Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Segnalazione di Naraka di Caleb Battiago (Mezzotints, 2013)

11 ottobre 2013

harakaDalla prefazione di Alan D. Altieri

Il Naraka nel ventre nero della Luna è la prigione di massima sicurezza più agghiacciante, più bruciante, più dilaniante, (in tutti i sensi che sia mai stata concepita da mente (in)umana. Contenimento, isolamento, tormento. Ma anche molto, troppo d’altro… È attraverso questo labirinto, simultaneamente concentrico e frattale, metafisico e metastatico, che Caleb Battiago, l’inedito e inaspettato, spiazzante e lacerante Autore di “Naraka: l’Inferno delle Scimmie Bianche” – by the way, non vi sfugga la “A” maiuscola di Autore – ci guida con la pragmatica precisione di un vero e proprio Virgilio del lato oscuro.

Naraka – L’Inferno delle Scimmie Bianche è un romanzo SCI-FI a focale distopica che mescola vari generi, dalla fantascienza al thriller-horror, fino all’eros. Il bene e il male si sovrappongono e si confondono in uno spiazzante equilibrio, conducendo il lettore verso una nuova interpretazione, stilistica e strutturale, del genere. L’autore ci guida su un pianeta Terra sul baratro del collasso e della deriva ecologica, economica, etica, e sul suo satellite, la Luna, avamposto della dannazione, nuova piattaforma del delirio. Un universo marcio, nero, metafora del mondo moderno, senza speranze, senza un Mondo di Sopra in cui sperare. Naraka, col suo ritmo pulp e cinetico, le diramazioni storiche, artistiche e religiose, supera il genere e si pone come radicale alternativa. Una apocalisse terminale e inaspettata, un mondo che divora lentamente se stesso. Il libro contiene anche sei illustrazioni di Daniele Serra.

Il Libro: Il Penitenziario spaziale di New Belmarsh sulla Luna, chiamato il Naraka, è un progetto pilota di detenzione aliena con finalità di controllo del crimine dilagante sulla Terra. Ma, dietro questa copertura, c’è molto altro. La sovrappopolazione, la deriva ecologica radioattiva e morale, l’indisponibilità di risorse proteiche, creano nuove esigenze, un nuovo mondo. Una nuova visione, cinica e ancestrale. Il Naraka diventa il primo allevamento di carne umana moderno e organizzato. Una reminiscenza di Naraka ben più antichi, che la storia ci ha presentato in tante culture. Neri protagonisti, come la sensuale killer Kiki Léger, vivranno sulla propria pelle l’evoluzione di questo delirio umano che è dietro l’angolo. Ambientato in un penitenziario dotato delle più avanzate tecnologie e in una Parigi marcia e distopica, il romanzo intreccia varie storie  e vissuti estremi, suggerendo, tra le righe, riflessioni antropologiche, ecologiche, esistenziali. La sonda del lettore viene calata in un alveare senza fondo e continuerà il proprio viaggio nel vuoto, senza riuscire mai a toccare il fondo.

Caleb Battiago (Milano, 1966) è un autore italiano. Naraka – L’Inferno delle Scimmie Bianche è il suo primo romanzo pubblicato sotto questo pseudonimo. Sito web dell’autore.

:: Recensione di All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion di Alberto Custerlina (Baldini & Castoldi, 2013)

10 ottobre 2013

baldini e castoldiChi l’ha detto che i romanzi di avventura siano destinati solo ai ragazzi? Alberto Custerlina, classe 1965, autore triestino di pregevoli noir come Balkan bang!, Mano nera e Cul-de –sac, ha da poco infatti pubblicato Il segreto del Mandylion, primo episodio di una trilogia d’avventura a tinte gialle intitolata All’ ombra dell’impero, che comprenderà anche La carovana dei prodigi, in fase di scrittura, la cui pubblicazione è prevista nel 2014 e Enigmi nell’oscurità, titolo provvisorio e in fase di progettazione.
Sullo sfondo di una Trieste asburgica, siamo nel 1902 e ormai scioperi operai, moti irredentisti, repressioni sanguinarie mostrano le crepe di un impero, rigidamente burocratico e dall’apparato statalista elefantiaco, ormai in via di dissoluzione, – la Prima Guerra Mondiale è ancora lontana ma ormai inevitabile e destinata a porre definitivamente fine all’impero austro-ungarico con la pace di Parigi del 1918- , Custerlina costruisce una trilogia in cui Storia, avventura, segreti occulti, antiche leggende, poteri extrasensoriali, si intrecciano per dare vita ad una vicenda salgarianamente ricca di fascino e mistero.
Tra botteghe polverose, castelli, studi di vecchi cabalisti, cinesi affascinanti e misteriose, conoscitrici dei segreti delle arti marziali e dell’arte della seduzione, baroni pericolosi e dediti alla magia nera, commissari di polizia coraggiosi e intraprendenti, la storia si snoda portandoci per le vie di Trieste, da poco rischiarate dall’illuminazione elettrica, fino a bordo di una giunca nei Mari della Cina, sulle tracce dell’assassino di un sottufficiale dell’esercito, Arturo Rojaz, trovato morto e sfigurato in un vicolo di Trieste, accanto ai resti di un sigillo di ceralacca che chiudeva misteriose lettere di cui era il custode, ora trafugate.
Nella stessa notte un altro furto misterioso ha luogo nella casa di Artan Hagopian, viaggiatore armeno e trafficante di cineserie, a cui sottraggono una preziosa reliquia cristiana, il Mandylion, risalente ai tempi di Gesù, di cui Hagopian è l’ultimo depositario. Ad indagare sull’omicidio di Rojaz viene incaricato Anton Adler, commissario della Direzione di Polizia di Trieste e amico di Hagopian, il cui figlioccio Davorin Paternoster, un intraprendente ragazzino di 12 anni, ritrova il Mandylion e da quel momento acquisisce misteriosi poteri .
I casi della morte del sottufficiale e del furto del Mandylion sembrano legati, così Adler e Hagopian uniscono le forze per scoprire che un misterioso personaggio, nascosto nel passato dell’armeno, sembra arrivato a Trieste per portare a compimento i suoi nefasti piani. Ma il pericolo che li sovrasta è ancora più grande e il rapimento di Davorin metterà a dura prova la loro amicizia. Ma soprattutto chi è Hieronymous Mors? Con questa domanda vi lascio a interrogarvi quale misteri racchiude il Mandylion e perché forze oscure vogliono a tutti i costi impossessarsene.
Custerlina si dimostra sicuramente bravo nell’imbastire una struttura narrativa ricca di tensione e forte di una ricostruzione storica ineccepibile e davvero interessante. Oltre alle vie, i palazzi, finanche i bordelli di Trieste, Custerlina ricostruisce anche l’atmosfera di inizio Novecento, creando un personaggio come Anton Adler, precursore di tutti gli investigatori che oggi conosciamo. Adler è un modernista, intriso di spirito positivista, seguace del professor Hans Gross pioniere dei moderni metodi di indagine criminologica.  Usa torce elettriche con pile a carbone, macchine fotografiche a soffietto, vorrebbe mettere il telefono in casa o comprarsi un auto, combatte con i colleghi retrogradi ancora fermi a  vecchi metodi di indagine ben poco scientifiche. Affascinanti anche le parti in prima persona in cui Hagopian ricorda il suo passato in Cina, tra fumerie d’oppio, bordelli e pericolosi viaggi su mari in tempesta.
Una lettura consigliata agli appassionati di romanzi storici e a chi, come me,  ancora ama l’avventura e il mistero con un pizzico di esotismo molto salgariano.

