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:: Intervista a Paolo Roversi a cura di Valentino G. Colapinto

14 ottobre 2010

90-anni-buon-compleanno-bukowski-L-1Benvenuto Paolo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la nostra intervista. Come da tradizione iniziamo con le presentazioni. Sei nato a Suzzara, sulla riva mantovana del Po, nel 1975, ti sei laureato in Storia contemporanea all'Università di Nizza e risiedi a Milano, dove lavori come scrittore, giornalista e promotore culturale. Hai fondato e dirigi il famoso sito dedicato alla letteratura gialla, noir e thriller “MilanoNera” – che è anche una free press, una web tv, una società per eventi e una libreria – il “NebbiaGialla Suzzara Noir Festival” e “Milano in Bionda”. Vuoi aggiungere altro?

Direi che c'è tutto. Posso solo aggiungere che da poco abbiamo lanciato un nuovo portale generalista che si chiama “Hotmag”, cui hanno già aderito una cinquantina di blogger. Se siete curiosi, dateci un'occhiata: www.hotmag.me  

Roversi e Bukowski, Bukowski e Roversi. Una passione, anzi quasi una felice ossessione, che ha prodotto finora ben tre libri tra biografie, raccolte di aforismi e “romanzi bukowskiani”. Apparentemente non sembri avere nulla in comune con Hank, il barbone sbronzo e misantropo: come nasce quest'affinità con il poeta maledetto losangelino?

Se scrivo romanzi, lo devo proprio a Bukowski. È infatti dopo aver letto il suo Post Office che ho desiderato diventare uno scrittore, anche se col mio autore non ho nulla in comune: non scrivo come lui, non tratto i suoi argomenti e la nostra narrativa è profondamente diversa. Il Vecchio, però, mi ha insegnato a non mollare, a tenere duro di fronte alle delusioni – inevitabili quando sei un esordiente – perché la scrittura è fatica e gli obiettivi si raggiungono solo coi sacrifici. Lui ha dovuto aspettare i cinquant'anni per essere considerato uno scrittore. Io ho ancora quindici anni di tempo per darci dentro… 

Ritieni che ci saranno altre opere ispirate a lui nel tuo futuro?

No, ormai ho dato. Magari parteciperò alla sceneggiatura, se trarranno un film da “Taccuino di una sbronza”, così come ne hanno tratto uno spettacolo teatrale… 

Questa biografia nasce anche grazie all'apporto della scomparsa Fernanda Pivano. Tu che hai avuto la fortuna di conoscerla da vicino vuoi raccontarci qualcosa di lei e del vostro rapporto?

Nanda amava gli scrittori ed era aperta e disponibile con tutti quelli che si interessavano a loro. Io quando l'ho contattata ero un emerito sconosciuto, un ventenne con una grande passione per Bukowski. A lei è bastato per aprirmi la sua casa e raccontarmi del nostro scrittore. 

Non hai mai potuto conoscere Charles Bukowski di persona, anche perché lo hai scoperto nel 1994, l'anno stesso della sua morte. Se potessi usare la macchina del tempo e incontrarlo in carne ossa, cosa gli chiederesti?

Niente di speciale. Come diceva lui stesso: gli scrittori è meglio conoscerli dai loro libri anziché di persona. Con Buk mi limiterei a fare una capatina al bar dove gli offrirei qualche drink… Magari gli farei provare il mio Mojito Radeschi. 

Quest'anno è uscito anche un tuo romanzo “Pescemangiacane” [VerdeNero, 2010], dove affronti con il meccanismo della crime fiction la tematica dello stupro ambientale subito dalla tua amata Bassa. Ritieni che un buon noir debba contenere sempre un pizzico d'impegno? E cosa rispondi a chi accusa i noir italiani di essere a volte troppo buonisti e politicamente corretti?

Il noir – ma anche il giallo – deve sempre prendere spunto da un fatto reale, da un problema della società. Almeno, i miei lo fanno. Altrimenti non ha senso scrivere se non per raccontare qualcosa che ti sta veramente a cuore. Non mi stancherò mai di ripetere che non scriviamo questo tipo di romanzi solo per svelare il nome del colpevole. C'è moltissimo di più. 

Con l'apprezzata serie di romanzi dedicati all'hacker Enrico Radeschi ti sei affermato come uno dei più validi noiristi italiani. Un tempo si riempivano le pagine culturali delle riviste con feroci discussioni sulla “morte del romanzo”, oggi invece va di moda parlare di “morte del noir” – vedi da ultima l'inchiesta condotta da Marilù Oliva sul blog “lapoesiaelospirito” – e c'è chi si spinge a teorizzare il “post-noir” (Raul Montanari e altri) o addirittura il “porn-noir” (Stefano Di Marino dixit). Tu che cosa ne pensi a proposito? Il noir ha ancora qualcosa da dire?

Questa diatriba è vecchia di un anno, o forse più. Ciclicamente se ne torna a discutere senza un apparente motivo a mio avviso. Per me si tratta solo di etichette che lasciano il tempo che trovano… Per quanto mi riguarda, comunque, la risposta migliore l'ho già data un anno fa, proprio di questi tempi a Roma, durante la presentazione de “L'uomo della pianura” con Giulio Leoni. Cosa ho detto? Non vi voglio rovinare il gusto della sorpresa, perché ve la potete gustare qui: http://www.youtube.com/watch?v=3IBX6mNAUWQ al minuto 2,10 c'è la mia risposta definitiva a riguardo. Non ne rimarrete delusi 😉 

Un'ultima curiosità: sei impegnato in mille attività diverse. Come riesci a conciliarle e a farti bastare ventiquattro ore al giorno? Puoi raccontarci una tua giornata tipo? E qual è il tuo metodo di lavoro?

La notte è principalmente dedicata alla scrittura, così come quasi tutti i momenti liberi e i viaggi –  tantissimi su e giù per l'Italia – in treno. Durante il giorno lavoro in una multinazionale dove faccio l'informatico, il nerd, e questo mi è stato molto utile per la creazione del mio Enrico Radeschi, protagonista di quattro romanzi, che oltre al giornalista è appunto un hacker. Comincio a scrivere un romanzo solo quando ho tutta la storia in testa e una scaletta meticolosa già su carta. Trovo molto più semplice lavorare così e anche con una scadenza tassativa di consegna. Mi aiuta a concentrarmi, a canalizzare le energie e a non disperdere le forze in altro. Certo, per chi mi sta accanto, gli ultimi giorni prima della consegna sono infernali. E anche per me, in realtà, ma sotto stress rendo meglio, non ci posso fare nulla.

Valentino G. Colapinto

:: Recensione di Il sole sorge sul Vietnam di Lorenzo Mazzoni e Tommy Graziani

14 ottobre 2010

sole vietnamSORGE SUL VIETNAM, TENERO E ORIGINALE OMAGGIO AL PAESE ASIATICO 
  

Nel 2005, il 30 aprile, in concomitanza con il trentennale della Liberazione di Saigon, il coraggioso editore modenese Edizioni Kult Virtual Press, pubblica in rete un e-book, scaricabile gratuitamente e democraticamente. Il sole sorge sul Vietnam con testi di Lorenzo Mazzoni e fotografie di Tommy Graziani.
Non un reportage giornalistico, non un vero e proprio diario di viaggio, non un racconto di fantasia, ma un insieme di tutto questo, miscelato con arte e supportato da istantanee suggestive.
Fra ricette culinarie, estratti de La guerra di popolo del generale Giap, poesie d’amore, reportage dai bassifondi di Ho Chi Minh Ville, accenni alle guerre combattute da questo eroico popolo, l’e-book si snoda avvincente, in una riuscita sinergia di immagini e parole. Un tributo ad un Vietnam contemporaneo e antico.
Sono presenti le belle liriche di Ho Chi Minh, il suo commovente addio alla nazione. Annotazioni prese in fretta dalla spiaggia di Nha Trang. Scatti rubati per le strade caotiche di Huè. Consigli utili per viaggiare nel Vietnam evitando gli altri turisti. E c’è la rubrica “spendere una cifra socialista in un paese socialista” che consiste semplicemente nell’adattarsi.
I due, all’epoca collaboratori de “il reporter”, sempre per lo stesso editore, hanno fatto uscire un secondo e-book, un portfolio sul Laos, Mekong Blues (Edizioni Kult Virtual Press, 2007). Un viaggio all’interno dello sconosciuto paese del sud-est asiatico, con mezzi locali, insieme alla gente del luogo. Un e-book che mescola con sapienza il classico reportage giornalistico d’avventura con accenni e notazioni storiografiche.
Del resto, anche nella sua carriera di romanziere, Lorenzo Mazzoni non ha mai abbandonato il piacere per il reportage vero e proprio. Accenni ai suoi “cattivi maestri” Kapuscinski, Hartley e Greene, sono presenti sia nella spy-story Ost. Il banchetto degli scarafaggi (Edizioni Melquìades, 2007), sia nel surreale Il requiem di Valle Secca (Tracce, 2006), dove le descrizioni della città infestata dai fumi venefici sembrano dettate dal compianto reporter polacco.
Oggi, dopo cinque anni da quell'importante prima edizione, LineaBN Edizioni ha deciso di ripubblicare Il sole sorge sul Vietnam impreziosito da foto inedite di Tommy Graziani e da estratti di Mekong blues e anche in questa veste cartacea la forza principale del libro rimane nella capacità di descrivere un paese così distante come il Vietnam, togliendogli la patina, molto spesso sgradevole, dell'attrazione turistica ed esotica. Un libro dove I brani storici e i disagi del viaggio sono raccontati in poche righe e i volti delle persone ritratte , rendono l'idea di un percorso intimo aperto all'altro, al nuovo.

IL SOLE SORGE SUL VIETNAM (MEKONG BLUES), DI LORENZO MAZZONI E TOMMY GRAZIANI
LINEABN EDIZIONI
EURO 13,00
ISBN 9788896437155

:: Recensione di Charles Bukowski di Paolo Roversi a cura di Valentino G. Colapinto

13 ottobre 2010

90-anni-buon-compleanno-bukowski-L-1Il vero Bukowski svelato da Paolo Roversi 

Charles Bukowski. Scrivo racconti e poi ci metto il sesso per vendere. La vita, la poesia e i segreti di uno scrittore maledetto” di Paolo ROVERSI: 192 pp. Ill. in brossura, prezzo di copertina € 16 [Castelvecchi – I Timoni, 2010]. 

C'è lo scrittore e c'è il suo mito. Spesso le due cose si confondono fino a diventare indistinguibili, come nel caso di Henry Charles Bukowski (Andernach, 1920 – San Pedro, 1994), per tutti “Hank”, e del suo doppio letterario, Henry Chinaski, amatissimi tutti e due soprattutto in Europa – e in Italia in particolare – più che nella loro patria, gli USA.

A cercare di mettere ordine, distinguendo la storia dalla leggenda, ci pensa adesso lo scrittore e giornalista Paolo Roversi (Suzzara, 1975) con la riedizione aggiornata di questa meritevole biografia (già pubblicata nel 2005 da Stampa Alternativa).

Sul poeta sbronzo e maledetto di Los Angeles esiste già una ricca bibliografia, ma ci sentiamo senz'altro di consigliare quest'opera a tutti i suoi fan, perché Roversi è innanzitutto egli stesso un fan e in più uno dei più grandi studiosi della vita e delle opere di Bukowski – scoperto per caso in biblioteca proprio nel 1994, anno della sua morte, dopo averlo scambiato erroneamente per un autore russo alla Bulgakov.

Su di lui Roversi ha scritto ben tre libri: oltre alla succitata biografia, una raccolta di aforismi, “Seppellitemi vicino all'ippodromo così che possa sentire l'ebbrezza della volata finale” [Stampa Alternativa – Millelire, 1997] e il sorprendente “Taccuino di una Sbronza” [Kowalski, 2008], in cui Bukowski si reincarna addirittura in un tranquillo (fino ad allora) ragazzo milanese, che comincia a frequentare una certa “Jolanda Bivano”, amica di Buk e dei poeti della Beat Generation…

Quasi un'ossessione quella per il più etilico degli scrittori e i risultati si vedono. Quest'agile vademecum, infatti, permette al lettore di impossessarsi in poco tempo di tutto l'universo bukowskiano, osservandolo quasi dal buco della serratura. Anche per chi ha letto tutto o quasi Bukowski, infatti, le sorprese non mancano.

È strano, per esempio, venire a sapere che il cantore dei peggiori bar losangelini non era poi così maledetto (nell'ultima fase della vita s'imborghesì non poco) e squattrinato (godette di una ricca eredità paterna) come amava invece far credere.

Il libro si avvale di un ricco e interessante apparato fotografico e della collaborazione della mai troppo rimpianta Fernanda Pivano (1917-2009), la quale raccontò anni orsono al giovanissimo Roversi molti aneddoti curiosi e particolari poco conosciuti sull'amico Buk, di cui aveva diffuso la fama nel nostro paese. Un'amicizia bizzarra eppure sincera, quella che questo libro ha il merito di rievocare, tra uno degli alcolisti più impenitenti mai vissuti e una traduttrice astemia fin dalla nascita, che non andava oltre la coca cola.

