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:: Sguardo a Oriente di Dacia Maraini (Marlin editore 2022) a cura di Patrizia Debicke

19 dicembre 2022

Sguardo a Oriente di Dacia Maraini, a cura di Michelangelo La Luna, è un variegato compendio di racconti di viaggio, edito da Marlin nel 2022, un’antologia che come un’astronave naviga nel tempo e nello spazio.
Memorie, spunti e impressioni scritte negli anni dall’autrice per le grandi testate giornalistiche italiane. Articoli rivisti, modificati e talvolta strutturati con nuova e diversa logica . Una variegata raccolta di inchieste che spaziano dall’ Afghanistan e poi in Cina, Corea, Giappone, India, Iran, Palestina, Pakistan, Siria, Tibet, Turchia, Vietnam, Yemen e altro ancora…
Sguardo a Oriente di Dacia Maraini ci trasporta nel vicino e lontano ed esotico continente asiatico, ove di esotico c’è solo quanto riporta il vocabolario che ne dà come definizione “Di quanto proviene o è ispirato da paesi stranieri e specialmente dall’Oriente (con una sfumatura di ricercatezza):”, ma una definizione che può mutare addirittura, assumere altre accezioni a seconda dei punti di vista. Una denominazione riservata, secondo un criterio assoluto o relativo, a territori o paesi situati o tradizionalmente considerati a est, in contrapposizione a quelli europei: l’Estremo Oriente; il Medio Oriente, oltre il Mediterraneo (o il Vicino Orente); l’Oriente europeo certo, anche la Russia e la Siberia poi. Insomma tutto il complesso di civiltà e culture dei paesi asiatici (contrapposte a quelle occidentali).
Un libro contemporaneamente soave e doloroso che narra della grazia dei paesaggi del Sol Levante e descrive il dolore che si sprigiona dalla crudeltà di certe storie pur senza rigirare il coltello nella piaga.
Una raccolta di storie di umane esperienze in cui Dacia Maraini denuncia senza remore la condizione umana e peculiare delle donne, dei bambini, di quanto avviene nei regimi totalitari, dei crimini di guerra e prova a ridare voce a tutti coloro che non hanno potuto parlare. È necessario accusare chi commette soprusi, violenze e discriminazioni e chi finge di non sapere.
I capitoli di questo libro, tratti da articoli e da inchieste e riflessioni della Maraini, devono trasformarsi in dimostrazioni di coraggio, in testimonianza di quanti diritti civili vengano negati in paesi belli bellissimi, ma in cui ohimè la libera circolazione delle idee arriva a costare la morte.
Si parla anche di tante nazioni che l’autrice ha visitato: dalla Cina, pronta a fare “l’ultima pedalata verso il capitalismo”, allo Yemen, afflitto dalla guerra e dalle carestie, e all’India, dove sono in crescita episodi di stupro e di femminicidio.
Il legame di Dacia Mariani con l’Oriente ha radici molto lontane e profonde.
Nei suoi scritti si percepisce il ritmo narrativo che deriva dalla cultura familiare della grande scrittrice, con la nonna inglese Yoï di origine polacca poi naturalizzata ungherese, il padre Fosco, geniale scultore e studioso dal piglio internazionale che ventitreenne sposò la ventiduenne Topazia Alliata di Salaparuta, pittrice della grandissima famiglia siciliana (poi affermata artista, gallerista, mecenate e imprenditrice, dalla quale ebbe tre figlie, vissuta tra l’Europa e l’Asia, cittadina del mondo, la sua lunga vita – morta a 102 anni – fu costellata di eventi e rivoluzioni). Una cultura che le ha instillato sin da bambina l’amore per il viaggiare e la capacità di parlare dei fatti e i personaggi di posti lontani.
Paesi come il “Caro” Giappone di cui ricorda il periodo di internamento a Nagoya dal 1943 al 1945, le vittime della bomba atomica, i morti per il “superlavoro”, ma anche l’emancipazione femminile e lo straordinario fascino del teatro Nō.
“Caro” Giappone perché? Dacia Maraini aveva solo due anni quando papà Fosco, scrittore e antropologo e orientalista, ottenne di essere trasferito con la famiglia in Giappone, dove visse dal 1938 al 1947 e dove nacquero le due sorelle di Dacia. Ma dopo l’8 sett. 1943, avendo rifiutato, con la moglie, di aderire alla Repubblica sociale italiana, fu internato come “nemico”, con le tre figlie bambine , in un campo di concentramento a Nagoya. Isola di detenzione in cui la famiglia rimase fino alla resa del Giappone (15 ag. 1945), sottoposta a privazioni e angherie.
