Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Maman Brigitte – Il Web Magazine del Posto Nero

28 novembre 2011

Dal 25 novembre è disponibile il primo numero di Maman Brigitte, il nuovo Web Magazine  del Posto Nero, Network dedicato alla cultura di genere. Maman Brigitte non è un nome di fantasia, ma una divinità della affascinante ed esotica mitologia vudù, che ispira e fa da cornice al Magazine. Si tratta di una rivista elettronica aperiodica dedicata alla cultura horror e weird, scaricabile gratuitamente in formato pdf, pubblicata dal Posto Nero Free eBooks a cura di Alessandro Manzetti, Daniele Bonfanti, e Daniele Serra, che ha realizzato anche l’illustrazione di copertina. Ogni numero di Maman Brigitte sarà pubblicato esclusivamente durante i giorni di novilunio. Pur essendo una pubblicazione aperiodica, si prevedono circa tre numeri l’anno.

Il primo numero del Magazine contiene racconti inediti di grandi autori nazionali e internazionali, come John Everson, Lisa Mannetti, Claudio Vergnani e Samuel Marolla, poesie inedite diRain Graves e Corrine De Winter, un articolo di analisidi Ian Delacroix sul suo nuovo romanzo Il Grande Notturno, alcune tavole in anteprima della graphic novelMorbo Veneziano, sceneggiata daDanilo Arona. Per le traduzioni, hanno collaborato Luigi Milani e Luigi Musolino.

Sono poi presenti altri contributi già pubblicati sul Blog Il Posto Nero, come i raccontidi Lisa Morton e Alda Teodorani, l’intervista aNate Kenyon e la recensione di Francesco Dimitri di Horns di Joe Hill. La rivista è poi completata da altri articoli e da rubriche tematiche, ispirate alla mitologia vudù, di presentazione delle opere inedite: I Voli di Azeto di Alessandro Manzetti, per la narrativa e poesia internazionale, ItalWa di Daniele Bonfanti, per la narrativa nazionale, Gli Occhi di Damballa di Daniele Serra, dedicata all’arte dark.

Link per il download del Magazine in formato pdf
http://www.postonero.it/magazine/mb1.pdf

Presentazione online del Magazine con incipit dei racconti sul blog Il Posto Nero
http://postonero.blogspot.com/2011/11/maman-brigitte-in-attesa-del-novilunio.html

Preview  sul sito del Magazine Maman Brigitte
http://www.mamanbrigitte.it/preview.htm

:: Recensione e intervista Prima dell’alba e subito dopo di Rosalia Messina a cura di Diego Di Dio

18 novembre 2011

“Prima dell’alba e subito dopo” di Rosalia Messina
(recensione di Diego Di Dio)

Questa antologia di Rosalia Messina, pubblicata inizialmente dalla Giulio Perrone Editore Divisione Lab, e ora riproposta ai lettori in forma di e-book (YouCanPrint), prende il titolo da una frase del terzo racconto, “10520”: «Sai com’è andata? Sono stata, una decina di giorni fa, nelle prime ore silenziose del mattino che amo tanto, prima dell’alba e subito dopo, colpita da un lampo numerico».
Ma partiamo dall’inizio.
Prima dell’alba e subito dopo è l’esordio monografico della Messina, giurista e scrittrice siciliana. La raccolta è divisa in quattro capitoli tematici: crescere, amori dispari, solitudini e la memoria.
Il primo di questi, composto da quattro brevi racconti, è un’analisi puntuale e a volte disincantata della crescita. Fisica, morale, spirituale, sociale. La crescita, in tutte le sue forme. Una diventare grandi, o addirittura un invecchiare, che può passare per i piccoli dissidi famigliari de “Il cane di porcellana”, per il dramma della violenza domestica che esplode nel sottile e ben strutturato “Lottatore pugile sollevatore pesi”, oppure nella drammaticità ponderata di una figlia che scrive una lettera al padre defunto (“10520”) o magari nello scorrere inevitabile della demenza senile del racconto “Parole”.
Nella seconda parte, “Amori dispari”, Rosalia Messina osserva, a volte disincantata, a volte speranzosa, il susseguirsi beffardo e imprevedibile dell’amore, quando l’amore non è pari ma è, appunto, dispari: tradimenti, fughe d’amore, rassegnazioni alla schiavitù domestica, passioni e illusioni che accompagnano la senilità. C’è tutto questo, in “Amori dispari”, capitolo tematico che, in qualche senso, si riallaccia al precedente “Crescere” come suo ideale prosieguo. Per poi raggiungere il climax della raccolta nel terzo grappolo di novelle, “Solitudini”.
Qui la Messina dà il suo meglio: sembra che il suo stile, e la sua padronanza lessicale, siano cresciute all’interno della raccolta, e abbiano raggiunto l’apice in “Solitudini”. Ogni racconto di questo terzo capitolo è un piccolo gioiello di nostalgia, sogni infranti, solitudini. Su tutti, spiccano il tema della pazzia e dei viaggi nel tempo (sì, viaggi nel tempo, ma non in senso fantascientifico, bensì psicologico) de “La casa di Anna Frank” e la tristezza pregnante, dimessa e lucida de “L’età di mezzo”.
La raccolta si conclude con “La memoria”, susseguirsi nostalgico e originale si storie di provincia. Su tutti, stavolta, è il monologo silenzioso e poetico di “Mi sei tornata in mente all’improvviso”, che riassume il concetto chiave del capitolo tematico: il ricordo, le occasioni perse, le occasioni prese al volo, gli amori finiti e quelli mai cominciati. In una parola, l’aver vissuto.

Dal momento che, come tutti sappiamo, la sezione Lab della Giulio Perrone Editore ha chiuso i battenti, è ora possibile acquistare la bella antologia della Messina, in versione ebook, al prezzo di 3,90 euro, sulle seguenti piattaforme:
www.ebokizzati.com, www.ultimabooks.it, http://www.bookrepublic.it

INTERVISTA A ROSALIA MESSINA
(a cura di Diego Di Dio)
Ciao Rosalia, parlaci un po’ di te in generale. Chi è Rosalia Messina?
Rosalia Messina è una persona che ama poco raccontarsi, preferisce raccontare storie. Scrive anche per mestiere, purtroppo in “giuridichese”, una varietà di italiano che spesso fa venire a chi l’adopera la voglia di tornare a scrivere in quella bella lingua che è l’italiano “vero”. Mi scuso se di me riesco a dire poco, ma è uno dei miei tratti caratteristici. Mi apro volentieri nei rapporti personali, in pubblico – come nel caso di un’intervista in rete – mi sembra di non avere cose particolarmente interessanti da dire di me stessa.
D’accordo, come preferisci. Allora passiamo all’opera di cui vogliamo parlare. E partiamo dal titolo: “Prima dell’alba e subito dopo”. Io so che è una citazione di uno dei racconti, ma perché hai scelto proprio quella?
Un accenno alle ore che precedono l’alba si trova in realtà in due racconti. Sono le ore della giornata che preferisco. Prima che il caos invada le strade, prima che i rumori finiscano per soverchiare qualsiasi voce interiore mi dedico – se non sono costretta a mettermi a lavorare – alla scrittura. Sono ore di energie intatte, recuperate col sonno, di riflessione, di preparazione alle battaglie quotidiane. Per tutte queste ragioni le amo e mi è piaciuto farne il titolo della raccolta.
Bene, prima di procedere a andare nel particolare, ho sentito che la tua raccolta ha vinto qualche premio. Ci dici quali, per favore?
Primo posto al premio “Città di Mesagne” 2010, terza classificata ai premi “Le Musa – Pisa” 2010 e al premio “Franz Kafka italia” 2010.
 Be’, complimenti. E ora veniamo alla peculiarità della tua raccolta: sono diciotto racconti, e sono divisi in quattro “capitoli tematici”. Spiegaci quali sono e perché.
Mentre scrivevo i racconti, nell’arco di alcuni anni, non mi ponevo il problema di organizzarli in una raccolta. Poi mi sono accorta che c’erano alcune tematiche ricorrenti: la difficoltà di diventare adulti («e non è senza un prezzo salato diventare grandi», cito Guccini), e da qui la sezione “Crescere” Poi la tematica degli “Amori dispari”, sbilanciati per una ragione o per l’altra, forieri di infelicità; le storie di solitudine (“Solitudini”), e infine il recupero del passato, dei ricordi, che fanno male o salvano la vita (“La memoria”).
Bene. Sarebbe impossibile concentrarsi su tutti i racconti, sono 18. però una parola specifica su qualcuno la voglio dire e, in modo particolare, su quello che mi ha incuriosito di più: “La casa di Anna Frank”. Ci spiegi cos’è la casa di Anna Frank?
Ho visitato qualche anno fa il rifugio della famiglia Frank ad Amsterdam. Ho provato la sensazione descritta nel racconto, di esserci già stata. Questo racconto è un po’ come le coperte patchwork, fatto con frammenti di sogni, di sensazioni, di vite altrui. La sofferenza di chi sopravvive a un incidente in cui un genitore perde la vita l’ho letta negli occhi di un amico di gioventù (ma non gli è andata male come al protagonista del racconto). L’incubo del respiratore è mio. Un giorno tutte queste cose hanno preso forma di storia e ne è venuto fuori “La casa di Anna Frank”. Molta invenzione intorno a un nucleo di cose viste, vissute, ascoltate.

