Con “Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski” Roberto Alfatti Appetiti regala al lettore un grandangolo sulla vita, le opere, i pensieri del grande maestro, ma anche uno sguardo dettagliato su quelli che sono stati i suoi autori preferiti, da cui ha imparato o confermato la sua scrittura, i suoi amori, le sue certezze come le incertezze, le convinzioni come i dubbi, le caratteristiche ma anche le contraddizioni di colui che indubbiamente è stato emblema di un modo di vivere e di scrivere assolutamente fuori dal comune.
E fuori le righe è anche la biografia scritta da Alfatti Appetiti, complice la sregolatezza del protagonista, ma fondamentalmente la volontà dell’autore di ricostruire passo passo la vita e la carriera artistica di Bukowski lasciando trasparire un’immagine più fedele alla realtà di quella che mediamente lo vuole come un vecchio ubriacone sporcaccione.
«Bukowski non è un autore da scoprire, né, come si usa dire in questi casi, da riscoprire. È scoperto, nudo, eppure mai osceno, non è lo scrittore pornografico come vorrebbe un consolidato luogo comune».
Lo stesso Bukowski prova un certo rammarico nel sentirsi continuamente cucire addosso questa etichetta.
«Ho creato l’immagine dell’eterno ubriacone da qualche parte nei miei lavori e dietro a questo c’è un minimo di verità. Eppure, mi sembra che il mio lavoro abbia espresso anche altro. Mi pare che affiori solo l’eterno ubriacone».
In effetti spesso, soprattutto in passato, si notava la tendenza a evidenziare la “debolezza alcolica” di Bukowski nonché la sua passione per le donne, il suo vivere sregolato e il suo scrivere smodato. In realtà, è ciò ben viene evidenziato nel testo di Alfatti Appetiti, le poesie come i romanzi ma anche la produzione epistolare del vecchio Buk mostrano tutti i segni di un uomo che la vita ha dovuto conquistarsela giorno dopo giorno, trovando in se stesso e forse anche nell’alcol la forza per rialzarsi dopo ogni caduta, dopo ogni sconfitta. Un uomo che ha vissuto per strada, che ha conosciuto gran parte dell’America, quella vera, non cinematografica ma reale. Che ha vissuto e osservato la sofferenza, la fame, la malattia, i soprusi, gli inganni… e poi ha deciso che doveva scriverli, metterli nero su bianco senza filtri né mezze misure.
«La maggior parte della poesia brutta è scritta da professori universitari sovvenzionati dallo stato, dai ricchi, dall’industria. Sono insegnanti attenti a mantenere attivo il gioco di quelli dei piani alti, mentre, quello dei piani bassi, quello degli scaglioni di uomini e nazioni, viene bastonato».
Fondamentalmente Bukowski è un provocatore, gli piace giocare a fare il gatto con il topo, con lo scopo precipuo di stanare la verità.
«Le sue storie non si prestano ad alimentare chissà quale dibattito culturale, ma testimoniano, semmai, la sopravvivenza dei sentimenti, non necessariamente dei buoni sentimenti, in un mondo in rovinosa decadenza, in plastica caduta».
Roberto Alfatti Appetiti si sofferma a lungo anche sull’amicizia profonda che ha legato Bukowski a John Fante. A Fante è toccato più o meno lo stesso destino letterario di Bukowski, e lui stesso lo scopre quasi per caso «Aprii una pagina aspettandomi il solito, e invece le parole sì, le parole mi saltarono addosso, proprio così. […] Ogni parola aveva forza. […] Avevano una forza straordinaria, erano completamente reali. Come mai quest’uomo non era mai stato citato da nessuna parte?».
Succede più o meno la stessa cosa ai lettori quando si imbattono nella loro prima lettura bukowskiana.
Charles Bukowski si è divertito a lasciar credere a tutti di essere filo-nazista quando in realtà voleva solo dimostrare quanto sbagliato fosse seguire il sistema rinunciando completamente a portare avanti le proprie idee, quanto necessario fosse combatterlo questo sistema che voleva a tutti costi identificare nel nazista l’unico nemico, l’unico problema e in se stesso la soluzione. Ipocrisia. Ipocrisie che cozzano tremendamente con l’indole di Buk come con quella altrettanto limpida del suo maestro Fante.
«Ci sono sei milioni di comunisti in Italia – scrive il 21 Agosto 1960 (John Fante. Ndr) alla moglie da Roma – e l’intera industria del cinema, con piccole eccezioni, è dell’intellighenzia Russia del tipo che prevaleva a Hollywood. […] Ora scherniscono l’America, ma se domani l’America prende posizione con fermezza contro i russi su qualcosa, o se gli americani segnano una vittoria nella guerra fredda, gli stessi rossi improvvisamente cambiano posizione e si mettono a parlare della loro devozione eterna agli Stati Uniti. Oscillano avanti e indietro, senza principi, ipocriti, persi».
