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:: Intervista a Giulio Passerini curatore della raccolta Racconti del giorno e della notte di Giuseppe Bonura a cura di Viviana Filippini

17 aprile 2012

Dove è stato trovato il dattiloscritto con i racconti di Bonura?

Era ormai da qualche mese che lavoravo nello studio di Bonura. La signora Claudina aveva deciso di donare all’Università Cattolica le carte del marito, e in attesa che venissero sbrigate le procedure burocratiche avevo cominciato a lavorare presso la sua abitazione. Un giorno, fra una carpetta e l’altra, salta fuori questa busta con su scritto Racconti del giorno e della notte. Erano racconti inediti, che lo scrittore aveva raccolto in preparazione di una futura pubblicazione.

In quanto curatore dell’edizione come hai svolto il tuo lavoro?

Anzitutto ho verificato che il testo corrispondesse alla volontà ultima dell’autore: per far questo ho cercato informazioni sul progetto editoriale da lui deciso, ho verificato l’esistenza di eventuali redazioni anteriori o posteriori dello stesso dattiloscritto, e infine ho controllato quali dei racconti della raccolta fossero effettivamente inediti e quali invece già apparsi su giornali o riviste.

Come è nato il tuo interesse verso la figura di Bonura?

Dal mio lavoro di tesi: ho scoperto pian piano un autore di grandissimo interesse critico e letterario.

I racconti sono divisi in 4 parti (mattina, pomeriggio, sera e notte). Secondo te perché Bonura li ha divisi in queste fasi temporali?

Bonura aveva un rapporto molto intenso, quasi viscerale con la natura, e le manifestazioni atmosferiche giocano un ruolo centrale nella sua opera. Nei Racconti del giorno e della notte il susseguirsi dei momenti della giornata scandisce con sapiente alternanza i temi e i sentimenti, ma tutto il volume viene percorso a passi più o meno decisi da un’ombra costante di tristezza, così come da un abbacinante raggio di dubbio. La vita vi è ritratta come dietro il velo della canicola del mezzogiorno, quando gli occhi e la mente sono tratti in inganno dai vapori, oppure attraverso l’umido della notte, quando l’aria prende forma e scontorna quello che ci circonda: ecco, la scrittura di Bonura è così, come febbricitante in pieno sole.

Dal “Giorno” arrivando agli episodi della “Notte”, i personaggi vanno crescendo nel senso che da singoli individui si formano piccoli gruppi e  una intera comunità. E’ possibile che Bonura abbia voluto rappresentare attraverso personaggi narrativi l’umanità reale?

Letteratura e umanità procedevano per Bonura su binari paralleli: hanno le proprie leggi, le proprie attese, le proprie aspirazioni, ma entrambe accusa la propria finitezza, la propria imperfezione; né la vita né la letteratura per Bonura potevano essere comprese nel loro senso più profondo. Quello che lo scrittore e l’uomo possono fare è cercare di avvicinarsi quanto più possibile all’ideale di senso e completezza che ci si prefissa, con la coscienza che questo senso sfuggirà sempre e che al suo posto troveremo un senso che la vita ha scelto per noi. In questa ricerca lo scrittore trova un compagno nel lettore, e l’uomo nell’uomo, e non è difficile immaginare che questa ricerca di senso in cui ci si dibatte da soli possa portare a incontrarsi in una vita di società (umana o letteraria), una vita con riti e celebrazioni quasi liturgiche.

Il paesaggio di ambientazione naturale e cittadino che funzione ha nella raccolta. Semplice cornice o è possibile intenderlo come personaggio integrante delle storie?

Città e natura o, più spesso, città e provincia sono i poli attraverso cui corre il cuore e la penna di Bonura che, originario della provincia, non si troverà mai a suo agio nella Milano in cui vivrà per la maggior parte della vita. E lo stesso si può dire dei suoi personaggi, spesso provinciali inurbati o cittadini in villeggiatura, che nel paesaggio che li circonda troveranno di volta in volta un alleato o un nemico.

I personaggi sono grotteschi e a volte sembrano caricature, affetti da tic, ossessioni paure e comportamenti maniacali. Perché l’umanità rappresentata da Bonura è così derelitta?

C’è una traccia di borghesia fantozziana nei personaggi di Bonura, è vero,  ma c’è anche molto della sua tempra morale. Era fondamentalmente un pessimista, ma non per questo riteneva ammissibile (per sé o per i suoi personaggi) abbandonare una condotta di vita moralmente robusta; ed è qui che entra in scena la satira e il grottesco, il filtro più adatto per fustigare vizi e piccolezze senza perdere il sorriso, per quanto amaro.

La raccolta Racconti del giorno e della notte si chiude con il racconto lungo dal titolo Il lungo anno dell’apocalisse. Che valore ha secondo te questa storia? Lo scrittore che alla fine riceve il manoscritto potrebbe essere un alter ego di Bonura?

Sì, senza dubbio, come moltissimi altri suoi personaggi del resto. Ogni scrittore mette nei propri personaggi qualcosa di sé, ma questo nel caso di Bonura è particolarmente vero. L’intreccio di verità e finzione e il sovrapporsi di piani di realtà diversi sono alcune delle sue specialità.

Leggendo Racconti del giorno e della notte mi sono venuti in mente scrittori come Iginio Tarchetti, Pasolini, Gadda e Savinio (per il senso di surrealismo di alcune situazioni) è possibile che Bonura sia astato influenzato da questa letteratura? Se sì cosa avrebbe recuperato da questi autori?

Era un lettore fortissimo quindi è senz’altro possibile (anzi, praticamente certo) che conoscesse molto bene l’opera di questi scrittori. In particolare credo che un certo “surrealismo domestico” di Savinio possa essere una buona categoria per interpretare tante pagine della sua opera; a Pasolini certo lo avvicina una militanza lunga una vita (per quanto condotta sulla base di idee molto diverse); mentre Gadda è stato certamente uno dei modelli più importanti per la costruzione di una scrittura dove gioco, esperimento e gravità fossero un tutt’uno.

Quale è il racconto presente nella raccolta che ti ha attratto di più e perché?

Se dovessi sceglierne solo uno sceglierei il Provinciale: è senz’altro uno dei più amari ma al contempo anche uno dei più comici.

Se avessi la possibilità di parlare con Bonura cosa ti piacerebbe sapere di questa sua raccolta?

Come giustamente si chiede anche Alessandro Zaccuri nell’introduzione, avrei da chiedergli perché mancano i racconti del Mezzogiorno.

Tu sei un curatore di opere letterarie, perché secondo te in Italia c’è sempre un po’ di “dubbio” e reticenza nel prendere in considerazione le raccolte di racconti  rispetto alla forma del romanzo?

Metto un attimo le mani avanti: non è da molto che lavoro in questo campo e, in particolare, questo è appena il secondo volume che ho l’occasione di curare. Detto ciò quanto mi dici purtroppo è la verità. La “short-story”, malgrado l’importanza che ha avuto (di volta in volta come novella o racconto) nella storia della nostra letteratura, è un genere che in Italia non ha una fortuna paragonabile a quella del romanzo, tanto fra gli scrittori quanto fra i lettori. Ed è un peccato perché abbiamo avuto dei veri maestri in questo genere, e Giuseppe Bonura è stato uno di questi.

:: Intervista a Diana Lama

16 aprile 2012

Grazie Diana per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. So che sei nata a Napoli, sei laureata in medicina, sei una scrittrice che adora scrivere racconti. Chi è Diana Lama?

Grazie a te Giulia. Chi è Diana Lama? Domanda difficile, sono tante cose insieme, come credo chiunque di noi. Dunque, sono un medico, professore universitario. La mia specializzazione è Cardiochirurgia ma da molti anni non opero più e lavoro al Policlinico di Napoli come ecocardiografista. Sono uno scrittore di thriller, giallo, noir, in qualunque modo si voglia definire il genere che ha a che fare con delitti, morte e ombre dell’animo umano. E’ vero che ho al mio attivo parecchie decine di racconti pubblicati da più o meno tutti i più importanti editori italiani, ma non direi che ho preferenze tra racconti e romanzi. Sono solo un po’ lenta per i romanzi, ma ne ho comunque pubblicati quattro e un paio ancora in via di revisione. Poi sono una mamma orgogliosa  di tre figlie ragazzine, sono il manager di una banda di bambini che suonano ottoni e fiati per beneficenza, sono la felice proprietaria di un leprotto domestico che si chiama Ginger. Che altro? Dipingo, al momento con gli acrilici ma adoro l’acquarello, credo di essere un artista incompreso, e sono una maniaca di cinema, specie thriller, ovviamente.

