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:: Recensione di Nei sogni cominciano le responsabilità, Delmore Schwartz, Neri Pozza editore, 2013 a cura di Viviana Filippini

19 aprile 2013

nei_sogni_cominciano_02Lou Reed, che lo ebbe come insegnate universitario, ha scritto l’introduzione a questa raccolta e gli ha dedicato la canzone European Son e Saul Bellow lo prese a modello per il protagonista del suo romanzo Il dono di Humboldt, così incuriosita dalla figura di  Delmore Schwartz mi sono addentrata nei racconti raccolti nel volume Ne i sogni cominciano le responsabilità e devo dire che le storie create da questo leggendario scrittore per il suo stile e arte narrativa sono un assaggio ironico, lucido e in certe pagine pure cinico, della società borghese americana. Questo libro – che in una ideale sezione dedicata alla letteratura americana metterei a fianco di Salinger – è una stuzzicante raccolta pubblicata nel 1948 e racchiude in sé una serie di racconti che hanno per protagonisti le diverse tipologie di umanità presenti nella società americana tra gli anni Venti e Trenta del Novecento. Ci sono giovani americani, immigrati europei approdati nel Nuovo Mondo per trovare la fortuna e ricrearsi una vita, studenti e intellettuali. Uomini e donne di diverse generazioni con differenti bisogni. Necessità più o meno effettive che scatenano spesso e volentieri conflitti tra genitori e figli. Ci sono gli adulti (madri e padri) come quelli presenti nel racconto I figli e il senso della vita che hanno lottato e faticato per crearsi una esistenza socio-economica stabile ed equilibrata con il fine di garantire alla propria prole quel benessere che loro non mai avuto in passato. In opposizione, Schwartz presenta dei giovani che agiscono in modo tale da mettere in crisi e a repentaglio tutto il compiuto genitoriale, causando una profonda delusione in chi li ha messi al mondo e danneggiando spesso in maniera irreparabile il proprio futuro personale, compreso il ruolo all’interno della società nella quale sono nati e cresciuti. Se ci addentriamo nella vicenda dell’episodio Capondanno ci accorgeremo come alla festa dell’ultimo giorno del 1937 siano presenti dei giovani borghesi all’apparenza tutti amici, ma basteranno poche parole e gesti per far sì che questo insieme di persone si lasci la mattina dell’1 gennaio 1938 come dei perfetti sconosciuti. L’umanità protagonista di questi episodi di vita quotidiana non è molto eroica, anzi conoscendo le vicende di questi uomini ci si accorge come in alcuni casi siano minati di una inettitudine naturale inscritta nel loro DNA, mentre in altri, essa è indotta dalla grave crisi economica che colpì gli Stati Uniti d’America tra il 1929 e primi anni’ 30. Una testimonianza di questo fatto è  il gruppetto di  strampalati intellettuali  de Il mondo è un matrimonio che nato nel mezzo della Grande Depressione affonda il suo esistere su pensieri e ottiche di visione della vita del tutto oniriche e utopistiche. I racconti si Schwartz sono uno spaccato di vita borghese americana sempre in bilico tra il fare e il non volere e poter compiere azioni e gesti. Che dire poi della riflessione acuta sul ruolo giocato nei media nella società di massa nell’episodio Le statue, nel quale l’attenzione degli abitanti di New York e degli organi di stampa è calamitata sulle statue di neve che presenziano nella città. Non hanno vita, ma la curiosità e l’interesse che c’è attorno ad esse le rende le protagoniste dei discorsi della popolazione, fino a quando una lieve pioggerella le farà dissolvere e cadere nel dimenticatoio, spingendo gli abitanti della Grande Mela a direzionare i loro interessi verso altri argomenti. Nei sogni cominciano le responsabilità è un insieme compatto di episodi di vita di ogni giorno, dai quali emerge il dato di fatto che per alcuni personaggi le responsabilità sono dei veri e propri miraggi – ne sono un esempio i giovani protagonisti di America America– che rimangono tali e lontani. Per altri, invece, le responsabilità sono degli obblighi da assumere e portare a compimento – vedi il ragazzo dell’omonimo racconto che da’ il titolo alla raccolta, seduto in un sala cinematografica  a vedere un film che racconta la vita dei suoi genitori e pronto ad entrare nella pellicola per redarguire la coppia-  e sono così cementati in alcuni dei personaggi che le responsabilità verso gli altri e la vita cominciano a mettere le radici nella dimensione onirica per affermarsi – anche se non sempre ci riescono- nella realtà di ogni giorno.

Delmore Schwartz nacque a Brooklin nel 1913 da genitori ebrei immigrati dalla Romania. Schwartz pubblicò il suo primo libro a soli 24 anni, dove oltre ad un serie di poesie compariva il racconto Nei sogni cominciano le responsabilità. I testi s’imposero da subito all’attenzione della critica per il loro virtuosismo tecnico e per la forte carica emotiva. Seguirono opere poetiche, tra cui Genesis (1943), Vaudeville for a Princess (1950) e Summer Knowledge (1959). La raccolta Il mondo è un matrimonio è del 1948 ed è riproposta oggi da Neri Pozza con il titolo del primo racconto pubblicato dall’autore americano, che insegnò scrittura creativa in varie università americane, ma a causa del proprio carattere autodistruttivo, Schwartz si ritirò nell’isolamento e morì nel 1966 a soli 53 anni.

:: Un’ intervista con Graeme Simsion

17 aprile 2013

Simsion_L'amore è un difetto meravigliosoGrazie Graeme per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Autore, sceneggiatore, drammaturgo e informatico. Chi è Graeme Simsion? Punti di forza e di debolezza.

Grazie per l’opportunità di parlare di L’amore è un difetto meraviglioso. Credo che mi piacerebbe descrivere me stesso, in ordine cronologico, come un nerd, nerd del computer, professionista del computer, business manager, ricercatore, studente di sceneggiatura, scrittore! Chiunque io sia (per lo più) sono un “nerd”. Sto meglio con le cose che con la gente, meglio con le parole che con le emozioni. Un po ‘come Don Tillman e un po’ come molti uomini. La mia carriera mi ha insegnato che non si può pretendere di avere successo senza lavorare duramente, in modo che da quando ho deciso di diventare uno scrittore, a metà della vita, mi sono reso conto che ci vuole tempo e non è facile. Quindi mi sono concentrato come Don Tillman a imparare a fare i cocktail! Sono sposato con Anne (che scrive narrativa erotica con il nome di Simone Sinna) da 24 anni, e abbiamo due figli adulti. Non sarei stato in grado di fare questo cambiamento di carriera senza il loro sostegno.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato a Auckland, in Nuova Zelanda, e mi sono trasferito in Australia con la mia famiglia quando avevo dodici anni. Andavo bene a scuola e quando ho finito i miei studi “intermedi”, a dodici anni, ero il miglior studente in una grande scuola. Il preside mi ha chiamato e mi ha detto che avevo buone capacità sia in scienze che nella scrittura – e che avrei dovuto fare una scelta difficile tra le due. Ma per me è stata una scelta semplice – Sono sempre stato interessato alla scienza, era il 1960, c’era un sacco di entusiasmo per tutto il programma spaziale e la scienza in generale. Ho studiato fisica all’Università, poi sono stato assunto nel settore informatico. Più tardi ho fatto studi part-time nel settore informatico e nella gestione (MBA), e, dopo aver venduto la mia azienda, circa a 40 anni, ho fatto un dottorato di ricerca in sistemi informatici.

Io amo molto l’Australia. Parlami del tuo paese.

Anche mia moglie ed io amiamo l’Australia – anche se viaggiamo molto. Melbourne è una città fantastica per viverci – molto multiculturale- e c’è una grande comunità italiana. Ovunque  potevamo prendere un caffè espresso molto prima che nel Regno Unito o negli Stati Uniti d’America! E ‘una grande città per uno scrittore – festival, librerie, buone università. Abbiamo viaggiato anche nell’entroterra – Ho girato l’Australia a 20 anni con un “mate” (un amico) in un vecchio furgone Kombi, e quando i nostri figli erano piccoli abbiamo fatto un grande viaggio in campeggio nel deserto.

Quali lavori hai svolto in passato, prima di diventare uno scrittore a tempo pieno?

