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:: Recensione de L’Ampolla Scarlatta di Monique Scisci (Ciesse Edizioni, 2012) a cura di Barbara de Carolis

19 agosto 2012

“Ero ferma e immobile in una radura e aspettavo. Non sapevo cosa esattamente, ma la sensazione che stesse per accadere qualcosa intorno a me era forte.
Sentivo il respiro della natura che mi circondava, le gocce di rugiada scivolavano dalle foglie e il fruscio degli alberi dondolavano sospinti dalla brezza notturna. Gli animali correvano indisturbati e il canto delle civette guardinghe riecheggiava nell’oscurità.
Dentro di me un’invitante sensazione di leggerezza; la tristezza e il dolore non sembravano esistere in quel luogo, anche la singolare influenza, che mi aveva colpito in quei giorni, era svanita.”

Un lutto improvviso, un dolore immenso. Aurora affronta il momento più complesso della sua vita come meglio crede, abbandonandosi ai ricordi di un amore perduto, fuggendo dalla vita stessa; il semplice respirare è un atto impegnativo, il corpo cede all’agonia dello spirito, si ammala e un misterioso liquido suggerito dal medico di fiducia si rivela l’unico rimedio capace di farla star bene. L’ampolla scarlatta che ospita la medicina miracolosa scuote l’apatia nella quale la giovane si crogiola, divenendo oggetto di un’incessante curiosità.
I giorni trascorrono, la mente di Aurora fluttua in un limbo di dubbi e reminiscenze; qualcuno la osserva, scrutando ogni sua mossa, una presenza al di là del bene e del male veglia su di lei. Sogno e realtà si confondono e la consapevolezza di un inesorabile cambiamento genera un vortice di scoperte, mentre il segreto che il mondo intero sembra volerle tacere, appare sempre più chiaro.
Il suo destino è segnato da tempo e la volontà può ben poco di fronte all’inevitabile; volti nuovi si affacciano all’orizzonte, strane creature bramano la fine della sua esistenza, ogni cosa, presto, perderà la familiare cognizione. La giovane affronta un percorso che la condurrà alla rivelazione di un nuovo io e alla trasformazione definitiva di tutto il suo essere, alla quale la sua natura non potrà sottrarsi ma dovrà lottare per non soccombere.
Il soprannaturale si fa spazio lentamente tra le pagine di questo romanzo che si sviluppa con fluidità intorno alla figura di una protagonista dall’animo inquieto, un animo ben descritto soprattutto al culmine della sua sofferenza, al punto da mettere in difficoltà il lettore sensibile, che conosce quelle sensazioni di smarrimento e vuoto che la perdita di un amore profondo provoca, lasciando il cuore privo di forze.
Nella storia il Bene contrapposto al Male è un tema i cui contorni perdono la loro ancestrale definizione, presentando un punto di vista diverso, relativo, dal quale osservare entrambi i concetti che si avvicinano con naturalezza, incanalandosi poi in un’unica, armoniosa prospettiva.

:: Recensione di Cupcake Club, Roisin Meaney, (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

19 agosto 2012

Cari lettori, quando è stata l’ultima volta che avete provato una gioia immensa e perché? Beh, Hannah è al culmine della felicità. Il suo sogno più grande sta diventando realtà. Il Cupcacke Club sarà il negozio dove la giovane produrrà e venderà gustose e colorate tortine, per deliziare il palato dei suoi clienti, dando libero sfogo alla sua eterna passione per la dolce cucina. Questo è il sogno che diventa realtà per la protagonista di Cupcake Club, il nuovo romanzo di Roisin Meaney, pubblicato di recente dalla Newton Compton. Tutto sembra perfetto per Hannah, ma il giorno prima dell’inaugurazione la sua vita sarà sconvolta da un notizia agghiacciante: Patrick, il suo fidanzato, l’uomo giusto per l’eternità che lei credeva di aver trovato, le annuncia di lasciarla, perché è innamorato di un’altra donna con la quale ha già deciso di andare a convivere. Chi è che ha rubato il cuore a Patrick? La giovane pasticcera scoprirà che la “ladra d’amore” è una persona a lei molto vicina, che non si è limitata a prenderle il fidanzato, ma da lui aspetta un figlio. Hannah è affranta addolorata e delusa per l’accaduto e tutti coloro che le vogliono davvero bene (i genitori, Geraldine e Stephen, l’inseparabile amico e poi coinquilino Adam) le stanno attorno, cercando di risollevarle il morale. La ragazza grazie a questi affetti riesce a superare un po’ alla volta il dolore per l’abbandono, ma un buona dose di aiuto le arriverà dalla totale immersione nel suo Cupcake Club, perché è vero sì che la vita sentimentale di Hannah è un disastro, ma almeno nel nuovo lavoro la ragazza  riesce a dare il meglio di sé.  Zucchero, uova, farina, aromi, spezie e glasse di vario gusto e colore servono per fare le  cupcake, ed è grazie a tali ingredienti che la protagonista di questo spassoso romanzo riuscirà a trovare una giusta stabilità emotiva ed economica in un momento nel quale la crisi comincia a mettere zizzania nel mondo del lavoro. Non solo, perché Hanna con le sue tortine saprà conquistare con dolcezza e simpatia la gola degli abitanti di Clongarvin. Il romanzo della Meaney è spassoso, divertente e allo stesso tempo è un‘ “opera corale”, dove oltre gli avvenimenti della giovane proprietaria del Cupcake Club sono raccontate le vite dei tanti abitanti che vivono in questo piccolo centro irlandese. Pagina dopo pagina, oltre alle vicende riguardanti Hanna scopriremo che il suo amico Adam si è preso in cotta tremenda per la musicista Vivienne e lui è talmente perso per questa algida e timida donna da decidere di comprare un clarinetto per prendere lezioni di musica. Poi, scopriremo che Patrick, l’ex convivente della protagonista non solo ha abbandonato lei, ma ha già pensato bene a combinare guai con la futura madre di suo figlio. Ricompare poi l’ammaliante Nora, la sorella di Adam, tornata per un breve tempo in Irlanda, dopo essersi lasciata alle spalle l’America, due matrimoni falliti e un lavoro che non le piaceva. C’è anche un taxista appassionato di jazz, molto vicino a Vivienne, ad Adam e direi anche all’inconsapevole Hannah. Accanto a questi giovani adulti in cerca di sé, si innestano le vicende di coppie felicemente sposate da tempo – vedi la storia di Alice e Tom- messe a dura prova da imprevisti eventi drammatici che trasformeranno per sempre le persone coinvolte nei fatti. Tutti i personaggi narrativi, ma allo stesso tempo molto umani mi permetto aggiungere, frequentano il Cupcake Club e le loro avventure esistenziali sono caratterizzare dalla quella quotidianità e da quell’ umile eroismo che li rende simpatici e che dona loro l’energia per affrontare il vivere giornaliero. Il Cupcake Club è quindi il luogo contenitore e cornice nel quale tutte queste storie di vita irlandese di Clongarvin convergono, mescolando gioie, dolori, tradimenti, prese di coraggio e voglia di trasformare per sempre la propria vita in qualcosa di migliore. Sono tutte vicende di vita comune che hanno per attori principali persone normali, nelle quali noi lettori possiamo immedesimarci o comunque in parte riconoscere noi stessi o qualche nostro amico che è stato protagonista di eventi simili. Il nuovo romanzo della Meaney è un libro simpatico, di piacevole lettura nel quale l’ingegno che anima l’intelletto umano e la voglia di continuare a vivere la vita nonostante gli imprevisti del destino, dimostrano la capacità umana di non arrendersi e di continuare ad avere la speranza in un futuro migliore. Il tutto – e qui ci vuole proprio – condito dalla dolcezza di una gustosa cupcake appena sfornata.

Roisin Meaney, irlandese, ha vissuto negli Stati Uniti, in Canada, in Africa e in Europa. Attualmente risiede in Irlanda, a Limerick. È autrice di diversi libri per adulti e per bambini, molti dei quali bestseller tradotti con successo all’estro. Il suo sito è www.roisinmeaney.com

::Recensione di 1Q84 di Murakami Haruki (Einaudi, 2011) a cura di Claudio Ughetto

