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:: Recensione di Due maroni così. Tratto da una storia vera e tosta di Marco Costa

31 marzo 2011

Due maroniPaolo M., protagonista di questo romanzo autobiografico, opera prima di Marco Costa nato nel 1967 a San Secondo Parmense, è un ragazzo come tanti, che vive il disagio sulla sua pelle, la noia, le frustrazioni, le nevrosi, le ossessioni, le depressioni, le tensioni con i genitori, l’incapacità di essere ciò che la società pretende da noi, sempre vincenti, sempre i più forti, sempre padroni delle nostre azioni nel bene e nel male. Paolo M forse più vulnerabile di altri giovani, forse solo più sfigato, si rifugia, nell’alcool, nella droga, nei programmi televisivi in reti di infimo ordine dove ciarlatani travestiti da santoni ti promettono di vedere nella tua anima e darti soluzioni. Paolo M vuole un briciolo di speranza, vuole vivere, ama la vita, crede nell’amicizia, crede nell’amore. E’ una persona positiva, infondo non lasciamoci ingannare dall’aura da cattivo ragazzo, crede in alcuni valori, crede nella solidarietà, forse è troppo sincero questo sì, troppo innocente, troppo fiducioso per trovarsi bene in questo mondo dove “homo homini lupus” Plauto ci insegna. Paolo M è un candido, un puro, sembra un personaggio uscito dalla penna di Mark Twain. Marco Costa da vita a questo altro se stesso di carta con sensibilità e tenerezza, ci riporta a provare simpatia per Paolo M a tifare per lui nella lotta per la vita e per la felicità a cui tutti abbiamo diritto sia i forti sia i deboli sia chi ce la fa da solo sia chi ha bisogno dei centri di ascolto per capire meglio se stesso per vincere le proprie fragilità. La sincerità di Costa è disarmante. L’autore si mette a nudo, parla di cose così personali che quasi il lettore ha la sensazione di profanare un intimità. Ma così non è condividere è l’obbiettivo di Costa, parlare liberatoriamente di sofferenza, disagio, è un modo per esorcizzare il male e trovare qualcuno che ci ascolti a volte è raro come trovare un vero amico. Forse l’eccessiva spontaneità pregiudica lo stile e la fruibilità del testo ma il suo valore di testimonianza non ne risulta minato. Qualche errore grammaticale in meno, qualche periodare più levigato e ricercato infondo avrebbe dato più tono alla forma ma è la sostanza che importa.

Due maroni così. Tratto da una storia vera e tosta di Marco Costa, Altromondo Editore, Collana Iride, 2008, pagine 105, Prezzo di copertina Euro 10,00.      

:: Recensione di L’anello dei ghiacci di Michael Ridpath

30 marzo 2011

Ridpath-Anello_dei_ghiacciTra i diversi scenari in cui siamo abituati a vedere dipanarsi intricate storie di sangue e delitti, nel più puro Nordic style, l’Islanda non compare spesso. Mi viene giusto in mente l’islandese Arnaldur Indridason con la sua serie dedicata al commissario Erlendur Sveinsson ma se già dovessi farvi un secondo nome mi troverei in serie difficoltà. Quindi immaginatevi la mia sorpresa quando sono venuta a conoscenza che Garzanti avrebbe pubblicato L’anello dei ghiacci dell’inglese Michael Ridpath che proprio islandese non è ma ha scelto l’Islanda, questo misterioso paese di ghiacci, montagne, fiumi e vulcani, per raccontarci una storia in cui le antiche saghe scandinave hanno un ruolo rilevante. Per chi ha amato  Il signore degli anelli un’ occasione davvero insolita di vedere il vecchio capolavoro di J.R.R. Tolkien assumere una nuova luce e di essere immersi in un intrigo che proprio di letteratura si nutre. Ma andiamo con ordine e iniziamo dal principio. Magnus Jonson è un poliziotto di Boston, un islandese in America con i problemi di integrazione di tutti gli stranieri, forse in passato ha ecceduto con l’alcool ma ora cerca di restare sulla retta via, ha una fidanzata che infondo ama ma non tutto fila liscio, lei vuole qualcosa di più, una relazione stabile, passare dal ruolo di amante a quella di moglie, e Magnus esita forse un po’ troppo ma soprattutto i suoi guai maggiori dipendono dal suo senso dell’onore, dal suo considerare un poliziotto corrotto un cattivo poliziotto e non un collega al di sopra del bene e del male. Magnus sa che quando sarà chiamato a  testimoniare dirà la verità, farà il suo dovere a costo di passare per una spia e questo significa attirarsi l’ira di killer prezzolati dagli stessi delinquenti che pagavano il suo collega. Senza la sua testimonianza il processo si sgonfierebbe in un nulla di fatto è indubbio e Magnus è stanco di subire attentati e di schivare proiettili in vicoli bui. Vuole restare vivo e per farlo non ha nessuna intenzione di perdere la sua vita e farsi incastrare nel programma di protezione dei testimoni. Così quando si presenta l’occasione di andare a dare man forte alla polizia di Reykjavic fa le valigie e senza guardarsi in dietro parte. Ma anche l’evoluto nord ha i suoi guai: c’è la kreppa parola finlandese che sta per crisi finanziaria, c’è sempre più droga, le bande di spacciatori sono in crescita, il numero di crimini violenti cresce in maniera esponenziale e infatti non fa a tempo a scendere dall’aereo che si trova a dover indagare sull’omicidio del professor Agnar Haraldsson, uno dei più importanti studiosi di Tolkien, un uomo con non pochi lati oscuri. Riuscire a capire in che traffici fosse coinvolto diventa essenziale per scoprire il suo assassino e Magnus e i suoi colleghi islandesi si trovano così ad interrogare un’ ex amante di Haraldsson, una donna piena di segreti, proprietaria di una galleria d’arte e custode di un manoscritto che sembra interessare a troppa gente. Cosa nasconde la bella Ingileif? Che legami ci sono con questa storia e il suo stesso passato? Magnus dovrà dare una risposta a questi e altri interrogativi fino a chiedersi infine se è davvero possibile che un antico anello proprio come ne Il Signore degli anelli  abbia davvero poteri magici che spingano la gente ad uccidere. Ecco in breve la trama, non dirò di più. Come ho già accennato l’insolita ambientazione è sicuramente uno dei punti forti di questo strano thriller in cui saghe e leggende danno vita ad una storia appassionante e ricca di colpi di scena. La caratterizzazione dei personaggi è senz’altro un’altra caratteristica riuscita, specialmente quella del protagonista Magnus Johnson, pieno di luci e di ombre, sfaccettato e in un certo senso simpatico. Ma anche i personaggi minori sono curati e determinanti, come Vigdis , Katrin, Arni,  l’ispettore Baldur Jakobsson, il pastore di Hruni, pur se i nomi completi spesso sono uno scioglilingua non si fa fatica a identificarli e ad inserirli nella storia. L’indagine, seppur anomala, non mi risulta che molti poliziotti leggano testi antichi per trovare indizi risolutivi, è abbastanza interessante e realistica pure nei dettagli più minimi faccio un esempio per esempio il colore esatto in dotazione alla polizia islandese dei nastri segnaletici intorno ai luoghi di un delitto, come anche la ricostruzione dei rapporti gerarchici all’interno della polizia dove tutti si danno del tu e non ci sono formalismi. Michael Ridpath è senz’altro un autore da tenere d’occhio e pure alla mano ci ha concesso un’intervista che merita davvero di essere letta come il suo romanzo.

L'anello dei ghiacci di  Michael Ridpath, Garzanti Libri,  collana Narratori Moderni,  traduzione di Duccio Viani, titolo originale Where the Shadows Lie, 2011, Pag. 364, rilegato, Prezzo di copertina  Euro18,60.

