Archive for the ‘Racconti’ Category

:: Un amore lontano, Daniela Distefano

12 dicembre 2016

unnamed

Anno 2097, luce solare tridimensionale, pomeriggio di afa e gelo, neve sulle Maldive, ghiaccio su Ankara, forti piogge in Siberia.
Linda prepara la cena per suo figlio che torna da scuola.
Eccolo puntuale.
“Ciao mamma.”
“Ciao caro, com’è andata oggi la lezione? Faceva caldo a Oxford?”
“No, c’era un po’ di grandine, guarda il mio dito fotografico, un tempaccio di ben quindici secondi, poi sole a picco.”
“Oh, mi dispiace, qui a Reggio Calabria il tempo non ci ha dato noie, ben trenta minuti di luce chiazzata, e ora è quasi buio.”
“A proposito, cosa c’è per cena?”
“Salmone appena pescato nel fiume norvegese Lakselva, con contorno di patate e pomodorini di Pachino che ho comprato in Sicilia proprio stamani.”
“Ottimo, anche se ho un po’ di mal di testa.”
“ Mettiti a letto, prendi il sintonizzare delle sensazioni e vai alla voce malesseri passeggeri, ti aiuterà a ritrovare l’energia giusta per il nostro pasto.”
“Farò così, grazie.”
Mamma Linda stendeva la tovaglia sulla tavola, poi con una strizzatina di palpebre chiamava il marito che si trovava in Thailandia per dirgli che la cena era pronta.
Lui arrivò nel nano-secondo successivo.
Eccoli tutti insieme, una famiglia come tante, un nucleo pronto a separarsi per poi ricongiungersi di nuovo, nell’arco di una sola giornata.
“Tutto bene a lavoro, caro?” chiese Linda al coniuge in procinto di ingollare il salmone norvegese.
“Beh, sì, nessun intoppo, solo un po’ di stanchezza: il mente-trasporto mi procura ancora vertigini.”
“Capisco.”
“E tu? Sei stata da qualche parte stamani? I pomodorini siciliani sono la fine del mondo, oppssss: scusa, non volevo allarmarti, ma è che erano davvero buoni.”
“Sempre il solito grossolano, non riesci a contenerti neanche di fronte all’evidenza che siamo davvero davanti alla fine del mondo!
E poi io so perché hai le vertigini, e non solo per il mente-trasporto.
Guarda il mio occhio filmico: sei stato nel negozio di quella pakistana-thailandese prima di venire a cenare con me, con noi, con la tua famiglia. Ora basta ne ho abbastanza dei tuoi inganni! Da domani, terapia coniugale di gruppo o divorzio istantaneo.
Ho già tutte le pratiche legali incorporate nel mio orecchio, devo solo firmare con l’unghia e sarai il mio ex marito.”
“Perché sei così drastica, io non adopero le nuove tecnologie per stanarti o per sapere se mi tradisci col pensiero.”
“Oh, suvvia! Non dire corbellerie, è da un pezzo che non vedo con chi mi tradisci mentalmente! Mi ero stancata di corriere dietro ad ogni gonna che facevi sollevare col pensiero! Erano diventate troppe le tue prede, troppe ed ero disgustata.”
“Ok, se continui così finisce che stasera vado a dormire in Alaska, non ci sono ancora stato, e questa sarebbe la volta buona!”
“Figurati! Tu in Alaska ci vai per un minuto, poi te ne ritorni in Thailandia o in Brasile dove puoi darti alla caccia delle femmine di questo pianeta!”
Linda come madre era una creatura amorevole, come moglie, invece, sapeva infierire.
Erano quasi le ventitré, il figlio di Linda andava a dormire, l’indomani avrebbe fatto una gita a Londra, poi di nuovo a Oxford, infine ritorno a Reggio Calabria.
Era una vita diversa dai secoli passati, totalmente nuova e inesplorata.
Linda adesso leggeva un libro col suo occhio sinistro, era un giallo, molto vertiginoso. Dopo che lo ebbe terminato, trangugiato fino all’ultima frase, accese una sigaretta ecologica, e si mise a pensare. Già ma a chi?
Perché finire i giorni della propria vita assieme ad un giurassico donnaiolo?
Perché lei non era mai riuscita a tradirlo neanche col pensiero?
Era perché lo amava? Ancora? Dopo tutto e nonostante tutto?
No, non era per questo. E allora azionò il suo controllo interno di fedeltà e vide che almeno in un paio di occasioni anche lei lo aveva tradito mentalmente.
Molto tempo fa, quando erano ancora due studenti della Columbia University e vivevano ad Arezzo.
Già ma come si chiamava il tizio in questione?
Linda rivisitò in un istante la memoria di quel mese, anno, ed ora.
Il nome non saltò fuori perché era uno sconosciuto incrociato nel negozio di frutta e verdura di San Francisco, però premette il tasto emozioni del suo cervelletto e scoprì di aver conservato intatto quel sentimento estemporaneo.
Lo degustò per tutta la tarda serata, poi fece una doccia calda, quindi riordinò i suoi pensieri: doveva ritrovarlo; doveva rimettersi sul cammino della gioia amorosa.
In una città svuotata, privata – nell’arco di pochi decenni – di macchine e macchinari, affidato il trasporto solo alla velocità del cervello, il verde aveva ricoperto il paesaggio urbano come se fosse ritornato quello del tardo Medioevo.
L’indomani, Linda era già in piedi quando il marito si stava radendo prima di intraprendere il solito tragitto intorno al mondo.
Il caffè era sul tavolo, accanto ad un biglietto: Stasera vestiti da top model, ti porto a Parigi!
E così tutto era rimasto uguale, il marito vuol farsi perdonare le scappatelle: proprio come un secolo, dei secoli, fa.
Linda sorseggiò il caffè e poi scelse l’abito da indossare per la cena parigina.
Sfogliò virtualmente il catalogo dei vestiti e lo acquistò con il chip –buy, un dispositivo che ti consente di comprare le cose mentalmente e poi disporne immediatamente dopo l’acquisto.
Si trattava di un abito di tessuto stretch con lavorazione double. Silhouette a tubino, con taglio sotto il seno. Vestibilità asciutta. Scollo a barchetta arrotondato. Apertura a goccia con bottone dietro. Spalle a giro. Senza maniche. Chiusura con zip invisibile sul fianco. Lunghezza sopra il ginocchio. Corpetto foderato.
Era un amore, e addosso a lei sembrava valorizzato al meglio.
Linda aveva quarantotto anni, giovanissima per gli standard di vita di adesso.
In genere, nel 2097 l’età media degli anziani si aggira intorno ai 108-115 anni.
Si muore sempre più tardi, ma poi arriva quel giorno e non sappiamo ancora perché ci tocca: la vita è diventata mostruosamente facile.
Quella mattina passò in un attimo, marito e moglie avevano azionato l’opzione nasale dell’accelerazione delle ore.
Così fu subito sera.
Il figlio era tornato da scuola nel pomeriggio, fu mandato subito dai nonni che risiedevano in Austria.
Scelsero la stagione ideale da passare in Francia: ecco la primavera in pieno gennaio.
“Pronti –su-via!”
Erano a Parigi.
Avevano camminato un po’, fianco a fianco, imbarazzati per non farlo da tempo immemore.
Nessuno dei due riusciva a dire alcunché, erano due sconosciuti che non avevano parole e interessi da scambiarsi.
“Forse dovremmo separarci, che ne pensi?”, disse lei.
“Forse, ma prima ordiniamo qualcosa: sto svenendo dalla fame.”
Si sedettero in un ristorantino che avevano visto col dito fotografico, il loro tavolo era prenotato per le ventuno, mancava ancora un minuto.
“Sei molto bella con questo tubino”, fece lui mentre adocchiava una biondina dietro la sala per drogati tecnologici.
“Molto gentile da parte tua, grazie.”
“Ehm, cosa?”
“Ho detto: grazie! Per il complimento.”
Una serata penosa, ma né lui né lei osarono accelerarla per scansare il reciproco disagio.
Pagarono col doppio applauso, poi uscirono per respirare a pieni polmoni l’aria parigina.
Un mendicante chiedeva: “Mettete un’unghia qui, ne ho davvero bisogno. Basta un’unghia e la mia vita potrà ribaltarsi.
Stavano per attraversare la strada, con l’intento di aiutarlo, ma fece prima un donatore anonimo che mise un’unghia sul braccio del barbone e questi si tramutò subito dopo nella fotocopia di Richard Gere da giovane.
Potenza della tecnologia! Miracolo della fine dei tempi.
Avanzavano come due ubriachi, stanchi della loro reciproca presenza.
Si fermarono davanti ad una Chiesa, aperta e vuota al suo interno.
Solo un piccolo crocifisso in alto, sull’ultimo oblò vicino al tetto.
Si inginocchiarono per salutare Cristo, e accesero una candela grazie ad una grattatina sulla guancia destra.
“E’ che non siamo più gli stessi.. Capisci quello che voglio dire?”, fece lei.
“Capisco perfettamente, ma devo andare urgentemente al gabinetto. Ne parliamo subito dopo, ok?”
Mentre lui, col mentre-trasporto, faceva pipì nella propria abitazione a Reggio Calabria, lei lo aspettava a Parigi seduta in uno dei tavolini all’aperto che insistevano nel centro storico della Metropoli.
“Posso sedermi, madam?”, disse qualcuno alle sue spalle.
Non ebbe il tempo di dire alcunché perché lo sconosciuto si era già seduto, aveva ordinato un caffè e la scrutava con un che di indovinello sul volto enigmatico per vedere cosa avrebbe alla fine detto lei.
In effetti, era sul punto di andare in escandescenza per il modo poco ortodosso di presentarsi, poi però rimase con il volto in stand-by.
“Non, non ci siamo già visti da qualche parte noi due?”
Lo disse come se stesse parlando a se stessa, ma lui lo prese come un incoraggiamento a dire: “Pensavo la stessa cosa, mia cara.”
“Chi è lei? Se non sono indiscreta.”
“Chi è lei,madam tutta soletta nella città degli intrighi..”
Lei non rispose, lui aggiunse:
“Bene, basta con i giochi, madam. Sono qui per un motivo ben preciso.”
“E quale sarebbe, di grazia, questo motivo?”, fece lei con la fonte imperlata di goccioline di sudore.
Ieri ho ricevuto una comunicazione dal mio <<controllo sulla memoria>>, qualcuno aveva visto la mia persona entrare ed uscire da un negozio di frutta e verdura di San Francisco circa venti anni fa. Il sensore delle emozioni era al limite della sua potenza, lei mi ha inondato di emozioni, ecco perché sono qui. E’ stato bellissimo rivivere quel frangente. Volevo scoprire chi era l’artefice di questo fortunato incontro.
Ed il sensore ha individuato lei”.
“Beh, tutto bellissimo, ma io adesso sono sposata, mio marito torna a momenti, non so, sono confusa, non so cosa mi succede, io.. io..”
Dopo lo stupore iniziale, si abituò velocemente a quegli occhi scuri che la inondavano di piaceri mai emersi.
Perché no – si disse – Cosa c’è di sbagliato nel prendere un caffè con uno sconosciuto gentile che ti reclama l’attenzione. Non c’è niente di sbagliato. Siamo esseri umani, in fondo. Viviamo non solo per e con le leggi che ci siamo dati, c’è anche il mondo del subconscio, e mio marito sarà qui a momenti, potrei farlo ingelosire, ma non credo che servirà. Siamo due barche non più complementari.
Meglio capirlo subito. Meglio cogliere al volo le opportunità che ti lancia la vita dal paracadute della fortuna.
Mentre pensava tutto ciò, il marito non arrivò, lo sconosciuto, invece, si presentò.
Si chiamava John Muratti, era italoamericano, viveva a Boston e a Trieste, contemporaneamente. Aveva tre lavori, e il suo massimo interesse era la musica di Nick Drake, cantautore del secolo scorso, morto (forse suicida) nel lontano 1974.
John le impresse col dito il profumo <<dolcezza imperitura>>( in un attimo si sentì invasa dalla gioia) e le propose un salto a Kyoto, un viaggio meraviglioso nel posto più romantico della terra.
Lei fece qualche smorfia, ma poi accettò, era strafatta di profumi orientali, lui le teneva la mano, si baciarono il momento successivo nel parco pieno di fiori di Kyoto.
“Perché mi hai cercato col pensiero?”, disse John.
“Non so, volevo sapere se mio marito era davvero la mia scelta definitiva.
“E lo è?”
“In un certo qual modo. Non avrei potuto fare un figlio con nessun altro, credo.
Però non ci amiamo più da molto tempo. Per questo forse chiederò il divorzio, non penso però ad un futuro amore. Vivrò con me stessa e per mio figlio.
Serberò nella cassaforte del cervelletto i ricordi più belli, lui se ne farà una ragione.”
“Pensi che anche lui non ti ami più?”
“Non penso a nulla, voglio solo godermi questi attimi di felicità, stare con te per me è come un riscatto, una vendetta, una vittoria.”
Si sedettero in una panchina, il vento faceva volare i fiori caduti dagli alberi, era tutto un turbinio rosa e giallo, si era fatto tardi.
“Bene, ci rivedremo”, fece lui.
“Magari”, disse lei.
Si ritrovò due secondi dopo nel proprio letto, accanto il marito russava forte, però emanava uno strano odore, un profumo inebriante. Ebbe un formicolio alle narici.
Capì che l’indomani non gli avrebbe fatto una scenata, altrimenti lui – col cambia-persona – si sarebbe tramutato nuovamente in John e lei avrebbe sposato così due volte la stessa persona.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Autunno, Daniela Distefano

2 dicembre 2016

piogge

“Era stata una bimba così graziosa, è rimasta buona di carattere, ma quanto pesa, non può salire e scendere le scale senza il fiatone, poverella. Però va ogni giorno al parco: camminare la rilassa, dice lei.”
Voci di paese, ma nessuno si avvicinava alla ‘vecchia botte’ Flora. Neanche il panettiere salutava questa donna-cannone senza un furtivo sorriso di malignità.
A complicare il tutto, ci si metteva pure la sua vocina impastata, piena di: “Scusi”, e una spinta; “Mi dispiace”, e la sua grassoccia mammella che urtava il braccio di un passante. Ci volevano strade da metropoli, solo che Flora abitava in un piccolo villaggio del Sud, vicoli stretti, cactus, poca illuminazione alla sera quando i diavoli escono per esorcizzare gli spaventapasseri.
Non c’era angolo di una via che Flora non avesse sfiorato con le sue gambone sentendosi una Visitor in mezzo alle scimmie.
Sua madre si vergognava di lei. Non aveva un lavoro stabile, non aveva amiche, non sapeva fare i lavori di casa, non sapeva badare ai bambini della sorella, non era una intellettuale, non era una femmina fatale, non possedeva una virtù conclamata. Sapeva solo mangiare, divorare, masticare e ricominciare a ruminare dopo poche ore dal pasto principale.
Il tempo del suo vivere era un continuo presente: esisteva solo l’ora del pasto.
Cibo a quantità, di qualità o meno, non importava.
Lasagne, pasta al forno, tagliatelle, crepes, la domenica.
Carne, pesce, insaccati, torte salate, tutti i giorni.
E poi gli spuntini: panini, briosches, gelati, patatine fritte, patatine in busta, snacks di ogni foggia e assortimento..
Era un’occupazione che richiedeva devozione e vocazione: Flora aveva entrambe le cose. Poi arrivò l’autunno.
In autunno le foglie si stancano degli alberi e prendono il volo verso il marciapiede.
Una di esse, gialla d’invidia, si conficcò nell’occhione di Flora che cadde per il movimento brusco del corpo nel tentativo di levarsi questo “coso” che faceva un male da cani.
Un giovane passava di lì, capì subito che qualcosa era accaduto: “L’aiuto io.”
Ma come poteva uno smilzo di cristiano alto, ma non massiccio, sollevare quell’enorme materasso umano che si allargava nel pavimento della strada?
“Cerco qualcuno che può aiutarmi a farla rialzare, non si muova!”
“Non si muova? Io sto affondando nel terreno, mi fa male tutto, oddio oddio oddio!”
Passarono dieci minuti. Lo smilzo non era tornato, un camion aveva rallentato dopo aver intravisto qualcosa di anomalo agitarsi in mezzo alla carreggiata.
“Ehi ma questa non è una donna, è una matrioska! Ahahahahahah
Cosa fa così, fa un po’ di ginnastica, eh?”
E se ne andò facendo marcia indietro.
Passò un altro buon quarto d’ora. Flora si dimenava cercando un punto di equilibrio per rimettersi in piedi, ma ogni volta che si sforzava, rimaneva piombata a terra a causa del grasso che la ricopriva.
Una signora dal balcone si era affacciata sentendola lamentare.
“Le scendo una corda, così la solleviamo dall’alto, che dice, non le sembra una buona idea?”
“Non so, proviamoci, ahiahiahiiiii”
La signora del balcone scese per agganciare la corda alla vita del donnone, ma questa con un repentino cambio di posizione le urtò la testa e anche questo soccorso si rivelò infruttifero.
Era quasi ora di cena, Flora era ancora storpiata, non aveva più voce per farsi udire, però le orecchie funzionavano al meglio e da lontano sentì la musica dentro una macchina.
Era il gelataio ambulante. “Che grande fortuna”, pensò.
“Ora mi vede e mi aiuta”, si disse.
“ Dio Santo, tutto bene? C’è qualcosa che posso fare per aiutarti, Flora?”
Il gelataio era corto un metro e cinquantasette, magro come una sottiletta, tonto come una sardina.
“Sì, c’è – disse Flora – una cosa che puoi fare. Imboccami una coppetta gigante di gelato bacio-nocciola- e cioccolato e poi chiama i vigili del fuoco.
Loro potranno fare il resto”.
Adesso Flora è seduta davanti alla veranda di casa, ascolta la musica di Vivaldi grazie alle cuffiette dello smartphone.
Una piccola brezza le increspa la pelle, gli alberi diventano magri e secchi, sbiaditi e tristi.
Lei li osserva per qualche istante, in quello successivo è già a tavola: la cena luculliana, poi la digestione secolare, infine un sipario a questa giornata di forti emozioni.
Improvvisamente è arrivato il sonno e un sogno:
“Sono come un cavallo di Troia che al suo interno contiene il mondo degli uomini lillipuziani.”

