In alcune parti di Tokyo, il passato remoto è solo pochi giorni fa.
Una moda cambia e dura solo una stagione, e anche se fa caldo le ragazze hanno già calato sulla testa il cappello di lana con il pon pon, perché la moda lo richiede e le vetrine, le idols alla tv e le riviste cantilenano così. I negozi chiudono a mucchietti, come cicale che cadono dai rami a fine estate. In un attimo anno chiuso la gelateria Hagendatz a Shibuya, il ristorante fusion dove quella sera Hiroshi, Hideo e Masako sono andati a cena; non c’è più la sala giochi piena di macchinette per fare purikura che Carmen avrebbe voluto scattare insieme a Jun in quella notte misteriosa in cui è stato risucchiato dalla folla e poi ha trovato Sara: e in meno di due anni la Creperie davanti al MaDonald’s (anch’esso scomparso nel frattempo tra le rughe della strada)dove si sono incontrati Sara e Hiroshi diventerà prima una yogurteria, poi un negozio di boxer e in fine una succursale dei grandi magazzini Yuzakawa.
Le mille luci di Tokyo avrebbe potuto intitolarsi questo bellissimo romanzo di esordio di Laura Imai Messina. Non perché richiami tematiche e atmosfere del romanzo di McInerney, titolo originale Bright Lights, Big City, ma perché è davvero Tokyo, con i suoi quartieri, i suoi grattacieli, i suoi mercati all’aperto, le sue strade, i suoi Love hotel, i suoi Kaiten- zushi, i suoi treni superveloci, illuminata dalla luce di un cielo che sembra racchiudere le sue stesse fondamenta, la vera protagonista di questo romanzo privo di prolissità e ridondanza, caratterizzato da uno stile semplice e limpido, fatto di immagini, di colori, di gesti minimi, dalla preparazione dei cibi, all’espressione dei volti dei personaggi, imbevuto di una sacralità tutta orientale, una calma, una dolcezza che a me richiama il tintinnio dei segnavento fuori dalle porte delle case, o sui balconi.
L’autrice ha scelto invece Tokyo orizzontale, come titolo, dal nome di un blog di uno dei personaggi, Jun, in cui vengono catturate ed esposte al pubblico ludibrio immagini di gente abbandonata per la strada, ubriaca alla fermate degli autobus o della metropolitana, per poi riderne in Rete. 10,000 accessi giornalieri, un blog di successo, nato per scommessa, che ispirerà un’agenzia turistica, in cui la gente sdraiata sui lettini viaggerà sulle strade di Tokyo vedendo palazzi, luci e colori, e squarci di cielo. Un’idea folle, ma come tutte le idee in cui ci si crede fermamente, destinata ad un futuro.
E’ un romanzo breve, Tokyo orizzontale, i fatti narrati sono racchiusi in tre giorni, venerdì, sabato e domenica, e poi un lungo salto temporale di un anno per l’epilogo. E’ la storia di un incontro, tra occidente e oriente, tema che traspare in controluce e ci accompagna attraverso le pagine; è la storia di una città modernissima e supertecnologica, ma ancora capace di conservare i suoi spazi intimi, raccolti, vista da un’ occidentale che da anni ci abita e filtrata dallo sguardo di due personaggi Sara e Carmen, due straniere, due ragazze provenienti da altri paesi, e giunte a Tokyo in cerca di una nuova vita, di nuove possibilità. I protagonisti sono tutti ragazzi ci circa vent’anni, lo specchio di una generazione multietnica e luminosa, che certo nasconde angoli bui, dolori terribili, soprattutto Hiroshi, segnato da un dolore che quasi lo soffoca, ma che vede nell’amore la strada per superare barriere, per incontrarsi, per realizzarsi.