Ho iniziato come operatore informatico, poi mi sono laureato come programmatore e specialista di database. Nel 1982 ho lasciato il mio lavoro per diventare un consulente indipendente, e dopo aver lavorato per sei mesi a Londra ho aperto un’ azienda a Melbourne. Nel 1999 avevamo uffici in tre città e circa sessanta dipendenti. A quel punto ho venduto l’azienda, e ho continuato come consulente indipendente, tenendo seminari su argomenti tecnici e sulle competenze di consulenza.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore?

Ho sognato – ma solo sognato – di essere uno scrittore da quando avevo 20 anni. Ho provato, e il mio lavoro era piuttosto mediocre quasi imbarazzante. Allora ho rinunciato fino al 1998 (ero all’inizio dei 40 anni), quando ho letto un libro di Joe Queenan su come fare un film a basso budget. Ho deciso di emularlo e nove mesi più tardi feci un film di 90 minuti, con amici come attori. Era abbastanza terribile, ma un noto produttore australiano l’ha visto e mi ha detto che la sceneggiatura, che avevo tratto da un testo scritto da mia moglie, era di qualità professionale. Così ebbi modo di diventare uno scrittore – non un romanziere, ma uno sceneggiatore. Ed è stato per questo che ho venduto la mia attività.

Quale è il tuo scrittore debuttante preferito?

Scrittore debuttante? Quindi devo pensare ad opere prime! Permettimi prima di rispondere alla domanda in modo più ampio: è davvero difficile farti il nome di un mio scrittore preferito, ma John Irving è certamente uno del breve elenco. Scrive con un senso leggermente intensificato della realtà – i suoi personaggi e le scene sono un po’ iper-reali. Ma quello che ammiro molto è la sua capacità di scrivere facendo ridere, mettendo elementi della commedia nel contesto di un romanzo più drammatico – una delle cose più difficili da fare. Un grande libro (o film) vi farà ridere, piangere e pensare, e Irving lo fa con i suoi libri più belli, ce ne è in particolare un paio circa dello stesso periodo  – The World According to Garp, A Prayer for Owen Meany, Hotel New Hampshire. Ma hai chiesto un debutto e il debutto di Irving non è stato così stellare. Alcuni dei più grandi romanzi di maggior successo sono stati debutti – da Il buio oltre la siepe a Harry Potter e la pietra filosofale alle Cinquanta sfumature di grigio. Ma ho intenzione di fare una scelta geniale: Gödel, Escher, Bach di Douglas Hofstadter. E ‘stato un libro di culto nella comunità dei nerd anni fa – e, rispettabile, ha anche vinto il Premio Pulitzer. Perspicace creativo, intelligente non-fiction con un pizzico di fantasia. Ed elegantemente scritto.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo lavoro pubblicato è stato un non-fiction – molti articoli sui giornali e due libri sulla raccolta dei dati. Il primo libro, pubblicato nel 1994, ora alla sua quarta edizione, mi ha insegnato molto su come affrontare un grande progetto, scrivendo chiaramente e lavorando con gli editori e i redattori. Ma la mia prima pubblicazione di narrativa è stata  un racconto che ho scritto quando ho iniziato il mio corso di sceneggiatura – il mio primo compito in classe. Ho voluto sviluppare un personaggio, e ho scritto la storia di un professore chiamato Don Tillman che indossa il tipo sbagliato di giacca in un ristorante. Ero convinto di andare in concorso, e arrivare secondo o terzo – così fu pubblicata nel 2008. Quella storia è sopravvissuta quasi intatta in L’amore è un difetto meraviglioso,

Com’è stato vincere il 2012 Victorian Premier’s Unpublished Manuscript Award?

In realtà era tra le opere preselezionate – essendo un finalista – che era la cosa più importante per me. Vincere è stato poi un vantaggio. Mi ha dato la certezza che avevo scritto qualcosa che era ben considerato dalla comunità letteraria, e ha attirato le offerte editoriali. Non mi aspettavo questo, così mi ha sorpreso, stupito, reso felice – e improvvisamente sono diventato ottimista sul fatto che il mio libro sarebbe stato pubblicato.

The Rosie Project, ora pubblicato in Italia con il titolo L’amore è un difetto meraviglioso, è una sorta di storia d’amore molto particolare. Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Don Tillman è un professore di genetica di 39 anni molto maldestro socialmente – anche se non l’ho mai detto questo, la maggior parte delle persone pensa che lui abbia la sindrome di Asperger o qualche forma di autismo. Vive una vita molto irreggimentata, pianifica ogni minuto della giornata, mangia in base al suo sistema standardizzato di nutrizione, concentrandosi sul suo lavoro. Ha solo due amici. Ma decide che vuole sposarsi e si propone di trovare scientificamente una moglie. Stila un questionario complesso per evitare di perdere tempo con gli appuntamenti. In un primo momento non ha successo, ma poi incontra Rosie, una grintosa barista che non soddisfa nessuno dei suoi criteri di selezione. Ma ha bisogno del suo aiuto per trovare il suo padre biologico – con un test clandestino del DNA. Insieme si danno da fare ​​per ottenere un campione di DNA da ogni uomo nella classe di laurea di medicina di sua madre – e lungo la strada comincia a fiorire tra loro un rapporto…

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Assolutamente. Quando ero più giovane, ero un po’ un geek, e, come molti adolescenti, socialmente maldestro. Mi sono ricordato quelle sensazioni quando ho scritto la storia di Don. E ci sono alcuni episodi del libro basati su storie di vita reale: l’avvenimento della giacca, l’ acquisto della sciarpa, il litigio con l’insegnante di religione. La maggior parte delle mie storie iniziano con un’ esperienza personale che poi prende un’altra direzione. Sono arrivato secondo quest’anno al The Age Short Story Award con una storia vera sulla mia esperienza di corsa in una maratona.

Il primo capitolo presenta il protagonista, Don Tillman. Potresti dire al pubblico che cosa succede?

L’inaffidabile amico di Don, Gene, gli chiede di tenere una lezione serale sulla Sindrome di Asperger al suo posto, in modo che Gene possa tradire la moglie. Gene pensa anche che sarebbe una buona idea per Don imparare qualcosa sulla sindrome di Asperger, sospettando che Don probabilmente ne soffra lui stesso. Don tiene la lezione per i bambini con la sindrome di Asperger, e i loro genitori, e provoca il caos quando sostiene che la sindrome non è un difetto, ma un vantaggio. Alla fine i ragazzi in piedi sui banchi cantano “Aspies Rule!”.

Una mia amica ha pensato che il protagonista soffra della sindrome di Asperger. E ‘vero?

Non sono uno psicologo, e mi sono basato per  Don su persone che ho incontrato nel mio lavoro o all’ università, non su un libro di testo. Detto questo, i lettori con la Sindrome di Asperger si identificano con Don, e ho ricevuto molte email che dicevano, in modo efficace “Don è proprio come mio figlio / mio suocero / mio fratello / etc che hanno la sindrome di Asperger. Quindi, la risposta è probabilmente sì, ma se, durante la lettura, pensate che Don faccia cose che non sono tipiche della sindrome di Asperger (es. bere molto, fare arti marziali, essere un po ‘ gourmet), allora sentitevi liberi di considerarlo solo ” atipico “o” diverso “o” strano “.

Cosa ti ha divertito di più mentre scrivevi il libro?

Quello che ho apprezzato di più è stato il modo in cui Don ha reso divertente qualunque scena stessi scrivendo. Non ho dovuto lavorarci sopra – mi sono solo chiesto che cosa Don avrebbe davvero fatto, e la maggior parte del tempo era sempre l’inizio di qualcosa di divertente. Don è un dono – una volta ne ho avuto la certezza, ha scritto la storia per me.

Quale è la tua scena preferita?

Mi piace la scena con i bambini che cantano“Aspies Rule!” . Presenta il personaggio di Don, mette l’idea della sindrome di Asperger nella nostra mente, mostra le debolezze e i punti di forza di Don, e ci fa  fare pure una risata. Originariamente la scena era posta più avanti nella storia, ma gli sceneggiatori Steve Kaplan e Michael Hauge mi hanno suggerito di spostarla  più vicino, all’inizio. Mi piace anche la lotta tra Rosie e il patrigno Phil – c’è un sacco di sottotesto lì.

Potresti dirci qualcosa sui tuoi protagonisti?