Alberto Custer­lina vive in pro­vin­cia di Trie­ste, lavora come con­su­lente tec­nico e, natu­ral­mente, impe­gna quasi tutto il suo tempo libero per scri­vere. Il suo romanzo d’esordio, Bal­kan bang!, è uscito alla fine del 2008 per Per­di­sa­Pop, nella col­lana Wal­kie­Tal­kie curata da Luigi Ber­nardi.  A Gen­naio 2010, il suo romanzo d’esordio è stato ripub­bli­cato da Mon­da­dori nella col­lana Segre­tis­simo.  Il 6 luglio del 2010 è uscito Mano nera, il suo secondo romanzo noir, pub­bli­cato da Bal­dini Castoldi Dalai edi­tore nella neo­nata col­lana Vidocq. Il 20 set­tem­bre 2011 è uscito Cul-de-sac, suo terzo romanzo, sem­pre per i tipi di Dalai edi­tore. Nel gennaio del 2013 ha fondato Moby Dick – Scuola di scrittura (e lettura).

:: Segnalazione di Wool di Hugh Howey (Fabbri, 2013)

8 ottobre 2013

image002“La forza di Howey sta nei suoi personaggi, nei desideri, diversi eppure familiari, che li animano (…) I vecchi preconcetti sugli ebook sono crollati. Wool spazza via la polvere del passato e rivela una nuova verità. Il suo autore può reggere degnamente il confronto con i colleghi pubblicati tradizionalmente. L’arrivo di Hugh Howey annuncia una nuova era per gli scrittori indipendenti.”
Wired

In libreria dal 16 ottobre Wool di Hugh Howey, (in Italia i diritti se li è aggiudicati la Fabbri Editore) :  un fenomeno del self-publishing, una storia thriller distopian acclamata dalla critica, già venduta in 18 paesi e acquisita da Ridley Scott. Oltre a testate come WIRED, Guardian e Wall Street Journal infatti gente del calibro della Reichs e Cronin si è espressa con toni entusiastici per i romanzi di Howey, descritti come romanzi non solo adatti agli appassionati del genere post-apocalittico, ma a tutti i lettori. Hugh Howey sarà in Italia, a Milano come ospite di Bookcity il prossimo 24 novembre.

In un futuro post-apocalittico, in un paesaggio devastato e tossico, una comunità sopravvive in una gigantesca città sotterranea. Lì, uomini e donne vivono rinchiusi in una società piena di regole che dovrebbero servire a proteggerli. Lo sceriffo Holston, che per anni ha fermamente sostenuto le leggi della città, rompe inaspettatamente il più grande di tutti i tabù: chiede di andare fuori, incontro alla morte. La sua decisione scatena una terribile serie di eventi. A sostituirlo è un’improbabile candidata, Juliette, che nulla sa di politica e di leggi, ma è un tecnico capace di far funzionare le macchine di quel fragile mondo. Ora che le è affidata la sicurezza, Juliette impererà presto a sua spese quanto è malata quella società. Perché la città è in procinto di affrontare ciò che la storia ha lasciato solo intendere e che i suoi abitanti non hanno mai avuto il coraggio di sussurrare: la rivolta.

Hugh Howey è cresciuto a Monroe, nel North Carolina. Prima di pubblicare i suoi libri ha fatto lo skipper, l’operaio e il tecnico audio. Ha iniziato la serie di Wool nel 2011, autopubblicandola sul Kindle Store di Amazon. Dopo l’enorme successo ottenuto, ha scritto gli altri due libri della trilogia, Shift e Dust, vendendo i diritti dell’edizione cartacea per cifre milionarie. Wool è in corso di pubblicazione in 18 paesi, e i diritti cinematografici sono stati acquistati da Ridley Scott.

:: Recensione di Il mago della fiera di Jelena Lengold – (Zandonai Editore, 2013) a cura di Lucilla Parisi

7 ottobre 2013

jelene-lengoldTraduzione di Alice Parmeggiani

Nessuno mai ve lo insegna. La fragilità del desiderio […] Nessuno me lo ha detto, veramente. Assieme ai consigli sulla dieta, alla lista dei medicinali, avrebbero dovuto dirmi anche questo: – Da adesso, tu sei sua madre, e non la sua amante. Lo amerai di più, ti preoccuperai per lui molto di più, ma lo desidererai di meno -. Nessuno ve lo dice. Tutti vi parlano solo di una sana nutrizione e della necessità di camminare”.

I racconti della scrittrice serba Jelena Lengold ci parlano di partenze e di mancati ritorni, di perdite e di vuoti a perdere, di incontri fugaci e di desideri scomparsi.
I personaggi, spesso protagonisti senza nome di queste pagine, si fanno flusso di pensieri, osservatori inermi, vite impigliate come pesci stanchi nella rete del destino.
In una dimensione sospesa tra realtà e immaginazione, tra sogno e visione, le storie narrate prendono forma lentamente, conducendo il lettore in un percorso di scoperte inaspettate, raggiungendo con le parole gli strati più profondi dell’essere.
La Lengold si rivolge all’animo umano con spietata sincerità, non lasciando nulla di intentato nell’opera di rivelazione dei ruoli e delle dinamiche dei rapporti tra le persone. Ciò che ne discende è un ritratto crudo ma veritiero della fine dei legami e degli amori, del disperato e pietoso attaccamento ai gesti indifferenti dell’amato, della riduttiva e misera considerazione delle relazioni da parte degli individui.