Ne viene fuori il Bukowski che non ti aspetti. Sensibile, timido, quasi romantico, mentre accoglie la Fernanda nazionale con un fiore in mano. Ben lontano, quindi, dall'immagine stereotipata del barbone ubriaco, misantropo e rissoso, che gira sempre con un coltello in tasca. Un tipo da cui sarebbe saggio restare ben alla larga. E non era poi tanto vero neppure che il vecchio ubriacone fosse così innamorato degli ippodromi, dove ci andava più per studiare il pubblico che per osservare i cavalli.

Queste divertenti rivelazioni nulla tolgono, ovviamente, al vigore e alla bellezza delle sue poesie e racconti, tra i più significativi della letteratura novecentesca non solo americana, perché anche in casi come quello di Bukowski – i cui scritti sono quasi completamente autobiografici – non bisogna mai confondere l'autore con la sua opera.

Molto interessanti i capitoli dove si citano tutti i cantanti ispirati dal Nostro, tra cui c'è – udite, udite – perfino Ambra Angioini, oppure quelli dove si raccontano i mitici reading ad altissimo contenuto alcolico e inoltre la leggendaria comparsata televisiva ad Apostrophes di Bernand Pivot, su cui non sapremo forse mai la verità dei fatti.

Scoprirete, inoltre, che esistono molti locali italiani ispirati a Bukowski, che pure non vi mise mai piede nel Belpaese, e tutti i film tratti dai suoi scritti, nonché un elenco completo delle sue opere tradotte e pubblicate in Italia con tanto di annotazioni critiche.

Insomma, se siete fan di Bukowski non potete non avere questo libro e se non lo siete questa è la migliore introduzione possibile a un grandissimo e inimitabile autore. 

Valentino G. Colapinto

:: Recensione di Ambigue utopie – Autori Vari a cura di Riccardo Falcetta

12 ottobre 2010

Ambigue utopie – Autori Vari (a cura di G. F. Pizzo e W. Catalano), Bietti, 2010, pp. 400, € 22.

Nei paesi anglosassoni la fantascienza è detta “science fiction” o, più opportunamente, “speculative fiction”: un tipo di narrazione che, come poche altre, sa speculare sulle possibilità del Reale e della Storia, attraverso il Fantastico e gli sviluppi della tecnologia, adottando modelli e suggestioni dalla scienza, dalla filosofia, dalla psicologia, dall’antropologia, e dalle teorie fenomenologiche. In tal senso, la fantascienza è il più teorico tra i generi che nacquero dalla tradizione narrativa ottocentesca e mentre (data la sua carica rivoluzionaria e spettacolarizzante) si impadroniva di ogni mezzo disponibile sul panorama mediale, attenuava la propria carica escapista (trasferita al fantasy), calandosi sempre più, come un termometro, tra le increspature della realtà, parlando di “guerre del futuro, manipolazioni genetiche, problemi religiosi, tecnologia e società totalitarie”: producendo una “social science fiction”.Oggi, il bilico del mondo tra progresso tecnologico e il baratro dei confitti, delle crisi economiche e delle catastrofi climatiche, sta ingenerando una rinnovata sensibilità verso un genere che negli ultimi anni ha sofferto una crisi di idee e di mercato. Due i sintomi: autori rinomati e non avvezzi al genere (il McCarthy di “The Road”, su tutti) che si (ri)appropriano degli stilemi della fantascienza per elaborare inquietudini sul presente, e il proliferare di operazioni antologiche. In quest’ultimo settore, spicca per qualità e portata storica “Ambigue utopie”, recente antologia che raccoglie “19 racconti di fantaresistenza”, vecchi e nuovi, corredati da puntuali interventi storico-critici dei curatori Gian Filippo Pizzo e Walter Catalano. Il titolo è un chiaro riferimento al sottotitolo de “I reietti dell’altro pianeta” di Ursula Le Guin, romanzo cardine della cultura libertaria degli anni ’60, nonché a “Un’ambigua Utopia”, pubblicazione che nel ‘77 per prima diede vita a quella che fu definita come un’invasione di “MarxZiani” ! – il promotore di quell’avventura, Antonio Caronia, chiude questo volume con un saggio. In effetti, a dispetto di quanti negarono che l’arretratezza sociale e culturale del nostro paese potesse permetterne uno sviluppo (“A Lucca mai!”, sostennero all’epoca, con piglio sarcastico, due intellettuali come Fruttero e Lucentini), in Italia la fantascienza fiorì eccome, e non evitò di trattare i rivolgimenti di quei decenni, compresa la lotta ideologica. Dunque, proprio in un momento di deriva per il nostro paese, “Ambigue utopie” giunge, come un affondo, a mappare mezzo secolo di narrazione avveniristica italiana “a sinistra”, “una sorta di inventario delle tematiche e degli autori che hanno agitato in senso ribellistico, critico, politicizzato il Fantastico dagli anni Settanta ad oggi”. Un rivolo della nostra letteratura che per molte stagioni ha prodotto piccoli e grandi gemme di scrittori ormai tradotti e considerati anche fuori dai patri confini. Su tutti: Vittorio Curtoni, tra i padri fondatori della fantascienza nazionale (il suo profetico racconto risale alla storica “Fant’Italia”, antologia del ‘72, in cui il tema della fantapolitica portò alla prima grande divaricazione tra scrittori di sinistra e di destra nel nostro paese) e lo storico militante e scrittore Valerio Evangelisti, che ipotizza una guerra preventiva a Marte. Claudio Asciuti riscrive il tragico G8 di Genova in una immaginifica metafora sulla Memoria e sul sentimento di lotta. Bellissimo il racconto di uno dei curatori, Walter Catalano, quel “Nekropol” in cui il sogno del collettivismo diviene incubo che moltiplica il deliri del dottor Frankenstein… “E’ piacevole sentirsi insieme a condividere la ‘visione’ di una possibile rinascita politica e culturale di questo paese. La fantascienza traccia mappe, prospetta possibilità, lancia allarmi…”.Registriamo, infine con vivo interesse la presenza dei due nostri conterranei: si tratta di Vittorio Catani, scrittore leccese tra i più audaci e innovativi del genere, con l’utopia di “Area 52” (un uomo osserva il mondo che muore, ma basta uno sguardo vero, voluto, necessario, per capire che un mondo nuovo è possibile) ed Enzo Verrengia, giornalista culturale e scrittore, presente con la geniale e inquietante burla cospirazionista, ai confini della realtà, de “La sindrome di Casablanca”. Un libro necessario.

Il primo capitolo di Il mio primo omicidio di Leena Lehtolainen Fanucci Editore

9 ottobre 2010

fanucciIl mio primo omicidio di Leena Lehtolainen
Traduzione dal finlandese di Nicola Rainò
Per gentile concessione della Fanucci Editore

Preludio
Jyri si svegliò con un atroce bisogno di orinare. In bocca quel sapore acre che in genere ti lasciano whisky, birra, aglio e una serie infinita di sigarette. Si domandò se in casa avrebbe trovato della Fanta. Il mattino dopo una sbornia era quella la sua medicina preferita, se la situazione non era grave al punto da richiedere una birra.
La mattina era divinamente bella. Tuulia e Mirja erano sedute in terrazza e s’occupavano della colazione. Tutto quel ciarlare sulle virtù dei vari formaggi lo divertì – in realtà le due donne non si sopportavano. Ma dal momento che una era il miglior soprano e l’altra il miglior contralto dell’ASPROF, l’Associazione degli studenti delle province orientali di Finlandia, erano costrette a fare buon viso a cattiva sorte. Mirja era la perfetta incarnazione del contralto, bruna, rotondetta, tenebrosa. Perfetta per la parte della zingara nel Trovatore di Verdi: come si chiamava poi… la zingara, insomma.
Il sole abbagliante lo colpì agli occhi, tanto che il capo gli rintronò. Per sicurezza mandò giù due tachipirine, anche se era convinto di essere ormai immune al trattamento Fanta non ne trovò, ma c’era succo d’arancia. Il mondo gli si mostrava nel suo splendore più deprimente: il mare scintillava, gabbiani strepitavano vicino al pontile, si annunciava un pomeriggio canicolare. Cantare con quella calura non sarebbe stato tanto facile.
«Allora, Jyri, pesante la spranghetta?» fece Tuulia in tono canzonatorio. Anche lei aveva un’aria pallida, di sicuro nessuno aveva dormito granché quella notte. Ma che problema c’era? Alavorare si andava solo l’indomani.
«Gli altri dormono ancora?»
«Piia è andata a fare un bagno. Altri non ne ho visti. Sarebbe ora che si alzassero, se vogliamo combinare qualcosa.»
Mirja lo disse con un tono acido, i poltroni non le garbavano affatto. Il miglior doppio quartetto dell’ASPROF si era radunato nella villa dei genitori di Jukka in vista di un impegno importante, a suo parere, per fare le prove e non per fare baldoria.
Tutto qui. Per cui sveglia, un bel caffè in canna, poi sotto coi vocalizzi. Jyri si tirò su. Un bel bagno non sarebbe stato una cattiva idea. L’acqua era sui venti gradi, quel che ci voleva. Si diresse caracollando verso il pontile di legno. Sulla spiaggetta accanto alla sauna scorse Piia, decentemente ricoperta da un bikini. Jyri non se la sentì di andare così lontano, per cui, alla faccia del pudore, giù le brache e oplà, in mare. Anche Jukka era in mare, galleggiava sull’acqua bassa vicino agli scogli. Doveva avere un mal di testa furibondo, almeno a giudicare dal buco enorme che esibiva sul cranio. Per il resto, non aveva l’aria troppo sveglia… Jyri si sentì rivoltare lo stomaco, e precipitarsi a vomitare sulle canne vicino alla riva fu l’unico sollievo.
Gli ci volle un paio di minuti per risollevarsi e riuscire a tornare sulla veranda, dove adesso c’era anche altra gente. La sua voce limpida e invidiata di primo tenore non bastò ad articolare chiaramente le parole.
«Che diavolo ci fai, così, con le chiappe al vento?» gli fece Tuulia.
«Jukka… là, al pontile, oh Cristo… Forse è morto! Annegato! »
«Ma di che cazzo parli?»
Antti si precipitò verso la riva, Mirja gli corse dietro. Un attimo, e la donna tornò indietro per fiondarsi sul telefono. I numeri delle emergenze erano nitidamente riportati accanto all’apparecchio.
Dalla terrazza udirono la sua profonda voce di contralto rivolgersi affannata alla polizia, e solo dopo cercare un’ambulanza.
 
Capitolo 1
 
Dove mai ti trascina la corrente?
 
