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:: Recensione di I sette fuochi del tempio di Daniel Levin.

29 settembre 2010

i-sette-fuochi-del-tempio1Per gli amanti dell’avventura all’Indiana Jones, anche se questa volta non ci sono nazzisti, segnalo un interessante thriller archeologico uscito recentemente per la Nord Edizioni  e intitolato I sette fuochi del tempio. Romanzo di esordio di Daniel Levin, giovane avvocato newyorkese con un curriculum di studi di tutto rispetto che presto avremo l’occasione di ospitare sulle pagine di Liberidiscrivere per una simpatica chiacchierata, ha per protagonista Jonathan Marcus anch’egli avvocato ed esperto in compravendita di opere d’arte che si reca a Roma per esaminare alcuni frammenti presumibilmente facenti parte della Forma Urbis, un‘enorme pianta della Roma antica incisa su lastre di marmo, con lo scopo di dimostrare che non sono stati trafugati illegalmente da un suo cliente come invece afferma l’archeologa romana Emilia Travia sicura di avervi visto su stampato un anno prima il marchio dell’Archivio di Stato. Quasi per caso illuminando i reperti Marcus scopre un messaggio nascosto, probabilmente scritto da Flavio Giuseppe custode della sacra Menorah il candelabro d’oro a sette braccia fatto in un solo blocco uno dei simboli più antichi della religione ebraica, che ha attraversato i secoli: Error Titi, l’errore di Tito. Marcus da principio non vuole proseguire le ricerche temendo di compromettere la sua brillante carrira di avvocato poi lasciandosi convincere da Emilia Travia con la quale in passato ha condiviso una burrascosa storia d'amore e con l'aiuto di Chandler Manning esperto di misticismo antico seguendo gli indizi sempre più criptici si troverà ad indagare tra i sotterranei del Colosseo e quelli della Domus Aurea arrivando a svelare una congiura del passato e scoprendone i suoi insospettabili protagonisti. E’ così l’inizio di una gigantesca caccia al tesoro sulle tracce della Menorah che coinvolgerà oltre al protagonista un intraprendente capitano dei carabinieri del reparto per la tutela del patrimonio culturale e un pericoloso e letale cacciatore di reperti arabo a cui l’Interpol da la caccia da anni. In un susseguirsi avvincente di scoperte e di disseppellimenti di verità perdute, tra inseguimenti, trappole mortali, colpi di scena sorprendenti e un pizzico di passione seguiremo i personaggi tra Roma e Gerusalemme in un’ avventura davvero coinvolgente che saprà regalarci ore di svago e di divertimento oltre a riflessioni su misteri davvero esistenti, va notato infatti che tutti i riferimenti a testi antichi in questo romanzo sono reali e le ipotesi avanzate dall’autore seppure rivoluzionarie non sono affatto prive di fondamento. Tra le recensioni ricevuta va senz'altro segnalata quella di un critico di eccezione come Elie Wiesel che dice:" Un romanzo scitto con phatos e competenza: un' efficace confutazione letteraria alle manipolazioni della Storia". Un libro che a mio parere diventerà un classico del genere. Consigliatissimo.
I sette fuochi del tempio di Daniel Levin, Nord Edizioni, collana Narrativa Nord, Traduzione Velia Februari, 2010, 444 pagine, rilegato, Prezzo di copertina 18,60.

:: Intervista ad Antonella Lattanzi, autrice di Devozione [Einaudi, 2010] a cura di Valentino G. Colapinto

29 settembre 2010

lattanziBenvenuta Antonella su “LiberidiScrivere” e grazie per aver accettato la nostra intervista. Come tradizione, iniziamo con le presentazioni. Sei nata a Bari nel 1979, ti sei laureata in Lettere Moderne e Contemporanee a Roma, dove tuttora risiedi e lavori come editor, traduttrice e lettrice dall’inglese. Vuoi aggiungere altro?
Beh, oddio, si potrebbero aggiungere mille cose o niente. Diciamo che leggo, e scrivo.
 
Devozione nasce dallo sviluppo di un racconto presente nella tua prima antologia “Col culo scomodo (non tutti i piercing riescono col buco)” [Coniglio Editore, 2004]. Vuoi raccontarci come e perché?
Quando ho deciso di scrivere dei racconti e raccoglierli in un'antologia, ho pensato a quale poteva essere il file rouge. È stato lui a trovarmi. Mi spiego: i racconti che avevo scritto erano tutti a proposito di figure femminili limite: donne, per un motivo o per un altro, deragliate. Tra questi racconti ce n'era uno su un'eroinomane.
Quando l'ho scritto, ho pensato che sarebbe stato il racconto meno interessante per i lettori: pensavo, infatti, che l'eroina fosse un tema distante dai lettori, che non interessasse a nessuno. Invece, quello è stato il racconto più amato. Tutti, tutti, quando citavano la raccolta citavano quel racconto.
Mi chiedevo perché, e non lo capivo. Poi, un'amica di mia sorella, Rachele, che non conoscevo e che non conosceva me, ha letto la raccolta e mi ha detto: «Il racconto che mi è piaciuto di più è quello sull'eroina.Perché, nonostante io non abbia mai usato nessun tipo di droghe, in quel racconto tu hai parlato delle mie dipendenze, mi ha svelato degli aspetti di me che non conoscevo.»
È allora che mi è scattato il campanello, o che mi è apparsa la lampadina di Archimede: se volevo raccontare l'eroina, potevo farlo. Ma dovevo farlo come metafora di tutta un'altra serie di dipendenze. Perché l'eroina non è altro che la dipendenza per antonomasia. Del resto, non ho mai voluto scrivere un romanzo sull'eroina, che parlasse solo di e a un certo tipo di persone. Ho sempre voluto scrivere romanzi, e racconti, che parlassero anche di te.
 
Se potessi scegliere tra essere étoile all'Opéra o venire acclamata come la più grande scrittrice italiana vivente, cosa sceglieresti? E secondo te ci sono dei parallelismi tra le due grandi passioni: la danza e la scrittura?
Sai, nessuna delle due. Voglio dire, è normale che tra la danza e la scrittura ho scelto e sceglierei mille volte la scrittura. Perché davvero la sento come una vocazione, come l'unica cosa che può rendermi felice quando mi manca tutto il resto. È stata la scrittura, la lettura, la matrice di tutte le mie scelte, tutti i miei sforzi.
Quello che voglio, però, non è essere acclamata come la più grande scrittrice italiana vivente, ma meritarmi questo nome: scrittrice, scrittore. Ogni giorno, con la fatica, col sudore (del resto, lo diceva anche Fame: Voi fate sogni ambiziosi, successo, fama, ma queste cose costano, ed è esattamente qui che si comincia a pagare: col sudore). Con l'impegno a leggere, studiare, scrivere: ogni giorno, di più.
Poi certo, non solo ci sono dei parallelismi tra la scrittura e la danza, ma credo siano la stessa cosa: due passioni totalizzanti che ti richiedono la maggior parte della tua vita, due passioni che richiedono sforzi enormi, sforzi che, però, il lettore/pubblico non deve vedere: si dovrebbe riuscire a compiere i passi più difficili e dolorosi col sorriso sulle labbra, sembrando leggerissimi, volanti.
 
C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli e incoraggiamenti all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?
Domenico Starnone, certamente. È lui che mi ha fatto scoprire qual era la mia scrittura. Prima di conoscerlo – e prima, soprattutto, di diventare sua alunna – la mia scrittura era molto, molto più ingenua, più privata, più immatura. Dopo, non so come spiegare: grazie a lui ho avuto una sorta di rivelazione: ho capito come volevo scrivere. Da allora, Starnone non ha smesso mai di insegnarmi, di spronarmi, di rendermi una scrittrice – e una persona – migliore.
 
Per scrivere Devozione ti sei eroicamente finta una tossicodipendente per quasi cinque anni, al fine di documentarti il più possibile. Sei mai stata scoperta? Qualcuno degli eroinomani che hai conosciuto ha letto il tuo romanzo? E cosa ne pensa?
Questo non lo so. Penso di sì, è impossibile che qualcuna delle persone con cui mi sono finta tossicodipendente non abbia scoperto che ho scritto un libro. Sinceramente, un po' temo il momento in cui ci sarà un confronto tra me e questa persona.
 
I personaggi e le vicende del romanzo sono ispirati dalla realtà o sono completamente inventati?
Tutti e due. Cioè: la storia è inventata, le vicende pure. Ma si tratta di un romanzo su una cosa assolutamente reale, purtroppo, come l'eroina.
I cinque anni che ho passato nella ricerca, nello studio dell'eroina fanno ormai parte della mia vita. E la mia vita è tutta in questo romanzo: non come autobiografia – anzi, come autobiografia per niente – ma come sangue, come impegno, come “darsi”.
 
Ci racconti un aneddoto sul tuo lunghissimo lavoro di ricerca? I tuoi genitori e amici hanno mai sospettato che fossi diventata davvero una tossica, hai avuto problemi con le forze dell’ordine oppure non hai temuto di cadere tu stessa vittima della seduzione dell’eroina?
Gli stupefacenti, i deragliamenti seducono sempre. O almeno: seducono me. Sono sempre stata sedotta da tutto quello che era autodistruzione. La passione però, secondo me, fa questo: in qualche modo, ti protegge dal te stesso autodistruttivo (oppure lo alimenta, non lo so).
Gli episodi sono tantissimi: a Napoli, per esempio, al ritorno da Secondigliano mi ha fermato la polizia. Credeva davvero che fossi un'eroinomane. E, a San Lorenzo, una volta: poco mancava che dei ragazzi mi picchiassero,perché pensavano, ancora una volta, che fossi un'eroinomane. Ce ne sono mille di aneddoti così. Ma ne è valsa la pena. Rifarei tutto daccapo.