Certi amori finiscono proprio così, in modo meschino e senza senso. Quando meno ve lo aspettate. O l’errore è proprio nel fatto che ve l’aspettate. Gli esiti negativi bisognerebbe aspettarseli sempre. Solo, come può vivere uno che si aspetta sempre un esito negativo?”.

L’analisi della scrittrice si spinge fino a descrivere il malsano rapporto di forza tra donna e uomo, spesso ridotto ad un’amara resa della prima alla meschinità del secondo, superficiale nei suoi giudizi e nelle sue scelte, prestigiatore dei sentimenti, mago delle parole e argonauta in fuga. Alla Medea abbandonata non rimane che scrivere lettere immaginarie, che non arriveranno mai a destinazione.

E ora eccomi qui, richiudo l’asse da stiro e sono un po’ senza respiro. Il mio respiro se ne è andato da qualche parte dentro di lui, nella ridicola convinzione che quell’uomo sarebbe stato sempre qui, vicinissimo, e che ogni volta che fosse stato necessario mi sarei potuta avvicinare a lui e inspirare quel tanto che mi serviva”.

Poi esiste anche il destino del ritorno, delle parole di chiarimento, del ritrovarsi, come accade spesso nella letteratura ma un po’ meno nella vita.
La scrittura della Lengold cattura sin dalle prime pagine: è schietta, scandita dalla forza dei pensieri che scorrono veloci lungo i binari della narrazione, senza cedimenti.

Perché là, fuori da questa recinzione, esiste tutta una vita che si deve esplorare. Annusare. Mordere. Graffiare. Perché ogni gatti ha diritto alle sue ferite e ai suoi vagabondaggi. E se non ti rassegni a questo, allora è meglio che tu non tenti nemmeno di amare qualcuno. Mai”.

Con Il mago della fiera l’autrice serba ha ottenuto nel 2011 l’European Union Prize for Literature.
Consigliatissimo.

Jelena Lengold (1959) occupa da vent’anni un ruolo unico nella letteratura serba contemporanea. Dopo diverse raccolte di poesia si dedica alla narrativa con il romanzo Baltimor (2003) e quattro volumi di racconti. Ha lavorato per dieci anni nella sezione culturale di Radio Beograd e si è inoltre occupata di diritti umani e risoluzione pacifica dei conflitti per conto dell’Accademia norvegese per le scienze umane. In Italia il suo racconto L’ascensore è stato pubblicato in Casablanca serba: racconti da Belgrado (Feltrinelli, 2003). Scrive e vive a Belgrado.

:: Intervista a Adrián N. Bravi autore di L’albero e la vacca, (Nottetempo editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

4 ottobre 2013

alberoCiao Adrián benvenuto qui a Liberi di scrivere per parlarci del tuo nuovo romanzo, L’albero e la vacca, edito da Nottetempo. Una storia a tratti surreale e fantastica, ma allo stesso tempo ben salda alla realtà per le tematiche familiari che affronta. Protagonista è Adamo,un ragazzino che ama arrampicarsi su un albero di tasso nei giardini pubblici di Recanati e guardare il mondo da lassù.

D. Da dove nasce l’idea di L’albero e la vacca?

R. Quando aveva otto o nove anni mio figlio ha subito un piccolissimo intervento con anestesia totale. Quando l’ho rivisto, subito dopo l’intervento, era ancora sotto l’effetto dell’anestesia e faceva un po’ ridere. Mi ha raccontato, tra le altre cose, che aveva visto una vacca bianca nella sala operatoria. Tutto è nato da quella visione lì.

D. L’atmosfera che permea la narrazione è in perenne bilico tra surrealismo e realtà. Perché il confine tra i due poli è così labile?

R. È difficile stabilire questo confine, perché non esiste, siamo noi che lo poniamo. Io cerco, entro i miei limiti, di guardare la “realtà” attraverso la finzione, ma senza fissare una distinzione tra i due piani.

D. Il protagonista si chiama Adamo, ama salire su un albero e mangiarne i frutti velenosi. Il protagonista bambino del tuo romanzo ha qualche rapporto con l’Adamo della Bibbia?

R. Non direttamente. Avrei potuto scegliere un altro nome, non sarebbe cambiato nulla. Mi piace pensare che l’Adamo di questo libro scopre per la prima volta, come l’altro Adamo, l’archetipo, le virtù consolatorie che si nascondono nei frutti del tasso. In quei piccoli frutti il bambino trova le visioni che lo riscattano dal disagio famigliare.

D. L’albero del tasso con i suoi frutti, miti e leggende cosa rappresenta per il protagonista? Un qualcosa di proibito che gli permette una fuga da un mondo che non ama?

R. Sul tasso c’è una letteratura affascinante, sempre legato alla morte. È un albero che sembra porsi al confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Non a caso si trova in molti cimiteri (suppongo stia lì per ospitare le anime dei morti prima della loro migrazione nell’aldilà). Attraverso i frutti, che si chiamano arilli, Adamo fugge dal suo mondo quotidiano, fatto di liti e conflitti famigliari. Il tasso e i suoi frutti sono un rifugio, simile a quello che trovano gli stranieri quando all’estero parlano la linguamadre: una protezione.

D. La vacca bianca che compare in più occasioni che significato ha per Adamo?

R. Significa un riscatto dalla realtà. Adamo trova nella vacca quella maternità e quella tranquillità che non riesce a trovare a casa, nella vita quotidiana. È una fuga, se vogliamo, ma allo stesso tempo è forma di salvezza.

D. Ad un certo punto della narrazione c’è un riferimento a Borges. Ti ha influenzato un po’ questo scrittore per la stesura di questo e di altri tuoi libri?

R. Per la stesura di questo libro direi di no, anche se compare a un certo punto un riferimento a “Il libro degli esseri immaginari”. Ad ogni modo, Borges è un autore che leggo da anni (mi sono anche laureato in filosofia con una tesi su Borges). Per un argentino della mia generazione è impossibile non farci i conti.

