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:: Athos. Vita, avventure segrete e morte presunta di un personaggio Alberto Ongaro, (Piemme, 2014) a cura di Elena Romanello

30 aprile 2014

Athos-660x1067I personaggi dei Moschettieri di Francia, realmente esistiti nella Storia anche se magari non con le valenze romanzesche di Dumas, hanno ispirato più di una volta anche altri autori, attratti da questo mondo ricco di avventure, intrighi, duelli, in cui si rileggevano pagine fondamentali del passato glorioso d’oltralpe, a cominciare dal fondamentale Seicento, secolo dell’assolutismo regio, ma anche di nuovi fermenti che non tardarono poi a manifestarsi.
Stavolta è il turno di Alberto Ongaro, romanziere italiano, anzi veneziano, che ha al suo attivo vari romanzi storici, con come secolo d’elezione il Settecento. Stavolta si sposta nel Seicento, per raccontarci la storia di Athos, forse il moschettiere più tormentato, già marito della perfida Milady, che l’autore ci presenta morente, mentre attende notizie del figlio, nato anni dopo le sue avventure con i compagni, disperso in una guerra dove è andato a combattere per ordine del re, e chi ha letto Il visconte di Bragelonne, terzo libro della serie, lo ricorderà senz’altro.
Tra sogno e ricordo, Athos ricorda una sua avventura prima che diventasse moschettiere del re, e prima di incontrare Porthos, Aramis e D’Artagnan, quando durante un viaggio nel Mediterraneo naufragò, rifiutando di entrare nell’Ordine dei cavalieri di Malta e accettando un incarico ancora più rischioso, con sullo sfondo non la Francia ma la Serenissima cara al suo autore.
Non un seguito, quindi, ma un prequel, un antefatto ad un personaggio indimenticabile, con cui Alberto Ongaro omaggia quello che resta il massimo autore occidentale di romanzi d’avventura a sfondo storico, mettendoci del suo, ricordando che quel mondo creato oltre un secolo fa è patrimonio di tutti.
Un libro agile, forse troppo breve, tra mille colpi di scena e con un finale che si chiude sul continua caro a Dumas, a voler sancire che gli eroi comunque restano immortali, anche quando sono sul letto di morte, e ci sarà sempre un qualcuno che penserà a loro. Il sottotitolo del libro è Vita, avventure segrete e morte presunta di un personaggio, a sottolineare questo, e il motto in copertina recita Il tempo è quel luogo dove qualcuno aspetta qualcun altro che non arriva: tutto per sottolineare l’immortalità di un personaggio.
Il libro è da consigliare agli appassionati di Dumas, che non troveranno il loro personaggio stravolto, ma solo arricchito di altre avventure, che tra l’altro si riferiscono a fatti meno noti della Storia europea, ma fondamentali per gli equilibri di allora. Ma Athos vuole anche essere una riflessione sul senso della vita e dell’avventura, di fronte alla sua fine, sull’eroismo in una prospettiva più ampia, sull’essere eroe e saper vivere oltre la propria vita.
Alberto Ongaro, classe 1925, parla senz’altro di cose che ama e che sentirà solo, mostrando una gioventù d’animo nel voler coltivare l’avventura in senso classico, quella dei libri di Dumas, Salgari e altri, un genere oggi stranamente non molto praticato ma sempre gradito dai lettori, forse perché alla fine è uno dei primi ad appassionare alla lettura, in giovane età.

Alberto Ongaro Vive a Venezia, la sua città da sempre. Ma nella sua vita avventurosa, che l’ha visto per molti anni inviato speciale per «L’Europeo», ha viaggiato in tutto il mondo e soggiornato a lungo in America del Sud e in Inghilterra.
Narratore, giornalista, sceneggiatore di fumetti (a lungo collaboratore e intimo amico di Hugo Pratt), è autore di diversi romanzi, tra cui La taverna del Doge Loredan e La partita, premiato con il Super Campiello nel 1986. Con Piemme ha pubblicato inoltre Il ponte della solita ora, La versione spagnola, La maschera di Antenore, Interno argentino, Un uomo alto vestito di bianco.

:: Sogni di marzapane, Danila Bonito, (E/O, 2014) a cura di Elena Romanello

29 aprile 2014

sogni-di-marzapane1-188x300In molti ricordano il volto di Danila Bonito, giornalista, conduttrice di telegiornali Rai e inviata speciale dalla carriera ormai trentennale in tanti programmi di approfondimento e inchiesta oltre che nei tg.
Sogni di marzapane permette di scoprire un altro volto di questa donna e professionista italiana, quello della sua malattia, il diabete, che secondo i medici che la visitarono da ragazzina le avrebbe dovuto impedire di diventare adulta, e con cui ha convissuto spesso nascondendolo, come accadde quando fu assunta in Rai, quando preferì tacere questo suo problema, che non le ha impedito di svolgere al meglio il suo lavoro ma le ha creato non pochi limiti.
Le pagine del libro raccontano il percorso di studio, lavoro e carriera di uno dei volti ancora oggi più amati ma anche questo segreto, a tratti imbarazzanti: perché il diabete, malattia che colpisce persone di ambo i sessi e delle età più diverse, circondata, più ancora di altre, di vari tabù e anche dalla convinzione che si fa poco per cercare un modo per guarirla definitivamente, preferendo puntare su farmaci come l’insulina che lo tengono sotto controllo ma non sono risolutivi.
Danila Bonito convive con il diabete fin da ragazzina, e racconta attraverso questa malattia, le cure, i continui ricoveri, la sua carriera, tra voglia di vivere e andare oltre i propri limiti e un problema con cui fare i conti, ma anche gli incontri, le amicizie, gli amori, il tutto alla fine influenzato da questo male oscuro e poco noto ai più, che lo vedono spesso solo come una conseguenza di eccessiva golosità e quindi come qualcosa che si è cercato.
Un libro, Sogni di marzapane, da leggere per vari motivi, e non solo per scoprire qualcosa di più su un personaggio che si è imparato ad apprezzare attraverso la televisione. Il coraggio di parlare del diabete dal di dentro è importante per capire una condizione che può verificarsi in tutte le famiglie, tra l’altro esistono due tipi di questa malattia, ma anche di vedere con occhio diverso le persone affette dalla patologia che si possono incrociare sul lavoro, a scuola, tra gli amici, nel mondo insomma.
Interessante anche la vita dell’autrice oltre la malattia, il racconto della sua ascesa professionale, come rivalsa contro il male che la affliggeva, come specchio di un’epoca in cui sembrava ancora lecito avere delle aspirazioni e in cui accadevano fatti anche importanti.
Danila Bonito non ha mai potuto fare l’inviata, ma si è occupata comunque di tante tematiche e problematiche legate al giornalismo, in particolare sulle donne, e dopo aver raccontato le storie di tante donne stavolta ha voluto raccontare la sua di storia.
Al momento la giornalista sta attraversando un periodo sabbatico in Rai, dove ha sospeso la collaborazione, e si è concentrata su Sogni di marzapane, ma conta quanto prima di riprendere a condurre trasmissioni e a fare il suo lavoro, scrivere, fare cronaca e raccontare le storie di tutti.