Ero sotto la doccia, impegnata a sciacquare via il sale dalla pelle, quando il telefono squillò. Sentii il mio annuncio nella segreteria, poi la voce di un collega che mi chiedeva di richiamare al più presto. Il riposo domenicale era durato, con mia sorpresa, più del previsto, ma non ero riuscita a rilassarmi, nemmeno sulla spiaggia. Per qualche motivo m’ero sentita in dovere di trascorrere la prima bella giornata libera dell’estate a indorarmi al sole, sebbene detestassi fare vita di spiaggia.
Per tutto l’inverno avevo frequentato assiduamente la palestra, ragion per cui il mio fisico era presentabile come non accadeva da anni. Aparte qualche cuscinetto di cui non mi sarei mai sbarazzata, visto il ritmo con cui mandavo giù le birre.
Interruppi la segreteria e composi il numero del commissariato. Il centralino mi passò Rane.
«Ciao, bellezza! Tra un quarto d’ora sarò davanti a casa tua. Ho già impacchettato tutto. C’è un cadavere a Vuosaari, una pattuglia ce l’ha segnalato una mezz’oretta fa. Serve niente dal tuo ufficio? Arrivo!»
Si riparte, mi dissi, mentre cercavo nell’armadio qualcosa di presentabile da indossare. La gonna della divisa l’avevo lasciata in ufficio, a Pasila, sicché dovevo ricorrere ai miei jeans più decenti. I capelli erano bagnati, ma il fon non avrebbe fatto altro che scarruffare la mia zazzera rossiccia. Mi sforzai di stendere una specie di trucco sulla faccia arrossata, e feci un paio di smorfie nello specchio. L’immagine che mi rimandava era tutt’altro che quella di una rispettabile poliziotta: gli occhi verdognoli sembravano presi a prestito da un gatto, riccioli stopposi e ribelli con riflessi rossastri accentuati dalla tintura («il segreto chi lo sa, solo io e Melody…»). Il tratto che in me destava l’impressione più irriverente era il nasino all’insù che il sole aveva picchiettato di lentiggini. La mia bocca qualcuno l’aveva definita sensuale, il che significava, in soldoni, che avevo il labbro inferiore accentuato.
Era proprio questo donnino, adesso, con l’aria di una mocciosetta, che doveva andare a far rispettare la legge e l’ordine là in fondo all’estremo lembo di Vuosaari?
La sirena di Rane si fece sentire da lontano. Lui adorava farla andare a tutto volume, come metà dei poliziotti finlandesi. I morti non c’era rischio che se la filassero, ma questo la gente non era tenuta a saperlo.
«Quelli della scientifica sono andati avanti» annunciò Rane con tono professionale quando saltai accanto a lui sulla Saab.
«Allora, c’è un cadavere a Vuosaari, annegato, ma pare che ci sia qualcosa che non quadra. Un tipo sulla trentina, un certo Peltonen. C’era una decina di persone che passavano il fine settimana in una villa, fanno parte di un coro, e stamattina hanno ritrovato il corpo di questo Peltonen in mare.»
«Ce l’ha spinto qualcuno?»
«Non si sa. Come dati non c’è arrivato granché.»
«Cos’è questa faccenda del coro?»
«Un gruppo di gente che canta, immagino.» Rane diede una brusca sterzata per inserirsi sul raccordo est, tanto che andai a sbattere contro la portiera col gomito, un male della madonna.
Con un sospiro di rassegnazione mi allacciai quella detestabile cintura di sicurezza: fissata ad altezza di poliziotto maschio, a me serrava la gola.
«Dove diavolo
è finito Kinnunen, e tutti gli altri? Non dovevi avere anche tu la giornata libera?»
«I ragazzi sono tutti su quell’accoltellamento di ieri. Kinnunen ho cercato di contattarlo per tutta l’ultima mezz’ora, ma tu sai come tracanna, la domenica… Starà smaltendo la ciucca al tavolino di qualche bar.»
Rane scrollò le spalle, rassegnato. Nessuno aveva voglia di approfondire quel discorso. Il responsabile della nostra squadra, il commissario Kalevi Kinnunen, era un alcolista. Punto.
Io ero quella che veniva dopo, nella gerarchia, e dovevo occuparmi del caso fino a quando non si fosse rimesso dalla sbornia. O dai postumi. Punto.
«Rane, stammi a sentire. Forse quel tizio che è morto lo conosco, o lo conoscevo… È una faccenda un po’imbarazzante, per me…»
«Le mie ferie cominciano domani, e ho tutta l’intenzione di prendermele. Questo caso è roba tua, che ti piaccia o no. In questo mestiere c’è poco da scegliere.»
Il tono di voce di Rane lasciava intendere che avrei fatto meglio a proseguire con gli studi e fare magari l’avvocato, avrei così potuto scegliermi i casi di mio gradimento. Rane m’aveva sempre guardata con diffidenza, come tanti altri colleghi della centrale di polizia di Helsinki. Ero una donna, ero giovane e, diversamente da loro, non ero una vera funzionaria di polizia reclutata in pianta stabile, ma solo una sostituta, cui restavano solo due mesi di servizio.
Dopo la maturità m’ero presentata con successo al concorso della scuola di polizia, con grande sorpresa di quanti mi conoscevano. Al liceo, in effetti, ero stata una ribelle, una punk col giubbotto di pelle, che oltre tutto se l’era cavata bene coi voti finali. Per dire, l’altra punk della classe, e la più grande lavativa, era poi diventata maestra di scuola. Io avevo la testa piena di ideali di giustizia sociale. M’ero immaginata, da poliziotta, di poter aiutare tanto i criminali quanto le vittime, e di cambiare il mondo. Il mio sogno era entrare nella buoncostume.
Ma già la scuola s’era rivelata una delusione, per quanto, a paragone dei maschi, me la cavassi sorprendentemente bene. A quel punto ero ormai abituata a essere una di loro, al liceo suonavo il basso in un gruppo rock prevalentemente maschile e mi dedicavo al calcio col resto della banda.
Ero abituata a essere la prima della classe, e non riuscii a evitarlo nemmeno alla scuola di polizia. Ma quel lavoro lo trovavo, alla fin fine, insopportabile. Due anni a redigere rapporti, a perquisire prostitute e a sbrogliare i problemi sociali di piccoli taccheggiatori, ne avevo abbastanza. Non utilizzavo che una parte di me stessa, quella più noiosa e zelante. Nessuno sentiva alcun bisogno della mia simpatia, e il mio cervello – che avevo sempre amato tenere in funzione – girava a vuoto.
La passione per gli studi mi si era risvegliata dopo un paio d’anni in polizia. Mi feci l’uno dopo l’altro due corsi di formazione quadri. C’era carenza di personale femminile, e forse per questo ebbi l’avanzamento più celermente della media. Questo scatenò, da parte di colleghi maschi gelosi, ogni genere di insinuazioni. Ciò che sembrava scocciarli particolarmente era il fatto che non fossi soddisfatta del mio lavoro. Alla fine passai l’esame d’ammissione alla facoltà di giurisprudenza, e in quel momento ebbi la sensazione di aver trovato la mia strada.
L’amministrazione della giustizia continuava a interessarmi, e a quel punto, a ventitré anni, credevo di sapere cosa desiderassi dalla vita.
Negli anni degli studi avevo fatto da sostituta, l’estate, o compiuto singole missioni al servizio della polizia; e adesso, cinque anni dopo, rieccomi in servizio. Studiare m’era cominciato a venire a noia, e passare sei mesi alla centrale di Helsinki, nella squadra mobile, m’era sembrata una buona idea, soprattutto tenuto conto che m’ero specializzata in diritto penale.
Avevo pensato di staccarmi per un mezz’anno dagli studi per aprirmi nuovi orizzonti. Ma per il momento anche questo proposito era disatteso. Le indagini non mi lasciavano tempo per pensare ad altro che non fosse il lavoro, giusto una birra di tanto in tanto, o più spesso un po’ di palestra o una corsetta.
Per completare il quadro, va detto che il mio diretto superiore non faceva più del dieci per cento del suo lavoro. Il resto del tempo beveva o si curava i postumi delle sbornie. Non riuscivo assolutamente a capire come mai non l’avessero mandato a disintossicarsi già da qualche anno. I doveri trascurati da Kinnunen ricadevano su noialtri, e soprattutto in estate, come adesso, la situazione era intollerabile. I fondi per trovare sostituti s’erano esauriti già in aprile, e le ferie estive ormai incombevano sul personale esausto.
Io poi non mi ritrovavo più una pellaccia dura come credevo da giovane, ma riconoscerlo sarebbe stato un grave errore. I colleghi maschi tenevano d’occhio soprattutto i miei nervi, scrutavano avidamente le mie reazioni mentre esaminavo il corpo ricoperto di vomito e le viscere corrose di un barbone che aveva bevuto acqua corretta con acido solforico. Anche loro erano nauseati, non c’è dubbio, ma io avevo meno degli altri il diritto di far vedere il mio disgusto – perché ero una donna.
E così tenevo duro e raccontavo le storielle più trucide alla mensa della centrale, anche se poi quello spezzatino di pollo facevo una fatica bestiale a mandarlo giù.
A ogni modo, per il mio aspetto esteriore non potevo farci niente: avevo disperatamente l’aria di una donna. Ero costretta a tenere i capelli lunghi, altrimenti, accorciandoli, i miei riccioli si sarebbero rizzati in tutte le direzioni. In rapporto alla statura media degli uomini, ero una tappetta. Per colpa della mia taglia avevo corso il rischio di essere scartata alla scuola di polizia, ma poi sul certificato medico quei cinque centimetri mancanti m’erano stati aggiunti da un amico medico. La mia corporatura è una strana combinazione di curve femminili e muscolatura virile. Sono robusta, per essere una donna di queste proporzioni, e consapevole della mia forza quanto basta per non aver paura in situazioni di pericolo. Ma in questo momento, comunque, avrei gradito il conforto di uno chignon finto e di un’uniforme.
Fino a questo momento tutti i casi di cui m’ero interessata, si trattasse di fatti di sangue o d’altri crimini, erano stati in qualche misura impersonali. Questa volta invece quelle parole, ‘coro’ e ‘Peltonen’, le sentivo stridere minacciosamente. Se i miei cattivi presentimenti si rivelavano fondati, mi sarei ritrovata davanti a persone che conoscevo, almeno in parte, e che conoscevano me in tutt’altra veste.
Durante il mio primo inverno all’università avevo condiviso con altri studenti un angusto bugigattolo nella periferia est di Helsinki, a Itäkeskus. Tra i miei coinquilini era un litigio continuo, poiché una di loro, Jaana, passava metà del tempo a cantare. Avolte dalla sua cameretta venivano i vocalizzi di un quartetto intero, in cui faceva da basso il ragazzo di Jaana.
Jukka Peltonen, Jukka il bello, che aveva gli occhi di Paul Newman e la pelle del viso conciata sulla barca a vela. Jukka, su cui Jaana s’interrogava per serate intere, se era il caso di trasferirsi da lui, questione sulla quale mi aveva ogni tanto invitata a riflettere insieme nella sua stanza, in compagnia di una bottiglia di rosso.
Dopo quei barbosi culturisti della polizia, Jukka aveva rappresentato un autentico regalo per gli occhi. I vocalizzi di Jaana non mi disturbavano più di tanto, dal momento che cantava piuttosto bene, e poi quando ne avevo abbastanza della classica, potevo sentir
e con le cuffie stereo il mio gruppo rock preferito, i Popeda.
Poi era morta la prozia e gli eredi avevano deciso di non mettere in vendita il suo monolocale nel quartiere di Töölö, sperando in una risalita dei prezzi. E io ero stata incaricata di badare all’appartamento, pagavo solo le bollette. Il valore era poi lievitato, e a quel punto avevo temuto di perdere il mio alloggio. Ma la famiglia, per avidità, aveva deciso di aspettare un’ulteriore impennata del valore dell’immobile, finendo poi per mordersi le mani all’arrivo della crisi col conseguente crollo dei prezzi. Ecco perché continuai a stare lì, a due passi dal ristorante Élite. In seguito mi era capitato di incontrare un paio di volte Jaana, all’università, e lei m’aveva detto della rottura con Jukka. Più avanti, nel corso di una tournée del coro in Germania, si era innamorata del figlio della famiglia che l’ospitava ed era rimasta là come Hausfrau. Ci scambiavamo cartoline di auguri a Natale, come si conviene tra vecchi coinquilini.
Degli altri amici di Jaana avevo ricordi piuttosto vaghi. Ma nomi e volti mi tornarono ben presto in mente. Aparte Jukka, c’era anche un altro bel tomo… M’era anche capitato di scolare qualche birra con quelli dell’ASPROF. Nutrivo quindi forti dubbi di ritrovare delle vecchie conoscenze a Vuosaari, dato che parecchi s’intrufolavano nei cori studenteschi per guadagnarsi un residuo di giovinezza. Non c’è dubbio che i coristi formino una razza a parte, una banda di masochisti che godono a intonare solfe prive di senso in compagnia di altra gente che canta peggio di loro sotto la direzione di un sadico che fa gesti incomprensibili.
La strada che conduceva alla villa si inoltrava serpeggiando per un verde paesaggio estivo. Rane non aveva attivato la sirena, ma procedeva comunque ben al di sopra della velocità consentita. Un altro lusso che la polizia può permettersi. Seguendo le istruzioni, riuscii a indicargli dove svoltare. Perdere la strada era infamante per dei poliziotti, a me era successo un paio di volte, e sempre la colpa era ricaduta sulle mie spalle.
In fondo ai campi il mare mandava riverberi luminosi, una lepre attraversò la strada con saltelli flemmatici, una vespa faceva del suo meglio per intrufolarsi nell’abitacolo dal finestrino aperto.
«In questa zona ci sono vecchie residenze signorili restaurate da gente piena di soldi» mi spiegò Rane. Arrivammo finalmente su una specie di penisoletta superando una striscia di terra larga una decina di metri, e oltrepassammo un portone sormontato da un arco. Una targa di ottone indicava il nome del luogo, Villa Maisetta. Una stradina stretta, invasa dall’erba, conduceva nel fiabesco cortile della villa, uno di quei posti dove avevo sempre sognato di abitare.
Due piani, finestre incorniciate di bianco, frangiate di lambrecchini. Sul prato del cortile si trovava una macchina della polizia e un vecchio catorcio, la Volvo della scientifica.
«Hanno fatto presto. Dove sarà, il nostro cantiere?» M’ero sagomata addosso un atteggiamento cinico, persino aggressivo. Niente lacrime davanti al cadavere dell’amichetto carino di una vecchia coinquilina.
Uno degli agenti della pattuglia ci venne incontro, accompagnato da una brunetta dall’aria arcigna. Alle presentazioni, i due mi scrutarono con aria interrogativa, e per quanto mi fossi preparata a un’accoglienza piena di diffidenza, pure mi diede non poca noia. La giovane aveva un che di familiare, e il nome Mirja mi riportò alla mente i commenti assai poco lusinghieri di Jaana sulla componente più sofistica del coro.
Mirja non beveva nemmeno un goccio d’acquavite, e in quel giro, almeno cinque anni prima, era un crimine imperdonabile. Mirja ci accompagnò sulla spiaggia, dove quelli della scientifica erano intenti a effettuare i rilievi fotografici del corpo disteso sugli scogli, vicino alla riva. Anche il medico era sul posto.
Mi resi conto che ci aspettavano ormai da un pezzo, visto che avevano terminato il lavoro. Mi sembrò stupido che avessero atteso me perché esaminassi il cadavere prima di estrarlo dall’acqua. Non avrei voluto nemmeno vederlo, quel cadavere, né riconoscere Jukka, né vedere quel che gli avevano fatto.
«Che te ne pare?» domandai al medico legale coi suoi cinquanta chili in sovrappeso e l’eterno cigarillo in bocca, che mi detestava quasi quanto io lui. La differenza era che io sapevo quanto lui conoscesse il suo mestiere, mentre lui di me non pensava lo stesso.
«Dov’è Kinnunen?» chiese con aria supponente il dottor Mahkonen.
«È là dove si trova» risposi io aggressivamente. «Qui non possiamo stare ad aspettarlo, l’indagine deve andare avanti. Allora, di che pensi sia morto?»
«A giudicare dal volto, direi che è annegato. Però quel buco in testa è di un certo interesse, tanto che non so cosa pensare.
Va rivisto con l’esame autoptico.» Mahkonen, nel dire ciò, non si rivolgeva a me, ma alla punta delle scarpe di Rane.
«È possibile che sia stato prima colpito e successivamente gettato in acqua?» domandò Rane.
«Assolutamente. Quella ferita non è certo insignificante, e ha una forma curiosa. Mi piacerebbe sapere con che cosa è stato colpito.»
«E che ne diresti di un sasso?» Rane rivolse lo sguardo verso la riva, ricoperta di pietre di tutte le dimensioni, facilmente raggiungibili.