:: Recensione di La passione del calcio. Un romanzo autobiografico di Franz Krauspenhaar

29 marzo 2011

PerdisaImager.aspxAmmetto, lo confesso, sono una ragazza, beh un po’ più di una ragazza, una donna ormai che di calcio non ne capisce niente pure se si crede una tifosa tutto per colpa di un portiere dell’Inter degli anni 80 Walter Zenga. Lo confesso è imbarazzante me ne vergogno quasi come un ladro che ruba di notte e non vuol dividere il suo bottino con i suoi complici. Hanno cercato di spiegarmi cos’è il fuorigioco, ma niente io di coccio ancora guardo inebetita i guardalinee alzare la bandierina e giudicare nulli gol sacrosanti almeno dal mio ignorante punto di vista. Detto ciò, che mi sembra una premessa doverosa, per rispetto verso chi il calcio lo apprezza veramente, immaginatevi la mia perplessità quando si è presentata l’occasione di leggere La passione del calcio. Un romanzo autobiografico di Franz Krauspenhaar autore che conosco e apprezzo ma di cui ignoravo questa passione. Allora dopo rincuoranti rassicurazioni che il calcio è solo un pretesto, che si parla di altro, di vita, di letteratura, di poesia ho messo La partita di pallone di Rita Pavone in sottofondo, mi son fatta coraggio, ho guardato la zolla di prato che campeggia in copertina e ho iniziato a voltare le pagine. Krauspenhaar eleggendo il lettore ad intimo amico, con il suo stile affabulante e carismatico, inizia a parlare della sua infanzia, dei lontani anni Sessanta, evocati con malinconia e una sorta di rimpianto per un' epoca più pulita e leale e pian piano ci trasmette la sua stessa passione ed euforia di un tempo per un calcio che non c’è più o forse non c’è mai stato prima che intrallazzi, beveroni, corruzioni lo contaminassero deprivandolo da quell’aura di sacralità che oggi ahimè ha irrimediabilmente perduto. Sarà colpa della disillusione che la maturità porta con sé, sarà colpa della memoria che gioca strani scherzi e sovradimensiona il passato trasformandolo nella magica isola che non c’è non c’è dato di saperlo. In un continuo saliscendi nel pozzo dei ricordi Krauspenhaar riporta in superficie come in tanti flashback emozioni ormai sopite forse rimpianti che hanno accompagnato gli anni dell’infanzia, dell’adolescenza e infine della maturità legandosi a filo doppio con personaggi ed episodi calcistici come le prime emozioni vissute allo stadio di San Siro o le forti sensazioni provocate da una radiocronaca di Coppa Uefa o ancora i ricordi rievocati dai vari mondiali di calcio seguiti nei contesti più disparati e con i più svariati stati emotivi. Così si fanno spazio nell’ album dei ricordi i vari Sivori, Maradona, Pelè, Rosato, Albertosi fino ad arrivare ai meno conosciuti e osannati Rojo e Iordanescu, comunque tutti accomunati dall'incedere del tempo, quando le passioni scemano a poco a poco, dando ancora origine a picchi di emozioni ed adrenalina. Con questo romanzo Krauspenhaar ci descrive con la sua solita profondità che rifugge da ogni bassezza o fanatismo, con una nostalgia di fondo che non lascerà insensibili molti suoi coetanei che hanno vissuto esperienze simili, la vita nel suo essere crudele e feroce a volte, altre meravigliosa. E quel senso di meraviglia traspare incorrotto da queste pagine sincere e vere che come dicevo prima hanno il tono di una confidenza fatta tra amici. E’ bello quando la letteratura riesce a fare questo, ed è vero che il calcio è solo un pretesto, un’ opportunità per parlare d’altro anche se un po’ di disillusione resta, un retrogusto un po’ amaro come quello di certe birre che si ama condividere. Il tempo passa e le passioni e le emozioni si appiattiscono quasi si raffreddano, diventando ricordi frusti come abiti smessi di un'altra epoca rinchiusi in un armadio, che ci appartengono ancora, ma non ci identificano più, simboli di un mutamento inarrestabile che non ci fa più essere gli uomini e le donne di ieri. Ecco queste sono le sensazioni che questo libro mi ha trasmesso, per cui che amiate il calcio o meno questo libro è un’ esperienza leggerlo. Vi lascio con l’ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo che racchiude bene a mio avviso lo spirito del libro.
Il grande, lungo canto a Mexico 86, contro l’Inghilterra detestata, quel mezzo giro di trottola a metà campo e la lunga corsa, il saltello continuato di sinistro a sfiorare la sfera, dentro il dribbling di cerveza ubriacante, mezza Inghilterra lasciata col sedere per terra, fino al gol, il capolavoro d’azione, il grande, il lungo canto di Maradona, che ricordo vidi in bianco e nero – perché la tv principale s’era rotta, davanti ad una carbonara a fumare, nel caldo della prima sera, e la mia giovinezza – io, coetaneo del Pibe- all’esplosione, promettente e rapace. Il gol più bello, la passione del calcio riassunta in quel gesto, in quell’atto che è canto d’amore.

La passione del calcio di Franz Krauspenhaar Perdisa Editore Collana Arrembaggi, pagine 154, 2011, Prezzo di copertina Euro 10,00.

:: Recensione di Black city di Victor Gischler a cura di Stefano Di Marino

25 marzo 2011

blackNon fatevi ingannare dalla copertina dell’edizione  italiana che, per seguire una tendenza dell’attuale mercato, vorrebbe farvi credere che si tratti di un romanzo di  vampiri. Go-go Girls fo the Apocalypse è uno di quei romanzi che, se l’editoria italiana me ne lasciasse l’occasione mi piacerebbe scrivere. Una ‘extravaganza’ in cui si mescolano tutti i generi pulp e che, inevitabilmente, finisce per essere una riflessione su questo modo di narrare, fracassone , esagerato, volutamente oltraggioso ma anche libero nell’espressione senza lasciarsi imbrigliare da format o generi. Non è un horror malgrado vi siano momenti di autentico terrore, non è fantascienza anche se siamo in un territorio decisamente  Dopo-bomba, non è neanche un western benché le sparatorie non manchino. Ci sono un sacco di ballerine che corrono mezze nude, una donna con un occhio solo, un esercito privato chiamato le Strisce  Rosse, un boss che controlla i locali di strip-tease rimasti come i santuari medioevali unico punto di riferimento civile in un paese devastato dove agli occhi di Mortimer che riemerge alla vita dopo una catastrofe mondiale e una personale (il suo divorzio) l’America non è più la stessa. O forse lo è ancora ma a toni talmente esasperati ed esagerati da apparire ostile. Ma è anche il mondo dove Mortimer deve vivere. Tra cannibali, strane comunità terapeutiche popolate solo da una società matronale e femminista che non lascia via d’uscita. C’è azione e riflessione in questa folle girandola che ricorda il miglior Lansdale ma ha qualcosa di più. Tra tanti libri che ho scartato in questi giorni perché incapaci di procedere con la storia, avvitati su frasi messe lì ad annoiare a morte il lettore, il romanzo di  Gischler è una fucilata in testa al prossimo zombie. Schizza energia e sangue che, se ti macchiano ti trasmettono un virus. Quello della scrittura come divertimento assoluto.

:: Intervista a Miriam Formenti tra amore e storia a cura di Elena Romanello

25 marzo 2011

MIRIAM FORMENTIMiriam Formenti è un nome noto a tutte le lettrici (e perché no i lettori) di romanzi sentimentali a sfondo storico, e sarà ospite sabato 26 marzo a La vie en rose, insieme a Sveva Casati Modignani, Ornella Albanese, Mariangela Camocardi, Roberta Ciuffi, Maria Masella, Theresa Melville, Paola Picasso, Sylvia Z. Summers (sito ufficiale sotto http://www.lavieenroseevento.it/).
Ma cosa vuol dire scrivere romance? Lo abbiamo chiesto appunto a Miriam Formenti.

Come sei arrivata a scrivere e perché?

Per caso, in una giornata in cui stranamente non avevo nulla da fare e, aggiungo, quasi per gioco.
In pratica, pur avendo una discreta fantasia non immaginavo, né sognavo, di fare dello scrivere la mia professione. Adoravo leggere: in metropolitana quando andavo e tornavo dall’ufficio; al parco, seduta su una panchina mentre le mie bambine giocavano o, semplicemente, quando riuscivo a ritagliarmi un momento tutto mio fra le varie incombenze. Insomma, appena potevo tenevo un libro fra le mani, che fosse  fantascienza, giallo o romance. Se un libro non mi convinceva, lo cancellavo semplicemente dalla mia mente dopo averlo comunque letto fino alla fine; se invece mi conquistava, mi capitava di immaginare cos’altro mi sarebbe piaciuto trovare in quella storia, perché diventasse davvero perfetta per i miei gusti. 
Un giorno mi sono chiesta se sarei stata capace di scrivere qualcosa. Mi sono quindi  messa alla prova, abbastanza sicura, conoscendomi,  che il giorno dopo non avrei più ripreso fra le mani quel quaderno. Invece non solo l’ ho ripreso; ho recuperato una vecchia Olivetti che i miei suoceri avevano in casa e in pochi mesi ho finito il mio primo romanzo contemporaneo,  adattissimo a una collana rosa,  seguito a  breve distanza dal secondo. Sono stata anche molto fortunata, poiché entrambi sono stati pubblicati quasi subito.