Raccontaci qualcosa del tuo background, della tua infanzia.

Infanzia di grande lettrice. Vengo da una famiglia dove la lettura era privilegiata. Pensa che dello stesso libro ne avevamo più copie in casa, perché ognuno, tra genitori e figli, aveva la propria libreria personale. Fin da piccola sono stata una lettrice onnivora, da Le mie prigioni di Silvio Pellico in edizione integrale con note a fronte a tutto Salgari, Stevenson, Burroghs, Dickens, Mark Twain, Maupassant, Guareschi e qualunque altro autore stuzzicasse la mia fantasia. Leggevo di tutto, e a otto anni ho scoperto i Gialli Mondadori di mio padre e mio zio, e ho iniziato a divorarli di nascosto. Quando i miei se ne sono accorti me li hanno sequestrati fino ai quattordici anni, ma il primo amore non si scorda mai. Ho una collezione di Gialli Mondadori e di tutta questa narrativa davvero imponente: libri letti, straletti e spesso riletti, che affollano la stanza che sognavo di possedere da bambina: una vera biblioteca, con le pareti ricoperte dal pavimento al soffitto di librerie in ciliegio, una poltrona di pelle rossa e volumi ovunque, anche per terra, e ahimè, ormai in doppia fila negli scaffali. Sono rimasta un lettore onnivoro e bulimico. Leggo per vivere.

Parlaci del tuo amore per i libri. Come è nato? Cosa trovi di più affascinante nel mestiere di scrittrice?

Mi piaceva e mi piace leggere perché ti permette di entrare in altri universi sconosciuti dove puoi esplorare modi di pensare, sistemi di vita, abissi e vette dell’animo umano. Passare alla scrittura è stata una naturale evoluzione. Amo il fatto di poter creare con la mente mondi paralleli alla realtà, in cui l’unico limite è la mia capacità di immaginare, di rendere credibile una storia, e soprattutto di renderla godibile ai lettori. Il meraviglioso potere creativo della scrittura è un qualcosa di cui non potrei fare a meno.

Hai esordito nella narrativa con il romanzo giallo Rossi come lei, scritto in coppia con Vincenzo De Falco, che ha vinto nel 1995 il Premio Tedeschi. Che ricordi hai del tuo debutto: cosa hai provato quando hai firmato il tuo primo contratto, quando sei stata alla prima presentazione?

Un’emozione indimenticabile. Grazie a quel Premio entrai di colpo nel mondo che avevo sempre sognato: la Redazione del Giallo Mondadori alla Mondadori di Segrate, dove conobbi Gianfranco Orsi e Lia Volpatti, figure mitiche del mio universo di appassionata giallista. E poi la Premiazione del Tedeschi al Noir in Festival, l’incontro con P.D. James, in assoluto la mia scrittrice di thriller preferita, e il grande Sergio Altieri. Fu come ritrovarsi all’improvviso catapultata nel proprio sogno.

Poi hai pubblicato come romanzi: Nell’ombra, Solo tra ragazze, La Sirena sotto le alghe e un infinità di racconti genere difficilissimo da scrivere e un po’ sottovalutato. Come nascono i tuoi racconti? Parlaci del passaggio tra l’idea e la stesura del testo.

Sono d’accordo che il racconto è sottovalutato come mezzo di narrazione. Si crede che perché è limitato come lunghezza debba essere facile da scrivere, e non è così. Il racconto deve in poche pagine avvincere l’attenzione del lettore, racchiudere un’idea originale e, nel caso sia giallo, una motivazione per un crimine plausibile, tratteggiare personaggi interessanti, e lasciare sul finale a bocca aperta. Non è semplice. Io personalmente preferisco racconti brevi, sotto le dieci pagine. Generalmente comincio un racconto per due motivi: o mi viene un’idea fulminante, oppure mi viene chiesto di scriverne uno per un’antologia con un tema che mi intriga. In questo secondo caso non mi stresso molto, perché so che improvvisamente mi verrà in mente il quid attorno al quale incentrare la storia. Non so come succede, ma a un certo punto so che cosa voglio raccontare. Ovviamente la cosa che più mi stuzzica è il perché si uccide, e meglio ancora perché si viene uccisi, cosa trasforma una persona in vittima. Da quel momento in poi è facile: cerco di scrivere quello che mi piacerebbe leggere, e credo di essere un lettore esigente. J

Quali scrittori hanno maggiormente influenzato il tuo stile narrativo, il tuo modo di costruire una storia?

Tantissimi, nel campo del giallo a parte i classici, letti e assimilati in gioventù, ho amato moltissimo Ed McBain, P.D. James, Elisabeth George, Ruth Rendell, Donald Westlake, Coornell Woolrich, James Headley Chase, Patrick Quentin, Sjowall e Wahloo, Doris Miles Disney, i primi di Jeffery Deaver e i primi di Thomas Harris, Josephnine Tey, e tantissimi altri giallisti che sarebbe troppo lungo elencare. Poi ovviamente c’è Jane Austen, che rileggo con immutato piacere appena posso, i classici per ragazzi che ho già citato, Maupassant, Sciascia, Harper Lee, Wolfe, Tolstoj, Hardy, e tanti altri. Confesso un debole per la letteratura anglosassone.

Qual è la tua parte preferita del processo di scrittura? Quali sono le qualità necessarie per diventare un buon scrittore?

Qualità necessaria e indispensabile per essere un buon scrittore è sicuramente essere un lettore vorace. Non si può fare questo lavoro se non si ha un amore viscerale per i libri. Non saprei dire quale parte mi piaccia di più del processo di scrivere, ma certamente quando scrivo entro in una dimensione particolare, che ogni creativo conosce, nella quale non c’è tempo, non c’è fatica, la storia è davanti ai miei occhi come se la leggessi o la vedessi, e il piacere del processo creativo è un valore a sé.

Alcune scrittrici si lamentano che l’editoria è in mano maschili, che se sei donna è più difficile pubblicare e farsi conoscere, devi insomma essere brava il doppio di un uomo per avere metà del sua considerazione. Ti riconosci in questa affermazione o pensi che uomini e donne abbiano le stesse possibilità?

Direi che in Italia purtroppo questo problema esiste. Non mi pare che sia così all’estero. Per il mio genere letterario non a caso molti dei più grandi nomi sono donne, che hanno successi di critica e di vendite pari a quelli dei colleghi maschi.

Una mia amica scrittrice tedesca mi ha citato tra i nomi degli scrittori italiani di gialli e noir più famosi in Germania il tuo. Non è facile per uno scrittore italiano pubblicare in Germania. Come è nato il tuo legame con la Germania?

Sono molto contenta dell’apprezzamento dei lettori tedeschi, che mi seguono da tempo. Due dei miei romanzi scritti con Vincenzo de Falco, Rossi come lei e Nell’ombra, sono stati tradotti in Germania, dove all’epoca fummo addirittura paragonati a Fruttero & Lucentini, cosa di cui sono stata molto onorata. L’anno scorso è uscito in Germania La sirena sotto le alghe, che è andato molto bene, tant’è che sta per essere pubblicato il secondo della stessa serie, Il circo delle meraviglie, che in Italia è ancora inedito. Credo che ai lettori tedeschi piaccia molto il contrasto tra la solarità del Cilento, dove sono ambientate queste storie, e il buio dell’anima dei personaggi protagonisti. L’altro romanzo, Solo tra ragazze, che è una storia di suspence un po’ torbida, è invece uscito in Francia in quattro diverse edizioni, in Russia e in Canada.

Nel 2003 hai fondato l’associazione Napolinoir. Parlaci della situazione degli scrittori partenopei. C’è qualche nome di esordiente da tenere particolarmente d’occhio?

A Napoli ormai c’è un fiorire di scrittori di gialli, tra cui alcuni molto interessanti, e ne sono veramente contenta, anche perché ho fondato Napolinoir proprio per il desiderio di confrontarmi con altri scrittori e lettori di questo genere. All’epoca non avevo nessuno con cui parlare di gialli, e invece a Milano, a Roma e a Bologna nascevano associazioni simili, così mi sono decisa, e devo dire con piacere che Napolinoir è al momento la più antica associazione di genere giallo in Italia. Siamo amici, ci stimiamo e ci vogliamo bene. A breve lanceremo il nuovo sito www.napolinoir.com e ti segnalo tra l’altro una delle nostre iniziative più interessanti, un concorso letterario per ragazzi, ParoleinGiallo, che è alla quarta edizione, per racconti ovviamente di genere giallo. Ci sta dando grandi soddisfazioni e sono sicura che vedrò nascere tra questi ragazzi molti autori di domani.