Romanzo minimale e nello stesso profondo, caratterizzato da una scrittura davvero originale, che colpisce il lettore e lo trasporta, in un mondo parallelo fatto di parole, bellezza, e orientale leggerezza. Un romanzo per ragazzi, data l’età dei personaggi, ma non solo, se amate il Giappone, ne avrete un quadro intimo e vitale, Tokyo è fatta così, ha la faccia sporca e il bicchiere sempre pieno. Pub, ristoranti, librerie dove sfogliare manga, scale mobili, altoparlanti che diffondono musica alla moda, grandi cartelloni pubblicitari in movimento, insegne accese, il chiarore dei lampioni, immagini dalle tv delle idol, ragazzi alla moda che attraversano la strada, impiegati e impiegate nelle loro divise d’ordinanza, grandi centri commerciali, taxi, treni che scintillano fatti di vetro e di acciaio.
Immagini, schegge di luce che appaiono e scompaiono e si frammentano con le storie dei personaggi, i loro amori, le loro solitudini, la loro forza, le loro debolezze. Sara e Hiroshi, Hideo e Masako, Carmen e Jun, coppie che si allacciano e si separano, trasformano l’amore in amicizia, resistono, si abbandonano, e intanto il romanzo è già finito, lasciando un senso di nostalgia e di stordimento e la consapevolezza di aver letto davvero un bel romanzo, ben scritto, piacevole, con un doppio finale non lieto per tutti, ma così è la vita, c’è chi trova l’amore, chi la consapevolezza di sé, chi la morte. Consigliato.
Laura Imai Messina Nata a Roma nel 1981, si è laureata in Lettere all’Università La Sapienza e si è trasferita a Tokyo a 23 anni. Insegna italiano all’università ed è ricercatrice di letterature comparate. Scrive nei caffè di Tokyo e durante gli spostamenti in treno tra le tante linee che attraversano la capitale. Abita nel quartiere di Kichijoji insieme a suo marito Ryosuke e alla cagnolina Gigia. Da qualche anno ha creato il blog Giappone Mon Amour che ha ormai un foltissimo gruppo di fedeli visitatori. Tokyo orizzontale è il suo primo romanzo.
Bukowski è uno di quegli autori che andrebbero letti comunque, indipendentemente dal motivo per cui si acquista o si prende in prestito un libro e dalle ambizioni personali del lettore, se desidera o meno diventare anch’egli uno scrittore. Lo merita perché la sua scrittura è sincera, irriverente, spietata come solo la verità e la realtà sanno esserlo.
Fabrizia ha trentadue anni.
‘Trincee’ è il titolo scelto per l’edizione 2014 di èStoria Festival internazionale della Storia che avrà luogo a Gorizia dal 22 al 25 maggio 2014. Giunto quest’anno alla decima edizione, il Festival sarà dedicato al centenario della Prima Guerra Mondiale e riunirà i più importanti nomi della storiografia mondiale sulla Grande Guerra.
Bentornato Paolo su Liberi di Scrivere, e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Il 25 febbraio l’editore Morellini, riporta in libreria Taccuino di una sbronza, (usci nel 2008 per Kowalski). Un tuo personalissimo omaggio al genio di Bukowski, a vent’anni dalla sua morte. Una tua opera giovanile, forse marcata da una certa incoscienza, ma ancora capace di trasmettere una gran carica di entusiasmo e lo spirito del vecchio Hank. Come pensi l’accoglieranno i tuoi lettori, come sei cambiato tu da quando il libro uscì per la prima volta?
Chi lo dice che non si pubblicano più dei grandi romanzi di spionaggio? Che io sia un fan della serie Tv è noto. Trovo che se l’azione non è il primo obiettivo, sia scritta molto bene. Homeland. In fuga è un prequel che segue comunque ritmi differenti. Andrew Kaplan è un grande (in Italia misconosciuto) scrittore di spy story sin dagli anni 80, basti ricordare The Hours of the Assassins, Scorpion, Dragon fire. Qui prende la protagonista della serie, Carrie, senza indugiare più del dovuto al disturbo bipolare che la caratterizza, poi il suo mentore Saul e Davis Estes che avranno poi un ruolo nel serial. Ma qui la vicenda è quasi completamente svolta tra Beirut e Bagdad con un intrigo degno dei maestri in cui si mescolano doppi e tripli giochi, suicidi inspiegabili, ovviamente sospetti sulla protagonista stessa e un triplo piano da sventare. Dietro a tutto c’è la figura diabolica di Abu Nazir, ma anche molto di più. L’unico finora, romanzo di spionaggio di ambientazione irakena in cui c’è una mappa dettagliata delle varie fazioni, tribù, bande religiose. Carrie è l’unica a rendersi conto che il mondo islamico è diviso mentre i suoi capi, come nella realtà, a volte pensano solo di avere a che fare con un unico gruppo di ‘teste di stracci’. Ed è su questa ambiguità che è costruito l’intreccio che non lesina sesso e sparatorie ma è essenzialmente un grande intrigo. Da leggere per tutti gli appassionati di spy story, che abbiano o meno visto la serie tv. Kaplan scrive il ‘suo’ romanzo e lo fa da maestro. Traduzione di Gaetano Luigi Staffilano.