17 agosto 2012

Murakami Haruki è uno scrittore giapponese di portata globale, capace di coniugare sia la cultura del suo paese (antica e moderna) con la letteratura “alta” e bassa, europea e americana, tutto catalizzato da un immaginario collettivo che va dai manga al cinema.
Murakami sa mettere insieme Kafka con David Lynch, Stephen King e Philip K. Dick, l’iperletterarietà del romanzo ottocentesco e i pensieri dettagliati dei personaggi dei fumetti in personaggi che del fumetto hanno ben poco, descritti e analizzati come sono in ogni minimo aspetto. Niente di nuovo in quest’epoca che sta tuttora elaborando i residui del postmodernismo, nella quale i  “produttori d’immaginario” si rendono improvvisamente conto che il cinema è diventato un’arte obsolescente, buona semmai ad alimentare qualche residuo dei fasti holliwoodiani, mentre in televisione si producono telefilm che si fanno carico di tutta la complessità e potenzialità del cinema del passato. Di Murakami mi colpisce come questa sua abilità metaletteraria (e non solo) non mini affatto il suo potenziale poetico. Egli ha un mondo suo ben riconoscibile, costituito da personaggi ipersensibili, solitari, che transitano in una realtà brutale, dalla quale si proteggono rifugiandosi nel sogno (che talvolta diventa incubo) o cercando rapporti umani esclusivi, spesso idealizzati, che proprio nella realtà possono essere anche belli ma in sostanza fugaci. Si tratta di romanzi scritti con uno stile dettagliattissimo, che non perde neppure un istante della vita dei suoi personaggi, pieni di fughe e digressioni, con soluzioni narrative affascinanti che sconfinano nei territori dell’ultimo David Lynch. Eppure, nell’insieme, conservano un alone quasi fiabesco, d’incanto che può ipnotizzare chi sta al gioco (e siamo in tanti: Murakami è uno scrittore complesso che vende come J. K. Rowling, l’autrice di Harry Potter) o irritare chi vuole scorgere in quest’incanto una furberia. È successo a Franco Cordelli, tra i pochi scrittori che hanno stroncato quasi con odio 1Q84, la sua ultima monumentale opera di cui in Italia deve ancora uscire il secondo volume
1Q84 non fa riferimento al 1984 che abbiamo vissuto ma a una sua variante alternativa. Non “parallela”, semmai da intendere come una diramazione senza possibilità di ritorno, nella quale finiscono i due protagonisti del romanzo: Aomame (una bella killer che uccide gli stupratori con un sottilissimo punteruolo, dando loro una morte istantanea e indolore) e Tengo (aspirante scrittore e ghost writer che riscrive un affascinante romanzo, La crisalide d’aria, che la sua autrice, diciassettenne e dislessica, ha scritto con una scrittura inadeguata). In realtà 1Q84 è così ambizioso da essere inenarrabile nella sua precisa struttura che si dipana in 2 parti (in questo volume) e in 24 capitoli per parte; i capitoli si alternano per trattare separatamente le storie di Aomame e di Tengo, uniti da un incontro infantile e lontano, desiderosi di incontrarsi in questo presente distopico nel quale, per il momento, rimangono separati. In questo loro presente ci sono due lune, c’è un personaggio enigmatico chiamato Leader che ha qualcosa in comune con il sacerdote del Ramo D’oro (a Aomame, proprio come nel testo antropologico di Frazer, tocca recarsi da lui per ucciderlo) e degli strani “omini”, detti Little people, che sono come degli dèi e che interagiscono nel destino degli umani di questo mondo, provocando non pochi disastri.
Chiaramente, se come Franco Cordelli siamo dei patiti della “verosimiglianza”, se non siamo disposti a portare fino all’estremo la nostra “sospensione dell’incredulità”, un libro come questo potrà solo infastidirci, insieme a tutta l’opera di Murakami (tranne forse che per Norwegian wood). Il che significa ignorare che la miglior letteratura di quest’epoca, ovvero quella che rifiuta di lasciarsi impoverire e normalizzare dall’editing sconsiderato e dalla forzata collocazione nel genere, ha fatto proprio dell’inverosimiglianza, dell’iperbole, dell’ipercomplessità, della metanarrazione e dell’apparente inconcludenza la sua stessa poetica. Andando nel passato recente, basta leggersi Il tamburo di latta di Gunther Grass, i romanzi di Kundera o quelli del miglior Salman Rushdie per accorgersene. Se in questi autori è palese  l’intenzione di riportare nella modernità la fantasia e la libertà che stavano alle basi del romanzo stesso (anche se Rushdie già s’immerge a piene mani nella cultura postmoderna), in quelli che verranno dopo di loro la consapevolezza d’essere nati in un’epoca d’assoluto relativismo artistico-culturale sembra trovare le sue naturali difese nel progetto (più o meno consapevole) di realizzare opere capaci, nel loro interno, di nobilitare il caos in cattedrali letterarie che hanno la stessa consistenza dei sogni. O sarebbe meglio dire degli incubi. Non mi sembra affatto casuale che, pur nelle loro abissali differenze, autori come Roberto Bolano e Murakami Haruki siano così ardui e nel contempo venduti. Ma di nomi potremmo farne altri: il Bret Eston Ellis di Lunar Park (molto vicino a Murakami sia per l’approccio pop ai più diversificati materiali narrativi, sia per l’insistenza a citare marche d’abiti, d’arredamento, d’auto e di bevande…), Steve Erickson con le sue trovate inverosimili e metaletterarie (autore tuttavia poco conosciuto in Italia) o il Jonathan Lethem di La fortezza della solitudine1. Volendo poi attenerci a due capisaldi, impossibile non citare lo Stephen King di romanzi come La storia di Lisey o (in un altro campo) il maestro David Lynch – che con i suoi ultimi film ha intrapreso un percorso di estrema ridefinizione delle potenzialità espressive del cinema stesso, azzerando fino all’autolesionismo il concetto di verosimiglianza.
Alla fine si tratta di decidere da che parte stare: c’è chi, come Pietro Citati ci esorta con ragione alla rilettura dei classici e rimpiange la grande lezione dell’ibridazione tra critica e romanzo degli anni 80 (Le nozze di Cadmo e Armonia di Calasso), disgustato dal successo di un Faletti che gli risponde paragonandosi addirittura a Dumas; chi difende il genere (romanzo di genere) come strumento per narrare il presente e chi, più venalmente, vede in questa forma (almeno in Italia) l’unico veicolo per far sopravvivere l’oggetto romanzo; chi continua a coltivare un’idea di romanzo puro, esistenziale, spesso degenerante nell’effimero o nel midcult. Io preferisco scorgere nelle opere di Murakami o di Steve Erickson (o, in modo diverso, nel Neil Gaiman di American Gods) dei tentativi di rinnovamento e di libertà espressiva romanzesca che più di altri si riallacciano alle origini del romanzo stesso, pur tenendo conto di dover narrare storie – molteplici storie in un’unica storia – adeguate al Terzo Millennio. Con distacco e partecipazione. Un punto di vista che richiederebbe dei critici adeguati, come adeguati alla letteratura dell’epoca erano i critici della prima metà del secolo scorso. Critici che, piaccia o no, sono cresciuti leggendo Joyce e guardando Twin Peaks e poi LOST, appassionandosi nel contempo per alcuni libri di Stephen King senza dimenticarsi di studiare la cultura popolare e i miti.
Naturalmente, applicare un simile approccio, non significa approvare acriticamente qualsiasi  cosa scrive Murakami. Il mio ipotetico critico dovrebbe possedere gli strumenti per andare oltre i facili entusiasmi e le facili stroncature pregiudiziali. Non si può certo considerare 1Q84 un “romanzo perfetto”: all’interno di momenti alti e affascinanti, di rappresentazioni disarmanti del mondo attuale, di un’empatia partecipe e di un’ironia non sempre decifrabile, di profonde analisi dell’animo umano, non mancano cadute e lungaggini. Lo stile di Murakami non è schioppettante come quello di Salman Rushdie, che passa da una scena all’altra quasi capriolando, pur con i suoi barocchismi, né riesce a creare più immagini nella stessa frase attraverso associazioni arbitrarie. Per portare Tengo e Fukaeri nella casa del vecchio tutore di lei, Murakami si dilunga in un viaggio nel quale è soprattutto importante darci la percezione di come il giovane percepisce la ragazza. La sua attenzione al presente vissuto dai personaggi, istante per istante, è maniacale. Per alcuni suoi fans questa maniacalità realista, contrastante con la l’inversimiglianza delle storie, è uno dei punti forti della sua arte. Io noto che funziona meglio nelle opere brevi o di media lunghezza, mentre rischia di stancare alla lunga. Ho trovato poi banale la lacrima che scende dall’occhio del padre di Tengo, affetto da demenza senile, dopo il lungo discorso che il figlio gli rivolge nella casa di riposo. Cordelli ha ragione: i maschi di Murakami eiaculano troppo, un po’ come in certi manga pornografici. Ma questo può non essere un difetto: rispetto ai ragazzini di quei manga, dilungarsi sulle eiaculazioni di Tengo è un modo per sondarne la sensibilità.
Questi i difetti. Sui pregi ho accennato più sopra e potrei dilungarmi per pagine e pagine. In realtà 1Q84 è soprattutto un grande e affascinante contenitore di storie. La crisalide d’aria, il romanzo nel romanzo scritto da Fukaeri e rivisto da Tengo, è di per sé una storia che poteva reggersi da sola. Chissà che Murakami non abbia pensato per davvero di scriverla? Eppure qui è in continua relazione con le storie dei due protagonisti e di tutti gli altri personaggi. L’invenzione del paese dei gatti, poi, altra storia nella storia, infilata in un viaggio, è un racconto d’altri tempi di per sé funzionale, senza nessuna concessione al postmoderno.
Borges, Orwell (privato dall’opprimente pedagogia di Orwell), Dick, King, Lynch, Kafka, Frazer e chissà quanti altri autori. 1Q84 è la letteratura al suo meglio. Ma è soprattutto l’essere un  vorticoso catalizzatore di storie a farne una di quelle opere che a mio avviso si distinguono nell’arte del romanzo del Terzo Millennio.


1 E’ un caso che questi autori, tranne Ellis, siano tutti influenzati da Philip K. Dick, visionario e nel contempo acuto interprete del suo tempo e ancor più del nostro?

:: Recensione di La Scorciatoia di P.G.Sturges (Edizioni BD collana Revolver, 2012)

15 agosto 2012

La Scorciatoia (The Shortcut Man, 2011) esordio narrativo di P.G Sturges, figlio del celebre regista, sceneggiatore e produttore cinematografico Preston Sturges, traduzione di Fabrizio Fulio Bragoni, nuova scoperta di quella fucina di grandi talenti che si sta rivelando essere la collana Revolver di edizioni BD diretta da Matteo Strukul, che per fiuto e istinto si sta confermando uno dei più interessanti talent scout in circolazione, è un classico hardboiled vecchia scuola, con tutti i personaggi classici del genere al loro posto: l’investigatore o quasi sfigato ma fondamentalmente con una morale, la femme fatale che divora tutti gli uomini su cui riesce a mettere le mani, il miliardario con qualche problemino da risolvere, il filippino braccio destro infido che questa volta caso vuole sia pure innamorato. Non a caso Michael Connelly ha azzardato paragoni con niente di meno che con il buon vecchio Raymond Chandler anche se come ha fatto notare il traduttore Fabrizio Fulio Bragoni la figura centrale della dark lady come incarnazione stessa del male richiama forse più i romanzi di James M. Cain tra cui Il postino suona sempre due volte e particolarmente su tutti La morte paga doppio. L’ossatura hardboiled è tuttavia contaminata con la corrente umoristica del noir sulla scia di Donald E. Westlake, Elmore Leonard, Carl Hiaasen, tra gli altri, più un’ irriverenza e una sfrontatezza tutta sua che ne fanno la cifra distintiva del suo stile. La trama è decisamente lineare: Dick Henry, dai tempi in cui faceva il poliziotto chiamato la Scorciatoia, vive a Los Angeles e trascorre il suo tempo a risolvere i guai della gente. C’è un inquilino che non paga l’affitto e non riuscite a sfrattare? Vostro padre riceve lettere appassionate da una donna e sospettate che ci sia dietro una truffa? Il tizio che vi ha imbiancato casa ha fatto un lavoro scadente e siete una vecchietta che non sa difendersi? Bene Dick Henry è l’uomo che fa per voi  e con le buone o più che altro le cattive risolverà il vostro problema. Finché un giorno un miliardario re del porno non l’assolda per scoprire se la sua amata mogliettina lo tradisce. Dick Henry accetta per scoprire suo malgrado che la fedifraga mogliettina non è altro che la bellissima e sensuale Lynette con la quale se la spassa da qualche mese. Dick Henry sarà così alle prese con un frenetico gioco degli equivoci che lo porterà ad inventarsi un cadavere fino all’esilarante scena delle Onoranze Funebri, che mi ha fatto ridere con le lacrime agli occhi. Anche Lynette ha i suoi piani comunque e Dick Henry si troverà costretto a cercare di uscirne almeno vivo. Capitoli brevissimi, talento visionario e cinematografico, umorismo sopra le righe, sesso e amore alternati con gusto per il paradosso, susseguirsi incessante di colpi di scena ne fanno una storia che scorre veloce verso un finale tragico ma nello stesso tempo inevitabile. Niente paura comunque è già uscito negli Stati Uniti il seguito Tribulations of the Shortcut Man non ci resta che aspettare che venga tradotto anche in Italia. Chissà magari Fabrizio Fulio Bragoni è già al lavoro.      

