Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Intervista con Anna Castelli

16 ottobre 2011

5606380273_3dff544c75Ciao Anna. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Anna Castelli? Punti di forza e di debolezza.
 
Anna Castelli è una scrittrice che ricorda un pochino il tormentato supereroe Bruce Wayne/Batman: scrive di notte (quindi dorme poco) e di giorno lavora a tutt'altro, ma non smetterà mai di credere che l'Arte, in qualsiasi sua manifestazione, dia all'essere umano la gioia di vivere; per questo motivo temo proprio che continuerà a dormire poco per tutta la vita, visto che adora scrivere… d'altronde “Di Notte si Scrive Meglio” era anche il nome del blog che ha visto nascere “Emozioni Veneziane”.
 
Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
 
Ho 35 anni e scrivere mi è sempre piaciuto molto. Ho sperimentato varie forme di espressione artistica (strumenti musicali, voce, pittura, scherma coreografica…) ma pare che l'amore per la scrittura sia quella che prevale su tutte le altre.
Sono laureata in arte e architettura giapponese con una tesi sui costumi del teatro kabuki, con la quale ho voluto dare una classificazione ampia e organica agli strumenti utilizzati in una forma d’arte che si perpetua immutabile da secoli.
La mia infanzia è stata popolata dei personaggi che la mia mente creava: ho iniziato presto a raccontarmi le fiabe che non trovavo scritte nei libri.
 
Anna Castelli e Venezia sono un binomio strettamente legato. Parlaci della tua Venezia quella più segreta, quella in cui i turisti non vanno mai.
 
Preferisco svelare quella Venezia attraverso le mie opere, in modo che il lettore possa avvicinarsi alla città non più da semplice turista ma con un nuovo sguardo, quello di persona innamorata di questo gioiello dell’umanità.
“Emozioni Veneziane” è il primo tassello di questo percorso, a cui ha fatto seguito “Alchimia Veneziana”, un racconto metafisico destinato a diventare un graphic novel (e approfitto di questo canale per rintracciare un disegnatore che abbia voglia di collaborare con me, perché sto cercando uno stile particolare di disegno, per questo progetto).
Poi naturalmente sto preparando altro, sempre riguardo a Venezia: per questa città ho un’autentica, positiva ossessione, e credo che le ossessioni vadano soddisfatte, dunque io le soddisfo scrivendone.

Come è nato il tuo amore per la scrittura, l’estremo oriente e i duelli con le sciabole?
 
Per la scrittura, credo sia stata mia madre che mi ha insegnato a leggere e a scrivere a quattro anni, e da lì non ho più smesso, cercando nella mia mente le storie che non trovavo su carta.
L'estremo oriente è stata una scelta dettata dalla curiosità di comprendere a fondo un mondo così diverso dal nostro, di cui sentivo un'affinità istintiva che ho potuto assodare con lo studio.
Per quanto riguarda il duello a sciabola, si tratta di una nobiltà occidentale di combattimento che ho avuto la fortuna di praticare attraverso un grande Maestro, Giovanni Rapisardi il quale, oltre a essere Magistro Re di Scherma Storica e quindi uno dei migliori insegnanti di scherma in Italia, mi ha trasmesso la fierezza, il rispetto e l’orgoglio che ogni spadaccino dovrebbe avere nell'affrontare l'avversario: “Temi! … ma non avere paura” è un motto che mi ha insegnato Re Giovanni, e che ancora oggi utilizzo in tante situazioni.
 
Parlaci del tuo primo romanzo Emozioni veneziane che vanta la prefazione di Tinto Brass. Sensualità ed erotismo in che misura influenzano la tua scrittura?
 
Nella mia scrittura, sensualità ed erotismo fanno parte di un processo molto più ampio: contemplare una creazione artistica per comprendere le motivazioni e il messaggio dell’esecutore, gustare la realtà con tutti i sensi percependone appieno le implicazioni di bellezza che contiene, condividere le proprie scoperte con persone con cui si hanno affinità elettive… sono tutte tessere del mosaico della sensualità che mi piace ricomporre nei miei romanzi.
 
Quali libri amavi leggere da ragazzina e quali ti hanno accompagnato nell’età adulta?
 
Ero una divoratrice di Sherlock Holmes, poi mi sono innamorata di Arsène Lupin. Credo inoltre di avere tutti i Maigret pubblicati dalla Mondadori.
Poi è stato il momento dei “rosa”: i tanto vituperati Harmony contengono spesso delle chicche di intreccio e di stile inaspettate (comunque anche grazie ai nostri traduttori, che col loro lavoro ne esaltano la forma).
Al di là di quelli citati qui sopra, un libro a cui tengo molto anche fisicamente è “La Storia Infinita” di Ende: la mia edizione è scritta in verde e rosso, con i capilettera lavorati, tutti particolari che mi hanno emozionata non poco al tempo, tanto che mi sono ripromessa di riprodurre in ogni mio libro il piacere di un’opera che sia deliziosa non solo da leggere ma anche da guardare.
 
Hai dei maestri letterari, scrittori che ti hanno influenzato o meglio insegnato a trascrivere le emozioni in parole?
 
Credo di aver subito l’influenza di tutte le scritture che mi è capitato di leggere, ma il piacere della contemplazione della realtà come esaltazione dei sensi è un concetto mutuato dal mondo della letteratura classica giapponese, che va sotto il nome di mono no aware: l'emozione suscitata dalla bellezza del mondo, senza dimenticare che tale bellezza è destinata a svanire, come chi la osserva. È "compassione" in senso classico (cum-patire), cioè un partecipare coi nostri sentimenti a ciò che ci circonda, di cui facciamo parte e con cui condividiamo il destino transitorio di un divenire perpetuo.
 
Quali sono le qualità di un buon scrittore?
 
La perseveranza nel raggiungere gli obiettivi, perché la scrittura richiede un’enorme disciplina, e la capacità di osservare il mondo che lo circonda con una sensibilità immensa, trasferendo le sensazioni che percepisce nelle sue opere.
 
Ti capita mai di usare le tue esperienze personali nelle tue storie, o preferisci nutrirti di fantasia?
 

Più che le esperienze personali, trasferisco su carta i mondi che giungono alla mia mente, mescolando a essi elementi del mondo reale e personaggi che potreste benissimo trovarvi accanto al mattino mentre fate colazione al bar. Probabilmente è per questo che molti miei lettori dicono di trovarsi a proprio agio nelle mie storie.
 
Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?
 
La “briglia sciolta”, cioè la primissima parte della creazione, dove si controlla sommariamente che la storia stia in piedi e si iniziano a inserire elementi lasciando che la mente fluisca libera a comporre la trama: in quel momento, mi sembra che il cuore trabocchi d’inchiostro e riempia il foglio di parole, senza nessuna difficoltà.
 
Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.
 
Più che il tour in sé, mi piace molto incontrare i miei lettori, perché con tanti di loro si instaura un rapporto di amicizia che mi consente di crescere e maturare nella mia scrittura.
La cosa più divertente? La premiere di “Emozioni Veneziane” il 18 luglio all’Ostaria dai Kankari: c’erano talmente tanti amici che non sembrava più un locale pubblico, ma una festa privata, e tutti si sono divertiti talmente tanto che abbiamo prolungato i festeggiamenti fino a notte inoltrata, nonostante fosse un lunedì sera!

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?
 
Io adoro i miei lettori, perché i loro suggerimenti e i loro incoraggiamenti mi esaltano e mi permettono di scrivere con maggiore ispirazione; possono seguirmi alle mie presentazioni, che sono costantemente aggiornate sul calendario del mio sito http://www.annacastelli.com oppure possono scrivermi direttamente a ufficiostampa@annacastelli.com: io rispondo a tutti.
 
Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?
 