Tu scrivi letteratura al femminile, genere bistrattato: cosa diresti ai suoi detrattori?

Direi di allontanare tutti i pregiudizi; di  acquistare un romance senza lasciarsi forviare dalla copertina e concedersi qualche ora  di tempo sdraiati comodi su un  divano. Così potrebbero immergendosi completamente nel racconto, immaginando le scene che scorrono capitolo dopo capitolo, vedendole, persino, proprio come guardiamo un film nel buio di una sala cinematografica. 
Sono sicura che verrebbero conquistati dai sentimenti descritti; sentimenti che tutti nella vita proviamo e di cui non ci vergogniamo, poiché l’amore è il perno della nostra esistenza. Si lascerebbero prendere dall’avventura e probabilmente chiuderebbero il libro soddisfatti, magari già pronti ad acquistarne un altro.  

Scrivi sia romanzi contemporanei che storici: quali preferisci e che tipo di differenze c'è tra uno e l'altro?

Nei contemporanei esiste grande libertà di scelta nel costruire una storia: viaggi veloci per raggiungere posti esotici; telefoni, cellulari, computer e una grande apertura mentale rispetto a molte questioni sociali.  Ma ci sono dei limiti che ci pone proprio il progresso. Diciamolo, al giorno d’oggi alcune situazioni  sarebbero improbabili,  anche se non impossibili. Negli storici, che certamente preferisco, si può osare con l’inverosimile di questo secolo;  si  può scrivere di matrimoni combinati e forzati,  di figli scambiati, di rapimenti,  di ricevimenti  di cui possiamo solo sognare e  di uomini coraggiosi e sprezzanti della morte, che per il loro amore darebbero veramente la loro vita. E poi, anche se a volte sono piuttosto lunghe,  le  ricerche storiche mi piacciono e si impara sempre qualcosa. 

Prossimi progetti?

Sicuramente un altro romance, probabilmente ambientato nel XVIII secolo. Tuttavia il periodo non è ancora certo.  

Consigli per gli aspiranti scrittori?

Sarebbe presuntuoso da parte mia cercare di offrirne, proprio perché, come detto sopra, io ci sono arrivata per caso. Tuttavia credo che leggere possa aiutare  molto chi si porta dentro questo desiderio. Direi di cominciare a mettere qualcosa su carta ed evitare, se possibile, di chiedere poi  conferma ai parenti e agli amici. Non dimentichiamo che chi ci ama non ci dirà mai che il nostro lavoro non è buono. Fra l’altro troppi complimenti, a parer mio, non aiutano. Se crediamo di essere troppo bravi non miglioreremo mai.

:: Recensione di Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafail Dvoinikov di Claudio Morandini

20 marzo 2011

2Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafail Dvoinikov (Manni Editore) ultimo romanzo di Claudio Morandini, di cui avevo letto pochi mesi fa un racconto davvero singolare nell’antologia Nero Piemonte e Valle D’Aosta  Geografie del Mistero di Peronne Editore, è un’ opera che affronta un tema complesso e per molti versi controverso se non tragico, ovvero il legame che unisce l’arte e il potere. Ed è un rapporto conflittuale e doloroso come tutti i rapporti che vedono contrapposte due forze antitetiche e instabili. L’arte è per sua ragione d’essere libera ed autonoma, la creatività che l’alimenta necessita di non essere soggetta a regole per esprimersi, il potere al contrario anche il più blando è un forza repressiva e coercitrice che non disdegna l’uso della violenza per sussistere.
Le luci e le ombre di questo scontro impari non disdegnano compromessi e ambiguità, per sopravvivere si accettano espedienti poco nobili a volte abbietti ma ritagliarsi scampoli di libertà diventa pressante e vitale anche sotto i regimi più repressivi e liberticidi.
Il compositore russo  Rafail Dvoinikov, personaggio fittizio ma nello stesso tempo più che realistico nato come riflesso dal confluire delle vite di tanti grandi compositori del Novecento come Stravinsky e Shostakovich, vero e ingombrante protagonista di questo romanzo strutturato come un trattato di musicologia, figura quasi mitica e carismatica pur nel suo canto declinante di vecchio prossimo alla morte, incarna con la sua cupa risolutezza di prescelto, di sacerdote di un culto per adepti difficili da accontentare, di sopravvissuto, queste luci e queste ombre.
Nello stesso tempo diventa l’emblema dell’artista che si scontra contro il potere, in questo caso rappresentato dalle sanguinarie vesti dell’oppressione stalinista, e nella fattispecie duella con Vladimir Galavamov, l’antagonista, il capo della Commissione dei Musicisti di Stato, organo che avrebbe dovuto vigilare sul rispetto dell’ortodossia socialista e sul controllo degli artisti visti come possibili voci critiche e sovversive, il servo del regime, a sua volta compositore mediocre e invidioso del genio e  del talento altrui, che non disdegna il ricatto anche il più infimo e spregevole, basti pensare a quando minaccia Dvoinikov di volergli togliere la patria potestà della figlia Vasilisa, o mezzi che rasentano il ridicolo e il grottesco come quando utilizza nani fatti passare per bambini come informatori, o quando durante gli interrogatori a cui sottopone i musicisti reprobi si fa sostituire da improbabili sosia seguendo le orme e l’esempio di Stalin.
Certo Dvoinikov non è l’eroe romantico che si erge titanicamente contro le imposizioni del regime, resistendo invitto e irriducibile utilizzando unicamente le armi invincibili della bellezza, del talento e della passione artistica. Dvoinikov visse anche sulla sua pelle la lunga stagione della sottomissione, accettò adeguamenti umilianti, si piegò ad opportunismi e rinunce ma questo non ne fece un meschino e mediocre creatore di opere caricate e propagandistiche, anche nelle ore più buie, anche quando si ritrasse in se stesso domandandosi impotente “A che serve scrivere musica?” anche allora la musica in modo anarchico e misterioso trovò il modo di conservare la sua voce più autentica e più pura.
Quando il giovane compositore di Philadelphia Ethan Prescott, l’allievo americano, l’adepto che venera il maestro, si reca in Russia nella sua dacia presso San Pietroburgo, per intervistarlo con l’ambizioso progetto di raccogliere le sue memorie per dare voce al mito quasi dimenticato, non sa cosa il destino ha in serbo per lui, non sa che la sua vita cambierà irreversibilmente.
Come uno spartito scritto in un linguaggio misterioso Rapsodia su un solo tema compone un ritratto del genio che si astrae dalle banalità del vivere comune per portare ad una dimensione superiore l’umano e quel che resta del divino presente in tutti noi. Non a caso gli angeli sono i custodi dell’armonia,  e di angeli musicanti sono piene le pagine della Bibbia e le tele dei maestri del Rinascimento. La scrittura elegante di Morandini è un valore aggiunto che impreziosisce una trama già densa di significati e di suggestioni. Per gli amanti della musica è inoltre un occasione in più per approfondire, grazie ad un autore dotato di sensibilità e competenza, un ambito non spesso trattato dalla letteratura.

Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafail Dvoinikov di Claudio Morandini, Manni Editore, Collana Pretesti, 2010, pagine 267, brossura, Prezzo di copertina Euro 18,00

:: Recensione di Charleston di Cinzia Tani a cura di Riccardo Falcetta

18 marzo 2011

Charleston_Cinzia_taniCharleston – Cinzia Tani, Mondadori, 2010, pp. 360, € 19,50
di Riccardo Falcetta
 
Mentre prende la mira con il fucile del padre, Claire è ancora innocente. Fra pochi secondi si chiederà se voleva colpire il bersaglio o la donna vestita di giallo che vedrà cadere sul prato.
     Prima di premere il grilletto non le è parso di scorgere un movimento laggiù tra gli Oleandri?”
 