:: Recensione di Olivia. Ovvero la lista dei sogni possibili, Paola Calvetti (Mondadori 2012) a cura di Viviana Filippini

15 agosto 2012

Olivia è una giovane trentenne, carina, con una laurea e un lavoro in un ufficio stampa. Tutto sembra perfetto, e ho scritto sembra, perché poco prima di Natale la sua vita cambierà in modo inaspettato: Olivia viene licenziata. Triste e demoralizzata la ragazza non ha il coraggio di tornare a casa e, in compagnia dello scatolone colmo di tutto quello che è stata la sua vita lavorativa da precaria, si rifugia in un bar tabacchi per trovare un po’ di consolazione. Qui, tra una cioccolata, un pasticcino, uno spuntino e due chiacchiere con il cameriere, la fragile Olivia pensa a come riorganizzare la propria esistenza, cominciando a scrivere una lista di cosa da fare per essere veramente felice. La permanenza nel locale diventa per la protagonista un flashback nel passato fatto di tanti ricordi che hanno caratterizzato la sua adolescenza, i suoi studi letterari, i sogni, le passioni e i fallimenti che l’hanno segnata. Olivia pensa a se stessa, mentre davanti ai suoi occhi scorre la buffa umanità che caratterizza il locale: adolescenti alle prese con le pene d’amore, nonni baby-sitter, coppie impegnate a scegliere cosa preparare per il pranzo di Natale. In questo piccolo universo protettivo la nostra eroina stila la lista dei desideri possibili e li appunta con la consapevolezza che su di lei veglia da sempre, anche se è morta da tempo, lo spirito della nonna, colei che l’ha iniziata alla lettura, al divertimento e alla passione per la fotografia regalandole una Polaroid. Ed è con questa macchinetta che Olivia ha bloccato momenti intensi di vita, carichi di emozioni e di persone che in modo inaspettato torneranno nella sua vita. In parallelo alle vicende tragicomiche della protagonista c’è la storia dolente e complessa, di un lui, Diego, un giovane uomo laureato in legge, esperto di diritto internazionale, con una unica grande passione: la fisica. La sua esistenza è colma di dolore, Andrea, il fratello maggiore ha compiuto un gesto che ha lasciato una ferita profonda in tutti i suoi familiari. Un dolore che i genitori non hanno mai superato. A conseguenza di questo fatto Diego si è sempre sentito poco amato dalla madre e dal padre, ma non ha mai smesso di amarli e di voler bene al suo infelice fratello maggiore. Diego è un giovane uomo, single e si sente inetto e incapace di amare. Il nuovo romanzo di Paola Calvetti racconta due esistenze in bilico costante tra la gioia e il dolore. Olivia e Diego sono il ritratto di una generazione – quella dei giovani adulti della nostra società contemporanea – travolto dalla crisi economica, lavorativa, sentimentale ed emotiva. Su ogni piano le loro esistenze hanno subito scossoni traumatici che li hanno fatti e li stanno facendo soffrire anche nel presente, dimostrando quanto le paure, le insicurezze e le inquietudini di questi personaggi letterari siano simili alle tante ansie che caratterizzano la gioventù di oggi. Se facciamo un parallelo tra noi, la nostra società e il mondo di Olivia, ci rendiamo conto di vivere oggi in una società colpita da una grave recessione economica, un mondo nel quale i tagli dei posti di lavoro sono diventati, purtroppo, la quotidianità, un cosmo talmente cupo e depresso che anche trovare la persona giusta da amare sembra essere ormai un impresa eroica, e vi garantisco che non riguarda solo Olivia! Olivia. Ovvero la lista dei sogni possibili è un libro curioso ed interessante, che permette a chi legge di ritrovare parte del proprio vissuto nelle esperienze dei due protagonisti, due universi così lontani, diversi, distanti tra loro, ma allo stesso tempo inconsapevoli di essere vicini e simili. Tra le pagine libro della Calvetti, edito da Mondadori, c’è molto dolore e sofferenza, ma la festa natalizia finale ha in sé un messaggio di speranza e di rinascita per Olivia e Diego, un monito che dovremmo considerare pure noi lettori. A volte per ricominciare a vivere è necessario staccarsi -anche se è un processo difficile e spesso non completo- dagli eventi che più ci hanno fatto soffrire e Olivia e Diego ne sanno qualcosa, perché la loro vita è stata marchiata da episodi traumatici che li avranno resi sì fragili e ipersensibili, ma allo stesso tempo queste prove hanno dato loro la forza di continuare a sperare nel domani, un segno che anche nel buio più assoluto c’è sempre un spiraglio per la luce.

Paola Calvetti ha lavorato alla redazione milanese della «Repubblica», dal 1993 al 1997 ha diretto l’Ufficio Stampa del Teatro alla Scala e, in seguito, è stata Direttore della Comunicazione del Touring Club Italiano. Oggi scrive per il «Corriere della Sera» e il settimanale «Io Donna». Ha pubblicato L’amore segreto (Baldini&Castoldi 1999), L’addio (2000), Né con te né senza di te (2004), Perché tu mi hai sorriso (2006), tutti in edizione Bompiani, e Noi due come un romanzo (Mondadori 2009).

:: Un’ intervista con Michael Gregorio

13 agosto 2012

Benvenuti Daniela e Michael su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Inizierei con le presentazioni. Ognuno descriva l’altro anche fisicamente.

Daniela: l’aspetto di Mike è molto inglese. O almeno come noi latini ci immaginiamo sia un inglese. Non è solo il fatto di essere biondo (o esserlo stato. Un po’ di capelli e barba bianchi ci sono anche se il biondo chiaro aiuta il camuffamento più di una capigliatura scura) occhi azzurri e abbastanza alto. Ma è soprattutto il mento pronunciato a dargli l’aspetto inesorabilmente British.

Mike: Daniela è… e basta. Quando la conobbi per la prima volta in Inghilterra molti anni fa, faceva impressione la sua personalità spiccata, la sua magrezza e il suo senso di umorismo. E’ così ancora oggi, a parte, diciamo, un “paio” di chili in più.

Per chi non lo sapesse Michael Gregorio è lo pseudonimo di due scrittori Daniela De Gregorio e Michael G. Jacob che sono anche sposati nella vita. Quindi un doppio connubio letterario e di sentimenti. Parlateci di voi, della vostra infanzia, dei vostri studi, della vostra vita professionale.

Daniela: ho avuto un’infanzia insolita e divertente. Mio padre era un pittore con una storia artistica bella ed importante e dunque frequentava gente interessante anche per una bambina. Infatti non mi importava troppo essere in compagnia di coetanei. , perché quando mamma a papà mi portavano dietro a cene, serate, riunioni ed inaugurazioni di mostre, ero in mezzo a persone la cui conversazione e comportamenti erano sempre un po’ “matti”. Ricordo una estate a Spoleto. Un gruppo di amici artisti aveva preso in affitto una bella villa su una delle colline della città. Praticamente era una “comune” prima che le comuni fossero di moda. Ogni tanto arrivava un artista e ne partiva un altro. Dipingevano insieme, parlavano, scherzavano. Ricordo di sera (erano i primi anni ’50 e non c’era televisione) facevano anche qualche spiritismo fra lo scherzoso ed il serio. Io ero l’unica bambina presente. Divertita e coccolata da tutti. Avevo 5 anni. Poi è cominciata la scuola e la mia vita è diventata molto più regolare e noiosa. Ho fatto il liceo classico a Spoleto. Ottimi voti nelle materie letterarie. Filosofia la mia preferita. Nelle materie scientifiche ho avuto problemucci che i professori, siccome andavo molto bene in tutto il resto, non mi facevano pesare troppo. Università a Perugia. Laurea in storia e filosofia. Una collaborazione giornalistica ai quotidiani locali quando ero all’università. Verso la metà degli anni 70 con i miei genitori mi sono trasferita a Firenze. Nel 1975, per imparare l’inglese sono andata a Oxford iscritta ad uno di quei corsi estivi di inglese. Allora non c’erano ragazzini o bambini ed i corsi era pieni di adulti, soprattutto scandinavi. Mike era uno dei miei insegnanti.

Mike: La mia infanzia a Liverpool può essere riassunta in una parola: calcio. Giocavo a calcio, seguivo il calcio, sognavo di giocare tutta la vita. Dopo l’università, cominciavo ad insegnare letteratura inglese, cosa che ho fatto per 9 anni in Inghilterra e per 25 anni in Italia. Sono un collezionista appassionato di fotografie del 19° secolo, e ho avuto la fortuna di insegnare anche storia della fotografia. Ho messo insieme collezioni di una certa importanza. La mia raccolta di fotografia che riguarda il Risorgimento è stata esposta varie volte, e adesso fa parte di una collezione pubblica importante. Ovviamente, il mio idolo non è Mick Jagger, ma Giuseppe Garibaldi.

Come vi siete conosciuti? Ditemi il primo ricordo che avete l’una dell’altro.

Daniela: Ci siamo conosciuti ad Oxford nel 1975. Il modo ha qualcosa di “gotico” e annuncia un po’ il nostro destino. I corsi di inglese si svolgevano all’Hertford College, un posto molto sinistro di suo. Io occupavo una stanza grande da sola. Una sera verso le dieci, bussa alla mia porta una signora francese sui quaranta anni. Le voci dicevano che fosse la segretaria del ministro della difesa francese di allora. Era agitata e mi spiega in un inglese con un forte accento gallico, che dalla sua stanza sentiva grida femminili. La sua ipotesi era che da qualche parte si stesse torturando una ragazza. Raduno subito un piccolo manipolo di amici italiani e spagnoli e si gettiamo alla caccia del “mostro”. La signora francese lo aveva descritto con precisione: era l’insegnante biondo con gli occhi chiari che si chiamava Mike. Ci convincemmo subito “Ma certo! Quello l’aria strana ce l’ha!” “ Ieri l’ho visto e sembrava che..” “ Anche a me sembra che…” Mentre salivamo e scendevamo per le scale buie ci caricavamo. Non trovammo niente. Cominciammo a sospettare che la signora francese avesse inventato tutto. O immaginato. Il giorno dopo vediamo la ragazza che doveva aver subito le torture parlare tranquillamente con Mike. L’avvicino e le chiedo se sta bene. Quella mi dice che sta benissimo. Poi le racconto la paura della notte precedente. Quella indica la signora francese che aveva bussato alla mia camera e si tocca la tempia. Quella è matta. Ecco, è rimasto sempre il dubbio: la francese era matta? Non lo era e Mike era veramente il mostro torturatore di ragazze? Non so se l’ho sposato proprio per questa “aura” di mistero.