Ho appena consegnato l’articolo per il numero di ottobre della rivista “Mr. Bond!” e sto per aprire una rubrica del venerdì sul mio sito.
Sto cercando un valido disegnatore (o disegnatrice) per il graphic novel di ambiente veneziano, e finalmente mi sto dedicando al mio prossimo romanzo, di cui ho già in mente tutta la trama ma che richiede molto studio, visto che anche stavolta sarà un omaggio a una parte di quello che è l’immenso patrimonio storico-artistico di Venezia.
… e grazie a voi per l’ospitalità!

:: Intervista con Stefania Montorsi

16 ottobre 2011

Ciao Stefania. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Attrice, scrittrice. Chi è Stefania Montorsi? Punti di forza e di debolezza.

Questa è una domanda difficile. Non sono brava a parlare di me. E’ più facile che qualcosa esca fuori (più o meno consapevolmente) nei personaggi che interpreto, o che racconto. Una frase che mi piace e in cui mi ritrovo: ‘Tutti i passi della mia vita mi hanno portato qui, ora.’ È  di Alberto Garutti, un artista interessante che seguo da anni.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Da piccola passavo tanto tempo da sola, e fantasticavo, fantasticavo. Inventavo personaggi con cui condividevo giornate intere. Raccontavo ai miei amichetti di avere un fratello più grande, ma non era vero.
Dopo il liceo ho studiato Architettura, ho sostenuto tutti gli esami ma non mi sono laureata. Non lo facevo per me. era uno scoglio a cui mi aggrappavo nelle lunghe pause tra un film e l’altro. Studi impegnativi e coinvolgenti, ma non ho mai pensato che sarebbe diventata una professione. Era solo un hobby da secchiona.

Dopo tanti film di successo con registi importanti come è nato il tuo amore per la scrittura?

Mi piacciono le commedie, ora in Italia se ne vedono parecchie al cinema, ma verso la fine degli anni 90, no. Avevo in mente il film che avrei voluto vedere, e l’ho scritto. Così è nato Dillo con parole mie, e così ho capito che se mi veniva in mente una storia, potevo scriverla. Lo scultore/architetto/designer giapponese Isamu Noguchi dice che certe volte scopri come fare una cosa e poi la fai, altre volte ti capita di fare una cosa e poi scopri cosa hai fatto. Alcune persone seguono un percorso lineare nella vita, altre no.

Quali libri amavi leggere da ragazzina e quali ti hanno accompagnato nell’età adulta?

Il piacere della lettura l’ho scoperto da grande. In un negozio di scarpe sudo, sono indecisa e va a finire che non compro niente, da una libreria non esco mai a mani vuote. A parte i classici, tra i contemporanei amo AbrahamYehoshua, Hanif Kureishi, Jonathan Franzen, Philip Roth, Ian McEwan, Anne Tyler, Cathleen Schine, David Nicholls, Nick Hornby, Elena Ferrante, Goliarda Sapienza, Lia Levi. Nei loro romanzi trovo sempre qualcosa che mi appartiene, che parla di me.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena finito di leggere Libertà di Jonathan Franzen, un romanzo coinvolgente dalla prima all’ultima pagina e con un finale molto emozionante.

Hai da poco pubblicato Amori fuori corso ( Sonzogno) Ce ne vuoi parlare?

Amori fuoricorso è il mio primo romanzo. L’idea di partenza si limitava a un soggetto per un film, intendevo abbozzare la storia per poterla prporre a un produttore. Via via che prendevo appunti però mi sono resa conto che c’era tanto materiale, che voleva essere raccontato con calma, pretendeva spazio e dettagli, e così è diventato un romanzo.

La protagonista è un personaggio in cui ti rispecchi o somiglia a persone reali che ti è successo di incontrare? Ti capita mai di usare le tue esperienze personali nelle tue storie, o preferisci nutrirti di fantasia?

Non è un romanzo autobiografico, tuttavia è molto personale. C’è tanto di me in tutti i personaggi, e allo stesso tempo è frutto di fantasia e di cose rubate a persone che conosco o ascoltate più o meno accidentalmente al tavolo accanto al mio in un ristorante (sono una grande impicciona!). Parto sempre da un dato reale, che conosco bene, ma poi rielaboro talmente tanto che alla fine non so più neanche io cosa appartiene a chi.

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

La fase iniziale. Quella in cui mi innamoro di una storia e che mi fa vincere la pigrizia di sporcare i fogli d’inchiostro. Prendo appunti disordinati sul retro degli scontrini, sul telefonino, sulle pagine bianche del libro che sto leggendo. Ho una memoria cortissima, se non scrivo, dimentico.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Non ho fatto un vero tour promozionale per Amori fuoricorso. C’è stata una presentazione a Roma, e lo scorso settembre  a Chianciano. Per promuovere il romanzo sono stata ospite in diverse trasmissioni, soprattutto alla radio.

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Sono tanti i lettori che mi hanno scritto, uomini e donne, di tutte le età. Con facebook è più facile contattare un autore, se vuole essere contattato. Conservo in un file tutte le lettere che mi hanno inviato. È gioia pura leggere: mi sono identificata con Sandra, la protagonista di Amori fuoricorso.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho scritto un paio di articoli per la rivista Marie Claire e ho trovato una storia che mi piace. Forse diventerà un film, forse un romanzo, ancora non lo so, sono in piena fase ‘appunti’. Ehm…mi è appena venuta in mente un’idea, vi ringrazio dell’attenzione e corro a scrivere…

:: Recensione di La sindrome di Balzac di Aldo Putignano.

30 settembre 2011

la-sindrome-di-balzacCinque brevi racconti (La sindrome di Balzac, Arriba Ribas, Il cane di Pavlov, InFaust, Che sia da monito) compongono La sindrome di Balzac di Aldo Putignano Edizioni Cento Autori,  divertente e ben riuscita opera buffa piena di arguto umorismo e  spirito tutto napoletano. Non ho potuto non pensare a Massimo Troisi e Luciano De Crescenzo leggendo questi figli un po’ dispettosi della grande tradizione partenopea che se vogliamo va ancora più indietro nel tempo con i fratelli De Filippo. Specie l’ultimo “Che sia da monito”è un omaggio secondo me divertente e divertito alla mitica telefonata di Sergio Solli in No, grazie il caffè mi rende nervoso. Ne La sindrome di Balzac, racconto che apre la raccolta e dà il titolo all’opera, uno scrittore si trova a che fare con i grandi scrittori del passato che uno per uno occupano i suoi sogni mettendolo di fronte ai suoi limiti, ma siamo sinceri chi poi si è davvero letto per intero la recherche di Proust, io confesso come molti forse sono arrivata solo al terzo volume rileggendomi magari Un amore di Swann più volte. Finale inaspettato e bizzarro. In Arriba Ribas l’autore sbeffeggia e schernisce una certa idea di calcio facendo arrivare in serie A un vero brocco, e beffandosi di un annichilito Lotito incerto su come liberarsi del poco gradito ospite. Ne Il cane di Pavlov, un brachetto usato come cavia prende la sua rivincita sullo scienziato che lo usa per i suoi esperimenti. In InFaust ci troviamo davanti a uno scaltro personaggio che mette alla berlina e beffa niente di meno che il diavolo. Non si può non sorridere, leggendo questi racconti che scivolano via con leggerezza e rapidità, ma basta fermarsi un momento per capire che sono anche scritti bene. L’unico difetto che è troppo breve, ti verrebbe voglia di leggerne ancora.  

INTERVISTA AD ALDO PUTIGNANO – Seconda parte
(a cura di Diego Di Dio)

 
Ciao Aldo, benvenuto su LiberidiScrivere. Sai, i lettori di questo blog sono molto impegnati, quindi direi di arrivare subito al sodo, vale a dire alla tua ultima fatica letteraria. “La sindrome di Balzac” (Cento Autori). Direi di partire dal primo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta: io l’ho letto, ma forse altri no.
Quindi spiegaci cos’è questa sindrome di cui parli.