     È con la forza ineccepibile del mistero e dell’ambiguità che Cinzia Tani incolla il lettore ai successivi venticinque capitoli di “Charleston”, suo ultimo imponente romanzo.
     Siamo a Cannes, in una domenica d’estate del ‘29. A più di dieci anni dalla fine della Grande Guerra, l’Europa e il mondo intero vivono l’abbaglio dorato degli anni venti e il tracollo di Wall Street, che segnerà presto la fine di quell’illusione di prosperità illimitata, è ancora di lá da venire.
     Mentre trascorre il pomeriggio nella villa di famiglia esercitandosi nel tiro a segno, la giovane Claire Simmons, frivola e sensibile figlia di un petroliere americano, si convince di aver colpito Stella, danzatrice dal fascino algido e inaccessibile, ingaggiata da suo padre in un locale per insegnarle la danza e con cui da subito la ragazza instaura un relazione di silenziosa conflittualità. Quando diverse ore dopo Claire trova il coraggio di controllare, del corpo di Stella in giardino non c’è traccia, ma forse qualcosa è successo, poiché la ballerina da quel momento scompare nel nulla.
     Una premessa tanto semplice quanto geniale; un mistery che una volta “servito”, consente all’autrice di afferrare il lettore e condurlo altrove, lungo l’ascesa e il declino della famiglia Simmons e lungo il doloroso percorso di crescita che per Claire inizia dal ritrovamento del diario di Stella e prosegue, dopo il crollo della Borsa e il suicidio di suo  padre, nel tormentato rapporto che instaura con Michel, il sassofonista che con Stella viveva e lavorava, in realtà un esponente della guerriglia  siriana.
     Da quando Stella scompare, tutto ciò che Claire scopre su di lei e Michel la spinge a riconsiderare radicalmente la propria vita, i valori, i punti di riferimento, a cercare con ostinazione, anche nel sacrificio, una libertà di crescere che la gabbia delle consuetudini borghesi fino a quel momento le ha precluso.
     “Charleston” è una storia di passioni umane, ideologiche e artistiche, un racconto di amicizia e riscatto che trova il proprio nucleo tematico nello scontro tra la necessità dei legami e l’anelito alla libertà: la libertà che Stella trova nella sua passione esclusiva per la danza e nella figura della grande ballerina Isadora Duncan; la libertà che Michel brama per il suo popolo. La libertà nuova e selvaggia che il jazz e il charleston portano alle giovani generazioni, diventando autentici leit motiv, elementi di coesione di una narrazione particolarmente densa, che dilaga di continuo tra passato e presente.
     A dominare il tutto, la presenza costante e simbolica del mistral, “vento freddo e impetuoso” che reca il cambiamento, e l’assenza di Stella, certamente una delle grandi figure femminili della letteratura recente: è lei, col fascino dirompente di una bellezza imperscrutabile e con la forza delle sue scelte, sempre dettate da una radicale libertà e dall’insofferenza ai condizionamenti, la vera protagonista che, alla stregua di un’invisibile presenza mitica sembra tessere i destini degli altri, fino all’inattesa epifania finale.
     “Charleston” è anche un’epica corale ricca di suggestioni “vintage” che dal cuore dell’America di inizio secolo, alla Corniche di Cannes, da Sanremo ai jazz club e sui sentieri ridenti e pullulanti di crimine del Panier di Marsiglia, fino alla Genova della guerra partigiana, si snoda attraverso una serie di luoghi ed episodi simbolo del Novecento, distillando un cocktail di storia e immaginario pop da un secolo che come pochi ha saputo produrre meraviglie e tragedie.
     Lontana dalle grafie cinematiche che imperano nella produzione letteraria odierna, l’autrice di straordinari romanzi quali “L’insonne” e “Sole e ombra” (selezione Campiello 2008), si affida ancora una volta agli stilemi del grande romanzo ottocentesco attualizzandoli e realizzando un libro notevole. Forse, il suo capolavoro.

:: Recensione di Vita privata di una sconosciuta di Elena Mauli Shapiro

16 marzo 2011

vita privata sconosciutaPer le nostre lettrici più romantiche, ma anche consigliatissimo a qualche maschietto che volesse scoprire i misteri e i segreti del cuore femminile, presento Vita privata di una sconosciuta, edito da Garzanti  un tenero romanzo sentimentale dal gusto un po’ retrò che unisce ad una certa grazia ed eleganza leggermente decadente e vecchio stile un indubbio fascino ben superiore al classico romanzo rosa tout court. Innanzi tutto l’ambientazione è suggestiva. Cosa c’è di più romantico e intrigante di Parigi come scenario di una storia che vede i sentimenti e le emozioni al primo posto.
Ma veniamo alla trama. Tutta la storia ruota intorno ad una semplice scatola quadrata, il cui coperchio di plastica bianca presenta una curiosa fantasia di sottili linee intrecciate, giunta per gli strani echi del destino e per intercessione di Josianne, una bibliotecaria parigina dai lisci capelli rosso fuoco e dagli occhi nocciola, nelle mani di Trevor Stratton un professore americano piuttosto freddo e formale, studioso di letteratura francese del XIX secolo, e residente in Francia con il progetto di tradurre le poesie di Paul Valery. Al suo interno il curioso professore trova alcune lettere ingiallite dal tempo, pagine di diario, suggestive fotografie in bianco e nero di uomini e di donne sconosciute vissute tra la fine del XIX secolo e il periodo tra le due guerra mondiali, alcune monete, guanti di pizzo, un rosario, cartoline, fiori secchi, tutti oggetti appartenuti ad una donna misteriosa, Louise Brunet, abitante al numero 13 di Rue Thérèse, indirizzo che costituisce anche il titolo originale dell’opera.
Per tutto il romanzo le immagini di questi oggetti si alternano alle parti scritte e rendono più evocativa una narrazione che con discrezione e garbo tutto francese porta il lettore a seguire le investigazioni del protagonista intorno a questa donna capace dopo tanti anni trascorsi di affascinare e sedurre. Veniamo così a scoprire i perduti amori di Louise Brunet per il cugino Camille, per il marito non troppo amato, per l’affascinante professore di francese e pian piano il puzzle si compone e compare una donna bizzarra e delicata, capace si scherzi eccentrici come le false confessioni in cui racconta al prete particolari intimi di relazioni adulterine solo per divertimento. Nelle note conclusive l’autrice Elena Mauli Shapiro nata e cresciuta a Parigi ma americana di adozione, ci racconta di come questa scatola sia venuta davvero in suo possesso e sebbene la Louise Brunet che lei ha tratteggiato sia una sua invenzione, in una certa misura è sempre stata lei ad ispirarla.
Infondo è una storia d’amore, soffusa da un pizzico di magia che confonde passato e presente e ci porta a rivalutare le  buone cose di pessimo gusto di gozzaniana memoria. Tutto è giocato su echi e suggestioni un po’ demodé e alterna le memorie del passato tratteggiate con struggente malinconia e nostalgia al presente in cui la storia d’amore tra Trevor e Josianne prende forma trasformando tutta la ricerca e le misteriose lettere che lui scrive in un complesso gioco di corteggiamento e seduzione. Per saperne di più il blog dell'autrice: emshapiro.wordpress.com.

Vita privata di una sconosciuta di Elena Mauli Shapiro, Garzanti, Collana Narratori moderni, Traduzione dall'inglese di Stefano Beretta, Titolo originale dell'opera 13, rue Thérèse, 2011, 260 pagine, rilegato, illustrato, Prezzo di copertina Euro 16, 60   

::Intervista con Maddalena Lonati

16 marzo 2011

Maddalena_LonatiGrazie Maddalena di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Sei nata in provincia di Milano, ti sei laureata in lingue e letterature straniere, hai frequentato i corsi di scrittura creativa della scuola Holden.Oltre che libri scrivi recensioni di romanzi e mostre d'arte e redigi una rubrica sui gioielli d’epoca.Raccontati ai nostri lettori. Punti di forza e di debolezza. Chi è Maddalena Lonati?