Ho inventato Rosie dopo aver buttato via una bozza precedente intitolata “The Klara Project”. Klara era un fisico ungherese geek – la partner ovvia per Don. Volevo qualcuno di più impegnativo, e Rosie è esattamente questo – tutto ciò che Don non vuole, ma gran parte di ciò che gli serve. Il suo amico Gene, è ciò che Don sarebbe stato se avesse appreso in precedenza le sue abilità sociali. Vedo anche Gene un po ‘autistico – il tipo di ragazzo che fa una mappa per segnare le sue conquiste con le donne. Ma, a differenza di Don, ha imparato a nasconderlo.

Eventuali progetti di film dal tuo libro?

Assolutamente. Il libro è stato infatti ” adattato” da una sceneggiatura che avevo scritto. Quindi, per la maggior parte della sua vita, la storia era una sceneggiatura, ed è lì che ho sviluppato la trama, i personaggi e molti dialoghi. Ora, il successo del libro ha fatto sì che ci fosse un interesse internazionale per la sceneggiatura, e mi auguro vivamente che diventi un film. E no, non ho intenzione di dirvi chi voglio che reciti la parte di Don. Preferirei che il lettore lo immagini da solo, senza associarlo io ad un particolare attore.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi ti abbia influenzato maggiormente?

Ho letto moltissimo, ma non molta narrativa mentre stavo scrivendo. Quindi, a dire il vero, non ho letto molta narrativa, negli ultimi cinque anni, mentre lavoravo alla mia sceneggiatura e poi al romanzo. In particolare volutamente non ho letto The Curious Incident of the Dog in the Night Time di Mark Haddon e non ho guardato Big Bang Theory, perché non volevo essere influenzato da altri ritratti di Asperger. In passato, ho letto un sacco. Mi piace John Irving, John Fowles, Philip Roth, Rose Tremain, Joanne Harris, Tim Winton … E anni fa ho letto anche thriller – Ludlum, Clavell, Trevanian …
Ho letto tutto Hemingway a vent’anni, e credo che fosse molto abile a insegnare il valore della semplicità e del sottotesto – dice senza dire. Libri come They’re a Weird Mob di John O’Grady (un romanzo ambientato nel 1950 di un italiano che cerca di capire la cultura australiana, che ho letto da adolescente) mi ha mostrato come gestire la storia di un “pesce fuor d’acqua”. Il Diario di Bridget Jones di Helen Fielding è un bel esempio di utilizzo di un narratore inaffidabile per generare una commedia, che è quello che faccio con Don.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Mi è stato chiesto di recensire Goodbye for Now di Laurie Frankel – “costretto” a leggere un po ‘di fiction! L’ho appena finito – e mi è piaciuto. Ho anche letto l’ eccellente Addition di Toni Jordan, che ha temi simili a L’amore è un difetto meraviglioso, e siccome lei è una dei miei insegnanti – sto ancora studiando – sto leggendo Waiting for the Barbarians di JM Coetzee, perché si tratta di un ‘testo scolastico ‘.

Come immagini in questo momento il tuo futuro?

Per cinque anni ho sognato di essere uno sceneggiatore e di essere in grado di lasciare il mio lavoro di consulente, per essere soprattutto uno scrittore. Sono molto contento di questo, e mi vedo dividere il mio tempo tra la scrittura e la promozione.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Nel complesso, mi piace molto. Sono un estroverso, e la scrittura è un’attività un po’ solitaria, quindi è bello uscire e incontrare persone. Per molti anni ho fatto seminari tecnici in tutto il mondo, quindi questo è molto simile, se non con contenuti diversi e migliori ristoranti.

Qual è il tuo rapporto come con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Sono su Twitter @ graemesimsion e anche il mio protagonista Don Tillman @ dontillman. Questo è il secondo modo migliore per comunicare con i miei lettori – il modo migliore è faccia a faccia in occasione delle presentazioni.

Verrai in Italia a presentare il tuo romanzo?

Se Longanesi mi paga…  Scherzi a parte, sia io che mia moglie amiamo l’Italia, e prenderemo ogni scusa per visitarla. Quindi sì, assolutamente. In realtà sono in viaggio verso l’Italia attraverso la Francia in questo momento.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Per molto tempo, ho detto che non ci sarebbe stato alcun sequel di L’amore è un difetto meraviglioso, le storie d’amore sono destinate a terminare in modo che la coppia viva felice e contenta, o dovendo accettare che non potranno mai stare insieme. Non dico ai tuoi lettori in che modo finisce la storia di Don e Rosie. Ma mi sono reso conto che Don ha avuto una vita al di là di questo primo libro e che potrebbe avere altre avventure altrettanto divertenti, commoventi e stimolanti. Così, dopo aver redatto il mio secondo e terzo romanzo, che non avevano nulla a che fare con Don, li ho messi da parte e ora sto lavorando a un sequel. Ci potrà anche essere una trilogia. E naturalmente mi aspetto di perfezionare la sceneggiatura quando finalizzerò un accordo per i diritti cinematografici.

:: Segnalazione di Il bacio del brigante di Franco Limardi (Mondadori, 2013)

16 aprile 2013

p015_1_01Oggi in libreria

Franco Limardi,

Il bacio del brigante

edizioni Mondadori, collana Omnibus…

Un romanzo sul brigantaggio che ha il passo epico del grande western.

Giancarlo De Cataldo

Per lungo tempo Michele Pastorelli è stato il brigante più temuto dell’intera Maremma: “Re della macchia” veniva chiamato e la sua pistola non conosceva rivali. Poi, vittima di un tradimento, per lui si sono aperte le porte della prigione: due estenuanti anni di isolamento, in cui il vecchio bandito ha alimentato, giorno dopo giorno, la sua sete di vendetta. Adesso che è finalmente fuori e il suo nome ricomincia a far tremare i boschi e i paesi del Viterbese, il governo decide di affidare la sua cattura al maggiore Carlo Alberto Carcano. Chi meglio di lui, abituato a missioni anche più delicate per conto del ministero della Guerra, potrebbe affrontare i nuovi fatti di sangue che stanno turbando l’opinione pubblica? La strada che l’ufficiale decide di intraprendere è singolare e non priva di ostacoli: mettersi in contatto con Luciano Fiorilli, l’ex braccio destro di Pastorelli, e riuscire ad avvicinare, tramite lui, il Re tornato in libertà. Allettato dalla speranza di un futuro migliore per sé e soprattutto per la moglie e i due figli, Fiorilli, che vive un’esistenza difficile e costellata di rimpianti, accetta la proposta, mettendo così a repentaglio la precaria tranquillità conquistata grazie alla protezione del potente conte Sarzani.

Franco Limardi, nato a Roma nel 1959, laureato in Filosofia, ha svolto lavori diversi e da alcuni anni insegna in un istituto di Viterbo. Esperto di cultura cinematografica e sceneggiatore, autore di testi teatrali, ha pubblicato Anche una sola lacrima (Marsilio 2005), Lungo la stessa strada (Perdisa Pop 2007), I cinquanta nomi del bianco (Marsilio 2009). Nel 1999 ha partecipato al premio Calvino con il suo primo romanzo, L’età dell’acqua (DeriveApprodi 2001), che ha ricevuto una menzione speciale da parte della giuria.

:: Segnalazione di Il diario segreto del Conte di Monte Cristo di Tom Reiss (Newton Compton, 2013)

16 aprile 2013

«Un’opera affascinante e ricca.»

New York Times Book Review

«Una ricostruzione storica minuziosa nelle vesti di un’opera d’intrattenimento… Affascinante.»

Wall Street Journal

Il diario segreto del Conte di Monte Cristo

di Tom Reiss

vincitore del Premio Pulitzer 2013 per la biografia

In libreria il 9 maggio

Chi era davvero Edmond Dantès?

La storia vera e incredibile dell’uomo che ispirò il capolavoro di Alexandre Dumas.

Esiste una storia reale dietro il capolavoro di Alexandre Dumas, perché il celeberrimo Conte di Montecristo non è un’invenzione. Non del tutto almeno. Un uomo in carne e ossa ispirò allo scrittore francese la figura di Edmond Dantès, e anche quella dei moschettieri, tutti e tre. Il suo nome era Alex Dumas, ed era il padre di Alexandre. Nato nella colonia francese di Saint Domingue nel 1762, da uno spregiudicato aristocratico e da una schiava nera, il mulatto Alex non vede la propria vita iniziare sotto i migliori auspici. E le cose peggiorano quando suo padre vende lui, sua madre e i suoi fratelli per pagarsi il viaggio di ritorno in Normandia. Ma sei mesi dopo, la sua fortuna cambia: il padre lo riscatta dalla schiavitù e lo porta con sé in Francia e, dopo essersi arruolato nell’esercito, diviene uno dei soldati più affascinanti e valorosi. All’epoca in cui Napoleone invade l’Egitto, Alex è ormai diventato generale. Napoleone comincia a sentirsi minacciato da questo prestante e ormai celebre nobile mulatto e orchestra la sua rovina.