Molto esaustiva, grazie. E ora veniamo a una nota stilistica: la tua scrittura è bella, poetica, ricercata, ma non ampollosa. Originale, anche. Dicci: lavori molto di labor limae? Hai un editor di fiducia o fai tutto da sola? E infine, hai seguito qualche corso di scrittura, o oppure il tuo è talento mescolato a un affinamento da autodidatta?
Ho frequentato un corso di scrittura prima di pubblicare, e continuo a frequentarlo. Per i racconti della raccolta ho fruito dell’editing amichevole del docente del laboratorio di scrittura creativa di cui parlo, Luigi La Rosa, non su tutti i racconti, solo su alcuni: poche dritte ma azzeccate. Mi ha consigliato di cambiare un titolo, mi ha dato suggerimenti stilistici.
Per le cose successive ho contato e conto sull’aiuto di alcuni editor amichevoli, alcuni che scrivono pure e altri che nemmeno ci pensano; preziosi gli apporti di entrambi i gruppi. Di recente mi sono rivolta anche a editor professionali, con grandi vantaggi.
Faccio numerose revisioni, lasciando trascorrere qualche tempo fra l’una e l’altra; ogni rilettura mi fa correggere, eliminare o aggiungere qualcosa. Finché non mi ritengo soddisfatta e chiudo i lavori.
Bene. E adesso dicci dove i nostri lettori possono acquistare la tua antologia.
Ho mandato la raccolta, così com’è adesso, alla casa editrice Perrone, che indiceva periodicamente concorsi vincendo i quali si veniva pubblicati. Gratuitamente, sottolineo, e senza obbligo contrattuale di acquistare copie. Vinsi, e ricordo ancora l’emozione quando, alla serata della premiazione – sapevo di essere finalista, ma nient’altro – fu letto il mio nome come vincitrice del concorso.
Qualche mese dopo la raccolta fu pubblicata da Perrone, col marchio PerroneLAB. Mi dispiace dire che il marchio LAB non esiste più. A luglio di quest’anno il magazzino è stato azzerato e non saranno stampate più copie di questo libro e degli altri pubblicati con lo stesso marchio.
Giulio Perrone e io abbiamo sottoscritto un contratto mediante il quale ci siamo sciolti dagli obblighi nascenti dal contratto editoriale precedente. E così, potendo disporre liberamente dell’opera, ho cercato di pubblicarlo come e-book, cosa che alla fine ho fatto, grazie alla preziosa collaborazione di Giovanni Venturi che ha realizzato l’epub, con Youcanprint.
Quindi, per rispondere alla tua domanda: qualche copia residua del libro probabilmente di trova ancora a Catania e a Palermo.
L’e-book si trova su molti store, per trovarli basta digitare su Google il mio nome e la parola ebook. In ogni caso, questi sono i link:
www.ebookizzati.com/Autore-ebook-12714-Rosalia-Messina.html

www.ultimabooks.it/prima-dell-alba-e-subito-dopo
www.bookrepublic.it/books/authors/Rosalia%
20Messina/
www.webster.it/libreria-ebook/autore/rosalia-messina-p_1.htm
eBookizzati.com – eBook Rosalia Messina
www.ebookizzati.com
Bene. Grazie, Rosalia. Vuoi salutare i nostri lettori con una citazione del tuo libro, “Prima dell’alba e subito dopo”?
Grazie a te.
Scelgo l’incipit di un racconto della sezione dedicata alla memoria, si intitola “Bilanci”:
«A volte la sua vita, ripensandola, mettendola mentalmente in ordine, le sembrava si potesse rappresentare come una linea curva dalle tante giravolte. Altre volte se la raffigurava – sorridendo fra sé – come un vagone di metropolitana, su cui le persone salgono, restano un po’, consumano un più o meno breve momento di vita, e dal quale, prima o poi, scendono. Qualcuno lascia una scia di profumo, qualcuno un odore sgradevole. Di taluno rimane un ricordo sbiadito, e di altri neppure quello.”
Aggiungerei anche un passaggio del racconto “L’età di mezzo”: «Quando ancora la vita non mi si era prosciugata dentro comprai un cuscino con due immagini in bianco e nero di Marilyn Monroe sulle due facce. In una ride, il busto proteso in avanti, la testa gettata indietro. Nell’altra guarda pensosa di lato, verso il basso, la bocca socchiusa. Essere morta a trentasei anni le ha risparmiato l’oscenità della vecchiaia, il senso di inutilità, la consapevolezza che il mondo ti ha lasciato indietro, che sta andando troppo veloce e che tu non lo capisci più. C’è un’età di mezzo in cui ti sforzi di mantenere il ritmo, e se sei bravo o fortunato ci riesci per un po’; infine gli ultimi fuochi si spengono, ed esserci ancora non significa più niente.»
Grazie Rosalia. Alla prossima.

:: Recensione di Lo scalpellino di Camilla Läckberg

10 novembre 2011

Lo scalpellino di Camilla Läckberg titolo originale: Stenhuggaren traduzione di Laura Cangemi edito in Italia da Marsilio terza indagine della serie che vede protagonisti Erica Falck e Patrik Hedström dopo La principessa di ghiaccio e Il predicatore riporta la lontana Svezia e l’amena cittadina di Fjällbacka al centro di una storia davvero terribile, angosciosa in cui la follia e la crudeltà guizzano come fiamme sotto i nostri occhi. Sotto la patina di perbenismo di una comunità all’apparenza irreprensibile davvero il rancore più turpe cova dentro le ordinatissime e graziose case che sembrano uscite da un  cartellone pubblicitario con sotto scritto “Svezia felice” e il male emerge nel suo aspetto peggiore e più inquietante proprio quando si accanisce sui più inermi e indifesi. Frans Bengtssom di professione fa il pescatore di aragoste, si lamenta un po’ del fatto che ormai la pesca non è più quella di una volta per colpa di tanti turisti improvvisatisi pescatori della domenica e tira le sue nasse a bordo, finchè una nassa non vuole salire. Qualcosa non va, con un po’ di impegno trascina il carico a bordo e trova il copro senza vita di una bambina. Patrik fresco padre di Maja una vivace neonata che ha messo scompiglio nella tranquilla routine del poliziotto e della sua compagna Erica viene chiamato sul posto e appena scorge il cadavere si accorge che è quello della piccola Sara, 7 anni, una bambina che abitava non lontano da casa sua. La prima ipotesi è che sia annegata, ma poi l’autopsia rivela che nei suoi polmoni c’è acqua dolce e non salata e tracce di sapone. La bambina non è morta per un incidente è stata uccisa. Iniziano così le indagini più difficili della sua carriera, essendo da poco padre Patrik infatti si sente particolarmente coinvolto e angosciato. Chi può avere commesso un delitto tanto atroce? Per scoprirlo Patrik dovrà indagare nel cuore di una comunità ostile e tesa a tenere nascosti ad ogni costo i suoi segreti. Solo nel passato c’è la risposta. Lo scalpellino dei tre romanzi letti fin’ora della Läckberg è senz’altro quello che mi è piaciuto di più, cosa che denota un fatto abbastanza inconsueto, l’autrice sta crescendo, sta migliorando il suo stile, la capacità di sondare in profondità i personaggi e non si è adagiata sugli allori, cosa che avrebbe anche potuto fare dato il successo che l’ ha proclamata regina del thriller svedese. No, la Läckberg con umiltà si è data da fare a correggere le sbavature, a limare, a fare con coscienza il suo lavoro di scrittrice e questo me la rende automaticamente simpatica. La storia è terribile, coniugata al femminile perché parla di donne, una piccola donna è la vittima, una donna è Erica sebbene in questo romanzo un po’ sottotono, l’indagine è tutta sulle spalle di Patrik, intenta a prendersi cura della piccola Maja un’altra piccola donna e a riprendersi dalla depressione post partum e dal fatto che diventare madre non è esattamente come te lo raccontano, donne sono anche molti altri personaggi che si susseguono nella storia e la rendono appunto terribile. Unico neo forse è che non ostante i depistaggi e lo sforzo di distrarre il lettore la personalità del colpevole è così aberrante che è difficile non capire chi è. Detto questo un’ ultima considerazione che mi pare doverosa, si salva dal diventare morboso, cosa che capita spesso quando ci sono bambini protagonisti, la Läckberg è madre e si sente e scrive per un pubblico che rispetta.