Ognuno di noi ha dei libri che dovrebbe aver letto e che invece, per vari motivi, ha sempre ignorato. Cosa succederebbe se alcuni grandi autori della letteratura vi venissero a trovare in sogno per chiedervi conto delle vostre letture? Avete letto Guerra e pace? E tutto Alla ricerca del tempo perduto? A me è capitato, e gli autori non l’hanno presa bene. E il più cattivo era Balzac, non lo voleva proprio accettare…

A quanto vedo non sono l’unico a non aver letto tanti classici. Ma davvero i classici sono così importanti per un importante autore? Al di là del tono scherzoso e bizzarro del tuo racconto, cosa pensi sul serio in merito a questo argomento? Occorrerebbe leggere più classici, occorrerebbe consultare maggiormente i maestri del passato? Oppure questa è una scuola di pensiero superata?

Leggere è fondamentale, e ognuno dovrebbe costruirsi una propria gerarchia di autori. Leggere i classici è divertente e molto istruttivo, ma è impossibile leggere tutto: contemperare l’opportunità con l’istinto è necessario, ma non bisogna farsi spaventare dalle opinioni correnti. I libri vanno assaggiati per poter essere valutati, e le sorprese sono più frequenti di quel che si crede. In particolare poi bisognerebbe leggere Balzac (dai, Honoré, facciamo pace…).

Secondo racconto, “Arriba ribas”. È la biografia bizzarra di un calciatore pessimo, che prima si dedica al pallone poi all’idraulica. Mi ha fatto ridere, anzi sai che ti dico? Forse, nell’ambito della raccolta, è il racconto che osa di più. Ci spieghi com’è nata questa storia?

Non sono mai stato un grande calciatore, quindi l’immedesimazione è stata facile. Al che ho pensato (il pensare istintivo degli scrittori): cosa succederebbe se un calciatore scarso come me fosse proiettato nel grande circo della serie A? E se incontrasse un presidente come Lotito, per giunta? Credo che ne uscirebbe massacrato, ma si divertirebbe un mondo e alla fine una sua strada la troverebbe…

A proposito, domanda che nessuno ti avrà mai fatto, anche perché non c’entra assolutamente niente: tu giochi a calcio? Ci hai giocato? Che ne pensi di questo sport?

Ho giocato, maluccio a dire il vero, ma con grande spirito. Io ero quello che organizzava le partitelle e trovava i giocatori, sempre, anche all’ultimo istante. Un bene prezioso nel calciotto dilettantesco. Per questo motivo non mi mandavano in porta ma giocavo avanti dove al massimo non segnavo, ma di danni ne facevo pochi. Ora ho smesso, ma se Lotito chiama…

E dei calciatori che scrivono libri, che ne pensi?

Sono contento. Finché qualcuno pensa che attraverso un libro si possa comunicare qualcosa io starò dalla sua parte. L’aspetto mediatico e commerciale m’interessa meno, non sono loro i nostri rivali, anzi, noi scrittori siamo già particolarmente bravi a farci del male da soli.

Terzo racconto, “Il cane di Pavlov”. Io amo molto gli animali e, ti devo confessare, il cane di questo racconto mi ha fatto davvero pena. In pratica si trova a sopportare tutti i bizzarri esperimenti del padrone, anche se le ultime pagine lasciano presagire un lieto fine. Due domande su questa storia. Prima: dove volevi arrivare, raccontandola?

È una satira sul mondo della scienza, sui tanti esperimenti che non portano a niente e su quelli che invece hanno cambiato il mondo. Mi sono chiesto: e se la cavia iniziasse a fare esperimenti sullo scienziato?

Seconda, la classica domanda che non c’entra nulla. Tu ami gli animali? Che rapporto hai con quelli domestici? Mica tratti i cani come Pavlov ha trattato il suo, vero?

Giuro. Però anche il “mio” Pavlov non è così cattivo, anzi, in fondo è un rapporto inter pares, con qualche colpo sleale da entrambi.

Eccoci al penultimo racconto. Direi che senz’altro è il più “impegnato”. InFaust, titolo che grossomodo già spiega il senso della storia. Ce ne vuoi parlare?

La letteratura, il calcio, la scienza, e infine la religione. Un patto con il diavolo, tutto qui, ma anche in questo caso l’ipotesi di un ribaltamento: perché devono sempre averla vinta loro?

Tu venderesti mai l’anima al diavolo? In cambio di cosa?

Credo di averlo fatto ma non ricordo quando. Anche se conoscendomi ci avrei guadagnato di più a vendere l’anima a un pasticciere, per fini meno alti. Ma il diavolo è un disonesto, e io diffido dal frequentarlo: nel caso mio non mi ha neppure rilasciato la ricevuta fiscale.

La raccolta si conclude con “Che sia da monito”. È un mezzo noir che si distacca dalle storie precedenti e, in certo senso, è un racconto sui generis nell’ambito della raccolta. Come mai hai sentito l’esigenza di chiudere la raccolta con una storia così diversa da quelle precedenti?

È la storia più realistica, nonostante il grottesco di fondo. Viviamo in una realtà in cui l’ardire dei malviventi sembra non avere limiti sempre più ristretti. Ho voluto deriderli, un riso aggressivo, ma inutile: ho paura. Il monito è per i lettori: dobbiamo resistere, chi delinque non è meglio di noi, anche il diavolo può essere sconfitto, figuriamoci quattro fessi senza arte né cultura. Siamo noi i più forti, ma dobbiamo crederci, e vivere di questa forza.

:: Recensione de “Il prossimo villaggio” di Lorenzo Esposito a cura di Valentino G. Colapinto

30 settembre 2011

9788896989104gIl prossimo villaggio. Racconti e macchine del tempodi Lorenzo Esposito: 144 pp. brossura, prezzo di copertina €13,50 [Caratteri Mobili, 2011].
 
Mio nonno soleva dire: «La vita è straordinariamente corta. Ora, nel ricordo, mi si contrae a tal punto che, per esempio, non riesco quasi a comprendere come un giovane possa decidersi ad andare a cavallo sino al prossimo villaggio senza temere (prescindendo da una disgrazia) che perfino lo spazio di tempo, in cui si svolge felicemente e comunemente una vita, possa bastar anche lontanamente a una simile cavalcata.»
 
Con questa citazione kafkiana, si apre Il prossimo villaggio di Lorenzo Esposito (Roma, 1974) componente della redazione di Fuori Orario (Rai Tre) e del direttivo di Filmcritica, nonché già autore del saggio Carpenter Romero Cronenberg. Discorso sulla cosa (2004) e della raccolta di aforismi Il digitale non esiste. Verità e menzogna dell’immagine (2009).
 
Racchiuso tra una prefazione e una postfazione entusiaste del critico cinematografico Enrico Ghezzi, Il prossimo villaggio è una raccolta di frammenti narrativi molto eterogenei tra loro. Libro quindi più che indicato per una collana chiamata Molecole (seconda uscita dopo 1975 di Franz Krauspenhaar), che si propone programmaticamente di pubblicare “aggregazioni narrative poliatomiche, legami letterari covalenti, meccanica quantistica della materia scrittoria”.
 
Ancora una volta, quindi, la giovane casa editrice barese Caratteri Mobili si distingue per l’originalità, la cura e il coraggio, pubblicando un oggetto letterario decisamente poco identificabile.
Trentadue brevi sequenze cinematografiche, che si risolvono in visioni surrealistiche ed enigmatiche. Il tempo e lo spazio si deformano in racconti-non racconti in cui non c’è un inizio, una fine e forse neppure una storia, ma soltanto un’allucinata riflessione sull’immagine (vero interesse monomaniacale dell’autore).
Le suggestioni sono tante. Kafka in primis, ma anche le apocalissi di Ballard o le mutazioni di Cronenberg. Consigliato a chi vuole immergersi in un multiverso parcellizzato e straniante.
 
Valentino G. Colapinto

:: Intervista con Lara Adrian a cura di Elena Romanello

29 settembre 2011

DSCN2763Autrice della saga vampiresca romantica della Stirpe di mezzanotte, edita da Leggereditore, Lara Adrian è venuta in Italia a incontrare i suoi fan, iniziando da una serata abbastanza affollata presso la libreria Feltrinelli di Torino.