Danila Bonito è nota al grande pubblico come giornalista RAI, dove è stata per anni inviato speciale e conduttrice di telegiornali, inchieste e programmi di Rai Uno e Rai Due.

:: Correva l’anno del nostro amore, Caterina Bonvicini, (Garzanti, 2014) a cura di Valeria G.

27 aprile 2014

correva l'annoCi sono sentimenti che sono più unici e forti del loro destino: la vita li potrà strapazzare come una bandiera al vento durante una tempesta, loro si piegheranno al volere del maltempo, ma sopravviveranno e ne usciranno rafforzati.
Caterina Bonvicini in una intervista rilasciata ad un famoso settimanale, in occasione dell’uscita del suo “ Correva l’anno del nostro amore” ha fatto due dichiarazioni molto interessanti che rispecchiano totalmente, a mio avviso, l’anima del romanzo.
La prima è che c’è stata una curiosa coincidenza, la scrittrice infatti, durante la stesura del testo, stava affrontando la lettura di un libro che, ai lettori che li abbiano letti entrambi li ricorda sicuramente: si tratta del famosissimo romanzo dell’inglese David Nicholls dal titolo “Un giorno”. Il romanzo in questione narra la storia di due ragazzi le cui vicende personali, le cui estrazioni sociali, le cui ambizioni, sono molto lontane le une dalle altre, tuttavia un legame speciale nasce tra di loro e come un delicato ma robusto nastro di seta li avvolge e come un elastico li allontana e li avvicina a seconda del gioco della vita. Questo è quanto accade anche a Olivia e Valerio i due protagonisti del romanzo della Bonvicini. Olivia Morganti fanciulla appartenente alla ricca borghesia bolognese e Valerio Carnevale figlio dei lavoranti della famiglia di Olivia. Due persone che si amano da sempre, fin da bambini e che si ameranno per sempre: di un amore travagliato e difficile, naturalmente.
La seconda dichiarazione della scrittrice è ancora più interessante. La più autentica ispirazione che uno scrittore può trovare è un componente della propria famiglia. Infatti, accade all’interno del romanzo, che è basato interamente sulla storia travagliata dei due protagonisti, di trovare un personaggio apparentemente marginale ma, leggendo tra le righe ci si accorge di quanto esso sia fondamentale, il vero pilastro di tutta la storia. E’ la nonna di Olivia, chiamata da tutti Manon, la quale è la rappresentazione della nonna della Bonvicini, nonna Dory.
Manon è una donna che ha saputo costruire la propria vita, è una donna colta, elegante, la cui presenza è di supporto a tutti i componenti della grande famiglia Morganti, il cui affetto verso Valerio va oltre ogni imposizione. E’ lei con la sua ironia e voglia di vivere, a fare il tifo per i suoi amati Olivia e Valerio. Dal suo personaggio derivano i maggiori riferimenti letterati di tutto il romanzo: è lei a inserire nei suoi dialoghi Shakespeare, Hitchcock, Omero, a ricercare la bellezza in ogni sua forma, a iniziare i suoi affezionati all’arte e a tutto ciò che arte può diventare.
Il lettore viene coinvolto nelle vicende dei due protagonisti, dall’età spensierata della fanciullezza, alla prima separazione, durante gli anni del liceo e dell’università, poi da adulti, nelle esperienze famigliari e lavorative.
La passione è travolgente, l’istinto che mantiene viva la fiamma dell’amore tra Olivia e Valerio viene percepita in ogni pagina. A completezza della storia d’amore, il romanzo è basato su cinquant’anni circa della storia del nostro paese: dalle BR e i terribili attacchi terroristici, fino agli anni 90 con l’era Berlusconi e tutto ciò che essa ha portato al nostro paese.
I personaggi sono adattati perfettamente all’epoca che essi stessi ricoprono; ogni personaggio rappresenta al meglio lo specchio della politica italiana fatta di terrore, tangenti, corruzioni e sprechi, a seconda del periodo di cui trattasi.
Un romanzo completo, vivace ed estremamente coinvolgente, una storia d’amore che corre lungo i binari della storia recente dell’Italia.

Caterina Bonvicini (1974) è cresciuta a Bologna. Ha pubblicato il suo primo libro con Einaudi a soli 23 anni. Con Garzanti ha pubblicato “L’Equilibrio Degli Squali” vincitore dei premi Fregene, Frignano e Rapallo-Carige. È stato poi pubblicato in Spagna Germania e Olanda. Anche “Il sorriso Lento” è stato tradotto e pubblicato in numerosi paesi.
Attualmente vive e lavora tra Roma e Milano.

:: Memorie e Peccati. L’amante di papa Borgia, Elena e Michela Martignoni (Mezzotints Ebooks, 2014) a cura di Irma Loredana Galgano