Tom Reiss, nato nel 1964, si è laureato a Harvard. Suoi articoli sono stati pubblicati da «The New Yorker», «The Wall Street Journal» e «The New York Times». È autore del bestseller internazionale L’orientalista, pubblicato in 18 Paesi. Vive con la moglie e le figlie a New York. Il suo sito internet è www.tomreiss.com.

:: Un’ intervista con Judith Kinghorn autrice di L’ultima estate a Deyning Park

15 aprile 2013

ultima estate a deyning park_Sov.inddCiao Judith. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Judith Kinghorn?

Grazie mille per avermi invitato e per avermi dato la possibilità di mettermi in contatto con i lettori italiani. Prima di tutto sono una madre, e i miei figli e mio marito sono il centro della mia vita. La famiglia e la casa sono per me le cose più importanti e mi considero benedetta, perché ho una bella famiglia, una bella casa e passo il mio tempo a fare quello che amo fare! Detto questo, mi sono sempre sentita fortunata, anche quando le cose non andavano così bene, ma forse è perché sono un’ ottimista. Che altro posso dirti? Amo la natura, la campagna – i suoi colori e le sue forme e le luci che variano in continuazione, e mi piacciono i cieli: i cieli azzurri, i cieli tempestosi, le albe e i tramonti. Dipingo – e amo l’ esperienza della pittura ad olio con la spatola; ho letto molto e adoro la poesia. Posso essere estroversa, socievole, ma posso anche essere un’ eremita, in particolare quando scrivo. Ho un debole per i bei vestiti e le scarpe, raccolgo i cristalli, credo negli angeli, e mi piace camminare nella brughiera deserta o in una spiaggia deserta. Mi piace visitare musei e gallerie d’arte, la mia città preferita è Roma, e il mio posto preferito per una vacanza è Grenadine. Apprezzo la lealtà, l’umiltà, la gentilezza, l’umorismo e la pazienza. Apprezzo questa vita, qui e ora, e cerco di rendere ogni giorno importante.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nata e cresciuta in un villaggio sulla costa del Northumberland, in Inghilterra, non lontano dal confine con la Scozia, con un pellicano sul fiume, un delfino nel porto vicino e una vasta spiaggia deserta. Il villaggio era intriso di storia, con un castello medievale in rovina che Shakespeare ha usato come ambientazione per l’ Enrico IV. I miei amici e io eravamo soliti esplorare le antiche fogne e giocavamo all’interno del castello. Questo era il mio parco giochi e per la maggior parte del tempo ricreavo un mondo immaginario. Le mie pagelle dicevano sempre, ‘Judith tende un bel po’ a sognare ad occhi aperti.’ Quando sono diventata più grande (e forse a causa di tale predisposizione), ho frequentato un collegio nel Lake District dove le sorelle Bronte erano state alunne, (e i rapporti scolastici non erano migliori). Alla fine, e nonostante l’ avvertimento del mio preside (ironia della sorte, di nome Mr Penny) che mi diceva che le strade ‘non erano lastricate d’oro’, sono scappata dalla nebbia e dalla pioggia interminabile del Lake District e sono arrivata a Londra.

Quando hai capito che avresti voluto diventare una scrittrice?

Ho voluto scrivere da molto prima di quanto ricordi. Mia madre mi ha insegnato a leggere e scrivere prima di iniziare la scuola e questo in realtà, e questo fu il momento in cui  ho iniziato a scrivere storie.

Scrivi a tempo pieno? Oppure dividi il suo tempo tra la scrittura e un altro lavoro?

Scrivo a tempo pieno.

Ti ispiri a eventi reali quando crei le tue trame?

Sì, sempre, e dagli eventi passati, dalla storia e dalla vita degli altri. Mi sono resa conto che la realtà è spesso più strana della finzione.

Ci descrivi una tua tipica giornata di lavoro ?

Di solito sono alla mia scrivania entro le 9 – con una tazza di tè. Passo un’ora o giù di lì a rispondere alle e-mail e a guardare Twitter. Poi leggo un po ‘di quello che ho scritto il giorno precedente, al fine di ricapitolare e riprendere quella particolare scena – l’atmosfera. Una volta che mi metto a scrivere spesso perdo la cognizione del tempo e dimentico di pranzare. Se le parole davvero scorrono, continuo a scrivere fino a sera.

The Last Summer, ora pubblicato in Italia con il titolo L’ultima estate a Deyning Park da Nord Editori, è una incantevole storia d’amore ambientata alla fine della Belle Epoque. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Un paio di cose si sono riunite. Ho una mente molto visiva e il libro, l’idea per il libro, mi è venuta in un primo momento con le immagini. Inoltre, due libri mi hanno influenzato: avevo appena riletto Rebecca di Daphne du Maurier e Testament of Youth di Vera Brittain. In quel periodo stavo lavorando a un altro romanzo, ma ho deciso che volevo scrivere un romanzo in prima persona, ambientato al tempo della Prima Guerra Mondiale e raccontato da un punto di vista femminile. Volevo cercare di catturare una voce particolare, creare un senso del tempo e del luogo, ma è stata l’ambientazione, Deyning, che mi è venuta in mente prima di qualsiasi personaggio. Quindi suppongo che sia stato il mio punto di partenza: un paesaggio, una casa di campagna inglese, e una famiglia – e una ragazza – in procinto di andare in guerra.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

E” una storia di alterne fortune, di sopravvivenza e  sul perdurare dell’amore. Raccontata in prima persona, narrata da una giovane donna di nome Clarissa, figlia di una ricca famiglia inglese, una storia che registra i suoi pensieri e le sue esperienze mentre il paese va in guerra e lei si innamora. Mentre la storia progredisce tutto cambia. Vediamo Clarissa maturare, ma vediamo anche l’orrore che lei e gli altri devono sopportare. Assistiamo ad una storia d’amore che non dovrebbe esistere, perché l’uomo di cui la protagonista si è innamorata con non è della stessa classe sociale.

Parlaci dei tuoi protagonisti, Clarissa e Tom?

Clarissa è sensibile, sognatrice e ingenua all’inizio della storia, ma poichè il mondo che la circonda cambia deve far fronte alle circostanze e deve adattarsi. La sua guida è il suo amore per Tom, e questo è ciò che lei possiede. Tom è un ‘outsider’, determinato e ambizioso. Sa che deve diventare ‘qualcuno’ per ottenere l’approvazione della famiglia di Clarissa, e questo è ciò che si propone di fare.

Quali sono le tue scene preferite in The Last Summer?

Oh, non sono poche! Quando Clarissa e Tom si incontrano alla stazione ferroviaria e non sono in grado di parlare liberamente tra di loro, ma poi si ritagliano un attimo mentre il treno si allontana – la scena è toccante, credo. Un’ altra è proprio alla fine, ma non posso dire di più – altrimenti svelerei troppo!

Dove hai ambientato la storia? Come I luoghi hanno influenzato la tua scrittura?

Ho ambientato la storia molto vicino a dove vivo, nel confine tra Hampshire e West Sussex, perché è una bellissima parte del paese e la conosco bene. Tuttavia, Deyning Park non esiste. Penso che la casa e la proprietà siano un’ amalgama dei luoghi che ho visto o visitato, o di cui ho letto. L’altra location nel romanzo è Londra, dove ho vissuto per molti anni.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

La scrittura non è mai stata faticosa, è stata una gioia, ma la revisione lo è stata – lo è sempre!

Che tipo di ricerche hai svolto per il tuo libro?

Ho fatto un’ enorme quantità di ricerche e di letture prima di iniziare a scrivere The last Summer, e mentre stavo scrivendo il romanzo ho limitato le mie letture – fiction e non-fiction – al periodo in cui è ambientato il romanzo, e leggevo un gran numero di biografie di donne e uomini di quel tempo. Ho letto le lettere di quel tempo (molte sono pubblicate sotto forma di The Collected Letters of…) perché volevo ottenere la ‘voce’, le parole e la lingua del perioso. Ho cercato vecchie riviste e giornali, e letto poesie e romanzi di quel tempo (romanzi pubblicati allora), perché volevo sapere quello che la gente leggeva allora. E, naturalmente, ho letto una grande quantità di non-fiction del mio periodo. Nella mia stanza, sulla mia scrivania e appese alle pareti, ho avuto decine di vecchie fotografie color seppia: immagini di persone e luoghi che mi ha aiutato ad evocare il senso del tempo e dei luoghi. E, di tanto in tanto, ascoltavo la musica e le canzoni della Prima Guerra Mondiale e del 1920.