:: Recensione di Città contro di Alessandro Bastasi

9 novembre 2011

bastasiSi è discusso a lungo del ruolo sociale del noir, del "noir mediterraneo" quel genere di noir che da ampio spazio agli elementi sociali, politici e criminali che caratterizzano l’humus su cui si basano storie nere, anzi nerissime, di degrado, corruzione, assenza di scrupoli morali, che spesso portano al delitto ma non solo. Tuttavia molto spesso gli esempi concreti valgono più di mille parole, e un noir che parla di immigrazione nel bene, i tanti che si impegnano in prima persona per dare una mano, e nel male, i pochi ma più devastanti che li sfruttano, i racket criminali che li assoldano e li chiudono in prigioni lager, i politici che si gonfiano il petto con leggi per la sicurezza e cavalcando l’onda della “paura” per i loro interessi personali, può essere più utile di tanti saggi seriosi e dotti. L’acre fetore che rende irrespirabile l’aria e ottunde le coscienze spesso grava come una cappa malsana e infetta in questo noir “politico” nel senso socratico del termine, dove la contrapposizione ideologica non è un pretesto per predominare e sovrastare l’avversario, ma uno spunto per essere davvero persone migliori. Città contro di Alessandro Bastasi Eclissi editrice, è un noir con un’ anima, una precisa coscienza critica un po’ denuncia sociale un po’ nitido specchio di una società che cambia, un libro che consiglierei fosse letto nelle scuole come spunto di riflessione quando si discute del diverso, dello straniero, del migrante giunto per nave o container per salvarsi nella ricca e prosperosa Europa, mentre lascia alle spalle paesi in guerra, dilaniati dalla povertà e dalle malattie. I fenomeni dell’immigrazione non sono un male inevitabile, ma un sintomo di realtà più ampie, di realtà socio-politiche che vanno sanate alla radice, dai governi, dalle politiche europee, dalle sovvenzioni allo sviluppo. Gli immigrati è bene che fosse chiaro se ne starebbero felicemente nei propri paesi, con le proprie famiglie, se solo lo potessero. Non sono ospiti mal tollerati, sono fuggiaschi scampati molto spesso alla morte. Bastasi ambienta la sua storia nel nordest, alle porte di Treviso, un tempo ricco e opulento, ora segnato dalla crisi globale, dove i fenomeni della disoccupazione, della povertà, della carenza di alloggi, si sommano all’egoismo, ai pregiudizi, alla paura. Una discussa e chiacchierata associazione religiosa Opus Christi, guidata da un prete di frontiera Don Vittorio, gestisce un campo di immigrati che fornisce un riparo, cure mediche, corsi di italiano, a gente la più disparata, proveniente da luoghi diversi, diversa per religione, usanze, abitudini, etnie, colore della pelle. Una polveriera sul punto di esplodere. Mal tollerato dalla gente del posto, il campo di Sant’Angelo è serbatoio per la criminalità, oggetto di contesa per politici senza coscienza, un microcosmo dove i migranti non sono tutti anime candide, si ubriacano, si picchiano per futili motivi, si tradiscono. A far precipitare tutto la morte di una volontaria e il suicidio del migrante sospettato di averla uccisa. Alberto Sartini, già protagonista de la Gabbia criminale, si trova in mezzo coinvolto assieme alla moglie Valentina anche lei disposta a dare una mano come infermiera assistendo il dottor Candiani, dalla sorella Giovanna, che l’aveva pregato di sostituirla nei corsi di italiano ed educazione civica che si tengono al campo. Il sostituto procuratore incaricato delle indagini si rivolge proprio a Sartini come consulente e ciò che scopriranno sarà ben poco consolante o nobile.           

:: E' arrivato ACTION!

8 novembre 2011

Amate l’azione e l’avventura, i racconti scritti da gente con le palle che ama davvero la materia e che unisce alla competenza vera passione, i reportage che spaziano dalla storia della  Corrida, ai Commandos, dal Giappone agli sport da combattimento, dai fumetti alla Tv e ovviamente anche ai giochi? Bene allora avete un grazie bello grosso da dire a Stefano Di Marino il re italiano dell’azione che tra le sue mille attività ha trovato il tempo e l’energia di ideare e curare una rivista digitale davvero innovativa per impostazione e qualità ad un prezzo davvero imbattibile solo 2,90 E . Come è nata ACTION realizzata da dbook edizioni? Stefano dice: “L’idea di creare una rivista dedicata all’avventura, all’azione ma anche a creare un gruppo di collaboratori oggi compagni in quella che Andrea Carlo  Cappi chiama editoria di guerriglia, fuori dai canoni, dalle strategie di marketing di massa ma domani protagonisti, ce l’avevo da un po’. E poi ancora: “Per il primo numero ho voluto con me gli amici e i collaboratori più cari, quelli che sempre sono al mio fianco in tutte le battaglie.” Quello che colpisce è come al solito la professionalità con cui Stefano porta avanti le sue iniziative contagiando con il suo entusiasmo anche tanti amici e supporter. E un’altra cosa che gli rende merito è di dare spazio anche alle donne, non solo quindi azione al maschile, ma anche voci di indubbio fascino come quelle di Cristiana Astori e Francesca Scotti solo per iniziare. Quindi di carne al fuoco ce ne è parecchia per lettori esigenti di nicchia o meno. Quello che è certo l’iniziativa va a coprire un ambito trascurato dalle pubblicazioni tradizionali e può essere d’esempio e apripista per altri progetti del genere. Lunga vita ad ACTION quindi!

Seguite il link :