26 aprile 2014

memorie_230x318Memorie e Peccati. L’amante di papa Borgia delle sorelle Martignoni è edito, in versione digitale, dalla casa editrice Mezzotints Ebooks, nella collana, che inaugura, Fleurs. La prefazione è a cura di Maria Teresa Casella.
Sono le stesse autrici, Elena e Michela Martignoni, nella postfazione del libro a spiegare i limiti di un romanzo storico imperniato su una figura di cui le fonti citano poco e della necessità di ricorrere a quell’arma sempre utilissima per gli scrittori che è la fantasia.
In realtà l’interpretazione data dalle Martignoni delle azioni e dei pensieri della protagonista sono condivisibili e verosimili.
Madonna Giovanna Cattanei è un’ambigua figura che ricorre spesso nei romanzi ambientati nel Cinquecento, come l’uomo a cui si è legata e la “famiglia” da questi generata. Una donna fiera delle proprie scelte e abilità, disposta a tutto pur di difendere i propri averi e i propri figli. Figlia lei stessa dell’epoca in cui visse, nella quale l’apparenza era fondamentale, a cui tutti dovevano piegarsi, mentre della sostanza ben poco rimaneva.
Una società, quella cinquecentesca, non si sa fino a che punto dissimile da quella odierna, dove ricchi, benestanti, titolati, prelati, fingevano di conoscere il metodo per discernere lo spirituale dal materiale e di saper coltivare entrambi, mentre è evidente, allora come lo è oggi, che l’intento era meramente quello di accumulare ricchezze e potere, materiale, utilizzando anche il potere spirituale.
Memorie e Peccati. L’amante di papa Borgia è un libro di scarsa lunghezza ma di grande spessore. Le sorelle Martignoni sono riuscite a condensare in poche pagine e pensieri le riflessioni su una vita intera, quella di Giovanna Cattanei, meglio conosciuta come Madonna Vannozza, madre di Cesare, Juan, Jofrè e Lucrezia, nati dalla sua relazione con il cardinale Rodrigo Borgia, eletto papa Alessandro VI.
Le autrici la ritraggono nel momento in cui comincia a perdere forza e certezze. Dopo aver affrontato e superato grandi sfide e dolori, come la morte dei figli Juan e Jofrè, comincia a vacillare non solo per l’avanzare dell’età ma della paura. Paura di perdere ciò che ha costruito con tanta fatica. Paura di perdere un altro figlio dopo aver perso Rodrigo, che era sempre rimasto il suo protettore, e Lucrezia, che forse non vedrà mai più. Paura di perdere le sue certezze.

Elena e Michela Martignoni: Milanesi, sono autrici di diversi romanzi storici incentrati sui componenti e sugli accadimenti della famiglia Borgia (Requiem per il giovane Borgia, Vortice d’inganni, Autunno rosso porpora). Le loro opere sono state pubblicate con successo anche in Spagna. Sono autrici anche di racconti genere giallo e hanno pubblicato, sotto pseudonimo, anche una serie poliziesca che ha ottenuto il Premio delle Arti e della Cultura.

:: La nostalgia felice, Amélie Nothomb, (Voland, 2014) a cura di Lucilla Parisi

24 aprile 2014

la-nostalgiaTraduzione di Monica Capuani
Amélie Nothomb, dopo sedici anni, torna in Giappone per parlarci, nel suo ultimo romanzo, di un amore mai dimenticato: quello per la terra che l’ha vista nascere e in cui ha vissuto fino all’età di cinque anni.
Dopo Né di Eva né di Adamo, la scrittrice belga ripropone ai suoi lettori un viaggio nel passato nel tentativo di riprendere discorsi interrotti anni prima con alcune persone di quegli anni come l’ex fidanzato Rinri, e l’anziana Nishio-san che si era occupata di lei ancora bambina a Kobe, sino alla sua partenza dal Giappone.
Ancora una volta è nel paese del Sol Levante che la Nothomb trova lo spunto e il pretesto per scrivere e raccontare, con ironia, di sé e delle mille sfaccettature del vivere.
Le parole si fanno quindi veicolo di significati, portatrici di emozioni ritrovate: vengono analizzate, scomposte e ricomposte per riacquistare la loro originaria essenza.

Sento l’interprete utilizzare il termine nostalgic invece dell’aggettivo natsukashii, che considero una delle parole emblematiche del Giappone. […] Natsukashii definisce la nostalgia felice, […], l’istante in cui la memoria rievoca un bel ricordo che la riempie di dolcezza.”

Un viaggio di pochi giorni con la troupe di una televisione francese, interessata a costruire un reportage tutto biografico sulle origini della scrittrice belga, si trasforma in un’occasione irrinunciabile per concludere e chiudere il cerchio di esperienze che l’avevano, dapprima, portata lontano dai luoghi dell’infanzia e poi catapultata nuovamente dentro il cuore del suo passato. Quei luoghi vengono ripercorsi con i sentimenti di allora, nel tentativo di cogliere il senso delle cose di un tempo.
Il Giappone, fuori dai deliri di Tokyo, ben si presta al ritmo del ricordo:

A cinque o a sei anni mi nascondevo sotto il tavolo per soffrire in pace. In quella penombra ricostruivo il giardino, la musica del mio Eden, e il ricordo diventava più autentico della realtà. Allora potevo piangere con gli occhi aperti, contemplando quel mondo perduto che veniva resuscitato grazie alle forze dell’illusione. Quando mi ritrovavano, mi interrogavano sulla natura di quella sofferenza e io rispondevo: “E’ la nostalgia.

Come per Stupore e tremori e per Né di Eva né di Adamo, anche in quest’ultimo romanzo la Nothomb ci regala uno scorcio decisamente realistico e tipicamente umano delle relazioni tra individui. Qui però la “nostalgia felice” permea tutta la storia, addolcendo i toni e smussando le asperità tipiche della sua narrazione.
Per gli amanti della scrittura dell’autrice, l’ultimo romanzo della Nothomb, insolito nel suo taglio decisamente più “familiare”, è un’imperdibile occasione per scoprire e vivere una donna e una scrittrice alle prese con i propri fantasmi e i propri ricordi, attraverso le tappe di un viaggio che si fa, giorno dopo giorno, scoperta e crescita.
Da leggere.

Amélie Nothomb Scrittrice belga di lingua francese. Figlia di diplomatici, è nata a Kobe, in Giappone, nel 1967. Nel 1992 viene pubblicato in Francia da Albin Michel il suo primo romanzo, Igiene dell’assassino, che diventa il caso letterario dell’anno: 100.000 copie vendute, due riduzioni teatrali, un film. Nelle edizioni tascabili lo stesso romanzo vende altre 125.000 copie. Da quel momento pubblica un romanzo all’anno, fedele alla stessa casa editrice, Albin Michel, come in Italia è fedele alla Voland. Il romanzo Stupore e tremori (Albin Michel 1999) ha venduto in Francia 400.000 copie. Tradotta in 15 lingue, ha ottenuto numerosissimi premi letterari tra cui il Grand Prix du roman de l’Académie Française e il Prix Internet du Livre per Stupore e tremori (da cui è stato tratto anche un film diretto da Alain Corneau), il Prix de Flore per Né di Eva né di Adamo e due volte il Prix du Jury Jean Giono per Le Catilinarie e Causa di forza maggiore. Sin dal suo primo romanzo Amélie Nothomb ha imposto uno stile: sguardo incisivo, spesso impietoso e crudele, umorismo fulmineo, storie originali che ruotano intorno a sentimenti eterni. http://www.amelienothomb.com