Il Giappone naturalmente rimanda quei ricordi. Il non credere alla supremazia della razza è stato
uno dei grandi insegnamenti di suo padre e il suo straordinario esempio di coraggio. Quegli anni di durissima prigionia rappresentarono per tutta la famiglia di Maraini un groviglio e un fardello che avrebbero potuto trovare solo espressione, e forse una sorta pacificazione, nella scrittura.
“Il mio rapporto col cibo” ricorda Dacia Marini “è stato condizionato dai due anni di campo di concentramento in Giappone, durante l’ultima guerra. Ero una bambina ma la mia memoria ne è stata marcata a fuoco per sempre…Ho ancora negli occhi le bombe che si disegnavano sul cielo terso in una mattina nitida di agosto, nel campo di concentramento per antifascisti di Tempaku …”
Nel suo “Caro Giappone” poi la Maraini è ritornata tante volte per tenere conferenze e presentare i suoi libri.
Ha avuto allora l’opportunità di incontrare scrittrici giapponesi, anche con lo scopo di promuovere i loro libri presso le case editrici italiane, ma pare sia una cosa quasi impossibile per il libri scritti da donne.
Torniamo sulle sue orme all’ Afghanistan, per poi passare alla Birmania, proditoriamente ribattezzata dai militari col nome di Myanmar, ancora la Cina visitata con Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini in tempi epici per quel paese nel 1986, la Corea del Nord e la Corea del Sud, Manila nelle Filippine, Giappone, Calcutta in India, Iran, Israele, Kurdistan, Pakistan, Palestina, Siria, Indonesia, Malesia, Vietnam, Tibet, Turchia, Yemen: ecco a voi i tanti paesi dell’Oriente che Dacia Maraini descrive ed evoca sia com tenerezza, che con intelligente perspicacia, senza fare sconti oppure addirittura irata , o peggio profondamente amareggiata.
Mai remissiva però , sempre pugnace e costruttiva nei confronti di un altro mondo che deve essere scoperto per i suoi paesaggi, per le sue usanze , per la maestà femminile delle sue donne e per i suoi bambini.
Un uragano che al posto di lampi emette ricordi che fanno sgorgare storia passata e dell’oggi, legata a tragedie ancora in atto per levare grida di contestazione correlate a suggerimenti, considerazioni.
L’Oriente della Maraini è la donna afghana che porta il velo non per sua scelta, ma perché obbligata da una legge iniqua; bambini catechizzati nel fanatismo religioso, innocenti del resto. Mentre il mondo Occidentale, pur segnando col dito le atrocità, fingendo orrore per le guerre, le barbarie perpetrate, poi tace vigliaccamente.
L’Oriente è anche quello dei giovani, poco più che bambini, monaci birmani, schiacciati dai carri armati dell’esercito, solo perché chiedevano libere elezioni, libertà di parola, di religione.
È nel compravendita dei corpi dei bambini di Manila: sfruttati, violentati, seviziati, venduti. Bambini nati e cresciuti in strada. I Medici Senza Frontiere sono riusciti a trasformare alcuni di loro in educatori, salvandoli da un inaccettabile destino. L’Oriente è la bella ragazza indiana che su un autobus a New Delhi viene stuprata da sei giovani, tra i quali lo stesso conducente, davanti al fidanzato, legato, picchiato selvaggiamente e costretto al silenzio. La ragazza poi , scaricata o peggio buttata giù dall’autobus, morirà. Dopo giorni d’agonia in ospedale.
Ma il germe del male prolifera. La violenza aumenta ovunque, lo stupro si fa arma e potere.
L’Oriente ci rammenta che due giovani iraniane, una studentessa diciannovenne, Puoran Najafi, e una infermiera di ventiquattro, Hengameh Hajhassan, hanno pagato per amore della libertà una con la vita, l’altra con le terribili torture, delle quali porta ancora i segni. Tutto questo, grazie al mendace potere di Khomeini che professava il suo verbo e pareva volesse liberare il paese in nome di Allah.
Ayse Deniz Karacagil, ventiquattro anni, è morta invece sul fronte di Raqqa per difendere il popolo curdo, la sua solo un’ idea di libertà e di vita. Amava la vita e voleva salvare la sua gente dalle persecuzioni. Come l’omicidio nel Pakistan di Benazir Bhutto. Per lei essere donna l’ha condannata a morte. Solo crudele e mostruoso fanatismo religioso, ma anche questo è l’Oriente.