Mike: Ad Oxford in quegli anni andavo al cinema d’essai quasi ogni sera. Invitavo i miei studenti a venire con me. C’era una bella ragazza italiana che amava il cinema come me. All’inizio invitavo tutti i miei studenti ad andare a vedere i films. Per esercitare l’inglese. Dopo un po’ invitavo Daniela e basta.

Come è nato il vostro amore per la letteratura? Quali sono stati gli scrittori che avete più amato durante i vostri anni formativi?

Daniela: Da piccola ho letto molto Jules Verne. Poi, verso il ginnasio-liceo ho scoperto Kafka e me ne sono innamorata. Ho anche fatto un pellegrinaggio sulla sua tomba nel 1972. In seguito è cominciata la passione per il mistero ed il giallo. Ho amato (e amo molto anche se non la leggo più da un pezzo) Patricia Highsmith. E poi naturalmente Stephen King fino a quando ha scritto libri non troppo visionari. Ogni due anni rileggo Jane Eyre e Moby Dick. Darei il braccio destro ed un piede per aver scritto uno dei due.

Mike: Studiavo letteratura all’università. Amavo i romanzi ‘grossi’, quelli dai 400 pagine in su: Cervantes, Moby Dick, Dostoevsky, Tolstoy, Flaubert, Fielding. In seguito ho scoperto la letteratura americana, in particolare Faulkner, Vonnegut, e il ‘noir classico’, quelli di Chandler, Hammett, e i loro seguaci. Comunque, il mio preferito è sempre Charles Dickens, e il suo capolavoro, “Grandi Speranze.”

Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto, quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto?

Daniela: Quando lo lessi, credo avevo sui quindici anni, mi sconvolse “La metamorfosi” di Franz Kafka. Più di recente, ma parlo sempre di diversi anni fa, ho letto e riletto (mi succede di rado) “L’altra Grace” di Margaret Atwood. Adesso sono una lettrice pigra e disordinata. Leggo molti thrillers e ancora qualche libro di storia. Quando facevamo ricerche sulla Germania dell’800 leggevo tutto quello che riguardava quel periodo su cui riuscivo a mettere le mani. Ho trovato libri insoliti e interessanti. Per lo più in inglese.

Mike: “Grande Speranze” ha tutto – mistero, assassinio, le vendette, scene di grande e gotico impatto, l’amore che porta alla rovina, un senso del dovere persistente, la perdita inevitabile della famiglia e dei sentimenti giovanili, e la realizzazione che ogni piccola decisione può essere decisivo e finale, che ti può portare alle stelle o alle stalle. Lo rileggo ogni volta che leggo un paio di romanzi in seguito che non mi ispirano troppo, per rinfrescare la memoria di come deve essere un libro.

Vivete da anni in Italia. Perché avete scelto di vivere nel nostro paese?

Daniela: Io sono italiana, ma ogni tanto sbotto e chiedo a Mike di andare a vivere in Inghilterra. Mi piace molto il loro paesaggio. Qualche volta (quando è troppo caldo come questa estate) invidio anche il loro clima. Ma Mike è irremovibile. Lui non lascerebbe mai l’Italia. Boh… chiedete a lui il perché.

Mike: Che responsabilità! Perché l’Italia? Amo il paesaggio, l’arte, il cibo. Amo casa nostra, e il nostro gatto, Lionello. Mi piace essere un pesce fuori acqua. Mi sono divertito alcuni giorni fa quando presentavamo il nostro romanzo Boschi & Bossoli a Praiano sulla costa amalfitana. Una signora mi ha detto: “Lei è molto simpatico, sembra più napoletano che inglese”. In effetti, mi trovo meglio con la mentalità italiana che è più rilassata e informale che quella rigidamente britannica.

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

Daniela: Qualche anno fa un programma televisivo credo fosse Rai News International, ci dedicò un servizio a seguito di una intervista di Giovanna Zucconi apparsa su “La Stampa” dove parlava del fatto che fare progetti insieme rende un matrimonio più forte. Ad un certo punto a Mike scappò detto che noi non abbiamo mai litigato tanto come da quando scriviamo insieme. La giornalista lo fermò e chiese al tecnico di cambiare quella dichiarazione. Però è vero. Noi litighiamo molto da quando scriviamo a quattro mani. Su un capitolo che non funziona siamo capaci di dirci cose molto cattive. Però sono circoscritte al lavoro, non passano mai nella nostra vita insieme. Siamo gli editor più feroci l’uno dell’altra e questo è un bene. Il pericolo più grande per uno scrittore, infatti, è il compiacimento per quello che scrive. Il proprio e quello delle persone a cui fai leggere il libro. Anche i più grandi scrittori cominciano a fare errori quando non c’è più nessuno che “osi” dirgli dove il libro non sta funzionando.

Mike: Litigare è una brutta parola. Noi abbiamo ogni tanto degli scambi di opinione assai accesi particolarmente sul lavoro. Nella vita non potrei immaginarmi con una compagna che non sia Daniela. L’importante, come ho imparato, e di non dire sempre che ho ragione io, anche se… Ma no, basta, altrimenti cominciamo a litigare.

Avete esordito con Critica della Ragion Criminale il primo romanzo di una serie che comprende I Giorni dell’Espiazione, Luminosa Tenebra e Unholy Awakeningancora inedito in Italia con protagonista il giovane procuratore Hanno Stiffeniis, tutti ambientati in Prussia durante le guerre Napoleoniche. Come è nata l’idea di questa serie, quanti libri prevede?

Daniela: L’idea non era nata come una serie. Quando abbiamo scritto Critica della Ragion Criminale pensavamo ad un unicum. Ma quando Faber & Faber ci ha fatto il contratto, ci ha detto che ne voleva due e che dovevamo pensare un’altra indagine di Hanno Stiffeniis. Poi c’è stato il contratto per altri due libri. L’idea di Criticaè venuta fuori per la curiosità che in tutti e due aveva suscitato la personalità di Immanuel Kant. Io (Daniela) ho insegnato filosofia al liceo classico e più leggevo e più il filosofo della razionalità mi sembrava una figura sinistra. Veramente “gotica”. Da lì è partita l’idea di descrivere gli ultimi giorni di vita di Kant che diventa un personaggio “dionisiaco” e mefistofelico. Fra i nostri ammiratori c’è un professore germanista dell’università di Edimburgo che usa i nostri libri per far capire la “germanicità” ai suoi studenti. E’ la cosa particolare delle indagini di Stiffeniis: sono dei thrillers anche piuttosto “splatter”, ma in qualche università, Edimburgo appunto e, più di recente a Bologna e Verona, ci sono studenti che le studiano dal punto di vista filosofico. Le indagini di Hanno Stiffeniis comunque, si fermeranno alla quarta “Unholy Awakening”. Almeno per un po’.

Una curiosità la pubblicazione in Italia di Unholy Awakening per quando è prevista?

I tempi di uscita dei libri, soprattutto quelli in traduzione, è sempre una cosa decisa dalla casa editrice. Ci hanno detto, comunque, che sarà alla fine di questo anno o all’inizio del prossimo. Einaudi Stile Libero lo acquistò insieme a Luminosa Tenebradopo aver pubblicato i primi due.

Mi piacerebbe sapere un po’ di più di questo libro. E’ vero che Hanno Stiffeniis avrà a che fare con i vampiri?

Abbiamo cercato di dare alle indagini di Stiffeniis ambientazioni diverse nella Germania dell’inizio ‘800. Il primo romanzo si svolge a Königsberg durante gli ultimi giorni di vita di Immanuel Kant. Ne I Giorni dell’Espiazione lo scenario è quello terribile delle caserme militari prussiane. La Germania allora (insomma la Prussia) era veramente un’unica grande caserma e la vita lì dentro era ferocissima. Avevamo messo le mani su un paio di libri che la descrivevano molto bene. Un vero racconto dell’orrore. In Luminosa Tenebra portiamo Stiffeniis sulle coste del Baltico dove si raccoglie l’ambra, la ricchezza della Prussia di quel periodo. Nel libro, le raccoglitrici di ambra, che sono quasi delle superdonne, vengono uccise in modo terribile. L’idea ci era venuta quando ci siamo imbattuti in un testo del ‘600 di Hartmann che descrive il mistero dell’ambra, come si raccoglieva, che cosa è e da dove arrivano gli insetti intrappolati lì dentro. E in Unholy Awakening(non sappiamo ancora che titolo avrà in italiano) parliamo del fenomeno del vampirismo. Non tanto del vampiro romantico come lo conosciamo oggi dai film e dai libri per giovani tipo “Twilight”, quanto della paura del morto che ritorna. Un familiare, un amico, che bussa alla porta e che viene accolto come se fosse vivo. Poi, improvvisamente, intuiamo qualcosa di “estraneo” e di malefico e comincia l’orrore. Anche qui avevamo trovato un testo del ‘700 sul fenomeno del vampirismo scritto dal vescovo di Trani Giuseppe Davanzati. Era un fenomeno diffuso e ricorrente fino alla prima metà dell’800. Nella seconda metà del ‘700, tanto per dire, Maria Teresa d’Austria dovette emanare un ordine che impedisse alla gente dei villaggi di aprire le tombe alla ricerca del vampiro che secondo loro stava portando la morte (spesso la peste) nelle loro case. Ecco siamo partiti da una paura di questo genere che scoppia nella cittadina dove vive Stiffeniis a seguito di strani fenomeni e dell’arrivo di una misteriosa donna.

Il vostro lavoro prevede un’attenta ricostruzione storica. La scelta di ambientare le vostre storie nella Prussia di inizi Ottocento durante le guerre Napoleoniche è una scelta piuttosto insolita. Non è un periodo molto documentato. Come avete ovviato alla difficoltà di trovare le fonti?

Dove potevamo e come potevamo. Internet è ovviamente una grande risorsa. Abbiamo trovato lì notizie sulle leggi (terribili) che regolavano la raccolta dell’ambra lungo le coste baltiche. Poi libri e documenti, in particolare una rara edizione completa dell’Encyclopedie di Diderot che abbiamo scoperto a Spoleto. Descrive letteralmente tutto. Utilissime anche le lettere che la mamma di Schopenhauer scriveva al figlio descrivendo la paura dell’arrivo dell’esercito di Napoleone dopo la sconfitta di Jena.

Mi piacerebbe sapere qualcosa in più sul personaggio di Hanno Stiffeniis. Si basa su una persona realmente esistita o è unicamente frutto della vostra fantasia?

Non volevamo fare di Kant il personaggio principale. Di investigatori dai nomi famosi ce ne sono troppi ormai. Volevamo che chi indaga sui delitti fosse qualcuno non particolarmente efficace dal punto di vista investigativo (anche di detective che capiscono subito a chi dare la caccia ce ne sono troppi), ma piuttosto che avesse un contrasto interiore. Qualcuno che prova paura di quello che affronta, morte violente, sangue e ferocia, perché lo sente non del tutto estraneo a sé stesso. Hanno Stiffeniis indaga perché è un procuratore e le cose gli capitano perché fa quel lavoro. Ma quello che scopre nelle sue indagini, incluso chi è l’assassino e le motivazioni della violenza, preferirebbe non saperlo. Anche nelle indagini vere avviene questo, crediamo. Soprattutto nei casi più efferati: è sapere chi lo ha fatto e perché che ci rende più inquieti.