 

:: Il gioco del silenzio, Anita Rau Badami, (Piemme, 2014)

23 aprile 2014

silenzioDomenica mattina. La neve cade come una spolverata di brillantini da un pallido cielo invernale, ricoprendo tutto tranne  l’Albero, scuro contro il biancore soverchiante. L’hanno trovata. Alla fine. Poteva rimanere li fino a primavera, un cumulo come tanti altri, e a quel punto sarebbe diventata tutt’uno con la terra soffice sotto la neve che si scioglieva al calore lento del sole, se uno degli uomini impegnati nelle ricerche non avesse notato un paio di corvi che gracchiavano e beccavano qualcosa non molto lontano dalla casa.

Tra le opere di narrativa post coloniale di autori contemporanei, figli della diaspora indiana, vanno senz’altro segnalati i romanzi di Anita Rau Badami, autrice già nota in Italia per aver pubblicato con Marsilio nel 2005 Il passo dell’eroe e nel 2008 Le donne di Panjaur. Il suo nuovo romanzo, Il gioco del silenzio (Tell it to the Trees, 2011), edito in Canada con Knopf Canada, esce in Italia, tradotto da Laura Prandino, con un nuovo editore rispetto i precedenti, Piemme.
Ai margini di Merrit’s Point, cittadina dimenticata da Dio, situata a Nord del Canada, vivono i Dharma, tre generazioni pigiate insieme, alla maniera indiana: la vecchia Akka, la nonna; Vikram, il padre, marito di Suman, sua seconda moglie; e il piccolo Hemant di sette anni, e l’adolescente Varsha, i figli. Una famiglia devastata dalla violenza, non solo fisica ma anche psicologica, esercitata dal capofamiglia e dall’isolamento, in quella landa desolata circondata dalla neve.
A minare questo precario equilibrio, fatto di abusi e rassegnata accettazione, arriva Anu Krishnan, una scrittrice emancipata e moderna, anch’è essa di origini indiane, che affitta la dependance sul retro della casa padronale. All’inizio Anu è affascinata dall’apparenza perfetta di questa famiglia tradizionale, legata alle tradizioni indiane, sebbene Vikram abbia visto l’India solo quando si è recato nel paese per scegliersi la nuova moglie, Suman, ma presto scopre che l’apparenza è solo una patina scintillante, che nasconde segreti molto spesso inconfessabili.
Non farà in tempo a cambiare le cose che il suo cadavere viene scoperto nella neve, a pochi passi dal portone di casa. Cosa la ha spinta a uscire, con vesti leggere non adatte al grande freddo? E’ stato davvero solo un incidente, come tutti vogliono credere?
Il gioco del silenzio inizia proprio con il ritrovamento del suo cadavere nella neve, e da qui in poi i vari personaggi diventano voce narrante dei vari capitoli, (ci sarà spazio anche per il diario di Anu), in un crescendo di tensione fino ai capitoli finali in cui tutto troverà spiegazione.
Sebbene questo romanzo non sia un thriller, né una classica indagine legata ad un delitto, con poliziotti, indizi, false piste e la classica scoperta del colpevole, in un certo senso la narrazione si rifà a questi meccanismi per narrare l’inferno domestico in cui vivono i personaggi, inferno in cui i più piccoli subiranno i danni maggiori, vittime della violenza e debolezza degli adulti, arrivando a distorcere anche i più naturali sentimenti d’amore in qualcosa d’altro, più simile al possesso, e alla volontà di dominio.
Lo stile è piano, piuttosto didascalico, segnato da un crescendo di tensione che arriva solo nel finale a svelare l’amarissima verità, che per tutto il libro cova sotto le ceneri. Non è un thriller come dicevo, ma nello stesso tempo resta un’ analisi attenta, che scava nei meccanismi psicologici che spingono i personaggi a compiere le azioni più efferate, con una naturalezza che nasce solo da una sottile forma di pazzia. E questo orrore accompagna il lettore durante la lettura, non lasciandolo neanche una volta chiuso il libro.

Anita Rau Badami Scrittrice e pittrice, è nata nel 1961 in India, dove ha studiato Letteratura inglese a Madras e Comunicazione a Bombay. Ha lavorato come copywriter per varie agenzie pubblicitarie. Ha cominciato a scrivere nel 1991, dopo essersi trasferita in Canada. Con il romanzo Il passo dell’eroe (Marsilio, 2005) ha vinto il Commonwealth Writers’ Prize. Il gioco del silenzio, bestseller assoluto in Canada, è stato candidato al prestigioso IMPAC Award.

:: Sanà alla creta – Le inchieste del commissario Sanantonio della polizia di Parigi, Sanantonio (E/O, 2014) a cura di Stefano Di Marino

22 aprile 2014

sanàLo ricordavo come uno dei migliori della serie e confermo il giudizio. Nella riedizione E/O che poi ripropone la traduzione di Bruno Just Lazzari originale si ritrova tutta la verve linguistica di Frderic Dard che fu anche romanziere e ‘spystorista’ di qualità ma che in Santonio raggiunse vette quasi ineguagliabili nella narrativa popolare. In questa vicenda, che poi a guardarbene è un giallino semplice semplice, il linguaggio, la personalità sboccata e irriverente di Sanà trionfano sulla mediocrità della produzione abituale dei tempi e di oggi. Una trovata dopo l’altra, uno sberleffo inanellato al successivo, accompagnano le vicissitudini di Sanà, di Felicie e di altri personaggi tra il grottesco e il tragico in una sarabanda che non riesci a mollare più. Nella nota iniziale l’autore specifica che ‘prima parte’ implica che ce ne sia una seconda e che nella prima deve essere successo per forza qualcosa. Commenta con ironia e leggerezza che nella maggior parte dei libri di oggi (allora anche) non succede nulla. Proprio così, Sanà. E passiamogli anche una bella sfilza di osservazioni maschiliste e spavalde. Alla faccia di chi vorrebbe cambiare l’immaginario. Come diceva una ballata del milieu il mondo si divide in duri e gonzi… scegliete voi da che parte stare. Io sto con Sanà.