Qual è stato il commento di un lettore al tuo libro che ti ha fatto più piacere?
Leggendo Devozione ho scoperto molte co
se su di me, sulle mie dipendenze, sulla mia vita.

 
La protagonista di Devozione, Nikita, diventa eroinomane grazie alla fascinazione per libri come “Noi, i Ragazzi dello Zoo di Berlino” o film come “Amore Tossico”, che – nell’intento degli autori – avevano ben più nobili fini, ossia mostrare la realtà più orribile di quella droga. Non hai mai avuto paura che anche Devozione potesse subire una simile eterogenesi dei fini e spingere qualche lettore particolarmente sensibile a provare l’eroina?
No, aspetta. Nikita non diventa eroinomane grazie alla fascinazione per i libri. È proprio questo che tento di spiegare nel libro: non c'è una sola causa per essere eroinomane. Nikita se lo chiede spesso: dov'è cominciato tutto? Di chi è la colpa? Una colpa, una sola, non c'è. Non sono i libri che ti portano alla droga, e nemmeno le cattive compagnie. Non ci sono scuse, né traumi che tengano: se diventi eroinomane, all'eroina ti ci porti tu.
 
Puoi raccontarci una tua giornata tipo? Quanto tempo dedichi alla lettura e quanto alla scrittura? Qual è il tuo metodo di lavoro?
Mi sveglio verso le 8 – a volte più tardi, le 9, le 9 e mezza, a volte, pochissime, prima – e mentre faccio colazione leggo. Mi piace da morire. È uno dei momenti della giornata che mi piace di più. Poi mi metto al computer, e leggo, scrivo, studio, lavoro, fino a sera. A volte smetto prima, o interrompo, se ho qualche impegno. Il più possibile la sera esco, se no divento claustrofobica. A volte non smetto finché non vado a dormire.
 
Scrittori si nasce o si diventa? E ritieni che siano utili i corsi di scrittura creativa adesso molto in voga?
Non so. Si nasce, forse, con la passione per la lettura e per la scrittura, per il racconto. Però non lo so, davvero. Di certo, scrittori non si è mai, per tutta la vita. Non c'è un momento in cui puoi dire: ecco, sono arrivata, sono una scrittrice, sono uno scrittore. Ogni nuova riga che scrivi è una nuova battaglia, una nuova sfida. Di certo, non è l'ispirazione, non è la magia: è l'impegno, la fatica, la dedizione, e la sincerità.
 
Come trovi l’ambiente letterario e culturale di Roma? E quello di Bari?
Quando si è scrittori sinceramente, si è delle belle persone. Quando invece si è scrittori falsi, non lo si è. A Roma, a Bari, dappertutto.
 
Cinque libri che porteresti su un’isola deserta?
Ti posso dire cinque autori, forse. Fenoglio, Bulgakov, Tolstoj, Kafka, Szabò, Cechov, Roth, Pavese, Dostoevskij… E ce ne sarebbero troppi altri.
 
Grazie mille Antonella per esserti sottoposta con infinita pazienza al nostro interrogatorio. Alla prossima!
 
 
Valentino G. Colapinto

:: Recenisone di Scrivere Crime Story a cura di Stefano di Marino

28 settembre 2010

scrive_crime_storySCRIVERE CRIME STORY a cura di Sue Grafton  con J Burke e Barry Zeman in collaborazione con gli autori della Mystery Writers Association of America- traduzione Delia Mazzocchi- 310pp- Delos Books euro 18
 
di Stefano Di Marino
Si può insegnare a scrivere thriller? Visto che partecipo a seminari, insegno in corsi di scrittura, scrivo articoli e ho persino firmato un manuale credo che la  ‘mia’ risposta più logica dovrebbe essere sì. La verità è che la creatività è un dono che può essere coltivato ma deve essere innato e purtroppo molti pensano di averlo o di poterlo carpire ad altri. Quindi vi dirò che si può trasmettere qualcosa della nostra esperienza ed essere utili a coloro che sono predisposti ad apprendere ma anche ad elaborare. E credo sia proprio lo spirito che ha spinto gli autori della Mystery Writers Association americana a partecipare a questo bel volume curato da Sue Grafton. Ognuno di loro ha scritto un articolo (una ‘lezione’ se vogliamo) su un aspetto della scrittura coprendo praticamente tutto l’argomento. Sono d’accordo con tutti i loro pareri? Non sempre ma è logico, gli autori stessi seguono vie personali e a qualcuno potranno saltare agli occhi divergenze. Ma questo è il nostro lavoro. Raccontare una buona storia richiede la conoscenza di alcune regole che, negli anni, magari sono cambiate. A seconda del genere di  ‘crime story’ cui vogliamo dedicarci ci sono norme che in una altro filone non sarebbero valide. Lo scopo di questo manuale non credo sia tanto ‘insegnare’ un’elusiva tecnica per sfornare best seller quanto far partecipe chi legge8profano o professionista come me) di una esperienza. E ritrovo con piacere autori che amo, altri che non conoscevo e persino amici che ci anno lasciato come Sturart Kaminski. Ognuno di loro ha qualcosa da dire. Ascoltatelo e poi decidete da soli sei suoi suggerimenti fanno per voi. Anche questo fa parte del processo creativo. Il libro si legge comunque con grandissimo piacere ed è anche una guida alla lettura, all’affinamento di quel gusto che purtroppo manca a moltissimi lettori che si accontentano di acquistare scegliendo dalla pila più alta o  attirati dalla fascetta che (sempre!) ci informa che si tratta di ‘un autore da milioni di copie’. Invece il denominatore comune di tutti i pezzi dei colleghi qui raccolti mi sembra un altro, più vero. Se volete scrivere un bel libro fatelo credendoci… e dateci dentro.

:: Intervista con Alessandra Buccheri curatrice del blog letterario AngoloNero

28 settembre 2010

ale3Benvenuta Alessandra su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Dove sei nata, dove vivi, che studi hai fatto? Descriviti anche fisicamente ai nostri lettori.
Grazie e te per l'ospitalità! Sono nata a Palermo 38 anni fa, vivo e lavoro a Roma da dieci anni. Ho frequentato il liceo classico, poi mi sono laureata in Giurisprudenza a Firenze. Un corso di studi anomalo per una blogger che si occupa di gialli, eh? Sono (eufemisticamente) non alta, scura, capelli lunghi, tipicamente mediterranea. In passato sono stata un po' più abbondante, adesso mi definirei in forma.
 
Un ricordo di Alessandra bambina. Quale è il primo libro che ti hanno letto?
Non me lo ricordo. Le classiche favole, penso. Di una cosa sono certa: ho imparato a leggere prestissimo, intorno ai due anni. Devo ringraziare mia nonna materna: si sedeva di fronte a me e leggeva ad alta voce per ore, e un giorno si accorse che io leggevo insieme a lei. E leggevo al contrario, visto che il libro stava davanti a lei (quindi per me era capovolto). Dopo qualche mese ho imparato a leggere normalmente e da allora, salvo brevissimi periodi, non ho mai smesso.
 
Scrittrice, giornalista, blogger, dove trovi il tempo per tutte le tue molteplici attività?
Togli le prime due: non scrivo e non faccio la giornalista, se non occasionalmente. La vera domanda è: lavori, leggi, scrivi per il blog, guardi un monte di tv, passi un mucchio di tempo tra telefono e pc, giochi a Go e vai in piscina, dove trovi il tempo? La risposta è: non lo so. La verità è che ne risentono le attività di ordinaria amministrazione: non ho il tempo di andare dal parrucchiere, spesso pago le bollette in ritardo e quasi sempre i miei pasti si riducono a un panino davanti al pc. Stendiamo un velo pietoso sul disordine che regna in casa…
 
Gestisci il blog letterario Angolo Nero uno dei più seguiti della rete. Come e quando è nato? Da dove ne hai preso il nome?
L'Angolo Nero è nato poco meno di cinque anni fa. Io avevo un surplus di materiale che non trovava spazio sul Falcone Maltese (la rivista cartacea per cui scrivevo e che adesso ha chiuso i battenti), il network Blogosfere aveva appena iniziato la sua attività e cercava blogger “a tema”. Offerta e domanda si sono incontrate al momento giusto.
Il nome è stato scelto insieme alla redazione di Blogosfere, ma è azzeccato. È un gioco di parole su un vecchio noir di Cornell Woolrich, L'Angelo Nero; dà l'idea di una nicchia in cui si parla di mistero; inoltre ha a che vedere con un'altra mia attività, il gioco del Go. Infine, cosa per me gradevole, mi permette di firmarmi A., che sta sia per AngoloNero che per Alessandra.
 