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Ghiaccio solitario, Daniela Distefano

20 novembre 2016

dia

Il trentuno agosto del 1997 moriva in un incidente stradale la principessa Diana Spencer.
Aveva trentasei anni, e li portava divinamente.
Ricordo quella data perché era un giorno speciale anche per Lui e per Lei.
Nel pomeriggio di quell’estate, lenta come un brodo evaporato, Lui era andato in tabaccheria per le solite sigarette e mentine.
Pagò con una banconota da cinquemila lire ed ebbe come resto solo mille lire maltrattate.
Su di esse vi era una frase scritta che attirò la sua attenzione, distratto da tutto il resto: << Se c’è una cosa che amo di te è tutto.>>
Sotto, vicino alla filigrana, un numero di telefono.
“Ah”, si disse, “Non ci casco. Troppo facile, troppo strano, troppo rischioso, troppo stupido.”
Ma chiamò. Rispose una vocina spaurita.
Era un telefono di casa perché allora i cellulari erano solo di proprietà dei paperoni, e Lui era una formica, lo era sempre stato, mentre Lei era una cicala senza fortune.
La conversazione durò qualche istante, il tempo di sentire le lamentele della donnina alla cornetta che sbuffava: “Se scopro chi mi ha tirato questo brutto scherzo, giuro che lo falcio!
Mi arrivano telefonate da ogni angolo d’Italia, mi vogliono conoscere, vogliono sapere se sono uomo, donna o transgender! Perdonami , ma devo riattaccare, non so nemmeno se sei un serial killer o un agente segreto delle Poste Italiane.”
Passò del tempo, non so quanto, anni perché Lui nel frattempo si era sposato, Lei era andata a convivere con un odontoiatra e si era laureata, si erano dati entrambi una mossa per approdare ad una condizione vitale di soddisfacente intelaiatura. Arrivarono il successo, coltivato da tutti e due con modestia, e poi la delusione che arriva sempre intorno ai quarant’anni: “ Potevo diventare.. e invece”; “potevo ottenere, ma”; “potevo .. ma non posso più.”
Lei era più portata per le lagne sentimentali, Lui per quelle esistenziali, però avevano entrambi un reddito e tasse da pagare, erano persone adulte e non destavano il sospetto della condivisa infelicità.
L’Europa era una chimera a portata di sogno, Lui aveva a riguardo una propria convinzione che esternava ai colleghi del Centro Studi dove lavorava.
“Vedi, Luca, dobbiamo far diventare l’Europa come una cassettiera.”
Luca guardava con l’occhio in tralice.
“Sì, hai capito bene. Una cassettiera. Ci sono i muri che s’ innalzano e dividono, e su questo non occorre aggiungere altro, sappiamo a cosa abbiamo rinunciato nell’erigerli.
Ma la cassettiera è una metafora azzeccata. E’alta, imponente come un muro, protettiva, unica, ma contiene cassetti che si aprono e chiudono a volere.
Ognuno dei cassetti mantiene la propria integrità, ciascuno fa parte di una cosa più grande che non è invasiva, il cassetto è dentro e insieme separato.
Ora immagina un’Europa sola, unita, che contiene la supervisione di ogni stato membro.
Lo protegge, lo conserva, non si carica del suo contenuto se non per volere del bisogno.
Tanti cassetti, tanti stati, tante lingue, un unico progetto eccetera eccetera…”
Bella metafora la cassettiera Europa, suona anche bene, chissà se quelli dell’Ikea ne progetteranno mai una di simile potenza evocativa.

Pre-Vigilia di Natale

Lui era tornato prima da lavoro, si era intrufolato in un maglione a collo alto che lo faceva very cool ed era uscito per le compere natalizie. Il manto solare lo proteggeva dalle raffiche di vento che strapazzavano i suoi grigi capelli.
Prima dello shopping sfiancante, doveva fare un salto in banca per cambiare un assegno. Ed ecco la parabola della << serendipità>> protesa a fargli uno sgambetto del destino. Indovinate chi era seduta dietro lo sportello bancario? Una bancaria, certo, ma chi lo sapete già. Era Lei. Lui non lo sapeva ancora, era in subbuglio, voleva immergersi nella folla di un centro commerciale, aspettava quel momento da giorni per lasciarsi alle spalle il silenzio dell’ufficio, la ciabatta spenta di fronte al televisore muto, il cane dondolante davanti alla porta, voleva respirare l’aria malsana di un horror vacui umano.
In banca c’era da aspettare un po’, era penultimo nella fila. Un crocchio di gente aveva cominciato a parlottare, ogni tanto i suoi sguardi si incrociavano con quelli nocciola di Lei, cenni di sopportazione per l’attesa.
Poi il suo turno.
“Ecco le mie generalità, ecco l’assegno da cambiare.”
“Ecco il suo contante, tutto in euro, buon Natale e felice anno nuovo.”
“Grazie, certo però che preferivo la lira, questo euro qua non mi convince ancora molto, ma per l’Europa è una necessità (e pensava al discorso con Luca sulla Cassettiera –Europa).”
“Sì, forse ha ragione, ma io con la lira ho avuto, come dire, una cattiva esperienza e non mi riferisco solo al fatto che mancasse un giorno sì e uno no nel mio portafogli!
Molti anni fa, un amico arrabbiato con me, per vendicarsi, scrisse il mio numero di telefono su una banconota da mille lire, accompagnata da una frase melensa che non ricordo più.”
“Era, per caso, << Se c’è una cosa che amo di te è tutto?>>”.
Finì come potete immaginare, Lui cominciò a guardare più attentamente la sua interlocutrice, la vivisezionò con lo sguardo mentre le mostrava la banconota famosa che conservava ancora come amuleto.
Anche Lei non si sottrasse alla danza dell’amore, degli sguardi fuggitivi, della passione che nasce da una morbida candela.
Si erano ritrovati senza essersi mai incontrati prima. Tutto il resto erano solo dettagli, tutto il resto era un mondo che non aveva alcun senso perché questo c’era solo se esisteva Lui per Lei e Lei per Lui.
Partì immediatamente un sottofondo melodioso, si vedevano già abbracciati, avvinti, rivoluzionari delle loro vite. In breve, iniziò una relazione destinata a nutrirsi di sotterfugi.
Ora , come ho già accennato, sia Lui che Lei erano a quel tempo legati ad altri e formavano così un rettangolo più che un triangolo. Come liberarsi di questi legami oramai obsoleti?
Il compagno di Lei aveva notato il mutamento repentino nelle pupille della sua amata, ma era un soggetto troppo debole per poter arrestare in tempo l’emorragia dei suoi sentimenti per l’altro.
“Non è più la stessa” – si diceva il tradito, ma poi pensava: “Sarà perché non riusciamo ad avere figli.”
Vivevano così accampati dentro una tenda lussuriosa:
“Amore – diceva l’uno all’altra nel pieno della tormenta – “vorrei morire piuttosto che veder passare via questo momento.”
Il mezzo più idoneo per comunicare si rivelò quello virtuale, i telefonini però potevano essere pericolosi. In genere, la sera, dopo cena, Lui le mandava una mail perlustrativa, Lei rispondeva con calma, scriveva con ancora più lentezza e poi ‘bruciava’ via la prova nel cestino.
Tutto procedeva come in un orologio ben congegnato.
Le scuse per riuscire a vedersi una volta al mese, i mozziconi telefonici, le mail da decifrare, era un adulterio ben pianificato, ma del resto i sospetti erano ben pochi. Nessuno dei due aveva alle spalle un’unione felice, erano famiglie a metà, col sogno di cambiare vita chissà per quale gioco del fato.
Il deus ex machina li aveva fatti incontrare, lo aspettavano da tempo, era scritto nella loro carta astrale.
Lei era un tipo piuttosto quadrato, del resto lavorava in una banca mica nel circo Orfei, però nutriva un certo interesse nei confronti di tutto quello che è paranormale; sentiva, intercettava come un’antenna l’umore, le perturbazioni degli altri esseri umani. Sapeva leggere un tema natale con tutto quel giramento di segni e pianeti. Sapeva pure come leggere la mano e le carte.
Per esempio, con le carte da gioco siciliane riusciva a interpretare il presente e il futuro immediato di una situazione.
Quella sera non c’era niente di speciale in tv, non le andava di andare da nessuna parte, era stanca però si sarebbe sciolta volentieri tra le braccia dell’amante. Era sola in casa, il telefono squillò mentre lei faceva il bagno, non poté rispondere, non se ne rammaricò. Era di sicuro qualche scocciatore.
Uscì ancora bollente dall’acqua, si sdraiò sul letto, accese il computer.
Il convivente era via per qualche giorno, e anche il suo Lui non c’era.
Era in montagna con la sua famiglia, lo aveva scritto in una mail molto malinconica. Ma Lei non era triste, anzi, sperava di poter restare un po’ di tempo da sola con se stessa. Ne aveva bisogno, doveva mettere in ordine i propri pensieri come si fa con le mensole piene di libri.
Prima di tuffarsi nel mondo del proprio io, decise di interpellare le carte per vedere se il suo Lui le era fedele o se c’era sua moglie a ingombrarle il cuore.
Il solitario risultò alquanto criptico. <>, cattivo presagio, lei sorrise.
“Sarà caduto con gli sci!”, cominciò a ridere forte, “Donna di spade, eh”.
Lo ripeté due volte, alla terza volta stramazzò al suolo come un pachiderma abbattuto.
Vana la corsa in ospedale, il convivente – tornato all’improvviso – l’aveva trovata ormai priva di vita. Non si pensò ad un malore,
qualcuno l’aveva colpita alla nuca mentre faceva un innocuo solitario una sera qualunque di questo oscuro mondo.
Le indagini cominciarono nel buio più pesto. Mancavano all’appello l’assassino, l’arma e il movente. Gli inquirenti appresero dalla lettura della posta elettronica che Lei e Lui erano stati piuttosto intimi, le mail erano state tutte cestinate, tranne una.
L’odontoiatra era quasi impazzito dal dolore, una tragedia dopo l’altra e poi tutte insieme.
Adesso pure gli occhi della polizia su di lui, un probabile assassino per impeto di gelosia.
Si cercò dappertutto l’arma del delitto, ma quella ce l’ho ancora io, è qui con me. E ho con me anche l’alibi se mai dovessero puntare l’obiettivo su una povera inerme moglie che ha sopportato dieci anni di corna e venti di matrimonio fallito alle spalle.
Voleva lasciarmi, quella gita in montagna era solo un palliativo, un addio e non l’ho bevuta.
L’ho seguito, pensavo stesse andando da Lei, sapevo tutto, e invece la sua coscienza di lavoratore indefesso lo ha portato all’ufficio del Centro studi. Lui era lì, io ero nascosta da Lei.
Era bella Lei, ma forse era più un tipo, insomma, di quelle che senza trucco sono piuttosto scialbe, o perlomeno così mi è parsa guardandola mentre si trastullava facendo un idiota solitario.
Io non la odiavo, ma odio le donne. Sono tutte sanguisughe, eravamo diverse cinquant’anni fa, volevamo la parità, ora invece siamo ritornate al punto di partenza, all’origine di tutto, all’uomo-padrone.
Bene, adesso che ho cancellato ogni prova mi sento più energica di prima, scriverò un libro, piangerò per la liberazione, darò l’acqua alle piante.
Già, l’acqua può essere vita e può essere morte.
Come l’essere umano può mutare pelle e divenire bestia, l’acqua divenendo ghiaccio può ferire, può … sì, può uccidere, basta un colpo ben assestato, povera Lei.
Ma è morta felice, non era solitaria.
“Commissario, gradisce l’aperitivo liscio o con un po’ di ghiaccio?”

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Don Ciccio medico, una strada infestata di briganti, l’onore e un sacchetto d’oro, Giulietta Iannone

19 novembre 2016

salvator_rosa_briganti

Don Ciccio Morrone, questo era il suo nome, era medico. Viveva a Crotone sul mare ed era originario di Isola di Capo Rizzuto. Proveniva da una famiglia illustre, tutti medici e farmacisti, e poteva vantare in goppa all’albero genealogico nientepopodimeno che un papa, e un papa di temperamento, quello del gran rifiuto di dantesca memoria.
Don Ciccio era un buon medico, di quelli che tengono la vocazione, ed essendo la sua fama emigrata dalla terra calabra fino alle pendici del Vesuvio, capitò che Franceschiello O’ Re lo volle tra i luminari e i cerusici di rango che si riunivano a consulto al suo fregiato e blasonato capezzale.
Don Ciccio, rustico di modi e non incline all’aria malsana di corte, si trovò tra l’incudine e il martello, ma che si può fare se O’ Re chiama, il suddito risponde.
Così, bardata la carrozza per un viaggio scomodo e polveroso, si incamminò scuro in volto per quella bella strada che da Crotone porta a Napoli. Durante il viaggio accidentato, allintrasatta,[1] in prossimità di un bosco, zio Ciccio incontrò un brigante con lo schioppo ‘mbraschatu[2] e che puzzava come un ‘zzimmaru[3]. A quel tempo erano frequenti i briganti sulle strade, mica come oggi, che sono tutti riuniti in parlamento.
Il brigante, di origini sanniche, povero contadino datosi al brigantaggio in seguito alla miseria del popolo meridionale al bivio della storia tra Borboni e Savoia, fece scendere Don Ciccio allicchettatu[4] con il suo giustacuore di velluto verde bottiglia dalla carrozza con il ghigno pauroso di un uomo disperato abituato ad andare per le spicce.
Oh dottò tengo prescia, o compare è ferito. Un pallettone degli birri gli ha fracassato un osso e ora butta sangue come una fontana. Lei è medico, lo curi”.
Don Ciccio non fece obbiezioni, si grattò la bbarva[5] cespugliosa e fissando lo schioppo spianato verso la di lui persona annuì.
Mi porti dal ferito” ordinò con burbera tristezza.
Fu portato nel covo dei briganti, nel cuore del bosco, e fu portato davanti al ferito pallido ed emaciato.
“Se muore, lo segue dottò” tuonò il buon uomo in ansia per il congiunto, che per la cronaca era anche suo fratello.
Don Ciccio domestico a trattare con principi, re e baroni, non fece una piega e medicò il meschino, era pur sempre una creatura di Dio, sebbene tra le pecorelle il suo manto fosse proprio nero assai.
Soddisfatti del lavoro i briganti si misero a consulto. Che farne ora del dottore? Abbisognava bastiunarlo[6] o dargli un premio?
Presero un sacchetto di monete d’oro e accompagnando don Ciccio alla carrozza glielo diedero con imbarazzata gratitudine.
Don Ciccio scrollò il capo.
Io non tocco quest’oro macchiato di sangue”.
A questo punto apro una parentesi per dire che ci sono voci contraddittorie tra i solerti narratori di questo aneddoto sulle parole precise di questo rifiuto. Ma in famiglia erano specialisti nei rifiuti, da Celestino V in poi, per cui è anche possibile che avesse detto:
Non voglio il vostro oro, sono medico e mio dovere è curare la gente. Non sono né un prete né un gendarme. Non è mio compito giudicare la gente”.
Sta di fatto che il brigante sgomento ripeté l’offerta.
Questo oro vi appartiene, non mi stiate a scontentà”.
A questo punto, e mi sembra strano perché don Ciccio era uomo di poche parole, e poi con un bandito armato certo non si perde tempo a fare conversazione, ma sembra che i due avessero iniziato a discorrere d’onore.
Non posso accettarlo, è una questione d’onore”.
Onore” disse il brigante e sputò per terra “ l’onore nu saccio coss ’è “, badate bene si stava infervorando quindi i toni della sua voce si fecero più acuti “con l’onore non ci sfamo i miei figli”.
L’onore, figlio mio” scusate il paternalismo ma a quei tempi si usava e forse don Ciccio era molto vecchio o il brigante molto giovane “è quella cosa senza la quale un uomo è caddhozzulu[7] “ disse don Ciccio e salì in carrozza.
Napoli lo aspettava e pericoli ben più gravi di quelli che correva tra quelle anime semplici.
Da quel giorno don Ciccio ebbe altre volte la ventura di passare in carrozza per quella malfamata strada infestata di briganti, vuoi che O Re avesse un’ infreddatura, un capogiro, o gli prudessero le uallere, ma comunque da quel giorno la sua vettura fu onorata ovunque di un salvacondotto e anzi i briganti gli facevano da scorta onde non incontrasse impigli o perigli.
Capitò che un brigante un po’ miope lo fermò un’ altra sola volta ma riconosciutolo, perché ormai la sua fama era enorme tra la Aspromonte e il Sannio, si tolse tanto di cappello e rise:
Facite passà è lo galantuomo”.

[1] All’improvviso
[2] Sporco
[3] caprone
[4] elegante
[5] barba
[6] bastonarlo
[7] cacca di capra

Giulietta Iannone è nata a Milano nel 1969. Dopo la Laurea in Scienze Politiche, indirizzo Internazionale, con tesi di ricerca in Storia Moderna e Contemporanea dell’ Asia, ha collaborato alla stesura dei testi di carattere storico e antropologico del libro fotografico “Time Stamps: The Forgotten China” (Restless Travellers Publishing, 2009). Gestisce l’archivio storico delle foto scattate in Cina, Corea e Giappone dal 1900 al 1905 del fotografo Luigi Piovano. Ideatrice, co-fondatrice e dal 2007 Editor-in-Chief del blog letterario Liberi di scrivere.

:: One day – Yolima Marini

12 febbraio 2016
gianni

Gianni Berengo Gardin

Anna è giovane, ha una bellezza particolare, di quelle che non danno all’occhio. Ha il suo perché, e lo si trova nel suo modo di camminare lungo la vie veneziane d’ogni giorno.
Anna ha un pensiero quotidiano che la perseguita ormai da qualche mese: si domanda se sia vero ciò che vedono i suoi occhi, o se sia solo pura immaginazione. Per fortuna il dubbio la perseguita solo fino al primo isolato, dopodiché si mescola alla folla e torna a vivere le abitudini quotidiane.
Pierpaolo è disteso sul tavolo in cucina. Fuori tira un vento invernale; il cielo, ormai buio, gli fa compagnia. Si vedono soltanto le luci delle altre case, dove altri piccoli abitanti hanno trovato rifugio, e stanno felici di fronte a un camino che scoppietta rumorosamente. Lui non ha un camino che lo riscaldi: ha solo un tavolo di legno che rimane in silenzio quando gli si distende sopra. Con lo sguardo fisso oltre la finestra si masturba, pensando a una donna che ha incontrato nei sogni. Si concentra su di lei e inizia a cercare quel piacere di cui non riesce a fare a meno, mentre i suoi occhi grigi si chiudono.
Anna cammina. Il negozio dove lavora è distante: farebbe prima se prendesse il vaporetto, ma lei lo soffre terribilmente. Ha lo stomaco sensibile, così sensibile che un sorso di vino le fa girare la testa come se avesse vuotato una bottiglia. Un ragazzo con lo zaino in spalla le va addosso, si scusa, e prima che lei possa aprire bocca è già sparito. Qui nessuno ha tempo da perdere. Anna lo sa bene e senza nemmeno accorgersene accelera il passo come tutti.
Pierpaolo è in piedi sulla soglia di casa, guarda la gente che va al lavoro. Lui un vero lavoro non ce l’ha, vive alla giornata. A volte fa il cameriere, a volte fa il muratore. Certe volte ha dovuto pure fare il baby-sitter alla figlia di due anni di Linda, una cara amica con un bell’appartamento dalle parti di San Marco. La sua casa non è così bella: niente tende rosa, niente tavoli puliti e mobilia ben tenuta, niente foto di famiglia dove c’è spazio solo per i sorrisi, e sopratutto niente bambini che girano per casa e che chiamano ogni due secondi.
In casa sua regna il silenzio, c’è puzza di fumo, zampate di gatto ovunque e tante bottiglie di vino messe contro il muro come uomini prima di essere fucilati. Un bambino con la palla sotto l’ascella gli passa accanto: la tiene stretta mentre zitto s’avvia verso la scuola. Gli ricorda un po’ lui, quando alla sua età correva veloce per le stradine di Padova con il suo amico Giacomo “Jimmy”. Anche loro portavano sempre una palla da calcio sottobraccio, si sa mai che potesse scappare una partitella tra compagni durante la ricreazione. Bei tempi, pensa.
Ora Jimmy è morto di eroina e lui ha finito anche la quinta sigaretta. Lentamente ritorna in casa, come se due mani tremanti l’avessero afferrato e trascinato dentro. Un gatto rosso lo fissa prima di miagolare: è Daisy, la gatta della sua ex. Lei è scappata a Parigi con quel pittore della Francia del nord, mentre la micia è rimasta con lui: è da queste cose che si vede la fedeltà. Apre una finestra e l’aria pulita entra in casa. Con un gesto annoiato accende lo stereo e una musica perfetta esce dalle casse. Daisy scappa sotto il tavolo, iniziando a fare fusa contro la gamba di Pierpaolo, che intanto ha messo su il caffè delle otto. Se non ricorda male, Massimo l’aspetta per le nove al bar: oggi farà il cameriere, e così sarà per qualche mese. La paga è buona e forse gli scappa pure di occuparsi dei pasti.
Mentre aspetta che venga su il caffè, si specchia un attimo nella finestra, e quello che vede non gli piace proprio per niente. Deve sistemarsi, o perderà anche questa opportunità. Continua a fissarsi come incantato, anche quando ormai il caffè cola lentamente fuori dalla caffettiera.