«Sì… Oh, avranno un bel da fare i ragazzi, se volete passare al setaccio tutti i sassi della spiaggia» bofonchiò il medico. Autorizzai il personale dell’ambulanza a tirar fuori il corpo dall’acqua. Lo rigirarono con precauzione. Sotto i capelli biondi appiccicati dal sangue e dal sale, il viso aveva un’espressione grottescamente familiare. Nemmeno il gonfiore riusciva a dissimulare l’espressione di terrore degli occhi rimasti spalancati, che luccicavano come segnali d’allarme azzurrini in mezzo
alla faccia violacea. Alghe ornavano la giacca a vento bianca, i jeans erano incollati alle gambe abbronzate.
L’immagine di Jukka il bello, com’era qualche anno prima, mi trafisse per un istante. Doveva avere un paio d’anni più di me, di sicuro non ancora trenta. Di morti più giovani ne avevo visti, ma col corpo devastato dall’alcol o dalla droga. Inghiottii le lacrime e cercai di schiarirmi la gola. Poi presi a tormentare quelli della scientifica: cosa poteva aver provocato quella ferita sul cranio, era possibile che fosse scivolato sul pontile? Roba del genere. Sapevo bene che quelle mie insistenze,
invece che nasconderlo, finivano per rivelare ancor più il mio nervosismo. Ma se il nostro ministro della difesa era arrivato a piangere in pubblico, quello a me non era ancora concesso.
«Andiamo a sentire che cosa ne sanno quegli altri dentro» feci a Rane, e mi avviai verso il villino frangiato. Fu solo a questo punto che mi accorsi del gruppo seduto sulla veranda di fronte al mare. I miei strepiti dovevano di sicuro essere arrivati fin là, ma nessuno s’era voltato dalla nostra parte, quasi a negare la presenza stessa della polizia.
Vista da vicino, la costruzione si rivelava un po’ posticcia: forse era solo la copia di qualche arzigogolo villereccio preesistente.
L’esterno, a giudicare dal colore sbiadito, non era stato riverniciato da una ventina d’anni, ma la struttura stessa non doveva avere molti anni più di me.
Sulla veranda batteva il sole, e io maledii ancora una volta i miei jeans troppo caldi. Il settetto che se ne stava là a sedere mi parve in parte familiare.
«Maria!» e
sclamò sorpresa una voce cristallina. «Ma tu sei nella polizia? Non ti ricordi di me? Sono Tuulia.» Me la ricordavo perfettamente. Era venuta più volte nell’appartamento da me condiviso, e forse qualche volta avevamo preso insieme un caffè in facoltà. La trovavo simpatica, avevamo lo stesso senso dell’umorismo. Era più bella di quanto ricordassi, e il portamento maestoso esaltava la sua taglia di donna matura.
«Ricordo, sì.» Non ce la feci a sorridere. «Certo… Sono l’ispettore Maria Kallio della squadra mobile, salve. E questo è il sovrintendente Lahtinen. Potreste magari cominciare a presentarvi
e riferirmi gli eventi della notte scorsa.» La frase suonò ridicola, anche alle mie orecchie, così non me la sentii di guardare in faccia nessuno in particolare.
Mirja aveva l’aria di quella che comandava. Prese la parola esprimendosi in tono uniforme, come leggesse un memoriale. Magari aveva preparato quella replica da un pezzo.
«Sono Mirja Rasinkangas. Siamo tutti membri del coro dell’ASPROF, l’Associazione degli studenti delle province orientali.
L’azienda per cui lavorava Jukka Peltonen doveva organizzare una festa, e volevano un po’ di musica. Avevano promesso un bel cachet, e così Jukka aveva messo insieme un doppio quartetto vocale.»
Il gruppo era composto, a sentire Mirja, del quartetto diretto da Jukka e da altri quattro cantanti che si trovavano in città per quell’estate. I genitori della vittima erano attualmente a bordo della loro imbarcazione a vela, per cui la villa di famiglia s’era ritrovata disponibile per le prove.
Il doppio quartetto s’era riunito il pomeriggio precedente, aveva cantato un paio d’ore, per poi dedicarsi alle attività tradizionali delle estati finlandesi: sauna e baldorie. Era passata mezzanotte quando alla spicciolata se n’erano andati a dormire, ma a quel che aveva fatto Jukka nessuno sembrava averci fatto attenzione. L’ultima volta che l’avevano visto ancora vivo era stato intorno alle due.
«Ero sorpresa di non vederlo, stamattina» spiegò Mirja. «Poi è arrivato Jyri urlando che Jukka era annegato, e lui era là… in acqua.» La sua voce subì un leggero tremito.
«Quando è andata a vederlo, ha spostato il cadavere?»
«Ho cercato di sentirgli il polso. Ma non l’abbiamo mosso di là» disse seccamente dal fondo della veranda una voce di basso. «Sono Antti Sarkela, se ti ricordi. Il polso non c’era più, e poi si vedeva benissimo che era annegato, non era più il caso di tentare nulla.»
Certo che mi ricordavo di Antti. M’ero ritrovata persa per lui quasi due settimane, dopo che una volta era venuto a sedermi accanto sul tram e aveva cominciato a parlarmi del libro di Henry Parland che stavo leggendo. Quanti altri ragazzi sapevano semplicemente della sua esistenza? Avevo deciso di dimenticare Antti per dedicarmi al culto di Henry, ma dopo questa conversazione lo trovavo irritante e attraente al tempo stesso. Mi piaceva fisicamente. Viso magro da indiano,
grande naso aquilino, quasi due metri d’altezza. Un’espressione negli occhi difficile da decifrare, in cui si mescolavano tristezza e paura. Mi ricordai che Antti era molto amico di Jukka.
«Bene. Al momento sono io a occuparmi del caso, per cui continueremo gli interrogatori alla centrale di Pasila. Nell’interesse dell’inchiesta, suggerisco che abbandoniate la villa, immediatamente. Vorrei cominciare a sentirvi stasera stessa, e se qualcuno ha bisogno di un passaggio c’è posto in macchina. Non mi pare di aver visto fermate d’autobus nei paraggi.
Per ora, comunque, avrei bisogno di conoscere almeno per grandi linee le vostre identità, professione, indirizzo e roba del genere. Vuoi prendere nota, Rane? Tu, chi sei?» feci a un ragazzo esile, dall’aria molto giovanile, seduto lì accanto, e sul punto di vomitare.
«Jyri Lasinen» dichiarò con un’alta e cristallina voce tenorile.
«Ho ventitré anni e studio matematica e informatica all’università. » Dava l’impressione di rispondere come fosse a un colloquio per un posto di lavoro.
«Io sono Mirja Rasinkangas» ripeté la brunetta ben piantata. «Ventisei anni, studio storia.»
«Piia Wahlroos.» Poco più di un sussurro. La giovane aveva grandi occhi marroni, capelli castani, alle dita due fedi con pietre preziose, un corpo slanciato, un vestitino estivo elegante…
Registrai i particolari senza riuscire a ordinarmeli in mente. «Ho ventisei anni, studio lingue nordiche.»
«Sirkku Halonen, ventitré anni. Studentessa di chimica. Sono sorella di Piia, ma lei è sposata, perciò abbiamo cognomi diversi.» Sirkku non era che una pallida e banalissima copia della delicata bellezza di Piia. Seduto accanto a lei c’era un giovane tracagnotto dai capelli ispidi, che le teneva la mano con aria rassicurante. Evidentemente il fidanzato.
«Timo Huttunen, ingegnere forestale. Venticinque.»
«Tuulia Rajala, ventinove anni. Sfaccendata.»
«Antti Sarkela. Assistente di matematica all’università. Ventinove anni. Anche se non capisco che c’entri la nostra età in questa faccenda.» Rane sbuffò, aveva trascritto automaticamente ‘anche se…’ e lanciò a Sarkela un’occhiataccia, come fosse stata colpa sua.
«Bene… radunate i vostri effetti, così ce ne andiamo quanto prima.» Me ne tornai verso la riva per continuare il discorso con quelli della scientifica. Sul sentiero incrociai due portantini che venivano su con la barella. Jukka aveva come destinazione successiva l’istituto di medicina legale.
Quando feci ritorno alla villa, Mirja stava svuotando il frigo.
«Praticamente… dov’è che avete dormito, tutti?»
«La stanza di Jukka è di sopra, sul corridoio. Jyri e Antti hanno dormito in quella di suo fratello, di fronte. Timo e Sirkku in fondo al corridoio, nel letto dei genitori di Jukka, mentre io, Piia e Tuulia siamo state qui sotto, sul parquet del salone.»
«Così Jukka era l’unico a dormire da solo?»
«Certo, sì. Anche se non credo che nessuno abbia dormito granché, ho avuto la sensazione che ci fosse movimento tutta la notte. C’era gente che andava nei bagni, anche Jyri è sceso per quello, per quanto ce ne sia un altro di sopra. Io ho dormito malissimo, perlomeno all’inizio. Tuulia russava spaventosamente, e per quanto mi sforzassi di svegliarla, niente, tutto inutile.»
«Spiacente di averti privata del sonno» fece Tuulia entrando in cucina. «Quanto a Piia, penso che facesse fatica ad addormentarsi, forse la cattiva coscienza…» Poi gettò un’occhiata nel frigo. «E tutti quei crostacei, che peccato. Venga a mangiare da noi, quando avrà finito con questo terzo grado. Un’ultima cena, in memoria di Jukka… E poi la salsa di pomodoro è cruenta quanto basta. Peccato che ci sia solo del vino bianco.»
«Tuulia, basta con gli scherzi» sbottò Mirja, senza cogliere il tremito nella voce della compagna. Lasciai lì le due donne e salii fino all’anticamera del primo piano, dove Jyri era intento ad arrotolare il suo sacco a pelo. Da lì si apriva la vista sul mare. Proseguendo poi per un angusto corridoio, si arrivava a un’ampia camera da letto, probabilmente quella dei padroni di casa. La porta era socchiusa, scorsi delle gambe femminili sul letto. La mano di un uomo le accarezzava. Senza dubbio Sirkku
e Timo.
La camera da letto vuota era quella di Jukka: la cameretta di un adolescente, che negli ultimi dieci anni non doveva aver registrato alcun cambiamento. Tessuti blu, poster alle pareti con barche a vela, due bottiglie vuote di Cutty Sark su una mensola della libreria, libri sulla navigazione e una chitarra. Un maglione abbandonato su una sedia, scarpe ficcate sotto il letto.
La notte della sua morte, Jukka se n’era andato in giro a piedi scalzi – evidentemente non aveva voluto svegliare nessuno. Il letto era disfatto, sembrava indicare che s’era dapprima coricato
e che aveva previsto di tornare a farlo anche dopo.
Antti Sarkela s’era disteso sul lettino angusto dell’ultima camera, le mani dietro la nuca. Al vedermi, si sollevò di colpo come una recluta alla vista del suo superiore.
«Trovato indizi?» Il tono era decisamente ostile.
«Può darsi. Hai dormito in questa stanza?»
«Sì.»
«Tu conosci… o conoscevi Jukka piuttosto bene. Verresti nella sua stanza a vedere se manca qualcosa?» Antti sembrava troppo grande per quella cameretta.
«Non lo saprei dire, così, se manca qualcosa.» Lanciò un’occhiata nel guardaroba. «Gli stessi stracci di prima. Jukka teneva qui la sua roba di campagna, non aveva altro che uno zainetto
con sé, ieri. Che poi è quello… Vediamo cosa c’è dentro, spartiti, calzini puliti… Tutto, almeno in questa stanza, mi pare uguale a prima.»
Gli occhi di Antti si posarono su una raccolta di canti per coro misto, piuttosto consumata, posata sul tavolo. Era aperta alla pagina del canone Dove mai ti trascina la corrente. Per quanto fossi poco amante della poesia classica, avevo sempre apprezzato il testo di questa poesia di Eino Leino, musicata da Toivo Kuula. Jukka aveva aggiunto a margine della partitura diverse annotazioni. Antti stornò lo sguardo, e io notai che si mordeva le labbra.
«È questo che avete provato ieri?» domandai tanto per dire qualcosa.
«Anche questo. Ci erano stati richiesti canti finlandesi.»
Il portafoglio di Jukka era posato accanto alle partiture, e io lo raccolsi. Avevo come la strana sensazione di essermi lasciata sfuggire qualcosa di importante in quella camera. Alla fine lasciammo la villa. La scientifica proseguiva le ricerche per cercare di rintracciare l’arma del delitto, e l’accesso alla spiaggia restava interdetto. Gli agenti della pattuglia restarono sul posto per ricevere i genitori di Jukka che dovevano rientrare in serata.
Lanciai un’occhiata a quel gruppetto di gente smarrita che avrei dovuto interrogare. Non si poteva escludere, in linea di principio, che un qualche estraneo avesse assistito all’uccisione di Jukka, o che magari ne fosse il responsabile. Nel corso dell’estate, nell’area metropolitana, c’erano stati diversi casi di furto. Magari Jukka aveva sorpreso un ladro sopraggiunto dalla parte del mare.
Al momento, comunque, i personaggi chiave erano i sette membri rimasti del doppio quartetto. Ciascuno di loro sapeva indubbiamente più di quanto m’aveva raccontato. E forse qualcuno di loro era l’assassino. In questo caso non mi sarei trovato di fronte un criminale incallito, ma una persona normale sulla quale il peso della colpa avrebbe presto avuto il sopravvento, pensai con ottimismo.
Antti e Tuulia lanciarono strani richiami in direzione della spiaggia, sembravano spiegare qualcosa agli agenti.
«Che succede?» domandai mentre mi avvicinavo per intimargli di partire.
«Einstein. Il mio gatto» rispose Antti. «Non s’è visto per un paio d’ore e non vorrei andarmene senza.»
«Credi che si sia perso?» chiese Tuulia con un’espressione agitata.
«Ma no, è nato qui! Sarà in giro da qualche parte.»
«Preferirei comunque che adesso tu partissi, e magari tornassi più tardi a cercare il tuo gatto» feci con un tono più secco di quanto non avrei voluto. Ordinai ai colleghi che restavano sul posto di tenere gli occhi aperti e di catturare l’animale, se si faceva vivo, e gli agenti mi fissarono come fossi un po’ suonata. «Non ci mancava che questo, correre dietro ai gatti» brontolò uno acidamente.
Per il momento la macchina di Jukka sarebbe rimasta alla villa, per i primi rilievi della scientifica. Successivamente qualcuno l’avrebbe portata al laboratorio. Le chiavi le avevano trovate
attaccate al cruscotto. La BMWdi Piia Wahlroos poteva caricare cinque persone. Era inutile far sorvegliare i cantanti per impedire loro di concordare degli alibi, avendo avuto tutto il
tempo necessario per mettersi d’accordo prima dell’arrivo della polizia. Ci avrei scommesso che Mirja Rasinkangas e Antti Sarkela sarebbero stati gli unici ad accettare di venire con noi. E avrei vinto la scommessa. Sentii le lunghe gambe di Antti premere contro il mio schienale, allora spinsi il sedile in avanti. Quel contatto mi irritava.
«Maria, cos’è che fai nella polizia?» mi chiese Antti non appena dal sentiero sbucammo sul raccordo. «L’ultima volta che ti ho vista eri alla facoltà di giurisprudenza.»
«Ho fatto la scuola di polizia. Poi è capitata una sostituzione.»
«E ne hai risolti parecchi di questi… omicidi?»
«Abbastanza.»
«Non sottovalutare l’intelligenza della piccoletta, sta’ tranquillo che lo acchiappa, il colpevole» fece Rane in un tono un po’ sarcastico. La cosa mi divertì. La sindrome di Napoleone aveva colpito ancora. Rane superava di pochissimo la taglia minima richiesta, e si comportava istintivamente con aggressività con quanti erano nettamente più alti di lui. Non mi presi la briga di commentare quel ‘piccoletta’, per una volta che prendeva le mie difese. Solidarietà per i colleghi, prima di tutto.
«Ah, tu sei quella coinquilina di Jaana» sbottò Mirja. «Adesso mi ricordo…» Era come se quei ricordi che mi riguardavano non fossero del tutto positivi. Forse era per via di quella serata
in cui avevamo bevuto birra e io m’ero lasciata andare a sproloqui sull’intrinseca inutilità del canto corale. Dovevo telefonare a Jaana, in Germania. Lei era stata con Jukka, forse possedeva informazioni utili. Conosceva probabilmente gran parte dei coristi del giro della vittima – dopo
tutto da quel fatale viaggio in Germania non erano passati più di due anni.
Il resto del tragitto si compì in silenzio. Io cercavo di mettere in ordine nella mia mente le informazioni di cui disponevo, prima di avviare gli interrogatori. In base ai primi rilievi del medico legale, Jukka aveva ricevuto un colpo sul cranio dall’alto verso il basso, con un corpo contundente ottuso di forma indeterminata. Probabilmente o l’assassino era chiaramente più grande di Jukka – caso in cui Antti era l’unico candidato possibile tra i presenti – oppure Jukka era in posizione seduta o ginocchioni. Non chino, comunque, perché allora il colpo avrebbe avuto un’altra angolazione. Aveva forse convenuto un incontro sul pontile con qualcuno che lui voleva vedere in assoluta tranquillità? Oppure era uscito per fare due passi e s’era fatto sorprendere?
Non c’era altra soluzione, volendo trovare una risposta, se non svolgere quel lavoro ingrato, interrogare e ascoltare la gente. Fino a questo momento, i fatti di sangue su cui avevo indagato erano stati semplici: un coltello piantato nel petto di un compagno di bisbocce o un colpo d’accetta sul cranio di una moglie. Tutti casi di omicidio involontario. Era dunque questo il mio primo cas
o di omicidio volontario?