L'ultimo libro uscito da noi è Il bacio eterno. Cosa ci puoi dire su questa tua fatica?

Il bacio eterno è il sesto libro della serie della Stirpe di mezzanotte, ed ho scelto di incentrarlo sul personaggio di Andreas, un personaggio che avevo introdotto nel terzo libro della saga senza volerlo far diventare un protagonista, ma poi man mano che andavo avanti mi piaceva sempre di più e ho scelto di fare un libro su di lui.

Come mai hai scelto di scrivere questa saga, e da dove è venuto fuori il tuo approccio particolare alla figura dei vampiri, che hanno un'origine fantascientifica?

Scrivevo romance di ambientazione medievale e volevo cambiare genere. Ho sempre amato i vampiri e quando ho avuto l'opportunità di scrivere qualcosa di genere paranormale ho scelto loro, però non amavo l'idea tradizionale di cadaveri ambulanti, non li sentivo sexy o romantici, e mio marito ad un certo punto ha detto Magari sono alieni! facendomi venire l'idea.

Negli Stati Uniti è in uscita il decimo libro della saga. Ma tua quanti libri avevi progettato all'inizio?

Quando ho proposto al mio agente di scrivere di vampiri avevo in mano solo un libro. Il mio agente era perplesso perché non era ancora scoppiato il fenomeno Twilight, l'ha letto con l'editore, gli è piaciuto molto e me l'hanno accettato, chiedendomi una trilogia. Dopo me ne hanno chiesta un'altra e poi un'altra ancora, ho dovuto allungare la trama originale, inserendo nuove storie e personaggi.

Hai già un'idea di che conclusione poi dare a tutto?

No, ma posso anticipare che nel decimo volume succede qualcosa di veramente importante e decisivo per lo svolgimento di tutta la vicenda.

Cosa ne pensi della moda dei vampiri, un filone ricchissimo ma con la tendenza di essere considerato tutto uguale e tutto di basso livello?

Trovo curioso che ogni anno ci sia chi dice che la moda sta finendo ma in realtà continuano ad uscire titoli. Credo che il mercato sia un po' saturo per i nuovi autori, e questo potrebbe essere un sintomo di crisi. Io leggo soprattutto urban fantasy, mi piacciono autrici come Jeaniene Frost, Larissa Ione e Marjorie Liu, in particolare perché popolano le loro storie non solo di vampiri ma di altre creature fantastiche, cosa che piacerebbe fare poi anche a me.

I tuoi libri piacciono tantissimo qui in Italia. Cosa ne pensi di questa cosa?

Sono da sempre affascinata da come i miei libri vengono accolti all'estero, ho scoperto il mio grande successo italiano grazie alla mia assistente, che cercava le copertine dei miei libri all'estero. Da questo è nato un contatto con Leggereditore, ed eccomi qui.

Non sei mai stata contattata per fare un film o una serie tv dai tuoi libri?

Ho avuto un contatto da Lifetime per un serial, ma non sono la loro cliente ideale, Lifetime è un canale molto soft, per famiglie, e la mia saga non ha certo queste caratteristiche. Mi piacerebbe molto, certo che dovrò adattarmi all'idea che chiunque prenderà i diritti sulle mie opere poi ne farà cosa vorrà. Non ho un'idea particolare su che attori o attrici potrebbero interpretare i miei personaggi, vivono nella mia testa con tante caratteristiche fisiche che si mescolano.

Ma chi è Lara Adrian e come ha cominciato a scrivere?

Ho sempre adorato leggere e scrivere ma sono cresciuta in una cittadina del Michigan, lontana dal mercato editoriale. È stato mio marito a spronarmi a scrivere, e per il mio primo romanzo ci ho messo due anni, era un romance medievale e se mi avessero detto che avevo soltanto il due per cento di possibilità avrei mollato. Ho dovuto scegliermi uno pseudonimo, per i romanzi storici mi sono chiamata Tina St. John, ma per i paranormal ho scelto un nome diverso, ho voluto che iniziasse con la A perché fosse in bella mostra, ho scelto Adrian perché vuol dire ancora oscuro, e Lara perché con mio marito adoriamo Il dottor Zivago.

In chi ti identifichi?

C'è qualcosa di me in tutti i personaggi, diciamo che amo molto Savannah e Gabrielle, ed anche Andreas, con cui ho voluto creare un personaggio positivo insolito, nella letteratura statunitense è ancora oggi difficile, decenni dopo la fine della seconda guerra mondiale, che un tedesco possa essere l'eroe di una storia.

Qualche anticipazione su una possibile conclusione? E come mai i tuoi personaggi, soprattutto Andreas, hanno tutte queste peripezie?

Credo che per finire prenderò degli elementi che ho seminato nel secondo romanzo della serie. Ma comunque, come ho già detto, il decimo libro segna una svolta radicale, dopo tutto non sarà più lo stesso.

Ti piacerebbe ambientare un libro in Italia?

Ho portato i miei protagonisti lontani da Boston, non conosco l'Italia, ma ci starò adesso due settimane e mi sembra un Paese molto affascinante e interessante. Perché no?
 
Elena Romanello

:: Premio Hadrianus: a Tarquinia trionfa Maurizio De Giovanni

27 settembre 2011

Sono passati pochi giorni dal premio Nebbia Gialla 2011 e Marizio De Giovanni si aggiudica un nuovo prestigioso riconoscimento il premio Hadrianus il giallo e il nero.

Il progetto, è affidato alla direzione artistica dello scrittore Luigi De Pascalis che è anche membro della Giuria Tecnica. La stessa, di assoluto prestigio, è presieduta da Daniela Carmosino, docente di letteratura italiana contemporanea, ed è composta da Enzo Golino, fondatore della pagina culturale de La Repubblica e critico militante, da Gaetano Savatteri, giornalista e scrittore, e da Giorgio Gosetti, storico del cinema, vice presidente del Festival del cinema di Venezia e anima di Courmayeur noir festival. Il premio ha anche una Giuria popolare composta da 21 cittadini di Tarquinia particolarmente amanti della letteratura di genere.

Sabato 24 settembre 2011 si è svolta nella sala consiliare del Comune di Tarquinia la serata finale della prima edizione del premio.

Il primo premio è stato assegnato a Maurizio De Giovanni, per Il giorno dei morti, Fandango Libri.
Il secondo premio è stato assegnato ad Amara Lakhous per Divorzio all’islamica a viale Marconi, Edizioni E/O.
Il terzo premio è stato attribuito a Marco Malvaldi per Odore di chiuso, Sellerio.

Inoltre ad Amara Lakhus è stato consegnato da Giorgio Gosetti Il premio “Un libri per il cinema”.
Il premio della Giuria popolare è stato invece assegnato a Maurizio De Giovanni.
Un trofeo Hadrianus è stato assegnato anche alla Fandango Libri per l’alta qualità della sua collana di narrativa.

All’assegnazione del premio si è arrivati attraverso una laboriosa selezione. Inizialmente venti prestigiose firme della narrativa, del giornalismo e dell’editoria italiani (tra cui Altieri, Bernardi, Buticchi, Carofiglio, De Cataldo, Varesi) hanno indicato il giallo o noir di maggior interesse pubblicato nel 2010. Ne è venuta fuori una lista di sedici romanzi scritti in lingua italiana da autori italiani o stranieri. Contemporaneamente la Giuria tecnica ha apprestato un elenco di case editrici distintesi nella pubblicazione di gialli o noir. In seguito, dal confronto tra le due selezione, la Giuria tecnica ha stilato la lista dei sei libri partecipanti alla prima edizione di Hadrianus, il giallo e il nero e l’ha passata alla Giuria popolare. Nei mesi successivi, ultimata la lettura dei testi, la Giuria tecnica ha provveduto a stilare l’elenco dei tre autori ed editori finalisti ed ha individuato il testo di “Un libro per il cinema”. Mentre, in assoluta autonomia, la Giuria popolare ha individuato il libro da premiare tra i sei proposti.