Il negozio di Mrs. Robinson è luminoso. Il bianco regna sovrano, con grande teatralità acchiappa la luce da fuori con avidità e la rifrange in un modo che acceca già dopo aver spinto la porta. Ti rendi conto di essere finita dentro senza un vero motivo, visto che i prodotti della Robinson sono merce costosa e pregiata, ma rimani ancora per ammirare ciò che hai davanti agli occhi. È il negozio più in di Venezia, il Times l’ha messo al secondo posto dei negozi più chic al mondo, e Anna si ricorda ancora, come tutti del resto, la grande festa data dalla proprietaria: dopo un anno se ne parla ancora. La ragazza entra facendo suonare il campanellino d’oro appeso all’entrata. Una signora non troppo corpulenta sbuca, sorridendo.
«Good morning, my dear!»
L’abbraccia forte e poi fa un passo indietro per ammirarla. Anna appoggia l’ombrello asciutto nel portaombrelli: il cielo è stato clemente. Mrs. Robinson continua a sorridere.
«Buongiorno, Mrs. Robinson»
«Caffè ?» domanda con il suo accento forte di Seattle.
«No grazie». Anna si porta una mano al ventre mentre la datrice di lavoro annuisce comprensiva. Mrs. Robinson sembra la fata turchina di Cenerentola, con quei capelli bianchi tirati indietro con cura, gli occhiali tondi alla John Lennon, e il modo di fare così materno nei confronti di Anna. La ragazza si è tolta il lungo cappotto invernale e sta per mettersi al lavoro, ma prima guarda oltre il davanzale. Vede un uomo in felpa e jeans che corre, o almeno ci prova; sorride, è buffo, il suo corpo non è abituato a correre in quel modo, pensa Anna con la scopa in mano. L’uomo si volta e quegli occhi grigi la fanno arrossire come non mai. Lui ridacchia mentre lei tiene fisso lo sguardo sul pavimento, e quando lo rialza non c’è più. Sparito.

Non puoi urlare contro il cliente maleducato o contro chi vuol fregarti, devi stare zitto e sorridere, e così fa Pierpaolo. Annuisce, saluta e sorride. Bravo, idiota, fai cosi.
È il decimo caffè che porta nel giro di un quarto d’ora, e il braccio destro inizia a dolergli, ma non per via dei vassoi pieni di tazzine fumanti. È l’astinenza da cocaina che inizia a sentirsi e il bisogno di farsi aumenta ogni secondo. Mentre il corpo continua a rimbalzare da un lato all’altro del locale, il cervello urla la pretesa dose settimanale.
Si studia nella vetrina del negozio accanto al bar: non ha una bella cera, il viso scavato e sbarbato sembra quello di un uomo che confonde la notte col giorno. La mano sinistra ha un lieve tremolio: è il termometro dell’astinenza. Era meglio continuare a fumare come fanno in tanti, anziché andare a cercare quella robaccia, ma è tardi per i ripensamenti. E poi, santo cielo, che retorica buonista. La vita non è che una: a che serve morire centenari e in perfetta salute, senza aver soddisfatto la sete di cose, di sapori, di bisogni e di sballo altrimenti proibita dai legionari dell’infelicità?
Pierpaolo ha bisogno di una dose. Una anche piccola, che gli basterebbe per andare avanti tutta la giornata. Potrebbe chiamare il suo pusher e farsi aiutare, ma quando porta la mano nella tasca dei pantaloni si accorge che dove di solito c’è il cellulare, stavolta non c’è niente.
Stringe i denti e chiede a un collega una sigaretta, prende un’altra ordinazione, una seconda e una terza, poi corre in bagno, lasciando gli altri in balia delle ordinazioni. Un uomo ha ordinato ben 20 caffè corretti, una donna trenta cornetti e venti birre piccole (in qualche modo deve pur mandare giù i cornetti), mentre un vecchio ha chiesto di avere del purissimo caviale. Lui avrebbe voluto ridergli in faccia, ma è pur sempre un bar che si affaccia su una strada importante di Venezia, e certe cose non si fanno se vuoi che i clienti ritornino. Allora osserva il foglio delle ordinazioni e ride, non capisce neanche lui cosa ha scritto su quei fogli giallo ocra. Sembra la grafia del dottore che anni addietro visitò quella santa di sua madre.
Basta, ha bisogno di farsi sul serio, ma quando pensa che sia la fine, ecco che la porta del bagno si spalanca. Come per magia entra Mickey lo Schiavo. Il suo fedele spacciatore osservandolo sorride, tira fuori un sigaro e se lo porta alle labbra.
Le porte del paradiso gli si spalancano. Lo fissa con occhi sognanti mentre con le mani sfila rapido la scarpa nera lucida, e indica il punto giusto per l’iniezione.
«Che roba», mormora Mickey Lo Schiavo.

«Buona giornata anche a lei!»
Anna risistema tutto, l’orologio indica le cinque e per oggi ha finito. La attende una gaia merenda con Monica dalle parti di Rialto. Monica è una cara amica, si sono conosciute alle medie e da lì non si sono più lasciate. Insegna danza ad alcune bambine a Mestre, ma il suo fidanzato vive e lavora a Venezia. Anna si sistema i capelli e riprende il suo lungo, pesante cappotto. Come sempre augura una buona serata alla datrice di lavoro la quale, china a fare i conti del mese, non si accorge di quel dolce arrivederci da parte della ragazza. È troppo presa dai bilanci.
Ridono, scherzano, parlano, bevono molto, cambiano più di una volta locale e amicizie.
Senza accorgersene fanno l’una, ormai di turisti non ce ne sono più da un pezzo; i locali chiudono mentre i giovani ritornano nei loro gusci. Da qualche minuto Anna parlotta con un tipo carino, alto, snello, pelle chiara come la neve e due grandi occhi neri, di quelli che se li fissi troppo a lungo ti ci perdi. E la sua intenzione è proprio quella di perdersi. Pensa al dopo, anche quando apre la borsa e vede, nel mucchio di cose, un profilattico. I ragazzi non lo portano mai con sé.
«Scappo», annuncia Monica spuntandole da dietro. «Sveglia presto domani»
«Ciao bella»
Le due giovani si salutano e Anna ritorna a chiacchierare con il giovanotto. Che fa il geometra e ha intenzione di andare a vivere a Stoccolma, tutto pagato da lui, perché il fine settimana va a posar per un fotografo che paga bene, e può permettersi qualche extra. Anna l’ascolta rapita; continuano a bere e parlare anche quando s’incamminano verso casa di lei, che vive da sola.
Lui ha due coinquilini: Wu e Simone, cari ragazzi, studenti anche loro.
«Prima di andare a casa tua» dice con un sorrisino «potremmo», e si guarda intorno, «potremmo fare… non so…»
Anna finisce di bere e lo guarda divertita. S’è accorta che dietro al collo ha un tatuaggio che spunta dalle spalle ed immagina di essere sdraiata sulla sua schiena e baciargli quel disegno, ridendo allo stesso tempo. Sente dei passi, si gira e vede sbucare due ragazzi. Li fissa incuriosita mentre lui corre a salutarli: pacche sulla schiena, battutine e occhi puntati su di lei, che distoglie lo sguardo spostandolo sul bicchiere vuoto.
«Ti presento i miei coinquilini» dice tutto allegro. «Ve l’ho detto che era carina!»
Anna arrossisce lievemente, e sente ancora gli occhi dei ragazzi fissati su di sé.
«Come ti dicevo prima» si schiarisce la voce «potremmo divertirci un po’, vero ragazzi?»
Loro annuiscono sorridenti, mentre un brivido percorre la schiena di Anna e un brutto presagio si fa spazio nella mente, non ancora così vivo da farle venire voglia di creare una scusa e correre via. Colpa di tutto il vino che ha mandato giù fino a qualche minuto prima, che la fa restare immobile con uno sguardo da idiota completa. Le strappano i vestiti e le tappano la bocca, lei lotta con tutta la forza che ha, ma il vino non l’aiuta molto, anzi, peggiora le cose, facendola diventare una preda più piacevole da domare. Allora grida con tutta se stessa mentre quelli ridono divertiti, più volte cerca di scappare ma non riesce, più volte spera che arrivi qualcuno ma a quell’ora per le strade non c’è un’anima. Eppure sembrava un bravo ragazzo, pensa, prima di realizzare ch’è perduta.

Ha ancora il sapore di vino in bocca quando esce dal locale, in tasca ha uno spinello che fumerà a casa prima di andare a letto. Lo aiuta a dormire, a combattere la sua insonnia da eroinomane.
Volta l’angolo, manca a poco a casa sua, quando alza la testa e vede una scena raccapricciante: tre ragazzi si stanno divertendo. Si ferma e osserva la scena: la ragazza quasi nuda è in lacrime, si vede che ha lottato, ma contro quelle iene è impossibile vincere.
Tira fuori la canna, se la porta alla bocca, l’accende. Deve decidersi: intervenire oppure andarsene e avvisare qualcuno. Nel secondo caso si sentirebbe un vigliacco, e poi c’è quel dannato karma, che lo perseguita da quando ha capito che non se ne può liberare.
Sospira e stringe la canna tra i denti. Sono in tre e ben piazzati, se gli va di lusso finirà in ospedale.
Fa un altro passo indietro, ma lo stupro è una cosa che non accetta.
«Hey» dice, e tutto intorno a lui si blocca, «sapete la strada per San Marco?» domanda con l’aria di chi è spaesato in una terra che conosce troppo bene.
«La strada parallela, amico», risponde uno dei tre.
Gli occhi di Anna si spalancano, sa bene che sta gridando con tutta sé stessa di non andarsene.
«Sicuri?» domanda di nuovo.
«Seee», rispondono seccati.
«No, perché l’ ho fatta prima e non mi sembrava…»
«Oh, il mio socio ha detto il vero, ora smamma»
«Ma che è, state girando un porno?»
«Vattene»
«Chi lo produce?»
I ragazzi danno le spalle ad Anna, che si appoggia sfinita contro il muro, tirando su con il naso. È stremata, e Pierpaolo lo capisce.
«Secondo me la tipa ha bisogno d’aiuto» mormora, guardandola preoccupato. Anche lui prega che qualcuno arrivi in suo aiuto, da solo è impossibile farcela. Per questo ha mandato un sms ad un ex pugile che era stato suo maestro anni fa.
«Sei solo un impiccione. Sai benissimo come arrivare a San Marco, adesso alza i tacchi»
«E se non volessi?»
Il terzetto lo suona come una grancassa, ripetutamente.
Anna guarda la scena immobile. Solo quando è tutto finito e lui è per terra capisce chi è. È l’uomo che correva in modo buffo quel mattino e che l’ha fatta arrossire. Pensa a quello, e non al fatto che è nuda, e dovrebbe provare imbarazzo. Ha subito un tale shock che l’imbarazzo non ricorda neppure cosa sia.
Lui apre un occhio tumefatto e le sorride, lentamente si mette seduto. È tutto dolorante: lo hanno conciato per bene, anzi, li hanno conciati per bene. Prima che Anna possa dirgli qualcosa, le ha già messo addosso la sua giacca che sa di tabacco scadente. Si tira su a fatica, barcollando.
«So chi si prenderà cura di te» le dice con una smorfia. «Ora ti aiuto ad alzarti. Puoi aggrapparti a me, se vuoi. Ti prenderei in braccio, ma penso di avere qualcosa di rotto»
Lei resta immobile. Pierpaolo la fissa, vorrebbe sollevarla, ma sa che se lo facesse lei si metterebbe a strillare e tirare pugni, e lui di botte ne ha avute a sufficienza, così aspetta in silenzio.
Anna è un animale ferito che deve riacquistare fiducia nel mondo, e non è una cosa così rapida. Ci sono donne che dopo uno stupro non recuperano più la fiducia verso l’uomo, restando segnate per la vita intera. Pierpaolo si rimette giù, il braccio gli fa male: deve esserselo rotto quando ha tirato un pugno fra le costole al giapponese.

«Io sono Pierpaolo», e le porge una sigaretta. Lei la prende anche se non fuma, né lo ha mai fatto. Suo zio è morto di cancro ai polmoni, fumava come un dannato. Fumano in silenzio, lui in piedi e lei seduta, tutti e due distrutti.
Anna guarda il ragazzo che ha lo sguardo rivolto verso l’oscurità, studia ogni parte di lui, dal capo ai piedi. Senza i lividi e quel sangue secco sarebbe anche un uomo interessante, si dice per lavare via la tensione del momento, però non funziona granché. Vorrebbe farsi una doccia e dormire, ma non riesce a trovare la forza di alzarsi, convinta che crollerebbe immediatamente. Non sente le gambe, non sente più niente, non ricorda neanche come si fa a parlare. La voce l’ha persa nel tentativo di dare un minimo allarme, schiacciata ed oppressa dalla violenza.
Vorrebbe dire a Pierpaolo di aiutarla a mettersi in piedi, ma senza voce non sa come attirare la sua attenzione. Lui ha lo sguardo rivolto verso il buio in fondo alla strada.
«Aiuto» mormora con tanta fatica, ma è quanto basta per farlo voltare e guardarla negli occhi.
«Piedi» dice di nuovo, allungando le braccia nella sua direzione.
Pierpaolo butta via la sigaretta e con un po’ di dolore la solleva. Anna si aggrappa forte a lui, come se fosse la sua unica salvezza, e vorrebbe dirgli tante cose, ma la sua voce è davvero sparita. Forse un giorno la ritroverà e allora andrà da questo strano uomo a ringraziarlo, gli porterà un un mazzo di fiori, e pure una bottiglia di vino presa dalle cantine di suo padre.

«Ha bisogno di una visita accurata» sussurra a bassa voce Lucia nelle orecchie di Pierpaolo. Anna dorme, è al sicuro ora.
Il letto è soffice e le lenzuola profumano di buono. Forse è stato solo un brutto sogno, non c’è stato alcuno stupro.
Il bel giovanotto l’ha riaccompagnata a casa e si sono dati un bacio casto, promettendo di rivedersi in qualche futuro migliore. Invece le basta girarsi per capire che non è stato un incubo, vorrebbe un po’ d’acqua ma la stanchezza è tanta che non riesce neppure ad articolare le parole.
Pierpaolo e Lucia sono seduti al tavolo, davanti a loro una bottiglia di vino toscano e due bicchieri appena svuotati.
Tommaso, un bimbo molto allegro di tre anni, non smette di girare intorno a Pierpaolo: il ragazzo lo coglie alla sprovvista e lo solleva in aria, facendogli fare dei gridolini di gioia.
Lui guarda l’amica in pigiama:è tardi e tutti, compreso quel piccolo birbante, dovrebbero essere a letto.

«Prenditene cura, io passerò presto».
Scompiglia i capelli riccioli del bel bimbo biondo. Gli sono sempre piaciuti i bambini, ma non ha mai avuto il coraggio di averne uno, neppure immaginandolo. Fatica persino a badare a se stesso, e un figlio è frutto d’amore quanto d’impegno e devozione.
«Okay, ma non sono un ospedale», protesta Lucia incrociando le braccia
«Forse no, però un’ottima dottoressa si», e le sorride.
«Domani la porto a fare una visita e poi l’accompagno a casa. Se avrà bisogno l’aiuterò volentieri, ma non può restare qui».
Pierpaolo annuisce e se ne va. Tommaso lo segue fino alla porta per salutarlo. Si, i bambini a volte sono davvero carini, pensa il ragazzo prima di ritornare sulla strada.

Anna non è in casa sua, le manca un bell’armadio così bello e spazioso, luminoso e sicuramente non possiede lenzuola di Spongebob che profumano di vaniglia. Quando si alza le gira un po’ la testa e le viene da vomitare, ma resiste all’impulso. Mentre i piedi toccano il freddo pavimento, il dolore inizia a calmarsi e lei può di nuovo spalancare gli occhi. Solo allora si accorge del bambino che la sta fissando sulla soglia. È piccolo, avrà si o no due o tre anni, ha i capelli color grano e occhi neri come la notte. Potrebbero essere inquietanti quegli occhi, ma la luce che li anima li rende vivaci e curiosi. Le braccia sono a ciondoloni, un piede ha già passato la soglia. L’altro è ancora li che non sa che fare, se entrare o no. È un piede assai indeciso, come la maggior parte dei piedi destri: i sinistri sono più coraggiosi e testardi.
«Ciao»
Tommaso continua a fissarla.
Vorrebbe avere accanto a sé Pierpaolo, per vedere come si comporterebbe davanti a quella ragazza tutta arruffata. Sicuramente l’avrebbe salutata, e così, imitandolo, raddrizza la schiena e le sorride.
«Chi sei? »
«Tomtom» dice lui, sorridendo sempre di più.
« Tomtom? Io sono Anna. Sai dov’è papà?»
«Andato via», dice lui.
Finalmente il piede destro supera la soglia, andando a ricongiungere il sinistro.
Anna l’osserva attentamente: sarà suo figlio? Non nota nessuna somiglianza fra i due. Si da forza e si mette in piedi, mentre Tommaso batte in ritirata
«Mamma, mamma!»
«Tommaso?»
«Si è svegliata mamma»
Ah c’è pure la moglie, pensa Anna. Una donna riccia sbuca sulla porta.
«Buongiorno»
«Suo marito?»
«Marito?»
«Sì, l’uomo che mi ha portata qui»
«Ah Pierpaolo», ride. «Non siamo sposati, ma amici»
Anna, arrossendo: «Mi perdoni»
«Sono Lucia, una pediatra. Pierpaolo ti ha portato qui ieri notte, pensavo di portati all’ospedale per una visita, se te la senti»
Anna acconsente.
«Pensavo di uscire verso le dieci, non più tardi. Fatti una doccia, in bagno troverai dei vestiti puliti. Intanto ti preparo la colazione»
«Sono anemica»

Pierpaolo è seduto su una scala di libri e fissa l’orizzonte. Ripensa a ciò che è accaduto quella sera. Aveva promesso a Lucia che sarebbe passato per vedere come stava la ragazza, ma non l’ha mai fatto. Sono passate tre settimane e lui non si è fatto più sentire. Lucia l’ha cercato, eccome se l’ha fatto. È venuta a casa sua proprio quando lui non c’era, così gli ha lasciato un biglietto: “Anna sta bene. Fatti vivo, merda”.
Si è fatto una risata quando l’ha letto, se l’è messo in tasca ed ha fatto passare un’altra settimana di assoluto silenzio.
Pierpaolo è seduto su una scala di libri a guardare l’orizzonte, la sigaretta tra le mani e quel pizzico di voglia di eroina. Ha deciso che un giorno smetterà di farsi e testare ogni nuova droga sul mercato. Forse per la prima volta chiederà aiuto a qualcuno di sua conoscenza, anche se questo lo porterà a mettere in discussione il proprio orgoglio. Ormai non ha più quella giovinezza che aveva un tempo fa tra le mani, sta invecchiando e vuole farlo come si deve.