:: Intervista a Giancarlo “Jack” Narciso

7 ottobre 2010

Senza nomeBenvenuto Giancarlo su Liberidiscrivere e grazie dell’intervista. Iniziamo con il tuo identikit: età, peso, numero di scarpe, colore degli occhi, pregi e difetti.
 
Età indefinibile, sono in giro da molto, molto tempo e conosciuto sotto molti nomi diversi. Peso 77 kili, altezza 180 centimetri, porto il 42 di scarpe, ho gli occhi castani. Come i capelli, anche se certa gente maligna sostiene che ormai siano bianchi. Difetti, ovviamente, nessuno, mentre i pregi sono troppi per essere enumerati. Uno su tutti?  la modestia, no doubt.
 
Alias Jack Morisco. Come è nato questo pseudonimo?
 
L’uso dello pseudonimo me lo ha imposto la Mondadori quando Sandrone Dazieri ha dato il via al fenomeno della Italian Foreign Legion di Segretissimo, ovvero gli scrittori italiani di spionaggio che all’epoca dovevano celarsi sotto pseudonimi stranieri, meglio se inglesi o francesi. All’inizio la cosa era tenuta rigorosamente nascosta, poi, qualcuno ha fatto la spia ed è diventata di dominio pubblico. Perché ho scelto Jack Morisco? Allora, innanzitutto Jack Morisco è scozzese ma ha un nonno corso, da cui il cognome. Poi ho scelto Jack perché all’estero è impossibile far capire Giancarlo e Jack è l’equivalente inglese di Gian. Morisco perché, un tempo, avevo i capelli scuri e una fidanzata bionda che mi chiamava Moro, successivamente evolutosi in Morisco.
 
A questo punto non puoi evitare di parlami di questa famigerata Legione Straniera. Chi siete, un aggettivo per ognuno.
 
La cosa migliore per capire in fretta di cosa stiamo parlando è recuperare l’antologia Legion, pubblicata da Segretissimo Mondadori nel giugno 2008, che della Legione è un po’ il manifesto. Diciamo che i più rappresentativi e prolifici fra i miei colleghi sono Stefano Di Marino, alias Stephen Gunn, che finora deve avere firmato qualcosa come cinquanta romanzi, e Andrea Carlo Cappi, alias François ‘Paco’ Torrent, autore versatile e in grado di assumere diversi registri narrativi a seconda dei casi. Poi non dimentichiamo il chief editor della collana, che non disdegna, quando il tempo glielo permette, di firmare romanzi con il suo nome d’arte di Alan D. Altieri. Poi ancora Jo Lancaster Reno, alias Gianfranco Nerozzi, Frank Ross, alias Massimo Mazzoni, ma anche alcuni che si firmano con il loro vero nome, la raffinata Claudia Salvatori e, last but not least, Secondo Signoroni, che con il suo Dario Costa è stato l’apripista della spy story italiana.
 
Sei un gran viaggiatore, hai praticamente visitato tutti i luoghi interessanti del mondo dall’Asia all’America. Qual è il viaggio che ancora ti manca?
 
Un intero continente, l’Africa. Non ci ho mai messo piede ma credo che provvederò presto. E poi una serie di località un po’ fuori mano da cui sono molto attratto, come la Mongolia, l’Uzbekistan e via dicendo.
 
L’isola di Lombok in Indonesia è per te un rifugio o semplicemente un luogo che chiami casa? Raccontami come la descriveresti a una come me che non c’è mai stata.
 
Lombok, quando l’ho scoperta nei tardi anni ’70 – e di scoperta è proprio il caso di parlare visto che ai tempi nessun, non dico occidentale, ma nemmeno, che so, giavanese, si sognava di metterci piede, almeno nella parte sud – sembrava uscita da un film d’avventura. E ancora oggi la zona è teatro di faide, violenze, battaglie fra villaggi, tanto da scoraggiare i vari tentativi di trasformarla in resort turistico, e conserva gran parte del suo fascino originario. Per me è un po’ il mio rifugio segreto, la mia bat-caverna, ci vado a riprendermi quando sento il peso degli anni e la depressione che incalza. Tre mesi a Lombok e torno ringiovanito di dieci anni.
 
Come ha deciso un “filibustiere” di diventare scrittore?
 
Non c’è molta differenza fra un pirata e un contastorie. Entrambi hanno bisogno di avventura, vissuta o immaginata che sia.
 
Quali sono i libri che leggevi quando eri ragazzo?
 
Dipende dai periodi. Da bambino Verne e Dumas ma non solo, a nove anni ho scoperto la fantascienza e per quattro anni c’è stata solo quella, che divoravo in quantità industriali e a quindici sono arrivati i gialli, polizieschi, thriller, noir e via dicendo, che hanno continuato a farmi compagnia per lungo tempo. Il tutto intervallato, come è giusto, da mainstream, sia classica che contemporanea.
 
Parliamo ora dei tuoi libri e iniziamo dal tuo esordio nel 1994 I guardiani di Wirikuta pubblicato dalla mitica casa editrice bolognese Granata Press. Un tesoro maledetto, il selvaggio Messico, l’avventura. Raccontaci dopo anni che ricordi hai di questo libro.
 
I guardiani di Wirikuta è stato il mio primo titolo a essere pubblicato ma l’onore di essere stato il primo romanzo spetta a Le zanzare di Zanzibar, che è una elaborazione romanzata di una parte della mia vita giovanile on the road. Tornando a Wirikuta, è stato fortemente ispirato dal posto dove mi trovavo in quel momento, una ghost town sulla Sierra Madre messicana che sembrava uscita da un film di Sergio Leone e in cui circolavano leggende di fantasmi e tesori nascosti. Diciamo che è un connubio fra Il tesoro della Sierra Madre e una storia di spettri pellerossa. Secondo alcuni resta ancora oggi il mio romanzo migliore. Io non sono d’accordo ma la cosa non mi dispiace.
 
 
Nel 1998 nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 2602 è la volta di Singapore Sling poi ristampato da Fazi nel 2003.. Un titolo che per me ha un valore personale mi ricorda infatti un racconto che scrissi anni fa. Il cocktail venne creato nel 1915 da Ngiam Tong Boon, barman dell' hotel Raffles di Singapore ed è composto con Gin, Cherry Brandy, succo di limone e Soda Water. Parlaci un po’ del libro e dicci quale è il tuo ultimo Singapore che hai bevuto.
 