Il vostro libro più recente parla di cementificazione e abusivismo. Ce ne volete parlare? Come vi siete accostati ad un approccio così ambientalista?

Abitiamo in una cittadina bellissima (Daniela ci è nata a Spoleto) che ha subito molti scempi negli ultimi tempi. Alcuni progettati, molti attuati. Noi che vivevamo un po’ appartati e con la testa nella Germania dell’800, improvvisamente ci siamo tirati dentro a proteste e manifestazioni per difendere il paesaggio e il centro storico dal solito assalto cementizio che viene spacciato per sviluppo e modernità. E’ successo in molto luoghi, ci viene in mente Monticchiello, per esempio. E la battaglia di Asor Rosa. E’ successo anche a noi. Sicché, quando a seguito di vicende di costruzioni e progetti secondo noi deturpanti che sono anche finiti sui giornali nazionali, Alberto Ibba che dirigeva la collana di VerdeNero-Ambiente ci ha chiesto se ci andava di scrivere un thriller di eco-mafia, non ci abbiamo pensato un attimo ed è venuti fuori Boschi & Bossoli. Per noi è stata una cosa insolita, perché in genere i nostri libri sono scritti in inglese per case editrici inglesi ed americane e poi tradotti in italiano. Questa volta la storia è stata ambientata in Italia, scritta in italiano e poi verrà tradotta in inglese. Insomma, abbiamo fatto il viaggio al contrario, almeno per questa volta. La cosa ci è piaciuta molto. Nella storia ch raccontiamo c’è sempre un elemento violento e feroce, ma questa volta l’ambiente non è la Germania e non è l’800. E’ l’Italia ed è oggi.

Chi dei due è il più pignolo, esigente, e chi invece è il più creativo, fantasioso?

Tutti e due, per fortuna, abbiamo una buona dose di fantasia e una buona disciplina per tenerla a freno. Però ormai conosciamo i nostri individuali pregi e difetti e ne teniamo conto senza discutere più tanto. Per esempio Daniela ha più il senso della trama e di quello che può o non può succedere, date alcune premesse, oltre alla coerenza psicologica e di motivazione dei personaggi. Difetti: non è molto accurata nelle descrizioni. Mike sa descrivere bene la fisica delle cose, dei paesaggi e degli ambienti. Oltre a saper dare vivacità al dialogo. Difetti: dimentica la trama.

Chi ritenete siano i maggiori scrittori contemporanei? Chi apprezzate della nuova generazione?

Daniela: Nel mondo anglosassone ci sono scrittori grandissimi del genere “giallo”. Philip Kerr, ad esempio ci piace molto. In Italia, i giovani come Simone Sarasso, Guglielmo Pispisa, i Kai Zen, i Wu Ming.

Mike: Sono d’accordo per quanto riguarda i scrittori italiani. Fra gli inglesi, apprezzo Mark Billingham, Ian Rankin, Craig Russell, Bill James, R. N. Morris, Declan Burke, Anthony Neil Smith, Damien Seaman e tanti altri. Fra gli americani il ‘vecchio’ Elmore Leonard è quasi imbattibile, come Michael Connelly, un grande veramente.

Quale strumento di scrittura preferite usare: la penna, il computer o la macchina da scrivere?

Daniela: Ho una mania per le penne, tutte. Devono essere con la punta grande e con inchiostro blu. Il bloc notes è il Reporter’s notebook di 150 fogli che compero da W.H. Smith quando siamo in Inghilterra. Sono capace di riempirne anche un paio, quando buttiamo giù la trama. Pagine e pagine scritte a mano con una calligrafia che nessuno (nemmeno io) riesce a decifrare. Poi, ovviamente il computer. Per la correzione sui fogli stampati, usa matita Staedler HB 2 e gomma da cancellare.

Mike: Cos’è una penna?

Avete relazioni di amicizia con altri scrittori?

In questi anni abbiamo incontrato tanti scrittori, molti dei quali consideriamo amici. Sono inglesi ed italiani. Parliamo insieme di libri. Ma anche di tutto il resto. Con una birra, chiaro.

Durante la stesura di un libro preferite occuparvi della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

Crediamo di aver riposto già a questa domanda. Daniela si occupa più della coerenza della trama, le motivazioni e la coerenza dei personaggi. Mike della descrizione dei luoghi e delle persone e dei dialoghi.

Cosa state leggendo al momento?

Daniela: Sto leggendo Prague Fataledi Phillip Kerr oltre ad un libro su Leonarda Cianciulli (la mia passione da tempo).

Mike: Sto leggendo Q di Wu Ming nell’ottima traduzione inglese, Hunger Games di Suzanne Collins, e Dead Money dello scozzese Ray Banks su Kindle. Leggo romanzi in inglese per rilassarmi. Leggo in italiano quando non c’è alternativa. Per esempio, sto leggendo Il Fantasma dell’OVRA(bellissimo titolo scherzoso) dallo storico, Antonio Sennino.

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

Daniela: Il più buffo è stato quando abbiamo conosciuto Paolo Repetti e Severino Cesari che avevano già acquistato Critica della Ragion Criminalee qualunque altra cosa avremmo scritto dopo. La nostra casa editrice principale, Faber & Faber di Londra, aveva deciso di mantenere il mistero su chi fosse questo Michael Gregorio. Gli editori di Stile Libero avevano però chiesto di incontrare il nuovo autore. Bene, arriva non una persona sola, ma noi due: una italiana ed un inglese e non da Londra o chissà da dove, ma da Spoleto. Da 125 chilometri. Il più imbarazzante è stato durante uno dei parties estivi che offre la Faber & Faber. Abbiamo parlato con Haneif Kureishi scambiandolo per tutto il tempo con Ali Karim un giornalista esperto di thrillers.

Mike: Un giapponese ci ha scritto tempo fa. Aveva letto il nostro secondo libro, I Giorni dell’Espiazione e siccome stava per visitare Europa ci ha contattato. “Dove posso trovare il castello di Kamentez?” ci ha scritto chiesto. “Ho provato Google Maps, ma senza esito.” Gli abbiamo dovuto dire che non avrebbe potuto fare nessuna gita a Kamenetz perché non esiste, se non nelle nostre teste.

Vi piace fare tour promozionali? Raccontate ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Ci fa un po’di fatica partire (abbiamo un gatto, Lionello, che adoriamo e che non sappiamo mai a chi lasciare,) ma ci fa sempre un gran piacere perché è un modo per incontrare nuove persone. Quello dello scrittore (e meno male che noi siamo in due) è un lavoro molto solitario, la qual cosa ha i suoi vantaggi. Ma ci vogliono delle interruzioni – come dire? – sociali. Comunque la cosa più divertente è accaduta durante la presentazione di Luminosa Tenebraqui a Spoleto. L’abbiamo fatta nella sede bellissima dell’Istituto d’Arte. Una vera performance preparata dagli studenti, con scene truculente e presenze di ragazzi mascherati in modo sinistro. Ad un certo punto c’è stata la lettura di alcuni brani del libro. Noi due ci eravamo dimenticati di quello che avevamo scritto, perché in Italia il libro è uscito circa dopo un anno e mezzo dopo l’edizione inglese ed americana. E poi c’era la traduzione del bravissimo Mario Marchetti di mezzo. Bene, il brano scelto era così efficace che noi due ci siamo guardati, pallidi e tesi. Ci eravamo messi paura da soli.

State lavorando ad un nuovo libro della serie dedicata a Hanno Stiffeniis? Potete anticiparci la trama?

Stiamo lavorando da tempo (la stesura è stata interrotta dall’avventura di “Boschi & Bossoli” con VerdeNero-Ambiente) ad un thriller che si svolge fra l’Inghilterra e la Roma del 1946. C’è un nuovo protagonista: Raoul Sodano un poliziotto che ha fatto parte di una sezione dell’OVRA che si occupava di crimini che potevano destabilizzare l’Italia e che quindi dovevano essere risolti presto. Raoul, innamorato da sempre di Mussolini ha ancora la sua foto nel taschino, ma lavora adesso per la Sezione 2 comandata da un americano eccentrico che ha la stessa funzione dell’ufficio per cui Sodano lavorava all’OVRA. Risolvere crimini potenzialmente destabilizzanti per il paese. A Roma, in squallide e povere stanze in affitto, cominciano a spuntare i cadaveri di donne. Tutte di mezza età, che vivevano sole e la cui scomparsa era stata denunciata qualche tempo prima. Perché mai queste donne si sono allontanate dalla loro case per finire uccise in una stanzetta misera da un’altra parte della città? Qualcuno dice a Sodano che quello è un caso che potrebbe gettare nel caos Roma e l’Italia. Un caso politico proprio prima del referendum monarchia repubblica del 1946. Raoul Sodano è riluttante a crederlo, ma quando scopre che fra le donne scomparse c’è anche una inglese che venti anni prima è entrata in Italia incontrando le più alte cariche del fascismo, sa che quella è una bomba che deve essere disinnescata.

Altri progetti?

Tradurre in inglese Boschi & Bossoli, scrivere una novella in inglese per una casa editrice francese, e sistemare l’altra parte della casa da aggiungere a quella dove già abitiamo. Dopo molte discussioni su dove volevamo vivere, Daniela proponeva l’Inghilterra, Mike l’Italia, la“perfida Albione” ha vinto.

:: Recensione di La trappola del miele di Stefano Di Marino (Lite Editions collana Atlantis, 2012)

12 agosto 2012

Il caldo dopo le piogge insistenti dei giorni precedenti era opprimente. Sul terreno sconnesso l’ultimo temporale aveva lasciato pozze che brillavano come traboccanti di piombo fuso. Odore di erba bagnata e di cibo cotto in strada. Jeff passò accanto a una serie di camioncini, sei tuc-tuc gialli e neri arrivati ammaccati da Bangkok e conservati in stato di manutenzione precaria. Due degli autisti giocavano a dama con gli occhiali da sole e i cappelli calati sugli occhi. Un manifesto di incontri di Laoboxing copriva un pilastro all’ingresso del mercato. Voci lontane. Bambini che correvano. Qualche prostituta già al lavoro sulla soglia di un vetusto caseggiato francese. Pareti scrostate e lucertole del colore della sabbia.