Che libro stai leggendo attualmente?

Leggo più libri in contemporanea, al momento sto finendo L’osservatore di Franck Thilliez e sono a metà de Lo spazio delle varianti di Vadim Zeland mentre sto rileggendo Mansfield Park di Jane Austen.

Citami i versi della tua poesia preferita.

Ora giaccio qui
confortato da un segreto che nessuno tranne Mary conosce:
c’è un giardino di acacie,
di catalpe, e di pergole dolci di viti
– là quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary –
baciandola con l’anima sulle labbra
all’improvviso questa prese il volo.

Francis Turner (un malato di cuore) dall’Antologia di Spoon River di Lee Masters

L’intervista è finita, nel ringraziarti per la tua disponibilità mi piacerebbe sapere se attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo  o un racconto e se puoi anticiparci qualcosa?  

Grazie a te, è stato un vero piacere. In questo momento sono nelle fasi finali di un romanzo che mi sta impegnando molto, ci sto lavorando da più di un anno. Nelle mie intenzioni deve essere una cosa molto forte, vedremo. (Sorride) E ho avuto in questi giorni una grande soddisfazione: la Ellery Queen Mystery Magazine, la mitica rivista americana che pubblica racconti si suspence da più di settanta anni, mi ha chiesto un racconto. Sono contentissima! (Sorride)

:: Intervista a Susanna Angelino a cura di Elena Romanello

16 aprile 2012

Susanna Angelino, appassionata di scrittura e cultura dark, ha debuttato con la casa editrice Montecovello con il romanzo Sara, non la solita storia di vampiri pur inserendosi nel revival che questo genere sta attraversando.

Come sei arrivata a scrivere Sara?

Ho cominciato a scrivere Sara nell’estate del 2008, dopo aver conseguito la laurea in lingue e letterature straniere, e dopo aver scritto una tesi proprio sul vastissimo mondo dei vampiri, ho deciso di dedicarmi al progetto “Sara”, anche perché ero appena uscita da un periodo non proprio felice e avevo bisogno di una ‘cura’. “Sara” è stata la mia terapia.

Perché hai scelto il genere dei vampiri, per moda o per interesse?

Per interesse. Ho sempre nutrito, sin da piccola, un amore smodato per tutte le creature del mondo ultraterreno e ho sempre trovato i vampiri i ‘mesmerizzatori’ per eccellenza, quelli che sapevano alla perfezione il fatto loro.  E’ proprio per questo che ho sempre avvertito una specie di attrazione psicologica nei loro confronti. In fondo in fondo, anche io mi ritengo un po’ ‘vampira’, e nel mio modo di essere e nel mio stile di vita.

Perché secondo te oggi piace così tanto il genere fantastico?

Se ben ricordo, penso che il ‘boom’ ci sia stato con Harry Potter e sia continuato poi con la  Twilight saga. Credo che oggi come oggi, e più che mai nell’attualità in cui ci ritroviamo, le persone abbiamo bisogno di un diversivo, di qualcosa che faccia evadere loro dalla realtà non sempre appagante e, qual miglior palliativo che una storia d’amore turbolenta, affascinante e intensa come quella che ci racconta Stephenie Meyer in Twilight? In fondo in fondo, siamo rimasti tutti un po’ bambini e almeno con i film e i romanzi, questo desiderio di ‘fuga’ è appagato in un certo qual modo.

Quali sono i tuoi maestri in libri, film e simili?

Bella domanda. I miei maestri … be’, ce ne sono stati diversi in realtà. Comincio con i ‘classici’ che ho studiato a scuola ossia: Leopardi e Foscolo in particolar modo. La loro inquietudine l’ho metabolizzata in un certo qual modo e in effetti, qualche anno fa, scrivevo principalmente poesie, ispirandomi moltissimo a Leopardi (le pubblicherò, prima o poi). Crescendo, ho rispolverato il buon vecchio Abraham Stoker e Mary Shelley, visto che quando ero piccola, mio zio si divertiva a leggere le opere di questi due autori prima che mi addormentassi. Poi ho ‘conosciuto’ Stephen King, ed è stato amore a prima vista e continuando: Nancy Kilpatrick, Laurell K. Hamilton, Anne Rice, Banana Yoshimoto. Direi che sono questi i ‘cardini’ della mia crescita letteraria e come scrittrice. Per quanto riguarda il cinema invece, ci sarebbe una lista infinita ma cercherò di citare i registi che mi hanno lasciato qualcosa di importante: Stanley Kubrick, Guillermo del Toro, Jim Henson, Friedrich Wilhelm Murnau, Fritz Lang, Man Ray, Francis Ford Coppola e potrei continuare all’infinito ma mi fermo per non tediarvi oltre.

Progetti futuri?

Attualmente mi occupo di cinema per il sito urbanfantasy.it. Sono in procinto di dare un seguito alle avventure di Sara ed Andrew, un mio racconto Urban Fantasy farà parte di un’antologia che sarà pubblicata dalla casa editrice Montecovello, e ci sono tanti altri progetti a cui vorrei dedicarmi, non solo letterari. Per varie ed eventuali, vi invito alla pagina ufficiale del mio romanzo: sarailromanzo.jimdo.com oppure al mio profilo facebook: http://www.facebook.com/susanna.angelino.

Che consiglio daresti a chi scrive?

Il primo consiglio che mi viene in mente è quello di non gettare MAI la spugna, di essere testardi fino al midollo e di inseguire SEMPRE i propri sogni, anche se le persone che ci circondano non credono in ciò che facciamo. Un ulteriore consiglio è quello di avere una grandissima pazienza. Scrivere un libro non è facile e pubblicarlo e pubblicizzarlo spesso risulta anche più difficile. Chi volesse intraprendere la carriera dello scrittore, si deve armare di tanta buona volontà, tanta voglia di fare e il desiderio di non gettare mai la spugna, nonostante le avversità.

:: Segnalazione di La casa ai margini della dolina di Irene Pecikar

15 aprile 2012

La Chichili Agency, importante agenzia letteraria tedesca, specializzata nella pubblicazione e commercializzazione di ebook,  dopo il grande successo ottenuto in patria, sta portando il concetto di ebook seriale anche al di fuori della Germania e soprattutto in Italia dove ha aperto una sua diramazione la Chichili Agency Italia, http://www.chichili.de/chichili-italia.html guidata dalla sua agente rappresentante, Roberta Gregorio, scrittrice, profonda conoscitrice della lingua tedesca e professionista guidata da un certo intuito per scoprire talenti e soprattutto promuoverli. Per gli appassionati di ebook seriali ha creato una collana horror/thriller Chills di cui giusto ieri è uscito il terzo episodio La casa ai margini della dolina di Irene Pecikar, dopo Ordinary man di Pierluigi Curcio e Santa Claus is coming to town dell’ inossidabile duo Novelli&Zarini. Tra le caratteristiche di questi ebook c’è senz’altro la convenienza solo 0,99 cent e la qualità. Volete saperne di più di La casa ai margini della dolina? Vi posso anticipare la trama tratta dalla quarta di copertina, è piuttosto inquietante come tutto ciò che mette in gioco i meccanismi nascosti della psiche e l’abisso tra normalità e follia:

Una casa nel Carso attirerà Doriana, psichiatra triestina, alla ricerca di un’abitazione per lei e la figlia. Deciderà di acquistarla mettendo a tacere il senso d’inquietudine avvertito. La routine verrà spezzata quando, nel cuore della notte, riceverà la telefonata allarmante di un paziente e qualcosa di efferato e inspiegabile si farà strada. Riuscirà la ragione a prevalere sulla follia?

E’ prevista anche una quarta puntata dal titolo Flamen furrinalis di Claudio Foti. Che dirvi di più. Buona lettura! E lasciatemi nei commenti una vostra impressione sugli ebook seriali, ci conto! Disponibili su Amazon.