D. L’io narrante è Adamo adulto, ma quanto è rimasto in lui di quando era bambino?

R. Sì, l’io narrante è un adulto, ma lo sguardo rimane quello di un bambino che non capisce bene quello che gli sta accadendo intorno e accetta ogni cosa con un certo fatalismo, tipicamente infantile. Non giudica la decisione della madre di volersi separare dal padre, non ha gli strumenti; osserva e subisce le scelte.

D. Il mondo e l’umanità protagonista di L’albero e la vacca sono grotteschi e stralunati. Perché inserire in un contesto di questo tipo una storia che racconta il disgregarsi di un famiglia?

R. Noi viviamo in un’epoca stracarica di realtà ed esigiamo che la letteratura stessa ce la racconti in tutte le sue sfaccettature. Sembra che tutto debba fare i conti con la “verità”. Io sento il peso di questo eterno presente che ci soffoca. A me interessa osservare i tic delle persone, i loro conflitti, le loro ossessioni, ma attraverso la finzione. Credo, paradossalmente, che le storie “grottesche e stralunate” come questa possano raccontarci meglio la nostra quotidianità.

D. I genitori di Adamo, Luciano ed Enrichetta, sono due poli opposti. Cosa determina questa diversità nel piccolo protagonista?

R. In fondo i genitori sono due persone sole, ognuna triste e noiosa a modo suo. Due persone inconciliabili, e il povero Adamo cerca di fare del suo meglio, come per esempio buttare di nascosto nel sugo della pasta alcune bacche di tasso per far riconciliare i genitori, con risultati devastanti e inaspettati.

D. Luciano, storico dell’ornitologia, ha una vera e propria ossessione per degli scheletrini di plastica. Cosa significa per lui portarsi sempre appresso questo feticcio?

R. Sì, gli scheletrini sono un feticcio, un piccolo oggetto che gli ricorda, ogni volta che li vede, la condizione ultima dell’uomo. “A cosa serve litigare se questa è la fine di ciascuno di noi?” si chiede ogni tanto. E Adamo si prende cura degli scheletrini del padre.

D. Il tempo passa e Adamo cresce, ma questo comporta per lui la perdita delle persone che ama di più. Queste “mancanze importanti” cosa determinano nel protagonista?

R. Ci sono alcune morti importanti nel libro, ma, in un modo o l’altro, i morti continuano a comunicare con i vivi. Diventano una presenza costante, viva. La nonna di Adamo, per esempio, chiede al marito morto di “intercedere” affinché le zanzare non pungano il nipote; oppure Adamo che a un certo punto eredita la “moncosità” del padre, dopo la morte di questo. Insomma, le morti fanno parti del suo percorso, sono la sua vita.

D. Quale potrebbe essere la colonna sonora ideale per L’albero e la vacca?

R. Questa è una domanda davvero difficile, alla quale non so rispondere, perché non ho mai pensato a questo racconto in termini musicali. È una voce unica che narra la storia, quindi non potrei immaginarla in termini polifonici. Non so, sceglierei per alcune parti del libro il contrabbasso di Stefano Scodanibbio.

D. Quale è l’ultimo libro letto che vorresti consigliare ai nostri lettori?

R. L’ultimo che ho letto è stato La lucina di Antonio Moresco, un libro che mi è piaciuto molto, anche qua si racconta la storia di un bambino. Ieri invece ho iniziato a leggere Paradiso e inferno dell’islandese Jón Kalman Stefánsson e poi vorrei leggere Lo splendore casuale delle meduse di Judith Schalansky, so che è un bel libro.

:: Segnalazione di Dodici anni di schiavitù di Solomon Northup (Castelvecchi, 2013)

4 ottobre 2013

12-Years

Solomon Northup
Dodici anni di schiavitù
Castelvecchi

«Il libro di Solomon Northup è degno del pubblico più vasto: illuminante sullo schiavismo e sull’America precedente la guerra civile, e colmo di umanità, intelligenza e spiritualità» JOSH ZAJDMAN

Per la prima volta tradotto in italiano il libro da cui è tratto il nuovo film di Steve McQueen con Brad Pitt e Michael Fassbender, premiato al Festival di Toronto.

Negli Stati Uniti pre-guerra civile, Solomon Northup, uomo di colore nato libero, arriva a Washington in cerca di lavoro. Qui, nel 1841, viene adescato con una finta proposta, rapito e venduto come schiavo a un proprietario terriero della Louisiana.
Riacquistata infine la libertà nel gennaio del 1853, dopo dodici anni di  prigionia, Northup cita in giudizio i mercanti di schiavi che l’avevano imprigionato; ma il lungo processo seguente si conclude senza condanne o risarcimenti.
Pubblicato nel 1853, l’anno dopo La capanna dello zio Tom, il libro di Northup è il resoconto di quella terribile esperienza; scritto in tre mesi con l’aiuto di un autore bianco, Dodici anni di schiavitù al tempo della sua uscita ha venduto 30.000 copie in tre anni. Dopo un lungo periodo di oblio, forse dimenticato perché non aderente ai canoni della narrativa sullo schiavismo, Dodici anni di schiavitù è ormai rivalutato e considerato, per ricchezza dei dettagli e fedeltà nelle descrizioni, un’importante fonte storica.
Nel 2013 Steve McQueen ha tratto dal racconto un film – interpreti Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender e Brad Pitt –, già acclamato dalla critica e premiato al Festival di Toronto.

Solomon Northup (1808-1864 ca.) Afroamericano di Saratoga Springs, New York, ceduta la sua fattoria per problemi economici, si guadagna da vivere come musicista e con altre occupazioni saltuarie. Dopo il periodo di prigionia, Northup diventa un fervente abolizionista, tenendo decine di conferenze in tutto il Paese a sostegno della causa contro lo schiavismo. Nei primi anni Sessanta del XIX secolo, collabora con un sacerdote metodista del Vermont per aiutare i fuggitivi sulla «Underground Railroad», la rete semiclandestina per la fuga degli schiavi neri verso i Paesi liberi.

:: Recensione di Storia di Irene di Erri De Luca (Feltrinelli, 2013) a cura di Natalina S.