Il fenomeno dei blogs letterari più o meno professionali che forniscono recensioni e consigli di lettura sta vivendo un vero e proprio boom. Da semplici strumenti di promozione stanno assumendo il ruolo di coscienza critica. Quanto pensi facciano bene al fenomeno libro?
La verità? Poco, se non si fa attenzione. Il cosiddetto passaparola su internet, che in gran parte transita attraverso i blog, ha assunto una dimensione quasi totalizzante. È un fenomeno pilotato dagli stessi editori attraverso gli uffici stampa: riceviamo tutti lo stesso materiale e lo pubblichiamo (spesso, almeno nel mio caso, in forma praticamente grezza) in tempo reale. In questo senso si fornisce un buon servizio di informazioni, ma nulla di più. Il rapido susseguirsi delle uscite fa sì che spesso, a fronte di una segnalazione tempestiva, con altrettanta rapidità i libri vengano dimenticati, sepolti dalle uscite successive. Sarebbe invece importante valorizzare i libri anche successivamente, a breve (ma non brevissima) distanza dall'uscita, dandone un parere critico. Cosa che, ovviamente, non può essere fatta con tutti, almeno nel caso di un blog “a gestione monocratica” come l'Angolo Nero. Però lo sforzo va in quel senso: segnalare (quasi) tutti, promuovere solo alcuni, quelli ritenuti più meritevoli. In questo modo sì, si riesce a fare qualcosa di veramente utile. Non è facile, ma ci provo. 
 
Quali sono i tuoi blogs letterari più amati? Conosci Liberidiscrivere? Ci leggi ogni tanto?
Certo che vi leggo! Anche perché FaceBook agevola la segnalazione e la diffusione degli articoli. Leggo regolarmente quasi tutti i blog “di genere”, da Corpi Freddi a Pegasus Descending passando per Thriller Cafè e Thriller Magazine; Lipperatura; BooksBlog; il blog personale di alcuni scrittori (Sandrone Dazieri, Ugo Mazzotta, Elisabetta Bucciarelli, Cristina Zagaria…) e giornalisti. Ma in maniera occasionale seguo circa duecento blog.
 
Quale è la recensione più difficile che hai scritto? Ti è mai capitato di destreggiarti con uno scrittore scontento dopo una tua stroncatura?
Stroncature pochissime: se un libro non va, non ne parlo (almeno rimane il dubbio che non l'abbia nemmeno letto). Non ricordo recensioni difficili, di solito scrivo sull'onda dell'entusiasmo per ciò che ho letto e non mi “costringo” mai a finire qualcosa che non mi piace. E, di regola, non esprimo pareri su ciò che non termino.
 
Quale è il segreto per una buona recensione?
Aver letto un buon libro (Sorride) Parlare bene è facile. Ma è una linea che seguo da sempre. Il tempo è poco, lo spazio anche: meglio segnalare ciò che merita che perdere (e far perdere) tempo con ciò che non merita.
 
Quale scrittore sogni da sempre di intervistare?
Sai che non sono mai riuscita a intervistare Massimo Carlotto? Pur avendolo incontrato più volte di persona, non gli ho mai fatto una domanda. Tra gli stranieri, Fred Vargas.
 
Che libro stai leggendo attualmente?
Un manoscritto in anteprima; i libri che presenteremo insieme a Enzo BodyCold Carcello durante il prossimo ciclo di presentazioni romane; e poi La legge di Fonzi di Omar Di Monopoli, Queenpin di Megan Abbott e I quattro fiumi, il graphic novel di Fred Vargas (appunto) con Baudoin. Ma, anche se leggo diversi libri insieme, li finisco uno per volta. Il finale è fondamentale e richiede concentrazione.
 
Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito anche italiani?
Quelli dell'ultimo anno, sicuramente: Luigi Romolo Carrino, Sacha Naspini e Enrico Pandiani. Un trio pazzesco. Sono sicura che faranno strada. Per altri versi mi è sembrato promettente il romanzo di esordio di Paola Ronco. Ma in generale giudicare un esordiente è difficilissimo: potrebbe aver avuto un colpo di genio (che non si ripeterà mai più) o, al contrario, potrebbe migliorare con enorme rapidità. L'esordiente è sempre un azzardo.
 
Definiscimi cosa è per te l’amore? Sei una donna romantica?
Aaah domanda terribile, avrei voglia di passare alla prossima… Ma no, dai, parliamone. Sono romantica, sì, e sono vittima dei classici “colpi di fulmine”. Mi innamoro con passione smodata. L'amore, al contrario, ha più a che vedere con la solidità, la fiducia, il progettare, la consuetudine; e richiede tempo. In questo momento della mia vita sono folle
mente innamorata ma non amo, e un po' mi manca, 'sta cosa. Spero sia solo una breve fase. 
 
Tu e Enzo Bodycold Carcello del sito Corpi Freddi avete organizzato a Roma un ciclo di incontri letterari. Vuoi parlarcene?
Beh, l'iniziativa è di Enzo, lui è vulcanico, è una di quelle persone per le quali i problemi sembrano non esistere. Io, da sola, non sarei mai riuscita a realizzare un'iniziativa del genere. Lui ha superato ogni genere di ostacolo. La selezione di autori è stata fatta a poco a poco: solo leggendo i loro nomi uno di seguito all'altro mi sono resa conto che abbiamo messo su un parterre di importanza imbarazzante. Credo che anche lo sforzo profuso in queste iniziative rientri nel desiderio di far conoscere i libri che abbiamo amato e gli scrittori in cui crediamo.
 
Raccontaci un episodio bizzarro, divertente, imbarazzante che ti è successo o a cui hai assistito durante la presentazione di uno scrittore. Se vuoi puoi anche non fare nomi.
No, no, farò tranquillamente il nome: è il mio. Durante il primo ciclo di incontri romani, alla presentazione di Pozzoromolo di Luigi Carrino, sono scoppiata a piangere. Enzo aveva letto un brano tremendamente triste ed emozionante nel quale, tra l'altro, in quel periodo mi riconoscevo in pieno. Non sono riuscita a trattenermi. Il libro, per inciso, è meraviglioso. Non mi risultano agli atti altre presentazioni con il presentatore che si scioglie in lacrime e il pubblico e l'autore che passano i kleenex.
 
Cosa ne pensi della critica letteraria in Italia. Pensi sia sufficientemente autonoma e indipendente?
Assolutamente no, tant'è che io ormai mi fido più del parere degli amici che di quello dei critici (anche se in qualche caso le due figure coincidono). In generale diffido dei capolavori annunciati: salvo rarissime eccezioni, sono tutt'altro che capolavori.
 
Progetti per il futuro?
No: tutte le volte che provo a fare progetti, puntualmente accade qualcosa che smonta tutto. In questo momento preferisco lasciare che le cose accadano. Cerco come sempre di dare il massimo, ma non ho idea di cosa succederà domani. E confesso che non mi dispiace affatto.
 
Grazie ancora dell'ospitalità e a presto.
 
Grazie a te Alessandra

:: Recensione di Happy – L'incredibile avventura di Keith Richards di Massimo Del Papa

24 settembre 2010

prova2Narra la leggenda che Keith Richards sia immortale e infatti leggendo Happy – L’incredibile avventura di Keith Richards, omaggio decisamente sopra le righe scritto da un tipo tosto come Massimo Del Papa, qualche legittimo dubbio viene davvero. Sembra che con la morte, Keith il bandito, il dannato, l’icona più trasgressiva del rock, una partita in corso ce l’abbia davvero. Keith la morte la corteggia, la sfida, la rincorre per poi sbeffeggiarla dicendo: “La vita è splendida, non ho mai voluto ammazzarmi, non sono così scemo”.  E intanto a sessant’anni suonati mentre è in vacanza in Nuova Zelanda pensa bene di arrampicarsi su una  palma per raccogliere una noce di cocco, procurandosi una commozione celebrale con tanto di operazione al cervello.
 
Pensate che questo basti a fermarlo? Ma certo che no, come si vede che non conoscete bene “il pirata” altro nomignolo che sembra piacergli tanto da spingerlo a interpretare il ruolo di Teague Sparrow, sì avete capito bene il padre di Jack Sparrow nella saga Disneyana più famosa di tutti i tempi. E le bizzarrie di questa vita dedicata alla musica non sono finite qui. Di aneddoti curiosi ce ne sono molti altri e di frasi fulminanti prese di sana pianta dal singolare repertorio del chitarrista più eccentrico e incorreggibile del circo Barnum che infondo è il rock. Come quando cita proprio all’inizio del libro appena dopo l’indice: Ho avuto almeno tre medici che mi dicevano:”Se vai avanti così, sei morto entro tre mesi”. Sono andato a tutti i loro funerali. O quando dice: “Devi conoscere i tuoi limiti, che non sono quelli di nessun altro. Un sacco di gente è morta perché pensava di essere me.”
 
Massimo Del Papa non trascura niente neanche dettagli un po’ macabri come quando riporta le ammissioni di Richards di avere sniffato le ceneri del padre insieme ad un pizzico di coca. E poi denunce, droga, arresti, stravizi, violenze, risse, autodistruzioni. “ Se Wood si addormenta in scena, completamente sbronzo, lui lo sveglia a suon di pugni davanti a centoventimila persone.” Forse ad un altro cose del genere non gliele si perdonerebbe, ma Richards è Richards! Ci si aspetta da lui che viaggi ad un'altra velocità, che rasenti la normalità di noi comuni mortali per raggiungere luoghi inesplorati di un altrove irraggiungibile.
 