Grazie a te per l’intervista. Sono una grande appassionata di letteratura e di arte in tutte le sue forme, e sicuramente una grande esteta nel senso più alto e complesso del termine. Il mio punto di forza e di debolezza coincide: sono eclettica. Questo mi porta per fortuna a ricevere ed elaborare molteplici stimoli contaminando più discipline e sperimentando, ma allo stesso tempo ad essere un po’ dispersiva, distraendomi fra i troppi elementi interessanti che vorrei approfondire.

Come è nato il tuo amore per la letteratura? Quali sono state le tue prime letture?

Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia di lettori, e quindi il mio approccio con la lettura è stato estremamente precoce e, soprattutto, naturale. I libri hanno sempre fatto parte della mia vita, sono una presenza per me irrinunciabile.
I primi libri in assoluto sono stati quelli in cartone della Walt Disney, con splendide illustrazioni e brevi frasi in caratteri molto grossi. Subito dopo sono seguiti tutti quelli di Gianni Rodari, ricordo in particolare “Favole al telefono”, e da lì è stato tutto un susseguirsi di letture, è una passione che non mi ha mai abbandonata.
Sebbene abbia sempre scritto, ed ogni romanzo mi abbia in qualche modo fornito degli stimoli e sia stato in un certo senso fonte di ispirazione, la prima vera folgorazione è arrivata con la lettura di “ Il ritratto di Dorian Gray”. La scoperta di Oscar Wilde è stata una grande emozione, l’ho amato profondamente sin dal primo istante.

Hai pubblicato il romanzo Decadent doll per i tipi di Prospettiva Editrice. Ce ne vuoi parlare?

“Decadent doll”, tratta di un tema impegnato, in quanto la protagonista è afflitta da schizofrenia e si trova ad affrontare tutta una serie di esperienze piuttosto estreme, tra le quali la prostituzione, il sadomaso, l’uso di cocaina durante il suo percorso di annullamento e di fuga dalla realtà mentre costruisce i suoi mondi paralleli nei quali rifugiarsi. Incapace di provare empatia emotiva con le persone si limita a studiarle ed analizzarle, è anestetizzata dai sentimenti sinché, grazie ad un’adeguata terapia psichiatrica e all’amore, non riesce a guarire, riappropriarsi dell’autostima ed apprezzare la normalità della vita che aveva rifuggito sino a quel momento.

Con Robin edizioni hai pubblicato L’apostolo sciagurato. Un libro di racconti apparentemente slegati che a sorpresa compongono le mille facce di un romanzo, di una storia unica e compiuta. Frutto di una scelta improvvisata o c’è qualcosa di più?

Il progetto di scrivere questo libro esisteva già da tempo sebbene alcuni dei racconti presenti fossero già stati pubblicati in precedenza su varie riviste. “L’apostolo sciagurato” è nato innanzitutto dall’esigenza di confrontarmi con una nuova sfida e sperimentare una struttura, un intreccio ed uno stile totalmente differenti rispetto al precedente romanzo, per me è infatti fondamentale percorrere nuove strade per mettermi alla prova ed imparare esercitandomi. Ho deciso così di non dedicarmi all’impostazione canonica del romanzo, ma di scrivere una raccolta di racconti che diviene romanzo perché tutte le storie sono collegate da un preciso filo conduttore, e tutti i racconti sono nati grazie alla particolare relazione erotica e cerebrale dei due protagonisti.

Come è nato il titolo? E’ un po’ un ossimoro. Cosa simboleggia?

L’apostolo sciagurato è l’unica definizione che viene data a quel Lui senza nome, chiamato così sin dalle prime righe perché il tredicesimo giunto a quella cena che cambierà per sempre la vita di Lei, e soprattutto perché è colui che la condurrà a compiere il proprio destino. E’ proprio questo il ruolo dello sciagurato, farle conoscere profondamente se stessa e liberarla dalle convenzioni ma, donandole la conoscenza e la consapevolezza, portarla anche a dannarsi e soffrire perché non potrà mai più accontentarsi di nulla nella vita.La sciagura inoltre non è rappresentata solo dalla sua assenza che scandirà il tempo di Lei negli anni successivi, ma anche dall’ossessione che Lui riuscirà a generare. Lei e Lui sono ossessionati l’uno dall’altra, è un’attrazione così totalizzante che è come se volessero fagocitarsi reciprocamente per divenire un tutt’uno, e questo rapporto così morboso genera sicuramente una sorta di prigionia. Eppure, paradossalmente, sono del tutto liberi di esprimere appieno se stessi e rivelarsi in ogni istante per ciò che sono davvero, senza mai censurarsi, senza mai porre freni o limiti ai propri desideri. E’ un’affinità elettiva così totalizzante che lascia spazio a tutto ciò che vogliono perché nulla può separarli, se non il loro eccessivo amore che li spaventa e diventa ingestibile.
 
La scrittura come sublimazione di un’assenza, di un amore metabolizzato e spiritualizzato. Anche per te la scrittura ha questa valenza o è stato solo un pretesto narrativo?

E’ un tema letterario che mi affascina e che ho desiderato affrontare per analizzarlo profondamente. Per me la scrittura ha molteplici valenze, è simbolo stesso di vita, necessità impellente e desiderio irrinunciabile. La mia è  una raccolta-romanzo, pensata e strutturata per mantenere una solida coerenza interna e per scrivere del  tema dell’assenza negli ambiti più diversi e con i risvolti psicologici più dissimili; sono intrigata da questo argomento, e così avevo deciso di trattarlo in modo un po’ inusuale, e declinandolo nelle situazioni più svariate nonostante rappresenti sempre il vuoto lasciato da Lui. Non è stato semplice mantenere sempre in ogni racconto questo filo conduttore e trattarlo ogni volta da una nuova angolazione, e soprattutto non rendere subito così evidente alla lettura quale sia la chiave che li unisce per lasciare una parte di sorpresa nel finale.
Nell’epigrafe del libro vengono citati i versi della poesia “Eterna presenza” di Salinas, ed era proprio questo il significato più profondo che desideravo conferire al romanzo: la passeggera corporea assenza che deve diventare possessione totale, eterna presenza. 

E’ un romanzo che ha per tema l’amore, e i suoi mille volti: la seduzione, l’erotismo, la passione, il desiderio, l’ossessione. E’ così complesso questo sentimento? Il tuo essere donna quanto ha influito nel delinearlo?

Trovo sia il sentimento più complesso, profondo e pericoloso che si possa sperimentare, ed anche uno dei più affascinanti che si possano analizzare scrivendo. Lei e Lui vivono un amore assoluto, totalizzante, è come se si trovassero sulla cima di una vetta e per questo contemporaneamente sull’orlo di un baratro. Dell'Eros ho una visione profondamente legata al suo significato originario, per gli antichi greci rappresentava un'attrazione così forte ed incontrollabile, totalizzante, da indurre a perdere la ragione o distruggere.
Non credo di essere stata influenzata dal mio essere donna, quando scrivo cerco semplicemente di analizzare in profondità il tema che tratto, qualunque esso sia.

Utilizzi una scrittura sperimentale, destrutturata, surrealista e molto visuale. Associ spesso le cose ai colori: avorio, cannella, viola,  blu,  rosso. Come hai deciso questa scelta?

Cerco di stimolare tutti i sensi del lettore mentre creo, anche se di certo la vista rimane quello più facilmente percepito e sfruttato nella cultura contemporanea occidentale, per questo lo utilizzo ampiamente. Da sempre studio le arti visive, una delle mie maggiori passioni, da qui deriva il mio interesse verso i colori ed il loro simbolismo che veicolo per enfatizzare dei concetti. Vi è una grande potenza ed una lunga tradizione nell’uso dei colori, ed io cerco di attingervi. Talvolta il riferimento ad un colore, se ben utilizzato, può evocare e sintetizzare un concetto più di molte parole.

Il lavoro di ricerca sulla parola è molto meticoloso, di sapore vagamente barocco e decadente, quasi lo stesso lavoro che un poeta compie per cesellare le sue rime. Prosa e poesia sono così separate e inconciliabili?