:: Recensione dell’antologia “Meridione d’inchiostro” a cura di Valentino G. Colapinto

26 settembre 2011

Nuova immagineMeridione d’inchiostro” di AA.VV.: 135 pp. brossura, prezzo di copertina €12,00 [Stilo Editrice, 2011].
 
Ormai da diversi anni la narrativa pugliese riscuote sempre più interesse da parte del pubblico e degli addetti ai lavori. Scrittori di genere come Carofiglio e De Cataldo o autori più letterari come Lagioia e Desiati pubblicano presso le case editrici più prestigiose, vendono centinaia di migliaia di copie e ottengono premi importanti.
Si tratta quindi di un filone già ampiamente sfruttato, che però non cessa di riservare piacevoli sorprese come per l’appunto Meridione d’inchiostro, una deliziosa antologia della Stilo Editrice, curata ottimamente dall’editor Giovanni Turi.
Nove scrittori meridionali sono stati chiamati a esprimere le contraddizioni e l’anima autentica del sud con un racconto inedito: Cosimo Argentina, Osvaldo Capraro, Omar Di Monopoli, Gabriella Genisi, Giuseppe Goffredo, Andrej Longo, Raffaele Nigro, Livio Romano e Cristina Zagaria.
Giovanni Turi ha coinvolto in questa operazione editoriale scrittori prevalentemente pugliesi e soprattutto autori che vivono ancora nel meridione e non sono emigrati al nord come tanti loro colleghi.
Ogni brano è preceduto da una lettera e da alcuni lemmi tratti dai paesaggi, usi e gastronomia del sud, al fine di realizzare una sorta di alfabeto del Mezzogiorno. In molti racconti traspare una forte tensione etica, una voglia di riscatto dei meridionali che si ribellano ai soliti stereotipi.
Tanti i brani notevoli. Segnaliamo in particolare Nostro Signore l’Uomo-Purpu di Omar Di Monopoli, una storia nerissima raccontata attraverso gli occhi di un ragazzino illetterato alle prese con un fratello albino, che pare arrechi solo tragedie alla sua famiglia e che alcuni vorrebbero sacrificare all’Uomo Purpu, grottesca incarnazione dello spirito del mare. Il tutto narrato col solito impasto barocco di italiano e salentino, cui Di Monopoli ci ha abituato fin dai suoi primi libri.
In viaggio con mio padredel decano della narrativa pugliese, Raffaele Nigro, racconta invece con delicatezza un inutile viaggio della speranza in Svizzera per curare il padre. Un’esperienza autobiografica che contraddice i soliti luoghi comuni sulla malasanità meridionale.
Ma probabilmente il componimento migliore della raccolta è lo splendido Anche oggi mangio sabbia di Giuseppe Goffredo. Un intenso poema in prosa che con un ritmo sincopato ci fa vivere in presa diretta il dramma dei giovani meridionali, costretti dalla disoccupazione ad arruolarsi nell’esercito, e poi impiegati in terre lontane come l’Afghanistan per missioni cosiddette di pace. Carne da cannone comprata a buon prezzo, che perde la vita senza sapere neppure perché. Un piccolo capolavoro che si presta benissimo a una riduzione teatrale.
In definitiva – a parte uno o due racconti meno riusciti – un’antologia curata davvero con molta attenzione e amore, di cui è già stato annunciato un seguito.
 
Valentino G. Colapinto

:: Intervista con Donato Carrisi

23 settembre 2011

il-tribunale-delle-animeGrazie Donato di avere accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Parlaci un po’ di te. Sei nato nel 1973 a Martina Franca (Ta). Ti sei  laureato in Giurisprudenza con una tesi su Luigi Chiatti. Ne è seguita poi la specializzazione in criminologia e scienza del comportamento Nel 1999 hai iniziato l’attività di sceneggiatore per cinema e televisione. Sei una firma del Corriere della Sera.  Chi è Donato Carrisi?

Ma devi sapere che ho iniziato la mia attività di scrittore scrivendo per il teatro a 19 anni. Avevo una piccola compagnia teatrale mentre studiavo Giurisprudenza. Provengo da una famiglia di avvocati che sicuramente immaginava per me un futuro legato a quella professione. Fare lo scrittore non era previsto. Comunque io sono essenzialmente un lettore. Amo scrivere le cose che mi piacerebbe leggere, mi nutro di quello che leggo. Sono cambiato ben poco dopo l’improvviso successo che ho ottenuto dopo Il Suggeritore. Sono rimasto io. Il successo non è mai merito solo dello scrittore, ma di tutta la gente che ha intorno. Tutti contribuiscono a renderti ciò che sei: i collaboratori, gli amici, la famiglia. Per questo il mio stile di vita non è cambiato affatto.

Come hai scoperto la passione per la scrittura? Quali sono i tuo autori di riferimento?

Devo dire che ho sempre scritto. Mi piaceva raccontare storie fin dall’asilo. Mi ricordo che mi divertivo enormemente a spaventare gli altri bambini con racconti horror, li atterrivo letteralmente. Poi ho spaziato in vari generi dalla commedia al noir; sì, forse il thriller è il genere che mi permette di trasmettere maggiori emozioni e che mi riesce meglio. Ti racconto un fatto che forse nessuno sa: ho iniziato a 12 anni a leggere gli Harmony di una mia zia, c’era tutto in quei libri: thriller, sesso, passione. I miei autori di riferimento. Sicuramente Michael Connelly, che tra l’altro sarà mio padrino negli Stati Uniti, quando a gennaio debutterò con Il Suggeritore. Non immagini cosa ho provato quando ho ricevuto la sua mail dove si complimentava con me per quel libro. E’ stato incredibile. Poi Jeffery Deaver e Giorgio Faletti, che è un amico.

Con Il Suggeritore romanzo d’esordio, sei diventato una specie di autore cult, conosciuto in tutto il mondo. Premi, interviste, fiere letterarie, presentazioni. Come hai gestito il grande successo che ne è conseguito?

Io mi diverto molto a conoscere le persone, gestisco personalmente il mio profilo su Facebook. La magia più grande di essere uno scrittore e che gli altri leggono il tuo libro e tu puoi entrare nelle loro vite. Loro dedicano una parte del loro tempo per dedicarsi alla lettura, meritano questa attenzione. E poi io mi diverto a scrivere. Fare lo scrittore è il mestiere più figo del mondo; dire diversamente sarebbe come sputare in faccia a Cristo.

E’ da pochi giorni uscito il tuo secondo romanzo Il tribunale delle anime sempre con Longanesi. Raccontaci qualche aneddoto curioso legato alla sua stesura.

Fare lo scrittore è un po’ come fare l’agente segreto. Entri davvero dovunque. Si aprono le porte del mondo. Luoghi non aperti al pubblico diventano subito accessibili, basta dire di essere uno scrittore e che ti stai documentando per il tuo prossimo libro. Non importa che tu sia famoso o meno, basta dire che sei uno scrittore e tutti ti concedono permessi felici di farti visitare i luoghi più nascosi. E’ stato così che ho potuto visitare Roma, visitare luoghi di cui non ne conoscevo l’esistenza pur vivendo a Roma da anni. Di aneddoti curiosi te ne potrei raccontare molti. Per esempio la scena ambientata al Caffè della Pace è stata scritta proprio mentre ero seduto al tavolino di quel caffè, non alle 6 del mattino un po’ dopo, mentre si sentiva in sottofondo il rumore della macchina per l’espresso o il rumore delle tazzine che tintinnavano. Ho cercato di trasmettere in quello che scrivevo tutto questo persino l’odore della polvere.

E’ un libro molto inquietante e la cosa più inquietante è che è legato a fatti reali.La Petinenzeria, la ragazza messicana camaleonte, il serial killer trasformista sono fatti reali che non nascono dalla semplice fantasia di uno scrittore . Come ti sei documentato?