Anna.
Quattro settimane dopo, entra nella sua libreria preferita, dove c’è sempre quel gattone che dorme su vecchi fumetti ingialliti. Gli dà una grattatina dietro alle orecchie e il micio inizia a fare le fusa. Gli occhi di Anna scorrono per tutta la libreria, per fermarsi su qualcuno che le fa battere il cuore all’impazzata. Smette di prestare attenzione al gatto dormiente: lui è li fuori in piedi, che fuma una sigaretta. Ha una maglia bianca troppo grande che lo rende buffo, pantaloni stretti neri e stivaletti neri, i suoi capelli sono arruffati come quella notte. Si chiede come mai non è più venuto a trovarla. L’ha abbandonata senza darle neanche una spiegazione, e lei avrebbe voluto ringraziarlo, eccome se avrebbe voluto. Le ha salvato la vita. Gli deve tanto.
Stringe i pugni e si avvia verso di lui, che alza lo sguardo e la vede.
Rimane bloccato, mentre la sigaretta gli cade dalle mani. Ora sono a due passi da ciascuno, lei può guardarlo bene in faccia, alla luce del sole, e lui può studiare ogni parte di lei. Eppure le esce solo un «grazie»
Lui sorride e si sfila gli occhiali da sole: «Lucia?»
«Siamo diventate amiche , l’aiuto con Tomtom»
Pierpaolo ride.
«Come stai?»
«Sopravvivo»
Si fissano a lungo.
«Caffè?» domanda Anna, con un mezzo sorriso e una stretta di spalle. Stavolta Pierpaolo non può rifiutare e annuisce col capo.
«Seguimi» dice lei, e lo prende per mano, un gesto che lo stupisce. Lui è ingenuo come sono a volte gli uomini che non capiscono quando l’amore è davvero arrivato. È un’onda che sale all’improvviso, e l’unica cosa che puoi fare è farti trascinare, sperando di arrivare a riva e rivedere il cielo sopra la tua testa.
Anna e Pierpaolo escono dalla libreria, li accoglie un sole d’autunno che si crede d’aprile.
Lei sa dove portarlo e lui, senza domande o consigli, si fa trascinare da quella ragazza così sicura di sé, eppure dal tocco gentile. Forse è arrivato il momento di mettere la testa a posto; forse non ancora, forse ci penserà nei giorni a venire. O forse, al momento, non ha altri che lei.

Yolima Marini, anno 1990, è una fotografa freelance, autodidatta,  di spettacoli teatrali e musica live. Per un periodo ha studiato regia e sceneggiatura a Firenze. Tra un tour e l’altro, scrive quando ha tempo, piccoli racconti, scrive nei camerini, in qualche stanza di qualche hotel sperduto. Si appresta per partire per Lisbona, e chissà se mai ritornerà.

:: Colpo grosso in libreria, di PessimeScuse

4 febbraio 2016

ladri

Un leggero bussare, un sonoro “avanti!”, e la testa del piantone fece capolino dalla porta socchiusa.
«Mi scusi signor Commissario, il signor Vice Questore la desidera. Con urgenza, ha detto».
«Digli che arrivo fra un attimo».
«Veramente ha detto…» prova a balbettare, ma l’occhiata che riceve lo fa battere in ritirata. Con quel tizio era un attimo farsi trasferire in Barbagia.
«Chissà che vuole» borbottò tirando una boccata dal sigaro puzzolente mentre siglava il foglio che aveva davanti. Le volute di fumo denso e bianco si sparsero per la stanza e s’infransero sul cartello che annunciava che in quel posto era vietato fumare, ai sensi etc… etc…
Si alzò, posò il sigaro sistemandolo nel posacenere a far compagnia agli altri mozziconi, prese la giacca dall’attaccapanni e si diresse sospirando verso l’ufficio del Gran Capo.
Il signor Vice Questore lo aspettava davanti all’uscio del suo ufficio, fatto assolutamente inusuale che non prospettava niente di buono. Di solito gli faceva fare almeno venti minuti di anticamera, adesso, invece, eccolo lì come la piccola vedetta lombarda sull’orlo di una crisi di nervi.
«Venga carissimo» gli si fece incontro con un sorriso stiracchiato, lo afferrò per un braccio e lo spinse dentro.
«Stia comodo, carissimo» lo pregò untuoso mentre circumnavigava l’enorme scrivania linda come un tavolo operatorio e si abbatteva sulla mega poltrona di pelle nera.
Il Commissario si accomodò dall’altra parte dell’enorme manufatto e lo fissò con curiosità.
«Una tragedia, una vera e propria tragedia» esordì passandosi la mano paffuta sui capelli ricoperti da uno strato di gel che gli serviva a bloccare la forfora. Senza quella barriera si sarebbe depositata come uno scialle bianco sul colletto nero dell’abito sartoriale che ricopriva il suo corpaccione obeso.
Guardò senza parere a una crosticina bianca rimastagli tra le dita, la fece cadere a terra e puntò i suoi occhi da cocker indifeso sul Commissario.
«Solo lei mi può aiutare, carissimo» belò.
Azz, tra i due c’era lo stesso feeling che univa l’ex Cavaliere e i magistrati della Procura di Milano e si amavano allo stesso modo. Non solo, un giorno che le aveva particolarmente girate, aveva affermato che aspettava con ansia il momento in cui avrebbe portato una bella corona di fiori bianchi al funerale di quell’odioso del suo sottoposto. E, se il Signore fosse stato particolarmente magnanimo, anche a quello dei suoi collaboratori. Una banda di sardacci capitati chissà come a Milano, al cui cospetto i membri dell’Anonima Sarda facevano la figura di chierichetti. Ergo, la faccenda doveva essere di estrema gravità.
Accavallò le gambe in attesa del seguito.
«Una rapina, carissimo, una rapina in un tempio della cultura. Con un’aggravante particolarmente odiosa». Si allungò sul piano della scrivania, guardò a destra e poi a sinistra, e infine con voce talmente bassa che a malapena fu intesa da Commisario, svelò l’arcano.
«Il fattaccio coinvolge l’Illustrissimo Signor Sindaco».
Annuì più volte per evidenziare la gravità del caso.
«Il Sindaco ha compiuto una rapina?» Domandò il Commissario scettico, anche se, di questi tempi, non si stupiva di nulla.
«Ma che cazz, no, no, no, ma quando mai l’Illustrissimo Signor Sindaco, ma quando mai. Mi scusi carissimo, ora le spiego. Nemmeno un’ora fa un bandito, forse un terrorista, ha rapinato la libreria Feltrinelli in Buenos Aires».
«Si è fregato l’incasso?».
«Peggio».
«Ha ferito qualcuno?».
«Peggio».
«Peggio?».
«Si».
La caricatura di Botero cavò di tasca un fazzolettone a righe blu e si asciugò l’abbondante sudore che gli colava dalla fronte al triplo mento.
«Hanno rapinato otto libri che l’Illustrissimo Signor Sindaco aveva acquistato per farne dono ad un personaggio di cui non posso rivelare il nome».
«E il Sindaco, era presente? Sta bene?».
«No, no, li aveva ordinati per telefono e dovevano essere consegnati oggi stesso. Ed è in piena forma, se mi è consentita un’opinione, anzi in formissima. E molto incazzato. Mi ha chiesto un’indagine celere e discreta. Mai e poi mai deve trapelare il suo coinvolgimento».
«Faccio un salto in libreria, la terrò informato».
«Ho predisposto tutto, carissimo. Ho fatto isolare gli impiegati coinvolti in modo che non abbiano contatti con la stampa e l’attendono. Deve, e sottolineo deve, mostrare che la Polizia è efficiente e ci andrà in forze. Porti con lei i suoi accoliti, pardon, la sua squadra e si ricordi che deve venire a capo del fattaccio. Con qualunque mezzo, non m’importa come farà, ma io la coprirò, stia tranquillo».
La caricatura di Botero si era sollevata in tutta la sua altezza, un metro e sessanta di ciccia e forfora, e tormentava il fazzoletto a righe come se potesse dargli la forza che il fatto criminoso richiedeva.
Il Commissario si estirpò dalla poltrona e infilò la porta prima che il Gran Capo facesse qualcosa d’irreparabile, come abbracciarlo e baciarlo per la gratitudine.
Tornato nel suo ufficio, si accese un sigaro e prese il telefono.
«Marrocu? Chiama Casu e Deidda e passate da me».
Tre minuti dopo l’ispettore Capo Marrocu, l’ispettore Deidda e il sovrintendente capo Casu erano seduti davanti al Commissario che li mise al corrente del fatto.
«Otto libri?» Domandò incredulo Deidda che leggeva solo le pagine della Gazzetta dello Sport quando parlavano della squadra del Cagliari.
«Rari?» intervenne Marrocu, più concreto.
«Dei gialli» rispose il Commissario dando uno sguardo all’elenco che gli aveva fornito il Gran Capo «Tutti di Massimo Carlotto».
«Un depravato, sicuramente» concluse Casu che apprezzava lo scrittore come un ciclista al Giro d’Italia ama un foruncolo sul culo.
«Adesso andiamo, in pompa magna come desidera il Gran Capo, sentiamo un po’ cosa è successo e ci facciamo dare le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della libreria e dei negozi tutt’attorno».
Gli impiegati rapinati erano chiusi in una stanza con solo due sedie per tre persone. Uno di loro lamentava una gran voglia di recarsi al bagno e lo disse chiaramente appena vide gli sbirri.
«Raccontatemi prima come sono andate le cose e poi sarete liberi di fare tutto quello che volete, tranne parlare con chicchessia della rapina».
«C’è poco da dire» cominciò il più magro con i capelli scolpiti da un barbiere in preda al delirium tremens e dei tremendi pantaloni gialli. «I libri erano sul bancone, dovevo preparare una confezione regalo, quando è apparso il tizio, li ha presi e se n’è andato».
«Tutto qui?».
«No, quando gli ho detto che erano venduti, mi ha risposto che se ne fregava e che dovevo farmi i cazzi miei o mi avrebbe spaccato il muso».
«E lei?».
«Sono svenuto, aborro la violenza, io».
Casu lo guardava di sottecchi prendendo seriamente  in considerazione l’idea di tornare la settimana successiva, arrestarlo con un motivo qualsiasi e ficcarlo in una cella con due camorristi e tre magnaccia rumeni.
«E’ successo così, signor Commissario» intervenne una ragazzotta belloccia «Ho l’ho visto piombare a terra e subito dopo il tizio afferrare i libri e scappare a gambe levate».
«Ci sono telecamere di sorveglianza in negozio?».
«Dappertutto» intervenne il terzo scuotendo la grossa coda che gli legava i capelli lunghi e unti».
«Deidda, cerca il direttore così possiamo visionare le registrazioni. Voi potete andare. Acqua in bocca, con tutti».
«Se qualcuno di voi tre spiffera qualcosa, gli infilo questa mano su per il culo, gli afferro la lingua e la faccio uscire dal buco, come la coda di un leprotto» puntualizzò Casu.
I tre guardavano preoccupati il pugno teso di Casu e nemmeno per un istante dubitarono che avrebbe messo in pratica la minaccia. Casu incazzato non era un bel vedere. Nemmeno allegro, se per questo.
La visione del filmato fu una mera formalità. Le immagini erano chiarissime e si distingueva perfettamente un elemento dal un viso cavallino, l’espressione confusa, una massa di capelli ricci e un giubbotto dal collo di pelo con una sciarpa negligentemente appoggiata sul collo. Casu annuì con convinzione, l’aveva riconosciuto.
«Johnny Lo Sfigato» comunicò al Commissario una volta lasciata la libreria.
«Un nome, una garanzia» ci rise sopra Marrocu che non riusciva a capacitarsi come mai il tipo non si fosse almeno coperto il viso con la sciarpa per non farsi riconoscere.
«In realtà si chiama Giovanni Vanoni, orfano. Vive con la sorella Mafalda ex donna cannone part-time».
«Part-time?».
«Per la sua stazza veniva ingaggiata saltuariamente da qualche circo di mezza tacca che passava in zona, ma due anni fa qualcuno la convinse che con la sua bellezza avrebbe potuto fare l’indossatrice e si mise  a dieta. Passò da duecentotrenta a centodieci chili ma perse il posto di lavoro in quanto da fenomeno che era divenne solo una delle tante ciccione di cui è piena l’Italia».
«Sai dove abita?».
«L’ho arrestato sette volte. In mezzora siamo da lui.»
Il quartiere non era dei più trendy, per cui lasciati Marrocu e Deidda di guardia all’auto, il Commissario e Casu Bussarono alla porta del rapinatore.
«Buongiorno dottor Casu» salutò tranquillo il Vanoni aprendo la porta.
«Non sono dottore e nemmeno infermiere, non cercare di leccare il culo, Johnny. Caccia i libri che hai fregato, sempre che non te li sia già venduti».
«Non li ha voluti nessuno, dottore» Allargò sconsolato le braccia e li precedette in cucina. I libri stavano in bella mostra sul tavolo di formica celestina.
«Eccoli, speravo di poterne ricavare il tanto da combinare il pranzo di Natale, ma nemmeno cinque euro per tutti e otto mi hanno voluto dare».
«Hai cannato autore, mio caro. Mettiti il giubbotto e vieni con noi».
Lasciata la banda nel suo ufficio con Johnny Lo Sfigato, il Commissario si diresse dal Gran Capo con i libri sotto braccio.
«Ecco il maltolto».
Era entrato senza bussare, aveva posato i libri sulla scrivania ed era rimasto a fissare la caricatura di Botero che lo osservava allibito con l’indice ancora infilato nella narice sinistra. Pulizie di Natale, aveva pensato notando il foglietto bianco su cui erano state allineate una decina di caccole evidentemente estirpate dal naso del Gran Capo e colà disposte come tanti soldatini.
«Come cazzo si permette…» esclamò, salvo poi ripiegare in un «Carissimo, lo sapevo che su di lei potevo fare affidamento» dopo aver notato gli otto libri sul ripiano lucido.
«Caso risolto, anche se…».
«Anche se?».
«Il rapinatore dichiara di aver rubato a sua insaputa».
La caricatura di Botero sistemò la caccola nel posto che le era stato assegnato e lanciò al suo sottoposto un’occhiata maligna.
«Mi sta prendendo per il culo?».
«Non oserei mai, dottore. Si tratta di una tesi difensiva già adottata da un Ministro della Repubblica che la stessa Magistratura ha accolto in toto, tant’è che lo ha assolto. E in tempi recentissimi anche un Cardinale, uomo di Dio per antonomasia, ha sostenuto la stessa cosa. Ricorda?».
«Già» disse, chiaramente sulla difensiva.
«Il problema, secondo me, risiede nel fatto che il rapinatore a sua insaputa in un eventuale processo sarà, per i precedenti che le ho citato, senza dubbio alcuno assolto Ma…».
«Ma?».
«Ma solo dopo l’arresto e con il conseguente clamore mediatico. Cosa non certo gradita al Sindaco, mi pare di aver capito.»
«Gli ho garantito la più assoluta discrezione» Sospirò disperato.
«Se lo arrestiamo, lo processano e lo assolvono, tanto vale lasciarlo libero con un bel risparmio per le casse dello Stato e senza incorrere nelle ire del Sindaco che, mi dicono, sia molto ma molto vendicativo. Come tutti comunisti d’altronde».
«Lei è un genio, un vero genio» esclamò la caricatura di Botero balzando in piedi e allargando le braccia come Domenico Modugno quando cantava “volare ohoh”. Lasci libero quell’innocente mentre comunico all’Illustrissimo Signor Sindaco che la Polizia ha risolto brillantemente e rapidamente il caso».
Vanoni Giovanni, detto Johnny Lo Sfigato, fumava beatamente la sigaretta offertagli da Deidda raccontando aneddoti su San Vittore e sui delinquenti che aveva conosciuto in galera.
«Vanoni!» Tuonò il Commissario facendogli andare di traverso il fumo e provocandogli un accesso di tosse.
«Prendi le tue cose e vattene, per questa volta non ti arrestiamo».
Johnny Lo Sfigato balbettò un ringraziamento, agitò le mani per salutare tutti e infilò la porta.
«Vanoni!».
Il poveraccio rimise la testa dentro. Aveva l’espressione triste e rassegnata di chi per tutta vita aveva preso calci nelle palle.
Il Commissario gli allungò cinquanta euro.
«Tieni e compra qualcosa per il pranzo di Natale».

PessimeScuse (accontentatevi dell’alias) ha sessantasei anni e dopo una vita avventurosa, che l’ ha visto anche trafficante di porchetti sardi in barba all’embargo per la peste suina (li travestiva da barboncini e li rivendeva a Milano), si gode il meritato riposo nel suo buen retiro insieme ai suoi baffi, una serie di tatuaggi particolari, un’ auto militare d’epoca e la sua dolce metà.
Per il resto, scrive romanzi surreali e politicamente scorretti, ma solo quando ne ha voglia, perché per lui scrivere è un divertimento e se deve piazzarsi davanti al pc ogni giorno per produrre pagine, non si diverte per niente.

:: Bar, Andrea Scattolini

25 gennaio 2016

caffè

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma non del tutto. Il freddo pungente sembrava l’esalazione di un sole anemico, che di lì a poco avrebbe iniziato a nascondersi per lasciar spazio al buio di una sera di febbraio.
La strada era insolitamente deserta, come se un dittatore capriccioso avesse impedito a tutti di uscire o come se ci fosse qualcosa da temere uscendo di casa.

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma dentro si potevano vedere i lividi di una festa che era finita da poco. Cadaveri di bottiglie erano accatastati un po’ ovunque, anche sul pavimento lercio tappezzato di impronte di ogni tipo, carriarmati di scarpe invernali da uomo e linee più affusolate di scarpe da donna, eleganti suole di scarpe inglesi e gli indecifrabili ornamenti di antiestetiche sneakers. Tutte queste scarpe avevano lasciato il segno della loro presenza in eredità all’asfalto dei marciapiedi, dove goccie di pioggia si erano sfracellate per tutto il pomeriggio, come kamikaze senza un dio o uno scopo.

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma l’umidità, per il momento, restava fuori. Abbottonati in soprabiti e giacche a vento, gli avventori della festa se n’erano andati tutti insieme, gettandosi tra le gelide braccia del vento figlio di un temporale appena passato, come se il bar fosse solamente un rifugio in cui ripararsi da qualcosa di inaffrontabile, procrastinando all’infinito il momento di una terribile rivelazione. Le fluorescenze in lontananza dei negozi, dei lampioni e delle case erano pallide attrazioni che tutti ignoravano, un tetro lunapark senza visitatori.
Brutto tempo, strade vuote, silenzio senza fine. La grande città, sempre attenta a mostrarsi viva, sembrava implodere nel suo silenzio, nella foschia di una serata come tante altre, dove è il momento di tornare a casa per concentrarsi sulle proprie angosce.