Downton Abbey ti ha influenzato?

Ho scritto The Last Summer prima che Downton Abbey apparisse sui nostri schermi, per cui il romanzo in alcun modo è stato influenzato dallo show. Ci sono stati molti paragoni alla serie TV, ed è inevitabile credo, ma penso che la storia narrata in The Last Summer sia molto diversa da quella narrata in Downton Abbey. Infatti, l’unica somiglianza è il fatto che essi siano ambientati nello stesso periodo e in un grande casa di campagna inglese.

Che rapporto pensi ci sia tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico? Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro?

Non sono sicura se il mio stile sia cinematografico, probabilmente tocca agli altri a deciderlo, ma credo che il romanzo si presterebbe ad un adattamento per un film o una mini-serie televisiva. Mi rivolgo agli agenti cinematografici, quindi nel grembo degli dei, prestate attenzione a queste righe.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto lentamente leggendo tutti i romanzi di Elizabeth Taylor non, l’attrice – mi affretto ad aggiungere, ma la romanziera britannica. Mi piace la sua scrittura e ho appena finito di leggere Angel, che trovo sublime.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di un editore?

Essere disciplinati; essere tenaci. Non smettere mai di leggere e non smettere mai di scrivere. E poi  lucidate il vostro manoscritto fino a quando non brilla.

Come possono i tuoi lettori mettersi in contatto con te?

Amo moltissimo stare in contatto con i miei lettori! E ‘ciò che rende la scrittura meravigliosa e qualcosa che vale la pena fare…  e ascoltare i loro pensieri è sempre affascinante. Molti dei miei lettori chiacchierano con me su Twitter https://twitter.com/judithkinghorn, e su facebook https://www.facebook.com/writerjudithkinghorn. E possono contattarmi tramite il mio sito web: http://www.judithkinghornwriter.com/.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Chiunque mi conosce sa quanto ami l’Italia. Vi sono stata molte volte e c’ero solo poche settimane fa. In realtà sarò di ritorno per due settimane nel mese di agosto per una vacanza con la famiglia, ma mi piacerebbe un altro pretesto per visitarla, quindi sì, non appena mi invitano a fare un tour letterario – io ci sarò!

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando al sequel di The Last Summer.

:: Recensione di Se niente importa di Jonathan Safran Foer (Guanda, 2010) a cura di Michela Bortoletto

11 aprile 2013

se niente importaSe niente importa di  Jonathan Safran Foer non è un romanzo, non è un racconto né tantomeno una favola. Non è una lettura che una persona decide di intraprendere per passare qualche ora in un mondo diverso e migliore. Leggendo Se niente importa non si prova quella speranza che il racconto non abbia mai fine; quella voglia di protrarre la lettura all’infinito che si prova leggendo i grandi romanzi. Al contrario, non si vede l’ora che arrivi la parola fine! Non è una lettura piacevole. È anzi ricca di dettagli dolorosi e di immagini forti. Ma è una lettura che secondo me andrebbe comunque fatta e spero di riuscire a farvi capire il perché.
Si comincia a leggere le prime pagine che parlano dei ricordi di infanzia di Foer, della nonna scampata all’Olocausto, della loro baby-sitter, dei suoi anni all’università, poi dell’incontro con sua moglie e della nascita del loro bambino. Poi, dopo una ventina di pagine tutto cambia. Dai ricordi ovattati del passato si precipita negli orrori della contemporaneità. Dalla nonna che si rifiutò di mangiare maiale perché non era cibo Kosher nonostante stesse quasi morendo di fame, Foer passa a raccontarci come il pezzo di carne che abbiamo nel piatto è arrivato fino a noi.
Se niente importa è dunque un’analisi attenta, dettagliata e cruda di tutto quello che avviene a un animale prima di arrivare ad essere semplicemente un pezzo di cibo.
Si parte dalla nascita di un pulcino, di un maiale e di un vitello fino ad arrivare alla sua macellazione. Foer non lesina sui particolari e ci propone descrizioni vivide di quanto succede negli allevamenti intensivi d’America.
La sua opera è il risultato di un’indagine durata tre anni durante la quale Foer ha visitato allevamenti intensivi e a conduzione familiare (i pochi rimasti!), ha parlato con allevatori, addetti alla macellazioni e animalisti attivisti, ha letto documenti ufficiali e si è perfino intrufolato di notte in capannoni sovraffollati di polli assieme a degli animalisti. Foer ha fatto tutto questo per darci il maggior numero di informazioni possibili, per farci capire cosa sia quello che abbiamo nel piatto.
Foer racconta di animali stipati in pochi decimetri, imbottiti di antibiotici, di tacchini che non riescono a reggersi in piedi, di scrofe costrette a partorire in gabbie strettissime, di animali macellati ancora vivi.
Ma Foer ci parla anche di allevatori più coscienziosi, che offrono carne di qualità migliore, che non “drogano” i loro animali, che danno loro ampi spazi per crescere e vivere, che cercano di dar loro una morte dignitosa, pur con tutte le contraddizioni che sono presenti anche nelle loro attività.
Il libro di Foer non vuole essere un manifesto a favore del vegetarianismo, e tantomeno lo vuole essere la mia recensione.  Sulla copertina della mia edizione J.M. Coetzee sostiene che: “Gli orrori quotidiani dell’allevamento intensivo sono raccontati in modo così vivido..che chiunque, dopo aver letto il libro di Foer, continuasse a consumare i prodotti industriali dovrebbe essere senza cuore o senza raziocinio”  Io sono vegetariana (da poco) ma credo nella libera scelta delle persone. Non credo che una persona sia una cattiva persona perché mangia la carne. Pretendo che le mie scelte vengano rispettate e per questo rispetto quelle degli altri.
All’inizio della recensione ho scritto che secondo me Se niente importa è una lettura che va fatta. Va intrapresa per essere informati, per conoscere e sapere da dove arriva quello che mangiamo. Poi, se una persona vuole continuare a mangiare carne la scelta è sua e va rispettata. Io sono per il diritto ad essere informati, non per l’indottrinamento. E questo vale sia per le scelte alimentari, che per quelle etiche fino ad arrivare a quelle politiche. L’importante è essere consapevoli della scelta che si fa e avere tutti gli strumenti necessari per poterla fare pienamente in libertà.
Per questo motivo non concordo pienamente con l’affermazione di Coetzee ma piuttosto con quella dello stesso Foer:“Noi non possiamo addurre come scusa l’ignoranza, ma solo l’indifferenza.[..] Siamo noi quelli a cui chiederanno a buon  diritto: tu che cos’hai fatto quando hai saputo la verità sugli animali che mangiavi?”[1]  Trad. di Irene Abigail Piccinini.