No, non le trovo affatto inconciliabili, la mia prosa indubbiamente si nutre della musicalità della poesia, la trovo un punto di riferimento molto utile per trovare il giusto ritmo da adeguare alla narrazione e per evocare certe atmosfere, certe suggestioni. Le frasi, per essere davvero efficaci, necessitano di rigore nella scelta delle parole, eppure tutto quello studio non dovrebbe poi essere evidente nel corso della lettura, la prosa non deve rimanere soffocata dalla pesantezza dello sforzo ma risultare leggera e cadenzata. Mi è stato spesso detto che la mia prosa è tinta di poesia, e trovo che sia un grande complimento perché lavoro con dedizione sullo stile, il ritmo e la musicalità. Per me la forma è importante quanto il contenuto, e mi piace sperimentare modalità differenti di scrittura per mettermi alla prova ed apprendere.

Sempre parlando di poesia, quali sono i tuoi poeti preferiti?

Amo soprattutto i versi evocativi dei poeti maledetti, ne subisco il fascino irresistibile e ciclicamente mi capita di rileggerli rapita da quelle atmosfere. Sono una grande esteta e sono anche irrimediabilmente attratta da ciò che ha la forza di rompere gli schemi sperimentando nuove realtà, quindi non posso che amare Verlaine, Rimbaud, Baudelaire.
Per quanto riguarda gli italiani trovo di una musicalità ineguagliabile D’Annunzio, soprattutto ne “La pioggia nel pineto”, che sa incantarmi quanto una perfetta sinfonia.
 
Nell’epigrafe del libro vengono citati i versi della poesia “Eterna presenza” di Salinas, sono versi che già conoscevi o ti sono capitati per caso mentre ti documentavi per la stesura del libro?

Avevo già terminato di scrivere il libro, e da tempo stavo riflettendo sull’epigrafe da scegliere per sintetizzare al meglio il concetto di assenza vissuta come ossessione, dell’amore come necessità vitale che non può essere incrinato dalla lontananza corporea. Stavo ascoltando Radio DeeJay ed ho sentito Fabio Volo leggere i versi di “Eterna presenza”: è stata una folgorazione, ho compreso immediatamente che quella sarebbe stata la mia epigrafe.

Parlami del tuo processo di scrittura: Quali sono le ore del giorno in cui preferisci scrivere? Fai molte revisioni, riscritture? Scrivi di getto o dopo lunghe riflessioni?

Non ho mai creduto che si possa scrivere qualcosa di veramente valido e ben strutturato facendolo di getto. L’improvvisazione può esistere solo per l’idea iniziale dalla quale si è attraversati, ma dopo aver preso appunti in merito inizia il lavoro vero e proprio, fatto di dedizione e costanza. Sì, faccio innumerevoli revisioni, e non ho ore preferite durante le quali scrivere. Scrivo il più spesso possibile, anche durante la notte quando i processi creativi sono tendenzialmente più liberi.

Ti senti femminista? Pensi che una donna abbia una sua peculiare sensibilità e una visione del mondo? O non credi alle classificazioni uomo donna?

No, non mi sono mai sentita femminista e, in generale, detesto le classificazioni. Comprendo siano utili per comunicare dei concetti e sintetizzarli, ma qualunque classificazione mi venga rivolta tende a farmi sentire ingabbiata. Mi paiono troppo rigide e poco attinenti alla mia personalità complessa che necessita di fluttuare esprimendosi contemporaneamente su più fronti, talvolta anche apparentemente contraddittori.

Hai mai avuto il blocco dello scrittore? Cosa hai fatto per superarlo?
 

Sì, purtroppo mi è capitato più volte, come probabilmente a quasi tutti gli scrittori. E’ uno dei maggiori incubi per chi crea, e l’unico modo per esorcizzarlo credo che sia continuare a lavorare, senza farsi ossessionare. La scrittura è composta di tante fasi, non solo di pura creazione, ma anche di ricerca, studio, esercizio, appunti, revisioni e molto altro. In quei momenti di blocco è importante concentrarsi su questi altri punti senza costringersi a trovare nuove idee che non arrivano. Con il tempo, all’improvviso, il blocco scomparirà spontaneamente.

Puoi parlarmi del tuo rapporto con gli editori?

Ho un buon rapporto con gli editori, fatto di stima e collaborazione reciproca. E’ indispensabile lavorare in sinergia e su più fronti per promuovere i libri e cercare di diffonderli, compito sicuramente non facile.

Che libro stai leggendo attualmente?

Leggo di continuo, in genere alternando più libri. In questo momento mi sto dedicando a “La mandorla” di Nedjma, “ Ritratto di un ragazzo da buttare alle ortiche” di Djaidani, e “Belli e dannati” di Fitzgerald.

Quale è in assoluto il libro che ti ha più sconvolta, commossa, indignata?

Direi il “ De profundis” di Oscar Wilde, un libro di un’intensità ed una profondità sconvolgenti, una lunghissima lettera scritta all’amante durante gli anni di prigionia e che narra di tutta la sua sofferenza e del suo amore.

Hai un blog, un sito? Come possono i tuoi lettori mettersi in contatto con te?

No, per ora non ho né blog né sito, ma non escludo di crearne uno in futuro. Per ora mi farà piacere incontrare i lettori, quando possibile, durante le presentazioni dei miei libri. Trovo sempre molto interessante avere un contatto diretto ed ascoltare le loro opinioni.

Parlaci dei tuoi progetti futuri.

Entro giugno uscirà un mio nuovo libro, “In bianco e nero”, che narrerà di erotismo, di arte e di ossessione secondo schemi e prospettive piuttosto inusuali. E’ anche questo un lavoro abbastanza sperimentale, nel quale mi sono voluta confrontare con una nuova sfida. E poi proseguirò a scrivere recensioni, a redigere la rubrica sui gioielli d’epoca, e ad intervenire a varie trasmissioni radiofoniche e televisive nel corso delle quali parlerò d’arte, letteratura e ovviamente di gioielli d’epoca. Alcune di queste interviste saranno visionabili su youtube digitando il mio nome. Invito inoltre i lettori a guardare il booktrailer, che sintetizza efficacemente in pochi istanti “L’apostolo sciagurato”.
http://www.youtube.com/watch?v=nSrssJfvIts&feature=fvsr

:: Recensione di Io non sono esterno di Giuseppe Merico a cura di Giulia Guida

14 marzo 2011

io-non-sono-esterno-leggete-giuseppe-merico-L-pOi2nfAmore, interno notte.
[Rileggendo "Io non sono esterno", G. Merico]
 
"Io non sono esterno" è la radiografia di una storia d'amore girata in interni.
Dove interno è lo spazio, sempre chiuso e ricurvo, ingobbito dal buio, che si racconta da dentro e immagina il fuori. E il fuori è un deserto con gli occhi grigi della tangenziale, la voce roca del treno quando sferraglia sulle rotaie, lo scricchiolio delle carcasse di ferro da uno sfasciacarrozze, lo stridere del vuoto sugli scaffali di un supermercato fuori paese,  il silenzio metallico di una periferia industriale, il cigolio di due tutori malandati legati ai piedi, lo sfrigolio stanco di una macchinetta del caffè, la puzza della rassegnazione tra le cosce di una madre, l'odore del sangue annidato tra le mani di un padre.
Interni sono un padre e un figlio, perché questa è una storia di maschi, dove le donne restano al margine, comparse occasionali di un cinema muto, trascinate sulla scena dai fili invisibili delle voglie e dei bisogni dei loro uomini.  Dove le donne sono facce sconvolte da un terrore folle, sempre con le mani sulla bocca a coprire l'angoscia, rinchiuse in cucina a fare il caffè, solo il caffè. C'è una madre che subisce e non parla. E' una madre che sa tutto e gira la testa. E vorrebbe solo essere esterna, solo essere fuori, in un fuori lontano che non abbia la pancia cava di un cratere lunare.
Interno è l'amore tra un padre e un figlio.
Un amore che si esaspera fino al punto di saper esistere solo nella tenerezza dell'orrore.
E non ha altro modo di essere, perché è una frattura che rompe il tabù dell'incesto, è un amore consanguineo cresciuto dentro due solitudini claustrofobiche, è un dolore scandaloso che prende le ossa e le spolpa di un piacere morboso, ossessivo, dissacrante.
E' la storia di un padre, che è anche un figlio. E la storia di un figlio, che è anche un padre.
E' un amore sovversivo, perché sovverte la naturale gerarchia dei ruoli familiari, la scuote dalle fondamenta per consumarsi nell'istinto del sangue, che annulla i vincoli, abbatte le sovrastrutture e si esaurisce nella carne sotto forma di energia animale, nell'esplosione oscena del bestiale contro il muro delle convenzioni sociali.
Ed è un amore che solo nel selvaggio può vivere, nell'anomia del selvaggio, nella perdita del nome, nella sottrazione e profanazione dell'identità.
E' una storia d'amore, che è anche una guerra.
Il conflitto archetipico tra il padre e il figlio, che in questo caso, dato il sovvertimento dei ruoli, vede un continuo alternarsi delle posizioni del dominato e del dominatore, del segregato e del segregatore, dell'interno e dell'esterno.
Perché a non essere esterno non è soltanto la voce narrante, il bambino con i piedi guasti e troppo zucchero nel sangue, rinchiuso in uno scantinato dal padre. Ma è soprattutto questo padre a non saper essere esterno, a non saper come altro essere, a non riuscire ad uscire da se stesso, dalla maledizione del proprio passato, che continua a perpetuarsi attraverso il suo amore violento, la sua rabbia carnale, la sua necessità del possesso.
L'interno finisce, dunque, per diventare l'unica dimensione in cui un rapporto è possibile, in cui l'incomunicabilità si sfalda, seppur nello stupro, nella privazione, nella barbarie.
Con questa prima prova narrativa, Giuseppe Merico ci offre la possibilità di affacciarci su uno squarcio di buio che ci fa franare la terra sotto ai piedi. Ha voluto fotografarci l'angoscia, vivisezionando l'orrore, senza rassicurazione alcuna. Ha scelto di parlarci di un amore che non ha le gambe per scappare e, anche se ce le avesse, non è poi così certo che scapperebbe. Ha trovato la voce per raccontarcelo e una scrittura fatta di fotogrammi fulminanti, istantanee dolorose, che scava a fondo e non si rimargina.
 