http://www.dbooks.it/libreria/scheda/105/6/narrativa/action-01.html

:: La ladra della primavera di Marina Fiorato

7 novembre 2011

La ladra della primavera thriller storico dell’inglese di origini veneziane Marina Fiorato edito dalla Nord edizioni  è un romanzo che devo ammettere mi ha divertito molto grazie soprattutto alla protagonista un personaggio sanguigno e spontaneo non privo di una buona dose di autentico umorismo tutto toscano. Luciana Vetra detta Ciccina esercita la professione più antica del mondo in una Firenze rinascimentale sfolgorante di ori e velluti e teatro di una congiura che vede addirittura il Magnifico al centro della scena. Può un piano visionario essere racchiuso in un quadro e per di più di un pittore come Sandro Botticelli? Ecco la sfida, ecco lo spunto storicamente accuratamente documentato e in tutto e per tutto credibili e plausibile. Un segreto che sembra portare con sé una scia di sangue, congiurati pronti a tutto, e due poveri fuggiaschi che corrono per l’Italia da nord a sud con il solo intento di svelare il mistero per salvarsi la vita. Il thriller storico fatte le debite eccezioni per i romanzi di Colitto non rientra nel mio genere solito, ma devo ammettere che La ladra della primavera è stato per me una scoperta davvero piacevole innanzitutto per la capacità dell’autrice di affascinare e di trasmettere il suo autentico amore per la storia italiana oltre che di non annoiare con particolari didascalici e divulgativi snocciolati come in un Baedeker difetto che trovo di frequente presente nei romanzi appartenenti a questo genere specifico. Ne La ladra della primavera le interpretazioni legate al dipinto La primavera di Botticelli interessano e appassionano davvero come in un misterioso gioco ad enigma in cui l’intelligenza e l’intuito oltre alla capacità di osservazione sono messi in causa e costituiscono la parte maggiore del divertimento. L’amore impossibile tra una cortigiana e un novizio donano poi  pepe ad una storia che si regge sui personaggi altre che sulla capacità dell’autrice di dare vita ad un affresco storico di notevole bellezza e rigore scientifico. Non dimentichiamo che l’autrice è laureata in storia ad Oxford e unisce la capacità narrativa agli strumenti propri dello storico, l’obbiettività, l’autenticità e l’amore per il vero. Tutto dosato con leggerezza e senza saccenteria. Se volete sapere qualcosa di più della trama posso dirvi che la storia è ambientata a Firenze nel 1482. La bella Luciana Vetra, cortigiana richiesta anche come modella da Botticelli per impersonare Flora ne La primavera come si usava fare in quei tempi dove a volte anche il volto di una Madonna poteva nascondere i tratti di una prostituta, subisce un piccolo sopruso non venendo pagata dal maestro per la sua prestazione. Per ripicca, e per rifarsi del tempo speso a posare, in cambio del pagamento mancato ruba un disegno preparatorio della primavera. Da quel momento Luciana sarà al centro di un inseguimento da parte di loschi figuri decisi a tutto per rimpossessarsi del disegno e aiutata da un novizio, il solo di cui possa fidarsi, girerà tutta l’Italia prima di comprendere che l’enigma è risolto con il quadro. Colpi di scena, agguati, rocambolesche fughe, efferati omicidi, sono all’ordine del giorno e rendono la storia particolarmente vivace e movimentata. Da non perdere, consigliatissimo anche da un’ amante di hard boiled. Traduzione di Claudia Lionetti

:: Intervista a Paul David Brazill

5 novembre 2011

Ciao Paul. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Paul D Brazill? Punti di forza e di debolezza.

Il mio più grande difetto è che sono pigro e non faccio oggi quello che posso rimandare a domani. La mia più grande forza è che non ho illusioni su me stesso, ma a dire il vero può anche essere una debolezza, ovviamente.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono di Hartlepool, nel nord est dell’Inghilterra. La mia famiglia proviene dalla classe operaia, ho due fratelli, e due sorelle, tutti più grandi di me. Ho lasciato la scuola a sedici anni ma non ho trascorso molto tempo lì prima di allora. Ho cambiato casa un sacco di volte quando ero un bambino.

Che lavori hai svolto in passato?

Ho lavorato come impiegato in una fabbrica nei docks, sono stato consulente immobiliare e ho lavorato in un negozio di giocattoli e in un negozio di dischi di seconda mano.

Quando hai capito che volevi diventare scrittore?

Ero solito scrivere già da bambino e ho cullato questa idea tutta la mia vita ma non ho mai voluto fare il primo passo vero e proprio. Fino a tre anni fa, cioè.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Volerlo fare, suppongo. La perseveranza e la pazienza, forse.

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?

Ho cominciato a scrivere di persone che ho conosciuto e di situazioni che mi sono accadute e le ho vestite con abiti che li hanno fatti sembrare come romanzo poliziesco. Sembra naturale.

Chandler o Hammett?

Chammett.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Beh, ultimamente, alcune persone hanno confrontato le mie storie con quelle di Damon Runyon, e sicuramente credo che sia vero. Bukowski, anche. Vonnegut. Elmore Leonard, Highsmith. Joe R Lansdale. Kinky Friedman. Christopher Brookmyre. .. Alcuni autori che ho scoperto poco tempo fa come Charlie Williams, Dave Zeltserman, Tony Black, Jake Arnott.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada per la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Sai, non ho avuto troppo rifiuti – e quelli che ho avuto erano ben meritati e mi hanno aiutato.

Puoi dirci qualcosa dei tuoi libri? Quale è il tuo racconto preferito?

Beh, ho scritto una storia chiamata Guns Of Brixton, che era in The Mammoth Book Of Best British Crime l’ho trasformata in una novella che è attualmente in stampa con Pulp, e dovrebbe essere divertente. E nonostante sia un po ‘ruvida intorno ai bordi, credo che Brit Grit sia una collezione abbastanza buona, per la maggior parte.

Qual è stata la parte più faticosa durante la scrittura?

Beh, sono così facilmente distratto …

Parlaci di una tua giornata tipo da scrittore.

Per me scrivere è un piacere non un lavoro e come la maggior parte dei miei piaceri, prima passo periodi di grande attività  e poi perdo interesse per un po’. Quindi non seguo una routine, ho paura. Non sono certamente un buon esempio per gli aspiranti scrittori!

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho da poco finito Knockemstiff di Donald Ray Pollock, Katja From The Punk Band di Simon Logan e l’antologia the Pulp Ink & Deadly Treats. Tutti eccellenti. Sto leggendo Val McDermid The Retribution e Nazione Noir. Poi inizierò molto presto di Keith Rawson, The Chaos We Know, e  i nuovi romanzi di Nick Quantrill e Ian Ayris che sono appena usciti.

Che ruolo ha Internet, nella tua scrittura? Cosa ne pensi dell’editoria elettronica?

Beh, rende la vita più facile e ti fa sentire come se fossi qualcuno, quando non lo sono! E ‘solo parte della maggior parte degli aspetti della vita di oggi, però, non è vero? E l’ editoria elettronica  andrà di pari passo con l’editoria tradizionale, suppongo.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction da quando hai iniziato a scrivere?

Solo alcune cose fastidiose nell’ e-publishing, che sembrano tenere alcune persone sulle punte delle dita!

Ti piacerebbe venire in Italia per presentare i tuoi libri?

Se mai presenterò un libro tradotto in italiano, sarò lì!

Quando uscirà il tuo prossimo libro in Italia?

Per quanto ne so, non ci sono piani di tradurre uno dei miei libri in italiano, che è un peccato. Tuttavia, alcune delle storie nella serie  Drunk On Moon potranno essere tradotte in altre lingue.

Parlaci un po’ di You Would Say That, Wouldn’t You?

Ho creato il blog You Would Say That, Wouldn’t You? prima che iniziassi  a scrivere. Soprattutto come luogo di collegamento tra le storie he avevo trovato in rete. Ora ospito sul blog, interviste e ogni sorta di assurdità.

Hai un agente letterario?

No! Non sono nel loro campionato!

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto terminando Brit Grit Book Two. Si tratta di un’antologia di racconti di alcuni dei migliori e più promettenti scrittori britannici di crime. Spero di fare un altro paio di volumi, anche. Ho appena iniziato un romanzo con protagonista una coppia di criminali che sono apparsi in alcune delle mie storie. E alcune storie più brevi.