[1] J. S. Foer, Se niente importa, Parma, 2010, pag. 270

:: Recensione di Nemmeno il tempo di sognare di Pierluigi Porazzi (Marsilio, 2013) a cura di Stefano Di Marino

10 aprile 2013

nemmeno il tempoCi sono diverse ragioni per cui la seconda opera di Pierluigi mi ha appassionato, imponendomi una lettura in tempi stretti (che da sola è già garanzia di qualità). Prima di tutto la scrittura, che è agile, rapida, procede per traguardi di lettura brevi che stimolano  ad andare avanti, a non fermarsi sino alla fine. Scrittura da vero noirista, con le giuste pause d’atmosfera e riflessione ma schiva da velleità d’auteur. O uno ha qualcosa da trasmettere (le emozioni in particolare) o non ce l’ha. Qui siamo chiaramente nel primo caso.  Le sensazioni emergono dai fatti, dai comportamenti ma anche dalla scelta dei termini che è scorrevole e non sciatta. Poi c’è Udine, città di cui ho ottimi ricordi e che diventa palcoscenico di un nero criminale ben inserito in una realtà verosimile e, al tempo stesso, comprensibile per ‘immagini e situazioni’ a chi non vive in quel luogo, ma in altre metropoli simili, affette dagli stessi mali. Italia come perfetto sfondo per un thriller, quindi. Fa bene ricordarlo. Poi la Storia, che cito per ultima ma solo in senso temporale. Da uno spunto di cronaca famoso, passiamo a una vicenda che Pierluigi rielabora secondo canoni suoi che, una volta tanto nel filone italico, non rimandano al solito commissario dal volto umano. Alex e Raul sono poliziotti. O forse ex poliziotti. O forse poliziotti con un cuore oscuro.  A voi scoprirlo. Come a voi il piacere di trovare l’assassino ma anche di smascherare una rete di corruzioni che non risparmia nessuno. E se una vecchia volpe come il sottoscritto che di storie ne ha viste a migliaia alla fine un po’intuisce come andrà a finire, è solo perché il thriller ha dei codici precisi, rivelatori per il lettore attento. Che si compiace magari di poter dire ‘l’avevo detto io’, piuttosto che (come purtroppo accade) arrivare a fini sconclusionate e imprevedibili di altri romanzi. No, qui c’è conoscenza del genere e dei suoi meccanismi.  E il piacere di narrare, una e tante storie che s’intrecciano disegnando un quadro variopinto senza che il pennello sfugga di mano con sbavature indesiderate. Grande Taipan… Da ultimo, anche se parzialmente alcuni ambienti e personaggi tornano dal precedente romanzo, la storia non è una ripetizione ma una variazione. Anche questo è un merito. Una storia di frontiera… da Borderfiction, appunto… una linea invisibile sulla quale camminano storie di tensione e autori di valore.

:: Un’ intervista con Barbara Cinelli direttore di Triskell a cura di Viviana Filippini

10 aprile 2013

Triskell-EdizioniCiao Barbara, benvenuta a Liberi Di Scrivere, felici di ospitarti qui per di parlare della casa editrice digitale Triskell.

Ciao a tutti e grazie per questa opportunità!

Come è nato il progetto della casa editrice web Triskell Edizioni e dove avete sede?

Il progetto della Triskell è nato dopo la mia esperienza come coordinatore italiano di una casa editrice americana che pubblica esclusivamente romance. Ho iniziato collaborando con loro come traduttrice e man mano mi sono ritagliata uno spazio all’interno della casa editrice, fino a diventare coordinatrice italiana. Essendo a capo di un’associazione culturale che, al momento, era ferma e inattiva, ho pensato che partire con questo progetto fosse il modo giusto per riportarla in azione.
E poi ci piaceva l’idea dare un po’ di spazio al romance, un genere che, in linea di massima, viene un po’ sottovalutato e poco curato. La sede della Triskell è Montirone (BS). Al momento non c’è una vera e propria sede fisica, se non un piccolo ufficio dedicato. Non avendo la necessità di gestire la parte cartacea, non c’è bisogno di molto spazio.

Perché la scelta del formato ebook e non anche del cartaceo?

Per vari motivi. Primo fra tutti è che ci piace essere all’avanguardia. L’Italia, purtroppo, in questo settore, è rimasta indietro rispetto ad altri Paesi che sfruttano appieno le potenzialità degli e-book. So che molte persone sono restie ad abbandonare il libro cartaceo per paura di perdere il piacere della lettura, ma non è così, non se è la lettura la vera passione. Sì, manca l’odore delle pagine, o l’atto dello sfogliarle, ma di certo, potersene andare in giro con un lettore e-reader e 3000 libri caricati in esso, credo che possa scalfire anche le convinzioni dei tradizionalisti più incalliti.
Inoltre, c’è sicuramente un risparmio nelle spese gestionali per una piccola casa editrice che avvia un progetto così nuovo.

In quante persone lavorate attualmente?

Siamo in tre a essere impegnate quotidianamente con la Triskell, ma abbiamo anche qualche collaboratore occasionale che ci aiuta e ci dà suggerimenti su vari aspetti.

Triskell è nata da poco tempo, quanti sono gli autori che per ora hanno pubblicato con voi?

Per ora abbiamo 5 autrici pubblicate. Quattro di loro ci hanno donato un loro racconto/novella da pubblicare gratuitamente, mentre Francesca Borrione, ripubblicherà con noi il suo romanzo L’uomo che attraversò il tempo per me  che è in uscita questa settimana e della quale abbiamo già pubblicato L’amore è un rito. Abbiamo poi altre tre scrittrici e uno scrittore che hanno partecipato all’iniziativa dell’antologia gratuita, che pubblicheremo prossimamente.

Vi inviano più scritti donne e uomini?

Donne, anche se gli ultimi due manoscritti che abbiamo accettato per la pubblicazione sono di due autori maschi.

Oltre alla pubblicazione di libri, quali altri servizi offre Triskell?

Offriamo a ogni autore sia la correzione delle bozze del manoscritto (controllo ortografico, punteggiatura, refusi) che un vero e proprio editing del testo.  Provenendo da un’esperienza di traduzioni dall’inglese, inoltre, stiamo valutando l’opportunità di portare in Italia autori non ancora pubblicati e offrire loro quindi un servizio di traduzione del testo a scopo pubblicazione con la nostra casa editrice.

Quali sono le modalità per acquistare i vostri libri?

I libri possono essere acquistati sul sito  e sulle principali piattaforme di distribuzione. Per esempio, potete trovare L’amore è un rito su Apple Store, biblet.it, bookrepublic.it, deastore.com, ebook.it, ebookizzati.com, ebooklabitalia.it, excalibooks.com, facebook.com/ultimabooks, hoepli.it, ibs.it, ie-online.it, ilgiardinodeilibri.it, Kindle Store, lafeltrinelli.it, libramente.it, libreriaebook.it, libreriarizzoli.corriere.it, libreriauniversitaria.it, librisalus.it, librouniversitario.it, mediaworld.it, Nokia Reading, omniabuk.com, ultimabooks.it, unilibro.it.

Una delle cose che mi ha stupito guardando il vostro sito  (www.triskellevents.org/edizioni/) è che pubblicate solo libri che hanno il “lieto fine” e nella trama una storia d’amore. Perché questa scelta?

Come già accennato prima, credo che sia perché è un’idea un po’ controcorrente. In una realtà quotidiana piena di drammi, cronaca nera, morbosa curiosità verso fatti di sangue, precarietà in troppi ambiti e soprattutto in una realtà editoriale che premia e apprezza maggiormente una storia con finale amaro se non drammatico che non una con un lieto fine, abbiamo deciso di dare un po’ di spazio al ‘rosa’.  Riflettendo, mi sono resa conto che a tutti gli effetti non c’era una casa editrice specificamente dedicata a questo genere letterario (romance M/F, M/M, F/F). Subito dopo, però, mi sono detta che non avrei mai voluto leggere romance non a lieto fine. Inoltre, credo che il lieto fine sia un po’ ‘caduto in disgrazia’, così ho deciso di fare di queste idee dei punti fermi nella creazione della casa editrice.

Quante sono le collane della vostra editrice?

Al momento abbiamo Rainbow (Arcobaleno), che è la nostra collana dedicata ai romanzi M/M e F/F, Sepia(Seppia), dedicata ai romanzi storici. Pink (Rosa), è la nostra collana di  romance ‘puro’, Fantasy, dedicata appunto al genere fantasy,  Mistery, dedicata ai romanzi gialli, Young Adult, dedicata alle storie che parlano ai giovani adulti, ai ragazzi che si innamorano proprio come gli adulti. Prossimamente prevediamo di inserire anche una collana noir.

A che tipo di pubblico si rivolgono i vostri ebook?

A tutti i tipi di pubblico. Per ogni pubblicazione specifichiamo se il libro è per tutti o per adulti. Essendo romance, non disdegniamo l’erotismo, quindi indichiamo assolutamente il rating per i lettori.

Potrebbe sembrarti banale come domanda, ma che significato ha Triskell, il nome scelto per l’editrice?

Triskell ha tanti significati. Innanzitutto, è legato a me, in quanto ‘mancata’ irlandese. Seriamente, prima o poi espatrierò, lo so. E poi il Triskell rappresenta molte cose: le 3 fasi solari (alba, mezzogiorno, tramonto), le 3 età dell’uomo (infanzia, maturità, vecchiaia), i  3 aspetti del tempo (passato, presente, futuro), i  3 elementi dell’uomo (spirito, anima, corpo). E di certo la lettura, a mio avviso, può essere la compagna ideale di ogni fase, in ogni aspetto.  Inoltre noi siamo in tre, quindi direi che richiama anche la nostra organizzazione.