:: Le prossime uscite 2012

15 aprile 2012

Senza voler essere esaustiva, e prendete le date di uscita con le molle, perchè variano sempre, ho voluto guardarmi intorno e cercare le prossime uscite a mio avviso interessanti e così ho scoperto che  dopo una serie di  contrattempi, eravamo in molti ad aspettarlo, La vera storia di Kyle Nevin di Dave Zeltserman dovrebbe finalmente uscire a maggio con Timecrime. Poi sempre spulciando tra i libri in arrivo Tim Willocks dovrebbe uscire con Doglands non è un paese per cani Sonda Editore. Aisara anuncia per il 26 aprile Viva la muerte! di Andrè Helena. Per Meridiano Zero a giugno dovrebbe uscire Il giaguaro rosso di Kent Harrington. Sempre a maggio per Piemme dovrebbe uscire il nuovo Connelly Il respiro del drago. A maggio per Tre60 dovrebbe uscire L’artista della morte di Aris Alejandro.  A giugno per Metropoli d’Asia Duplice delitto a Hong Kong di Chan Ho Kei. A giugno Nella carne di Sara Bilotti Edizioni Termidoro. A maggio per Longanesi La donna dei fiori di carta di Donato Carrisi.  Per Piemme a giugno dovrebbe uscire Il dubbio di Brian Freeman. A giugno per Longanesi La fenice rossa di Tess Gerritsen. Cambio di programma nella collana I Mastini della Polillo  “La carne dell’orchidea” di James Hadley Chase uscirà tra giugno e luglio. A giugno per Timecrime Il settimo sacramento di David Hewson. Nella seconda metà di maggio nella collana I Mastini della Polillo dovrebbe uscire Quando chiama una sconosciuta di Margaret Millar. A giugno Skagboys di Irvine Welsh edito da Guanda. Aggiornerò questo post man mano che troverò nuove uscite. Se qualche lettore avesse novità da proporre le posti nei commenti, grazie.

:: Segnalazione de Il metodo del coccodrillo di Maurizio De Giovanni (Mondadori, 2012)

14 aprile 2012

E’ con grande piacere che segnalo ai lettori di Liberidiscrivere l’uscita, prevista per il 30 aprile, del nuovo romanzo di Maurizio De Giovanni Il metodo del coccodrillo. Per le avventure del commissario Ricciardi bisognerà ancora aspettare perchè questo libro vede come protagonista un nuovo personaggio: l’ispettore Giuseppe Lojacono. Napoli sarà sempre al centro della scena, ma sarà una Napoli contemporanea e insolita. Fino al 30 aprile ho promesso di non dire di più.

Il libro: Tre ragazzi vengono trovati morti in tre diversi quartieri di Napoli, uccisi dalla stessa arma. Solo il commissario Lojacono, trasferito per punizione dalla Sicilia, sembra comprendere la chiave del mistero: un fazzoletto intriso di lacrime che il killer lascia dietro di sé. Il commissario solitario e il “Coccodrillo” si fronteggiano come in uno specchio, in una caccia spietata che ha i toni cupi dei grandi noir americani.

L’autore: Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Creatore del personaggio del commissario Ricciardi ha pubblicato per Fandango nel 2007 Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi, nel 2008 La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardrdi, nel 2009 Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi, e nel 2010 I giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi. Nel 2011 è passato ad Einaudi e ha pubblicato Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi. Il metodo del coccodrillo uscirà per Mondadori.

:: Recensione di Progetto Lebensborn di Claudia Salvatori a cura di Serena Bertogliatti

14 aprile 2012

Progetto Lebensborn, di Claudia Salvatori, è il terzo romanzo della saga “Walkiria Nera” (preceduto da La genesi del male e Golden Dawn). La “Walkiria Nera” risponde al nome di Kira von Durcheim, spia partorita per la collana “Segretissimo” ammantata di due impressioni: l’eleganza démodé delle dive del cinema degli anni ‘30 e un’androginia che, perlomeno apparentemente, risulta ante litteram.
Il problema di Kira, o forse proprio la formula della sua unicità, sta nell’essere un’eroina che deve piacere a perlomeno due pubblici.
Da una parte si ha il vecchio pubblico a cui sono rivolte le pin-up delle copertine di Segretissimo: belle, sensuali e rese accattivanti da un’idea di femminilità molto precisa, dai tratti delineati quanto il rossetto che dipinge loro le labbra.
Dall’altra parte c’è il pubblico ideale di Salvatori, autrice che da anni – anche lei un po’ ante litteram nel panorama dell’editoria di genere italiana – mette in scena personaggi che giocano con le vecchie e rigide identità di genere, mescolando maschile e femminile fino ad annullarli l’uno nell’altro.
Kira von Durcheim in Progetto Lebensborn diviene così una sintesi. Compiacendo il format storico, Kira si destreggia in scene d’azione spericolate sfoggiando tecnologie belliche dell’epoca: dalla Luger agli Stuka. Ma lo fa come essere umano prima che come donna, come soggetto in cui immedesimarmi prima che come oggetto da contemplare.

Progetto Lebensborn si apre con un gioco di ruoli sovversivo, in cui il male è rappresentato dal personale di un orfanotrofio polacco e il bene viene incarnato dalle SS, salvatrici di un gruppo di bambini. Benché il giudizio della narratrice non si omogeneizzerà a tale presentazione iniziale – la narratrice preferirà rimanere nel mezzo, nel territorio della non-stigmatizzazione di un gruppo politico o di un regime a favore di un altro – non si può ignorare la forza di un tale incipit, che mette da subito in chiaro una mancata volontà di attenersi ai giudizi moral-storici in voga.
Il tema centrale del romanzo è, come titolo suggerisce, il “Progetto Lebensborn”, progetto ufficializzato nel 1935 teso a ripopolare la Germania nazista (dalla bassa natalità) con bambini di puro sangue ariano, progetto che Kira dovrà seguire su richiesta di Rudolf Hess.
Il progetto è giunto per vie traverse alle orecchie dei lettori meno esperti in materia nella forma degli inquietanti esperimenti di eugenetica attuati dai nazisti con quella classica tedesca organizzazione maniacale di ogni dettaglio – persino gli accoppiamenti. Ma Salvatori va, come spesso fa, oltre, indagando i lati oscurati dall’ombra demoniaca gettata sul nazismo: lo fa incentrandosi sul ruolo che le ragazze-madri (ariane) avrebbero avuto in tale progetto. Esse, partecipandovi, avrebbero ricevuto assistenza e sarebbero state tutelate dalla condanna delle famiglie e della Chiesa. Si apre così la dimensione sociale del Progetto Lebensborn, che verrà ripresa nel corso della narrazione:

Kira incontra le donne che vogliono scrivere un libro, dipingere un quadro, danzare in un balletto, recitare un film o una pièce di teatro. Essere qualcuno, o magari essere madri senza rinunciare a essere qualcuno. Donne colte e libere, donne che potrebbero volere un figlio ma non un marito.

Kira si fa portatrice di un punto di vista più ampio che investe l’intera società, riecheggiando la Repubblica di Platone:

Io credo che i bambini dovrebbero essere allevati fuori dall’ambito egoistico degli interessi di una famiglia formata da un uomo e una donna, o da una sola donna. Una intera società, meglio se una comunità animata da forti ideali, dovrebbe crescere i figli. Tutti dovrebbero farsi carico di tutti.

La proposta è al contempo datata e futuribile. Quando Salvatori scrive che un bambino del Progetto Lebensborn sarà “non più smarrito, diviso dagli altri, frantumato”, è facile rileggere in tale frammentata situazione quella attuale, in cui tanto spesso si parla della perdita d’identità del singolo catapultato in un mondo a cui manca un senso unificante.
In Progetto Lebensborn si ritrova anche un altro Leitmotiv di Salvatori concernente la società contemporanea, quello che ne critica la de-mitizzazione. Così, Kira accusa il nemico di voler “diventare il Prometeo del futuro mondo comunista, l’uomo che conosce i misteri divini e ci spiega che… anche Dio è uguale a chiunque altro”. Ironizzando, afferma che “dobbiamo essere tutti uguali… dopo aver spodestato i regnanti del mondo e svilito tutto quanto rende la vita degna di essere vissuta”. Ma l’invettiva che Salvatori mette in bocca a Kira non è ascrivibile alle critiche spesso portate al comunismo da fazioni politiche il cui intento è quello di preservare la vecchia nobiltà o una più moderna identità nazionale. Il dilemma di Salvatori sta nella ricerca di una via di mezzo, auspicabile, con cui il romanzo stesso si conclude: “Dobbiamo essere tutti fratelli… ma non uguali”.
Questa “uguaglianza nella diversità” viene rappresentata con place Blanche, luogo d’incontro delle differenze – differenze di classe, di identità di genere e di etnia. Tale scena ha luogo nelle scenografie della Parigi più nascosta, al di fuori delle convenzioni sociali, in una corte dei miracoli novecentesca rigettata e al contempo celebrata dalla Parigi ufficiale:

A place Blanche tutti si mescolano veramente con tutti: la principessa russa coperta di gioielli e pellicce con il teppista da galera, le prostitute dei due sessi con i poeti appena cacciati dalla casa di Cocteau, gli operai che vanno a dormire con quelli che vanno al lavoro. Attori della Comédie Française che vengono a confondersi con attori che recitavano nella vita, geni incompresi farneticanti, vecchie dame eccentriche, ladri, travestiti, cantanti, pittori e pittrici, lesbiche vestite con calzoni da facchino e sfacciati berretti portati di traverso sui riccioli corti.