In un sistema di pendoli oscillanti due punti fermi non potevano che risultare “diversi”. Nel libro “Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski” Roberto Alfatti Repetti riesce magistralmente a ridare la giusta prospettiva alle poesie, ai romanzi, al pensiero e alle idee di Bukowski come anche dei suoi maestri di stile e di vita.
Roberto alfatti Appetiti: È un giornalista originario di Roma ma abruzzese di adozione. Ha collaborato con numerose testate nazionali, riviste e magazine online e dal 2006 prevalentemente con il Secolo d’Italia. Si occupa di comunicazione istituzionale ma scrive anche di altro: immaginario pop, narrativa, sport, libri di ogni genere e coltiva da sempre la passione per i fumetti.
Traduzione di Angelo Molica Franco
Seguito de L’ultimo dei templari, edito nel 2008 con Liberamente editore – e rieditato l’anno seguente con il titolo La leggenda dei templari – Spiritus Templi, nuovo romanzo storico del giornalista e scrittore torinese Paolo Negro, edito questa volta con Arkadia editore, ci riporta nella Francia del 1313 sulle tracce di Goffredo De Lor sacerdote di Querqueville giunto in tutta fretta a Parigi, la città che aveva lasciato molti anni prima e un cui mai sarebbe voluto tornare, per sfuggire alle minacce di morte del balivo di Caen.
Ormai ci siamo: dall’8 al 12 maggio torna a Lingotto fiere a Torino il Salone del libro, la kermesse annuale ospitata nel capolugo sabaudo e giunta ormai alla ventisettesima edizione, che attira pubblico non solo torinese, con stand di case editrici, incontri, dibattiti, percorsi tematici.
Sempre durante l’intervista ho voluto tentare di comprendere meglio quali siano i principali riferimenti artistici e letterari di Papa Francesco. Da quel momento si è andata costruendo una sorta di lista, l’elenco dei libri di quella che da subito ho chiamato nella mia mente «La biblioteca di Papa Francesco». Seguendo nell’intervista i nomi dei suoi scrittori preferiti, e così degli artisti, registi, musicisti e direttori d’orchestra, ho compreso che non si formava un elenco di puro gusto estetico, ma si andava definendo un vero e proprio territorio di esperienza umana. Le sue letture erano legate a visioni della realtà, alla sua stessa comprensione del mondo. Mi sono presto reso conto di essere assorbito dai suoi riferimenti, e di avere il desiderio di entrare nella sua vita passando anche per la porta delle sue scelte artistiche.
Giovanni de’ Medici, figlio di Caterina Sforza, passato alla storia come Giovanni dalle Bande Nere, ultimo Capitano di ventura del Rinascimento, è il protagonista dell’ultimo romanzo di Sacha Naspini, Il Gran Diavolo, edito da Rizzoli nella collana I signori della guerra.
Traduzione Eva Kampmann
Thriller storico di ampio respiro, sono ben 700 pagine, e di insolita ambientazione, le colonie della Magna Grecia, tra Sibari e Crotone intorno al 510 a.C., L’assassinio di Pitagora (El asesinato di Pitagoras, 2013) tradotto da Andrea Carlo Cappi, ed edito in Italia da Salani, nasce in Spagna nel 2013 come ebook autopubblicato su amazon.es, diventando in breve tempo un vero fenomeno da 50.000 ebook e facendo dell’autore Marcos Chicot, una piccola star della letteratura spagnola. Il passo sulla carta stampata è stato poi breve, e da li le traduzioni in numerosi paesi tra cui l’Italia. Fenomeno nato dal passaparola dunque, senza grandi campagne pubblicitarie, scelto dai lettori che amano l’azione, il mistero, le accurate ambientazioni storiche e una punta di romanticismo, ingredienti non nuovi, ma che l’autore sa dosare con una verve e una passione tutta mediterranea.
Non c’è dubbio alcuno che la capacità di predizione sia uno degli aspetti maggiori della fantascienza. Non l’unico ovviamente – pensiamo, per esempio, alla sua capacità critica o all’aspetto metaforico – ma tra i più importanti. Ecco, è probabilmente da qui che Alberto Cola e Francesco Troccoli sono partiti per assemblare questa antologia, illuminante e coinvolgente al tempo stesso, hanno preso spunto dalla crisi economica (che non poteva non essere anche sociale) che ha abbracciato il mondo intero e rivolgendosi agli autori hanno chiesto di “raccontarci una storia ambientata in una qualsiasi regione terrestre e in un periodo posto a un massimo di cento anni dalla ‘più grande recessione planetaria di tutti i tempi’”.
