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma la luce era ancora accesa. Il locale odorava ancora di presenza umana, di profumo di donna e di dopobarba, di resti di cibo che giacevano nei piatti usati insieme alle posate sporche che avevano infilzato salumi, quadrati di pasta al forno e verdure crude da pinzimonio. Su una sedia, in un angolo, qualcuno aveva dimenticato una meravigliosa sciarpa di un indaco fulgido, che lì da sola sembrava una ragazza che riflette da sola, avviluppata nei suoi dubbi, dopo una lite.
Vino di Bordeaux, recitava una delle bottiglie vuote. Chissà se chi l’ha aperta gli ha dato la giusta areazione e il giusto calore per volatilizzare l’aroma, emanando il suo bouquet nella stanza colma di stronzi e stronze troppo distratti per avvertirlo. Rapporti usa e getta, la fretta di conoscersi e la rapidità di congedarsi tra un cin cin e una sigaretta, tra un’osservazione acuta e una frecciatina.
Da sola, poco sedotta ma molto abbandonata, una carota di un arancione acceso oltre ogni immaginazione faceva capolino da un piattino da buffet.

Nel bar senza insegna, la saracinesca era abbassata, ma nessuno veniva a chiuderla del tutto. Alcune luci dei palazzi circostanti morivano in un silenzio raro per la quotidianità di quella via: nel dubbio è meglio sentirli, i rumori, almeno si crede di essere meno soli.
Silenzio e indecisione, inquietudine e foschia, molta nebbia e poca vita.
All’interno del bar, un palloncino rosso sembrava deciso a uscire dal soffitto, batteva la testa verso l’alto in un’apparente e irreplicabile cocciutaggine, quando invece è l’unico movimento che gli è possibile compiere. Sembra un foruncolo prossimo all’esplosione, scarlatto nel suo stadio terminale, sa che esplodendo causa solo rumore e nessun dolore, eppure proseguiva nel suo intento, deciso ma discreto, adeguandosi all’invincibile sonnolenza che circondava la zona, in attesa delle luci dell’indomani per risorgere.
Il vago riverbero dei lampioni si rifletteva nel Naviglio, dormiente nella sua lercia immobilità. Visto così, disadorno dalle orde di giovani in cerca di alcol e divertimento, sembrava un grosso topo morto che agonizzava nel’umido grigiore di una città sul punto di implodere dalla stanchezza.
In mezzo a una strada, adagiato sull’asfalto, un vaso di violette appassite era l’incauto regalo di chi aveva deciso di lasciare un po’ di colore sotto gli pneumatici di qualche auto che sarebbe passata di lì.

Nel bar senza insegna, la saracinesca era abbassata, ma i tavoli non erano stati riordinati: i clienti li avevano avvicinati e avevano distribuito due o tre sedie per ciascuno in modo da isolarsi in piccoli gruppetti di conversazione. La sedia con la sciarpa era l’unica in disparte, senza un motivo apparente: sullo schienale, molto tempo prima, qualcuno aveva applicato un piccolo adesivo giallo raffigurante uno smile talmente stilizzato da inquietare, era forse qualcuno si era spaventato.
Passavo di lì rintanato nel mio cappotto umido di pioggia e, nonostante la voglia di essere a casa, osservavo il bar e il suo interno da una buona decina di minuti, aiutato dalla saracinesca non del tutto abbassata. Mi accorsi che uno dei miei guanti blu di lana aveva il buco sul palmo della mano che si era considerevolmente allargato, così li gettai entrambi, anche quello buono.
Nel palazzo a fianco del bar, da un grande vaso di pietra a un lato del portone spuntava una pianta dal verde intensissimo, travolgente, l’unica che sembrava felice di quel clima. Sputai nel terriccio come a volerla concimare di una piccola parte di me, e il rumore secco della saliva che mi usciva dalla bocca fu il primo a palesarsi nitido da quando ero arrivato lì.
Poi mi sembrò di sentire il pianto di un neonato, un suono che mi giungeva lontano e ovattato ma che sembrava comprimere tutto il resto al punto da farmi paura: senza nessun motivo, immaginai i mostri delle paludi, quelli dei film anni 70, uscire dalle oscurità del Naviglio per venire da me.
Affrettai il passo e lasciai il palloncino, la carota, l’adesivo con lo smile, la pianta, i guanti, il vaso di fiori e la sciarpa. Così come una nuvola, che non deve per forza stare in un paesaggio per essere vista come tale, quel giorno, paradossalmente, il mio piccolo arcobaleno lo vidi, anche se non nel cielo di Milano.

Andrea Scattolini è di Mantova, ha una Laurea Magistrale in Comunicazione pubblica e Internazionale conseguita all’Università Cattolica e vive e lavora a Milano: fa il redattore in ambito editoria scolastica in un’agenzia di servizi editoriali, dove si occupa anche di alcuni aspetti digitali legati ad alcuni progetti che portano avanti per grandi gruppi editoriali. E’ un avido lettore di narrativa (i suoi “maestri” sono Don DeLillo Ian McEwan) e si tiene continuamente aggiornato su tutte le casi editrici italiane, sia a livello di pubblicazioni che di iniziative.

:: SEI V, Paola Preziati Scaglione

30 dicembre 2015

ciet_gallery_7

Un silenzio rarefatto, freddo, circondava ogni cosa nella baita.
Uno zaino aperto buttato sul pavimento di legno, pantaloni camicia e giacca consumati dal lavoro, i resti della cena sparpagliati tra tavolo e acquaio, tutto era avvolto da una leggera patina di brina che luccicava ai raggi del sole appena sorto.
Come facesse la luce a superare le settimane, forse gli anni, di polvere, unto e chissà cos’altro che appannavano i vetri per bene, Pietro se lo domandò, mentre si stiracchiava nel letto.
Sbadigliò, tossicchiò e si mise seduto, trovandosi a fissare le impronte che un topo aveva lasciato sul comodino, tra la polvere e le briciole di biscotti. Gli scappò un mezzo sorriso.
Strani coinquilini, i topi, era il caso di ammetterlo. Non riusciva mai né a vederli né tanto meno a prenderli, però sembrava ci tenessero a marcare tutto con tracce evidenti del loro passaggio, quasi a prendersi gioco di lui e della sua battaglia persa contro la loro infestazione della baita.
Sbadigliò un’altra volta, stropicciandosi a lungo gli occhi ancora pieni di sonno.
Forse era il caso di alzarsi. Il faggio malato al di là del grande prato lo stava aspettando perché gli desse una degna fine a colpi di ascia ben assestati, così come le vacche da mungere e la scrofa incinta da controllare.
Pietro fece una smorfia.
Che andassero tutti all’inferno, topi, faggi, vacche e scrofa.
Non aveva più il fisico nemmeno per quella vita solitaria che si era scelto per scappare dalle luci di una ribalta che non aveva mai desiderato. O no?
Interessante domanda. Davvero.

— Tenente, dannazione, no! Prima di fare qualsiasi cosa mi aspetti, sono stato chiaro? Niente colpi di testa, Dal Molin o le spacco la faccia a mani nude, mi sono spiegato?
— Ma Capitano, la soffiata parlava chiaro. Hanno la roba e…
— Dal Molin! Gli ordini li do io, punto e basta. Tenga il sedere appiccicato al sedile della sua macchina fino a che non vedrà la mia faccia contro il suo finestrino. Mi ha capito?
Pietro lanciò con rabbia il microfono della radio sul sedile libero alla sua sinistra, bestemmiando.
“Niente sirena, niente sirena” si ripeteva, mentre affrontava i corsi del centro di Sanremo a tutta velocità.
Il cretino che aveva deciso di chiamare così quelle specie di viuzze, troppo simili ai carruggi della sua Genova per meritarsi un tale appellativo altisonante, andava premiato con una salva di schiaffi di intensità pari all’incazzatura che il capitano Pietro Parodi sentiva mordergli lo stomaco.
Il tenente Oscar Dal Molin era un demente, un vero demente.
Il testosterone che gli riempiva gli attributi di germe inutile e gli butterava la faccia di acne, gli doveva essere passato pure al cervello, tutto in un colpo solo, mandandogli in vacca quei pochi neuroni presunto-intelligenti che aveva.
Di certo non aveva voluto capire il peso politico dei i tipi con cui avrebbe avuto a che fare. Mica i soliti spacciatori di secondo piano con cui si era confrontato quando era in servizio in Val Bormida. No, questa volta si sarebbe trattato dei capi in persona, camorristi campani che avevano appena rilevato il giro della prostituzione e della droga di tutto il litorale ligure, infilandosi pure nella gestione oscura del Casinò.
E per farlo, per non avere più problemi, non avevano lesinato proiettili e bombe a tutti coloro che pensavano fossero di impaccio, da colleghi malviventi a magistrati e membri delle forze dell’Ordine più scomodi.
Ecco perché si era liberato un posto nella Caserma di San Remo, perché un gran bravo tenente era stato ucciso sotto casa, mentre portava fuori il cane.
Il sapore del sangue invase la bocca di Pietro.
— Questa è gente che ammazza anche solo perché il rumore dei tuoi denti mentre mastichi gli ha dato fastidio! — esclamò arrabbiato nero, seguendo il filo dei propri pensieri a voce alta.
E poi, porca miseria, chi aveva valutato l’attendibilità della soffiata? Nessuno, a parte Dal Molin. Con la scusa che in quel momento era il più alto in grado in servizio, era partito in tromba, organizzando tutto e facendolo chiamare dalla centrale a operazione avviata. Ma perché, dannazione, perché gli avevano mandato un ragazzino tutto ormoni e Chuck Norris in sostituzione di un gioiello come era stata la buonanima di Petrazzelli?
— Capitano… — gracchiò la radio.
— Non adesso, Dal Molin! — gli urlò Pietro, senza attivare la risposta.
Guidare facendo lo slalom tra le altre macchine, cercando di evitare pure i passanti, i tombini e i cani a passeggio brado, era impresa da campione del mondo di rally, ci voleva assoluta concentrazione e una dose di fortuna quantomeno grande come lo stadio di Marassi.
— Capitano! — esclamò la radio, ancora una volta. La voce del tenente sembrava in preda a una eccitazione davvero incontenibile. — Il Cobra sta uscendo con tutta la sua cricca, non possiamo più aspettare!
— Dal Molin, stia in macchina, quelli non si faranno intimidire da un…
— Alt, Carabinieri! — la voce del tenente gli arrivò nitida dalla radio, ancora accesa, così come la raffica di colpi in risposta.
— Belin! — esclamò Pietro, pigiando ancora di più sull’acceleratore.
Arrivò che il conflitto a fuoco era nel pieno del delirio.
Una cacofonia fatta di urla da entrambe le fazioni, colpi di pistola e raffiche delle armi a ripetizione lo raggiunse anche prima dell’odore degli spari e della paura, bloccandogli lo stomaco in una contrazione dolorosa. In più, la pioggia aveva preso a cadere fitta, picchiando sonoramente contro vetri, carrozzerie metalliche, asfalto, giubbotti anti-proiettile e qualsiasi cosa avesse potuto produrre un rumore fastidioso. Insomma, era finito in un casino di proporzioni bibliche.
Se avesse avuto il tempo di pensarci, gli sarebbe parso di essere nel pieno di una sparatoria stile vecchi film di gangster americani, con i suoi uomini — i buoni — asserragliati dietro le macchine di servizio ad aspettare il momento giusto per scaricare i propri colpi e il boss con la sua banda — i cattivi — a cercare riparo dietro i cancelli in legno massiccio semi aperti della villa e le portiere di un vecchio Maggiolone verde della Volkswagen parcheggiato lì davanti.
Prese la radio e ringhiò la richiesta di supporto armato alla centrale, prima di buttarsi a sua volta fuori dalla macchina e strisciare verso i colleghi.
Fucilò Dal Molin con un’occhiata che voleva dire “provati a fiatare che ti sparo in fronte”. L’altro abbassò lo sguardo.
— I rinforzi stanno arrivando? — chiese il tenente, a mezza voce, respirando a singhiozzi, che se non avesse saputo leggere le labbra, Pietro manco si sarebbe accorto che gli aveva parlato.
“L’adrenalina di scorta non te la sei portata eh, deficiente che non sei altro?”, si domandò il capitano, rispondendogli solo con un cenno della testa.
— Quanti sono? — urlò nell’orecchio di Dal Molin.
— Penso una quindicina…
— Come penso?
— Ci hanno sorpresi con la loro reazione, non ho fatto in tempo a contare né a rendermi conto di dove fossero piazzati esattamente.
“Perfetto, l’imboscata l’hanno fatta loro a noi, altro che bellezza”, pensò Pietro, sconsolato.
— Che facciamo? — domandò ancora il tenente, a voce ancor più bassa.
— Vediamo di non farci ammazzare, punto. Di più, in queste condizioni, non possiamo proprio fare.
Poi si tirò su giusto per cercare qualcuno contro cui far fuoco, e sparò.

Il gorgogliare del caffè lo risvegliò dai ricordi in cui era affondato. Si grattò la pelata, sbadigliò per la millesima volta e si riempì una tazzina sbeccata, ingoiando tutto in un unico sorso, bollente.
Meglio vivere come un eremita nascosto tra i faggi della Riserva dell’Adelasia, a munger vacche a cui non era nemmeno simpatico, o meglio la vita di prima?
Guardò il proprio riflesso nello specchio sopra il lavatoio.
Le rughe raccontavano sia i quarantacinque anni della sua vita che le migliaia di dolori attraverso cui era passata.
Ce n’era una per la morte di sua mamma, quando ancora non aveva compiuto cinque anni, che gli correva tra le sopracciglia e che si arrossava ogniqualvolta la tensione gli montava sulle spalle.
Poi, una serie di rughette profonde gli disegnavano il contorno degli occhi per la fatica fatta a guadagnarsi i gradi di Capitano, grazie alle settimane di appostamenti sull’Aspromonte, da solo, patendo fame e freddo, in attesa che il boss di turno mettesse la testa fuori dalla masseria che si era scelto come ultimo rifugio da latitante.
Una ancora, sottile e lunga sotto il labbro, gli faceva sembrare il sorriso sbavato come quello dell’ultimo Joker di Batman; era comparsa subito dopo che Patrizia gli aveva comunicato per sms che ne aveva le scatole piene di non sapere mai se fosse vivo o morto.
Insieme ad altre mille, tatuavano la pelle del suo viso con la sua storia e, nonostante tutto, aveva imparato ad apprezzarle perché erano la testimonianza che era riuscito a superare tutti i dolori che ognuna di esse rappresentava.
A parte una.
Compariva quando voleva lei, e seguiva da vicino la ruga tra le sopracciglia, divergendone quel poco da disegnare sulla sua fronte una V rosso fuoco. Adesso era lì a fissarlo, non invitata ma riflessa sorniona nello specchio. Un marchio: V come vittoria. No, V come verità.

Tutto d’un tratto la baraonda di suoni cessò. Solo il rombo di una macchina che si allontanava accelerando a più non posso nascose il ticchettio nervoso della pioggia, che si era sfogata come la sparatoria.
Pietro rimase fermo, con la pistola stretta tra le mani, le braccia tese appoggiate sul cofano della macchina. Gli ci volle qualche secondo per realizzare che l’inferno era finito, e che era ancora vivo.
— Belin! — esclamò sollevato, voltandosi e lasciandosi cadere seduto sull’asfalto. In momenti come quelli sapeva che Dio esisteva davvero, e gli venne spontaneo ringraziarlo silenziosamente.
— Capitano, è finita? — domandò Dal Molin.
Pietro non gli badò.
— Bonacina, Erboli, Massaccesi, Di Luca! — urlò.
— Qui capitano!
— Sono qua!
— Presente!
— Eccomi! — gli risposero i quattro, due brigadieri e due carabinieri scelti, facendosi vedere.
— Che fortuna, tenente. Sembra che la sua squadra sia tutta intera. — disse, sarcastico, guardando Oscar Dal Molin di nuovo diritto negli occhi.
Il tenente abbozzò un mezzo sorriso che Pietro gli spense sulle labbra con l’ennesima occhiataccia.
— Vediamo come stanno i cattivi — gli mormorò, alzandosi e uscendo allo scoperto.
Piano, sempre tenendo la pistola pronta, si avvicinò al Maggiolone crivellato di colpi, gli girò intorno e le parole gli morirono tra le labbra.
Il cadavere dei boss dei boss, il Cobra Matteo Montemarano, giaceva a terra in una pozza di sangue e pioggia, con un buco nel centro preciso della fronte. Accanto a lui, suo cugino Luigi e il suo braccio destro Antonio Abbate erano riversi l’uno sull’altro, immobili.
Pietro toccò tutti e tre i corpi con un piede. Abbate gemette.
— Capitano? — disse Dal Molin, avvicinandosi.
— Chiami la centrale, tenente e dica che è tutto risolto, poi l’ambulanza e il medico legale di turno — gli ordinò, apparentemente calmo e controllato.
Ma non lo era per un nulla, dentro gli ribolliva tutto il possibile e l’immaginabile.
— Che botta di culo immensa! — esclamò il tenente, guardando il corpo senza vita di Montemarano.
— Già… — mormorò Pietro, appoggiandosi con tutto il proprio peso al Maggiolone e cominciando solo in quel momento a respirare di nuovo cosciente di farlo. — N’a vea botta de cû da no credde [I].
La fronte tra le sopracciglia prese a bruciargli come se qualcuno l’avesse marcato a fuoco vivo.

Strizzò gli occhi per cancellare quel ricordo dalla mente e si stropicciò la faccia con violenza, usando entrambe le mani.
Ma a chi diavolo voleva raccontarla?
La vita dopo quella sera gli era piaciuta, eccome.
Quando il confronto tra il proiettile che aveva ammazzato Montemarano e quelli sparati dalla sua pistola aveva dato esito positivo, era diventato un eroe nazionale. Riconoscimenti dall’Arma dei Carabinieri, dal Presidente della Repubblica, da vari comitati antimafia sparsi per tutto il territorio nazionale gli erano piovuti addosso manco fosse la stagione dei monsoni e le televisioni e i giornali avevano fatto a gara per accaparrarsi una sua intervista o una comparsata in programmi più o meno degni.
E lui, il Capitano Pietro Massimiliano Parodi non si era tirato indietro.
Aveva dispensato storie di vita vissuta dalla D’Urso e da Giletti, racconti di guerriglia urbana da Fazio — in un “one man show” che aveva eclissato quelli di Roberto Saviano — arrivando ad alimentare un confronto serrato e dai toni accesi con nientemeno che il Presidente del Consiglio in una puntata di Ballarò dall’ascolto record.
Poi quel suo aspetto vissuto, l’aria da uomo vero che le rughe contribuivano a regalargli, lo aveva fatto salire prepotentemente nella lista degli uomini più desiderati d’Italia, addirittura davanti a Raul Bova e al tronista di turno.
Una vita perfetta.
Pietro sì guardò di nuovo nello specchio.
Mi nu gh’a fasso ciù, a vedde a têu sorridente faccia grande comme o cù — canticchiò, cancellando il proprio riflesso con due ditate di dentifricio sullo specchio. — Anche se ti t’arröxenti pè un meize, ti restiè quello gran succido che t’ei. Ti me intendi se t’ou diggo anche in zeneize, la gh’è a porta, vanni a da via o cù! [II]
Come a fargli da coro, la brigata muggente si fece sentire con prepotenza. Rosina, Pinetta, Bianca e Mezzaluna erano là fuori che lo aspettavano impazienti, inutile rimandare.
Sospirò.
Poteva anche non lavarsi e non radersi, alle vacche andava bene pure ispido e puzzolente, bastava solo che strizzasse loro le tette per bene ogni santo giorno dell’anno.
E lui era bravo a strapazzare capezzoli turgidi.