Se credevate che le leggende del rock fossero storie per ragazzi troppo cresciuti, un po’ sentimentali e un po’ ingenui, bhe niente di tutto ciò. E’ tutto vero. Richards fu davvero capace di comporre Satisfiction in sogno, svegliandosi giusto il tempo per registrare il motivo prima di tornare a russare. E pensate che Richards ne fosse soddisfatto bhe sentitelo cosa dice ancora nel 2000: “ Sto appena cominciando ad imparare a suonarla come Dio comanda”.E poi le origini, gli incontri fortuiti con gli altri membri della band, le ore passate a suonare i classici del blues, del rhythm and blues, del primo rock and roll, del soul, tutto è riportato fedelmente, con precisione, determinazione. Se pensavate poi che gli inizi fossero facili basta sentire Richards parlarne per convincervi del contrario: “Ho visto sangue sul palco, ho visto salirci pazzi armati e cani arrabbiati, ma era niente rispetto a quei primi concerti dove era tanto se portavi a casa la pelle”. 
 
Di miti brutti, sporchi e  cattivi il rock ne ha sfornati tanti ma sfido chiunque a trovarne un altro altrettanto autentico, non costruito a tavolino, irriverente, eccessivo, seducente, magnetico. Massimo del Papa parla di ingenua integrità, penso che abbia colpito nel segno. Keith Richards è come lo vedi, prendere o lasciare, non fa sconti per nessuno, non si ostina a piacere a tutti. Per gli amanti dei Rolling Stones o più estesamente del rock, è un libro che non potrà mancare nelle loro librerie, unico rimpianto è che è troppo breve ed finisce  troppo presto, unica certezza è che spero ci sia una traduzione in inglese che renda lo stile di Del Papa e che Keith la legga. Ci scommetto cosa volete che gli piacerà. Non so che altro dire ragazzi oltre al fatto che ho passato leggendo Happy le ore più divertenti da non ricordo più quanto tempo. Anzi forse una cosa me la si permetta ancora di aggiungere. Lunga vita a Keith Richards che tu non debba davvero morire mai!
 
Massimo Del Papa (Milano, 1964), giornalista e scrittore italiano. Ha pubblicato narrativa, saggi , inchieste  e poesia; è editorialista della rivista “ Il Mucchio Selvaggio”.
Il suo blog: http://babysnakes.splinder.com/
 
Happy. L’incredibile avventura di Keith Richards, Massimo Del Papa, Meridiano Zero, collana Mappe musicali, 2010, 159 pagine, prezzo di copertina 10,00 Euro.

:: NovitĆ  da Edizioni XII La clessidra d'avorio di Davide Cassia e Stefano Sampietro

23 settembre 2010

clessidra-avorio-cover-230x328Un raffinato nobiluomo, un affascinante dongiovanni, un giovane soldato imperiale.
E un alchimista.
Un antico diario, un arcano sepolto nei secoli, un oggetto bramato da tutti.
E una partita a scacchi.
Da una Parigi reduce dal Terrore alla Venezia e fino all’Egitto d’epoca barocca, tra una Bologna odierna e la Roma contesa tra Vaticano e Napoleone, lungo quattro secoli per una sola ricerca: quella della clessidra d’avorio.

Il libro Salisburgo, 1592. Nella penombra del laboratorio di un alchimista, si svolge una partita a scacchi tra il padrone di casa e un giovane italiano. Molte sono le domande che il ragazzo vuole porre al maestro, ma ancora non immagina il segreto che il vecchio, al termine dell’incontro, gli vorrà svelare.
Bologna, 1604. Un coraggioso alchimista salpa alla volta dell’Africa, seguendo le indicazioni di un antico manoscritto. Ma l’Inquisizione gli dà la caccia, e lui deve nascondersi, fuggire, dimenticare, forse addirittura rinnegare i principi in cui ha sempre creduto.
Francia, 1808. Darius Berthier de Lasalle, un nobile sopravvissuto al periodo del Terrore, suo figlio Sebastien, soldato imperiale ferito, e l’amico di infanzia Moran de la Fuente, avventuriero di origini spagnole e amante della bella vita, partono per l’Italia, con l’intento di recuperare un diario scritto da un alchimista nel 1600 e un fantomatico oggetto prezioso a esso legato.
Bologna, giorni nostri. Giacomo Bandini scova un diario risalente al diciassettesimo secolo e scritto da un suo omonimo. Leggendolo, comprende che il suo antenato era un alchimista alla ricerca di una misteriosa clessidra, unico oggetto in grado di misurare i tempi di lavoro per il compimento della Grande Opera alchemica.

Gli autori Davide Cassia: nasce a Varese nel 1970; il suo esordio nel 2001 con il romanzo noir Morte di un perdente, è autore di romanzi e racconti che spaziano dall’avventura all’umoristico, passando per l’horror e il fantasy. Esperto di videogiochi, tra il 1999 e il 2004 ha collaborato con NGI Magazine, di cui è stato caporedattore. Con Edizioni XII ha pubblicato nel 2007 il thriller Inferno 17, e ha partecipato alle antologie TaroT – Ludus Hermeticus e Corti.
Stefano Sampietro: nasce a Como il 20 febbraio 1973. Dopo la Laurea in Economia, consegue il Dottorato di Ricerca in Finanza Matematica e diviene docente a contratto presso l’Università Bocconi, prima, e presso l’Università LIUC Carlo Cattaneo, poi. A fianco dell'attività accademica, svolge il ruolo di analista in una società di ingegneria finanziaria. Suoi racconti sono stati pubblicati sulla rivista di fantascienza Futuro Europa (Perseo Libri), e nell’antologia Corti di Edizioni XII. La clessidra d’avorio è il suo primo romanzo.

:: Intervista a Giuseppe Pastore

23 settembre 2010

induesiuccidemeglioBenvenuto Giuseppe su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Allora sei nato ad Avellino nel 1979, ami l’horror e la fantascienza, sei uno scrittore, sei laureato, curi il sito Thriller Café. Vuoi aggiungere qualcos’altro?
 
Grazie innanzitutto per avermi invitato da questa parti, è un piacere e un onore per me. Che altro vorrei aggiungere? Mah, non è che ami molto parlare di me. Direi solo che più che di horror e sf, sono un forte lettore di thriller, anche se effettivamente come scribacchino mi sono cimentato diverse volte col fantastico.
 
Quando hai capito per la prima volta che avresti voluto diventare uno scrittore?
 
Questa è una domanda difficile, perché non c’è un momento preciso. Sono sempre stato uno che legge parecchio e a un certo punto, verso il 2003, ho cominciato a provare a scrivere, più che altro per vedere dove potevo arrivare. Ho prodotto delle cose veramente imbarazzanti allora, poi sono migliorato un po’ e ho portato a casa qualche targhetta. Ma ancora oggi sono lontano dall’essere uno “scrittore”. Facciamo uno scribacchino, va’!
 
C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?
 
Alessio Valsecchi, il webmaster de Latelanera.com. Non fosse stato per lui e il suo sito, probabilmente non avrei concluso granché e avrei lasciato perdere in breve tempo. Gran parte di quello che ho combinato dal punto di vista letterario in qualche modo è da ricondurre a lui.
Dopo di lui, tanti amici del forum de La Tela Nera, nonostante le nostre strade si siano col tempo separate.
 
Quali sono gli autori che ti piacciono di più?
 
Dovrei fare un elenco interminabile. Dico Vachss
 
Sei il webmaster di Thriller Café. Collabori anche ad altri siti web che si occupano di letteratura?
 
Su Latelanera.com sono il responsabile della sezione dedicata ai Serial Killer, anche se negli ultimi anni il mio contributo al sito è stato molto sporadico, preso come sono da una miriade di cose tra cui dividere il poco tempo libero che ho. Sto cercando di capire come trovarmi un pugno di cloni per tenere dietro a tutte le attività a cui vorrei dedicarmi ma per ora non sono venuto a capo del problema, purtroppo (chiunque abbia suggerimenti sul tema, mi contatti!) (Sorride).
 
Quale scrittore sogni da sempre di intervistare?
 
Mi sarebbe piaciuto intervistare Edward Bunker, ma non c’è più, come pure Westlake. Uno che mi sta simpatico è Robert Crais: vedremo se prima o poi riuscirò a fargli qualche domanda…
 
Tra i tuoi molti racconti che hai scritto quale preferisci?
 
Molti sono stati una tappa importante per me. Forse quello che mi piace di più è “Vendetta Indù”, che arrivò 3° a un Premio Lovecraft. Lo trovo abbastanza riuscito, per quanto a distanza di tempo si possano sempre vedere dei punti migliorabili.
 
Raccontaci la genesi di In due si uccide meglio. Quanto tempo ci hai messo a scriverlo? Dove hai trovato ispirazione? Come ti sei documentato?
 
Io e Stefano, l’altro autore del saggio, abbiamo impiegato diversi mesi per completare la prima stesura. È stato un lavoro complicato trovare soprattutto il materiale necessario per le parti di approfondimento. Qualcosa è disponibile in rete, ma il grosso è venuto da testi specialistici, diversi dei quali non tradotti in italiano (fondamentale, per esempio il testo di Jennifer Furio, "Team killers").
 
Perché scegliere la formula del saggio e non che so io del romanzo tout court, o del reportage giornalistico?
 
Perché accanto alla cronaca ci sono fondamentali passaggi di criminologia, psicologia, sociologia. Sarebbe stato impossibile farle entrare in un romanzo o in un reportage. Credo che il saggio fosse l’unica formula possibile per quanto ci prefiggevamo di esporre, anche se nelle parti di narrazione dei fatti il testo si può leggere quasi come un romanzo, almeno a quanto hanno rilevato diversi lettori.
  