4 ottobre 2013

irene“La nostra specie umana ha bisogno di storie per accompagnare il tempo e trattenerne un poco. …Le storie sono un resto lasciato dal passaggio”. Sono traccia. Memoria. Fotografia. Segni della punta di uno scalpello nel marmo. Stralci di vita da sottrarre al dimenticatoio del tempo. È con questa consapevolezza che lo scrittore, Erri De Luca, intinge la sua penna di inchiostro e consegna a noi lettori  “Storia di Irene”, pubblicata per Feltrinelli. Nei panni di un errante, in terra greca, lo scrittore si improvvisa raccoglitore di storie di cui ne diventa custode e conducente. Solo talvolta va in giro mosso da una valida causa, spronato come il cavallo di Don Chisciotte. È una storia profonda, intensa, simbolica quella che lo scrittore ci racconta; in cui il ricordo dell’autore trova giusta collocazione attraverso l’uso frequente di flashback e digressioni che irrompono come lampi nel cielo e scuotono dal tepore del nostro tempo. Irene, dal greco Ειρήνη che significa pace, è una ragazza di 14 anni. Orfana sin da bambina, ha perso i suoi genitori durante un naufragio e il suo nome è la veste del suo destino. È stata salvata dal mare e dai suoi abitanti. Le onde hanno cullato i suoi pianti; i delfini curato i suoi sorrisi. Per la gente del suo villaggio è sordomuta ma Irene, che di notte vive in mare e di giorno in terra, percepisce e produce vibrazioni. Conosce il linguaggio dei delfini e lo sa comunicare. La storia di Irene è una grande allegoria, richiede lettura e riflessione attente. Il mare è metafora di un mondo più pulito rispetto alla terra – “la terra è alta e bassa non porta pareggio alle sorti. Il mare è più giusto, se un’onda si alza più delle altre, poi scende”. I delfini, sposano perfettamente i concetti di condivisione e fratellanza dove persino nell’accoppiamento non c’è supremazia; abbracciano ciò che gli uomini deridono così quando Irene ha il suo primo sangue, i delfini brindano alla fertilità e alla vita mentre l’uomo ne misura le distanze. Non c’è guerra in mare. La guerra attecchisce quando gli uomini indossano le vesti dell’egoismo, innalzano la bandiera dell’indifferenza e si dimenano in una società che ha perso la  bussola dei valori. C’è guerra solo in terra che predichiamo bene un padre nostro imparato a memoria- dacci oggi il nostro pane quotidiano– mentre in un giorno raccogliamo ciò che ci deve bastare a lungo. Il conducente di storie ha bisogno di ripercorrere una strada tortuosa che  i critici  amano definire una pagina nera della storia d’Italia e del mondo: la seconda guerra mondiale. Così come succede con le scatole cinesi, Storia di Irene, ci regala un altro racconto, questa volta ripescato dalla memoria e dalla pelle di Aldo De Luca, sottotenente degli alpini, nonché padre dello scrittore di cui perpetua il ricordo.  “Il cielo in una stalla” sembra essere inserito tra le pagine del libro senza arte ne parte, ma testimonia come la guerra può essere atroce e ridurre la libertà allo spazio minimo di una stalla, la casa perfetta delle bestie da macello, o peggio ancora distruggere i nostri simili per uno stupido concetto di razza. Testimonia come “nel caos ci sia competizione” e ciò che conta è sopravvivere al di là di tutto, al di là di tutti, anche del proprio sangue. Ma è ancora il mare a restituire salvezza, quando Aldo De Luca e altri cinque compagni tra cui un ebro, stretti nel guscio di una barchetta, remano nel lembo di spazio che divide Sorrento da Capri per approdare ad un porto salvifico e regalare quella stessa libertà che appartiene ai delfini o a Don Saverio nelle pagine finali del libro. Don Saverio è il protagonista dell’ultimo racconto prima che lo scrittore lasci spazio ai ringraziamenti: “Una cosa molto stupida”. Sono pagine cariche di tenerezza e tristezza quelle che narrano il microcosmo di Don Saverio che, curvo dal peso dei suoi 81 anni, condivide la muffa di una piccola casa insieme al figlio, alla nuora e al nipote. Don Saverio è pupa in attesa di trasformarsi in farfalla, il suo tempo è breve come il mese di febbraio, freddo come la morte che “ci sta e non te ne accorgi, la morte di un rispetto ormai andato di cui rimane solo un “voi”, seme vuoto in una terra fertile, che rende stanchi e “sfatti” di vita. Attraverso una prosa quasi poetica, ricca di metafore, similitudini e artefici tecnici, che denotano un attento studio stilistico, l’autore ci conduce a riflettere sui mali che il benessere della nostra società ha generato ponendosi in netta contrapposizione alle semplici leggi della natura. La pace, Irene, non rimane sospesa ma “entra in mare, illesa da lusinghe di futuro…..come un serpente con la vecchia pelle”. Tre storie in tempi e luoghi diversi, uniti da uno stesso filo conduttore, per denunciare il male di una società fagocitata dal suo stesso progresso che paradossalmente ha condotto verso l’ingratitudine e le guerre civili, come quella greca, o militari, come tutte quelle combattute dai nostri avi in nome di principi troppo spesso calpestati dalle braccia corte dell’egoismo e dallo sguardo basso dell’indifferenza. Lì accanto alla pace, siede silenziosa la gratitudine, segno tangibile di una umanità che sa apprezzare la vita come dono e in nome del suo stesso rispetto non uccide quella degli altri ma ne ricerca armonia. Ecco perché il bacio diventa il simbolo assoluto della gratitudine e tutti i protagonisti, puri e illesi, concludono la loro storia con questo gesto. Bacia il mare Irene regalandogli la vita che portava in grembo. Bacia la terra l’anziano che giunge salvo a Capri. Bacia la mandorla Don Saverio, seme di vita che rinasce in corpo. Bacia la Grecia e la sua lingua Erri De Luca che salda il suo debito greco.  Bacio la storia, io, che ha accompagnato il mio tempo e lasciato il suo segno.