Stavo scrivendo il mio secondo libro e sono venuto a conoscenza dell’esistenza dei cacciatori del buio, persone di cui neanche cercando su internet c’era traccia. Mi è sembrato materiale per una storia thriller meravigliosa così ho interrotto il libro che stavo scrivendo e ho telefonato al mio editore Stefano Mauri, e gli ho detto che avrei ricominciato da capo con un’ altra storia. Gli ho raccontato cosa avevo in mente e lui mi ha detto che era una idea magnifica, di approfondirla, che il bravo scrittore si vede dal secondo libro in poi.

In ogni romanzo c’è sempre un filo conduttore, un’ idea da cui scaturiscono le altre. Per Il tribunale delle anime quale ‘è ?

Sicuramente la Penitenzieria e poi il dilemma che si pone di fronte alla scelta tra perdono e vendetta.

Ne scriveresti una sceneggiatura o preferisci che siano altri  a farlo?

Sì, sono senz’altro favorevole a trasformare il romanzo in una sceneggiatura. Magari supervisionerei il lavoro di altri sceneggiatori.

Per concludere vorrei esprimerti la mia riconoscenza per la tua disponibilità. Potresti fare qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri ?

Attualmente non sto scrivendo, mi sto preparando per andare a gennaio negli Stati Uniti per presentare Il Suggeritore. Per adesso mi concentro su questo.

:: Intervista con Kim Edwards a cura di Elena Romanello

23 settembre 2011

Dopo aver già viaggiato nei meandri dell’animo umano, soprattutto di quello femminile, in particolare negli affetti, Kim Edwards torna con un nuovo romanzo, Un giorno mi troverai, che è venuta a presentare in Italia, al festival di letteratura di Mantova.
Un giorno mi troverai, titolo originale Lake of dreams, edito da Garzanti, racconta la storia di Lucy, una trentenne trasferitasi in Giappone con il compagno Yoshi dopo una giovinezza segnata dalla morte forse accidentale del padre, che torna nella sua casa d’infanzia in un periodo di crisi per fare pace con passato e presente, trovando molte cose cambiate e scoprendo verità remote risalenti a molto prima della sua nascita.
Interessante sondare cosa c’è dietro al romanzo dell’autrice forse più completo ed interessante, dopo i successi di Figlia del silenzio e La madre perfetta.

La grande protagonista della vicenda che narra è la ricerca delle radici del proprio passato e della riscoperta di eventi lontani. Perché l’ha scelto?

Penso che siano più le storie a scegliere l’autore che viceversa. Sentivo di voler scrivere la storia di qualcuno che voleva risolvere alcune cose del suo passato, che doveva tornare nella casa dove era cresciuto per capire qualcosa di più sulla morte di suo padre, ma non avevo previsto che poi sarebbe emersa la storia di questa antenata cancellata dalla famiglia. Scrivendo di Lucy, la mia protagonista, sono arrivata a scrivere anche di Rose, ed ha un certo punto la storia di quest’ultima ha chiesto di essere raccontata.

Nelle pagine del suo romanzo si parla di globalizzazione, uno dei personaggi, Yoshi, il compagno della protagonista, è giapponese, e i personaggi lavorano per un ONG: secondo lei ci può essere una globalizzazione buona?

Ho voluto portare in questo romanzo una mia esperienza: nel 1992 ho passato alcuni mesi proprio in Cambogia, dove andrà anche Lucy, a lavorare per una ONG. Erano le ONG a portare avanti un certo tipo di discorso di supporto ad un popolo che usciva da decenni di dittatura e guerre civili, e rimasi colpita da tante persone disposte a fare sacrifici per i cambogiani. Penso che questa sia una buona forma di globalizzazione, basata sulla solidarietà e sullo scambio.

Un altro tema che emerge è la ricostruzione delle battaglie del movimento delle suffragette: quanto è importante ricordarle oggi?

Il libro è ambientato nella zona dei Five Fingers Lake dello stato di New York, dove a partire dal 1848 si formò il primo nucleo del movimento delle sufragette. Ho studiato e scoperto la storia di queste donne incredibili mentre scrivevo il mio romanzo, e mi sono appassionata a cosa queste donne sono state in grado di fare. Le ho immaginate, ho pensato che hanno consegnato il loro lavoro a tutto il mondo e che in molti casi non sono vissute abbastanza a vedere i frutti. Molti degli eventi e dei luoghi di cui parlo esistono veramente, in ogni caso non dobbiamo dimenticarle, e anche se ci sono stati dei passi da gigante, molti dei problemi che loro avevano ci sono ancora oggi, i salari, la maternità, le discriminazioni.

Gli eroi della sua storia fanno scelte di vita controcorrente dal punto di vista lavorativo: può essere un modo per uscire dalla crisi di oggi?

La zona dello stato di New York era fortemente industrializzata all’inizio del Novecento, ma in tempi più recenti molte delle aziende hanno chiuso, e questo ha portato molti suoi abitanti a reinventarsi e ad essere creativi. Oggi i Five Fingers Lake sono una zona di turismo e di artigianato, come ricordo anche in Un giorno mi troverai.

Quali saranno i suoi prossimi progetti?

Ho in mente un romanzo, un grosso progetto. Ma in questo momento è solo un’idea, sono in giro a promuovere e non riesco a fare le due cose contemporaneamente.

Quali sono i libri e i film che ama?

Leggo moltissimo, e sarebbe troppo lungo elencare tutto ciò che amo. In questo momento sto leggendo un romanzo del vostro Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore e mi piace molto come è costruito. Credo che lo utilizzerò come esempio per il prossimo ciclo di lezioni di scrittura creativa che terrò.

Elena Romanello

:: Recensione di Fuego di Marilù Oliva

22 settembre 2011

fuegoEcco a voi Fuego un romanzo davvero caliente di una scrittrice che amo moltissimo, dal suo debutto con Repetita, un noir che mi ha affascinato in modo incredibile e che ancora oggi faccio fatica a staccarmene l’inchiostro delle pagine dalle dita. Ma si sa Marilù Oliva, scrittrice, mamma, insegnate di lettere, salsera, appassionata di Dante e di Gabriel Garcia Marquez, è una donna piena di sorprese e ha voluto dare vita con Tú la pagarás! e ora con Fuego ad un personaggio femminile Elisa Guerra, La Guerrera, che in parte nasce dal suo amore per la cultura sudamericana, e che me la rende molto vicina soprattutto per il suo modo di scrivere che si avvicina molto al realismo magico, contaminato da un sensualità e gioia di vivere tutta bolognese. Perché un po’ di magia c’è, ci sono i sogni rivelatori, c’è Catalina, l’amica di Elisa, che nei tarocchi cerca di capire la vita e l’amore, ma c’è anche tanto realismo, Elisa è una donna concreta, che sfiora il mistero, le credenze indigene, le piccole superstizioni legate ai culti di una cultura altra ma non per questo meno vera e vitale. Certo la Bologna notturna di Elisa fatta di locali underground dove il rum scorre a fiumi, i ballerini di salsa praticano la danza come un culto, e non tutto è luce, droga e prostituzione gestita da personaggi ambigui come il Paolone sporcano le ore di svago di chi di giorno lotta con la vita ma di notte vive una vita parallela fatta di sogni, entusiasmo e tanta musica. Anche Elisa di giorno si trova a fare i conti con un lavoro in nero come pony express di pizza a domicilio su uno scooter sgangherato, con gli studi da criminologa, con le mille incognite di una giornalista precaria che fa di tutto per lavorare in una redazione importante, con le frustrazioni di chi deve fare tutto da sola in un mondo difficile dove falsificare un curriculum o meglio scriverlo creativamente è una necessità più che un inganno. Elisa che adora le patatine, che nasconde con il correttore le imperfezioni del viso segnato dall’acne, che ha un maestro di capoeira brasiliana che  oltre alle mosse di quella danza che non è vera lotta le dispensa lezioni di vita, che apprende da Dante, eredità della donna della donna che l’ha cresciuta con durezza e inflessibilità, come avvicinarsi al Fuego, simbolo alchemico e nome della sua rivista che distribuisce gratuitamente per le vie di Bologna, nei suoi completi con scarpe dai tacchi vertiginosi. Sensuale, ostinata, decisa, Elisa La Guerrera si trova di nuovo invischiata in una storia complicata e investigatrice suo malgrado per aiutare il timido ispettore Gabriele Basilica e perché qualcuno le ha dato fuoco allo scooter e una donna misteriosa travestita da uomo con i baffi finti ed esperta di lotta l’ha aspettata sotto casa per aggredirla senza motivo. E ci scappano anche i morti, il presunto piromane ritrovato senza vita con lo stomaco pieno di droga fucsia, la stessa che Elisa aveva visto alle spalle della barista cubana Ibelis in un attimo di distrazione e ora mi fermo perché sono senza fiato, perché questo libro è così ti prende e ti fa correre svoltando le pagine fino al finale che vi sconsiglio vivamente di andare subito a leggere una volta che avrete il libro tra le mani. Un piccolo cameo per Benito, ho sperato fino all'ultimo che lo sconsiderato che l'aveva chiuso in un congelatore se ne ricordasse.