In In due si uccide meglio tu e Stefano Valbonesi analizzate le storie di persone che uccidono in modo seriale e per farlo decidono di farlo in coppia. In cosa consiste l’eccezionalità di questo fatto? Il fenomeno dei serial killer è prettamente americano o anche in Europa si sta diffondendo?
 
L’omicidio, soprattutto quello seriale, è l’esito estremo a cui certe persone giungono per realizzare le proprie fantasie. Si tratta di qualcosa di fortemente personale nella maggior parte dei casi, quindi è difficile che si riesca a trovare una persona “adatta” con cui condividere l’esperienza. Quando però la s’incontra, le fantasie dei partner si amplificano e si alimentano a vicenda, e conducono ad atti che in singolo non sarebbero stati neanche pensati.
Per quanto riguarda la collocazione geografica del fenomeno, c’è da considerare che, come spiega Maslow nella sua teoria dei bisogni, l'uomo cerca di soddisfare le proprie necessità a partire da quelle più elementari (cibo, tetto), fino ad arrivare a quelle di livello più elevato, scalando una vera e propria piramide, sulla cui cima è presente il bisogno di autorealizzazione. Nelle società più avanzate, e in particolare negli Stati Uniti, laddove la maggior parte dei bisogni primari è soddisfatto, è più forte la spinta a fare ciò che si vuole, e che in moltissimi casi è affermare il proprio Io con l’omicidio. Ma pur restando gli USA “la fabbrica mondiale dei serial killer”, anche in Europa (e in Italia) ci sono molti assassini seriali.
 
Come nelle dinamiche relazionali tra gemelli anche nelle coppie di serial killer c’è un carattere dominante?
 
Quasi sempre. Si parla di incube e succube, nella maggior parte dei casi, anche se ci sono coppie in cui è riscontrabile una “mutua concordanza”, come diceva Sighele. In generale, comunque, c’è un elemento dominante, soprattutto nelle coppie uomo/donna. Qui spesso abbiamo un sadico sessuale che ha plagiato la compagna al punto da trasformarla da persona normale in un’assassina seriale.
 
Tra le coppie che tu e Stefano avete esaminato quale per efferatezza, violenza, ti ha turbato di più?
 
Henry Lee Lucas e Ottis Toole. Uno psicopatico necrofilo abbinato a uno schizofrenico cannibale e ritardato. Lucas era fissato per lo stupro post-mortem, Toole mangiava parti di cadaveri. Dire chi davvero fosse il più perverso tra loro due a mio parere è proprio impossibile. E assieme hanno seminato paura e morte come forse nessun’altra coppia.
 
La prefazione di In due si uccide meglio è stata scritta da Ruben De Luca psicologo e criminologo, un luminare sul fenomeno dei serial killer che fa un resoconto oltremodo lusinghiero. Cosa hai apprezzato di più della sua prefazione? Cosa ti trova totalmente d’accordo e cosa meno?
 
Avere una prefazione dal professor De
Luca è stato per noi un onore, e quanto ha scritto ancora di più, considerando che è uno dei massimi esperti del fenomeno in Europa e che è uno che dice esattamente quello che pensa. Ha definito il nostro libro “onesto”, ed è proprio quello che volevamo realizzare: un’opera senza pretese di abbracciare il complesso e troppo esteso universo degli assassini seriali, ma focalizzata su un solo argomento, da trattare con profondità e sottolineando comunque di non volere dare risposte, ma semmai di far sorgere domande.
 
Che esperienza è stata scrivere un libro a quattro mani? Lo rifaresti?
 
Scrivere in coppia è un'esperienza che arricchisce, anche se è chiaro che ciascuno dei due autori debba confrontarsi con le esigenze dell'altro, i suoi tempi, i suoi ritmi. Non è facile, questo è certo. Ma è molto stimolante e poi quattro occhi sono meglio di due quando si tratta di trovare quello che non funziona e bisogna assolutamente correggere. Lo rifarei? Per un progetto interessante, sicuramente.
 
Che libro stai leggendo attualmente?
 
Solo Fango, di Giancarlo Narciso. Mi sta piacendo molto (come tutti i suoi, devo dire), e sicuramente lo consiglio, anche perché è un noir ambientalista e aiuta ad aprire gli occhi su ecomafie e abusivismi in genere.
 
Se dovessi scappare da una biblioteca in fiamme quale è l’unico libro che salveresti?
 
Il Corsaro Nero, per una questione affettiva. È il primo libro romanzo che abbia letto: avevo otto anni, se non sbaglio, e se oggi mi piace leggere forse è anche perché l’impatto con la lettura è stato “esaltante”.
 
Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Si può vivere al giorno d’oggi solo di letteratura?
 
Non pagate, prima di tutto. Se non trovate un editore che non vi pubblica investendo, è perché la vostra opera non è valida. Leggete di più, continuate a scrivere, frequentate forum, altri scrittori. Cercate di migliorarvi. Al romanzo successivo probabilmente raggiungerete l’obiettivo.
Alla seconda domanda, di certo non posso  rispondere io. Ma il fatto che non possano farlo neanche tanti scrittori con diversi libri nel curriculum dovrebbe bastare…
 
Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito anche italiani?
 
Il libro di esordio di Marilù Oliva, Repetita, è stato una vera sorpresa (e il secondo posto al premio Camaiore non è un caso): appena finisco il romanzo di Narciso di cui parlavo prima, sicuramente leggerò la sua seconda opera, “Tu la pagarás!”.
 
C’è una recensione che ti ha particolarmente fatto piacere leggere?
 
Fortunatamente tutte le recensioni finora ricevute a “In due si uccide meglio” sono state positive, ma ogni parere per me è importante: da quello dei lettori che mi scrivono via email o su facebook per farmi i complimenti, alle parole di apprezzamento di scrittori come Stefano Di Marino, Donato Carrisi, Barbara Baraldi, o Andrea G. Pinketts, che addirittura mi ha telefonato per dirmi che il libro gli era piaciuto.
 
A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?
 
C'è un romanzo che attende da tanto tempo, ma non sono soddisfatto al 100% dell'intreccio e il tempo da dedicargli pare sempre pochissimo. L'obiettivo è riprenderlo al più presto e portarlo a termine. Vedremo se il 2011 sarà l'anno buono oppure ancora no…
Intanto, grazie per avermi ospitato su Liberidiscrivere!

Grazie a te Giuseppe e sicuramente mi troverai spesso dietro il bancone di Thriller Cafè.

I primi due capitoli di Devil Red di Joe R. Lansdale

22 settembre 2010

Devil_RedDevil Red di Joe R. Lansdale

 
Traduzione dall’inglese di Luca Conti
Per gentile concessione della Fanucci Editore
 