:: Recensione di Tu sei il male di Roberto Costantini

3 novembre 2011

Ho iniziato la lettura di Tu sei il male piuttosto scettica, in primo luogo per la voluminosità del tomo circa 700 pagine e poi per il grande battage pubblicitario che l’ ha preceduto che non so a voi ma a me fa l’effetto contrario, però una vocina mi diceva se Marco Piva del sito Corpi Freddi ne parla con tanto entusiasmo c’è dell’arrosto oltre che il fumo e a mia memoria non ricordo nessun libro consigliato dal Killer mantovano che mi abbia deluso. Perciò ho inforcato metaforicamente gli occhiali e mi sono buttata nella lettura. Le vicende narrate in Tu sei il male si svolgono a Roma nell’arco di alcuni anni e ci portano nel cuore del potere e della ricchezza, un cuore malato, nero, fatto di corruzione, compromessi, vizi e ben poche virtù. Protagonista assoluto è un poliziotto il giovane commissario Michele Balistreri nella prima parte, che invecchierà, maturerà, cambierà nel tempo e mai mi era successo di iniziare un romanzo con un personaggio anche antipatico, raccomandato, giocatore d’azzardo, puttaniere, violento, ex militante dell’estrema destra e terminarlo con un altro profondamente mutato, umano, saggio, onesto, pronto a scontrasi con i poteri forti pur di far emergere la verità e la giustizia. La capacità dell’autore di far crescere il suo personaggio strato su strato, come tante pennellate di colore che si sovrappongono è sinceramente la caratteristica che mi ha più colpito ma no solo, c’è anche una altro cosa piuttosto insolita, è quel piegare la cronaca ad un’economia superiore caratteristica della vera letteratura. Tu sei il male non è un romanzo usa e getta, non solo perché è scritto bene e questo è sicuramente un merito che fa la differenza, ma perché induce a riflettere sul nostro mondo, sui privilegi che ad alcuni sono concessi mentre altri devono lottare tra precariato, e disperazione. Il nostro paese è una repubblica che si basa sui privilegi e in questo libro questa terribile verità emerge in tutta la sua drammaticità, auto blu, pensioni d’oro a politici, sottosegretari, porta borse, nobili e clero che ancora fanno il bello e il cattivo tempo come nella Francia pre rivoluzionaria. Ma torniamo alla trama. Tutto inizia nell’estate del 1982, i televisori di tutta Roma sono sintonizzati sulla storica finale dei Mondiali di Calcio in cui l’Italia sconfisse 3 a 1  la Germania Ovest quando viene uccisa una ragazza, Elisa Sordi, una brava ragazza senza grilli per la testa tanto bella quanto lontana da qualsiasi ombra. Al commissario Balistreri spetta un’ indagine di tutto riposo, un’ indagine dove è bene non pestare i piedi ai ricchi e ai potenti, a politici e cardinali, un’ indagine che è più prudente chiudere come un caso irrisolto quando i sospetti portano ad un vicolo cieco. Passano gli anni e il fantasma di Elisa Sordi accompagna il nostro protagonista mentre fa carriera e si adagia nei meccanismi che regolano la vita, anche se qualcosa, un tarlo, una necessità scava gallerie e porta Balistreri a riaprire l’indagini quando la madre della ragazza si suicida inspiegabilmente e poi altre ragazze vengono uccise e tutto porta a credere che ci sia un serial killer in circolazione, un serial killer che forse poteva essere fermato allora tanto tempo fa. Non sarà così facile, il primo colpevole ha un alibi inossidabile, l’assassino che si muove nell’ombra ha una rete di protezioni più tenace di quanto si pensi. Ma Balistreri è un uomo nuovo, non ha più intenzioni di arrendersi vuole fermare il male, i mandanti, i veri colpevoli. Roberto Costantini, l’autore che nella sua vita ha fatto ben altro che scrivere da inizio con Tu sei il male a una trilogia che se mantiene le promesse ha davvero le carte in regola per scavarsi un cuneo nella storia del poliziesco made in Italy. Un prodotto nostrano, profondamente italiano, che fotografa la nostra società con impietosa obbiettività. Da principio il caso di Elisa Sordi mi ha fatto pensare alla scomparsa di Emanuala Orlandi, stesse modalità, l’ombra del Vaticano sullo sfondo o al caso di Simonetta Cesaroni e non è detto che anche l’autore non ci abbia pensato o ne abbia tratto fonte di ispirazione, questa commistione tra cronaca e fantasia mi ha portato a riflettere che molto spesso la letteratura precorre la realtà e che molte chiavi di lettura di crimini inventati aiutano a risolvere crimini veri. E questa sensazione mi ha accompagnato per tutto il libro, come un presentimento, un presagio. Spiazzante il finale, mezzo colpo di scena, mezza drammatica inevitabilità delle cose. Se devo essere proprio sincera mentre facevo le mie congetture da buona appassionata di soluzione di enigmi ci ho pensato che gli unici colpevoli non potevano che essere loro, ma leggendolo nero su bianco un senso di frustrazione mi ha colto lo stesso e mi ha fatto concordare con l’autore che molto spesso il vero colpevole non è chi commette materialmente un delitto ma chi agisce nell’ombra. Ora spero di non avervi ingarbugliato le idee perché nel libro tutto è lineare, concatenato ed escogitato al secondo. Ora non mi resta che augurarvi buona lettura e dirvi come sempre che aspetto i vostri commenti.

:: Intervista con Carlo Mazza

16 ottobre 2011

Ciao Carlo. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Carlo Mazza? Punti di forza e di debolezza.

Carlo Mazza è nato a Bari il 26 marzo 1956 e di professione fa il bancario, da più di trent’anni. E’  sposato e ha due figli ancora studenti. Ha svolto attività politica e ha fatto parte delle istituzioni (presidente della commissione cultura in un consiglio di circoscrizione di Bari). L’unico allontanamento da Bari è dipeso dal servizio militare: ufficiale di complemento (1977) dell’Esercito, destinato quale specialista di amministrazione presso la Legione Carabinieri di Bolzano. Chi sono? Un uomo dall’aria mite  ma profondamente irrequieto, con i pensieri sempre in movimento, intento a studiare le parole e i gesti degli altri, desideroso di comunicare ed ispirato solo dalla meditazione solitaria e da un buon sigaro.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Mio padre aveva un banco al mercato, vendeva mozzarelle. Io d’estate lo aiutavo. Ho fatto le scuole tecniche, sono ragioniere, in seguito mi sono laureato in Scienze Politiche (110 e lode), ma avrei voluto fare il professore di belle arti oppure lo scrittore. Il desiderio di dedicarmi all’arte figurativa o alla scrittura mi è sempre rimasto nel cuore, ma Bari è città levantina, commerciale, gli artisti sono considerati con un vago sospetto. Da giovane sono stato quasi un anno tra i carabinieri, li ho osservati… ho giocato a pallone con ragazzotti prepotenti e li ho visti divenire boss spietati… ho praticato la politica e ho conosciuto qualche persona per bene ma anche una moltitudine di  cialtroni… ho conosciuto docenti universitari scoraggiati e pessimisti ma con una rabbia indomita verso le iniquità (quanti valorosi De Marinis nelle Università del Sud!)… ho visto progressivamente scomparire la tensione verso il vero e verso la bellezza…

Sei del 56 quindi nella tua vita prima di scrivere hai fatto altro. Parlaci della tua vita precedente, il tarlo della scrittura era già presente o è una scoperta recente?

In passato ho svolto attività teatrale, coordinando gruppi di amatori, per puro piacere, senza alcun assillo di fama e celebrità. Ho scritto anche dei testi teatrali, di cui uno pubblicato dalla Ecumenica Editrice su iniziativa dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, un dramma sulla vita di santa Rita da Cascia, interpretata nella sua quotidianità (“Il silenzio e le rose”).

Parlaci del tuo esordio,  come è andata?

Ho scritto, ho inviato la bozza ad alcune case editrici e una mi ha risposto. Tutto qui. Credo ci sia stata una decisiva coincidenza tra le caratteristiche del mio romanzo e ciò che cercava la e/o. Il mio libro ha inaugurato una nuova collana di testi di denuncia sociale, “Sabot/Age”. L’altro romanzo che esce assieme al mio è il coinvolgente “La ballata di Mila” di Matteo Strukul.

Lupi di fronte al mare, ospitato nella collana di Sabot/ age Edizioni E/O è il tuo romanzo d’esordio, un romanzo decisamente anomalo nel panorama letterario italiano. Quanto ti è costato scriverlo in termini di coinvolgimento e di impegno personale?

Non è stato semplice, il tempo è sempre poco. Per un certo periodo, ho letto con molto interesse libri e quotidiani, in modo da comprendere quali fossero i punti di snodo dei “meccanismi” della corruttibilità. Circa gli aspetti più tecnici, ho lavorato con scrupolo (per esempio, colloqui con un avvocato penalista per valutare reati e pene descritti nella trama, valutazioni da parte di un maggiore dei carabinieri circa alcune particolarità dell’ambiente militare, incontro con un’équipe di anatomopatologi per il capitolo 54 pagg. 349/351 del testo editato…). Un altro aspetto faticoso è stata la dicotomia nel modo di parlare delle persone, con un doppio registro tra l’eloquio pubblico, sempre formale e qualche volta addirittura aulico (i discorsi di Spadaro), e quello privato, rozzo e diretto, cartina di tornasole del vuoto pneumatico che caratterizza alcuni protagonisti.

Quali sono i tuoi maestri letterari, c’è uno scrittore in particolare a cui dedicheresti ipoteticamente il tuo libro?