Traduzione di Anna Vivaci
Guido è un poliziotto che un giorno viene contattato da una sua vecchia conoscenza, un’amica della sorella defunta, che non vedeva più dai tempi del funerale.
Inaugura la collezione “Nero a Milano” un bel romanzo di Romano De Marco che torna alla sua ispirazione più genuina e fa tesoro di tutte le sue esperienze. Forse la migliore cosa che ha scritto sino a oggi. Storia milanese ma non solo, considerati i vari cambi di location su e giù per l’Italia. Un classico hard boiled italiano che ha quel giusto sentore di polizziottesco, ma ha anche molto di più. M’immergo nella lettura e ritrovo atmosfere e ritmi a me congeniali. La Milano di Romano non è la mia Gangland, ma vi è strettamente imparentata. Respiriamo la stessa nebbia. Ed è un un complimento. Soprattutto, come diceva Romano in una recente presentazione a Suzzara, è una storia di sentimenti, in particolare l’amore per i figli. Che potrebbe essere un clichè ma qui trabocca di emozioni vere. Quel che è giusto, però, per dare anima alla vicenda che si muove sui binari del thriller. Lasciatemelo dire. La mania imperante nell’editoria libraria italiana di scrivere libri per assecondare presunti gusti femminili (perché stupidamente si pensa che leggano solo le donne e che queste abbiano in testa solo cieli azzurri e nuvolette a cuore. Quale suprema dimostrazione di disprezzo per l’intelligenza femminile!) ha prodotto nell’ultimo anno danni irreparabili, piegando ottimi scrittori a tramine sciapite e melense. Con che risultati poi, be’, Romano non ci sta. Sa che il sentimento, quello vero, è nerbo di ogni storia per lettori uomini e donne che siano. E qui di sentimento ce n’è quanto ci vuole. L’amicizia, il tradimento, il riscatto. Anche l’odio, naturalmente, perché siamo in un territorio che più oscuro non si può. Snuff movies e sangue a schizzi. Ma tutto giocato con un’encomiabile equilibrio. E quando emerge l’”uomo di ferro” l’appassionato come me dei romanzi di Romano e di ‘certi film’ con un baffuto e biondo eroe del nostro cinema più nostrano, ti si stringe un cappio alla gola. Sembra di sentire Bacalov che suona in sottofondo. E tutto tiene, il meccanismo si regge perfettamente. Salti avanti e indietro nel tempo, cambio di prospettive, figure retoriche narrative non facili da gestire, sono ben dosate. La vicenda si svolge davanti a noi alla fine lineare, con diversi twist e strizzate d’occhio. Chi coglie coglie, chi , invece, segue la trama per vedere come ‘va a fineireì è completamente soddisfatto. Questo è il thriller italiano. E non ha nulla da invidiare agli stranieri. Valorizziamolo.