1
A bordo della macchina di Leonard, lungo il marciapiede e sotto un lampione fracassato, stavamo guardando una casa a circa un isolato di distanza. La strada era buia, la casa era buia e la casa vicina era altrettanto buia, mentre alle spalle di tutta quella roba c’era un campo da baseball abbandonato, con l’erba alta e bruciata dal sole estivo, ormai secca da un paio di mesi ma ancora intatta, i festoni ricurvi come lame di spada piegate all’estremità. Un vento autunnale e pungente spingeva tutt’attorno le foglie secche, e l’aria fresca entrava con effetto piacevole dai finestrini abbassati. Anche dietro il campo da baseball c’era un gran buio.
Tutta quella zona non era certo il luogo più indicato per il cazzeggio. Si rischiava di farsi ritrovare al mattino dentro un fosso con la gola tagliata, le tasche vuote e tracce di sperma – o, al limite, qualcosa di appuntito – dritte su per il culo. Il tipico posto in cui anche i topi sono di proprietà delle gang.
Fatto sta che eravamo lì. Vittime sacrificali del destino.
«Mi sembra d’essere uno spaccagambe a noleggio» dissi.
«Perché, cos’altro sei?» rispose Leonard.
«Che situazione del cazzo.»
«Ha menato una vecchia, Hap. L’ha ripulita ben bene. Sarà anche una situazione del cazzo, ma di quelle con tanto di cappello e cravatta.»
«Cappello e cravatta?»
«È un modo di dire.»
«Ma dai.»
«Va bene, me lo sono inventato io.»
«Ecco, bravo.»
«Il fatto è che gli sbirri non hanno mosso un dito.»
«Ma se l’hanno fermato per interrogarlo.»
«Mica cazzi» disse Leonard. «Solo che era la parola della signora Johnson contro la sua, e difatti adesso è libero come un fringuello e se la dorme della grossa in quella casa assieme al suo amichetto, con tutti i soldi della vecchia.»
«Però l’amichetto non l’ha menata» dissi.
«Sì, va be’, ma almeno impara a non frequentare la gente sbagliata.»
«Perché, io con te cosa faccio?»
«Ma io sono pieno di fascino» disse Leonard, scrocchiandosi le nocche. «Pronto?»
«Non sono mica sicuro» risposi.
«E che c’è da pensare? Ormai ’sto lavoro l’abbiamo preso.»
«Ai soldi, intanto. Venticinque dollari, da dividere in due. Tutto qui? Sul serio?»
«Da quand’è che stai dietro ai soldi?»
«Da quando la mia parte è dodici e cinquanta.»
«Ci ripaghiamo quelle mazze da baseball del cazzo» disse lui.
«Ah, poco ma sicuro. E magari, a festa finita, ci avanza anche mezzo dollaro.»
«Di che ti lamenti, allora? Tanto di guadagnato.»
«Rischiamo di ritrovarci in galera, tanto per dire. Io, te, Marvin e la signora Johnson, tutti e quattro seduti su una branda a sferruzzare maglioni con la scritta FESSO sul davanti
Leonard sospirò, lasciandosi andare contro il sedile col tipico tono del padre che intende spiegare al figlio perché i brutti voti a scuola ti fanno andare poco lontano nella vita. «’Sto coglione non aprirà bocca. Deve mantenere una reputazione da duro, lui. Secondo te vuole far sapere in giro che è stato colto di sorpresa e preso a botte da un biancuzzo spompato e da un bellissimo megafrocio armati di mazze da baseball?»
«Reputazione? Ha menato una vecchia, che razza di reputazione è?»
«Magari ’sta parte non la fa sapere. Dice soltanto che è un pezzo grosso di qualche gang eccetera. Magari si crede una leggenda. E noi siamo qui solo per recuperare i quattrini della signora Johnson.»
«Cioè dovremmo conciare per le feste qualcuno per la modica somma di ottantotto dollari?»
«E spiccioli.»
«Già, Leonard, vediamo di non scordarcelo. Più quarantacinque cent.»
«Quarantasei. ’Ste cose contano, se devi sfangartela solo con la pensione. E poi guarda che a noi ce ne vengono in tasca venticinque, più la parte che va a Marvin.»
«Lo sai anche tu che lui non vuole un centesimo, e noi pure, e che questo mica è un lavoro vero e proprio. Stiamo solo facendo un piacere a qualcuno, tutti quanti. Marvin alla vecchia, e noi a lui.»
«Sì, va be’, comunque possiamo sempre far finta» disse Leonard. «Almeno ci si diverte. Non ti è mai capitato?»
Gli rifilai un’occhiataccia. «E mentre noi giochiamo a far finta, in quella casa magari c’è gente che fa sul serio. E io sono stufo di menare le mani e di buscarne a mia volta.»
«D’accordo, allora. Le meno io. Tu non spacchi nulla, né i mobili né le ossa di quel tipo. Ci limitiamo a fargli sapere che non ci piace come s’è comportato, e io lo randello sulle parti molli.»
«Fai tanto per dire, eh? Tu sì che hai intenzione di spaccare qualcosa.»
Leonard non rispose subito. «Le ha rotto una mano, quindi mi sembra giusto romperla pure a lui. Ma tu puoi anche tenerti lontano da questa faccenda, fratello. Basta che te ne stai lì e tieni d’occhio il suo amico. Quello grosso, Chunk. Mi seccherebbe sentirmelo ficcare su per il culo.»
«Sbaglio, o gira voce che questo amico è un vero armadio? » dissi.
«Sei più contento se lo tengo d’occhio io, quel tale, e tu gli spacchi la mano?»
«No.»
«Ma che cazzo, fratello. Ti vuoi decidere? Eh?»
Tirai un sospiro. «Spaccagliela tu.»
«Possiamo andare, allora?»
«Va bene. Però, quando saremo dietro le sbarre a Huntsville, ricordati che quest’idea non mi piaceva.»
«Adesso me lo segno» disse Leonard. «Ti darò anche la mia razione di pane, in galera.»
«Ripeti un po’ il nome di questo tipo.»
«E che differenza fa?»
«Se devo menare qualcuno, preferisco sapere come si chiama.»
«Quello che ha preso i soldi è Thomas Traney. Il suo amico, quello grande e grosso, gira sotto il nome di Chunk. Non so altro. E già lo sapevi anche tu.»
«Sì, ma non ci stavo poi così attento. Mica credevo che lo facevamo davvero. Tra un po’ci toccherà torcere il polso a qualche bambinetto delle elementari per sapere chi ha fregato i soldi della merenda. O magari possiamo fregarglieli direttamente noi, duri come siamo.»
«Hai finito di rompere i coglioni?» disse Leonard, infilandosi un paio di guanti e porgendone un paio anche a me.
Feci di sì con la testa, li infilai a mia volta, mi sporsi dietro il sedile, presi le mazze da baseball e ne allungai una a Leonard.
 
2
Scendemmo dalla macchina, attraversando l’erba secca del prato buio per poi salire sulla veranda posteriore. Mi voltai a guardare il campo da baseball e l’oscurità che lo circondava, casomai qualcuno ci stesse tenendo d’occhio.
Niente.
Leonard appoggiò un orecchio sulla porta.
«Più silenzio che nel cervello di un politicante» disse.
«E faremmo meglio a lasciarlo così.» Leonard toccò la porta e la spinse appena. «Non regge un cazzo.»
Questa volta non commentai. Troppo tardi. Eravamo in ballo.
Lui fece un passo indietro e le affibbiò una robusta pedata. La serratura cedette, così come il legno, e la porta si aprì andando a sbattere contro il muro. Eccoci dentro.
C’era un corridoio, che imboccammo subito. Asinistra, una stanza con la porta aperta. Vi guardai dentro. Solo cumul
i di paccottiglia. Guardai Leonard e scossi il capo. Tutta la casa puzzava di sigaretta.