La Parigi di Kira è la Parigi di Cocteau, di Sartre, di Coco Chanel e di Picasso – a cui Salvatori dà vita immettendoli nella trama, collegandone i destini, ma soprattutto rendendoli cammei rilevatori dello spirito dell’epoca.
I personaggi comprimari sono molti, e Salvatori non lascia a nessuno di loro il diritto di confondersi con lo sfondo: ognuno è ben caratterizzato da brevi periodi che ne riassumono l’aspetto, il portamento e le inclinazioni. Persino quelli più vicini ai cliché conosciuti – ed è il caso dell’algido e bellissimo SS-Gruppenführer Ludwig von Weisshammer, che dipinto da un’altra penna avrebbe rischiato di diventare una macchietta – acquisiscono tratti peculiari che li rendono tridimensionali, ossia individui. Ognuno di essi ha una propria voce, non omogeneizzata a quella della narratrice, che si oppone o si accosta a quelle altrui creando il quadro di un’epoca.

Un ultimo commento sulla forma.
In Progetto Lebensborn la prosa è generalmente semplice, facilmente accessibile da chiunque, priva sia di sperimentalismi che di complessità formale. Tale semplificazione la mantiene comunque scorrevole: i passaggi macchinosi sono infrequenti. L’impressione è quella di un’autrice prestata alla scrittura di genere, capace di modulare la propria voce a seconda del target a cui si rivolge ma incapace di perdere il proprio stile. Appaiono qui e lì, perfettamente inserite nel testo, metafore particolarmente incisive, soprattutto nella descrizione dei personaggi, che ricordano la Salvatori di opere dalla prosa più caratteristica (Il sorriso di Anthony Perkins).
Attendo a questo punto di vedere che forma avrà Il cavaliere d’Islanda, romanzo che uscirà il 24 aprile.

:: Intervista a Francesco Troccoli a cura di Barbara De Carolis

14 aprile 2012

Intervistiamo Francesco Troccoli, classe 1969, scrittore, traduttore e curatore di uno dei blog di fantascienza più seguiti in Italia – Fantascienza e… Dintorni. Il 18 Aprile uscirà il suo primo romanzo Ferro sette edito da Curcio Editore. Nella sua casa romana, abbiamo intrattenuto con lui una conversazione dai toni fantastici.

–         Ciao Francesco e benvenuto su Liberidiscrivere.

Tu hai dei trascorsi lavorativi nel mondo di una multinazionale farmaceutica, come nasce il Francesco Troccoli scrittore? C’è stato un momento nella tua vita nel quale si è accesa la luce dell’ispirazione?

C’è stato piuttosto qualcuno che ha acceso una luce. Nel 2005, per il mio compleanno, mi venne regalato da un’amica un corso di scrittura di fantascienza tenuto da Massimo Mongai – Premio Urania 1999 con Memorie di un cuoco d’astronave, presso la scuola Omero in Roma. Durante il corso Massimo ci obbligò a iscriverci a un premio letterario, il Trofeo RiLL, con i cui organizzatori sono ancora in assiduo contatto. In questo modo, iniziai a scrivere i primi racconti. Finito il corso, ho continuato a scrivere, e a partecipare ad altri concorsi, ho visto che i risultati arrivavano e ho proseguito. Quando nel 2007  la mia azienda è entrata in crisi, ho accettato il piano di uscita volontaria che venne offerto a tutti e ho mollato un genere di vita che mi stava stretto già da qualche anno. Da allora  ho iniziato a lavorare come consulente per il farmaceutico, soprattutto come traduttore, e ho anche avuto molto più tempo per scrivere.

–         Perché la fantascienza?

Fin da piccolo ho sempre seguito la fantascienza, forse più al cinema e alla televisione che con le letture, ma ne sono sempre stato affascinato e la possibilità di essere io a crearla ha subito indotto in me una forte risonanza, spingendomi a scriverne. Devo però dire che mi dedico in realtà non soltanto alla fantascienza, ma al genere fantastico a tutto campo.

–         Dunque, ti sei avvicinato alla scrittura attraverso il circuito dei concorsi letterari, immagino che questo sia stato un buon terreno di confronto con le tue stesse capacità; la definiresti un’esperienza positiva?

Sicuramente si. Grazie ai concorsi si ha la possibilità di misurarsi con gli altri, e ottenere riscontri è già un indicatore delle proprie capacità. Inoltre si impara ad avere pazienza, e ce ne vuole tanta, perché con sin dalle prime fisiologiche delusioni ti puoi arrendere e scoraggiare facilmente, mentre perseverare è imperativo. Credo comunque che si debba scrivere a prescindere dalla volontà di prender parte a una competizione o una valutazione editoriale; ma poi, se il risultato è buono, ci si può mettere alla prova nei concorsi e poi, in una fase più matura, con gli editori. I concorsi letterari sono la sola vera maniera per emergere nella massa e devo dire che, soprattutto nel genere fantastico, in Italia ce ne sono molti seri e validi a cui poter partecipare.

–         Il tuo romanzo Ferro Sette nasce proprio da una vittoria ottenuta in un importante concorso letterario?

Sì e no. Ferro Sette nasce dallo sviluppo di un racconto che ha vinto il premio Giulio Verne nel 2011, dal titolo “Il Cacciatore”. Tuttavia a quel tempo il romanzo, ancora intitolato provvisoriamente nello stesso modo, era già giunto alla stesura definitiva. Ho partecipato insomma al concorso ben due anni dopo aver scritto il racconto, che per numero di battute e genere rientrava perfettamente nei requisiti previsti dal bando. Ricordo che decisi di partecipare quasi per caso, riducendomi all’ultimo giorno utile all’invio. La cosa divertente fu che la prima e-mail con la quale Curcio mi propose di pubblicare il romanzo arrivò esattamente due giorni dopo la premiazione, ad aprile del 2011. Una coincidenza curiosa, ma nulla più che una coincidenza in effetti.

–         Mi vuoi parlare del tuo romanzo, senza, ovviamente, anticipare troppo?

Ferro sette è un romanzo di fantascienza nel senso più classico del termine. La narrazione si svolge in un lontano futuro, in un lontano pianeta, ma la sua ambientazione di fondo è strettamente connessa all’oggi. In sostanza, mi sono chiesto: se questo imperativo sociale dominante che vorrebbe fare della produzione lo scopo delle nostre esistenze andasse avanti a oltranza, cosa ne sarebbe della nostra quotidianità? Cosa ci succederebbe? Ho immaginato la risposta a una simile domanda soprattutto in termini di evoluzione dell’essere umano: potrebbe cioè accadere una certa cosa, che aumenterebbe la nostra produttività e finirebbe per abbreviare la durata della nostra stessa vita. Sulla base di questo scenario, in un futuro collocato a decine di millenni dal presente, ho immaginato l’incontro fra un uomo che conosce la verità e un altro che invece resiste ad essa con ogni mezzo. La conseguenza è un inevitabile conflitto, all’esterno come all’interno di sé. Lanfranco Fabriani, nella recente presentazione di Fiuggi in occasione della riunione annuale della Deepcon, ha affermato che si tratta di un romanzo di “presa di coscienza” di una verità nascosta, e io sono decisamente d’accordo.  Temo proprio di non poterti dire di più….

–         Il tuo romanzo, quindi, affronta tematiche attuali o riconducibili al nostro particolare momento storico.