Autore: Giuseppe Merico
Editore: Castelvecchi
Collana: Le Torpedini
Pp: 154
Prezzo: 14,00

:: Recensione di Satori di Don Winslow a cura di Stefano Di Marino

8 marzo 2011

satori016Ho iniziato la lettura di Satori con una certa apprensione. D’accordo Don Winslow è uno dei pochi autori che negli ultimi due anni mi hanno regalato le emozioni più forti e dal quale riconosco di aver imparato non poco, cosa che anche per un narratore rodato è sempre un’esperienza rivitalizzante. Ma Shibumi- il ritorno delle gru di Trevanian è stato uno dei miei romanzi di formazione. Erano gli anni dell’università in cui già scrivevo ma non pubblicavo, sognavo l’Asia ma ancora non ci ero andato, insomma Nikolaj Hel e il suo mondo in equilibrio tra  spy-story, arti marziali, avventura e noir era un riferimento non solo letterario ma comportamentale anche al di là della parola scritta. Un po’come il suo ‘ fratellino’ Johnthan Hemlock del Castigo dell’Eiger. Il Go, le arti marziali, ma anche la speleologia, le arrampicate. Il timore di restare deluso era forte. Però sin dalle prima pagine Winslow ha fatto la magia. Forse perché anche lui ha avuto modelli letterari e di vita simili. Il romanzo non può essere riassunto e recensito così. Vi prego di leggerlo e farvene una opinione personale. Si tratta di una spy story ma anche il romanzo di formazione dell’assassino perfetto. E se Satori è il termine che per  i cultori dello zen rappresenta una illuminata e improvvisa comprensione del mondo e dei suoi meccanismi, incombe   Shibumi che è un altro concetto tipico della cultura nipponica abitualmente associato alle donne. Indica una grandissima raffinatezza mascherata da un’apparente semplicità. Dote generalmente abbinata a donne giapponesi, senza pensarci con lucidità lo citai in una storia del Professionista (Marea  Rossa) associandolo a un personaggio molto amato nella serie. È il genere di qualità che uno userebbe per descrivere Michelle Yeoh o Joko Shimada se qualcuno ricorda chi è. In questo romanzo non è possibile disgiungerla da   Solange, l’amante-cortigiana-insegnante del giovane Nikolaj, strumento e nemesi della sua avventura. L’intreccio lo coglie in un momento precedente a quello fotografato da Trevanian ma al contempo si riallaccia con alcuni fatti raccontati in Il ritorno delle gru. Come su un immaginario gopang le pietre nere e quelle bianche occupano territori, avanzano si ritirano creando un intreccio perfetto, una spy story degli anni 50 che si sposta a Beijing e poi in Indocina in un a Saigon francese percorsa da fremiti rivoluzionari tra legionari, cortigiane, nani, ballerine, tiranni, case di specchi, assassini dall’identità ignota. Non voglio raccontarvi di più, superate la porta del drago e scoprite voi stessi Winslow che riesce a essere se stesso cambiando stile e ambientazioni. In realtà il suo è più di un omaggio a Trevanian, c’è tutto un mondo di romanzi orientali da Ninja di Lustbader, a Dai Sho di Olden sino al Clan dei Corsi di Heffernan. Letture che rammento come fossero oggi. Come il primo atterraggio tra i grattacieli di Hong Kong (quando ancora esisteva Kai tak) come un’alba sul Fiume dei Profumi in Vietnam e un tramonto da Luang Prabang. Uno di quei libri che ti lasciano con una stretta al cuore perché ti ricorda tempi e ispirazioni passati ma non dimenticati.  Brandelli di vita, radici d’ispirazione. Grazie Don, libri così non capitano tutti i giorni. Neanche tutti gli anni. Valgono un tesoro.

:: Intervista con Remo Bassini

8 marzo 2011

corsari_bassini_bastardo-posto1Grazie Remo di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Sei nato nel 1956 a Cortona in provincia di Arezzo, ti sei laureato in Lettere all’università di Torino con una tesi in Storia del Risorgimento, scrittore, giornalista, direttore di "La Sesia", storico bisettimanale di Vercelli e provincia, vivi e lavori a Vercelli ormai da anni.Raccontati ai nostri lettori. Punti di forza e di debolezza. Chi è Remo Bassini?

Quando lavoravo e studiavo (lavoravo in fabbrica e per studiare facevo quasi 200 chilometri ogni giorno, Vercelli-Torino, andata e ritorno) ho imparato, col supporto di nicotina e caffeina, a dormire quattro ore a notte, anche a scommettere con me stesso, per esempio mi dissi: Se ti segano a un solo esame lasci perdere l'università. Non me ne andò male nessuno, addirittura mi sono laureato con 110. Lavoravo, studiavo quando potevo, avevo una bimba piccola di nome Sonia (sono sposato due volte, ora ho un figlio piccolo, Federico Libero) soffrivo di crisi convulsive (ora non più). E quando ero giù dio morale, romanticamente, pensavo all'Alfieri, fortissimamente volli. Poi, grazie alla mia determinazione, sono diventato giornalista, direttore della testata storica di Vercelli, infine scrittore. Ed ero fiero di tutto ciò, un po' (un po'…) lo sono ancora.. Ma nel 2005, era il 18 agosto, è morto mio fratello, Moreno, aveva trent'anni. Quando morì capii di essere stato stupido stupido stupido: avevo impiegato tutto il mio tempo per correre dietro alle mie ambizioni, mentre a lui, a Moreno, che era un ragazzo difficile, avevo elemosinato, anche con insofferenza, briciole del mio tempo. Quando morì Moreno, insomma, mi posi la stessa domanda che mi hai posto tu: Chi sei?, mi domandai, senza trovare risposta. Dal 18 agosto del 2005, comunque, ho imparato che tutto conta e niente conta. Conta vivere, con dignità, conta godersi una giornata al mare, una serata, una passeggiata da soli quando si deve riflettere. Non serve affannarsi a rincorrere.
 
Sei stato operaio, sindacalista, disoccupato, portiere di notte in un albergo, volontario in un carcere. Poi è arrivato il giornalismo. Una salvezza, un nuovo stadio di consapevolezza? Cosa ti ha dato il giornalismo? Quale è la più grande lezione da dare ad un aspirante giornalista?
 
Il giornalismo è un gran bel mestiere se lo si fa con coscienza e con coraggio. Servono entrambi, perché la coscienza serve per evitare di fare del male alle persone e il coraggio serve per sfidare i poteri forti e, se occorre, anche chi ti dà il lavoro e gli ordini.
 