Leonard proseguì lungo il corridoio, determinato come chi deve aprire la strada. Feci fatica a stargli dietro. Aprì di colpo una porta sulla destra ed entrò. Detti un’occhiata. Un materasso sul pavimento, con sopra una donna, più una finestra che lasciava trapelare un raggio di luna. Per quel che riuscivo a capire, la tipa era scura di pelle, con gli occhi sbarrati e nuda dalla cintola in su. Quel che non si vedeva di lei era avvolto in un copriletto. Da come piegò appena la testa alla mia sinistra mi resi conto che stava guardando qualcuno nell’angolo. «Attento!» dissi.
Leonard ruotò su sé stesso e si udì uno sparo e tutto quanto si illuminò per un attimo e una pallottola sibilò in
aria e andò a conficcarsi nella parete. Lo vidi muoversi, Leonard, e attraversare la stanza con la rapidità di una freccia. Al suo mulinare la mazza, udii l’aria spaccarsi in due. Dall’ombra, l’arma esplose un secondo colpo. Feci un salto, precipitandomi all’interno della stanza, anche se era l’ultima cosa che avrei voluto.
Leonard aveva inchiodato qualcuno a terra, nell’angolo, e continuava a menare fendenti con la mazza. La sua
vittima attaccò a gridare, e io sentii un movimento alle mie spalle. Mi voltai appena in tempo per scorgere un gigantesco nero in mutande che riempiva l’intero vano della porta e che poi entrava brandendo un coltello per canne da zucchero, mentre la luna gli metteva in risalto un’espressione non certo di buonumore.
Il bestione alzò il coltello e stavolta fui io a mulinare la mazza, beccandolo allo stinco. Lui mollò un grido, barcollando. Lo colpii di nuovo, adesso su un fianco. Al suo grugnito seguì il rumore del coltello che cadeva ai miei piedi, e che allontanai subito con un calcio, spedendolo tra le ombre.
Udii Leonard calare la mazza con forza. «Che ne dici, eh?»
Ma avevo le mie faccende da sbrigare. Il gigante tentò di rialzarsi, e lo colpii su quell’enorme schiena. Lui tornò a grugnire e riuscì comunque a rimettersi in piedi. Allora mirai alla rotula. Andò giù con un urlo, rotolandosi sul pavimento col ginocchio tra le mani. E anche la sua ombra finì per rotolare lungo il muro assieme a lui.
«Soldi ne hai?» gli disse Leonard.
Il tizio sul pavimento, che doveva essere Thomas, indossava solo le mutande che – semplice annotazione
estetica, beninteso – non s’intonavano affatto a quelle di Chunk. «Cos’è, una rapina?» disse.
«Naaa» rispose Leonard. «Sto solo riprendendo quel che non ti appartiene. Dov’è il portafoglio? Spero che i soldi siano là dentro, per il tuo bene.»
Thomas aveva alzato una mano, nel tentativo di ripararsi dalla mazza. Per il resto, era allungato sul pavimento, la testa appena sollevata.
«Ho i calzoni per terra, accanto al letto. Nella tasca posteriore c’è il portafoglio.»
«Ci penso io» dissi. Mi avviai a recuperare i pantaloni, tirai fuori il portafoglio e mi accostai alla finestra da cui entrava la luna tenendomi su un lato, così da non perdere d’occhio il tizio sul pavimento, ancora impegnato a gemere e stringersi il ginocchio. Chissà, magari gliel’avevo fracassato sul serio. Era stata una randellata coi cazzi.
«Saranno un trecento dollari» dissi.
«Prendine cento» rispose Leonard, torreggiante sulla sua vittima e con la mazza ancora sollevata. «Bastano a
coprire il debito e avanza anche qualcosa per noi, oltre al fatto che ha cercato di spararci, più le mazze eccetera.»
Tirai fuori i cento e lasciai cadere il portafoglio sul pavimento. Poi guardai la ragazza. Carina, più o meno, o forse lo sarebbe stata con un’altra decina di chili addosso. Ci stava che il suo ultimo pasto fosse uscito dritto da un ago e che sapesse davvero di poco. Certo, volevo salvarla. D’altra parte volevo salvare tutti, io. Così come avrei voluto trovarmi altrove, essere tutt’altra persona, non aver fatto schifo ad algebra ai tempi del liceo.
Sventolai i cento dollari. «Presi» dissi.
«Bene» rispose Leonard.
«Tu sei pazzo, amico» disse Thomas. «Poi ti vengo a cercare.»
«Non credo proprio» rispose Leonard. «Sei un vigliacco di merda.»
Vidi il tizio girare la testa e fissare la pistola che aveva usato poco prima. Era anch’essa sul pavimento, dove
Leonard l’aveva gettata. Aneanche un paio di metri di distanza.
«Forza, provaci» disse Leonard. «Non vedo l’ora di battere un fuoricampo con la tua zucca.» E lo colpì leggermente sulla spalla con la mazza da baseball.
Da come le spalle di Thomas si piegarono verso il basso capii che anche la pistola aveva fatto la fine dei suoi sogni giovanili. L’aveva presa nel culo, e lo sapeva benissimo.
«Lasciati dare un paio di consigli» disse Leonard. «Uno teorico, e l’altro pratico. In primo luogo, evita di rapinare le vecchie signore, perché finisci per far loro del male. E questo è il secondo» e qui Leonard calò con forza la mazza sulla mano di Thomas, posata sul pavimento. L’urlo che uscì dalla bocca dell’uomo mi strisciò su per la schiena, andandosi a fermare proprio in cima alla capoccia per poi farsi una bella cacata.
«Questo era il consiglio pratico» disse Leonard. «Per farti capire che se rompi i coglioni alle vecchiette finisci per lasciarci le penne tu. La prossima volta che le torci solo un capello ti ritrovano con questa mazza ficcata su per il culo e la bocca attorno all’uccello di Chunk. Prima, però, vi ammazzo tutti e due.»
Ansimante e lungo disteso sul pavimento, Thomas si teneva ancora la mano, che alla luce della luna mi sembrava bella spiaccicata. Dalla bocca gli uscì un verso simile a quello di un topo che sta tirando le cuoia.
Leonard si sporse verso di lui. «Per scendere un po’più nei dettagli, se solo ti azzardi a darmi fastidio, a me e al mio qui presente brother, o se mandi qualcuno a farlo – ammesso che tu sappia ch  siamo – sta’ sicuro che vi ammazzo tutti quanti, anche se non so per certo che è opera tua. E poi, quando sei morto, ti ammazzo un’altra volta. Questo per dirti com’è che ti ammazzo. Intesi, rottinculo?»
Abocca aperta, Thomas continuava a reggersi la mano con l’aria di uno che vorrebbe dire qualcosa ma non riesce a emettere uno straccio di suono.
«Intesi?» disse Leonard.
«Intesi» disse Thomas.
«Bene» disse Leonard andando a raccogliere la pistola che s’infilò poi alla cintola. «Guarda che non sto scoreggiando a vuoto» riprese, girandosi verso Thomas. «Faccio sul serio.»
«Ho capito» disse Thomas.
«E mi credi?»
«Sì.»
«Fammi sentire un bell’amen.»
Thomas guardò Leonard come si guarda un matto. Leonard continuò a fissare Thomas, in attesa.
«Amen» disse infine Thomas.
«Bene così, testa di cazzo» disse Leonard girandosi verso la porta. Poi si fermò per abbassare gli occhi sul gigante. «Puoi diventare grosso quanto vuoi, Chunk, ma occhi e palle e rotule, quelli restano, com’è che si dice, vulnerabili. Diglielo un po’, Hap.»
«Vulnerabili» feci io.
«E anche tu cerca di starmi alla larga, Chunk» disse Leonard. «Potresti prendere in considerazione, che so, di trasferirti altrove. Non so se mi spiego.»
L’uomo non rispose. Per come se ne stavano zitti, lui e il suo compare, sembrava quasi di sentire il crollo del loro quoziente d’intelligenza. Non che il dislivello fosse così alto, beninteso.
Leonard gli mollò una pedata sulla rotula che Chunk ancora si stringeva. Seguì un urlo.
«Allora?» disse.
«Capito» rispose il gigante.
Abbassai anch’io gli occhi su Chunk, e anche nell’oscurità vidi che stava guardando Leonard come certe volte capita di fare a me, tipo dentro una fossa buia e senza fondo.
«Bene» disse Leonard. «Qui abbiamo finito.»
Guardai la donna sul letto. «Magari è un commento superfluo, ma anche tu faresti meglio a non dire o fare un bel niente. E vedi di mangiare qualcosa di sostanzioso, che se perdi un altro chilo rischi di farti venire un colpo.»
Lei annuì.
«Ottimo» dissi io. «Grazie.»

:: Recensione di Il rumore della terra che gira di Roberto Saporito

21 settembre 2010

Copertina-Il-rumore-della-terra-che-gira-2010Esce domani 22 settembre per Perdisa Editore l’ultimo romanzo di Roberto Saporito, Il rumore della terra che gira, già noto ai lettori di Liberidiscrivere per la sua ottima prova Carenze di futuro qui recensito. Se nell’opera precedente si era cimentato con il noir, con Il rumore della terra che gira imbastisce una storia di affetti o per lo meno di assenza di affetti all’interno della famiglia,  struttura sociale ormai in balia del caos in quest’epoca segnata da attentati terroristici e diffusione mediatica dell’insicurezza e della paura. La famiglia dovrebbe essere un baluardo, un rifugio in cui trovare certezze e stabilità ma così non è. Il sogno di un vecchio albese di vedere riunita almeno dopo la morte la sua famiglia si sgretola contro la realtà. Un realtà fatta di incomprensioni, risentimenti, egoismi. Le tre vite dei protagonisti, testimoniate in prima persona utilizzando la tecnica del monologo interiore, ormai corrono su binari paralleli e non sarà certo la cospicua eredità e la stabilità economica a interrompere questo flusso inarrestabile di cose. Venato di un sottile pessimismo e da un intimistico riflettere su se stessi Il rumore della terra che gira si potrebbe definire un romanzo minimalista sia per lo stile che per le tematiche. Caratterizzata infatti da uno flusso narrativo spoglio e diretto la narrazione evoca emozioni contraddittorie e stati esistenziali alterati, tematiche care all’autore. Per ottenere ciò Saporito utilizza una prosa essenziale, quasi frammentaria, cadenzata da continui flashback, scevra di artifizi e sofisticazioni e analizza il rumore di fondo di una società quella occidentale disancorata dai cardini rassicuranti del passato e proiettata in un futuro incerto e disgregante. I temi trattati dall’omosessualità, alla droga, alla solitudine dell’uomo moderno sempre in bilico su un estraniante nulla , inducono il lettore a far emergere attraverso i conflitti interiori dei protagonisti, sensazioni ed emozioni forse sopite ma presenti in tutte le coscienze. Saporito infatti da alle sue riflessioni, assolutamente originali e sottintese con pudore e quasi timidezza più che gridate, un respiro quasi universale che fa avvertire se si fa attenzione un brusio, il rumore proprio della terra che gira. Finale affatto scontato.  
Il rumore della terra che gira di Roberto Saporito – Alberto Perdisa Editore – I corsari – 2010 – pagine 112 – Prezzo di copertina  Euro 12,00.

:: Intervista a Graziano Versace a cura di Maurizio Landini

20 settembre 2010

raimGraziano, iniziamo con un aspetto delle tue ricerche che mi affascina in modo particolare: ho letto che hai approfondito gli studi di Carl Gustav Jung e dei neo-junghiani: quanto del grande psicoanalista svizzero -e della sua corrente-, è presente nella tua narrativa?
 
In Raimondo Mirabile, futurista lo trovi in certi passaggi che riecheggiano il concetto di sincronicità o, per dirla con Deepak Chopra, il sincrodestino. In parole povere, il ruolo che le coincidenze hanno nella nostra vita. E, proseguendo, in certi brani incentrati sul sogno, sui miti e gli archetipi in genere. Ma sto giusto scrivendo dei racconti che, in parte, si basano sugli spunti di questo geniale pensatore e psicanalista, e su quelli altrettanto originali di James Hillman. 
Raimondo Mirabile Futurista è stato apprezzato molto dagli appassionati di fantascienza. Tu stesso coltivi la passione per il genere da anni e sei stato finalista al Premio Urania per ben due volte. Quando hai scritto il romanzo, pensavi a questi lettori in particolare o avevi in programma una storia di genere fantastico nel senso più ampio del termine?
 
A essere sinceri, e senza grandi pretese, speravo un po’ di ampliare i temi della fantascienza. L’idea di un maggiordomo che fosse anche l’io narrante mi stuzzicava non poco. Per cui, sì, pensavo nello specifico ai lettori di fantascienza, per quanto il romanzo strizza l’occhio ad altri generi.
 
Raimondo Mirabile strizza l’occhio a Verne, Wells, Conan Doyle e, per certi versi, anche allo Steampunk. Quali sono le fonti d’ispirazione per questo romanzo?
 
Oltre ai grandi che tu citi, imprescindibili per la realizzazione del romanzo, direi James Blaylock, uno scrittore forse sottovalutato in Italia. Poi, i fumetti di Ruse di Mark Waid, il Docteur Mystere scritto da Castelli, i fumetti di Rex Mundi, certi echi orrorifici, scrittori come Machen, Hoffmann, Stoker e M.R. James. Ricordo che l’idea, comunque, partì dalla lettura de Il diario segreto di Phileas Fogg di P. J. Farmer, nel quale si scopriva che Phileas Fogg era in realtà un agente segreto in lotta contro nemici cosmici che ambivano a invadere la Terra. Inoltre, R. G. Assagioli e i suoi saggi sulla volontà, C. G. Jung, F. T. Marinetti, la mitologia indiana e l’occultismo in genere.
 