Singapore Slingè dichiaratamente un remake del mio romanzo preferito, Il lungo addio, del grandissimo Raymond Chandler. Il protagonista, Rodolfo Capitani, è lo stesso de Le zanzare di Zanzibar, e in questa avventura è chiamato al difficile compito di impersonare Philip Marlowe, aggiornandolo e italianizzandolo. Del Singapore Sling come cocktail mi piace soprattutto il nome, il gusto è un po’ troppo dolce, ma a questo proposito sentiamo un po’ cosa il mio amico Jack Morisco fa dire al suo personaggio Banshee in Furia a Lombok:
 
Banshee sbirciò il bicchiere della sua compagna.
“Come fai a bere il Singapore Sling? È disgustoso.”
“A me non dispiace. In fin dei conti ha un nome patriottico, anche se sembra un titolo di romanzo giallo.”
“Sciocchezze. Solo un idiota sceglierebbe un titolo del genere per un libro.”
 
Poi è nato Butch Moroni, un tipo tosto, fuori dagli schemi, che forse ti somiglia. Quanti libri hai scritto dedicati a lui? Come è cambiato nel tempo il personaggio?
 
In realtà il mio vero alter ego è Rodolfo Capitani, che compare nella trilogia formata da Le zanzare di Zanzibar, Singapore Sling e Incontro a Daunanda. Più che a me, Butch Moroni somiglia al mio scomparso fratello Roberto, anche lui veterinario, come il personaggio. Finora Butch, che negli anni è diventato solo un po’ meno ingenuo, è comparso solo in Sankhara e Solo Fango. Prima o poi arriverà anche il terzo della serie.
 
Nel 2002 per i Segretissimo di Mondadori hai iniziato la serie di romanzi di spionaggio sulla spia Oliver ‘Banshee’ McKeownfirmandoti Jack Morisco. La spy story ha grandi maestri  come Eric Ambler, John Le Carrè, Frederick Forsyth, Robert Ludlum, eJohannes Mario Simmel. Ti hanno in qualche modo influenzato o la tua spy story è meno intrigo e più avventura?   
 
Banshee è nato su richiesta della Mondadori e quindi le sue storie si sono dovute conformare alle caratteristiche della collana Segretissimo. Però questo non vuol dire che col tempo i suoi romanzi non abbiano assunto una precisa connotazione. Diciamo che cerco di basarli su precise realtà geopolitiche in una parte del mondo in cui ho abitato a lungo, il sud est asiatico, e che preferisco anteporre intrighi politici realistici alla azione pura, battaglie, inseguimenti, etc, che mi annoiano. Il vero agente segreto non è un super eroe come James Bond ma un professionista che deve far funzionare molto bene il cervello. Per quanto riguarda gli autori, quelli che più mi hanno influenzato sono stati Len Deighton e Robert Littel.
 
“Solo fango” (Verdenero, 2010) un noir diverso dal solito, un noir che unisce impegno ambientale ai soliti temi del disincanto. Cosa ti fa più arrabbiare quando si parla di ambiente?
 
Credo di essere un sano egoista, per cui vado molto più in bestia quando toccano me rispetto a quando toccano gli altri. E siccome io vivo in Trentino e in Trentino, contrariamente a quanto si pensa, il diluvio di soldi che piove da Roma finisce in gran parte a finanziare intrallazzo, appalti inutili,  e cementificazione, e coprire gli scandali delle discariche di rifiuti tossici che inquinano la falda acquifera, alla fine sono andato in bestia e ho deciso di scrivere un romanzo per sfatare il mito del Trentino felice oasi ambientale. Se non che poi, investigando sul caso di una discarica costruita a due passi da casa mia, ho scoperto un inquietante legame con la tragedia di Stava, che mi ha portato su una pista completamente diversa da quella prevista. Comunque il romanzo è un noir la cui trama è saldamente legata a un fatto tristemente reale, la strage di Stava, appunto, le cui dinamiche vengono fedelmente ricostruite.
 
Ti sei molto documentato per scriverlo. Hai consultato verbali, articoli giornalistici, dossier dell’incidente. Quale è la testimonianza che ti ha impressionato di più?
 
Ho letto molto, sì, ho consultato documenti e verbali di tribunale, ma la cosa che più mi ha sconvolto è stato parlare con i parenti delle vittime. Quando vedi in faccia una persona che è andata a lavorare al mattino e al suo ritorno non ha più trovato né la casa, né la moglie, né i suoi quattro bambini, non resti indifferente e tutto quello che hai pensato fino a un momento prima cambia completamente.
 
Oltre ai romanzi hai scritto numerosi racconti. Quale è il segreto per scrivere un buon racconto?
 
Non lo so, penso che scrivere racconti sia molto più difficile che scrivere romanzi e in proporzione richiedano un tempo infinitamente maggiore. A meno che uno non sia folgorato da un’idea, ma questo succede molto di rado. Spesso comincio a scrivere senza sapere dove vado poi, ad un certo punto, la narrazione prende forma e si snoda da sola. Ma preferisco di gran lunga scrivere romanzi.
 
Se dovessi scappare da una biblioteca in fiamme quale è l’unico libro che salveresti e perché?
 
Così, a bruciapelo? Non il mio preferito, Il lungo addio, ma solo perché l’ho letto almeno dieci volte, in tre lingue diverse, e lo so quasi a memoria. Forse Round the bend, un libro quasi sconosciuto di Nevil Shute che, per motivi che ignoro, mi ha commosso.
 
Progetti per il futuro non solo letterari?
 
Il prossimo romanzo in arrivo in libreria è una tosta avventura tarantiniana ambientata fra sud est asiatico e Messico, Otherside, per Perdisa, in marzo 2011. E per quell’epoca sarò già avanti con la stesura di un thriller politico italiano su cui non anticipo nulla. Per la parte non letteraria, non lo so, vorrei tanto avere una casa in un posto dove si possa andare in giro a cavallo. Si vedrà.
 
Ah dimenticavo l’ hai poi aperto il Writers’ Café a Lombok?
 
Ahimé, no, per sopraggiunte complicazioni. Ma non demordo, prima o poi lo farò. 

:: Intervista a Enrico Remmert

6 ottobre 2010

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Grazie Enrico dell’intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Sei nato a Torino nel 1966, sei uno scrittore, hai due bimbe, sei laureato in Scienze Politiche, scrivi per diverse riviste come GQ, Slow Food e molte altre. Raccontami una tua giornata tipo.

La mia giornata tipo non esiste più, per fortuna. Ho una tale varietà di lavori che l’unica costante è portare le mie due figlie a scuola. Poi ogni giornata è diversa.

Oltre a scrivere che lavoro fai? 

Ho lavorato per sedici anni in azienda, cambiando in quell’arco di tempo cinque datori di lavoro e cinque settori merceologici, sempre a causa di un’inquietudine difficile da descrivere, e che continuo a sentirmi addosso. Comunque oggi sono un free-lance della scrittura e mi capita di applicare questa capacità agli ambiti più diversi. Negli ultimi cinque anni ho scritto per quotidiani e magazine, ho scritto per la pubblicità, ho scritto per il mondo aziendale, per la televisione, il fumetto, il cinema e il teatro, ho scritto testi musicali, ho scritto testi tecnici, ho fatto il traduttore e l’editor, ho insegnato ai corsi di scrittura, e così via. Inoltre continuo a fare consulenze aziendali, che alla fine si trasformano in brief, documenti strategici, piani operativi… insomma, in una parola: qualcosa di scritto. Ma non credo di essere una mosca bianca: la maggior parte degli scrittori che conosco, anche quei pochissimi che potrebbero vivere solo di scrittura “alta”, si destreggiano in molti altri ambiti della scrittura. Insomma, siamo in tanti a sentirci un po’  Bianciardi.

Hai pubblicato con Marsilio tre romanzi “Rossenotti” (1997, Marsilio), “La ballata delle canaglie” (2002, Marsilio) e Strade bianche (2010, Marsilio). C’è un filo conduttore che lega questi libri, un processo di evoluzione nella tua scrittura, nel tuo modo di concepire l’arte e la letteratura in particolare?

La seconda parte della domanda è impossibile da esaurire in poche battute. Quanto al filo conduttore, invece, credo sia molto evidente: mi interessano storie italiane, legate al presente, al cui interno i protagonisti manifestino qualcosa che, per semplificare, potrei definire “smarrimento”. Perciò mi prendo questi piccoli mondi, intimi, e cerco di sviscerarli. Nel farlo brancolo tentando di ricercare un equilibrio fra profondità e superficie, fra spessore e disinvoltura, cercando a tutti i costi una strada mia, il più possibile riconoscibile. È ovvio che un approccio del genere costringe a non essere molto prolifici.

Strade bianche il tuo ultimo romanzo ha avuto una lunga gestazione o è nato di impulso? Quanto tempo ci hai messo a scriverlo? Quando hai detto “è pronto per camminare con le sua gambe” e l’ hai dato alle stampe?

Strade bianche ha una gestazione complessa, molti padri e molte madri, ma è impossibile raccontarla. Diciamo che ci lavoro dal 2005.

Un road movie dell’anima” è stato definito. In un racconto di viaggio il panorama cambia sempre e incide sugli umori dei personaggi. Quanto i luoghi influenzano la tua scrittura?

I luoghi poco, le atmosfere dei luoghi moltissimo. La scena alle saline di Santa Margherita di Savoia, ad esempio, deriva dal fatto che ci sono stato realmente, d’inverno, e quel giorno lì nevicava, una cosa che non accadeva da quasi vent’anni.

I tuoi personaggi nascono dalla realtà? Sono figli, frammenti, di persone che hai conosciuto o a che anche solo hanno incrociato il tuo cammino?

Naturalmente.

Tre voci narranti che si intersecano, si sovrappongono, vivono di vita propria come un canone a tre voci. Perché questa pluralità di punti di vista? La realtà per essere compresa, per far emergere la verità, deve essere analizzata trasversalmente?

Quello che posso dire è che è stata una scelta molto complessa da gestire sotto il profilo sia narrativo che stilistico, ma vedo che, a parte un inevitabile smarrimento iniziale, i lettori apprezzano e, anzi, molti non se ne accorgono neppure, che è la migliore testimonianza che funziona.

Le road story sono tipiche del contesto americano, grandi spazi, viaggiatori solitari, magari con zaino in spalla e un block notes per raccogliere impressioni e sensazioni. Penso a On the road di Jack Kerouac, o Nelle terre estreme di Jon Krakauer. Come ti è venuta l’idea di un viaggio tra Torino e la Puglia?

Esiste più di una risposta. Prima di tutto, nella mia infanzia ho avuto la fortuna di viaggiare molto: mio padre non ha mai lavorato in Italia e questo fa di me uno che, a sette anni d’età, ne aveva vissuti due in Cile e cinque in Kenya. Crescendo, anche se a quel punto abitavo a Torino, ho passato interi mesi in Irlanda e poi, nell’ordine, in Svizzera, in Danimarca, in Brasile e in Argentina. Forse, alla fine, ne è nata una sorta di rigetto: oggi, come uno dei tre protagonisti del libro, provo un forte disagio fisico nel viaggiare, esattamente quello che descrivo nelle parti di Vittorio. D’altra parte questo disagio non mi hai mai fatto rinunciare a viaggiare: mi piace quella sorta di latenza mentale che il viaggio provoca, il vedere le cose da una prospettiva diversa. Parlo del viaggio non come mero spostamento da qui a lì, ma come attraversamento di uno spazio, non necessariamente fisico. In ultimo mi interessava quella strana frenesia occidentale, per cui sembra che si viva solo per scappare via. Da qui nascono certe riflessioni, come quella di Vittorio quando dice: “Nella mia visione, le agenzie di viaggio sono luoghi di smistamento emotivo. E leggo in questa frenesia di viaggiare dei miei coetanei non curiosità per il mondo, ma un tentativo di esportare il proprio disagio: cambiare posto all’insoddisfazione mettendola in un altro scenario, chiedere tutto in una volta alla distanza quello che il tempo non potrebbe concedere se non a poco a poco”.

Cito Le Figarò: “Con questo libro Remmert prende posto tra gli autori più dotati della sua generazione”. Che sensazione hai provato leggendo questo commento?

La consapevolezza che, all’estero, badano a quello che hai scritto e non alla tua posizione in seno al mondo editoriale, a quanto ti fai vivo sui siti che contano, a quanto lisci il pelo ai baroni, a quanto prendi parte ai dibattiti e alle polemiche del mondo letterario e così via. Io sono un appartato, mi faccio i fatti miei: questo in Italia costa caro, in termini di visibilità, ma all’estero per fortuna no.

Quali sono le tue letture preferite, i tuoi scrittori totem?

Ce ne sono decine: mi riconosco nel famoso verso di Borges: “Gli altri si vantino delle pagine che hanno scritto/ io sono orgoglioso di quelle che ho letto.” Ho in casa quasi duemila volumi, ma non è niente rispetto alla libreria di famiglia. Perciò non riesco a fare dei nomi isolati, per me vale tutto: i classici greci e latini, Shakespeare, i nordamericani, i russi, i boemi, i poeti spagnoli del Ventisette, i grandi sudamericani, da Miguel Angel Asturias a Marquez, lo splendido Novecento italiano… come si fa a fare solo qualche nome?

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Sei un perfezionista, rivedi molte volte il testo prima di considerarlo la stesura definitiva?