Barbara tu sei il direttore della Triskell, cosa ti piace leggere?

Sono cresciuta a pane e Stephen King. Lo so, non ha niente a che vedere con il romance, ma i miei gusti in fatto di letture sono un po’ particolari. Jeffrey Deaver, Ken Follett, Isabel Allende, William Shakespeare, Giorgio Faletti.  Amo i libri storici (sia romanzi che non) e ho una particolare predilezione per il romance M/M.

Quale è il libro che ti ha più colpito e che secondo te tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita?

Sono troppi, davvero. Posso citare i miei preferiti: L’ombra dello Scorpione di Stephen King, Lo scheletro che balla di Jeffrey Deaver, Mille splendidi soli di Khaled Hosseini, La casa degli spiriti della Allende, Amleto, Il diario di Anna Frank, L’amico ritrovato di Fred Uhlman e tanti altri.

Un ultima domanda, prima di lasciarci. Hai mai pensato di scrivere qualcosa di tuo?

Sì, in effetti io scrivo, ma sotto pseudonimo, per il momento. Con il mio nome ho pubblicato un breve racconto tempo fa per la raccolta 365 storie cattive. Potrei tornare a farlo a breve.

:: Segnalazione di La tana dell’odio di Giovanni D’Alessandro (San Paolo Edizioni, 2013)

9 aprile 2013

tanaQuanto le guerre e gli odi nazionalistici possono creare una profonda tana d’odio nel cuore delle persone? Quanto possono cambiare, anche a distanza di anni, i progetti e le esistenze di chi ne è stato vittima? Giuseppe Vergnani, che un tempo si chiamava Jusuf Samirovic, è un giovane medico adottato da una coppia italiana, dopo essere sopravvissuto alle atrocità delle guerre che portarono alla divisione nella ex Iugoslavia. La sua crescita e la consapevolezza umana, di persona profondamente ferita, passano attraverso la riscoperta delle proprie radici, divenuta, a un certo punto della sua vita, necessaria. Per ritrovare pienamente se stesso, Peppe torna sui luoghi in cui ha visto, bambino, i genitori massacrati da un odio assurdo quanto violento. La riscoperta di sé e il bisogno di fare verità sugli assassini, lo trascinerà dentro un vortice di passioni in cui amore, odio, tenerezza e vendetta si daranno appuntamento in un unico e fatale luogo. Un romanzo forte, etico, dalle cupe tinte shakespeariane e con un finale che è un inno alla speranza e alla memoria. “L’odio dorme in una tana di neve. Temi ogni giorno che si leva il sole”.

Giovanni D’Alessandro è nato a Ravenna nel 1955. Laureato in legge, vive e lavora a Pescara. Il suo esordio nella narrativa è del 1996, con il romanzo Se un Dio pietoso (Donzelli), finalista al Viareggio ’97, vincitore dei premi Penne-Mosca e Maria Cristina ’98. Nel 2004 ha pubblicato I fuochi dei kelt (Mondadori), Premio Scanno 2005 e in seguito La puttana del tedesco (Rizzoli). È autore di saggi e racconti e collabora con il quotidiano abruzzese «il Centro».

:: Recensione di I soldi di Hitler, Radka Denemarková , Keller editore 2012 a cura di Viviana Filippini

9 aprile 2013

I_SOLDI_DI_HITLE_4ffae94acb614Dalla prima all’ultima pagina si ha la sensazione che i temi fondamentali de I soldi di Hitler, pubblicato da Keller siano il senso di colpa, il castigo e il difficile cammino di concessione del perdono. Questi elementi si tramandano dalla fine della Seconda guerra  mondiale fino al presente recente, ad indicare che gli uomini nonostante siano muniti di razionalità rischiano di compiere nel corso della storia sempre gli stessi errori. Siamo nel 1945 in Cecoslovacchia e Gita è una sopravvissuta. Gita è una ragazzina uscita indenne dall’internamento nei campi di sterminio (questa volta però sono quelli russi e non nazisti). Gita torna a casa, a Pucklice, e la trova occupata da un famiglia che non è la sua, anzi da subito l’incolumità della giovane viene messa a repentaglio, perché lei è figlia di sospettati collaborazionisti tedeschi e per tale ragione non ha diritto a nulla e deve essere punita. Una doppia pena per lei ebrea cecoslovacca di lingua tedesca. Sessant’anni dopo Gita è ancora viva, è una donna adulta segnata dai dolori della vita che torna nel paese di origine per cercare di mettere ordine nella sua vita passata. Una volta giunta Pucklice, Gita Lauschmann incontrerà alcuni dei suoi aguzzini (la Donna che la maltrattava, ma che la aiutò a fuggire) e i loro discendenti (Nataša e Denis), scoprendo nuove agghiaccianti verità sul suo passato familiare. Tra i tanti personaggi che sfileranno al fianco di Gita nel presente, un ruolo importante sarà quello di Denis, con il quale si creerà un legame di profonda amicizia e rispetto. Un rapporto che spingerà la protagonista de I soldi di Hitler a mettere per iscritto in un diario tutto il proprio tragico vissuto. Le pagine del libro di Radka Denemarková raccontano sì la storia di una donna, delle violenze psicologiche e fisiche subìte che l’hanno tormentata per tutta la sua esistenza, ma allo steso tempo il romanzo della scrittrice ceca è un’attenta riflessione sul male perpetrato cinicamente nei confronti degli altri colpevoli o no che siano. L’autrice con un linguaggio scorrevole, dove ogni singola parola è carica di significato importante, porta il lettore a riflettere sulle gravi conseguenze derivanti da un travisamento della realtà e ci fa notare quanto gli effetti delle azioni compiute in passato si riflettano sul presente. Tra le pagine dei I soldi di Hitler quel poco amore che c’è (il sentimento di Gita per i due fratelli, quello per il figlio e per il primo marito) è sottomesso e straziato dalle tremende violenze che Gita ha incassato nel suo io e nel suo corpo, esperienze che l’anno portata ad avere ossessioni e paure tali, da impedirle di trovare la pace anche attraverso nuove gioie. Ed ecco l’onnipresente senso di colpa che tormenta Gita per quello che è accaduto alle persone che ha amato nella sua vita, unito al senso di colpa di chi l’ha aiutata. Poi c’è il castigo dato per non essere riusciti a compiere il proprio dovere tenendo lontano il male dai propri amati. Accanto ad esso si innesta la ricerca e il bisogno del perdono per riabilitarsi e affrontare il futuro con nuove consapevolezze. La Denermarková ci racconta una storia umana di dolore e tentativo di rinascita, ma allo stesso tempo la lucidità con la quale descrive il male insensato perpetrato verso deboli ed innocenti, portano chi leggere a riflettere sul senso delle azioni compiute  e delle parole pronunciate dall’uomo nella storia  e nella quotidianità, per farci capire che spesso «Non veniamo a sapere l’essenziale della vita delle persone. Non perché la storia finisce, ma perché finisce la riserva delle parole utilizzabili. Già, certo, perché si può commettere molto male con le parole. Non c’è niente che possa difenderci da esse». Traduzione dal ceco Angela Zavettieri.

Radka Denemarková è nata nel 1968, ha conseguito il dottorato in germanistica e boemistica nel 1997 presso l’Università Karlova di Praga. Ha lavorato per l’Istituto di letteratura ceca dell’Accademia delle Scienze della Repubblica Ceca, come lettrice e drammaturga presso il teatro Na zábradlí. Dal 2004 si dedica  esclusivamente alla scrittura. Ha pubblicato la monografia di Evald Schorm Sám sobě neprítelem (1998), e curato la raccolta Zlatá šedesátá (2000). Nel 2005 è uscita la sua prima opera in prosa, A já porád kdo to tluce. Il suo secondo romanzo I soldi di Hitler (2006) ha ottenuto il premio ceco «Magnesia Litera» nel 2007 per la prosa, i premi letterari tedeschi «Usedomska»nel 2011 e «Georga Dehia» nel 2012 ed è stato nominato al premio polacco «Angelus» nel 2009. Fra il 2010 e il 2012 è stato adattato e rappresentato al teatro Švandovo. Nel 2009 Radka Denemarková ha ricevuto ancora il premio «Magnesia Litera», questa volta per la pubblicistica, con la monografia romanzata Smrt, nebudeš se báti aneb Príběh Petra Lebla.Nel 2011 ha ricevuto il premio «Magnesia Litera» per la traduzione in ceco di L’altalena del respiro di Herta Müller. Del 2011 è il suo ultimo romanzo Kobold (Prebytky něhy. Prebytky lidí).