Erri De Luca: è nato a Napoli nel 1950. Ha pubblicato con Feltrinelli: Non ora non qui (1989), Una nuvola come tappeto (1991), Aceto, arcobaleno (1992), In alto a sinistra (1994), Alzaia (1997, 2004), Tu, mio (1998), Tre cavalli (1999), Montedidio (2001), Il contrario di uno(2003), Mestieri all’aria aperta. Pastori e pescatori nell’Antico e nel Nuovo testamento(con Gennaro Matino , 2004), Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo (2005). In nome della madre (2006), Almeno 5 (con Gennaro Matino, 2008), Il giorno prima della felicità (2009), Il peso della farfalla (2009), E disse (2011), I pesci non chiudono gli occhi (2011), Il torto del soldato (2012), La doppia vita dei numeri (2012), e Ti sembra il caso? Schermaglia tra un narratore e un biologo (con Paolo Sassone-Corsi, 2013). Per i classici Feltrinelli ha curato Esodo/Nomi (1994), Gionà/Ionà (1995), Kohèlet /ecclesiaste (1996), Libro di Rut( 1999), Vita di Sansone ( 2002), Vita di Noè/Nòah(2004), L’opite (di pietrami Puskin (2005). Per gli audiolibri “Emons/Feltrinelli”, In nome della madre (2010). Per “le nuvole” Feltrinelli, la sceneggiatura del film di Edoardo Ponti, Il turno di notte lo fanno le stelle (2012).

:: Segnalazione di Le parole di luce di Joanne Harris (Garzanti, 2013)

2 ottobre 2013

parole di luceEsce in Italia il 14 novembre, sempre per Garzanti, il nuovo fantasy della britannica Joanne Harris, Le parole di luce (Runelight, 2011), seguito di Le parole segrete (Runemarks, 2007), e ve ne parlo essenzialmente perché la Harris è un’ autrice che ho molto amato, soprattutto per Chocolat, forse il suo romanzo più famoso, grazie anche all’eco del film diretto da Lasse Hallström con Juliette Binoche e Johnny Depp. Come sapete leggendo il mio blog non leggo di norma fantasy, non perché la consideri unicamente letteratura per ragazzi, come fanno alcuni, ma perché mi è capitato di accostami al genere e perdere diciamo slancio a causa di ridde di personaggi eccentrici (streghe, stregoni, fate, gnomi, giganti)  e trame complicate e appunto fantasiose, o troppo fantasiose, di cui per pigrizia, forse, perdevo molto spesso il filo. Ho provato, lo giuro, in gioventù a leggere Lo Hobbit o Il Signore degli anelli, ma non ce l’ho proprio fatta. Forse mi difetta la fantasia, chissà. Strano però, che con la fantascienza non mi succeda. Tornando a noi, amo la Harris per cui se avrò modo tenterò di avvicinarmi di nuovo al fantasy grazie ai suoi libri. La serie delle Rune comunque andrebbe letta con ordine, quindi se potete procuratevi anche il libro precedente Le parole segrete. Per chi invece attendeva questa uscita segnalo la trama. Buona lettura.

Maddy e Maggie hanno la stessa età, ma non potrebbero essere più diverse. Maddy è coraggiosa e ribelle; Maggie, invece, ama le regole e la disciplina. La sua passione sono i libri antichi. E solo immersa tra quelle pagine che riesce a non sentirsi sola. Eppure c’è qualcosa di misterioso che unisce le due ragazze nel profondo. Un marchio sulla loro pelle: una runa. Un simbolo considerato da tutti una maledizione, un flagello. Perché nel mondo dove vivono Maddy e Maggie la magia è proibita. Giocare è vietato. E sognare è considerato il più terribile dei peccati. Ma c’è qualcuno che non ha paura di quel segno antico. Adam, un sorriso che toglie il fiato e due occhi azzurri impenetrabili dietro cui si nasconde un oscuro passato. All’inizio Maggie cerca di allontanarlo, ma poi non riesce a resistere alla forza sconosciuta che la attira verso di lui: il ragazzo è l’unico a conoscere il segreto scritto nella runa. Un segreto che parla di lei, delle sue origini e della scomparsa della sua famiglia. Un segreto che custodisce una minacciosa profezia che sta per compiersi: il loro mondo e il loro amore sono in pericolo. Maggie è la sola in grado di difenderli. Ma per farlo deve essere pronta ad accettare il suo destino. Un destino che la lega in modo indissolubile a Maddy. Le due ragazze hanno bisogno luna dell’altra. Finalmente sono vicine come non mai, ma allo stesso tempo inesorabilmente lontane.

Joanne Harris è nata, da padre inglese e madre francese, nello Yorkshire, dove attualmente vive. Si è laureata al St Catharine’s College di Cambridge, dove ha studiato francese e tedesco medievale e moderno. Fino al 1999 ha insegnato francese nelle scuole secondarie di Leeds.
I suoi libri sono tutti editi in Italia da Garzanti. Oltre a Chocolat, il suo romanzo d’esordio apparso nel 1998, tradotto in tutto il mondo e da cui nel 2001 è stato tratto l’omonimo film, ha pubblicato Vino, patate e mele rosse (1999), Cinque quarti d’arancia (2000), La spiaggia rubata (2002), La donna alata (2003), Profumi, giochi e cuori infranti (2004), Il fante di cuori e la dama di picche (2005), La scuola dei desideri (2006), Le scarpe rosse (2007), Le parole segrete (2008), Il seme del male (2009), Il ragazzo con gli occhi blu (2010). È anche autrice, con Fran Warde, di Il libro di cucina di Joanne Harris (2003) e di Al mercato con Joanne Harris. Nuove ricette dalla cucina di «Chocolat» (2007).

:: Segnalazione di Il matto affogato di Elda Lanza (Salani, 2013)

1 ottobre 2013

efhaddafDopo il successo di Niente lacrime per la signorina Olga
arriva in libreria il nuovo romanzo di

ELDA LANZA
Il matto affogato
Una nuova inchiesta di Max Gilardi a Napoli
Romanzo Salani