Italo Svevo, con la sua “La coscienza di Zeno”, che diventa più attuale ogni anno che passa. E poi: Berto (“Il male oscuro”), Pavese (“La luna e i falò”), Joyce (“The dead”), Garcia Marquez (“L’amore ai tempi del colera”), Carver (i racconti di “Cattedrale”, che hanno ispirato l’Altman di “America oggi”). Tra gli italiani, leggo anche Sciascia e Ammaniti, poi Saviano e Carlotto. Per ispirarmi, qualche volta rifletto sui dialoghi di “Addio alle armi” di Hemingway.
Amo il cinema e ho scritto il romanzo come se scrivessi la sceneggiatura di un film e immaginando che ad interpretare i ruoli fossero: Fabrizio Bentivoglio (Bosdaves); Sergio Rubini (Spadaro); Laura Morante (Irene); Valentina Lodovini (Martina). Addirittura, descrivendo Spadaro, avevo davanti agli occhi una foto di Rubini (Capitolo 49, pag. 311 del romanzo).

Parli di sanità, un tema delicato. Mi viene subito in mente lo scandalo della sanità in Abruzzo, e il nome di Angelini. Quanto incide la cronaca di questi anni nel tuo romanzo?

Le storie di sanità sembrano riconducibili a innumerevoli casi concreti perché, nei loro passaggi fondamentali, si assomigliano un po’ tutte. Ma il mio è solo un romanzo, che tuttavia ha l’ambizione di restituire in modo credibile il clima di una città e, forse, la realtà di un intero Paese.

La tua Bari è davvero una città così noir? Parlaci delle sue bellezze dei suoi lati positivi.

Premesso che nel mio romanzo la città non fa da sfondo ma è la protagonista, credo che non ci sia  una città più “noir” di Bari: crocevia dei traffici con l’Est europeo (legali e illegali), ponte tra Oriente e Occidente (abbiamo una Chiesa Russa!), territorio lacerato dalla microcriminalità (giovani leve dalla pistola facile), quartieri sottoposti al dominio della malavita, aspirazioni egemoniche della Sacra Corona Unita. La bellezza della città? E’ soprattutto nei suoi abitanti, espressione di un vertiginoso ossimoro, perché riuniscono cinismo e slanci, disincanto e passione. E poi c’è il mare, certo. Senza di esso Bari non avrebbe senso.

In ogni romanzo c’è sempre un filo conduttore, un’ idea da cui scaturiscono le altre. Per Lupi di fronte al mare quale ‘è ?

Ho incubato a lungo il romanzo, perché contiene un assunto fondamentale verso cui provo un istintivo pudore: la potenza dei sentimenti come forza che contrasta l’appiattimento del malaffare e il precipizio dei valori. Poi la visione di un film come “Le conseguenze dell’amore” (Paolo Sorrentino) mi ha incoraggiato. Il punto è questo: come si può combattere il malaffare? Con un modo diverso di fare politica? Con la giustizia? La mancata abolizione delle province ha chiarito definitivamente l’incapacità della politica di auto-riformarsi, in quanto alla via giudiziaria, qualche giorno fa il c.d. processo “Gomorra”, quello contro gli industriali del Nord che scaricavano il loro rifiuti tossici in Campania, è finito in prescrizione. Al dunque! Se il malaffare nasce dal desiderio di potere, in definitiva dalla vanità o dal narcisismo, ebbene non è arrivato il momento di scavare in questo desiderio di dominio, di comprenderlo appieno, nei suoi aspetti persino antropologici? Le passioni, evocate nel titolo dalla forza del mare, possono scardinare il sistema: nel romanzo, si pensi all’attrazione di Sansipersico per la badante romena; alla passione di Varechine per Maravenié, che porta l’uomo a ricercare l’amicizia di Cikkeciakke; alla determinazione con cui la giornalista Martina svolge le indagini, perché intende ottenere la stima e l’affetto del capitano…

Per concludere vorrei esprimerti la mia riconoscenza per la tua disponibilità. Potresti fare qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri?
Vorrei scrivere il secondo romanzo di un’ipotetica trilogia, con protagonista il capitano Bosdaves, con una trama ambientata a Bari ma di contenuto diverso: penso all’alluvione della Cava di Maso, uno dei più grandi disastri ecologici europei degli ultimi anni, avvenuto di fronte a casa mia.

:: Intervista con Anna Castelli

16 ottobre 2011

5606380273_3dff544c75Ciao Anna. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Anna Castelli? Punti di forza e di debolezza.
 
Anna Castelli è una scrittrice che ricorda un pochino il tormentato supereroe Bruce Wayne/Batman: scrive di notte (quindi dorme poco) e di giorno lavora a tutt'altro, ma non smetterà mai di credere che l'Arte, in qualsiasi sua manifestazione, dia all'essere umano la gioia di vivere; per questo motivo temo proprio che continuerà a dormire poco per tutta la vita, visto che adora scrivere… d'altronde “Di Notte si Scrive Meglio” era anche il nome del blog che ha visto nascere “Emozioni Veneziane”.
 
Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
 
Ho 35 anni e scrivere mi è sempre piaciuto molto. Ho sperimentato varie forme di espressione artistica (strumenti musicali, voce, pittura, scherma coreografica…) ma pare che l'amore per la scrittura sia quella che prevale su tutte le altre.
Sono laureata in arte e architettura giapponese con una tesi sui costumi del teatro kabuki, con la quale ho voluto dare una classificazione ampia e organica agli strumenti utilizzati in una forma d’arte che si perpetua immutabile da secoli.
La mia infanzia è stata popolata dei personaggi che la mia mente creava: ho iniziato presto a raccontarmi le fiabe che non trovavo scritte nei libri.
 
Anna Castelli e Venezia sono un binomio strettamente legato. Parlaci della tua Venezia quella più segreta, quella in cui i turisti non vanno mai.
 
Preferisco svelare quella Venezia attraverso le mie opere, in modo che il lettore possa avvicinarsi alla città non più da semplice turista ma con un nuovo sguardo, quello di persona innamorata di questo gioiello dell’umanità.
“Emozioni Veneziane” è il primo tassello di questo percorso, a cui ha fatto seguito “Alchimia Veneziana”, un racconto metafisico destinato a diventare un graphic novel (e approfitto di questo canale per rintracciare un disegnatore che abbia voglia di collaborare con me, perché sto cercando uno stile particolare di disegno, per questo progetto).
Poi naturalmente sto preparando altro, sempre riguardo a Venezia: per questa città ho un’autentica, positiva ossessione, e credo che le ossessioni vadano soddisfatte, dunque io le soddisfo scrivendone.

Come è nato il tuo amore per la scrittura, l’estremo oriente e i duelli con le sciabole?
 
Per la scrittura, credo sia stata mia madre che mi ha insegnato a leggere e a scrivere a quattro anni, e da lì non ho più smesso, cercando nella mia mente le storie che non trovavo su carta.
L'estremo oriente è stata una scelta dettata dalla curiosità di comprendere a fondo un mondo così diverso dal nostro, di cui sentivo un'affinità istintiva che ho potuto assodare con lo studio.
Per quanto riguarda il duello a sciabola, si tratta di una nobiltà occidentale di combattimento che ho avuto la fortuna di praticare attraverso un grande Maestro, Giovanni Rapisardi il quale, oltre a essere Magistro Re di Scherma Storica e quindi uno dei migliori insegnanti di scherma in Italia, mi ha trasmesso la fierezza, il rispetto e l’orgoglio che ogni spadaccino dovrebbe avere nell'affrontare l'avversario: “Temi! … ma non avere paura” è un motto che mi ha insegnato Re Giovanni, e che ancora oggi utilizzo in tante situazioni.
 
Parlaci del tuo primo romanzo Emozioni veneziane che vanta la prefazione di Tinto Brass. Sensualità ed erotismo in che misura influenzano la tua scrittura?
 
Nella mia scrittura, sensualità ed erotismo fanno parte di un processo molto più ampio: contemplare una creazione artistica per comprendere le motivazioni e il messaggio dell’esecutore, gustare la realtà con tutti i sensi percependone appieno le implicazioni di bellezza che contiene, condividere le proprie scoperte con persone con cui si hanno affinità elettive… sono tutte tessere del mosaico della sensualità che mi piace ricomporre nei miei romanzi.
 
Quali libri amavi leggere da ragazzina e quali ti hanno accompagnato nell’età adulta?
 