— Cos’è questa ruga? Sembra che tu abbia una v rossa marchiata in mezzo alla fronte! — trillò Eleonora, ricadendo da sopra di lui tra le lenzuola di seta, sfatte.
— V come Visitors! — ridacchiò Pietro, spostandosi verso il ventre della ragazza. — Ti ricordi chi erano, vero?
Gli occhi verde bottiglia di lei si spalancarono, maliziosi.
— No, non sono vecchia come te! — disse, con una vocina che era tutto uno sberleffo.
Pietro le aprì le ginocchia, spingendosi tra le sue cosce.
— I Visitors erano degli alieni a forma di rettile con la lingua lunga lunga lunga — rispose, altrettanto allusivo, guardandola di traverso.
— Ah sì? E a cosa gli serviva questa lingua tanto lunga? — mormorò Eleonora, mordicchiandosi un labbro.
Pietro sorrise, facendo l’occhiolino.
Stava per darle una dimostrazione pratica di quello che entrambi avevano in mente, quando il cellulare squillò, odioso.
— Non rispondere — civettò la ragazza, allargando ancor di più le cosce.
— Potrebbe essere importante… — rispose Pietro, alzandosi.
Mancare la chiamata di un giornalista famoso o del produttore televisivo di turno non era stupido, solo poco redditizio. E Pietro aveva imparato che i soldi sì non fanno la felicità, ma aiutano di molto ad avvicinarla.
— Pronto — rispose, senza nemmeno controllare da chi arrivasse la chiamata.
— Allora, quando mi paghi?
La voce di Oscar Dal Molin lo colse di sorpresa. Istintivamente portò la mano alla bocca.
— Ti ho detto di non chiamarmi, t’æ abelinôu [III]? Mi faccio vivo io! — mormorò, a denti stretti, chiudendosi in bagno.
— Chi è? — gli urlò dietro Eleonora, con disappunto.
— Dammi cinque minuti, cara! — le gridò in risposta.
— Pagami o racconto a tutti quello che è successo davvero quella sera — ringhiò Dal Molin.
— Ok, ok. Lo faccio, te l’ho già detto, ma poi non mi rompi più, d’accordo?
— Certo, super carabiniere dei miei stivali.
Pietro sbuffò, mettendosi a sedere sulla water. Il respiro del tenente, al cellulare, era più nervoso del suo.
— Oscar, ragiona — provò a rabbonirlo. — Comunque quell’appostamento era una cazzata disumana, te ne rendi conto? Non è il caso che tu ne parl…
— Sì, capitano, ma era la mia cazzata disumana, non la tua botta di culo, dannazione! — lo interruppe l’altro, rabbioso.
A Pietro sembrava di essere nel peggiore degli incubi, ricattato da un deficiente ingestibile.
— Cosa? Vuoi che tutti sappiano che hai agito senza l’ok del tuo supervisore? Per rovinarti la carriera? — provò a rispondergli.
— Se non mi paghi, sì. Piuttosto che far passare te come l’eroe della situazione, mi accollo le mie responsabilità e lascio l’Arma. Ma che tu viva di gloria riflessa mi fa incazzare come poche altre cose!
Pietro sentì la rabbia montargli dentro.
— Gloria riflessa? Ma di che stronzata parli, idiota — sibilò, trattenendo a stento le urla. — Il proiettile che ha ammazzato Montemarano era il mio, porca miseria, non il tuo! E se non ci fossi stato io, quella sera, col cavolo che ne venivate fuori vivi, tanto per essere chiari!
— Sì, dopo, a sparatoria quasi finita. Ma tu dov’eri, prode capitano, mentre noi pigliavamo freddo ad aspettare il boss e i suoi? — gli urlò l’altro, nell’orecchio. — A puttane, ecco dove eri!
Pietro sbiancò come la prima volta che aveva sentito Dal Molin dirgli che sapeva tutto.
— Ok, ok. Va bene — farfugliò, dimenticando il resto della frase.
— Cretino, sono un carabiniere — gli rispose Oscar, gelido. E ribadì la tiritera con cui lo ricattava da un po’:
— Credi che abbia davvero fatto molta fatica a rintracciare le due che hai chiavato quella notte? Micaela Galmoz e Serena Cavallotti, ti dicono ancora niente questi nomi? — Dal Molin scoppiò in una sonora risata. — O se ti dico i loro nomi di battaglia, Moira e Jessica di Triora, te le ricordi meglio? Guarda che hanno intenzione di venire a batter cassa pure loro, ti avverto collega. Vedi di pagarmi in fretta, mona — disse, prima di interrompere la comunicazione.
— Dai! Voglio che mi lecchi tutta! — urlò Eleonora dalla camera da letto.
Pietro trasalì e il cellulare gli cadde dalle mani, nel water.
— Merda — sospirò sconsolato. E chi aveva più voglia di far sesso?

Da quanto tempo non faceva l’amore? Con le tette enormi della Rosina tra le mani, un pensiero come quello non poté che farlo ridere.
A volte si domandava pure se, messo nella situazione giusta, si sarebbe ricordato come fare.
— È come andare in bicicletta — gli diceva suo cugino Paolo quando ne parlavano da ragazzini, nascosti in cameretta con il catalogo del Postal Market aperto sulle pagine di biancheria intima osé. — Fatto una volta, lo sai fare per sempre.
Peccato non gli avesse detto che al primo tentativo si correva il rischio imbarazzante di finir tutto nelle mutande, magari mentre lei — com’è che si chiamava? Mirella? Stella? non se lo ricordava più — si stava solo slacciando il reggiseno.
Che figuraccia che era stata. Il suo ego di maschio italico ne era rimasto così suggestionato che, da quella défaillance, aveva sempre voluto avere la situazione sotto controllo. Forse era per quello che le manette gli piacevano più per gli utilizzi che ne aveva fatto in camera da letto che in servizio.
Insieme a un bel seno sodo come quelle della Rosina, nessun ricordo brutto gli avrebbe colonizzato la mente, di questo era dannatamente certo. In fondo aveva sempre usato le donne come scaccia pensieri, perché non farlo anche questa volta?
Già, ma con chi?
La Teresa della Cascina Miera era un donnone sulla quarantina che lo guardava come fanno le femmine in caccia, quando vogliono far capire a un uomo che ci stanno. Le avrebbe portato il latte appena munto per la cucina del Rifugio e le avrebbe fatto l’occhiolino. Poi avrebbe lasciato tutto nelle mani del destino. Un’altra volta.

— Scendi dalla macchina e prosegui a piedi fino al bivio per la Chiesetta di San Giovanni.
La voce di Oscar Dal Molin gli menava ordini al cellulare da quando Pietro era uscito dalla Torino-Savona al casello di Altare e l’uomo sperò che quello fosse l’ultimo. Non gli piaceva il tono arrogante e al contempo canzonatorio del collega, né ricevere istruzioni alla non particolareggiate.
Accanto a lui, sul sedile, era appoggiata la borsa con i soldi. Ci aveva rimesso un ulteriore bel po’ di quattrini — finiti direttamente nelle tasche del direttore della sua banca — ma il prelievo sarebbe stato camuffato in una ventina di altre operazioni, in modo che nessuno potesse collegare il numero di serie di quelle banconote a lui. Magari la sua era stata un’eccessiva ricerca di precauzioni, ma, in quei lunghi anni di servizio aveva imparato a non contare mai troppo sulla fortuna. Era meglio mettere sempre il sedere al caldo, anche se per farlo si doveva pagare qualche migliaio di euro in più del preventivato.
Pietro sbuffò, prese la borsa, accese una torcia e uscì dalla macchina, incamminandosi per una salita buia e decisamente stronca-gambe.
Mezz’ora al massimo e tutto sarebbe finito. Il disgraziato gli aveva fatto girare mezza Liguria, spedendolo fino in Val Bormida in una frazione del comune di Carcare che sembrava disabitata.
— Ma quanto ci stai mettendo? — ringhiò Dal Molin al cellulare.
— Il tempo necessario. Ché, hai fretta?
— Fai meno lo spiritoso e datti una mossa. Quando sei al bivio, prendi la stradina sulla destra.
Pietro seguì le indicazioni, arrivando fino a un essiccatoio diroccato.
− Spegni la torcia − gli gridò Oscar, uscendo da dietro le rovine con la pistola in una mano e un’altra torcia nell’altra.
− Ma che cazz… Abbassa quella pistola, idiota! − balbettò Pietro, mezzo accecato dalla luce.
− E tu metti giù la sacca con i soldi.
− Ve bene, va bene, ma non fare stronzate – gli rispose, abbassando lo sguardo e alzando nel medesimo istante le mani verso l’alto.
Sentì i passi del tenente avvicinarsi.
Un brivido freddo gli corse veloce lungo la schiena mentre una vocina in testa gli fece presente, se mai non se ne fosse ancora accorto, che si era cacciato in un gran bel casino.
− Adesso la pianterai di rompere, vero? − domandò a Oscar, titubante.
− Certo, certo. Sono un carabiniere, per sempre fedele, no?
− No, dai, non fare il cretino. Stiamo bene così o no? − chiese ancora, sentendo la canna fredda della pistola di Dal Molin premergli alla base del collo.
Il fiato gli si gelò nei polmoni.
− Hai paura, capitano, eh? Fa male sentirsi presi per le palle, vero? Anche la Micaela e la Serena tremavano nello stesso modo, quando le ho accoppate. Un bel centro nella fronte di tutte e due. Ti ricorda qualcosa, super caramba dei miei stivali?
− O… Oscar… − balbettò Pietro, − non ti conviene ammazzarmi. Non puoi giustificarti in alcun modo…
− E a chi servono le giustificazioni? La pistola che ho in mano è un’arma che scotta, la scheda telefonica che ho usato pure. I nostri cari colleghi dell’Arma penseranno a un regolamento di conti della Camorra. D’altronde lo sa il mondo intero che ne hai ucciso uno degli uomini di spicco… Ah, per la cronaca, pure il tuo direttore di banca è uno di loro, quindi il tuo conto è stato rimpinguato dell’esatta cifra che c’è in quella borsa e le operazioni che avevi preventivato con lui non risultano mai essere state fatte − sghignazzò Oscar, spostandogli la canna della pistola contro una guancia.
La vocina in testa gridò trionfante un “te l’avevo detto!” che era tutto un programma. Si sentì le gambe diventare molli.
− Idiota. Con chi diavolo ti sei messo per cercare di fregarmi? − ringhiò, provando a ritrovare il controllo, mentre i jeans gli si inzuppavano di urina bollente.
− Abbate. Anche a lui non stai per nulla simpatico, eh?
Pietro scosse la testa.
− Pure lui è uno che non dimentica, sai? − continuò Oscar. − Essere sopravvissuto alla sparatoria in cui il suo capo è morto lo ha resto quel tanto incazzato verso chi l’ha fatto finire in una cella di due metri per tre molto prima di quanto avesse preventivato. E quel qualcuno sei tu, capitano Pietro Massimiliano Parodi. Vederti alla televisione e su tutti quei giornali gli ha fatto venire l’ulcera.
− Così sei andato da lui per vendicarti?
− Certo! E stai tranquillo, nemmeno il nostro colloquio risulta essere mai avvenuto. Sai, quando gli ho detto che sei arrivato alla villa a sparatoria iniziata perché eri a troie e che hai sparato un unico, fortunatissimo colpo, quasi gli è venuto un infarto dalla rabbia.
Gli occhi di Pietro si riempirono di lacrime.
− Per quattro soldi che ho guadagnato? Oscar, te li do tutti, per Dio, tutti fino all’ultimo fottutissimo centesimo, ma abbassa quella pistola, dai, abbassala! − piagnucolò, cadendo in ginocchio.
− Avresti dovuto pensarci prima, capitano − rispose Oscar, freddo, premendo il grilletto con tutta la rabbia che aveva in corpo.
Ma la pistola restò muta.
− Che cazz… − esclamò Dal Molin, attonito.
La vocetta strepitò “adesso o mai più” nella testa di un altrettanto sbalordito Pietro, che, rialzandosi, colpì il collega con una ginocchiata ben assestata sugli attrbuti.
Oscar gemette, perdendo la presa sulla pistola e chinandosi su se stesso.
Pietro non si lasciò scappare l’occasione per stordirlo con un colpo a due mani alla base del collo.
Dal Molin si accasciò a terra, sbattendo con violenza la fronte e restando immobile tra le foglie di castagno.
“Che culo, che culo, che culo!” urlò la vocina, ancora una volta. Pietro si sedette accanto al collega, cercando di respirare. Dio come se l’era vista brutta. E non aveva manco un paio di manette per bloccare i polsi di quell’idiota patentato. Va se per vendicarsi di un torto che vedeva solo lui doveva essersi alleato con la Camorra!
Ti t’æ abelinôu, Oscar, ti t’æ abelinôu [V]— mormorò, asciugandosi le lacrime dagli occhi e prendendo la pistola.

Pietro accarezzò il manto morbido e caldo della Rosina, rialzandosi dallo sgabello e prendendo il secchio con il latte appena munto. Ne rovesciò il contenuto in una contenitore in alluminio e lo chiuse.
— Missione latte, fase due — mormorò, sollevandolo.
L’aria fuori dalla stalla era frizzante e carica dei profumi della primavera appena arrivata. La jeep lo aspettava, parcheggiata davanti alla baita. Mise il contenitore nel bagagliaio, accanto agli altri cinque già pieni, poi sbuffò, grattandosi ancora una volta la pelata sudata.
Quanto era rimasto seduto accanto al cadavere di Dal Molin? Gli era sembrata un’eternità. Non si ricordava nemmeno quando si era accorto che il collega non era svenuto ma morto e neanche di aver chiamato il 112.
Però doveva averlo fatto perché il faccione del maresciallo della Stazione di Cairo Montenotte era uno dei pochi dettagli nitidi di quel resto sbiadito di notte. Così come la borsa con i soldi messa nel bagagliaio della macchina di Dal Molin.
Per giustificare le sue impronte aveva raccontato che il tenente l’aveva costretto a contarli mentre gli puntava la pistola alla testa, ma il maresciallo non aveva voluto sentire altre spiegazioni. Gli aveva messo una coperta sulle spalle e l’aveva accompagnato sull’ambulanza fino al San Paolo, a Savona, tenendogli la mano per tutto il tempo.
Era finito di nuovo sui giornali. Non è notizia di tutti i giorni scampare a un agguato della Camorra, ancor più quando ti viene teso da un collega carabiniere corrotto.
Solo che questa volta non aveva voluto partecipare a nessuna trasmissione televisiva, nessuno speciale sull’eroe che aveva sconfitto il clan Montemarano per ben due volte.
I medici gli avevano diagnosticato una situazione di stress post traumatico, ma lui sapeva bene cosa gli rodeva dentro. Gli bastava specchiarsi, per averlo davanti agli occhi, in bella vista in mezzo alle sopracciglia
Un crampo improvviso allo stomaco gli fece quasi rimettere la colazione.
Doveva trovare un modo per non pensare più a quella storiaccia.
Credeva di esserci riuscito quando aveva accettato di andare sotto protezione, cambiando identità, connotati facciali — i soldi, alla fine, erano serviti davvero a qualcosa — e nascondendosi a tutto e tutti in quella baita isolata nella Riserva dell’Adelasia, a munger vacche, abbattere faggi malati e lottare contro i topi.
Ma no, la fronte non aveva smesso di bruciargli nemmeno lì.
Prima aveva pensato che quella V fosse sinonimo di vittoria, adesso sapeva che era V come vigliacco, verace vizioso vecchio vigliacco vivo e vegeto. Sei V.
— Devo farmele tatuare da qualche parte — mormorò, saltando sulla jeep e mettendo in moto.

Ringraziamenti.
Ringrazio sentitamente Andrea Bonazzi per la squisita consulenza sui modi di dire in dialetto genovese, mi ha salvato da un bel impiccio!

[I]              Una vera botta di culo, da non credere.
[II]             Io non ce la faccio più a vedere la tua sorridente faccia grande come un culo. Anche se tu ti lavi per un mese, resterai quel gran sudicio che sei. Mi capisci se te lo dico anche in genovese, là c’è la porta, vai a dar via il culo. — da “Rumenta”, dei Buio Pesto — http://www.buiopesto.it/
[III]            Ti sei rincoglionito?
[IV]             Cretino in veneziano.
[V]              Sei un coglione Oscar, sei un coglione

Paola Preziati Scaglione, classe ’68, è tecnico di laboratorio biomedico e lavora per alcuni anni presso alcuni laboratori di ricerca. Successivamente entra a far parte di un team universitario per la creazione di corsi di aggiornamento professionale per docenti della secondaria di secondo grado. Attualmente si occupa a tempo pieno di tutoring scolastico in area scientifica per gli studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado. Ad ottobre 2007 si presenta per la prima volta sul forum di Edizioni XII, grazie al quale entra in contatto con la redazione, svolgendo prima incarichi di aggiornamento della sezione news del portale poi di lettrice e selezionatrice, fino alla chiusura della casa editrice stessa.
Collabora in qualità di gestore della sezione Serial Killer con il sito LaTela Nera fino al 2010 e svolge alcuni lavori di web design per il gestore del sito stesso. Come scrittrice, collabora con il portale di fantascienza WebTrek Italia, pubblicando online alcuni racconti e partecipando al progetto benefico Wakati Ujao – Futuro Africano, antologia i cui proventi vengono destinati ad AMREF Italia. Viene selezionata per l’antologia N.A.S.F. 4 Rosa-Noir con il racconto “Anche noi due” e pubblicata da Delos nel numero monografico 116 di Delos Science Fiction – dedicato alle scrittrici di fantascienza italiane – con il racconto “Il Sorriso di Alo”. Altri suoi scritti sono pubblicati da quotidiani nazionali e ancora online.  Come grafico, collabora con Il Mondo Digitale, realizzando la copertina delle antologie Mistero – di cui cura anche le immagini descrittive interne di ogni singolo racconto – e Fratelli di Razza, nonché le copertine di Inchiostro di Reporter del giornalista Diego Cimara e di Schegge di Futuro di Nicola Roserba. Disegna anche la copertina dell’ebook La regina di cuori, sempre di Nicola Roserba.  Come web-designer collabora per un breve periodo con Cluster Informatica, realizzando piccoli siti web pubblicitari per i clienti della società.