Vientiane (Laos). Nel caldo opprimente di una delle più sensuali e misteriose capitali d’Oriente si consumano i destini di un uomo e una donna. Lei: Nikki Leong un’eurasiatica bellissima e letale. Lui:  Jeff un occidentale il cui lavoro è uccidere su commissione. La morte sembra accomunarli, ma inaspettata arriva la passione, che anche solo per un attimo, li sfiora e qualcosa cambia nelle loro vite prima che l’inevitabile si compia. Stefano Di Marino profondo conoscitore della seduzione che l’Oriente esercita da millenni in questo racconto breve venato di sensualità e esotismo ci porta a Vientiane, capitale del Laos, e ci immerge in un’atmosfera rarefatta e pregna di odori e sapori di spezie. Racconto di grande fascino ed eleganza, con grande padronanza di linguaggio, capacità introspettiva e amore per i dettagli delle ambientazioni, come è nello stile dell’autore, La trappola del miele filtra attraverso gli occhi di un occidentale un mondo antico, e per alcuni versi crudele, che dietro la sua grande bellezza nasconde una realtà fatta di povertà e corruzione, che l’autore evidenzia con pochi e decisi tratti scevri da pregiudizi, senso di superiorità o disprezzo. Seppur breve è un racconto ricco di sfumature, da leggere lentamente, gustando specialmente la capacità di Di Marino di farci vivere e partecipare all’azione. L’ambientazione perfettamente riuscita descritta con termini propri dà un senso di autenticità e calore ed è sicuramente la parte che ho preferito. Il tocco di erotismo si amalgama alla storia rendendosi quasi necessario e funzionale alla psicologia dei personaggi che proprio tramite questa particolare storia d’amore provano sentimenti che nel loro mondo sono del tutto estranei e per di più letali. Pochi dialoghi, dove per lo più emerge assordante il rumore delle pale dei ventilatori, del vociare delle strade, del breve scambio di parole codificate tra mandanti ed esecutori e tra Nikki e Jeff. Bellissimo.

Stefano Di Marino è nato a Milano nel 1961. È uno degli scrittori italiani di action/adventure thriller più seguiti dagli appassionati. Ha chiuso in un cassetto una laurea in giurisprudenza per seguire la sua vocazione di narratore senza negarsi il piacere di una lunga serie di viaggi in Oriente e una approfondita conoscenza del mondo delle discipline da combattimento e della loro cultura. Ha esordito con il romanzo Per il sangue versato (1990), seguito da Lacrime di drago (1994), entrambi pubblicati da Mondadori, Il cavaliere del vento (2000) e Quarto Reich (2002), usciti perPiemme. È anche autore di libri di viaggio e di saggi sul cinema e sulle arti marziali. Per il Touring Club Italiano ha scritto E nel cielo nuvole come draghi (2006), un viaggio a Hong Kong attraverso cinema e letteratura di genere. Noto soprattutto per i suoi romanzi di fantapolitica Ora Zero (Editrice Nord, 2005) e Sole di fuoco (TEA, 2007), ha da poco completato per Mondadori la trilogia Montecristo (2008/09), basata sull’ipotesi di un colpo di Stato in Italia. Da diciassette anni, con lo pseudonimo Stephen Gunn, scrive la serie più lunga (trentasei episodi) della spy story italiana su Segretissimo: Il Professionista, che dal maggio 2011 ha una sua collana di ristampe intitolata Il Professionista Story.

:: Carlos Alberto Montaner, uno scrittore incompreso a cura di Gordiano Lupi

7 agosto 2012

Venerdì 10 agosto alle ore 21.30 nella piazzetta Lucio Dalla a San Domino – Isole Tremiti, Gordiano Lupi presenta il libro “La moglie del colonnello” di Carlos Alberto Montaner, edito dalla casa editrice Anordest. Presente l’autore.

“Ho cominciato scrivendo racconti, ho pubblicato tre romanzi e voglio finire la mia vita scrivendo fiction”, afferma Carlos Alberto Montaner (L’Avana, 1943). “La narrativa è stata la mia prima vocazione nel mondo delle lettere”. Per questo ha scritto La mujer del coronel, edita da Alfaguara negli Stati Uniti e in Spagna, adesso tradotta in italiano (La moglie del colonnello) da Marino Magliani per Anordest Edizioni, nella collana Célebres Ineditos. Plinio Apuleyo Mendoza ha definito l’ultimo lavoro di Montaner: “un racconto appassionante”, mentre Marcos Aguinis ha esaltato la qualità del linguaggio e la sua audacia artistica.
“La fiction mi attrae di più, anche se la saggistica e il giornalismo di opinione sono stati una passione costante della mia vita”, dice.
Oggi lo scrittore avanero è diventato non solo una voce imprescindibile della dissidenza democratica cubana, ma anche un giornalista ben informato su quel che accade nel continente latinoamericano. “Nel saggio prevale la razionalità, mentre la fiction – persino la più seria – fa parte dell’intrattenimento e riguarda una diversa zona dell’intelletto”, aggiunge.
Montaner è un liberale convinto, ha scritto un saggio polemico come il Manuela del perfetto idiota latinoamericano, ma le sue idee politiche spesso lo hanno reso vittima di incomprensioni e di valutazioni sbrigative. “I pregiudizi politici diventano pregiudizi letterari. Raramente sulla stampa di parte si trova un’analisi seria dell’opera di uno scrittore politicamente avverso. Non è un problema che riguarda soltanto noi cubani, basti pensare alla Fiera del Libro di Buenos Aires quando i peronisti non volevano far parlare Mario Vargas Llosa”. Il pregiudizio aumenta se si parla di autori anticastristi. “Tutti sanno che a Cuba sono messi al bando autori come Guillermo Cabrera Infante. La dittatura ha cominciato a pubblicare con il contagocce alcuni ottimi scrittori esiliati scomparsi come Lino Novas Calvo e Gastón Baquero, ma solo opere apolitiche e in tirature limitate. Vogliono mostrare un’apertura ideologica che non esiste”, conferma. I libri di Montaner non possono circolare a Cuba, se non in maniera clandestina. “Succede anche a Zoé Valdés e a Cabrera Infante, ma qualche esemplare riesce ad arrivare in maniera clandestina nelle mani dei cubani. Come sempre accade, la proibizione produce interesse”, dice. Montaner è andato in esilio a diciotto anni. Non ha più visto Cuba dal 1961. “Non ho conosciuto altra vita se non l’esilio ed è un’esperienza che mi pesa molto. Capita che quando sono in Spagna o negli Stati Uniti sogno di rivedere L’Avana, ma sono sicuro che se un giorno riuscirò a rientrare a Cuba sognerò di tornare a Madrid. Le doppie radici generano queste ambivalenze”, si giustifica Montaner. Per adesso ha scritto La moglie del colonnello, un romanzo d’amore che racconta la passione di una psicologa, moglie di un generale cubano, per un erotomane italiano. Un libro che si svolge in Italia, a Roma, nella cornice dell’Hotel Mecenate, dove sarebbe interessante organizzare una presentazione. Per il momento Montaner sbarca in Italia, per la seconda volta invita sua, nelle suggestive Isole Tremiti, per presentare il romanzo nel quadro dell’iniziativa Spiagge d’autore.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

:: Un’ intervista con Enzo Antonio Cicchino per La fonte di Mazzacane (Laruffa editore, 2012) a cura di Viviana Filippini

6 agosto 2012

Benvenuto da Liberi di Scrivere ad Enzo Antonio Cicchino, scrittore e regista, ha lavorato come assistente alla regia con i fratelli Paolo e Vittorio Taviani e con Valentino Orsini e ha all’attivo la realizzazione di film e documentari ad argomento storico per la Rai. Qui nel nostro blog lo ospitiamo per fare una bella chiacchierata in relazione al suo nuovo romanzo storico La fonte di Mazzacane. Quando ri tedeschi ammazzarono all’intrasatta edito da Laruffa.

Ciao Enzo raccontaci come è nato il tuo romanzo La fonte di Mazzacane?

Ha avuto una storia piuttosto complessa. Ma per darne il senso va fatta una premessa. E riguarda la mia vita. Sono nato in una terra marginale, il Molise, a Isernia, in una famiglia del sottoproletariato contadino. La mia conoscenza della lingua italiana era pessima. Dopo una rocambolesca avventura da giovane, a fine anni 70 decisi che avrei voluto fare il regista di cinema e presi contatto con i fratelli Taviani, in particolare Vittorio, di cui divenni amico. Proponevo soggetti cinematografici che sognavo di realizzare… Quando ebbi la sorpresa di accorgermi che Vittorio Taviani rimaneva colpito soprattutto dal mio modo di scrivere, corposo, imprevedibile, antico, “strano”.
A fine 1981, ero a Londra. Avevo appena terminato la mia collaborazione al film La Notte di San Lorenzo come assistente alla regia. Abitavo in una pensioncina in King’s Cross Road. Per vincere la solitudine iniziai e rivangare il mio passato per farne un soggetto cinematografico. Man mano che affrontavo le pagine mi accorsi però che il testo assumeva sempre più le forme del romanzo.
Ma intanto con che stile? Le pagine che avevo proposto a Vittorio erano figlie dell’istinto. Ora invece dovevo acquisire coerenza, spessore, sviluppo organico. Dovevo dare un senso al mio linguaggio. Si sa, il buon scrivere nasce dallo studio dei classici. Invece l’unica cultura che portavo nel sangue era il dialetto di espressioni primitive, sannite, latine, greche, longobarde. In aggiunta, gli sgorbi della lingua di Dante storpiata dai soldati di Napoli.  Decisi… La mia lingua doveva essere questa. Il dialetto, evoluto, reso comprensibile.

Perché hai deciso di raccontare la ricostruzione del dopo guerra?

Il dopoguerra è un concetto dell’anima. E le macerie simbolo di naufragio. Ancora oggi ad Isernia vi sono angoli diruti, resti dei molti bombardamenti di cui pare di sentir l’eco. Qui la ricostruzione non è ancora finita. E’ l’incompiuto il tragico “vezzo” del Sud.  Ma più che la ricostruzione mi ha attratto il disinganno non rimarginato, quei sogni di riscatto che hanno trovato forza solo nella emigrazione devastante, sogni di uomini in cerca di mete… da cui non hanno fatto ritorno.  Il mio sguardo sulla ricostruzione verte sulla destrutturazione emotiva del boom economico. Non crescita, non civiltà, bensì perdita dei valori. Il Molise, come tanto Sud, ha vissuto uno sviluppo all’incontrario, l’annacquamento delle coscienze; profonde eucarestie consumistiche sfamate solo dalle scorribande nei supermercati fra carrelli di surgelati e merende farcite di conservanti.
E’ una vita rimodulata dalla televisione, il video ha preso il posto del focolare come motore della parola. E’ scomparso dialetto e polenta, i ceci e cicerchie che hanno riempito gli stomaci dei cafoni, è scomparso il vigore dei millenni. Ormai regna il vuoto dell’essere unicamente italiani.
Questa è la mia metafora. Il mio deserto dei Tartari. Questa è la dimensione epica della mia perdita. E che assaporo nel romanzo.