Sanantonio, pseudonimo con cui si firmava lo scrittore francese Frédéric Dard, uno dei più prolifici autori noir della seconda metà del XX secolo. Dard nacque a Bourgoin-Jallieu, piccolo centro del dipartimento di Isère nel giugno del 1921.  Molto noto in Francia, soprattutto per la serie di polizieschi che ha per protagonista il commissario San-Antonio e il suo aiutante, Bérurier. Scrisse oltre 200 romanzi, tra il 1949 e l’anno della sua morte, il 2000. In Italia la pubblicazione dei romanzi di Dard ha inizio nel 1970, presso numerose case editrci: Mondadori, Editrice Erre, Rosa & Nero, Le lettere, E/O. Influenzato fortemente dai narratori di noir americani (Faulkner, Steinbeck e, soprattutto, Peter Cheyney), si legò in particolare a George Simenon, che gli scriverà la prefazione di Au massacre mondain. E’ del 1949 il romanzo Réglez-lui son compte!, dove apparve per la prima volta il nome San-Antonio. In seguito al successo commerciale, Dard approdò alle edizioni Fleuve noir, con le quali pubblicherà tutti i romanzi successivi. Morì il 6 giugno del 2000 nella sua casa di Bonnefontaine, Svizzera.

:: Sartoria Los Milagros, María Cecilia Barbetta, (Keller editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

21 aprile 2014

sartoriaTraduzione Fabio Cremonesi

Prima di cominciare Sartoria Los Milagros ho letto la biografia dell’autrice María Cecilia Barbetta – nata in Argentina, ma residente in Germania – e mi sono chiesta quanto la cultura berlinese potesse aver influito sulla trama di questa storia, perché se penso all’Argentina, subito mi corre alle mente la passionalità del tango e della gente che sta dall’altra parte dell’oceano. Passando poi a Berlino, dove ho passato una settimana nel 1999, mi salta subito nella memoria il rigore razionale che caratterizza la capitale tedesca. In questo caso ragione e sentimento– non me ne vogliano Jane Austen e i suoi seguaci per questo riferimento- convivono in perfetta armonia, dando vita ad una stuzzicante trama. Alla base della vicenda c’è una complessa e caotica storia d’amore a tratti così strampalata e surreale che spesso ho avuto la sensazione di trovarmi dentro una tipica telenovela del Sudamerica, anche se a dire il vero non ne ho mai vista una. La storia è ambientata in una via di Buenos Aires – Calle Gascón- dove ha le sue radici la Sartoria Los Milagros. Qui lavora Marianna Nalo che apprende l’arte del creare, cucire e rammendare abiti sotto la stretta sorveglianza della zia Milagros. Mariana è giovane, bella e innamorata di un certo Gerardo Botta che la lascia così, all’improvviso per raggiungere gli Stati Uniti d’America. La protagonista cerca di concentrarsi il più possibile sul lavoro, ma la sua mente corre sempre all’amato lontano, del quale non ha nessuna notizia, se non tre striminzite cartoline dalle quali emerge poco e nulla di quello che l’aitante giovanotto starebbe, e uso il condizionale, facendo. A distrarre un po’ Mariana dalle proprie preoccupazioni l’arrivo nella bottega di sartoria di Analía Moran. Lei, appassionata di numeri, è pronta ad unirsi in matrimonio con l’amato Roberto, ma per rendere il giorno del suo “sì” perfetto Analía incarica Mariana di sistemarle il prezioso abito da nozze di fattura italiana ereditato dalla madre. Mariana mette tutta sé stessa nel lavoro commissionatole da questa coetanea, per dare forma concreta al desiderio della cliente, ma lo scambio di ironiche battute con la madre e i pettegolezzi che scopre la zia si insidiano come un tarlo nella mente della protagonista, tanto che ad un certo punto Mariana si domanderà se tra il suo amato Gerardo e Roberto ci sia qualche legame. Amore, cuore, sospetti, tradimenti, lacrime e voglia di rivalsa animano la protagonista scaturita dalla penna della Barbetta, una giovane simpatica, passionale, dedita al suo lavoro, ma anche al dono completo di sé all’altro. Una sincerità che porterà Mariana a scontrarsi con un’amara verità. Una scoperta che non le impedirà di trovare un rinnovato coraggio per architettare una piccola rivincita personale. Nel libro c’è un altro aspetto curioso e simpatico, ed è quello caratterizzato dalle tante pagine colme di inserti grafici, disegni, miniature, fotografie e fumetti, tutti da ritagliare. Appena visti mi hanno ricordato quegli album da colorare con i quali giocavo da piccola, ma nel caso del libro della Barbetta oltre al “taglia e cuci” per divertimento del bricolage, devo dire che ad un’attenta osservazione ogni immagine è strettamente collegata a quanto accade a Mariana e al mondo che la circonda. Sartoria Los Milagros è il romanzo d’esordio della scrittrice argentina trapiantata a Berlino, nel quale l’autrice riesce a far convivere i desideri d’amore e le speranze deluse dalla cruda realtà, il tutto avvolto da un fantastica atmosfera da fiction tv latinoamericana che racconta a noi lettori le sfuggenti ambiguità del genere umano.

María Cecilia Barbetta è nata in Argentina nel 1972 e vive a Berlino. Nel 2008 ha esordito con il romanzo Änderungsschneiderei Los Milagros (Sartoria Los Milagros per Keller). Il romanzo è insignito nel 2008 del premio letterario Aspekte, nel 2009 con dell’Adelbert-von-Chamisso-Förderpreis e del Bayern 2-Wortspiele-Preis. Dal 2011 è membro del P.E.N. tedesco.