 

:: Furto di Natale, Raffaella Ferrari

21 dicembre 2015

regali-natale

Il disordine regnava sovrano nel grande salone dai pavimenti di marmo di Carrara. Il maresciallo Saverio Lo Giudice si guardò intorno. Le due poltrone Frau di pelle erano rovesciate, i tendaggi di broccato rosso risultavano malamente strappati, diversi soprammobili giacevano in terra rotti. Un tagliapizza era abbandonato sopra il prezioso tappeto persiano anch’esso ammucchiato in un angolo.
La contessa Bianca Maria De Mastri piagnucolava seduta sul divano bianco. “i miei preziosi quadri, i miei preziosi quadri, tutti scomparsi, rubati… Proprio la notte di Natale…” Ripeteva fra le lacrime come fosse una filastrocca senza senso, una nenia infantile.
Dalle pareti, infatti, pendevano diverse cornici prive di tela. Saverio le esaminò da vicino e si accorse che i dipinti erano stati asportati con  tagli netti. Facile e pulito, pensò. I ladri avevano portato via solo la tela: Probabilmente dopo averla recisa dalla cornice l’avevano arrotolata.  Avevano così potuto accaparrarsi diverse tele occupando poco spazio.
La grande vetrata che dava sulla scogliera a picco sul mare era frantumata. I vetri erano finiti tutti sugli scogli sottostanti.
Il brigadiere Sarrino, braccio destro del maresciallo, si rivolse al suo superiore con tono confidenziale. Collaboravano da anni ormai, nella piccola caserma rosa di Portovenere, e il loro rapporto travalicava quello di lavoro per rasentare quello di una vera amicizia.
“La situazione è chiara” disse  “mentre la contessa era alla messa di Natale i ladri si sono arrampicati su per la scogliera, che avranno raggiunto in barca, poi hanno sfondato il vetro della porta-finestra e sono entrati. Con quel tagliapizza hanno asportato le tele e sono scappati con il loro bottino da dove sono venuti…”
Saverio Lo Giudice guardò di nuovo il salone, dove l’enorme albero di Natale , rimasto clamorosamente intatto, sembrava ammiccare con le sue luci al led intermittenti.
Si voltò verso la contessa.
“I quadri erano assicurati?” Chiese.
“Certamente…”
“Chi altro vive nella villa?”
“Solo i domestici, ma, chiaramente, questa notte erano in libertà”
“Chi era a conoscenza dell’assicurazione sui dipinti?”
” Nessuno naturalmente! Non ho familiari  che risiedano vicino e non metto certo al corrente la servitù dei miei interessi!”
“Bene. Se le cose stanno così la dichiaro in arresto per frode dell’assicurazione…”
“Ma è impazzito?!” Protestò la donna rossa in volto per la rabbia “lo sa chi sono io?”
“Sì. Una bugiarda!”
Bianca Maria si alzò furente e minacciosa
“Spero che sappia quel che dice, maresciallo, e che abbia le prove! Altrimenti i suoi superiori saranno informati della sua sfacciata incompetenza” urlò rabbiosamente, agitando il bastone che portava sempre con sé.
“Certo, contessa. Lei é colpevole. E ora le dimostro anche perché.  Per cominciare i vetri rotti della finestra sono verso l’esterno. Questo significa che il colpo che ha infranto la vetrata è stato sferrato da qualcuno che si trovava in questo salone. In caso contrario, infatti, se chi ha rotto i vetri fosse stato all’esterno, in bilico sulla scogliera, i frammenti sarebbero stati qui, sul pavimento. E perché qualcuno che era già dentro avrebbe dovuto rompere la finestra se non per farci credere a un’effrazione che invece non c’è stata? E poi c’è la faccenda del tagliapizza. Nessun esperto di arte farebbe mai una cosa simile: Tagliare una preziosa tela con un aggeggio del genere equivarrebbe a danneggiarla irrimediabilmente. Invece i tagli sulle tele sono netti, perfetti. E lei come tutti sanno è un’esperta d’arte. Non avrebbe potuto sopportare che i suoi meravigliosi dipinti venissero danneggiati, neanche per riscuotere il premio dell’assicurazione. Però ha voluto lasciare il tagliapizza in bella mostra per convincerci che a rubare i quadri fosse stato qualcuno poco esperto, qualche ladro occasionale. E anche il disordine nella stanza è esagerato per dei ladruncoli che poi hanno portano via solo tele… Non ho dubbi contessa, confessi!”
“Che tu sia maledetto!” Urlò la contessa cerea in volto “non avrai mai una confessione da me!”
“Non ce ne sarà bisogno, mi dia il suo bastone da passeggio…”
“No…”
Il brigadiere, rispondendo ad un’occhiata di Lo Giudice, le strappò il bastone di mano e lo porse al maresciallo che, lesto, svitò il gommino sul fondo. Il bastone era vuoto all’interno e dalla cavità uscirono le quattro tele arrotolate.
Di fronte all’evidenza la contessa Bianca Maria De Mastri emise un grido animalesco e svenne fra le braccia dell’attonito brigadiere Toni Sarrino.

Raffaella Ferrari è nata a La Spezia e i gialli sono la sua passione. Dopo la laurea in Filosofia, ha partecipato a diversi premi letterari ottenendo buoni riconoscimenti. Al suo attivo ha la pubblicazione di diversi romanzi gialli, tutti ambientati nella Provincia della Spezia (da Sarzana, a Cadimare, alle Grazie e Portovenere. Numerose nel tempo anche le collaborazioni con riviste letterarie (fra le quali “Storia e Dossier – Giunti Editore”), web magazine (“Pensalibero.it” e “O Magazine”) e riviste locali (“La Spezia Oggi”, “Gazzetta della Spezia”, “I Ragazzi di Piazza Brin” e “Cadimare… sapori e colori del Golfo”). Ha inoltre condotto una trasmissione televisiva per una rete locale dal titolo “Sanremo Dossier”. Vive e lavora nella sua città natale, con suo marito, sua figlia Manuela e il piccolo persiano Teddy Bear.

:: Nebbia – Massimiliano Franchetto

18 dicembre 2015
boldini

Boldini – Ritratto La Contessa Speranza

Era una di quelle grigie mattine di fine novembre, di quelle in cui la nebbia, che a Mantova fa parte dell’arredo urbano, non sembra avere nessuna intenzione di alzarsi. Un sole malato stentava a filtrare dalla coltre lattiginosa, mentre la città, come ogni giorno, iniziava i suoi riti fatti di caffè e di saracinesche che si alzano nella speranza che la Crisi, quella che si scrive con la “C” maiuscola di fronte alla quale gente con tre lauree ha dato prova di criminale incompetenza, passasse rapidamente.
Ero reduce dal turno di notte, tuttavia l’abitudine di fare due passi in centro dopo aver passato un paio d’ore a leggere, era più forte della stanchezza o delle condizioni metereologiche, per cui, barcamenandomi tra plotoni multietnici di studenti che si affrettavano per non arrivare in ritardo a scuola, commesse impomatate che sfilavano impeccabili per corso Umberto con gli occhi fissi sui loro smartphone e impiegati di banca che uscivano dai bar come se fossero stati impegnati a salvare il pianeta, mi avviai verso piazza Sordello, in modo da rispettare la regola autoimposta dei quattro chilometri quotidiani.
La adoravo, con quella leggera salita che conduce verso il Duomo e con le arcate quattrocentesche di Palazzo Ducale, sempre pronte a ricordare il passato glorioso della mia piccola città.
Ma il punto che forse più mi affascinava era il campanile del Duomo, un torrione romanico, non troppo alto con una nicchia ospitante una testa di donna, forse il frammento di un’antica statua romana: una sorta di rievocazione del mito della Grande Madre messa su quello che in epoca medievale era l’edificio più alto della città per sorvegliarla e proteggerla.
Mi piaceva fermarmi a fumare una sigaretta sotto alle arcate di Palazzo Ducale, osservando la piazza animarsi stancamente, tra stranieri diretti in questura e qualche sporadica comitiva di turisti.
Nonostante fossero ormai le nove passate, la nebbia non si era minimamente diradata, al punto che persino la sommità della Torre della Gabbia si distingueva a fatica e gli sporadici passanti assumevano i contorni di figure spettrali.
Oggi non vediamo il sole, mi dissi spegnendo stancamente il mozzicone.
In quel momento un brivido mi attraversò la schiena, uno di quei brividi che non hanno nulla a che fare con la temperatura. Mi voltai di scatto e notai due donne provenire dall’ex Mercato dei Bozzoli.
Una delle due catturò immediatamente la mia attenzione, forse per il fatto che era bellissima o perché sembrava emanare qualcosa di… speciale. Sembrava poco sotto la quarantina, capelli biondo scuro, viso affilato con due occhi che ricordavano il colore del cielo di quella mattina e parlava fittamente in russo con la sua amica, che invece aveva più l’aria della classica matrona dell’Est.
Tuttavia, mi parvero vestite in modo troppo elegante per essere semplici badanti, soprattutto la bionda, con i suoi immacolati jeans di marca, gli stivali e la borsetta griffata.
Avanzarono di buon passo verso l’arco che divideva la piazza da via Cavour, così, spinto da non so quale impulso, le seguii, tenendomi a debita distanza.
In piazza Broletto si salutarono e si divisero: fortunatamente la matrona si avviò verso via Ardigò, quasi come se il Destino, ironico come sempre, avesse voluto farmi credere di poter tentare un approccio con la più bella delle due che, senza sapere perché, soprannominai subito “la contessa”.
Spinto dalla fantasia iniziavo già a costruire ipotetiche storie su di lei. Forse era l’ex moglie di qualche miliardario e poteva permettersi di sperperare il suo assegno mensile venendo a fare shopping in Italia, mentre lui se ne stava a Londra, spaparanzato sul sedile posteriore di una Bentley, fingendo di vendere gas uzbeko dal suo IPad… Oppure era un’ex spogliarellista che aveva accalappiato qualche produttore di salumi della provincia ed aveva passato la notte in città a spassarsela con il suo amante, che certamente aveva dieci anni meno di lei…
Nella mia mente bacata tutto era possibile, anche se, tra tutte le ipotesi, comprese quelle apparentemente più strampalate, esclusi immediatamente che si trattasse di una escort: troppo avanti con gli anni, nonostante fosse bellissima.
Attraversò piazza Mantegna con un passo da bersagliere, si voltò di scatto e si infilò in un bar. Probabilmente si era accorta del sottoscritto.
Che fare? Tirare dritto e lasciar perdere tutto, mettendosi la sua immagine alle spalle con un sospiro o entrare per vedere la sua reazione, magari rimediando l’ennesima figura da imbecille con una donna?
Optai per questa soluzione, ripetendomi che al massimo mi sarei limitato a fingere di leggere i giornali lanciandole di tanto in tanto qualche occhiata, solo per imprimermi il suo volto nella memoria.
Entrai, senza riuscire a vederla tra gli avventori al bancone. Strano, non poteva essersi volatilizzata così, pensai, a meno che non sia andata alla toilette… Ormai ero lì, quindi ordinai un caffè e presi di mira la Gazzetta dello Sport su uno dei tavolini. Della Contessa nemmeno l’ombra, quindi terminai in fretta il mio caffè, pagai ed uscii, con la sensazione di dovermene tornare a casa con le pive nel sacco.
Accesi una sigaretta e mi avviai per corso Umberto Primo, cercando di distogliere i miei pensieri da quello strano incontro, quando, come per magia, me la ritrovai davanti, intenta a studiare la vetrina di un negozio d’abbigliamento.
Ora o mai più, mi dissi sperando che parlasse un inglese decente. Dovevo solo percorrere una trentina di metri con tutta calma, avvicinarmi e buttare lì una frase adatta alla situazione: una frase che fosse contemporaneamente garbata, ironica e originale, in modo da non apparirle né il classico molestatore all’ultima spiaggia, né un Dongiovanni da strapazzo e né tantomeno un potenziale spasimante. In fondo la mia attrazione per lei nasceva solamente dalle mie fantasticherie, dal personaggio che le avevo costruito sopra, indiscutibilmente alimentato dal suo fascino quasi rétro
In quel momento due corrieri indiani attraversarono la strada trainando i loro carretti stracarichi di scatoloni, che si rovesciarono rotolando fin quasi ai miei piedi, costringendomi ad effettuare una sorta di gimkana tra bestemmie in una lingua incomprensibile e pacchi sparsi ovunque.
Ovviamente la contessa era, nel frattempo, sparita dalla mia visuale.
Provai a gettare un’occhiata in via Oberdan: nulla.
Pazienza, mi dissi, si vede che doveva andare così.
Guardai l’ora: quasi le dieci, tanto valeva tornarsene a casa.
Alla fine di corso Umberto notai un negozietto di orologi usati e antiquariato, di cui non conoscevo l’esistenza. Probabilmente aveva appena aperto, dato che ormai, a causa della Crisi, i negozi del centro aprivano e chiudevano nel giro di sei mesi.
Diedi un’occhiata alla vetrina ed un oggetto colpì subito la mia attenzione: un Omega Speedmaster a carica manuale, come quello indossato dagli astronauti al tempo del primo sbarco sulla Luna.
Pur sapendo di non potermelo permettere, entrai per chiedere il prezzo.
-Buongiorno.- Mi accolse il titolare, un tizio un po’ effeminato con gli occhiali e l’aria di trovarsi lì per espiare chissà quale colpa.
-Salve, volevo sapere il prezzo dell’Omega in vetrina…- Mi bloccai di colpo.
Sulla parete di fianco al bancone avevo notato una fotografia in bianco e nero, incorniciata: un ritratto di donna dei primi del ‘900. Una donna che riconobbi subito, nonostante il vestito e l’acconciatura. La targhetta posticcia applicata alla cornice diceva “contessa Alexandra Petrovna Kyiviatna (1878-1918).
-Lo Speedmaster appartiene ad una serie celebrativa prodotta nel ’79, per il decennale dello sbarco sulla Luna…- Iniziò il titolare effeminato prendendo l’orologio dalla vetrina per mostrarmelo in ogni dettaglio.
Ma io non lo sentivo più, dato che stavo fissando la fotografia come se fossi stato ipnotizzato.
-Tutto bene?- Mi chiese, forse sconcertato dalla mia espressione.
-Sì.- Risposi tentando di riordinare le idee. – Ho solo visto un fantasma.-

(Mantova, Dicembre 2015)

Massimiliano Franchetto, ha 43 anni, è nato a Mantova, dove vive tutt’ora. Lavora come benzinaio in un’area di servizio in autostrada e per hobby scrive praticamente da sempre. Ha pubblicato due romanzi horror su Ilmiolibro.it,  ed essendo un grande appassionato di automobilismo, cura saltuariamente la pagina dei motori sulla rivista “Lo sguardo“, un mensile a diffusione locale.

Excipit/Incipit di Fabrizio Fulio Bragoni

15 novembre 2010

‘Immagine: Tattoo Studio “La rue des Bons Enfants” http://www.tattoobonsenfants.it/

Excipit/Incipit di Fabrizio Fulio Bragoni

Un coup de dés jamais n’abolira le hasard.

                                                                        (Stephane Mallarmé)

Tutte le storie sono, per loro natura, incompiute; le mie non fanno eccezione.

«Dimmelo se vuoi che venda il culo», aveva detto. Ma questo succedeva all’inizio. Le era bastato dirlo una volta, una sola, per non doverla minacciare mai più. Bastava tornare a casa, sbattere la porta con falsa, calcolata, rabbia, e chiedere dei soldi. Non c’era neppure bisogno di preavviso. Non più.

«Mamma, ho bisogno di soldi».

E i soldi arrivavano, perché, pur di non trovarsi esposta a quelle minacce, la donna teneva sempre, in casa, una piccola scorta di contante.

Le prime volte, rimasta sola, aveva pianto, attenta a non fare rumore, la faccia schiacciata contro il cuscino.

Tutto inutile: sua figlia non era in casa, e non l’avrebbe sentita comunque.

Ma almeno non era sui viali.

Forse.

A due isolati di distanza, il taxi scivolò verso il marciapiede, frenò dolcemente fermandosi di fronte alla Camera del Lavoro. La ragazza salì; aveva l’aria imbarazzata. Non credeva che avrebbe rincontrato lo stesso uomo al quale, una volta, aveva giurato di farla finita: cazzo, almeno non quella sera.

-Corso Emilia, angolo Corso Giulio Cesare,- disse.

–Ancora lui?– Le chiese l’uomo al volante, e lei annuì, imbarazzata.

Non le rinfacciò la sua promessa.

Staccò l’auto dal marciapiede, affrontando lentamente le strade deserte. Guardò la ragazza nello specchio centrale e si maledisse per aver smesso di fumare.

–Almeno hai una sigaretta?– le chiese, mentre svoltava mollemente a destra, e lei gliene passò una al di sopra del bracciolo.

Il tassista mise in bocca la sigaretta e continuò a guidare senza accenderla, gettando vaghe occhiate dallo specchio centrale.

Su Corso Brescia si vedevano pochi pedoni, quasi tutti immigrati appiedati, di ritorno verso casa. I locali notturni erano chiusi da tempo; da quando il quartiere era finito in mano agli “stranieri”, e i torinesi non ci si avventuravano più.

Solo una coppia di bar aperti tutta la notte vomitava sfocati riquadri di luce diafana, algidi bagliori da tubo al neon, sui marciapiedi grigi coperti di cicche e sputi.

Per il resto era tutto chiuso: anche le piccole drogherie-supermercato nigeriane e cinesi che fino a pochi giorni prima avevano lavorato ventiquattro ore su ventiquattro.

I sigilli della polizia, ben visibili anche dall’interno della vettura, bloccavano la porta di un mini-market bangladese.

Evasione fiscale, gioco d’azzardo, alimenti scaduti e in cattive condizioni di conservazione: erano necessari ulteriori accertamenti, aveva fatto sapere il dirigente del commissariato Dora Vanchiglia. I giornali ne avevano parlato, e il tassista lo sapeva, ma da allora non gli era ancora capitato di passare lì di fronte.

–Si può sapere perché una come te si perde dietro ad una coglione simile? Non potresti fare come tutte le ragazze della tua età? Cazzo, sei una bambina.– Di solito cercava di moderare il linguaggio, ma con quella non gli riusciva proprio. Solo quattordici anni. Due più di sua figlia.

Intanto, erano arrivati in Corso Giulio Cesare.

–Accosta– disse lei, –eccolo lì.

Era vero, anche se lui non lo aveva visto. Una testa ricciuta sporgeva leggermente da una porta chiusa, proiettando un’ombra tenue sul marciapiede.

Lo spacciatore lanciò un fischio mentre la ragazzina lanciava le gambe fuori dallo sportello; un fischio rivolto alla minigonna portata senza calze, alla canottiera corta e scollata, al trucco pesante, e ai tacchi alti.

Andando avanti a quel modo, prima o poi ci sarebbe finita davvero, sui viali.

Nonostante la spessa tenda marrone chiaro e i doppi vetri, una luce gialla e deprimente filtrava nella piccola sala conferenze.

Il questore non si scomodava mai per così poco.

Il comandante della mobile sedeva annoiato: era l’addetto stampa a parlare.

Una fila di giornalisti svogliati -scarti di redazione destinati a un caso piccolo come quello- occupava, scomposta, i due lati del tavolone di legno giallo. In fondo alla stanza, un foglio da proiezione sporco e gualcito mostrava una piccola serie di facce ordinate a piramide: la segnaletica di un vecchio boss al vertice, e sotto una serie di foto di ragazzi, i volti via via più infantili man mano che si scorreva con lo sguardo verso la base.