Ho una scrittura a strati, qualcosa che via via si sedimenta e prende corpo in maniera differente da com’era all’inizio. Nel senso che butto giù due/tre pagine alla volta ma poi le riscrivo all’infinito, soprattutto tagliando. Lavoro in modo accurato su tutti gli aspetti: sulle parole, sullo stile, sulla musicalità della frase, ma anche sulla narrazione vera e propria, sulla storia che racconto, che secondo me è il punto focale. Leggo molti scrittori che scrivono benissimo, ma sembrano dimenticare che la scrittura non è fine a se stessa, ma è al servizio di una storia e, quando questa non c’è, invece che letteratura si dà vita alla noia. Si può dire bene o male dei miei libri, ma di certo non regalo sbadigli.

Raccontami Torino la tua città. Colori, odori, suoni. Parlami dei luoghi che preferisci e di quelli che cambieresti. Città sabauda, città post industriale come coniuga passato e presente?

L’ho descritta molto in Rossenotti e nella Ballata. È una città che amo, un “luogo” in contrapposizione a certe città che sono dei “non-luoghi”. Abito in San Salvario, vicino a Piazza Madama Cristina, ed è un quartiere in cui mi sento a mio agio, dove i negozianti li conosci per nome e aleggia su tutto la dimensione del borgo.

Che libro stai leggendo attualmente?

Leggo sempre più libri contemporaneamente, in genere tre, ma mai dello stesso genere, per non fare pasticci. La terna consueta è un romanzo, un libro di poesia e un libro di racconti. Oppure, oltre alla narrativa e alla poesia, un saggio o una biografia. Attualmente sono su “Il piacere non può aspettare” di Tishani Doshi, “Olive Kitteridge” di Elizabeth Strout e “La gioia di scrivere”, l’antologia completa delle poesie della Szymborska.

E la tua avventura con i Motel Connection?

Un esempio di com’è strana la vita. Molti anni fa andavo a vedere i concerti dei Subsonica, oggi scrivo canzoni gomito a gomito con Samuel, il loro cantante. E poi c’è dj Pisti, uno con cui puoi parlare di Fenoglio o di Norman Cook, di Herzog o di Massimo Campigli, e sei sicuro che ha sempre qualcosa di interessante da dire. In generale questa è la vera soddisfazione nell’aver scritto dei libri che sono piaciuti: per esempio, una volta andavo alle mostre di Daniele Galliano, per me uno dei vertici della pittura contemporanea, e oggi stiamo mettendo in piedi un progetto insieme. Questo sì che non ha prezzo, altro che Le Figarò…

Stai scrivendo attualmente? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

Ho appena finito un libro a sei mani: una favola per bambini, ma anche no, con testo mio e di Luca Ragagnin e illustrazioni di Paolo d’Altan. S’intitola “Il viaggio semiasciutto di Ulisse il pesce volante” e uscirà a fine ottobre per Edizioni BD.

:: Intervista a Lisa Unger

5 ottobre 2010

Grazie Lisa per avere accettato la mia intervista. Parlaci brevemente di te, i tuoi studi , il tuo background
 
Dal mio sitoweb: Per lungo tempo ho creduto che fosse veramente impossibile vivere facendo la scrittrice, soprattutto perché era quello che la gente mi ha sempre detto. Così ne ho fatto un hobby. Per tutto il liceo ho vinto premi e anche una borsa di studio parziale grazie alla scrittura. Al college i miei insegnati mi hanno consigliato di coltivare davvero il mio talento e di cercarmi un agente. Ma c’era una vocina che mi diceva con calma ma con insistenza che non era possibile. Quando mi sono laureata alla New School for Social Research, fare la scrittrice non la conisderavo una possibilità di carriera reale. Avevo bisogno di un lavoro vero. Così iniziai una professione che mi avvicinò il più possibile al mio sogno. Divenni addetto editoriale. Nel corso degli anni ho lavorato veramente duramente. Il mio lavoro ha iniziato ad assorbire la maggior parte del mio tempo e sempre meno tempo ho potuto dedicare alla scrittura. Scrivevo nei ritagli di tempo, la sera dopo il lavoro, la mattina presto, sul mio treno da pendolari, durante la pausa pranzo. Mi ci è voluto molto tempo per terminare il mio primo romanzo. Per saperne di più del mio percorso da aspirante scrittrice ad autrice pubblicata visitate il mio sito:
http://blog.lisaunger.com/getting-published/
 
Perché sei diventata scrittrice? Era un tuo sogno già da bambina? 
 
Sono sempre stata una scrittrice. Non riesco a ricordare un momento in cui non lo sono stata. Quindi sicuramente è stato un sogno che è diventato realtà quando ho potuto farne un lavoro e sono stata pubblicata.
 
Mi piacerebbe sapere quali scrittori ti hanno maggiormente influenzata?
 
Ho sempre letto moltissimo ero decisamente un’ onnivora letteraria  e sono stata molto influenzata sia dalla narrativa popolare che dalla letteratura classica. Ho amato moltissimo Truman Capote, Gabriel Garcia Marquez, Jane Austen, Patricia Highsmith, le sorelle Bronte. Ma ho anche amato Stephen King, Sidney Sheldon, Joy Feilding … potrei andare avanti all'infinito. Uno dei miei thriller preferiti era Rebecca di Daphne DuMurier. Mi è piaciuta moltissimo l'idea della ragazza ordinaria che si trova coinvolta in circostanze straordinarie. Ed è un tema che ho sempre tenuto in considerazione nel mio lavoro. Per ulteriori informazioni sui libri che mi hanno cambiato, visitate il sito:
http://abytesgen01.securesites.net/lisa_unger/2007/05/
 
Quale è stato il tuo primo lavoro che hai scritto. Raccontaci un po’ il tuo esordio e la tua strada verso la pubblicazione.
 
Considerando che in tutta la mia vita ho sempre scritto, presumo che in assoluto il mio primo scritto sia stata qualche poesia orribile. Ho anche scritto opere teatrali, pezzi giornalistici, e racconti. Ma il mio primo romanzo è stato Angel Fire pubblicato negli Stati Uniti da  St. Martin’s Minotaur con il mio cognome da nubile Lisa Miscione. E 'stato un libro che ho iniziato quando avevo diciannove anni e ho terminato quando ne avevo 29. Mi ci è voluto molto tempo per arrivare alla pubblicazione. Una volta che ho completato il romanzo, lo ho inviato a diversi editori e ho avuto  la fortuna di firmare subito un contratto. Ho pubblicato tre libri di questa serie con per protagonista Lydia Strong. Quando ho scritto Beautiful lies, ho cambiato gli editori e ho iniziato a scrivere con il mio nome da sposata Lisa Unger. C’è stata una grande evoluzione nella mia scrittura  per cui era un po’ come un nuovo inizio, una reinvenzione.
 
Cosa ne pensi dei personaggi femminili nei crime contemporanei? Sempre vittime o donne fatali?

Tendo a non generalizzare. Alcuni dei migliori scrittori oggi scrivono romanzi polizieschi. Naturalmente, ci sono le convenzioni di genere e i personaggi standard – come la vittima o come la femme fatale. Ma lo stesso si può dire dei personaggi maschili del genere. Quando penso ai miei scrittori femminili preferiti, come Ruth Rendell, Laura Lippman, Kate Atkinson, Tana French, Gillian Flynn – ebbene sono capaci di creare sempre personaggi ricchi e interessanti.
 
Sei femminista?
 
Non sono sicura di come rispondere. Non credo che le donne abbiano un posto di parità nella società, anche se meritano la stessa paga, le scelte, il trattamento, ed i vantaggi che  vengono fatti agli uomini  Sì. Suppongo che tutto ciò faccia di me una femminista.
 
Dimmi qualcosa del tuo paese.

Il mio paese è  grande,  incredibilmente vario, complesso e magnifico. Abbiamo certo i nostri problemi. Ma la mia citazione preferita sugli Stati Uniti è di Bill Clinton. Disse: "Non c'è niente di sbagliato in America che non possa essere corretto  con ciò che c’è di giusto in America." Ho il più profondo amore e possibili per la fede nel mio paese. L'elezione del presidente Obama ha dato a molti di noi un’enorme speranza e ottimismo per il nostro futuro.
 
Dove sei nata? Raccontami qualcosa sulla tua infanzia.
 
Sono nata in Connecticut, ma mio padre lavorava per la Exxon, così abbiamo viaggiato un bel po '. Ho passato una buona parte della mia infanzia in Inghilterra e in Olanda. Penso che sia stato per questo che mi sono sempre sentito un po 'al di fuori e bisogna diventare osservatori per scrivere. E 'stato anche per questo che ho molto fatto affidamento su libri, e sono diventata un’ avida lettrice. Mi sono innamorata della storia in età molto precoce.
 
Nuovi progetti per verisoni italiane dei tuoi libri?
 
In realtà non conosco la risposta a questa domanda. Cercherò di scoprirlo.
 
I tuoi debuttanti preferiti?
 
I miei debuttanti preferiti negli ultimi due anni sono stati Heartsick di Chelsea Cain e Into the Woods di Tana French.
 
Progetti di film tratti dai tuoi libri?
 
BLACK OUT è stato opzionato per il cinema l'anno scorso. Ma non ci sono notizie sullo sviluppo in questo momento.
 
Cosa stai scrivendo in questo momento?
 
Attualmente sto lavorando ad un romanzo che uscirà negli Sati Uniti nel 2011.
 
Ti piace l’Italia?
 
Io amo l'Italia. Parte della famiglia di mio padre viene dall’ Italia, i miei nonni sono americani di prima generazione. Ho trascorso tre settimane in Italia per il mio viaggio di nozze, visitando il lago di Como, Venezia, Roma e Firenze. Si tratta di un paese magnifico, magico, bello, caldo e piacevole e non vedo l'ora di tornarci con mia figlia.
 
Raccontaci qualcosa di divertente su di te.
 
Ho una terribile paura delle motoseghe e dei parchi di divertimento. Stranamente molte delle ragioni sono le stesse: il rumore, il potenziale disastro imminente, forse gli operatori inetti. Non mi piacciono le condizioni in cui uno spensierato momento potrebbe portare alla perdita di qualcosa di importante, come il tuo braccio per esempio. Fore cose più divertenti su di me, le trovate visitando il sito: http://abytesgen01.securesites.net/lisa_unger/interviews/

:: Recensione Indian Takeaway di Hardeep Singh Kohli a cura di Nicoletta Scano

5 ottobre 2010

indian takewayIndian Take away piacerà senza alcun dubbio a chi ama leggere libri di viaggio: ma non solo.
Questo romanzo è una vero viaggio nella cucina, nella cultura e nell’idea che abbiamo come occidentali dell’India.
L’opera è scritta d’altra parte con un punto di vista d’eccezione: un figlio di indiani espatriati a Glasgow prima della sua nascita, che parte per un lungo viaggio alla ricerca delle proprie radici e della propria identità di immigrato di seconda generazione.
L’idea di fondo del protagonista-esploratore apparirà alquanto bizzarra: cucinare per gli indiani piatti inglesi, così da riportare in terra natia un po’ di quel che la Gran Bretagna ha imparato dall’India. Ammesso che l’autore, Hardeep Singh Kohli sia un mago della tavola, pare comunque singolare l’idea che la cucina inglese, di certo non rinomata nel mondo per la propria raffinatezza, possa stupire i maestri delle spezie e dell’inventiva culinaria!
Ma pagina dopo pagina, l’autore affronta ben altri temi, descrivendo incontri, conversazioni, e offrendo un dettagliato diario di viaggio, ove particolare attenzione è data alla ricerca dell’India più autentica, non colonizzata, non sfruttata, non occidentalizzata.
E così apprendiamo, per opinione del protagonista, che attraverso la cucina e le avventure di viaggio è alla ricerca dello spirito di un popolo, che “L’India è una nazione immensa. A dire il vero non dovrebbe neppure essere una nazione, proprio come non lo è mai stata l’URSS. Ma sembra che le persone più disparate si sentano in qualche modo unite dalle pochissime cose che hanno in comune – tralasciando le miriadi di cose che le dividono. E sono convinto che uno degli elementi che tutti gli indiani hanno in comune sia proprio l’amore per le verdure”. Così, passando da un piano di osservazione all’altro, Hardeep Singh Kohli ci accompagna alla scoperta del suo stesso viaggio, attraverso Kovalam, Mamallapuram, Mysore, Bangalore, Goa, Delhi, Srinagar e Ferozepure, la sua città di origine, meta del suo cuore e della sua identità familiare.
Con una presenza di spirito singolare ammira, apprezza, critica, assaggia, sperimenta, confronta ed infine riferisce impressioni e sensazioni, speranze e sentimenti caratterizzati dal suo punto di vista complesso, perfettamente descritto circa a metà del suo viaggio con poche semplici parole: “Sapete, quando c’è in ballo l’India ho una doppia identità. Da un lato mi sento libero di criticare il Paese, ma dall’altro sono pronto a balzare in sua difesa se sento qualcuno parlarne male”.
In un mondo definitivamente globalizzato, in un’epoca in cui i temi dell’immigrazione, dell’integrazione e dell’identità religiosa e culturale  sono attualissimi, un libro come questo ha il pregio di affrontare tutti questi argomenti con riflessioni apolitiche, senza pregiudizi e umoristiche, offrendo un positivo scorcio della realtà, vista attraverso gli occhi di un immigrato di seconda generazione, ancora alle prese con il sospetto dei nuovi compatrioti e con la scoperta delle proprie radici.