Jane Austen è una delle scrittrici anglosassoni più amate e conosciute. I suoi romanzi hanno raccontato e ci raccontano ancora oggi le tresche amorose, gli intrighi di coppia e la routine della vita quotidiana della nobiltà inglese nella campagna del ‘700 e chissà quale sarebbe oggi la sua impressione se scoprisse di essere diventata lei stessa la protagonista di un romanzo. Ebbene sì, in Una Carrozza per Winchester la scrittrice Giovanna Zucca si immagina una possibile – perché a dire il vero i due protagonisti non si incontrarono mai nella realtà – storia d’amore tra la Austen e il medico Thomas Addison, accorso al suo capezzale nella speranza di trovare una cura all’oscuro male che la attanagliava da tempo. Una volta giunto a destinazione il dottore scoprirà una donna forte, coraggiosa che non ama molto le regole delle società dove è nata e questo creerà da subito tra i due un intenso e inaspettato feeling. Il romanzo è una perfetta mistura tra realtà e finzione che servono a chi scrive a raccontare a noi lettori la relazione tra l’autrice di Orgoglio e Pregiudizio e l’eminente medico- scienziato, due personalità che emergono pagina dopo pagina in ogni loro sfaccettatura caratteriale, a differenza dei comprimari che per il loro modo di porsi nella trama richiamano spesso alla mente molti degli stereotipi comportamentali che la Austen stessa rese protagonisti delle sue opere. Una carrozza per Winchester è allo stesso tempo un viaggio dentro ad un’epoca passata, un microcosmo campestre che affiora con forza in tutte le sue forme di rispetto morale e sociale alle quali la Austen non amava molto sottostare. Questo atteggiamento di ribellione volontaria ci mostra quindi una Jane Austen in netta opposizione alla sua famiglia e alla comunità troppo legata alla rigidità formale . L’immagine restituitaci da Giovanna Zucca è quindi ben lontana da quella che spesso è ricorsa nella storia e che ci ha mostrato Jane come una donna debole, “impegnata” a trascorrere le sue giornate tra feste, balli o a ricamare. La Zucca con questa narrazione ci aiuta a capire la vera indole dell’autrice di Mansfield Park, dimostrandoci la sua tenacia, il suo fare di testa propria andando spesso contro il parere dei familiari e la poca propensione al rispetto di dettami d’etichetta ormai obsoleti per i suoi tempi e che lei seguiva solo per non mettere in cattiva luce la famiglia d’origine. Non a caso la scrittrice firmava i suoi libri con “A Lady” proprio per evitare dicerie attorno al suo conto e perché era impensabile che ai suoi tempi una donna si guadagnasse da vivere con la scrittura (una riflessione sul ruolo della donna in letteratura la potete trovare anche in Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, dove tra l’altro si parla della Asuten stessa). Attorno a Jane ci sono tanti altri personaggi, tutti ammaliati dal suo io debilitato della malattia, ma impavido nell’affrontare la vita. Addison travolto dai sentimenti per questa donna farà tutto il possibile per sterminare lo sconosciuto nemico che la tormenta, chiedendo consiglio anche all’amico e collega Hodgkin. I due intuiranno la possibile origine del malanno, ma la questione principale rimarrà capire se le eventuali cure proposte avranno efficacia o no. In Una carrozza per Winchester, Giovanna Zucca racconta con garbo l’amore tra la Austen e Addison, un rapporto che da medico-paziente, si trasforma in una relazione d’amore vero tra una donna e un uomo. Una rapporto che è la rappresentazione di un amore maturo fatto di ragione e sentimento puro tra persone adulte che si amano, rispettano e accettano per quello che sono, in barba agli ottusi pettegolezzi di villaggio.
Dare voce alle donne vittime di violenze, violenze di tutti i generi non solo fisiche, ma anche morali e psicologiche, è l’obbiettivo che si è prefissato Libreriamo (
Curiosi di sapere come si vive in Giappone? Ricordo che c’era un blog molto bello, di un’italiana che raccontava la sua vita nella terra del Sol Levante, con ironia e leggerezza, non mi ricordo come ci finii, e maledetta vecchiaia, non mi ricordo neanche più neanche come si chiamasse. Mi ha fatto passare ore divertenti, lo cercherò, sempre che sia ancora online. Comunque di blog scritti da italiani trasferitisi in Giappone per studio o lavoro, o perchè hanno li trovato, l’uomo o la donna della loro vita, ce ne sono parecchi, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Trai più popolari c’è 
