:: Intervista con Natasa Dragnic

20 settembre 2011

Ciao Natasa. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Dicci qualcosa di te. Chi è Natasa Dragnic? Punti di forza e di debolezza.

Grazie, il piacere è tutto mio.
Natasa Dragnic è una piccola ragazza che insegnava alle sue bambole e si esercitava davanti allo specchio mentre riceveva il suo 2° o 4°Oscar e scriveva poesie d’amore con il cuore spezzato, sempre con il cuore spezzato. Ma in qualche modo questa ragazza compirà 46 anni quest’anno, non chiedetemi come questo sia possibile, è un miracolo … Ma avere 46 anni ha i suoi lati positivi: sono molto sicura di me, questa è la mia più grande forza. Non ho mai smesso di credere in me. Anche dopo che alcune persone molto importanti mi ha detto di lasciare perdere. Sapevo che posso scrivere e che posso farlo. E poi quando sento entusiasmo vero, posso gridare di felicità. Questa è la bambina che c’è ancora in me … debolezze. Ne ho un sacco. Posso essere molto pigra. Riesco a malapena a dire di no ad un cioccolatino. Devo ancora imparare a trattare con i soldi …

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho avuto un’infanzia molto felice. Mi sono sentita amato e protetta. Sono sempre stata molto testarda ed essendo la più giovane ottenevo molto spesso quello che volevo. Non ho mai fatto quello che non mi piaceva. Bene ho fatto del mio meglio per non farlo. Ho studiato lingue e letteratura e poi avrei voluto studiare recitazione, ma mi hanno detto che ero troppo vecchia. Recitare era la mia grande passione. E lo è ancora. E poi c’è mio figlio …

Quando hai saputo che avresti voluto diventare una scrittrice? Qual è il momento in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Ho scritto la mia prima poesia quando avevo 6 anni . Pochi anni dopo il mio primo romanzo. Così si può dire che già da molto presto avevo molto chiaro quello che volevo fare. E ‘diventato un “lavoro vero” quando la mia storia ha trovato un editore. Ma “lavoro” è forse una connotazione negativa, perché ci sono così tante persone che odiano il loro lavoro ed è terribile. Io dico sempre che faccio quello che ho sempre voluto fare. Sono anche pagata per farlo. Cosa si può chiedere di più!

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Cosa siano le qualità tipiche o cosa sia un buon scrittore non lo so. Ma so che uno scrittore deve essere in grado di stare da solo. A lungo, lunghe ore. Deve essere paziente. Deve avere dubbi, ma allo stesso tempo essere sicuro di sé. Sapere sempre quello che vuole. E deve leggere molto.

Quali lavori hai svolto in passato prima di diventare scrittrice a tempo pieno? Cosa puoi dirci di queste esperienze?

Sono stata un’ insegnante per la maggior parte del tempo, e in realtà lo sono ancora. Mi piace insegnare, la condivisione della conoscenza. Due anni ho lavorato nel settore del turismo, che mi ha aiutato molto con questo libro: è così che ho conosciuto Makarska così bene. Un anno l’ ho trascorso presso il ministero degli Affari Esteri, ed è stato molto educativo per me: ho capito quello che non voglio fare. Ma ho incontrato un sacco di gente simpatica e interessante … mio marito, per esempio.

Parlaci del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Sì e no. Voglio dire, solo ad un editore era piaciuto molto, ma non poteva dire di sì perché non provava  “la sensazione viscerale”. Così non hanno provato sentimenti viscerali numerosi altri editori tedeschi … Così ho tentato la fortuna con gli agenti sperando di saperne di più. Ma trovare un agente è difficile tanto quanto trovare un editore. Ed io ero molto impaziente e così ho fatto una cosa che normalmente non si dovrebbe fare: ho inviato le prime 50 pagine a 6 diversi agenti contemporaneamente! Alcuni di loro dissero di no, alcuni hanno detto no ma poi volevano saperne di più, e Oliver Brauer ha detto sì. Così ci siamo incontrati, abbiamo firmato il contratto e 2 mesi dopo mi ha trovato un editore, uno molto buono, DVA. Sono andata a incontrarli, ci siamo piaciuti l’un l’altro … E così le montagne russe sono cominciate …

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi ha influenzato la tua scrittura?

Ce ne sono così tanti… Ma io adoro Dostojewski, Thomas Mann, André Gide, Austin. Mi piace Milena Agus, Nicole Krauss, Mulisch, Paul Auster … ce ne sono così tanti  …

Cosa ti ha ispirato a scrivere Ogni giorno ogni ora Feltrinelli 2011?

Tutto è iniziato con un breve racconto che ho scritto per un concorso di scrittura. L’argomento era l’ albergo. Così ho scritto di un paio di persone che si incontravano dopo lungo tempo. Questo è il capitolo iniziale del libro. Non ho vinto. Ma il fatto che due persone che, ovviamente, si amano ancora non abbiano trovato il modo di stare insieme mi ha infastidito molto. Volevo capire. Come può accadere! Così ho iniziato dall’inizio. E ho visto dove Dora e Luka mi portavano …

Ti capita mai di usare le tue esperienze personali nelle tue storie?

Naturalmente. Ma questo non significa che siano autobiografiche. Io uso tutto quello che so e la mia esperienza. E ho sempre scritto qualcosa di cui volevo saperne di più.

Qual è o sono le tue scene preferite nel libro?

L’apertura del capitolo. O forse la scena all’asilo. Mi piacciono molto i bambini. E ‘difficile per me. E ‘come chiedere ad una madre quale è il suo figlio preferito …

Il primo capitolo presenta i protagonisti. Potresti dire al pubblico cosa succede?

Beh, preferisco di no. Vorrei che fosse il lettore completamente da solo a scoprirli. Voglio dire l’ho scritto. Ora tocca al lettore di scoprirli …

Quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più facile e perché?

Non posso dire che ci siano stati personaggi più o meno difficile da scrivere, perché essi stessi scrivono. Io sono proprio come un loro segretario. Uno molto sensibile e attento e devoto, pieno di comprensione e compassione e simpatia. Ma non sono io quella che decide su di loro. Loro mi parlano. Devo solo ascoltarli.

Il romanzo ha una struttura inusuale circolare. Perché?

Beh, non lo trovo insolito perché era l’unico modo per me di scrivere la storia. Dovete sapere che la storia e la sua struttura emerge insieme nella mia testa, non posso iniziare a scrivere prima di sapere esattamente come fare. E poi era la storia di Dora e Luka, tutto era secondario e importante solo perché aveva qualcosa a che fare con uno di loro. O di entrambi.

Puoi parlarci un po’ dei tuoi protagonisti, Luka e Dora?