Direi di sì e penso che spesso la fantascienza faccia proprio questo, persino quando non ne è cosciente o quando sembrano prevalere gli aspetti più avventurosi e tecnici;in realtà, su un piano più profondo, c’è quasi sempre un significato attualissimo. Mi piace pensare che la fantascienza descriva il presente travestendolo con i panni del futuro oppure di una realtà alternativa.

–         Credi che Ferro sette si possa rivolgere anche a chi non è avvezzo al genere?

La fantascienza deve essere a mio parere accessibile a tutti e non solo agli assidui cultori del genere. C’è chi preferisce scrivere fantascienza solo per i lettori di fantascienza, talora utilizzando un linguaggio molto “tecnico”; io, forse non volutamente, penso di aver scritto qualcosa che credo risulterà accessibile a chiunque. Prima della pubblicazione il romanzo è stato letto da un nucleo di “cavie” e non c’è stata gran differenza di giudizio fra i cultori del genere e quelli che la fantascienza non l’avevano mai letta o avvicinata. Proprio questi ultimi, che talora immaginavano che si sarebbero trovati a interagire con qualcosa di molto più sofisticato, oppure di molto più “infantile”, mi hanno chiesto: ma questa è fantascienza ? Insomma, io spero e penso che ci siano le potenzialità per questo romanzo di arrivare anche a chi non è un lettore accanito di questo genere.

–         Ti è mai capitato di essere ispirato dalla quotidianità, di cogliere un gesto, una situazione dalla quale trarre spunto per una storia?

Si, soprattutto per i racconti; a volte si tratta di idee che arrivano per caso, magari a seguito di un incontro con una persona particolare, oppure quando meno te l’aspetti. Una volta, ad esempio, ricordo che ero al volante, fermo al semaforo, e notai un anziano attraversare la strada e muoversi con un’innaturale lentezza mentre le macchine gli sfrecciavano intorno, come se lui fosse isolato dal resto del mondo, come se si muovesse a un’altra velocità. Questo episodio mi ha colpito e mi ha ispirato un racconto, Il Guardiano, scritto molto tempo fa, il cui protagonista è in grado di muoversi alla velocità della luce in un ambiente che dal suo punto di vista è immobile, esattamente il contrario di ciò che avevo visto accadere all’anziano signore.

–         Giorni fa ho avuto modo di leggere un tuo racconto, Strudel alla viennese, meritatamente finalista al Premio Italia 2012, e ne sono rimasta colpita. La tua forma narrativa è intensa, passionale e mostra una notevole capacità descrittiva, dai l’idea di essere uno scrittore che visualizza continuamente quello che sta scrivendo, che sembra procedere per immagini, è così?

Si, e sono anche piuttosto impressionato che tu lo dica; è proprio così. In realtà, io pretendo esattamente questo quando leggo, ossia come lettore cerco questo tipo di scrittura e se non ci sono “immagini”, come dici tu, rischio di annoiarmi, anche se un libro è ben scritto. Io credo che si impari a scrivere leggendo tanto e preferendo proprio quel tipo di letture che consentono di visualizzare con immediatezza la scena.  Penso inoltre che solo oggi, rendendomi conto che dopo anni di esercizio riesco a trasmettere immagini a chi legge, posso dire di saper scrivere in maniera appena decente.

–         La fantascienza, a volte, offre scenari che possono inquietare o che non si vorrebbe mai veder realizzati.  Esiste a tuo parere un aspetto di questo genere che in qualche modo ti spaventa o ti disturba?

Non mi piace e non capisco il fascino che esercita su molti lettori e autori la fantascienza animata da una sorta di pulsione distruttiva, catastrofista, pessimista, priva di speranza e disumanizzante. L’esempio per antonomasia di autore “oscuro” è notoriamente P. K. Dick. Se di lui ho avuto modo di apprezzare opere come Rapporto di minoranza, di altre, come La svastica sul sole, non ne ho davvero compreso il successo. Non amo gli scenari cupi, nei quali non c’è più alcuna possibilità di rivalsa o un “eroe” che incarni la voglia di rivincita e che porti umanità nella storia. E quando dico “umanità” mi riferisco a qualcosa di ben preciso. Con ciò non intendo farmi fautore di un fatuo “buonismo”; dico soltanto che rappresentare l’essere umano come naturalmente incline all’auto-distruzione è un’operazione frutto di un’ideologia che non condivido, ed è perciò una responsabilità che rifiuto, come lettore e come autore.

–         Forse perché è più facile spaventare che infondere speranza?

Indubbiamente si, è più facile distruggere che costruire, nella finzione come nella realtà. In qualsiasi storia c’è molto del carattere di chi scrive. Personalmente, anche in uno scenario buio e tetro io cerco un punto luminoso. L’inquietudine e la cupezza hanno senso solo se si attende la luce. Altrimenti, nella migliore delle ipotesi, mi annoiano.

–         Se pensi a un ipotetico destino dell’umanità, sei più orientato e vederne il declino o la rinascita?

Assolutamente la rinascita, penso che non ci siano alternative, c’è troppa energia nell’essere umano, individualmente e collettivamente, perché la distruzione prevalga su una possibile evoluzione. Ci sarà sempre un protagonista, un essere umano valido e capace che a un certo punto, quando tutto va a rotoli, è in grado di esprimere il meglio di noi tutti e mostrare un’altra strada, e ci saranno sempre masse pronte a seguirlo. La storia è fatta dalle masse, dai popoli, e il movimento della collettività, in questi termini, ha sempre portato cambiamenti evolutivi.

–         Se avessi facoltà di scelta, in quale contesto fantastico vorresti essere immerso? Quali elementi dovrebbe avere un ipotetico universo ideale nel quale vivere? Viaggi nel tempo, nello spazio o eventuale download dell’anima in stile silone?

Esattamente l’ultimo che hai citato, ma più che in stile silone penso ad esempio ai romanzi di Richard K. Morgan, che ha immaginato la possibilità di digitalizzare la mente umana, e quindi di scaricarla in diversi corpi fino a rendersi potenzialmente eterni. Molti dicono che l’eternità inficerebbe l’umanità perché la parte migliore di noi risiede nella nostra mortalità; io non penso che sia così, vivrei volentieri mille vite e possibilmente mantenendo un’età intorno ai trent’anni! Poi naturalmente ci sono i viaggi nel tempo, per i quali, a livello narrativo, nutro una vera e propria mania. Non so cosa darei per tornare a osservare il mio primo bacio a quindici anni o addirittura riviverlo. Sarebbe bello poter tornare indietro agli episodi più salienti della propria vita, sia come spettatore che in prima persona.  Per non parlare di viaggio verso il futuro… non ti incuriosirebbe vedere Roma nel 2450?

–         Perché no!

Credi che il sentirsi uno scrittore o appassionato di fantascienza abbia un forte legame con la capacità o meno di sognare.

Sì, assolutamente sì, e sono colpito  da questo tuo nesso. E’ proprio così, la fonte della creatività è la stessa, sia di quella da cui deriva il sogno durante la notte, che di quella da cui nasce l’immagine narrativa di giorno. Poi quella creatività può diventare un quadro per chi sa dipingere, un racconto per chi sa scrivere e così via. La fantascienza, in particolare, ti dà ancora più libertà, perché sei tu a decidere le regole del gioco: puoi violare le leggi della fisica, della chimica, è tutto lecito e più sai spingerti in là con questo modo di sognare ad occhi aperti, più il risultato può essere soddisfacente. Naturalmente è una liberta che va usata con intelligenza e responsabilità.

–         Hai mai pensato: “ dannazione, avrei voluto essere io a concepire questa idea!”

Continuamente. Anche leggendo storie non particolarmente note, come alcuni racconti di altri autori italiani che conosco personalmente, perché le idee più geniali, le più travolgenti, sono spesso le più semplici, al cospetto delle quali non puoi che esclamare: ma è così ovvio, perché non è venuto in mente a me?

–         C’è un’idea o un argomento che ti ispira particolarmente e che vorresti sviluppare e trasformare in un romanzo? Una specie di ossessione, insomma?

C’è un mio racconto, Tempus Fugit, strettamente collegato all’idea del viaggiare nel tempo, che ha avuto un discreto successo e che ho sempre desiderato trasformare in un romanzo. In realtà riuscirci senza scivolare nella banalità si sta rivelando difficile, quindi non so se effettivamente questo progetto vedrà mai la luce. In effetti, ho citato questo racconto perché il trascorrere inesorabile del tempo  è a volte fonte di inquietudine, e mi piacerebbe perciò elaborarlo attraverso un viaggio romanzato nel tempo della vita, un po’ come accade, su scala ridotta, nel racconto.