:: Recensione di Pinocchio .2112 di Silvio Donà a cura di Diego Di Dio

4 ottobre 2010

“Pinocchio .2112” è un romanzo di fantascienza.
Ma non proprio. E non solo.
L’atmosfera in cui si svolge la storia recupera alcuni cliché della fantascienza distopica (la razza umana costretta a vivere nel sottosuolo), ma li sviluppa in modo originale e sorprendente.
Il protagonista, Angelo, è un cercatore e uno spacciatore. Di droga, di alcool, di donne?
No, di libri.
I libri sono una merce preziosa, rara e ben pagata: sono i testimoni di un’epoca vissuta sulla superficie della Terra, alla luce del sole. Epoca della quale gli abitanti di questo sottomondo gretto, sporco e violento non hanno né ricordo né coscienza.
Il romanzo, narrato interamente in prima persona, riesce a creare attorno al lettore un’atmosfera cupa e rozza, un mondo in penombra nel quale morire è facile come respirare.
Ma questo è solo “l’inizio” del libro.
A mano a mano che si va avanti, il contesto fantascientifico lascia spazio allo sviluppo umano e psicologico. Il protagonista incontrerà un ragazzino, di cui deciderà di prendersi cura; e incontrerà una donna dalla bellezza mozzafiato: Eva, la moglie di Scipione Rega, il capo dei capi.
Ma soprattutto incontrerà la Verità: un’incredibile rivelazione capace di rovesciare l’intero universo distopico costruito sino a quel momento.
 
Silvio Donà, 45 anni, “quasi-esordiente”, ci sorprende con un romanzo dalla struttura narrativa impeccabile e dai protagonisti dipinti con realismo e malizia.
Il modo di scrivere è indice di una buona padronanza, non solo dei meccanismi della fantascienza, ma anche di quelli del thriller e del noir.
Questo romanzo è stato giustamente segnalato a uno dei concorsi indetti dalla “Leone Editore”.

:: Le donne celebri di Denise Cartier a cura di Elena Romanello

1 ottobre 2010

Accanto a tanta produzione di romanzi storici di ambientazione anglosassone, al femminile e non, stupisce positivamente nel catalogo della Sperling & Kupfer la presenza di due libri di Denise Cartier, pseudonimo francesizzante pare di un'autrice italiana, dedicati a due figure affascinanti e forse poco conosciute, a parte che dagli addetti ai lavori, della storia di Francia: Ninon de Lenclos in Le passioni di Madame de Lenclos e Diana de Poitiers in Nel cuore del re.
Strano destino, quello della storia di Francia nel nostro Paese: ci sono stati due momenti di grande interesse per le vicende romanzesche in terra francese, Dumas a parte che è un sempreverde, individuabili abbastanza facilmente negli anni Sessanta con la serie, letteraria e cinematografica, di Angelica marchesa degli angeli di Anne e Serge Golon, e negli anni Ottanta con l'anime giapponese Lady Oscar di Riyoko Ikeda, ma a parte questi che sono ormai dei classici non c'è tutta questa pratica delle vicende storico romanzesche d'oltralpe, spesso legate a doppio filo alle nostre, in momenti che vanno dal Medio Evo alle guerre di religione, dalla Rivoluzione francese all'Ottocento.
I due libri di Denise Cartier possono servire come scoperta o riscoperta di due figure interessanti e romantiche, intriganti e passionali: Ninon de Lenclos, cortigiana vissuta sotto il Re Sole, mecenate di artisti e letterati (il suo ultimo protetto fu un ragazzino di nome Voltaire), spirito libero ma amante appassionata, attraversa le pagine de Le passioni di Madame de Lenclos con verve e fascino, in un romanzo che ne restiuisce la vita con brio e partecipazione. Il libro, uscito due anni fa in edizione rilegata (ancora reperibile in libreria, biblioteca e nei mercatini) è appena riuscito in tascabile per Sperling, ed è consigliabile a chi ama la Storia vista dal punto di vista delle donne, ma anche a chi vuole appassionarsi con una vicenda romantica e coinvolgente.
Diana de Poitiers, dama alla corte di Francia, amante di Enrico II di Valois che aveva vent'anni in meno di lei in un'epoca in cui a trent'anni eri considerata vecchia, grande rivale di Caterina de Medici e creatrice di uno dei più bei e magici castelli francesi, quello di Chenonceau nella Valle della Loira, rivive nelle pagine di Nel cuore del re, forse a tratti meno convincente dell'altro libro, un po' indeciso tra biografia e romanzo. Ma la storia che racconta è indubbiamente intrigante, e ricostruisce bene questa figura d'eccezione.
Entrambe, sia Diana che Ninon, sono state donne in anticipo sui tempi, per certi aspetti delle protofemministe, non inscrivibili solo alla categoria delle cortigiane, ma intellettuali, libere pensatrici, attive anche in una certa forma di promozione sociale e di visione tollerante e aperta della società. Scoprire queste figure, non di sante ma di donne in carne ed ossa, anche in un romanzo, è senz'altro un'esperienza interessante da scoprire o da ripassare, per capire che donne ci sono state e come si seppe andare contro gli schemi secoli prima del femminismo e delle lotte per i diritti civili.
In attesa di scoprire a chi si dedicherà la prossima volta Denise Cartier, e a chi si nasconde dietro questo pseudonimo…
Elena Romanello

:: Intervista a Daniel Levin

30 settembre 2010

Salve Mr Levin. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Ci racconti qualcosa di lei. Chi è Daniel Levin? Punti di forza e di debolezza.

Piacere mio essere qui. Chi è Daniel Levin? Questa è una domanda molto filosofica! I miei punti di forza beh vediamo sono affascinato dal mondo intorno a me. La sua storia. Le sue incongruenze. Il mondo antico prende vita in I sette fuochi del Tempio. La parte che mi è piaciuta più scrivere riguarda l’autentico spionaggio antico.

Ci racconti qualcosa del suo background, i suoi studi, la sua infanzia.

Ho studiato le civiltà romana e greca all’università, poi sono andato alla Harvard Law School. Per quanto riguarda gli studi classici, tutto quello che ho scritto nel romanzo del mondo antico è reale. Ad esempio, all’inizio del mio romanzo, i carabinieri trovano l’ antico cadavere perfettamente conservato di una donna all’interno di una colonna antica. Nel mondo antico romano, alcuni cadaveri sono stati realmente immersi nel miele, ambra, e in altri oli. Da studente di materie classiche, ho cercato di far si che tutti i dettagli fossero autentici. Da studente in giurisprudenza, ho fatto in modo che tutte le leggi internazionali nel romanzo fossero reali.

Quando ha capito che avrebbe voluto essere uno scrittore?

Mentre ero alla Law School. Amavo le storie dietro i casi.

Perché ha deciso di scrivere I sette fuochi del tempio?

Mentre lavoravo come avvocato in un caso a Gerusalemme, ho potuto vedere il revisionismo storico in atto. Una fondazione islamica segreta stava rimuovendo 20.000 tonnellate di macerie illegalmente scavate dal Monte del Tempio. Ho cominciato a chiedermi: e se una parte di questo intrigo è avvenuta provocando conseguenze nel mondo attuale? Nella ricerca di altri siti scavati illegalmente in tutto il mondo, ho trovato che la maggior parte degli scavi clandestini sono stati fatti per motivi politici da persone che cercano di controllare il passato, al fine di controllare il futuro. Poi ho cominciato a chiedermi: e se qualcuno volesse controllare, non il futuro, ma il passato? Da li ha avuto inizio la storia.

Quanto è durato il processo di scrittura di I sette fuochi del tempio?

Si potrebbe dire che ho iniziato le ricerche per I sette fuochi del tempio mentre mi stavo laureando in lettere classiche presso l’Università del Michigan. Il livello di spionaggio a Roma e in Grecia mi ha sempre affascinato. Continuavo a vedere  cose come una strana traduzione dal latino, un segno misterioso a margine, o qualche notazione inspiegabile. Quelle cose iniziarono a far volare la mia immaginazione e la storia continuava a cambiare, diventando sempre più credibile.

A quali altre opere si è ispirato durante la scrittura di questo romanzo?

Sono un appassionato lettore e senza dubbio sono stato ispirato dalle opere di altri scrittori contemporanei. I miei preferiti sono probabilmente Scott Turow, Tom Clancy, Ian Flemming, e John Le Carre. Sono stato ispirato anche dalle mie ricerche, naturalmente, che richiedevano spesso di studiare testi e manoscritti antichi, o di studiare una certa struttura narrativa utilizzata da un altro grande autore.

Può dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Certo. Dal labirinto sotto il Colosseo fino al tunnel sotto la Gerusalemme biblica, un giovane avvocato americano deve fermare un gigantesco complotto teso a riscrivere il passato. Le sue scoperte rivelano non solo una operazione di intelligence antica per proteggere un artefatto nascosto per 2000 anni, ma anche una spietata trama moderna per distruggere ogni traccia della presenza ebraica e cristiana nel Monte del Tempio.

Può dirci un po’ di più sul  suo protagonista, Jonathan Marcus?

Marcus non è boyscout quando lo conosciamo per la prima volta. E’ un ex studente di dottorato che è diventato un avvocato molto richiesto tra i meno-che-scrupolosi commercianti di antichità. E’ pratico, mette la sua immensa conoscenza del mondo antico per un uso molto proficuo per difendere questi commercianti di antichità. Ho sempre trovato la tensione morale nel commercio di antichità molto affascinante. Noi vediamo questi antichi reperti in musei, scintillanti nelle loro vetrine, ma alcuni sono inzuppati nel sangue del commercio. Essere scagliato nel mezzo di tutto questo, come avvocato, mi sembrava un buon punto di partenza per presentare un personaggio avvincente. In altre parole: sì, sta usando il suo talento per difendere questi commercianti, ma d’altra parte, si può dire c’è anche ha una vera passione per il mondo antico. Scopriamo anche perché fu costretto ad abbandonare il suo lavoro di dottorato presso l’American Academy a Rome qualche anno prima: per la sua ricerca si era spinto troppo lontano. Aveva  osato troppo, ed ora è restio a farlo di nuovo.

I sette fuochi del tempio diventerà un film?

Ci sono produttori che attualmente stanno esaminando il progetto!

Mi piacerebbe parlare del suo processo di scrittura. Vuole descriverci una sua tipica giornata di lavoro?

Mi considero prima di tutto uno scrittore. Vado in ufficio ogni giorno – ho un ufficio, molto importante – e mi siedo a lavorare, e lavoro di filato fino a sera. Scrivo di solito al mattino, preferisco, interrompo nel pomeriggio, e riprendo la scrittura di nuovo alla sera, fino a quando vado a casa. Faccio ricerche, leggo e di nuovo leggo quando vado a casa, e posso passare il tempo con la mia famiglia.

Chi sono i suoi autori viventi preferiti?

Questa è una domanda interessante, perché penso che sia molto importante conoscere i propri contemporanei. I miei autori preferiti sono John Le Carre, Scott Turow, e Harlan Coben.

Cosa sta leggendo in questo momento?

Proprio ora, sto leggendo Il falsario Spell di Edward Dolnick, e la serie di James Bond di Ian Fleming.

Le piacciono i tour per la promozione letteraria? Racconti ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

Mi piace incontrare i miei lettori perché ognuno ha appreso qualcosa di diverso dal libro. Molti mi chiedono quali parti del libro sono verità e quali parti sono fiction. Ho avuto diversi colloqui intensi con i lettori sul revisionismo storico e sul commercio illegale di antichità, la religione e la storia antica e ho avuto modo di stimolare il dibattito che circonda ognuno di questi argomenti. Mi piace perchè i  miei lettori sono intelligenti, sono persone con reali preoccupazioni e precise opinioni sulla nostra storia umana. Quindi sì, mi piacciono i  tour promozionali, perché mi permettono di interagire con persone interessanti.

Ha una base di fan molto intensa. Qual è il suo rapporto con i suoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con lei?

Cerco di rispondere ad ogni persona che mi contatta. Forse non accadrà subito, ma se mi contatti, il 99,9 per cento delle volte, otterrai una risposta. Se non succede, probabilmente è perchè la tua e-mail non mi è arrivata, quindi prova di nuovo. Potete contattarmi tramite il mio sito web o scrivermi tramite il mio editore.

Infine, l’inevitabile domanda:  a cosa sta lavorando ora?

A grande richiesta, sto lavorando su un follow-up di I sette fuochi del tempio. Jonathan Marcus non potrà avere un attimo di respiro. Sarà  ancora una volta impegnato a correre rischiando la vita in località esotiche!