Nel libro ci sono tanti personaggi, ma sono sovrastati in toto dall’ambiente. È possibile parlare di un romanzo corale dove ogni piccolo protagonista è una tessera che va a comporre l’unico e assoluto personaggio che regge il tutto, cioè l’ambiente molisano?

L’ambiente è quello che fu. Oggi è altro. La Fonte è un romanzo corale sul passato che va in frantumi. Sul tutt’uno fra uomini, animali e microcosmo. E’ sorgente del microterritorio in cui si coltiva la memoria. Intreccio fra cose vive e scolpite. Tutto si unifica nell’animismo pagano dei protagonisti. Che siano cafoni, conti, dottori, pazzi, vagabondi. L’ambiente rimane ancora quel  mare di colori, odori, forme in cui germoglia la microdiversità. Volti e suoni. Bocche da sfamare. E’ il passato che sta per porre domande per cui non esistono risposte. E’ il cinico senza pietà che non offre scampo. Ho dovuto fare una scelta. Quali protagonisti salvare dalle onde. Quali far testimoniare.  Ho cercato di essere semplice. Individuare totem. Colpi d’occhio. Personaggi favolosi estremi ciascuno col proprio orciolo di verità. Col proprio rancore. Ciascuno con l’impronta della natura che gli si impone, che lo pervade e lo assassina.

Tra i tanti personaggi, c’è il poeta contadino Cipresso. È un giovane colto, menomato, che ad un certo punto della narrazione ha una incredibile esplosione di rabbia. Il suo perdere il senso della ragione mi ha ricordato l’Orlando dell’Orlando furioso di Ariosto. Sei stato influenzato da questa figura letteraria?

Dalla sua rabbia che disordina il rito dell’iniziazione. Cipresso è in bilico tra le pieghe della poesia e quelle di un amore torbido esploso tra le carezze mature di una donna. La sua furia distruttiva nasce dall’ambizione, dalle ferite. Vorrebbe essere accolto nel salotto buono della ricca borghesia di Gavena ma non ci riesce. Non è Angelica, è la poesia a tradirlo! Non sono le tracce dell’amore con Medoro bensì quelle sotterranee della consapevolezza di non avere abbastanza coraggio per osare fino in fondo. Non ha forza di abbandonare la propria terra per cercarne altre. E’ questo il male dei giovani del Sud. Aver timore delle Colonne d’Ercole. Quaggiù vivono meno Ulisse di quanto si voglia credere, è questo il problema, con l’aggravante… coloro che partono non tornano più. Non v’è Itaca per chi ha fatto fortuna in America.
Cipresso è uomo in bilico. Dovrebbe tentare di essere ardito. Invece non sulla luna, ma tra le braccia di una brava ragazza e nel matrimonio ritrova il senno. E lì resta. Epilogo grigio lo ritiene il suo mentore Anacleto. Cipresso ha scelto la mediocre normalità. I valori borghesi, il quieto lavoro, il mettere al mondo figli.  Se l’incipit è Orlando, l’epilogo è Pinocchio divenuto uomo perbene. E come tutti, un consumatore.

Quale è l’atteggiamento di Anacleto verso il tradimento della moglie, e perché inserire il tema dell’infedeltà coniugale (quindi la distruzione di un relazione), in un mondo in fase di ricostruzione materiale ed emotiva?

Plasmato dal coro di sassi, straduzze, stamberghe, declivi su cui precipita, ogni giorno costretto a rialzarsi a cavallo della sua motocicletta di veterinario, Anacleto è nel profondo l’altra faccia di Cipresso. E’ l’altra faccia dell’amore, del matrimonio, della felicità, della non normalità.
Il suo epilogo tragico è quello di chi, percorso fino in fondo il sentiero, è sceso nell’abisso del calice. Ha accettato il totale valore dell’amore anche quando questo gli si rivolta contro. Amore, ambiguo amore. Ma è proprio su questo che si innerva il secondo aspetto della narrazione. Il paradosso dell’amplesso, il pericolo in quota che impone la vita: il tradimento. Che spezza, disintegra, devasta. Che spazza le convenzioni. L’amore dolore. L’amore conflitto. L’amore al di là. L’amore condannato, disprezzato, ma conquistato e ritrovato.
Se la via in ultimo scelta da Cipresso e Giovanna è una superstrada dell’ovvio. Quella di Anacleto con Peruffa è lastricata di spade, si taglia in due tra l’incredibile e l’assurdo. E’ la pazzia dell’amore mutata in valore per la vita. Al di là delle attese. Al di là del giudizio, al di là della tradizione millenaria. Il sardonico veterinario decide per quel che v’è di più supremo, spezza per sempre il suo rapporto di coniuge finto, inadeguato, “stronzo”. E accetta di cancellarsi, restituendo, pur con bizzarra mostruosità, chiave umana alla felicità. A lei, che avrebbe dovuto amare, verso cui ha mancato, concedendo per sempre il tornare alla passione pura di un amore di guerra.

Il mondo molisano incarna la civiltà contadina. Quanto e perché i personaggi rimangono saldamente ancorati alle loro origini rurali?

Vi restano legati con la dualità dell’odio. L’ambiente è il nemico. Ed è padre.
Mollare l’ancora, abbandonarlo, emigrare vuol dire mutarsi in altro. Assumere nuova identità. Perdersi. Partire è fuggire dalla prigione. Nel romanzo se ne sente il passo. Nella pagina mi sono soffermato su chi resta. Sugli anni cinquanta sessanta. Sul campo di battaglia Molise teatro di sconfitta. L’ambiente contadino odia le mutazioni. La sua dimensione etica è connessa al tempo, alle stagioni, al firmamento. Il fraseggio coglie le fratture che subiscono i personaggi. La montagna. Il vento. I mie ritratti agiscono. Qui Anacleto: veterinario, mago, clinico, medico, incantatore. E’ lui che raccoglie la confessione terribile del favoloso Barbaruscio. E’ lui il cucitore di tutte le storie. Mingantonio, Bartolo, Arturo, Clotilde, e Irene l’anziana aristocratica nobildonna amante segreta del riluttante Cipresso.
Sìi Barbaruscio. Il primitivo ubriacone. L’assassino di due tedeschi durante la guerra, seppelliti nella grotta in cui vive tra le solitudini di una poiana. E’ mostro e dio notturno insieme. Il rapace gli somiglia, lo libera ogni notte in volo per fargli conquistare cibo e sogni.

Leggendo il tuo romanzo oltre a Ignazio Silone e Gavino Ledda, le dure relazioni tra gli umani e le asperità dell’ambiente mi hanno fatto venire in mente Gente in Aspromonte di Alvaro Corrado.  E possibile relazionare il tuo lavoro a quello di Alvaro?

In Gente in Aspromonte siamo di fronte ad uno scontro dirompente. Nella Fonte di Mazzacane il conflitto è invece nel sottotesto, più pirandelliano.
L’affinità semmai è su un altro terreno: nell’immaginario a cui accede lo scrittore molisano. Al calabrese Alvaro aggiungerei anche i siciliani Verga, Sciascia, Camilleri. Al contrario di quanto si crede il Molise profondo non guarda Napoli e la cultura campana patria della canzone ‘anima e core’ e della sceneggiata. Troppo marinara, troppo dispersiva, non possiede le croste del sangue e del sole. Il Molise guarda alla tragedia greca, agli strazi della sofferenza senza lamento. Non è un caso poi che l’autore delle Terre del Sacramento, il più importante scrittore molisano Francesco Jovine fosse amico di Alvaro.

Quale è la funzione della fonte di Mazzacane che compare poco nella narrazione, ma il suo spirito aleggia in modo costante nella storia? Cosa rappresenta essa per i personaggi e per i lettori?

La Fonte di Mazzacane è un ossimoro. Fonte, è vita, è circolo, è origine attorno a cui si genera uomo e donna. Fonte disseta, disinganna. E’ freschezza. Riflette.
Mazzacane invece è morte. Dà morte. Il mazzacane è un sasso grande come un pugno che i crudeli usavano per ammazzare un cane, un cane vecchio, un cane mordace, un cane umano inutile. Fonte, Mazzacane. E’ un sentiero dialettico tra vita e morte, disperazione e speranza, corvo che infila i tetti, correndo appresso alla ruggiosa motocicletta di Anacleto. Inanella case, contrade, borghi, solitudini; lupi, sulla stessa acqua in cui i pecorari si abbeverano.

Quanto è importante in La fonte di Mazzacane il rapporto tra uomo/natura/ animali?

Sono la stessa cosa. V’è congiunzione. Modulari. Sfaccettati da un identico esistere.
Gli animali radicati nelle case. In cucina, sotto il forno, accanto al fuoco. Porci, galline, conigli. Povere famiglie in cui la donna fa più figli di una scrofa. Asini, vacche, buoi, la perdita di una bestia a volte è peggiore d’un uomo. Intimità che rasenta l’amore, la malattia, la perversione.
Meravigliosi e orchi gli abitanti delle case.  Egoisti, cinici, disinteressati. Empi contro umani e sogni. Chi è inutile viene ucciso. I contadini veri sono infelici felici di essere mostri. Altro che osservatori di stelle come vogliono certi scrittori!

Un altro aspetto che mi ha incuriosito è la mescolanza tra un linguaggio narrativo pittorico, e anche poetico, che dipinge con le parole le persone e le cose. Come è stato farlo convivere con il dialetto molisano?

Il dialetto possiede la sapienza delle emozioni vissute nei millenni. Potente, pur se inconsapevole. L’istinto selvatico che lo anima sovrasta di un palmo la lingua dotta che gli ha detto addio. La gestualità, il corpo, le voci; urla di mani, battere di piedi, gesti volgari, abbracci violenti, unghie carezzose, galoppi melmosi. Interiezioni, rutti, sghignazzi, scricchiolii! Il dialetto possiede la volgarità del sesso, la passione degli odi, la tenerezza del parto, il dolore del primo amore. Tutto gli appartiene, conosce miseria e morte.I futuristi hanno creduto in una rivoluzione della lingua, ed invece è ritorno allo spessore del primitivo perché sintesi. E’ ritorno all’ascia, alle carnali caverne della pietra, alle schegge ingannevoli mai sgradite dei colpi di baionetta.
Anch’io le ho burlate queste voci, queste sensazioni nel mio libro e mi hanno perciò additato scrittore sperimentale che occhieggia Marinetti. Invece no. Io parlo solo di quel che è mio, dei miei uomini, le mie donne, la mia gente. Della loro voce. La sintassi sincopata, gli anacoluti, le forme ablative. Il porre a fine frase il verbo, il soggetto, il ghigno.
E’ il molisano questo… di Isernia, Castelpetroso, Valgianese. Lingua che si muta in metro. Che si muta a metro. Che non si umilia. Con un proprio vocabolario che si adegua al terreno, alle colline, ai fiumi. Anche per il ciuco il raglio non è lo stesso! La ricostruzione, la scuola dell’obbligo ormai ha imposto una lingua comune, televisiva, pulita, troppo sbiancata dalla varrechina. Orfana delle millenarie spaccature. Gli incomprensibili immaginari. Le microculture. Di queste voglio preservarne il germe.