Com’è morto Carlo Spada? Chi ha sabotato la barca nuova di Alessandro Notarnicola? Chi consolerà Rosina Santacroce da cinque anni di lutto e di lacrime ? Max Gilardi, attraverso una lucida ricognizione dei fatti arriverà alla soluzione dei due casi. Anche con un matto affogato sulla sua scacchiera di uomo e di avvocato.
Il matto affogato è uno degli scacchi matti più spettacolari, in cui il Re viene mattato da un solo pezzo avversario pur essendo circondato da pezzi amici: sono proprio questi ultimi infatti a impedire al monarca di sottrarsi al mortale scacco, ostruendo ogni via di fuga. E all’insegna del matto affogato saranno anche i due casi su cui si trova a indagare Max Gilardi, che ha rinunciato alla sua carriera di commissario a Milano per intraprendere quella di avvocato a Napoli.
Ed è Napoli la vera protagonista del romanzo. Una Napoli volutamente dimenticata e faticosamente ritrovata, con tutte le sue contraddizioni, ma ricca di ricordi, di umori, di amici. E di un padre amato a stento. Questa città gli sta addosso come un vestito stretto, del quale poco a poco Max Gilardi, attraverso due delitti che lo coinvolgono, saprà liberarsi. Per ritornare a Napoli anche con il cuore, e con gli occhi di un uomo che si misura, senza condiscendenza, con la propria voglia di ricominciare a vivere.
Ritorna Elda Lanza con il suo stile unico, godibilissimo, dalla pregevole immediatezza di dialogo. Versione letteraria della Signora in Giallo mescolata con Montalbano, il suo stile è quello del giallo classico, che potrebbe essere preso così com’è e trasposto in sceneggiatura senza perdere quell’eleganza di stile e di scrittura che la critica continua a riconoscerle.

Elda Lanza è nota al grande pubblico come prima presentatrice della televisione italiana. Giornalista, scrittrice ed esperta di comunicazione, è docente di storia del costume. Fra i libri pubblicati ricordiamo: La tavola, I riti della comunicazione, Ho una pazza voglia di amare, Una donna imperfetta, Signori si diventa e Una stagione incerta. Con quest’ultimo romanzo ha vinto il Premio Letterario Internazionale Il Minturno di Roma. È stata ed è tuttora ospite di numerose e importanti trasmissioni televisive. Per Salani ha pubblicato il fortunatissimo Niente lacrime per la Signorina Olga che ha già raggiunto decine di migliaia di lettori grazie a un passaparola travolgente e ha inaugurato una nuova serie di gialli gustosi e ricchi di colore e atmosfera. Oggi, ha 89 anni, è una cuoca provetta e scrive gialli.

:: Recensione di Il giorno rubato di Marco De Franchi (La Lepre edizioni, 2013) a cura di Marco Minicangeli

1 ottobre 2013

copertinaBig_0076L’idea è interessante: improvvisamente un giorno “sparisce” dal calendario. Esatto, sparisce. Il 13 marzo 2007 viene cancellato dalla memoria del mondo: in quel giorno nessuno è nato, morto, si è sposato o ferito. Nessuno ricorda quel giorno, nessun giornale è uscito, nessuno ha scritto qualche pagina del suo blog. C’è da uscire pazzi, pensa Valerio Malerba, scrittore e  studioso di storie sovrannaturali, che si è reso conto di questa anomalia. L’unico indizio che può aiutarlo a risolvere questo enigma è una videocassetta (indizio vintage, ci verrebbe da dire) che sembrerebbe girata proprio in quella data. Siamo a Roma, ma tutto è molto confuso, sfumato, finché l’immagine si sofferma su una creatura, un uomo che però ha gli occhi quasi bianchi. Poi l’immagine torna sullo sfondo finché appaiono loro. Malerba — che potrebbe benissimo essere uscito da una delle tante trasmissioni sul mistero che si vedono in televisione — si immerge così in un incubo dai contorni sfocati, in un mondo oscuro e misterioso ed arriverà a scoprire una città sotterranea dove gli adepti hanno riportato in vita dei culti antichi, quello di Mitra e soprattutto di Mater Matuta, entità terribile e crudele.
A dire il vero Malerba non è che sembra avere tutta questa voglia di mettersi a scavare, anche perché è convalescente dopo un piccolo infarto. A convincerlo però è la sua agenda che al 12 marzo riporta una nota: “Sara. Domani?”. Quel giorno però non è mai giunto.
Libro intrigante Il giorno rubato, ben scritto anche se la carne al fuoco è tanta ed in questi casi il rischio è quello di fare indigestione. Il ritmo è comunque sostenuto e l’autore si  destreggia abbastanza bene gestendo con sapienza il mistero che avvolge tutta la narrazione. Buona prova.

Marco De Franchi (Roma, 1962) ha pubblicato racconti in riviste come L’Eternauta, Weird Tales e M-Rivista del Mistero e in antologie per Mondadori, Newton Compton, Meridiano Zero, Addictions, Alacràn, Flaccovio e altri. È stato soggettista e sceneggiatore di fumetti per testate come Lanciostory e Skorpio. Nel 2008 ha pubblicato per Barbera Editore il romanzo noir La Carne e il Sangue. È stato finalista ai premi Tolkien di narrativa fantastica e Ormegialle di nar­rativa gialla e noir. È stato tradotto in Francia per la rivista di narrativa fantastica Antares.

:: Segnalazione di Luna bugiarda di Ben Pastor (Sellerio, 2013)

30 settembre 2013

8. cover SELLERIOVi annuncio l’uscita – dal prossimo 7 ottobre – della nuova edizione selleriana di “Luna bugiarda” di Ben Pastor, la prima inchiesta sul fronte italiano di Martin Bora (Veneto, inverno 1943). Si tratta di un romanzo uscito per la prima volta in Italia ormai una decina di anni fa (ma nella cronologia finzionale del ciclo si colloca 3 anni dopo “Lumen” e pochi mesi dopo la fine de “Il cielo di stagno”, quando Martin viene trasferito dal fronte russo a quello italiano); per l’occasione l’autrice ha rivisto il testo, ampliandolo e integrandolo con qualche nuovo passaggio, osservazione e digressione, e con una serie di personaggi che poi ritorneranno ne “La Venere di Salò” (di prossima ri-pubblicazione da Sellerio).