:: Recensione di Barbablù di Amélie Nothomb (Voland, 2013) a cura di Michela Bortoletto

9 aprile 2013

barbablùSaturnine è una giovane ragazza belga che insegna all’ École du Louvre. Vive sul divano-letto di una sua amica d’infanzia in un monolocale ben lontano dal centro.
Un giorno trova un annuncio su un giornale: “Cercasi coinquilina per una stanza di 40 metri quadri con bagno, accesso  libero a una grande cucina attrezzata per un affitto di 500 €”.
Saturnine pensa ci sia un errore, ma la curiosità ha la meglio e si presenta al colloquio di selezione. Con suo grande stupore si accorge che oltre a lei sono presenti solo altre donne. Nessun uomo.
Saturnine scopre così che molte di loro sono lì solo per curiosità: si dice che il proprietario della grande casa abbia avuto in passato altre otto coinquiline, tutte misteriosamente sparite. Il mistero attorno al proprietario e alla scomparsa delle otto donne sono i motivi della presenza di così tante donne al colloquio. Solo Saturnine, che nulla sapeva, è lì perché vuole davvero quella stanza. E proprio Saturnine sarà la prescelta.
Saturnine incontra così il Grande di Spagna Don Elmirio Nibal Y Milcar, l’eccentrico proprietario della grande casa. Elmirio ha quarantaquattro anni e da ormai vent’anni non esce da quella casa. Passa la sua esistenza tra quelle mura cucinando, cucendo magnifici abiti per la coinquilina del momento, leggendo gli atti processuali del tribunale della Santa Inquisizione, e comprando indulgenze da un prete amico di famiglia.
Secondo il contratto d’affitto Saturnine ha la libertà di fare qualsiasi cosa e entrare in qualsiasi stanza della casa ad eccezione della camera oscura di Don Elmirio: “Non è chiusa a chiave, è una questione di fiducia. Va da sé che questa stanza è proibita. Se ci entrasse, io lo saprei, e lei se ne pentirebbe.”
Saturnine intuisce immediatamente che la camera oscura è il motivo della scomparsa delle precedenti otto donne e comincia a interrogarsi sulle parole pronunciate da Elmirio. Che il suo proprietario le abbia assassinate? Perché? Cosa nasconde nella camera oscura? E perché in casa non c’è nessuna foto nonostante Don Elmirio si professi fotografo?
Saturnine lascia da parte ogni dubbio: è intenzionata a vivere in quella casa e se non deve entrare in quella stanza allora non ci entrerà!
Comincia così un rapporto intenso e burrascoso tra Saturnine e Don Elmirio. I due imparano a conoscersi, a influenzarsi e persino ad amarsi in un loro modo tutto particolare, fino all’inaspettato epilogo finale.
Barbablù è un breve romanzo sulla tentazione. La tentazione di profanare un segreto, la tentazione di amare un uomo che potrebbe essere pericolsoso, la tentazione di diventare la sua nona vittima. La tentazione di essere l’unica donna a resistere. Ma è anche un romanzo d’amore. Di un amore impalpabile, di un amore fatto di parole, gesti e soprattutto di colori. E il finale della storia non è per nulla scontato.
In Barbablù sono presenti tutti gli elementi caratteristici dei romanzi di Amélie Nothomb: la brevità, l’incisività dei personaggi, l’essenzialità, le citazioni letterarie, una vicenda surreale attraverso la quale analizzare uno dei numerosi tratti di noi umani.
Seppur in poche pagine, Amèlie Nothomb riesce ancora una volta ad indagare a fondo l’animo umano regalandoci anche questa volta dei personaggi degni dei protagonisti dei grandi classici. La Nothomb è l’esempio di come un libro non debba avere per forza mille pagine per approfondire un particolare tema ed essere incisivo: poche decine di pagine sono sufficienti, se si ha il talento e il dono dell’essenzialità che ha lei. Una volta scoperto il mondo di Amèlie, non se ne può più fare a meno! Traduzione di Monica Capuani.

:: Recensione di La notte non dimentica, Pamela Hartshorne, Nord 2013 a cura di Viviana Filippini

5 aprile 2013

la notte non dimenticaIl proverbio dice “una mela al giorno toglie il medico di torno”, ma credo che per Grace Trewe protagonista di La notte non dimentica, le mele siano l’ultimo frutto da prendere in considerazione per tenere alla larga i guai che la tormentano. Grace è appena approdata a York per occuparsi della casa lasciatele in eredità da Lucy morta tragicamente. Nel momento in cui la protagonista metterà piede nell’appartamento cominceranno a manifestarsi eventi strani che destabilizzeranno della sua già problematica esistenza. Grace comincerà a sentire delle voci, il suo olfatto percepirà un costante odore di mele marce e lo stesso frutto mezzo putrido le comparirà davanti agli occhi lasciandole un perenne senso di nausea e malessere ai quali non riesce a dare spiegazioni. Fossero solo queste le sue preoccupazioni Grace non avrebbe nulla da  temere, ma il tutto peggiora quando oltre alle voci che chiamano di continuo una certa Bess, lei comincerà a fare strani sogni nei quali si troverà a vivere nei panni di una certa Hawise, nella città di York nel 1577.  Il romanzo della Hartshorne ha un ritmo ben costruito e gioca sul labile confine tra passato e presente, dove la vita di Grace e quella di Hawise si compenetrano sino a diventare una sola. Grace rivive sulla propria pelle e nel proprio animo la drammatica vicenda esistenziale e le emozioni vissute da Hawise nella York elisabettiana. Le due donne sono lontane sì nel tempo, ma in comune hanno un profondo dolore causato dalla convinzione di non essere riuscite a salvare delle vite innocenti. Un senso di colpa che attraversa i secoli e che tormenta in modo ossessivo entrambe. Grace- Hawise o Hawise-Grace sono l’esempio del coraggio e della forza di volontà che si nasconde nell’animo femminile, quell’energia che le spingerà ad affrontare un destino avverso e pieno di insidie e che metterà a repentaglio la vita di entrambe e di coloro che le due donne amano. Allo stesso tempo la Hartshorne sviluppa, giocando sempre sul parallelismo tra presente e passato, una serie di tematiche che affondano le loro radici sul conflitto generazionale tra genitori e figli incarnato nel romanzo dallo scontro tra il razionale studioso di storia Drew e la figlia ribelle Sophie. E che dire della fine riflessione sul tema della manipolazione mentale attuata nei confronti di persone sensibili, in particolare questo emerge nel tempo presente dal viscerale interesse di Sophie per la setta guidata dallo pseudosantone Ash, un ex studente di Drew, che riesce a condizionare in maniera incisiva l’agire dell’adolescente mettendone a repentaglio la vita. Nel passato lo stesso tema è affrontato nel momento in cui le donne che attorniano Hawise – compresa la sorella Agnes – istigate dal malefico Francis, si convinceranno che  la donna è l’incarnazione del maligno, dimostrando in questa maniera la loro completa ottusità mentale e incapacità di giudicare in libertà le persone. La simmetria tra l’oggi e lo ieri è molto forte anche tra i vari personaggi, perché è facile mettere in relazione gli attori della vicenda del presente con quelli che sono esistiti nella York del Cinquecento. La notte non dimentica è un romanzo avvincente e ricco di suspense, dove il coinvolgimento del lettore nella trama narrativa è così efficace che ad un certo punto non si riuscirà più a distinguere i sottili passaggi temporali tra il presente e il passato e allo stesso tempo la storia simbiotica tra Grace e Hawise evidenzia che imparando ad evitare gli errori del passato è possibile migliorare il presente. Traduzione di Paolo Falcone.

Pamela Hartshorne oggi vive a York, ma prima di approdare qui l’autrice ha viaggiato in tutto il mondo facendo i lavori più disparati: l’interprete in Camerun, l’insegnante d’inglese a Giacarta, e anche la cuoca in una fattoria australiana. Si è avvicinata la mondo della narrativa collaborando saltuariamente con l’«Observer», per pagarsi il Dottorato in Storia. Un passione quella per l scrittura che continua nel tempo come l’amore per la storia. La notte non dimentica è il suo primo pubblicato in Italia.