Ero una divoratrice di Sherlock Holmes, poi mi sono innamorata di Arsène Lupin. Credo inoltre di avere tutti i Maigret pubblicati dalla Mondadori.
Poi è stato il momento dei “rosa”: i tanto vituperati Harmony contengono spesso delle chicche di intreccio e di stile inaspettate (comunque anche grazie ai nostri traduttori, che col loro lavoro ne esaltano la forma).
Al di là di quelli citati qui sopra, un libro a cui tengo molto anche fisicamente è “La Storia Infinita” di Ende: la mia edizione è scritta in verde e rosso, con i capilettera lavorati, tutti particolari che mi hanno emozionata non poco al tempo, tanto che mi sono ripromessa di riprodurre in ogni mio libro il piacere di un’opera che sia deliziosa non solo da leggere ma anche da guardare.
 
Hai dei maestri letterari, scrittori che ti hanno influenzato o meglio insegnato a trascrivere le emozioni in parole?
 
Credo di aver subito l’influenza di tutte le scritture che mi è capitato di leggere, ma il piacere della contemplazione della realtà come esaltazione dei sensi è un concetto mutuato dal mondo della letteratura classica giapponese, che va sotto il nome di mono no aware: l'emozione suscitata dalla bellezza del mondo, senza dimenticare che tale bellezza è destinata a svanire, come chi la osserva. È "compassione" in senso classico (cum-patire), cioè un partecipare coi nostri sentimenti a ciò che ci circonda, di cui facciamo parte e con cui condividiamo il destino transitorio di un divenire perpetuo.
 
Quali sono le qualità di un buon scrittore?
 
La perseveranza nel raggiungere gli obiettivi, perché la scrittura richiede un’enorme disciplina, e la capacità di osservare il mondo che lo circonda con una sensibilità immensa, trasferendo le sensazioni che percepisce nelle sue opere.
 
Ti capita mai di usare le tue esperienze personali nelle tue storie, o preferisci nutrirti di fantasia?
 

Più che le esperienze personali, trasferisco su carta i mondi che giungono alla mia mente, mescolando a essi elementi del mondo reale e personaggi che potreste benissimo trovarvi accanto al mattino mentre fate colazione al bar. Probabilmente è per questo che molti miei lettori dicono di trovarsi a proprio agio nelle mie storie.
 
Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?
 
La “briglia sciolta”, cioè la primissima parte della creazione, dove si controlla sommariamente che la storia stia in piedi e si iniziano a inserire elementi lasciando che la mente fluisca libera a comporre la trama: in quel momento, mi sembra che il cuore trabocchi d’inchiostro e riempia il foglio di parole, senza nessuna difficoltà.
 
Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.
 
Più che il tour in sé, mi piace molto incontrare i miei lettori, perché con tanti di loro si instaura un rapporto di amicizia che mi consente di crescere e maturare nella mia scrittura.
La cosa più divertente? La premiere di “Emozioni Veneziane” il 18 luglio all’Ostaria dai Kankari: c’erano talmente tanti amici che non sembrava più un locale pubblico, ma una festa privata, e tutti si sono divertiti talmente tanto che abbiamo prolungato i festeggiamenti fino a notte inoltrata, nonostante fosse un lunedì sera!

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?
 
Io adoro i miei lettori, perché i loro suggerimenti e i loro incoraggiamenti mi esaltano e mi permettono di scrivere con maggiore ispirazione; possono seguirmi alle mie presentazioni, che sono costantemente aggiornate sul calendario del mio sito http://www.annacastelli.com oppure possono scrivermi direttamente a ufficiostampa@annacastelli.com: io rispondo a tutti.
 
Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?
 
Ho appena consegnato l’articolo per il numero di ottobre della rivista “Mr. Bond!” e sto per aprire una rubrica del venerdì sul mio sito.
Sto cercando un valido disegnatore (o disegnatrice) per il graphic novel di ambiente veneziano, e finalmente mi sto dedicando al mio prossimo romanzo, di cui ho già in mente tutta la trama ma che richiede molto studio, visto che anche stavolta sarà un omaggio a una parte di quello che è l’immenso patrimonio storico-artistico di Venezia.
… e grazie a voi per l’ospitalità!

:: Intervista con Stefania Montorsi

16 ottobre 2011

Ciao Stefania. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Attrice, scrittrice. Chi è Stefania Montorsi? Punti di forza e di debolezza.

Questa è una domanda difficile. Non sono brava a parlare di me. E’ più facile che qualcosa esca fuori (più o meno consapevolmente) nei personaggi che interpreto, o che racconto. Una frase che mi piace e in cui mi ritrovo: ‘Tutti i passi della mia vita mi hanno portato qui, ora.’ È  di Alberto Garutti, un artista interessante che seguo da anni.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Da piccola passavo tanto tempo da sola, e fantasticavo, fantasticavo. Inventavo personaggi con cui condividevo giornate intere. Raccontavo ai miei amichetti di avere un fratello più grande, ma non era vero.
Dopo il liceo ho studiato Architettura, ho sostenuto tutti gli esami ma non mi sono laureata. Non lo facevo per me. era uno scoglio a cui mi aggrappavo nelle lunghe pause tra un film e l’altro. Studi impegnativi e coinvolgenti, ma non ho mai pensato che sarebbe diventata una professione. Era solo un hobby da secchiona.

Dopo tanti film di successo con registi importanti come è nato il tuo amore per la scrittura?

Mi piacciono le commedie, ora in Italia se ne vedono parecchie al cinema, ma verso la fine degli anni 90, no. Avevo in mente il film che avrei voluto vedere, e l’ho scritto. Così è nato Dillo con parole mie, e così ho capito che se mi veniva in mente una storia, potevo scriverla. Lo scultore/architetto/designer giapponese Isamu Noguchi dice che certe volte scopri come fare una cosa e poi la fai, altre volte ti capita di fare una cosa e poi scopri cosa hai fatto. Alcune persone seguono un percorso lineare nella vita, altre no.

Quali libri amavi leggere da ragazzina e quali ti hanno accompagnato nell’età adulta?

Il piacere della lettura l’ho scoperto da grande. In un negozio di scarpe sudo, sono indecisa e va a finire che non compro niente, da una libreria non esco mai a mani vuote. A parte i classici, tra i contemporanei amo AbrahamYehoshua, Hanif Kureishi, Jonathan Franzen, Philip Roth, Ian McEwan, Anne Tyler, Cathleen Schine, David Nicholls, Nick Hornby, Elena Ferrante, Goliarda Sapienza, Lia Levi. Nei loro romanzi trovo sempre qualcosa che mi appartiene, che parla di me.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena finito di leggere Libertà di Jonathan Franzen, un romanzo coinvolgente dalla prima all’ultima pagina e con un finale molto emozionante.

Hai da poco pubblicato Amori fuori corso ( Sonzogno) Ce ne vuoi parlare?

Amori fuoricorso è il mio primo romanzo. L’idea di partenza si limitava a un soggetto per un film, intendevo abbozzare la storia per poterla prporre a un produttore. Via via che prendevo appunti però mi sono resa conto che c’era tanto materiale, che voleva essere raccontato con calma, pretendeva spazio e dettagli, e così è diventato un romanzo.

La protagonista è un personaggio in cui ti rispecchi o somiglia a persone reali che ti è successo di incontrare? Ti capita mai di usare le tue esperienze personali nelle tue storie, o preferisci nutrirti di fantasia?

Non è un romanzo autobiografico, tuttavia è molto personale. C’è tanto di me in tutti i personaggi, e allo stesso tempo è frutto di fantasia e di cose rubate a persone che conosco o ascoltate più o meno accidentalmente al tavolo accanto al mio in un ristorante (sono una grande impicciona!). Parto sempre da un dato reale, che conosco bene, ma poi rielaboro talmente tanto che alla fine non so più neanche io cosa appartiene a chi.

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

La fase iniziale. Quella in cui mi innamoro di una storia e che mi fa vincere la pigrizia di sporcare i fogli d’inchiostro. Prendo appunti disordinati sul retro degli scontrini, sul telefonino, sulle pagine bianche del libro che sto leggendo. Ho una memoria cortissima, se non scrivo, dimentico.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Non ho fatto un vero tour promozionale per Amori fuoricorso. C’è stata una presentazione a Roma, e lo scorso settembre  a Chianciano. Per promuovere il romanzo sono stata ospite in diverse trasmissioni, soprattutto alla radio.