–         Se parliamo di fantascienza italiana, scrittori emergenti, concorsi letterari, quali prospettive vedi di diffusione e di relativo successo del genere?

Ci sono molti autori italiani di grande fascino, sia fra quelli noti che fra gli emergenti. La speranza che il genere torni all’età dell’oro c’è sempre, però ci vorrebbero da un lato un maggior coraggio degli editori ad aprirsi di più al fantastico e alla fantascienza, e dall’altro, da parte di alcuni autori di fantascienza (e lo dico con umiltà e sperando di non urtare alcuna suscettibilità) sarebbe forse utile una maggior propensione a voler parlare a tutti e non soltanto a chi legge e intende la fantascienza, rendendo accessibili cose che, di fatto, lo sono anche a chi, fino a oggi, non ha mai letto genere. Il discorso è certamente più comprensibile se parliamo di cinema: quanti milioni di persone sono andate a vedere Avatar? Perché questo sembra non poter valere anche per un buon libro di fantascienza? Il posizionamento percepito dal pubblico, che è influenzato anche dalle scelte editoriali, è determinante.

–         Ferro Sette che diventa un film… è possibile?

Sarebbe meraviglioso. Proprio sulla scia del discorso che facevamo poco fa sulle immagini, chi ha letto Ferro Sette mi ha detto che è molto immaginifico e che si presterebbe bene a una trasposizione cinematografica. Ma parlare di una trasposizione cinematografica di un romanzo di fantascienza in Italia, è fantascienza. E’ già moltissimo che venga pubblicato da un editore come Armando Curcio.

–         Confidiamo allora nella fantascienza. Da parte mia, ti auguro di riuscire a trovare nuove fonti di ispirazione e, soprattutto, di avere sempre la voglia di metterle a frutto, insistendo con la tua attività di scrittore, convinta, personalmente, che ne varrà la pena.

Hai ragione, bisogna insistere. Una persona di mia conoscenza afferma che il difficile non è tanto realizzare qualcosa ma riuscire a mantenere successivamente il livello raggiunto. Penso che abbia ragione da vendere. Grazie dell’augurio.

:: Recensione di La biblioteca dell’anatomista di Jørgen Brekke a cura di Viviana Filippini

12 aprile 2012

Se vi chiedessero: «Come lo preferisci il bisturi? Affilatissimo, Affilato o smussato?» Voi cosa rispondereste? Presumo che a seconda del contesto (dal chirurgo plastico, in una sala operatoria e perché no, magari pure in qualche ristorante cool) queste domande potrebbero essere più o meno piacevoli. Sicuramente Jon Vatten – protagonista del romanzo La biblioteca del’anatomista -quando si sente porre questa domanda dal suo aguzzino non è molto contento di quello che comporterebbe la sua scelta e soprattutto, appena sentite queste gelide parole prende coscienza di quanto possa essere cinico un uomo all’apparenza tranquillo. Siamo nel 2010, in Norvegia a Trondheim dove Vatten è il principale sospettato dell’omicidio della collega Gunn Brita Dahle, la donna da lui rinvenuta cadavere all’interno dell’ente culturale dove lavorano entrambi, lei come bibliotecaria, lui come addetto alla sicurezza. Per Vatten, sensibile, pasticcione e anche un po’ imbranato, non è la prima accusa di omicidio, infatti, già cinque anni prima l’uomo era stato sospettato di aver assassinato moglie e figlio, ma le prove lo aveva scagionato. L’ uccisione della collega però, lo porta nuovamente sotto la lente degli investigatori, ma ben presto le accuse contro il custode cominceranno a vacillare per due motivazioni: la prima, riguarda le modalità d’esecuzione dell’omicidio, compiuto seguendo una logica specifica e con strumenti di precisione per tagliare e incidere. Secondo, negli Stati Uniti d’America, a Richmond in Virginia,  il curatore dell’Edgar Allan Poe Museo, tale uomo solitario Efrahim Bond, viene ritrovato cadavere e il suo corpo presenta gli stessi particolari segni di tortura della Dahle. Due delitti sì lontani, ma con procedura simile che riconducono al contenuto di un misterioso manoscritto di un prete del XVI secolo, conosciuto da tutti gli esperti del settore bibliofilo come Libro di Johannes, che non a caso è inaspettatamente sparito. La collaborazione tra investigatori americani (la perspicace poliziotta Felicia Stone) e norvegesi (l’ispettore Odd Singsaker, operato al cervello e lasciato dalla moglie) porteranno i lettori dentro ad una intricata indagine tra passato e presente, tra libri antichi e pergamene alla scoperta dell’assassino. I fatti narrati dall’esordiente Brekke sono molto cruenti e questa sensazione la si percepisce sin dal prologo, ma la presenza di personaggi dei quali il narratore ci racconta parte della loro vita privata (l’adolescenza traumatica di Felicia Stone, le sofferenze del simpatico Singsaker e l’ambigua stranezza della giovane bibliotecaria neoassunta Siri Hom) aiuta noi lettori ad affrontare con attenzione la ricerca del colpevole e a capire che la vita è caratterizzata da un combinazione di sofferenza, lotta e anche un po’ di pace e armonia.
Come accade in molti romanzi dove il filo conduttore è la caccia al colpevole, anche questo primo lavoro d’esordio di Brekke è concepito come un puzzle di luoghi e persone inizialmente distanti tra loro e senza nessun apparente legame, poi più ci si addentra nella storia, più i “nodi vengono al pettine” e il mosaico si ricompone portando a galla un’agghiacciante verità del presente e del passato. Il filo conduttore che collega i due brutali assassinii nella contemporaneità affonda le radici nei secoli trascorsi, in una serie di personaggi storici realmente esistiti (lo stampatore veneziano Manuzio, lo studioso di anatomia Alessandro Benedetti e l’anatomista Vesalio) e di fatti la cui certezza storica è più o meno confermata, nei quali è coinvolto un giovane ragazzo del Nord Europa,che una volta indossato l’abito talare scriverà un importante libro su pergamena. Il narratore dimostra una preparazione vasta e raffinata che gli permette di creare un perfetto mix tra azione, ritmo incalzante e suspense, evidenziano come  certi  ambienti ( il museo e la biblioteca) e strumenti di conoscenza (i libri) di solito ritenuti “amici” dell’uomo, in certi casi possano diventare pericolosi, direi vere lame a doppio taglio – e non solo perché ci sono coltelli e bisturi un po’ ovunque nella narrazione-,  se le mani sbagliate  se ne impossessano. Se i librai indipendenti norvegesi hanno assegnato a La biblioteca dell’anatomista di Jørgen Brekke il “Premio Norli” come miglior esordio letterario dell’anno ci sarà una motivazione non vi pare? Io credo che nella narrazione il connubio tra i tempi di oggi e quelli di ieri, tra delitti concreti e presunti, tra antichi manoscritti e collezionisti rendano lo scritto di Brekke un bel thriller mozzafiato con colpi di scena imprevisti, capace di  regalare al lettore comodamente seduto in poltrona la giusta scossa emotiva.

Titolo: La biblioteca del’anatomista
Autore Jørge Brekke
Ed. Nord pp.367 € 16,90

:: Recensione di Ogni goccia di sangue di Michael Robotham (Timecrime, 2012)

12 aprile 2012

In questo momento ho come la sensazione che la mente mi stia sfuggendo. Le mie emozioni sono state manipolate e la ragione sviata. E’ come osservare un mago che pratica un gioco di destrezza, distogliendo abilmente la mia attenzione per non farmi vedere il trucco.
So che c’è un nesso tra Gordon Ellis, Ray Hegarty e Sienna, ma non capisco che cosa li leghi.
E che ruolo ha in tutto questo l’Uomo Che Piange? E Lance Hegarty? Qualcuno ha ucciso il mio cane. Qualcuno mi ha spinto fuori strada. Quando ho accennato a Gunsmoke, Gordon Ellis mi ha lanciato uno sguardo strano. Quasi non capisse a cosa mi riferivo.
Devo ripartire da zero e mettere tutto in discussione, ma ora sono troppo stanco per pensare. Sono sporco, con la barba incolta, sfinito e ho voglia di una doccia. Di un letto.

