un luogo della memoria, mentre la figura paterna porta con sé un mondo di rituali, convinzioni, passioni e nostalgie che la bambina osserva con uno sguardo insieme affettuoso, ironico e disincantato.
Marković riesce così a costruire un originalissimo romanzo familiare e, nello stesso tempo, un racconto di formazione sui generis. Barbi bambina guarda gli adulti e il loro mondo senza accettarlo passivamente: lo interroga, lo mette in discussione, lo attraversa con la propria fantasia. Ed è proprio attraverso questo sguardo infantile che la realtà finisce per deformarsi, moltiplicarsi e diventare continuamente altro.
La scrittura procede infatti sul confine sottile tra autobiografia, realismo e fantastico. Il quotidiano viene costantemente attraversato dall’assurdo, dal grottesco e dal meraviglioso, in una fantasmagoria che ha qualcosa di profondamente balcanico ma che, allo stesso tempo, riesce a parlare di esperienze universali: il rapporto tra genitori e figli, il bisogno di appartenenza, la trasmissione delle passioni, il peso della memoria e la difficoltà di comprendere il mondo degli adulti e per riflesso la difficoltà degli adulti di comprendere e attraversare l’universo dei bambini.
C’è anche una componente di parodia della narrativa popolare, che rende il libro particolarmente divertente e imprevedibile. Marković prende gli ingredienti della grande storia, della memoria collettiva e del racconto familiare e li mescola con il surreale, l’ironia e una certa irresistibile propensione al nonsense. Ne nasce un libro che non ha paura di essere giocoso, pur muovendosi su un terreno segnato da traumi storici e fratture profonde sia spsicologiche che storiche.
Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più riusciti del romanzo: la capacità di tenere insieme leggerezza e tragedia senza che l’una cancelli definitivamente l’altra. La Storia rimane sullo sfondo, con le sue ferite e le sue divisioni, ma non schiaccia mai i personaggi. Al contrario, la vita quotidiana, il gioco, l’ironia e persino l’assurdità diventano strumenti di resistenza, modi per continuare a esistere e a raccontarsi.
Barbi non ama il calcio perchè ne vede una sublimazione della violenza, una metafora della guerra che sarà combattuta a breve spazzando via un mondo che non è solo la sua infanzia, ma è tutto quel tessuto connettivo familiare ed etico che costituisce la storia di un popolo.
In cento pagine Marković riesce dunque a raccontare molto più di quanto prometta la premessa. Polvere di Piksi è un piccolo gioiellino dalla grande caratura emotiva, una storia di famiglia e d’infanzia, una buffa e malinconica educazione sentimentale, un omaggio a un immaginario balcanico ricco di contraddizioni e vitalità. E il calcio, alla fine, non è che il pretesto perfetto: una palla che rotola, un campo, un padre, una figlia e la polvere sollevata dagli scarpini di un campione diventano il materiale attraverso cui raccontare una cultura, una memoria e soprattutto il complicato, tenerissimo rapporto tra ciò che i genitori vogliono trasmettere e ciò che i figli scelgono, inevitabilmente, di fare proprio. Un libro breve nelle dimensioni ridotte, dunque, ma sorprendentemente grande nell’immaginazione: grottesco, tenero, ironico e stranamente luminoso. Proprio come l’infanzia che racconta.
Barbi Marković Nata a Belgrado nel 1980, ha studiato Letteratura tedesca e vive a Vienna dal 2006. È autrice di numerosi racconti, romanzi, opere teatrali e radiodrammi per i quali ha ottenuto diversi riconoscimenti, tra cui nel 2024 il prestigioso Premio della Fiera del Libro di Lipsia nella categoria narrativa. Polvere di Piksi – di cui è stato realizzato recentemente anche un adattamento teatrale – nel 2025 si è aggiudicato il Fußballbuch des Jahres, importante premio letterario assegnato ogni anno alla migliore pubblicazione in lingua tedesca dedicata al mondo del calcio.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Voland.

