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Sono tanti i lettori che mi hanno scritto, uomini e donne, di tutte le età. Con facebook è più facile contattare un autore, se vuole essere contattato. Conservo in un file tutte le lettere che mi hanno inviato. È gioia pura leggere: mi sono identificata con Sandra, la protagonista di Amori fuoricorso.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho scritto un paio di articoli per la rivista Marie Claire e ho trovato una storia che mi piace. Forse diventerà un film, forse un romanzo, ancora non lo so, sono in piena fase ‘appunti’. Ehm…mi è appena venuta in mente un’idea, vi ringrazio dell’attenzione e corro a scrivere…

:: Recensione di La sindrome di Balzac di Aldo Putignano.

30 settembre 2011

la-sindrome-di-balzacCinque brevi racconti (La sindrome di Balzac, Arriba Ribas, Il cane di Pavlov, InFaust, Che sia da monito) compongono La sindrome di Balzac di Aldo Putignano Edizioni Cento Autori,  divertente e ben riuscita opera buffa piena di arguto umorismo e  spirito tutto napoletano. Non ho potuto non pensare a Massimo Troisi e Luciano De Crescenzo leggendo questi figli un po’ dispettosi della grande tradizione partenopea che se vogliamo va ancora più indietro nel tempo con i fratelli De Filippo. Specie l’ultimo “Che sia da monito”è un omaggio secondo me divertente e divertito alla mitica telefonata di Sergio Solli in No, grazie il caffè mi rende nervoso. Ne La sindrome di Balzac, racconto che apre la raccolta e dà il titolo all’opera, uno scrittore si trova a che fare con i grandi scrittori del passato che uno per uno occupano i suoi sogni mettendolo di fronte ai suoi limiti, ma siamo sinceri chi poi si è davvero letto per intero la recherche di Proust, io confesso come molti forse sono arrivata solo al terzo volume rileggendomi magari Un amore di Swann più volte. Finale inaspettato e bizzarro. In Arriba Ribas l’autore sbeffeggia e schernisce una certa idea di calcio facendo arrivare in serie A un vero brocco, e beffandosi di un annichilito Lotito incerto su come liberarsi del poco gradito ospite. Ne Il cane di Pavlov, un brachetto usato come cavia prende la sua rivincita sullo scienziato che lo usa per i suoi esperimenti. In InFaust ci troviamo davanti a uno scaltro personaggio che mette alla berlina e beffa niente di meno che il diavolo. Non si può non sorridere, leggendo questi racconti che scivolano via con leggerezza e rapidità, ma basta fermarsi un momento per capire che sono anche scritti bene. L’unico difetto che è troppo breve, ti verrebbe voglia di leggerne ancora.  

INTERVISTA AD ALDO PUTIGNANO – Seconda parte
(a cura di Diego Di Dio)

 
Ciao Aldo, benvenuto su LiberidiScrivere. Sai, i lettori di questo blog sono molto impegnati, quindi direi di arrivare subito al sodo, vale a dire alla tua ultima fatica letteraria. “La sindrome di Balzac” (Cento Autori). Direi di partire dal primo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta: io l’ho letto, ma forse altri no.
Quindi spiegaci cos’è questa sindrome di cui parli.

Ognuno di noi ha dei libri che dovrebbe aver letto e che invece, per vari motivi, ha sempre ignorato. Cosa succederebbe se alcuni grandi autori della letteratura vi venissero a trovare in sogno per chiedervi conto delle vostre letture? Avete letto Guerra e pace? E tutto Alla ricerca del tempo perduto? A me è capitato, e gli autori non l’hanno presa bene. E il più cattivo era Balzac, non lo voleva proprio accettare…

A quanto vedo non sono l’unico a non aver letto tanti classici. Ma davvero i classici sono così importanti per un importante autore? Al di là del tono scherzoso e bizzarro del tuo racconto, cosa pensi sul serio in merito a questo argomento? Occorrerebbe leggere più classici, occorrerebbe consultare maggiormente i maestri del passato? Oppure questa è una scuola di pensiero superata?

Leggere è fondamentale, e ognuno dovrebbe costruirsi una propria gerarchia di autori. Leggere i classici è divertente e molto istruttivo, ma è impossibile leggere tutto: contemperare l’opportunità con l’istinto è necessario, ma non bisogna farsi spaventare dalle opinioni correnti. I libri vanno assaggiati per poter essere valutati, e le sorprese sono più frequenti di quel che si crede. In particolare poi bisognerebbe leggere Balzac (dai, Honoré, facciamo pace…).

Secondo racconto, “Arriba ribas”. È la biografia bizzarra di un calciatore pessimo, che prima si dedica al pallone poi all’idraulica. Mi ha fatto ridere, anzi sai che ti dico? Forse, nell’ambito della raccolta, è il racconto che osa di più. Ci spieghi com’è nata questa storia?

Non sono mai stato un grande calciatore, quindi l’immedesimazione è stata facile. Al che ho pensato (il pensare istintivo degli scrittori): cosa succederebbe se un calciatore scarso come me fosse proiettato nel grande circo della serie A? E se incontrasse un presidente come Lotito, per giunta? Credo che ne uscirebbe massacrato, ma si divertirebbe un mondo e alla fine una sua strada la troverebbe…

A proposito, domanda che nessuno ti avrà mai fatto, anche perché non c’entra assolutamente niente: tu giochi a calcio? Ci hai giocato? Che ne pensi di questo sport?

Ho giocato, maluccio a dire il vero, ma con grande spirito. Io ero quello che organizzava le partitelle e trovava i giocatori, sempre, anche all’ultimo istante. Un bene prezioso nel calciotto dilettantesco. Per questo motivo non mi mandavano in porta ma giocavo avanti dove al massimo non segnavo, ma di danni ne facevo pochi. Ora ho smesso, ma se Lotito chiama…

E dei calciatori che scrivono libri, che ne pensi?

Sono contento. Finché qualcuno pensa che attraverso un libro si possa comunicare qualcosa io starò dalla sua parte. L’aspetto mediatico e commerciale m’interessa meno, non sono loro i nostri rivali, anzi, noi scrittori siamo già particolarmente bravi a farci del male da soli.

Terzo racconto, “Il cane di Pavlov”. Io amo molto gli animali e, ti devo confessare, il cane di questo racconto mi ha fatto davvero pena. In pratica si trova a sopportare tutti i bizzarri esperimenti del padrone, anche se le ultime pagine lasciano presagire un lieto fine. Due domande su questa storia. Prima: dove volevi arrivare, raccontandola?

È una satira sul mondo della scienza, sui tanti esperimenti che non portano a niente e su quelli che invece hanno cambiato il mondo. Mi sono chiesto: e se la cavia iniziasse a fare esperimenti sullo scienziato?

Seconda, la classica domanda che non c’entra nulla. Tu ami gli animali? Che rapporto hai con quelli domestici? Mica tratti i cani come Pavlov ha trattato il suo, vero?

Giuro. Però anche il “mio” Pavlov non è così cattivo, anzi, in fondo è un rapporto inter pares, con qualche colpo sleale da entrambi.

Eccoci al penultimo racconto. Direi che senz’altro è il più “impegnato”. InFaust, titolo che grossomodo già spiega il senso della storia. Ce ne vuoi parlare?

La letteratura, il calcio, la scienza, e infine la religione. Un patto con il diavolo, tutto qui, ma anche in questo caso l’ipotesi di un ribaltamento: perché devono sempre averla vinta loro?

Tu venderesti mai l’anima al diavolo? In cambio di cosa?

Credo di averlo fatto ma non ricordo quando. Anche se conoscendomi ci avrei guadagnato di più a vendere l’anima a un pasticciere, per fini meno alti. Ma il diavolo è un disonesto, e io diffido dal frequentarlo: nel caso mio non mi ha neppure rilasciato la ricevuta fiscale.

La raccolta si conclude con “Che sia da monito”. È un mezzo noir che si distacca dalle storie precedenti e, in certo senso, è un racconto sui generis nell’ambito della raccolta. Come mai hai sentito l’esigenza di chiudere la raccolta con una storia così diversa da quelle precedenti?

È la storia più realistica, nonostante il grottesco di fondo. Viviamo in una realtà in cui l’ardire dei malviventi sembra non avere limiti sempre più ristretti. Ho voluto deriderli, un riso aggressivo, ma inutile: ho paura. Il monito è per i lettori: dobbiamo resistere, chi delinque non è meglio di noi, anche il diavolo può essere sconfitto, figuriamoci quattro fessi senza arte né cultura. Siamo noi i più forti, ma dobbiamo crederci, e vivere di questa forza.