Ogni goccia di sangue (Bleed for Me, 2010), nuovo thriller dello scrittore australiano Michael Robotham, edito in Italia da Timecrime, marchio crime della Fanucci, e tradotto da Annalisa Biasci, è il quarto romanzo della serie che ha per protagonisti il professore e psicologo clinico inglese Joe O’ Loughlin e il detective in pensione Vincent Ruiz, dopo L’indiziato (The Suspect, 2004), Perduta (Lost, 2005) e Il manipolatore (Shatter, 2008). Ogni goccia di sangue si apre con la pagina di un diario di una ragazzina di quattordici anni, Sienna Hegarty, il tipo di diario che ogni madre non vorrebbe mai leggere. Invece di esserci buffi disegni, solari descrizioni di imprese sportive, impressioni sulle prime cotte adolescenziali, nel diario di Sienna c’è sangue, dolore, disperazione. Con un taglierino, preso dal capanno degli attrezzi di suo padre, Sienna si provoca tagli profondi sulle braccia, sulla pancia, per far si che il dolore esterno eguagli quello interiore, per far si che il veleno che ha dentro goccioli fuori. Sienna è più vecchia della sua età, più matura: ha quattordici anni ma sembra una donna di trenta, è segnata da cicatrici più dolorose di quelle autolesionistiche che si infligge, è devastata da esperienze terribili che non dovrebbero succedere a nessuno. Il confronto con il mondo degli adulti non potrebbe essere peggiore. Un padre che ha abusato di lei e di sua sorella, un professore di teatro che anch’egli l’ha utilizzata sessualmente, giocando con la sua psiche ancora in formazione. Gli adulti, che dovrebbero essere per lei figure di riferimento, ancor più quando sono investite di autorità e di precisi obblighi educativi, si sono rivelati crudeli, spietati, infidi. Per cui è naturale che Sienna diffidi di Joe O’ Loughlin, un adulto che vuole aiutarla, padre della sua migliore amica Charlie, incaricato dal tribunale di stilare una perizia psichiatrica inseguito al sospetto che abbia ucciso suo padre. Già di ragioni per volere morto Ray Hegarty, ex poliziotto giudicato dai suoi vecchi colleghi coraggioso ed eroico, duro e inflessibile ma onesto, Sienna ne ha fin troppe, ma Joe O’ Loughlin sente che qualcosa non torna, un po’ perché è molto legata alla sua Charlie ed è di casa nella famiglia O’ Loughlin, un po’ perché si sente in colpa per non aver capito i motivi per cui la ragazzina voleva sempre stare a casa loro, un po’ perché c’è una storia sotto molto più complessa, popolata di personaggi pericolosi e oscuri. Con l’aiuto del vecchio amico Vincent Ruiz, Joe incomincerà la sua indagine personale che lo porterà ad Edimburgo sulle tracce di Gordon Ellis, il professore di teatro di Sienna, e di un uomo misterioso e inquietante, l’Uomo Che Piange, legato a filo doppio a Novak Brennan, un politico ultra nazionalista di tendenze neonaziste, imputato di un processo d’omicidio seguito da sua moglie Julianne. La storia comunque è ben più complicata di quanto possa emergere da questi mie brevi accenni, e regge un thriller psicologico di solida scuola anglosassone, per di più ispirato ad una storia vera, come tutti i romanzi di Robotham; un thriller ben costruito sia per impianto narrativo che per caratterizzazione dei personaggi. Il personaggio di Joe O’ Loughlin, in lotta principalmente con il Parkinson, emerge su tutti per umanità e intuito investigativo, ma anche Vincent Ruiz, già protagonista principale di Perduta e sempre presente in ciascun romanzo dell’autore, è un ottimo comprimario. La suspense è tesa, senza cadute di tensione, la trama verosimile, anche se è difficile immaginare che Sienna sia una quattordicenne, i tempi e i canoni del thriller psicologico sono rispettati. I temi trattati sono di attualità: dagli abusi sui minori, ai rigurgiti neonazisti, alle violenze sugli immigrati; l’ambientazione tipicamente inglese, fatta di pub, villaggi residenziali, scuole di lusso in cui tutti indossano una divisa, è efficace e fa quasi per contrasto risaltare ancora di più una storia in cui violenze domestiche, spirito di gruppo quasi mafioso, ed egoismi personali contrastano ciò che è giusto ed etico. E’ un romanzo piuttosto corposo, un po’ di più di 500 pagine, qualche refuso, ma si legge molto velocemente un po’ per capire i meccanismi della vicenda, un po’ perché lo stile di Robotham è lineare e levigato e non annoia. Il personaggio dell’ispettore capo Cray, e soprattutto dell’Uomo Che Piange, sono sicuramente originali e arricchiscono una storia fatta di personaggi più ancora che indagini, inseguimenti e aggressioni. Un buon thriller insomma, per appassionati.
Piccolo giallo nel giallo. A parte i refusi, a Monica Bartolini del sito Thriller caffè non è sfuggito un errore piuttosto insidioso, non nella trama comunque. Per scoprirlo ci vuole spirito di osservazione e conoscenza delle tecniche di CSI!

:: Milano Calibro Noir

12 aprile 2012
MILANO CALIBRO NOIR
14 aprile presso Lo Spazio Teatro 89 di via fratelli Zoia 89 a partire dalla 15

Una volta se uno doveva pensare ai gialli o ai noir ambientati a Milano i primi nomi che gli sarebbero venuti in mente sarebbero stati quelli di Augusto De Angelis, Giorgio Scerbanenco e Renato Olivieri con il riferimento specifico al commissario “poeta” De Vincenzi, all’inquieto Duca Lamberti e al piacente Commissario Ambrosio. E nel tempo non è mai mancata la giusta geografia letteraria a base di nebbia e delitti agli scrittori che hanno raccontato Milano scoperchiandone l’anima criminale.
Con l’obiettivo di dare voce ad alcune delle più interessanti voci del panorama noir meneghino contemporaneo il prossimo 14 aprile lo Spazio Teatro 89 di via fratelli Zoia 89 a Milano, in collaborazione con Eclissi Editrice, per festeggiare i cinque anni di attività dei suoi noir, e con l’amichevole collaborazione di Cadillac Magazine organizza una serata speciale dal titolo “Milano Calbro Noir”.

Per saperne di più: http://ilcerchiogiallo.blogspot.it

:: Recensione de Le balene di Maath di Giuseppe Agnoletti e Zombie Carpocalypse di Domenico Mastrapasqua a cura di Valentino G. Colapinto

11 aprile 2012

Le balene di Maath di Giuseppe Agnoletti e Zombie Carpocalypse di Domenico Mastrapasqua sono i due racconti vincitori del primo Premio short-Kipple 2011, dedicato a racconti fantascientifici inediti. Difficile stabilire quale dei due sia il migliore, vista anche la diversità dei temi e dei registri stilistici, e giustamente la giuria si è espressa per un ex-aequo.
Il racconto di Agnoletti (Galeata, 1957) è breve ma molto intenso. Due ragazze controllano l’unica piattaforma costruita su Maath, un pianeta interamente ricoperto d’acqua, le cui “balene” sono molto ambite per le loro proprietà e per questo oggetto di una caccia spietata da parte di gigantesche baleniere automatizzate. La protagonista-voce narrante ama disperatamente l’altra coinquilina, Hela, che è però perseguitata da un passato terribile. Non mancano momenti lirici e sognanti fino all’inaspettato finale che spazza via ogni residua illusione.
Carpocalypse del giovane Domenico Mastrapasqua (1984) è invece un’interessante variazione su un tema (la zombie apocalypse) fin troppo sfruttato. Gli zombi che si trovano ad affrontare i protagonisti sono ben diversi da quelli romeriani e dalle loro successive evoluzioni: più che il prodotto di virus misteriosi sembrano essere il frutto di esperimenti scientifici e hanno dimensioni enormi e capacità fuori dal comune. Lasciamo al lettore il piacere di scoprire quali.
Mastrapasqua mostra un’ottima abilità nell’imbastire il racconto con un inizio in medias res e un finale aperto, il tutto narrato con uno stile secco e ironico, che evita ogni lungaggine eliminando tutto il superfluo. Un racconto che si spera sia solo il primo di una serie…
L’epub senza DRM è acquistabile al prezzo di solo 1€ su www.kipple.it/index.php?route=product/product&product_id=229 e su altre piattaforme di vendita online come Simplicissimus o anche in versione cartacea  per 3€. Un prezzo più che abbordabile per gustare un po’ di buona fantascienza italiana.