:: Black Stiletto, Raymond Benson (Centoautori, 2014) a cura di Stefano Di Marino

18 aprile 2014

black stilettoCredo che per tutti i narratori veri sia una sensazione comune. Spesso ci dimentichiamo di leggere, di trovare nuovi punti di partenza, di tornare ad appassionarci come negli anni della formazione. Per me è sempre una grandissima emozione. Una finestra che si apre su un panorama al tempo stesso familiare (quello del noir, dell’avventura e dell’azione) ma visto con uno sguardo ‘fresco’, accattivante, che ti avvince e ti stimola, coltivando la tua fantasia con sementi nuove che daranno chissà quali frutti. Per il momento resta il puro piacere di una lettura avvincente. Raymond Benson è un amico e collega di lunga data e così Andrea Carlo Cappi che me lo ha fatto conoscere ai tempi in cui scrisse gli apocrifi di James Bond (pubblicati da Mondadori e Alacràn), sicuramente tra le opere del filone tra le più riuscite. Che Raymond scrivesse poi altri romanzi di ottima qualità lo sapevo, in particolare Torment (in Italia Ossessione) che avevo trovato particolarmente coinvolgente. Nulla di tutto ciò, se non una generica fiducia nel fatto che stavo acquistando un libro di qualità, mi aveva preparato alla lettura del primo volume della avventure di Black Stiletto. Un’eroina della fine degli anni ’50. In costume ma non dotata di super poteri, abile, mortale, arguta, Una donna forte pur con le sue debolezze. E intorno a lei un mondo favoloso di gangster, spie, pugili, mafiosi. Ma non basta, perché le avventure della vendicatrice mascherata che si cela dietro la maschera di Black Stiletto ci portano a oggi, al narratore (che poi è suo figlio), uomo comune alle prese con le nostre difficoltà e che scova in un diario una chiave per stabilire un ponte con la anziana madre malata di Alzheimer. Non finisce qui perché, come in ogni grande storia popolare, il passato s’intreccia con il presente in un gioco perfetto di scacchi e tasselli. Che, come si diceva una volta, ‘ti tiene inchiodato sino all’ultima pagina’ e, naturalmente, ti costringe a d aspettare il prossimo episodio con ‘trepidante desiderio di vedere come procede la saga’. Eh sì, perché a noi piacciono le saghe, ah ah. Sulla storia di questo primo romanzo pubblicato da Centoautori e tradotto dall’ottimo Cappi con piglio e verve, non vi dico. C’è però qualcosa di profondamente umano, struggente, toccante nella vicenda di Black Stiletto. Un valore aggiunto che non si sovrappone alla vicenda che è concepita per intrattenere. Emerge tra le righe, nei pensieri dei protagonisti e nel mondo in cui vivono. La nostalgia per un tempo di avventure sognate, di eroi ed eroine, di affetti perduti. Il legame tra genitori e figli, qualcosa che, per mille ragioni sembra essere andato irrimediabilmente andato storto ma che il destino (l’autore in questo caso) ributta sul tavolo concedendo a tutti una possibilità per riplasmare la storia, il proprio mondo affettivo. È questa forse la potenza di Black Stiletto che Raymond lascia filtrare tra perfette ricostruzioni dell’America anni ’50, duelli di arti marziali, e il tratteggio di un’eroina che avrebbe molto da insegnare a quelle di oggi, così comprese di essere donne con una loro dignità da scordare cosa significhi essere realmente un personaggio femminile che unisce forza e fragilità. Non è facile per un uomo addentrarsi in un universo psicologico del sesso opposto, ma Raymond ci riesce. Lo fa con mano leggera, toccando tutti i tasti giusti ma senza pestarvi sopra, consapevole che la storia deve andare avanti. Così la caratterizzazione del personaggio, gli ambienti, gli intrecci, le corde emotiva stimolate nel lettore si fondono in un intreccio indimenticabile. Bravissimo Raymond… aspettiamo gli altri episodi, scrutando nella notte. Chissà, magari anche tra i tetti della nostra città, potrebbe volteggiare Black Stiletto.

Raymond Benson è nato nel 1955 a Midland, Texas. Nel 1979 si è trasferito a New York per proseguire la sua carriera di musicista, autore e regista teatrale. Negli anni ’80 realizza il saggio The James Bond Bedside Companion che riceve una nomination all’ Edgar Award.  A partire dagli anni ’90 scrive nove romanzi e tre racconti con protagonista James Bond, tra cui Conto alla rovescia e Tempo di uccidere. Pubblica poi numerosi mystery, alcuni dei quali editi in Italia da “Il Giallo Mondadori”, e nel 2014 esce in Italia il primo romanzo della serie Black Striletto, giunta in America al quarto volume.

:: Lingua in bocca: Storie di sesso, delitti e derelitti, Miss Seline (Amazon Media, 2014) a cura di Franco Forte

16 aprile 2014

Lingua in bocca BASSACharles Bukowski al femminile? Be’, per certi versi sarebbe facile affibbiare questa definizione alla misteriosa Miss Seline (pseudonimo dietro a cui si cela un’autrice italianissima), se non altro per il modo che ha di raccontare le sue storie, e per il piglio dei protagonisti dei suoi racconti, aggregati in questa antologia dal titolo che incuriosisce. Da’altra parte, ritengo che una definizione del genere sarebbe riduttiva, perché diversamente da Bukowski, re assoluto della trasgressione alcolico-sessuale, nei racconti di Miss Seline compare a tinte forti (ma non rosa) la componente femminile, che l’autrice non riesce a tenere a bada nemmeno quando costruisce dei protagonisti maschili. E’ una questione di sentimenti e di prospettive, più che di linguaggio e di azioni (questi sì bukowskiani), e lo capiamo fin dalla scelta del punto di vista narrativo, che viene assegnato a quello che dovrebbe essere l’alter ego dell’autrice: una donna che ogni notte posiziona il suo furgoncino Minonzio sotto i piloni dell’autostrada, nella periferia di una città che non è difficile identificare come la capitale meneghina, e mentre distribuisce panini, alcolici e Coca Cola agli sbandati della notte, ascolta i loro racconti, tragici, folli e sconclusionati, e li riporta al lettore.
Certo, a guardare la copertina di “Lingua in bocca”, quelle gambe magnifiche calzate da scarpe che ben si adattano a uno dei personaggi dell’ultimo racconto della raccolta (“Profilo di platino”), e che sappiamo essere le gambe dell’autrice stessa, non è facile credere che la voce narrante dell’antologia possa agghindarsi in quel modo, mentre serve ai tavoli del suo furgoncino (se fosse così, ditemi dov’è, che corro subito a vedere!), eppure c’è una correlazione fra tutti gli elementi che compongono questo libro, e che ci dà il quadro preciso della scrittrice con cui abbiamo a che fare: racconti tosti, senza recriminazioni, fatti di lacrime, sangue e irriverenza; belle gambe offerte in modo spavaldo al lettore; pseudonimo di garanzia per chi sa che i suoi racconti ci vanno giù pesante; una voce narrante fredda e distaccata che rappresenta l’anima indifferente della società che assiste ogni giorno al degrado delle periferie, e che non può fare nulla per invertire il processo.
Tutto questo in un ebook da 2,68 euro, una cifra più che abbordabile per chiunque voglia dedicarsi non alla solita lettura pulp da sottoscala, ma a un prodotto di rabbia e furia genuine, che si fa apprezzare per i significati profondi e per il modo del tutto inusuale che ha di parlare ai lettori, senza i filtri anemici della retorica letteraria di questi ultimi tempi.