Parlaci di una tua grande passione, che forse non tutti conoscono, il teatro. E’ vero che hai anche fatto l’attore?
 
Sì, e stavo per cercare di farlo come mestiere. Un giorno ho la possibilità di fare un provino, se lo passavo diventavo un attore vero. Lo stesso giorno il caporedattore del giornale che ora dirigo mi offrì un posto da correttore di bozze. Scelsi il giornale, pensandoci tutta una notte. Ma aver recitato mi è servito anche per elaborare un metodo mio di scrittura: nei miei romanzi, per esempio, la punteggiatura varia: quando voglio dare ritmo elimino le virgole, allungo i periodi.
 

Poi sei diventato romanziere, o meglio hai iniziato a pubblicare romanzi. Scrittore già lo eri ai tempi della fabbrica. Quali sono i tuoi maestri letterari?
 
Pratolini e Fenoglio, tra gli italiani, Remarque e Steinbeck tra gli stranieri. Poi ne sono venuti altri, come Berto, come Fitzgerald Scott, Izzo, Manchette. L'ultimo autore che mi ha conquistato è Richard Yates, da leggere e rileggere, ma il mio grande punto di riferimento, soprattutto da quando ho scritto (e mentre scrivevo) Bastardo posto è diventato Sciascia.
 
Hai esordito nel 2002 con Il quaderno delle voci rubate edito da La Sesia, in cui c’è molto di te: ricordi o meglio suggestioni della campagna toscana, le lotte sindacali, la vita in una redazione di un giornale di provincia. Tutto nasce dalle storie che hai raccolto facendo il portiere di notte, dalle persone che hai incontrato, insonni, prostitute, carabinieri. Di notte il tempo è sospeso, c’è più comunione, umana solidarietà?
 
La notte è il regno dei ladri  e uno scrittore, di notte, può rubare storie: perché la gente – non dappertutto, ma per esempio in un albergo – si racconta di più, si confessa, quasi.
 
La provincia è uno scenario ricorrente nei tuoi libri. Se ti accostassero a Piero Chiara cantore della vita di provincia che effetto ti farebbe?
 
Mi piace Piero Chiara ma penso di essere molto diverso da lui: io sono uno scrittore o di ricordi (Il quaderno delle voci rubate e Vicolo del precipizio, il prossimo libro che dovrebbe uscire per Perdisa) oppure di temi che puntano il sociale e il politico. Certo, il mio punto di partenza sono la provincia e i piccoli centri, dove si sa tutto di tutti e dove è difficile nascondersi. Questa, credo, sia l'unica analogia con Chiara.
 
C‘è un profondo realismo nelle tue storie, un amore del vero, forse bagaglio indistricabile della tua vocazione di giornalista, anche quando crei storie, quando abbozzi personaggi. Questa concretezza, determinatezza l’ hai acquistata con il tempo o ti appartiene da sempre?
 
Penso che tutto è cominciato quando ho capito cosa vuol dire scrivere un libro. Scrivere un libro non significa solo raccontare una storia con un determinato stile. Scrivere un libro significa anche saper vedere colori o fare sentire odori a chi ti legge. Servono, insomma, “occhi da scrittore” che sappiano descrivere soprattutto il contesto, la scenografia insomma.
 
Nel 2006 pubblichi due romanzi Dicono di Clelia per Mursia e Lo scommettitore, per Fernandel. Ce ne vuoi parlare?
 
Dicono di Clelia penso sia un libro da riscrivere, insomma non è il mio miglior biglietto da visita. Ma contiene un messaggio della cui bontà credo ancora: e che cioè noi, uomini e donne, anche se ci inghirlandiamo, anche se assumiamo espressioni statuarie, siamo dei birilli: basta che succeda qualcosa di importante a una persona a noi cara e siamo travolti e magari travolgiamo altri, provocando così un effetto a cascata.
Lo scommettitore invece è un romanzo politico o, meglio, contro la politica e i politici di professione, la casta insomma.

 
Nel 2010 hai pubblicato Bastardo posto, per Perdisa Pop.  Un libro difficile, scomodo per certi versi ostile in cui affronti il tema del male in modo spiacevole, cattivo, corrosivo. Un noir delle vittime. Si parla di sofferenza, di dolore, di fragilità. Crea disagio. Penso al Male oscuro di Berto. Ti è costato scriverlo in termini di energie emotive, ansie, frustrazioni?
 
La prima versione di Bastardo posto ha, soprattutto nel contenuto, analogie con il flusso di coscienza del Male oscuro di Berto. Il mio protagonista è pure lui fragile, si interroga, è una sorta di autoanalisi. Ma dal momento che si tratta di un giallo che tratta tematiche sociali ho, poi, rivisto quel flusso di coscienza iniziale, lasciandolo qua e là. Mi è costato scriverlo, sì: perché è un libro “contro”, contro la mancanza di coraggio della gente per bene e quindi è un libro, se vogliamo, anche contro me stesso: perché il coraggio che serve per stare dalla parte degli “ultimi” non è mai abbastanza. Su Bastardo posto voglio aggiungere una cosa: penso sia il mio miglior libro, migliore di quelli che ho scritto prima, migliore delle cose che ho scritto poi. A volte penso che non riuscirò mai a scrivere un libro migliore: e non è un bel pensiero, credimi.
 
Remo Bassini e la libertà. Per conquistarla e trattenerla  cosa saresti disposto a sacrificare?

Tutto, ma non i miei figli.
 
Remo Bassini e l’editoria. Spesso denunci meccanismi perversi che la impastoiano, libri rifiutati, autori ignorati o sottovalutati, gente che fa di tutto per fare soldi, clientelismi. Niente si salva o c’è ancora speranza per le anime belle, per gli innocenti, per i puri?

Io dell'editoria conosco quel po' che ho incontrato e ho incontrato tanto aspetti poco piacevoli quanto invece positivi. E credo che i peggiori testimoni di questo mondo siano proprio gli scrittori: guardano al proprio ombelico, stop. Se un editore li pubblica e li valorizza è un grande editore, se un editore non se li caca nemmeno di striscio è un maledetto. Quello che manca, insomma, è la mancanza di chiarezza. Chi scrive, in ogni caso, deve sapere che è solo o quasi: e che deve insistere, credere in se stesso, studiare e poi ancora insistere.
 
Remo Bassini e Pessoa. Anche lui giornalista anche lui scrittore. In cosa vi somigliate letterariamente e  in cosa siete dissimili?
 
Lui è un grande della letteratura, io, per dirla alla Pessoa, “non sono niente”. Ma, sempre per abusare dei suoi versi posso dire di pensarla come lui perché “a parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo”.
 

Uno scrittore sottovalutato e uno sopravalutato. Defunti così non creiamo gelosie e malumori.
 
Sai, io penso che di scrittori sottovalutati sia pieno il mondo, sono quelli che non hanno pubblicato, quelli di cui nessuno sa o saprà mai.
E più che di scrittori preferisco parlare di libri. Una volta un ragazzo di diciassette anni, madre prostituta, padre sconosciuto, dopo una lunga discussione con me sull'importanza o meno di essere istruiti, prima mi confidò che non aveva mai letto un libro, e poi mi domandò: Da cosa potrei iniziare? Mi vennero in mente don Milani (mi bocciai), Salgari (idem), la Tamaro (idem). Insomma, non seppi rispondergli. Oggi, lo dovessi incontrare di nuovo, gli direi, prova con Moccia. Io penso che i libri non appartengano più a chi li ha scritti, io penso che nessuno può dire che il tal libro è valido oppure no: perché un libro è un… incontro. E quindi: a me per esempio non piace Coelho, ma non dirò mai che Coelho scrive boiate pazzesche: sarebbe mancare di rispetto a chi lo legge e lo apprezza.

 
Vorrei farti arrabbiare, metterti in difficoltà. Cosa dovrei dire? Che temi dovrei affrontare?

Se ti dico che sono permaloso basta? Oddio, lo sono ma col tempo ho imparato a non prendermi troppo sul serio, quindi non so proprio.
 
Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi progetti futuri non solo letterari.

Io sono un clown e faccio collezione di attimi (Heinrich Böll).

Grazie Remo della tua disponibilità e buone cose per tutto Giulia

Buone cose a te Giulia e complimenti (da giornalista) per le domande: “scavano”.