–Si tratta di un’organizzazione?– Chiese una donna dal viso stanco e appannato dal caldo. Aveva mani corte e tozze, le dita macchiate d’inchiostro da biro: evidentemente passava le giornate a prendere appunti, e non si capiva come fosse arrivata fin lì senza imparare a non sporcarsi.

–No, è un semplice scambio di favori,– intervenne il capo della mobile continuando a carezzarsi la barba con languidi movimenti circolari di pollice e indice.

–Agli spacciatori faceva comodo che la ragazza avesse soldi per comprare la “roba” al suo innamorato, e allo strozzino faceva comodo che la madre andasse a prenderli in prestito da lui. Riteniamo che sia stato uno dei nordafricani a segnalare al vecchio il nome della donna.

I giornalisti scarabocchiarono qualche appunto.

–E come lo avete scoperto?– chiese un uomo in giacca di tweed e pantaloni marroni di fustagno.

–Un tassista li ha denunciati: pare che avesse visto la ragazza comprare la droga altre volte, e che avesse cercato di dissuaderla; ieri sera alla fine del turno si è stufato di aspettare ed è venuto da noi.

–Ci dice il nome?

–Eh no, mi spiace, questo no… non ve lo diciamo–.

(Responsabilità altrui e favori personali espressi al singolare, negazioni al plurale: l’eterna ricetta del successo politico).

Sulla porta, gli incaricati delle tv locali, le uniche interessate al caso, spingevano in attesa delle interviste.

L’addetto stampa si rivolse ai cronisti. Pareva non ci fossero altre domande. I giornalisti scossero le teste, ritirarono copie sgualcite del pallido comunicato stampa, strinsero qualche mano e se ne andarono.

Al risveglio aveva mal di gola e sentiva la bocca impastata. Gli era bastata una sola sigaretta, fumata davanti alla porta del commissariato. Be’, se fosse ricapitato, ci avrebbe pensato due volte.  Fece la doccia, lavò i denti e si concesse un’approssimativa rasatura elettrica. Perse un minuto a guardarsi nello specchio e poi, dato che sua moglie non era in casa, decise di regalarsi una colazione al bar. Erano le undici e mezzo.

Di fronte alla macchinetta del caffè, pensionati in maniche di camicia discutevano dell’ultima di campionato; qualcuno agitava la gazzetta rumoreggiando. Undici e mezzo: un orario infame per la colazione al bar.

Si spostò in fondo al bancone trascinandosi dietro la tazzina del caffè, e diede un’occhiata ai giornali del mattino. Solo le notizie principali, così non si rese conto di essere finito a pagina tredici. Non che ci fosse la sua foto –a dire la verità non c’era neppure il nome–: il giornalista riferiva succintamente il caso di una quattordicenne che, per procurarsi i soldi necessari alle “dosi” del suo ragazzo, minacciava la madre di andare a prostituirsi. A quanto pareva, la donna, una vedova che viveva di pulizie in case private e della reversibile del marito, aveva impegnato tutto il possibile, salvo la fede nuziale. Poi era finita in mano a uno strozzino, ora ricercato dalle forze dell’ordine. L’autore concludeva con qualche stronzata ritrita sulla crisi economica ed elogiava la moralità di un anonimo tassista che, venuto a conoscenza dei fatti, aveva sporto denuncia.

Il tassista finì il caffè e uscì in strada, lasciando il giornale in un angolo.

Da quando aveva smesso di fumare la giornata di lavoro sembrava più lunga.

Aveva rispolverato la vecchia abitudine di leggere per tirare avanti nelle pause tra una corsa e l’altra.

In giro faceva caldo, e la gente cominciava a camminare più volentieri. Questo, per lui, significava meno lavoro e più libri. In circostanze normali, la cosa avrebbe dovuto irritarlo, invece, in un giorno come quello, non gli dispiaceva affatto.

Tirò fuori il taxi e guidò fino allo spiazzo. Si mise in coda e accese il gps per segnalare l’inizio del turno. Non era frequente che gli toccasse attaccare prima dell’una il giorno dopo aver fatto il notturno, ma non era un problema.

A parte il mal di gola si sentiva bene: aveva fatto la cosa giusta.

Prima di prendere la decisione si era informato: anche i colleghi si ricordavano di quella ragazzina gracile e bruna, con i grandi occhi scuri sempre meno spaventati man mano che prendeva confidenza con i pusher della zona. Quella storia doveva finire.

Parcheggiò in terza posizione, inclinò leggermente lo schienale del sedile del passeggero, e tirò fuori il tascabile dal cruscotto. Era la riedizione di un romanzo francese letto un secolo prima. All’epoca non gli era piaciuto, e non era arrivato alla fine.

Ora la vedeva diversamente.

Mentre leggeva teneva l’autoradio spenta. Era al posteggio, e non avrebbe ricevuto segnalazioni sul gps; poi era in terza posizione, quindi poteva sperare in una buona ventina di minuti di pace.

«Arrivò a Auxerre sul tardi, si fermò in un hotel dando il nome di Georges Gaillard, mangiò male e dormì poco».

Sfilò la bottiglietta d’acqua ancora fresca dal portabibite e rovesciò un sorso sulla gola bruciante, senza smettere di leggere.

«Gerfault prese il metrò, cambiò alla gare de l’Est e scese a Opéra. Provava un gran piacere a ritrovarsi in città. Non ne aveva coscienza. Portava la borsa di tela di Carlo con la Beretta dentro e qualche vestito».

Un borghese qualunque che si libera di una banda di killer e -ne era sicuro, anche se mancava ancora una trentina di pagine alla fine- del loro mandante. Chissà poi se era possibile.

Restò seduto a leggere fino alle tre, poi fece un paio brevi corse verso il centro e lungo il fiume, e si fermò per una pausa.

Il telefono squillò; la ragazza della postazione numero quattro premette un tasto e il ronzio della linea si diffuse, lieve e disturbante, nel suo auricolare.

–Prontotaxi. Come posso esserle utile?– Era in servizio da poco, ma aveva già mandato a mente le formule di routine. La griglia di risposte che veniva fornita a tutti i neoassunti, quasi non le serviva più.

–Sì, salve,– era una voce maschile, un uomo poco oltre la trentina, calcolò, ma era inesperta, e il suo giudizio non aveva, quindi, grande valore.

–Avrei bisogno di un’informazione.

–Sì?

–Ieri sera uno dei vostri taxi mi ha portato a casa, in Corso Giulio Cesare… sa, stavo un po’ male e be’…– tentennava –be’, sì, avevo bevuto troppo, mi piacerebbe ringraziare l’autista. Sa, mi ha accompagnato fino in ascensore e, insomma volevo sapere se…– una pausa dalla durata perfetta. Finì nel momento in cui la ragazza espirava nel piccolo microfono. –Be’, se poteva darmi il suo nome. Se le è possibile risalirci.

–Non saprei,– disse –sa, di solito non diamo questo genere di informazioni,–  ma qualcosa in quella voce tentennante l’aveva convinta: stava già calcolando il modo più rapido per risalire al nome dell’autista.

L’uomo dall’altro lato attese. Ora non c’era più niente che potesse fare. Era solo un fatto di fortuna.

La ragazza scorse con un’occhiata i registri elettronici.

–Dove ha detto? Corso Giulio Cesare? Lei è fortunato. In serata ci sono state solo due corse, e le ha prese entrambe Corsini.

–Grazie, lei è davvero gentile.

–Maurizio Corsini. Vettura 2246.

–Grazie mille signorina. Un’ultima cortesia, non è che posso chiederle dove si trova ora, questo Corsini?

La centralinista si pentì di avergli dato il nome: sul momento aveva creduto di avere qualcosa da dimostrare, col fatto che era l’ultima arrivata e tutto il resto, ma nei modi dell’uomo c’era una curiosità che ora le sembrava sospetta.

Ma era sempre l’ultima arrivata, e il suo giudizio non aveva, quindi, grande valore.

–No, mi spiace, su questo non posso proprio aiutarla,– disse.

L’uomo riagganciò. Frugò nelle tasche dei pantaloni marroni di fustagno, assolutamente inadatti alla stagione, prese una sigaretta e la accese, poi estrasse il cellulare e compose a memoria il numero di un telefono fisso.

–Allora?

L’ufficio dall’altro lato del telefono era silenzioso e vuoto. Il silenzio d’attesa risuonava gonfio dei ronzii bassi del neon e del condizionatore.

–Maurizio Corsini.

-Dov’è?

-Non sono riuscito a saperlo.

–Ma che cazzo ce ne facciamo di un nome? Niente fotografie, non sappiamo dov’è, non abbiamo uno straccio di segnalazione…

In giro in cerca di Corsini c’era già una mezza dozzina di persone. Senza contare il giornalista.

E Corsini era nel posto più ovvio: Corso Vittorio, angolo Via Madama Cristina, fermo in seconda posizione nello spazio riservato alla sosta dei taxi.

Leggeva seduto sul sedile del passeggero per evitare l’intralcio del volante, il libro poggiato contro il vetro del finestrino. Ogni tanto gettava al marciapiede un’occhiata distratta: un irregolare flusso di passanti frettolosi, uomini e donne accaldati, le fronti già imperlate di sudore, che correvano trasportando buste di plastica da mercato, impazienti di rinchiudersi a casa, abbassare le tapparelle e sedersi nella penombra. Magari a godersi il condizionatore nuovo.

Era secondo in fila, ma erano solo le cinque, e gli sarebbe toccata qualche altra corsa prima di staccare.

Un uomo piuttosto malconcio ciondolava su e giù per il marciapiede guardandosi intorno con aria d’attesa. Portava logori pantaloni di velluto e due maglie di cotone infilate una sull’altra, come se, al momento di vestirsi, non si fosse accorto della temperatura, o non se ne fosse curato minimamente.

Lo conosceva da una vita, Tonin ‘lfieul, “il giovane”, che ormai tanto giovane non era: faceva su e giù per quel marciapiede da decenni. Gli sembrò che guardasse verso di lui e gli facesse un cenno.

-Posso chiedere a lei per l’aeroporto?- chiese un tizio in completo di lino e camicia scura. Portava una ventiquattrore di pelle nuova, la copia senza marchio né personalità di un ormai classico modello “The Bridge”.

-No, mi spiace, c’è prima il collega.- disse, ma nello stesso momento un secondo uomo fece un passo avanti e saltò sulla vettura in prima posizione.

-Fanculo- pensò. Mancavano poco più di 20 pagine alla fine del romanzo.

Si mise dietro al volante scavalcando il freno a mano, senza scendere dall’auto.

-All’aeroporto, allora?-

-Sì.-

In linea puramente teorica, oltre a tenere il conto della durata delle corse, il navigatore satellitare installato sulla sua Wolksvagen Touran bianca, avrebbe dovuto suggerirgli il percorso più breve, tenendo conto delle condizioni del traffico aggiornate in tempo reale.

Quel pomeriggio, secondo i calcoli del navigatore, l’itinerario più rapido verso l’aeroporto era lo stesso di sempre: Via della Rocca, Via Mazzini, Corso Cairoli, Lungo Po Diaz, Lungo Po Cadorna, Corso San Maurizio, Corso Regio Parco, Lungo Dora Savona, Ponte Bologna, Lungo Dora Firenze, Corso Giulio Cesare, Piazza Derna, Via Botticelli, Corso Grosseto e il Raccordo Autostradale 10. Il tempo di percorrenza stimato era di venticinque minuti.

In venti minuti erano arrivati appena in Corso San Maurizio. Sembrava che gli aggiornamenti del traffico non fossero esattamente in tempo reale.

Alle cinque e quarantasette la Wolksvagen era incolonnata all’imbocco di Corso Grosseto. Gli automobilisti di ritorno dal lavoro, fermi in coda, fumavano attraverso i finestrini aperti, incuranti del caldo.

L’aria bollente era tutto un rombare di clacson e motori sopra il ronzare più o meno basso delle autoradio.

Quindici minuti prima, il cellulare del passeggero aveva squillato, rompendo il silenzio dell’abitacolo. L’uomo si era limitato ad ascoltare. –Cambiamento di programma. Devo fare una piccola deviazione,- aveva detto, -Via Giachino 46.

Corsini vedeva la fine del turno allontanarsi sempre di più.

A quella velocità, “piccola deviazione” inclusa, poteva sperare di tornare a casa per le sette e mezza.

Ci vollero “solo” trentasei minuti ad arrivare sul posto. Le sei e ventitré minuti.

Via Giachino 46, come gli pareva di ricordare, era l’indirizzo di un pub. Ancora chiuso, a quell’ora improbabile, e in piena estate.

Di fronte alla palazzina bassa, non c’era nessuno.

Il passeggero estrasse la pistola dalla fondina ascellare, passò la canna tra lo schienale del sedile e il poggiatesta, e la premette alla base del collo dell’autista.

-Spegni il motore.

Il taxi si avvicinò lentamente al marciapiede. Con la canna incastrata a quel modo, c’era poco da fare: neppure una manovra  brusca sarebbe servita.

-Sfila le chiavi, apri e scendi.

Le sicure si sollevarono con uno scatto minaccioso; l’autista discese senza voltarsi.

Lo sportello posteriore si aprì e l’uomo scese con calma, la pistola ancora fissa nella mano destra.

-Chiavi,- disse, e allungò la sinistra.

-Furto?- si chiese Corsini, anche se, tecnicamente, il termine corretto sarebbe stato “rapina”. Ma l’uomo non aveva l’aria del ladro, o del rapinatore. Qual’era poi l’aria del ladro? E perché, invece di pensare ad una via di fuga, si concentrava su quei particolari?

Questo modo di fare, questo concentrarsi sui dettagli, perdendo di vista il quadro generale gli sembrò, improvvisamente, l’errore della sua vita: così si era ritrovato sposato e “vecchio”. Così si ritrovava ad avere due figlie. Così il taxi. Così il mutuo da pagare. Aveva mai veramente scelto qualcosa? In quel momento, gli pareva di no.

Il passeggero prese il mazzo di chiavi e lo scagliò lontano, sul basso e piatto tetto del locale.

Era un gesto inutile: ora lo avrebbe ucciso, Corsini ne era certo, ma non se ne spiegava il motivo.

Il tassista si era voltato, trovandosi faccia a faccia con l’uomo, per la prima volta.

Era una specie di piccolo gorilla, più basso di lui di almeno quindici centimetri, ma molto più grosso. Il petto quadrato tirava i bottoni della camicia elasticizzata, e lo spessore dei bicipiti sformava le maniche della giacca di lino.

Come avesse fatto a prenderlo per un qualunque uomo d’affari era un mistero.

Ma d’altra parte lui faceva il tassista, e della professione dei passeggeri non gliene era mai fregato niente.

Mica come certi colleghi, che sceglievano il notturno per offrire passaggi alle puttane sui viali, sperando (e spesso ottenendo) in cambio, rapide, sterili, prestazioni sui sedili posteriori. Comunque, quella era un eccezione. E poi stava continuando a divagare.

L’uomo ripose la pistola nella fondina ascellare.

Si avvicinò e lo colpì al volto con un corto diretto destro. Un buon colpo, per chi ama il genere “picchiatore”, pensò Corsini, ma non un colpo da pugile.

Tutto si aspettava, meno che una rissa.

-Kick boxing, savate, o qualche merda del genere- pensò.

-Il capo non ha gradito la denuncia.- Disse il gorilla.

-Denuncia? Allora è questo…- pensò, -vorranno mica ammazzarmi per così poco?-.

Tirò su le mani chiuse a coppa e si dispose ad una bella battuta, tentando di riparare il volto, e sperando che l’altro decidesse di picchiare al corpo.

I colpi ai fianchi lasciano meno segni e abbattono più in fretta: se si coprono i genitali e si esclude il rischio di rompersi le costole, le cose non possono andare poi così male. Basta un colpo, uno solo, al fegato, ai reni o alla bocca dello stomaco, e si finisce knockout: in questo sperava Corsini; e allora, forse, quell’uomo lo avrebbe lasciato stare.

Non aveva neanche in mente di reagire. Poi, vide arrivare un calcio circolare abbastanza forte da sfondargli il fianco. Lo sentì affondare nel fegato.

-Forse, tutto sommato, vogliono ammazzarmi di botte,- ricalcolò, ma ebbe almeno la prontezza di riflessi di afferrare la gamba tesa del suo aggressore. La bloccò sotto il braccio sinistro.

Incredibilmente respirava ancora. La fitta improvvisa al fegato non era stata sufficiente a stenderlo. Adrenalina pura.

Colpì il ginocchio disteso del suo aggressore con una gomitata obliqua e sentì la rotula che fuoriusciva dalla sua sede. Allora lasciò andare la gamba e colpì l’altro ginocchio con un calcio frontale sinistro. Mentre il nemico cadeva, tradito dalla gamba d’appoggio, Corsini sganciò l’anca, ruotò sulla punta del piede, e gli regalò un lungo diretto destro alla radice del naso.

Sapeva per esperienza che quel colpo faceva vedere le stelle.

Letteralmente.

Il setto del gorilla boccheggiante rispose con un clac -rumore di cartilagine spezzata- e le narici cominciarono a buttare sangue.

L’uomo era a terra, accartocciato su se stesso, le braccia strette intorno al ginocchio destro. Corsini gli rifilò due calci al costato. Di punta. Il secondo fece partire un colpo –inconvenienti delle fondine ascellari- e il tizio smise di muoversi. Una macchia di sangue scuro si allargò rapidamente sotto il suo corpo.

Il tassista non ci pensò un attimo: trasse di tasca il telefono cellulare e compose il 113.

Da quando un gancio sinistro gli aveva sfondato la mascella, aveva sempre ripensato al suo maestro di boxe tailandese con un misto di rispetto e sfiducia –a noi tassisti ci pagano a corse, e quello mi ha regalato cinque giorni di vacanza in ospedale, senza contare i trenta di minestre e passati…–; ora, per la prima volta, rivide con affetto il suo volto scavato e lucido. 

Al termine di quella tardiva rievocazione, si sentiva come un soldato di ritorno dalla prima missione. Cazzo, proprio lui che odiava gli eserciti ed era sempre stato ostile al concetto di autorità. Ma il paragone gli era venuto naturale.

Forse un giorno, a dispetto dei suoi gusti e della sua ritrovata superiorità morale, le sue ceneri sarebbero valse quanto quelle di tutti gli altri, ma per ora gli sembrava difficile crederlo.

-Grazie,- pensò, e si avviò, senza fretta, verso il taxi.

-Polizia?- disse una voce femminile arrochita dall’incontro tra caldo secco e sigarette, mentre Corsini si guardava intorno alla ricerca delle chiavi. Allora, quattro gomme a mescola morbida stridettero per una sterzata brusca sull’asfalto surriscaldato.

Un finestrino si abbassò alle sue spalle, e la canna di una pistola a tamburo fece capolino dall’abitacolo.

Il tamburo ruotò nell’ultimo sole con un riverbero, un bagliore luminoso da vecchio film, e il fischio degli pneumatici si chiuse con un rumore secco da detonazione.

Il tassista, impegnato in una rapida torsione del busto, crollò a terra esanime; il suo ultimo pensiero andò al revolver: dove cazzo credevano di essere, in un film western?

-Chiamate il capo, e ditegli che quello che si doveva fare è stato fatto,- disse l’uomo con la pistola richiudendo il finestrino.

L’abitacolo, invaso dall’odore di cordite, era fresco d’aria condizionata.