La maggior parte delle persone amano Dora, ma pochi trovano Luka amabile. Per un verso posso capirli per un altro no. Ok, è debole e non può prendere una decisione. E allora? Noi non siamo macchine perfette, siamo noi. Ma è pieno d’amore, lui può dare e accettare, può vivere per amore non ne ha paura – quanti uomini del genere ci sono  lo sai? E poi è molto responsabile. Li amo entrambi, anche se mi fanno impazzire a volte. Ma ancora una volta sono parte di me e io non voglio non amare ogni parte di me.

È il romanticismo nel mondo contemporaneo è un’opportunità?

Per la salvezza, vuoi dire? (Sorride) Sì, può essere. Anche se direi che l’amore è ancora la più sicura via della felicità e della vita equilibrata. Prima di tutto, l’amore per te stesso. Ma ognuno può scegliere per lui stesso: il romanticismo, amore, passione … finché funziona e non fa male a nessuno.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?

Quando non sto insegnando scrivo di mattina. Mi piace fare tutto al mattino, io non sono un tipo notturno. Vado a letto presto. Quando scrivo ascolto musica, musica per lo più strumentale, jazz o classica. Ma a volte tengo acceso anche il mio televisore, per lo più muto. Tutto dipende da ciò che sto scrivendo e in che parte della storia o del processo sono. Mi capita spesso di fare pause, leggere le mie mail, controllare facebook e twitter. Oppure appena alzata cammino attraverso la casa. Molto spesso rimango seduta al mio tavolo, e guardo attraverso la finestra o verso la mia biblioteca. Adoro essere circondata da libri, a guardarli. Mi sembra che siano sempre lì per me. Ma per tutto questo tempo non ho mai lasciato la mia storia e i miei personaggi.

Qual è la tua parte preferita del processo di scrittura?

Quando sono immersa nella scrittura, in attesa di vedere cosa succederà dopo. Quando il mio cervello è molto più veloce delle mie dita, e ciò mi rende emotivamente e fisicamente malata quindi devo smettere. Ma so che sta andando nel modo giusto. E’ una sensazione incredibile.

Quanto è importante un buon titolo?

Molto. Lo dico come autore e come lettore. Se non mi piace il titolo, io probabilmente non lo leggerò, per non parlare di comprare un libro. Deve dire qualcosa a proposito del libro senza rivelare nulla, credo. E ‘per creare un’immagine in mente ai lettori. Proprio come un coperchio. Ti fa prendere un libro tra tutti gli altri libri nel negozio.

Scrivi anche racconti o solo romanzi ?

Io scrivo racconti, ma solo perché per lungo tempo non ho avuto tempo per un romanzo. Ma non me ne pento, ora ho un sacco di buoni racconti e mi piace molto.

Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro? Se Hollywood chiamasse, quali attori vedresti nelle parti di Dora e Luka?

Oh, arrivassero! Per ora nessuna idea! Non che io non ci stia pensando. Ma nessuna Angelina Jolie, o  George Clooney, questo è sicuro. Vediamo quando ci arriveremo.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ignacio Martínez de Pisón, “El tiempo de las mujeres”, in tedesco. Mi piace molto.

Sei femminista?

Cosa vuoi dire con questo? Non penso mai a categorie uomo / donna, non sono stata educata in questo modo, anche se mio padre era piuttosto conservatore. Ma aveva due figlie che voleva fossero forti e di successo. Così ho fatto quello che volevo fare, non pensando al mio sesso come a qualcosa che mi potesse limitare sul mio cammino.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Adoro presentare il mio libro e incontrare i suoi lettori, davvero. Non riesco a farlo abbastanza. E ciò che mi diverte di più è quando i lettori vogliono sapere se c’è un lieto fine oppure no. Essi vogliono essere rassicurati. Come se toccasse a me. Alcuni di loro non capiscono che la storia è loro e che sono autorizzati a fare quello che vogliono: tutto quello che sentono o vogliono è giusto.

Che consiglio daresti agli aspiranti scrittori?

Se avete dubbi, cercate di non scrivere. Se dovete farlo allora vuol dire che siete scrittori e avrete successo ma forse ci vorrà del tempo. Quindi siate pazienti. E, molto importante, trovare un gruppo di scrittura, un gruppo di autori di fiducia in modo da poter scambiare i vostri pensieri.

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Come ho già detto, mi piace il contatto con i miei lettori. Mi piace sapere cosa hanno da dire. E possono sempre contattarmi su facebook (http://www.facebook.com/pages/Natasa-Dragnic-Dora-Luka/128047293940782) o sul mio sito (www.natasa-dragnic.de) e scrivere una email. Ho sempre risposto non appena ho potuto.

Infine, la domanda inevitabile: a cosa stai lavorando ora?

Non posso dire molto. E’ mia  intenzione scrivere una sorta di storia di famiglia, ma non proprio. Si svolgerà in Italia, Germania e Stati Uniti. Per saperne di più si dovrà aspettare (Sorride).

:: Recensione di La stanza del male di Jerker Eriksson e Hakan Axlander Sundquist

20 settembre 2011

la stanza del maleOmicidi brutali di ragazzini insanguinano la Svezia. Il commissario Jeanette Kihlberg e la psicologa Sofia Zetterlund indagano e a poco a poco si evidenziano i contorni di un serial killer. Un serial killer dalla personalità disturbata, vittima nell’infanzia di abusi e molestie e ora carnefice che scatena la sua follia prima su ragazzini provenienti dal terzo mondo e perciò di cui nessuno si interessa e poi su svedesi. Tutte le vittime vengono torturate allo stesso modo, ma nonostante questo legame la ricerca del mostro che ha saputo infliggere tanta sofferenza si presenta difficile o quasi impossibile perché i mostri hanno volti rassicuranti, si insinuano tra la gente come miti individui a volte neanche consapevoli del loro lato oscuro. Ecco in breve la trama di questo psicothriller scandinavo opera prima di una coppia di giovani scrittori Jerker Eriksson e Hakan Axlander Sundquist di cui sentiremo ancora parlare. A prima vista può apparire scontata: serial killer con infanzia abusata che si mette a uccidere inseguito da una coppia di ligi tutori dell’ordine pronti a tutto per fermarlo. Sullo sfondo la moderna e evoluta Svezia di oggi con i suoi problemi e le sue contraddizioni. Ne La stanza del male prima di tutto abbiamo una coppia protagonista tutta al femminile la determinata e ruvida Jeanette Kihlberg e la psicologa Sofia Zetterlund e già questo dona alla trama un taglio originale poi abbiamo un singolare modo di descrivere il male nei suoi risvolti più duri e sgradevoli. Diciamolo subito è un thriller per palati forti. Non adatto a chi si impressiona facilmente. Ci sono torture di ragazzini e questa parte devo essere sincera mi ha leggermente angosciato. E’ un libro scritto bene intendiamoci, ben costruito, incredibilmente efficace, ma ti lascia un retrogusto amaro, un ulcerante senso di asfissia. Non è una lettura da fare con leggerezza, ha sicuramente qualcosa in più del classico romanzo di evasione. Un che di sadico, perverso, che fà sentire il lettore ben poco al sicuro. Il finale poi mi ha lasciato disorientata, mai avevo visto niente di simile e fidatevi ne ho letti parecchi di thriller e per lo più scandinavi. Non starò certo a svelarvelo ma sicuramente chi lo leggerà avvertirà il mio stesso sconcerto. Tipi interessanti Jerker Eriksson e Hakan Axlander Sundquist entrambi con alle spalle mille lavori e ora diventati scrittori con un’ aura che li circonda decisamente inquietante. So che molti nostri lettori amano le storie forti e qui certamente troveranno pane per i loro denti. Dalle notizie in rete e dai lanci di stampa La stanza del male edito in Italia da Corbaccio è descritto come un caso editoriale internazionale, con tirature eccezionali e diritti acquisiti dai più importanti editori europei. Aspetto i vostri commenti naturalmente.