Miss Seline è uno pseudonimo dietro il quale c’è una misteriosa scrittrice italiana. Sue sono le gambe raffigurate in copertina. L’ebook è disponibile su Amazon a questo link, (qui).

:: La giostra dei fiori spezzati, Matteo Strukul, (Mondadori, 2014)

15 aprile 2014

giostraPadova, 1888. Un serial killer ante litteram, un predatore si aggira per il quartiere malfamato di Borgo Portello e uccide senza pietà giovani donne, prostitute, mettendo in scena un personale rito quasi pagano. Ad indagare l’ispettore Roberto Pastrello, poliziotto scaltro e esperto, che intuisce quanto questo caso si discosti dalla norma, dai soliti delitti che si verificano in città. Questa volta la mente omicida da perseguire è pericolosa, oltre che disturbata. Per catturare l’assassino sono necessari due collaboratori d’eccezione: il giornalista Giorgio Fanton e l’alienista Alexander Weisz. Solo loro possono avere una possibilità. Solo unendo le forze questo predatore potrà essere individuato e catturato. E il tempo stringe, perché il killer continua a uccidere, uscendo anche dal Portello, diffondendo il terrore in tutta la città.
La giostra dei fiori spezzati di Matteo Strukul, edito nella collana Omnibus di Mondadori, terzo romanzo dello scrittore padovano dopo i due dedicati a Mila, si discosta dal pulp noir contemporaneo, marchio di fabbrica dell’autore, per virare verso il thriller storico, in un’accezione decisamente originale e surreale, contaminata da generi e suggestioni, non solo letterarie, che vanno dal gotico tardo Ottocentesco, lo Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle su tutti, mediato dalla trasposizione cinematografica di Guy Ritchie a cui ruba di sicuro l’ispirazione per il personaggio della zingara Erendira dalla misteriosa zigana, Madame Simza, portata sullo schermo nel 2011 da Noomi Rapace in Sherlock Holmes – Gioco di ombre (Sherlock Holmes: A Game of Shadows), alle più recenti atmosfere dark e decadenti di molta cinematografia contemporanea che prende linfa dall’immaginario fumettistico e gothic rock, di un Tim Burton per esempio.
Omaggi e citazioni, in puro spirito postmodernista, si susseguono, o apertamente menzionate, (come dimenticare I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe) o più occulte in vere sfide per il lettore, che non farà fatica invece a confrontarsi con l’ormai leggendario Jack Lo Squartatore della Londra fine Ottocento, vero serial killer di prostitute, non unica fonte di ispirazione per il personaggio maledetto dell’Angelo Sterminatore.
Al genere, riveduto e corretto da Strukul, si aggiungono venature horror, se non splatter, malsane e malate, presenti nelle raccapriccianti descrizioni dei cadaveri orrendamente sfigurati, e posti, anzi esibiti, in modo macabramente artistico, in ciò che diventa più che una scena del crimine, una rassegna di ego degenerato e aberrante. Ad alleggerire le atmosfere tenebrose, la decadente ambiguità di una Padova oscura e misteriosa, una spruzzata di ironia portata dal personaggio del giornalista Giorgio Fanton (sorta di dottor Watson) contraltare dell’altro protagonista, il criminologo Alexander Weisz, che proprio come Holmes è gravato da una dolorosa dipendenza dalla droga (il laudano), oltre che dalla tragica morte della madre (e qui più che a un personaggio letterario di fantasia non ho potuto non pensare a un vero autore di noir in carne ed ossa).
Fanton e Weisz, strana coppia di investigatori, si troveranno così uniti sulle tracce di un serial killer, spietato e senz’anima, capace dei gesti più efferati, (arriverà a sventrare le sue vittime, e mangiarne le interiora), nelle innevate vie di una Padova ottocentesca, che ancora rivive nei dagherrotipi color seppia di qualche collezionista. E così passeremo dal malfamato quartiere di Borgo Portello, zona franca per tagliagole, prostitute e derelitti, all’elegante caffè Pedrocchi, o al teatro Nuovo, in via dei Livello, dove si esibiva Eleonora Duse, sulle tracce insanguinate di questo oscuro criminale, che a capitoli alterni l’autore presenta, in un’ impersonale terza persona.
Il resto della narrazione è descritta da Fanton, voce narrante e testimone di questa indagine pericolosa e quasi impossibile. Arrivare all’assassino sarà un percorso labirintico e tortuoso che metterà i protagonisti a confronto con i loro incubi e le loro paure, illuminati da Erendira, zingara e prostituta, personaggio ambiguo ma di grande fascino e carisma, informatrice dei nostri e possibile vittima dell’Angelo Sterminatore. Ma ogni prostituta uccisa porta il nome di un fiore, questa è l’unica traccia che Weisz, con l’aiuto di Fanton, potrà seguire, traccia che porterà a scoprire il colpevole, le ragioni dei suoi delitti, ragioni oscure, che non porteranno sollievo, non porteranno vera giustizia, in un finale del tutto inaspettato (sfido il lettore a individuare il rimando ad un celebre romanzo di un noirista francese).
Il linguaggio è moderno, contemporaneo, a volte diretto, (a differenza di molti autori di romanzi storici non utilizza parole obsolete o passate di moda per dare la patina del tempo), anche la sensibilità è moderna, seppure descrive molte tecniche investigative dell’epoca e dibattiti tra luminari, forse troppo didascalici, come per esempio citando Lombroso, che arrivava a teorizzare che l’aspetto morfologico di un volto potesse determinare la propensione al crimine di una persona, teoria avversata da Weisz, più vicino alle teorie in cui ambiente, educazione, alimentazione, potessero essere determinanti.
La ricostruzione storica è accurata, non priva di accenni di denuncia sociale. La povertà, la vera e propria miseria in cui vivevano ampi strati della popolazione, è descritta in modo realistico e accurato e la sua descrizione alterna con ritmo il procedere dell’indagine. Le osterie, dove servivano vini canforati e adulterati, i bordelli, le strade popolate di ladri e scippatori, diventano scenario di una commedia umana in cui la povertà non è solo materiale, ma anche spirituale, povertà quest’ultima che non lascia indenni neanche i ricchi, in cerca di forti emozioni nelle zone malfamate.
Questa è la prima indagine del criminologo Alexander Weisz, ma sicuramente non sarà l’ultima, il personaggio si presta appunto a diventare un protagonista seriale, sebbene questa avventura sia perfettamente autoconclusiva. Non ci resta dunque che armarci di pazienza e stare a vedere cosa ci riserva il futuro.  