Nel tuo blog ci sono diversi post dedicati al cinema. Come è nato l’amore per la settima arte?
 
Quando vivevo in Australia, stavo alzato fino a tarda notte a vedere film con mia madre. Lei si teneva su grazie a un thermos pieno di caffè; io grazie alla sua vicinanza e alla meraviglia di quello che vedevo. E’ una magia che mi accompagnerà per sempre.
 
Tra la passione per il cinema del tuo libro Ladri di Locandine e l’alchimia paranormale di Raimondo Mirabile Futurista esiste una sorta di filo conduttore?
 
No, non credo. Si tratta solo dell’espressione di due mie grandi passioni. Però, a pensarci bene, Ladri di locandine è un romanzo di formazione sul valore dell’amicizia; Raimondo Mirabile, futurista è un romanzo di formazione truccato che mette in campo valori anche qui assimilabili all’amicizia. Raimondo e Gregorio sono di fatto indivisibili, anche se qui, rispetto a Ladri di locandine, entra in gioco l’amore filiale e quello paterno. Ad ogni modo, restano due libri diversi, e forse distanti, tra loro.
 
Passare da una storia per ragazzi a una destinata a un pubblico più maturo ha comportato per te delle difficoltà? Pensi che al giorno d’oggi esista ancora una separazione “di scaffale” tra letteratura per ragazzi e per adulti?
 
Nessuna difficoltà. Quando una storia mi piace, la sento, non esito a mettermi a scriverla. Non ho preferenze di genere. Passo dal giallo alla fantascienza, dal libro per ragazzi a quello per così dire mainstream, senza dubbi o esitazioni. Per quanto riguarda la separazione “di scaffale”, direi che oggi non esiste più di tanto. Anzi, è mia modestissima opinione che ci troviamo in un periodo che prelude a un nuovo Rinascimento letterario. Lo scrittore oggi è e deve sentirsi libero di muoversi a suo piacimento tra i generi letterari. Deve sentirsi libero di sperimentare, di giocare, di osare; in una sola parola, di inventare. L’invenzione di nuove storie è un modo per esperire meglio il reale, ma anche per avvicinarci (come insegna proprio la fantascienza) a ciò che sta in alto, a ciò che vediamo, all’assoluto tout court. Come diceva non ricordo quale autore di fantascienza, forse Arthur C. Clarke: “Se voglio parlare con Dio, posso farlo solo con una storia di fantascienza”. Ecco, la mia idea è che non debbano esistere separazioni o divisioni: la letteratura è una sola, ma per scriverla abbiamo bisogno di infiniti linguaggi.
 
Quanto, secondo te, c’è dello “spirito futurista” decantato da Marinetti & Company nella fantascienza contemporanea?
 
Beh, senza andare lontani, ed evitando scomodi paragoni con il Cyberpunk o il Transumanesimo, il Connettivismo italiano riflette a suo modo il Futurismo. O forse ne costituisce l’ideale prosecuzione. Per quanto, da quello che ho potuto capire, si riallaccia anche ai crepuscolari e ai surrealisti, forse anche all’Ermetismo come idea o concetto. A ogni modo, quella dei connettivisti mi sembra una delle realtà più sensate, più ardite e più agguerrite della fantascienza italiana. Prevedo un grande futuro per questi neo-futuristi che forse hanno avuto (e hanno tuttora) il merito di aver ampliato gli orizzonti della percezione e del sentire.
 
Come è nata la collaborazione con le Edizioni XII?
 
Ho letto il bando del concorso iNarratori su http://www.frantascienza.com, ho partecipato con Raimondo Mirabile, futurista, e da lì è nata la mia collaborazione con i terribili 12.
 
Segui la letteratura italiana del fantastico? Ci sono degli autori di genere le cui opere ti hanno colpito in modo particolare?
 
Se parliamo di fantascienza, sì. Negli anni, ho letto più che volentieri i lavori di Valerio Evangelisti, Luca Masali, Massimo Pietroselli, Francesco Grasso, Giovanni De Matteo, Francesco Verso, Donato Altomare, Clelia Farris, Giuseppe De Felice, Lanfranco Fabriani, Claudio Asciuti e, last but not least, Errico Passaro di cui ho molto apprezzato Zodiac.
 
Nella vita, Graziano Versace ha più la temerarietà di Raimondo Mirabile o più l’aplomb del suo maggiordomo Gregorio?
 
Né l’una, né l’altro. Sono solo un fabbricatore di storie che ama la pace e la tranquillità. Mi bastano una cucina, un computer e una pausa caffè ogni tanto. Non chiedo altro.

I primi due capitoli di Devil Red di Joe R. Lansdale

17 settembre 2010

Devil_RedIl 30 settembre uscirà per Fanucci editore Devil Red di Joe R. Lansdale, nuovo episodio della serie di Hap e Leonard, la coppia di investigatori più divertente e insolita del noir. Nell'attesa, prima di leggerlo e recensirlo, la prossima settimana, pensando di farvi cosa gradita, pubblicheremo integralmente su Liberidiscrivere i primi due capitoli del libro.

"Un realismo e un’intensità che solo la penna di questo scrittore sa regalare ai suoi lettori”
Horror mania
 

“Lansdale è un creatore di personaggi, i suoi romanzi e racconti – venduti a milioni in tutto il mondo – sono fatti per chi ama le tinte forti e surreali: incursioni dal fiabesco alla fantascienza all’horror, caratteri spesso sopra le righe, sgangherati e nevrotici, omicidi e spacconi, a modo loro innocenti, più spesso orribilmente furbi, oscillanti fra umorismo e violenza, edonismo e sopraffazione.”
La Stampa

Il libro: Non ancora paghi delle ultime avventure e dell’incontro con la leggendaria killer Vanilla Ride, Hap e Leonard decidono di continuare la loro attività di investigatori privati, anche se vorrebbero poterla svolgere nella legalità, una volta tanto. Il primo caso che affrontano, però, è uno dei più
incredibili che sia mai capitato loro, e tra una specie di setta vampirica, una strampalata organizzazione di killer mercenari, Hap è sull’orlo di una crisi di nervi. Ma non c’è tempo
per riposare: lui e Leonard sono troppo impegnati nel disperato tentativo di non farsi ammazzare da una serie di personaggi che li hanno presi di mira, tra cui il killer Devil Red, la Dixie mafia e una loro vecchia conoscenza, che potrebbe rivelarsi un prezioso alleato o il peggiore nemico mai affrontato.
 
L'autore: Joe R.Lansdale (1951) è autore di oltre venti romanzi e più di duecento racconti. Ha ricevuto moltissimi premi e riconoscimenti, tra cui l’Edgar Award per In fondo alla palude, e il Bram Stoker Horror Award (sei volte). Per Fanucci Editore, che oggi pubblica in esclusiva le sue opere, sono usciti anche i romanzi Atto d’amore, Freddo a luglio, L’anno dell’uragano, Il lato oscuro dell’anima, L’ultima caccia, Echi perduti, Freddo nell’anima, Il valzer dell’orrore, La ragazza dal cuore d’acciaio, Fuoco nella polvere, La morte ci sfida, Il carro magico, Sotto un cielo cremisi (quest’ultimo parte della fortunatissima serie di Hap e Leonard) e le antologie di racconti Maneggiare con cura e Altamente esplosivo.

:: Recensione di Siculospirina di Pippo Russo

16 settembre 2010

966952424La “sicilianitudine” come si sa è più di una filosofia di vita e il dialetto siciliano, una vera lingua a tutti gli effetti, assume un ruolo determinante nel caratterizzarla. Per chi volesse curiosare nei segreti del dialetto siciliano, conoscere parole quasi incomprensibili per noi continentali e fantasiosi modi di dire che non trovano riscontro in nessuna altra lingua propongo un divertente e originale volumetto uscito quest’estate per la Dario Flaccovio Editore, e scritto dall’arguta penna del giornalista, professore universitario e saggista agrigentino Pippo Russo che di “sicilianitudine” se ne intende. Russo ha curato per anni, per l’edizione siciliana del quotidiano La Repubblica, la rubrica “Sicilianismi” e da poco ha deciso di raccogliere gli articoli più divertenti e interessanti in Siculospirina45 compresse di purissimo siciliano. Già la copertina raffigurante la grafica di una confezione di aspirina ci trasporta nello spirito vagamente goliardico del libro che a tratti spassoso e a tratti riflessivo promette comunque di farci passare qualche ora in allegria. Curiosando tra le pagine scopriamo che se il pericolo incombe il siculo dice Accura!  o che quando c’è da chiudere il siciliano dice Accurzamu! Per non parlare poi del fatto che la cosa più degradante per il siculo è essere chiamato sceccù. Russo con esilarante simpatia ci descrive le vicissitudini di un siciliano che cerca di farsi dare da un barista continentale uno scioppetto e ci intrattiene con la dettagliata spiegazione di espressioni come comprare un figlio, buttarsi malati, buttare voci, far cadere la faccia a terra. Divertentissimo l’ episodio in cui ipotizza cosa sarebbe successo se Diana Ross fosse nata nissena.
Siculospirina. 45 compresse di purissimo siciliano. Pippo Russo. Dario Flaccovio Editore Anno: 2010. Pagine: 192. Prezzo: € 12,00.