Luna bugiarda è il secondo romanzo del ciclo che la scrittrice italoamericana Ben Pastor ha dedicato al personaggio di Martin Bora, ufficiale dell’esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale. Siamo nell’autunno del 1943, nel pieno del conflitto e il maggiore della Wermacht Martin Bora, da poco rientrato dalla missione in Russia, riceve un nuovo incarico. Viene dislocato in Italia settentrionale, in una località del Veneto, nei pressi della città di Verona. In settembre però l’auto su cui viaggiava viene colpita dai partigiani. Bora riesce a sopravvivere ma viene gravemente ferito. Menomato della mano sinistra, ma dotato di una volontà di ferro, continua a svolgere il suo incarico. Pattuglia il territorio e sostiene gli altri reparti coinvolti nell’impegno bellico in Italia. La milizia fascista chiede il suo intervento per cercare di fare luce sulla morte di Vittorio Lisi, membro del Partito Nazionale Fascista deceduto in circostanze da chiarire. Quello che a prima vista sembra un incidente, in realtà potrebbe nascondere un efferato omicidio. Bora, su pressione dei suoi superiori, inizia ad indagare sul fatto, coadiuvato nelle indagini dall’ispettore di polizia Sandro Guidi. Nonostante le differenze caratteriali, tra i due si instaura un rapporto di amicizia. Cercando informazioni relative alla vita privata dell’uomo, emergono alcuni elementi che sembrano ricondurre a una donna. Vittorio Lisi, infatti, nonostante fosse in sedia a rotella, era un donnaiolo. E’ stata Claretta, ex moglie di Lisi, a compiere il delitto oppure il colpevole è da ricercarsi in altri ambienti? Luna bugiarda, di Ben Pastor, è un giallo che si sviluppa sugli scenari di un’Italia sotto l’occupazione nazista.

Ben Pastor è nata a Roma nel marzo del 1950. Laureata in Lettere con indirizzo archeologico presso l’università La Sapienza di Roma, subito dopo aver terminato gli studi si trasferisce negli Stati Uniti. Accanto alla sua attività di docente di Scienze Sociali presso numerose Università americane, si cimenta nel giallo storico scrivendo decine di racconti per le principali riviste di letteratura poliziesca. Nel 2000 pubblica negli USA Lumen, il primo romanzo poliziesco della serie di Martin Bora, tormentato ufficiale-investigatore tedesco ispirato alla figura di Claus von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler nel 1944. Escono poi  Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora, Il signore delle cento ossa e Il cielo di stagno.

:: Recensione di Caffè Babilonia di Marsha Mehran (Beat, 2013) a cura di Viviana Filippini

29 settembre 2013

caffe_babiloniaQuando nella nostra routine quotidiana irrompe il “diverso” tutto si scompiglia, ci sentiamo impacciati e non sempre riusciamo a comprendere chi viene da un cultura differente da quella nella quale siamo nati e cresciuti.  Lo stesso stato di disagio e anche di paura atavica si sviluppa tra la gente di Bellinacroagh, un piccolo villaggio irlandese, quando nei primi anni ’80 del Novecento arrivano tre ragazze persiane. Marjan, Bahar e Layla sono tre sorelle scappate dall’Iran khomeinista per salvarsi da una vita di soprusi e oppressione. In Irlanda sperano di potersi ricostruire un vissuto nuovo aprendo nell’ex panetteria di Delmonico un ristorantino di cucina persiana: il Caffè Babilonia. Fatica, difficoltà e ostacoli si mettono sul cammino delle tre sorelle che sforneranno –assieme a squisite prelibatezze – tutto il loro coraggio e tenace attaccamento alla vita per sconfiggere i demoni del passato e i tanti preconcetti della gente nel presente. Caffè Babilonia della Mehran è una storia di donne unite da un profondo legame di sangue e da un vincolo di complicità che le rende i tre ingredienti fondamentali di un solo piatto rappresentato dalla voglia di vivere in serenità e riscattarsi. Il romanzo mi ha incuriosito e conquistato fin dalla prima pagina, in quanto non si limita a raccontare i sentimenti delle persone. L’autrice va oltre la superficie e scava dentro alle psicologie delle tre protagoniste e dei loro comprimari dandoci uno sguardo a 360° sui diversi tipi umani che potremmo incontrare sul nostro cammino. Ad esempio c’è Estelle Delmonico, la vedova che vende la ex panetteria alla tre giovani Aminpuor. La donna è l’incarnazione della vedova che vede nelle tre sorelle iraniane le figlie che non ha mai avuto e che ora può aiutare e amare. Significativa è la presenza di Malachy McGuire, figlio del burbero Thomas. Lui è un ragazzo gentile, innamorato di Layla, rispettoso, educato ed è così diverso dal padre che ci si domanda come sia possibile il legame tra loro. Caffè Babilonia è uno sguardo lucido sul piccolo mondo di provincia nel quale le sorelle si sono stabilite per trovare il loro nuovo “paradiso”, solo che il pregiudizio e gli inutili pettegolezzi renderanno l’accesso alla meta un vero e proprio cammino pieno di ostacoli e pericoli. Allo stesso tempo la Mehran scrive una vicenda umana nella quale le tre Aminpuor con la loro onesta semplicità di comportamento provocheranno vere e proprie epifanie in alcuni dei protagonisti che compaiono durante la narrazione. Tra di loro c’è lo scontroso Thomas  McGuire Senior, pronto a tutto pur di impedire alle tre ragazze di lavorare nel piccolo paesino della irlandese, dove lui vuole continuare mantenere l’assoluto monopolio sulle attività commerciali. Poi, un imprevisto evento lo porterà a cambiare in modo radicale il suo atteggiamento verso la vita. Il destino riserverà la stessa sorte a suo figlio Tom McGuire Junior. A conseguenza di un‘impulsiva azione e dell’incontro ravvicinato con il poveraccio del paese, il filosofo arrivato dall’Est Europa soprannominato Gatto, lo sbruffone ed irruenta la testa calda cambierà per sempre, comprendendo che la sua vita fatta di eccessi non è la migliore via per relazionarsi agli altri. Poi, nel vorticoso turbine di eventi c’è l’interessante apertura di ogni capitolo costituita da ricette persiane che non sono messe lì a caso, solo per farci conoscere la cucina dell’Iran. Ogni piatto citato entra nella storia e nelle vite di Marjan, Bahar, di Layla e della gente di Bellinacroagh e nella esistenza dei lettori, con l’intento di raccontarci un pezzo di vita altrui e aiutarci ad avere meno paure verso tutto ciò – persone e cose – diverso da noi.

Marsha Mehran ha lasciato l’Iran durante la rivoluzione khomenista e si è rifugiata con la sua famiglia in Argentina. A Buenos Aires i suoi genitori hanno aperto un caffè mediorientale, mentre lei studiava in un’università provata scozzese. Neri Pozza ha pubblicato Pane e acqua di rose e Istituto di bellezza Margaret Thatcher.