:: Recensione di Il poeta di Gaza di Yishai Sarid (Edizioni E/O, 2012) a cura di Viviana Filippini

2 agosto 2012

E  possibile che un incontro ti cambi la vita per sempre? In certi casi direi proprio di sì! Sulla nostra strada potremmo imbatterci nell’amore eterno della nostra esistenza, nella persona che ci permetterà di dare sviluppo alle nostre aspirazioni o chi influenzerà per sempre il nostro futuro senza rendersene conto. Questo è quello che accade al protagonista de Il poeta di Gaza, il romanzo di Yishai Sarid, edito dalla E/O, perché il protagonista, un giovane ufficiale dei servizi segreti israeliani esperto nella prevenzione degli attentati,  riceve una missione importante: deve fingersi un neofito romanziere per avvicinare la scrittrice Daphna e ricevere da lei consigli e istruzioni su come scrivere un romanzo. In realtà il fine dell’incarico del protagonista è ben diverso. Lui dovrà farsi amico dell’autrice israeliana per avvicinarsi ad Hani, un famoso poeta palestinese. Il contatto con queste due persone dalla vasta cultura e dall’animo ipersensibile avrà conseguenze inaspettate per il giovane ufficiale, che inizierà a rivalutare la propria esistenza. Daphna sarà pure un scrittrice famosa, ma non è così felice come  la maggior parte delle persone che la conoscono potrebbero pensare. Lei ha un grosso dolore che la fa soffrire molto, ed è il figlio Yotam, un giovane intelligente, afflitto da gravi problemi di tossicodipendenza, nascosto chissà dove e in fuga da un trafficante di Tel Aviv. La donna è molto provata, perché ogni suo tentativo di allontanare il ragazzo dalla droga è fallito in modo misero. Hani, l’uomo della poesia, è gravemente malato e trascorre l’ultimo periodo della sua esistenza con Daphna, non solo una vera amica, ma il suo grande amore del passato. Lui ha un famiglia che lo ama e dei figli che lo rispettano, ma attorno a questo nucleo alita il sospetto dei servizi segreti israeliani che mirano a catturare uno dei figli del poeta. Il contatto con questa coppia di amici-amanti e con le loro esistenze di immensa sofferenza, porteranno il giovane ufficiale a lasciarsi travolgere sempre più da queste due vite di dolore e ad allontanarsi in modo irreparabile dalla sua famiglia. Non a caso il protagonista perderà progressivamente il contatto con la moglie Sighi e il piccolo figlio, evidenziando una progressiva e completa incapacità di gestione del proprio ruolo di marito e di padre. Il giovane ufficiale ascolta con tale passione le parole, i ricordi e i pensieri tra Daphna e Hani, che in lui si scatenerà il riaffiorare della propria carriera militare fatta di attentati sventati, interrogatori e torture brutali ai sospettati, domandandosi cosa sia veramente giusto nella vita.Il poeta di Gaza di Yishai Sarid è un romanzo che affronta l’amore tra persone appartenenti a culture e religioni diverse, sottolineando quanto questo legame sentimentale sia messo a dura prova in quelle zone del pianeta dove i conflitti politici e religiosi sono presenti in ogni singolo istante della vita quotidiana e sono così radicati in essa che ogni relazione – sia d’amore o di amicizia – ne è influenzata. Altro aspetto interessante è quello riguardante  l’ambito di vita del giovane ufficiale protagonista. Lui è l’emblema di un uomo che per la maggior parte della sua carriera è stato indotto ad assumere un certo tipo di comportamento. Un agire che lo ha portato spesso a volentieri ad eseguire gli ordini senza capire veramente chi era la persona che aveva davanti. Ad un certo momento, però, la coscienza e i sentimenti di equità e giustizia celati nell’animo del protagonista prenderanno il sopravvento in lui e lo spingeranno a compiere azioni inconcepibili per i suoi superiori. Ciò che colpisce dello stile narrativo de Il poeta di Gaza di Sarid è la sua limpidezza nel raccontare i conflitti della società israelo-palestinese, le sue contraddizioni e il fatto che esse si riflettano in modo costante sulle persone che in questo ambiente vivono. Ogni singolo personaggio protagonista de Il poeta di Gaza vive in bilico costante tra il voler fare quello che desidera – corrispondente alla legge della proprio cuore e della propria coscienza – e il dover compiere azioni che la società civile e politica impone. Questa guerra tra opposti porta allo sviluppo di gesti che nella maggior parte dei casi non corrispondono a quello che i vari attori letterari vorrebbero compiere. L’ultimo lavoro di Sarid è un bel libro che porta il lettore a conoscere la natura della difficile convivenza tra politiche e religioni diverse presenti in Israele, con tutte le conseguenze drammatiche che questa lotta determina negli animi umani dei singoli individui, caratterizzati in queste pagine dall’amore, dalla fragilità, dalla volontà di trasgredire le leggi imposte da altri per trovare finalmente la vera pace esistenziale.

Yishai Sarid è nato nel 1965 a Tel Aviv dove vive e lavora come avvocato. Il poeta di Gaza ha vinto in Francia il Grand Prix de Litterature 2011.

:: Recensione di Testa alta, due piedi di Franco Esposito (Absolutely Free, 2012)

1 agosto 2012

Ora che siamo nel vivo del periodo di calcio quale occasione migliore per segnalare questo libro che ruota intorno a quel fenomeno che riempie le prime pagine dei giornali sportivi durante il periodo estivo.
Una panoramica sui bei tempi che furono che come tutte le cose che sono state e non sono più, lascia un velo di malinconia e un alone di romanticismo su quella che è stata (e sarà, anche se in forma diversa) fonte di divertimento e di sogni di mezza estate per milioni di tifosi e punto di partenza di girandole e sperperii  miliardari e di affari sfavillanti: il calciomercato.
Il tutto raccontato da un giornalista, Franco Esposito, inviato speciale del Mattino e del Corriere dello Sport – Stadio, il quale insieme ad altri colleghi, sempre a caccia di scoop e notizie rilevanti da dare in pasto ai lettori ansiosi, descrive un centrifugato di esperienze, di affari, di episodi, di aneddoti, di personaggi, di emozioni che permettono al lettore di immergersi in quella atmosfera tipica degli anni cinquanta e dei decenni successivi, dove, come sottolinea il sottotitolo del libro, non vi erano ancora quelle figure che successivamente prenderanno in mano i fili del gioco per governarlo con destrezza, ossia i procuratori sportivi e gli affari invece si concretizzavano direttamente tra i presidenti e i calciatori: un esempio per tutti il presidente sampdoriano Mantovani capace di invitare il glorioso brasiliano Cerezo a ripresentarsi a un appuntamento  in altra data senza essere accompagnato dal suo agente.
E così in maniera gradevole, scorrono e si alternano le storie, a volte magari sconosciute, di trasferimenti dell’ultima ora, di contratti nascosti in luoghi impensabili e anche di beffe, di fregature, o di bugie organizzate ad arte per depistare avversari e a volte, anche gli pseudo-amici giornalisti.
Si potranno così rievocare a mente fredda momenti ed episodi che all’epoca vennero vissuti magari in maniera differente e che ora potranno essere rielaborati in un contesto ben differente con più consapevolezza degli accadimenti e senza la foga del momento, basti pensare alla telenovela infinita fra Barcellona e Napoli per Diego Armando Maradona.

:: Recensione di Una brutta storia di Piergiorgio Pulixi (E/O Edizioni, 2012)

31 luglio 2012

Una rapina in un supermarket di un’ indefinita metropoli del Nord eseguita da due giovani teppisti nigeriani dà l’avvio di Una brutta storia di Piergiorgio Pulixi edito da E/O Edizioni nella collana Sabotage diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto. Un romanzo ibrido, come lo stesso autore ha sottolineato in una nostra recente intervista, caratterizzato da una contaminazione di generi che vanno dal noir classico, al poliziesco di denuncia anni 70, al dramma criminale, all’action thriller più spinto, alla saga familiare, tutti amalgamati senza sbavature, in modo secco, tagliente, veloce, con i tempi adrenalinici e vertiginosi tipici dei nuovi serial polizieschi,  sporchi, cattivi e senza regole, penso all’americano The Shield ma anche al francese Braquo. Pulixi ci ha messo tre anni per pianificare e scrivere questa storia, complessa e ramificata, quasi ingestibile senza una grande padronanza della scrittura e una determinazione feroce a far sì che ogni pezzo del puzzle combaci perfettamente in modo da dare fluidità e accelerazione al narrato. Da un punto di vista tecnico, una cosa difficilissima, invece eseguita con naturalezza e quasi facilità. Tutto sembra consequenziale, ogni azione la conseguenza di un’altra. In un meccanismo perfetto, senza intralci, intoppi, tempi morti. Questa l’ossatura invisibile su cui si poggia una trama forte, esplosiva, dirompente. Invece di proporre una guerra di mafia, una guerra tra due bande rivali di delinquenti, Pulixi osa un passo in più , fa si che una delle due bande sia composta da poliziotti, corrotti, spietati, determinati a uccidere tanto quanto o forse più dei delinquenti dichiarati. A capo di questo clan di sbirri bastardi Biagio Mazzeo, il capo branco, un uomo determinato a infrangere ogni legge, a non giudicare sacro nessun distintivo, a combattere apparentemente il crimine mentre in realtà si sostituisce ad esso, impadronendosi dei traffici che di solito gestisce, spaccio, prostituzione, racket, gioco d’azzardo illegale, come non pensare al Dudley Smith di Ellroy,  tutto per ottenere riscatto da un passato di povertà e di fatica. Biagio Mazzeo vuole fare il colpo della vita, guadagnare tanto da potersi ritirare in un paradiso tropicale, il sogno di tanti, il sogno di tutti quelli che il coraggio di Mazzeo non ce l’avranno mai. Anche se tutto questo ha un prezzo, un dannato prezzo da pagare e convivere con i propri fantasmi non è poi tanto facile neppure per un duro come lui. La rapina con cui si apre il libro lascia un morto dietro: Goran Ivankov. Un killer, fratello di Sergej Ivankov, lo spietato mafioso ceceno re di Grozny. Il teppista nigeriano Bashir che l’ha ucciso e ha commesso la rapina su ordine di Mazzeo a scopo intimidatorio è un ostacolo, un piccolo errore da cancellare. E Mazzeo per difendere il suo branco non si ferma davanti a niente, lo fa uccidere da un altro piccolo spacciatore che uccide a sua volta. Il cerchio è chiuso ma il cadavere di Goran grida vendetta e richiama in Italia tutta la banda di Sergej Ivankov scatenando una guerra totale.