Matteo Strukul (Padova, 1973) è scrittore e sceneggiatore di fumetti. Laureato in Giurisprudenza e Dottore di ricerca in Diritto Europeo dei Contratti, vive fra Padova e Berlino.
Scoperto da Massimo Carlotto, ha pubblicato per le Edizioni E/O i romanzi La ballata di Mila e Regina nera, la giustizia di Mila, in corso di pubblicazione in 15 Paesi -fra cui Stati Uniti, Inghilterra, Australia e India.
Il suo ultimo romanzo, La giostra dei fiori spezzati, è uscito ad aprile 2014 per Mondadori.
Ideatore e fondatore del movimento letterario Sugarpulpe direttore artistico dell’omonimo festival, Matteo collabora con diverse testate, tra cui Tuttolibri.

:: La rossa di Bukowski, Pamela Wood, (WhiteFly Press, 2014) a cura di Irma Loredana Galgano

12 aprile 2014

cover ris mediaA febbraio di quest’anno la WhiteFly Press ha pubblicato, nella versione tradotta dall’inglese americano da Giulia Bacchi, Elisa Coppini e Gabriella Montanari, Charles Bukowski’s Scarlet. A Memoir by Pamela “Cupcakes” Wood edito nel 2010 dalla Sun Dog Press, con il titolo La Rossa di Bukowski.
Si tratta del racconto autobiografico della Wood, la quale attraverso aneddoti, foto e ricordi ripercorre, insieme alle persone che l’hanno supportata nella realizzazione del testo, e riporta alla luce un periodo della sua vita che ha profondamente segnato non solo e non tanto il suo cuore quanto la sua mente, facendola diventare la donna che oggi è.
All’età di 23 anni, single e madre di una bambina di sette, incontra quasi per gioco lo scrittore 55enne Charles Bukowski. «Si innamorò follemente di me e io lo feci diventare matto». Pamela non sa cosa esattamente sta cercando dalla vita né tantomeno ciò che sarà della sua relazione con l’uomo ma ne rimane affascinata e si lascia trascinare in questa storia attratta probabilmente più dalla sicurezza della figura paterna trovata in lui che per vero amore, almeno inizialmente. Bukowski al contrario sembra da subito molto preso da lei, incuriosito forse dal fatto che Pamela non ama e non conosce lo scrittore, non cerca in lui il mito delle sue opere. «Credo che in quel momento si fosse reso conto di avere a che fare con una vergine in materia di “Bukowski”. Non sapendo praticamente niente di lui, non avevo nessun pregiudizio. Non doveva preoccuparsi di essere all’altezza di un’immagine. Ero come una bambina che non sospettava affatto di trovarsi in una stanza insieme a un pazzo».
Fumo, alcool e pillole di vario genere sono una costante di quel periodo nella vita di Pamela, la quale sembra cercare in essi un modo per dimenticare il peso delle proprie responsabilità, per cercare di riavere un po’ dell’adolescenza perduta a causa della precoce maternità e un po’ di serenità mancata a causa, a suo dire, delle responsabilità di sua madre… «…mi lasciava prendere la macchina ogni volta che ne avevo bisogno. Penso fosse contenta di sbarazzarsi di me, o forse, inconsciamente, sperava avessi un incidente mortale che avrebbe messo fine all’inferno in cui la facevo vivere per via della mia continua e sfrenata ricerca di emozioni». Prende la relazione con questo uomo “maturo” come un segno del destino, la svolta necessaria per farle cambiare direzione, per sistemarsi e potersi finalmente occupare come si deve di sua figlia e di se stessa. In realtà poi scopre che lo stile di vita di Bukowski non è proprio l’ideale per una ragazzina e neanche per lei, se l’intenzione è quella di crearsi le basi per un futuro solido. «Per Bukowski la boxe era una specie di pratica zen, un modo per esercitarsi a vivere il presente. Penso che gli piacesse anche il lato un po’ “primario” del pugilato. Ritrovarsi gettati sul ring e cercare di sopravvivere, saltellando da una parte all’altra, appendendosi alle corde, tirando pugni ma non mollando, anche solo per arrivare ai punti. Bukowski viveva la sua vita allo stesso modo».
Emerge dalle pagine del libro un profondo senso di nostalgia che accompagna la Wood, non tanto per le scelte compiute, di cui forse non si è mai pentita, quanto piuttosto per aver compreso troppo tardi la grandiosità dell’esperienza vissuta accanto a un uomo tendenzialmente alcolista forse, morbosamente geloso anche ma indubbiamente straordinario nel suo genere e nel suo essere, tale proprio perché unico anche se imitato e criticato innumerevoli volte. «Queste sue memorie sono una riflessione sulla relazione tra due persone – entrambe alla deriva, in un certo senso – che si sono messe in comunicazione e unite, dopo essere incappate l’una nell’altra, molti anni fa, sulle strade di Hollywood» (dall’introduzione al libro di Dan Fante) «Negli anni successivi al nostro incontro, e dopo aver letto i suoi libri e quello che la gente scriveva sul suo conto, non facevo che pensare, “Ehi, questo non era il Bukowski che ho conosciuto. Non è il vero Bukowski”. Poi ho letto il libro di Pamela Wood e ho ritrovato Bukowski così come lo ricordavo, lo stesso con cui bevevo e discutevo. Era lì davanti a me, in carne ed ossa».

Pamela Miller Wood: È nata a San Francisco ma ha vissuto praticamente sempre a Los Angeles. Lavora nel settore immobiliare. Si avvicina alla scrittura fin da ragazza, complice anche il fatto di avercela nel DNA, essendo figlia di un giornalista e romanziere. La Rossa di Bukowski è la sua prima prova editoriale di ampio respiro che ha ottenuto un notevole successo di critica e pubblico in vari paesi. Sta lavorando alla sua seconda opera, sempre di stampo autobiografico.