Ma l’Oriente di Dacia Maraini è anche l’affascinante incoerenza del mondo cinese, con le sue tradizioni strette dalle rigide regole maoiste. Lo spontaneo sorriso dei bambini persino nell’inferno di Aleppo; le scalatrici nepalesi delle maestose montagne tibetane, fulgido esempio di coraggio e indipendenza per le donne di tutto l’universo; e le tante donne turche che studiano, lavorano, scrivono e si sacrificano per resistere alle armi e alla morte.

L’Oriente per Dacia Maraini è stato anche quello della visita nello Yemen accompagnata da due grandi scrittori: Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia, suo compagno per quasi una vita.
Molti altri viaggi fatti per tenere lezioni nelle università, “sorprendente l’amore per la lingua italiana degli studenti in Cina o in Vietnam” ci spiega. Viaggi fatti in land rover, dormendo in tende o rifugi occasionali. Anche con un’altra viandante di eccezione: quale Maria Callas.
Viaggi in cui la sua attenzione andava inevitabilmente alla condizione femminile. “In Afganistan ho chiesto perché le donne sono coperte, mi hanno risposto che le donne sono una tentazione, ma allora sono gli uomini il problema, perché non riescono a resistere alla tentazione! Ho provato un burqa: una vera prigione: vedi solo quello che hai davanti, niente ai lati, non senti bene, tutto è attutito, e inciampi su tutta questa stoffa fra i piedi. La condizione delle donne in questi paesi è tremenda e trovo estremamente coraggioso e da sostenere quello che stanno facendo le ragazze in questo momento in Iran, il taglio simbolico dei capelli che significa rivendicare i diritti negati, atto di grande forza perché rischiano moltissimo.”
Ma questo è l’Oriente…
Sempre per allargare lo sguardo ma è anche ciò che noi tutti dovremmo fare, osare. Non si può negare infatti il passato, né continuare a tacere il presente. L’Oriente in fondo è parte importante e indissolubile della nostra storia. Questo libro è un viaggio di immagini scritte, dipinte in bianco e nero con leggere e delicate sfumature di colore.

Dacia Maraini: autrice di narrativa, poesia, teatro e saggistica, acuta e sensibile indagatrice della condizione della donna, ha spesso delineato nei suoi testi figure femminili complesse e determinate, inserite in una più ampia riflessione su molteplici temi sociali, affrontati in un prospettiva storica. Con la raccolta di racconti Buio (1999) si è aggiudicata il premio Strega. Dopo il drammatico periodo giapponese nel ‘46 i Maraini rientrarono in Italia, recandosi prima a Firenze e poi stabilendosi in Sicilia presso i nonni materni di Dacia, nella Villa Valguarnera di Bagheria. Le difficoltà di adattamento al nuovo ambiente portano la giovane Dacia a rifugiarsi nei libri: mentre le sue coetanee vanno a ballare o in gita, lei si immerge nella lettura fino a dimenticarsi di tutto. Qualche anno dopo i genitori si separano e il padre va a vivere a Roma, dove lei lo raggiunge, compiuti i diciotto anni. Si arrangia facendo diversi lavori, dalla segretaria all’archivista. Più tardi si sposa con il pittore milanese Lucio Pozzi e nel ‘62 pubblica il suo primo romanzo, La Vacanza. A questi anni risale l’incontro con Alberto Moravia, che si è appena separato dalla moglie, Elsa Morante. Uomo sempre «in fuga per inquietudine intellettuale e psicologica» – simile in questo all’amatissimo padre Fosco – lo scrittore romano sarà suo compagno di vita fino al ’78. I due faranno numerosi viaggi in Africa, India, Cina e altri paesi, molti dei quali insieme a Pier Paolo Pasolini. Al pari della scrittura, il viaggio è considerato da Dacia Maraini come parte naturale del suo destino: il viaggio fisico, alla scoperta di nuove terre e culture (già a un anno viene fatta salire su una nave per Kobe), ma soprattutto quello attraverso i libri, per lei il più affascinante. Nonostante il successo di pubblico, molta critica è diffidente nei confronti della sue prime opere, considerate scandalose per alcuni temi che precorrono quelli del movimento femminista degli anni Settanta. Nel ’63, con l’assegnazione del prestigioso Premio Formentor a L’età del malessere, la polemica infuria sui giornali e Dacia Maraini viene pubblicamente accusata di essere una protetta di Moravia. Ci vorranno anni di duro impegno e decine di migliaia di copie vendute prima di riscattarsi da tali accuse, anche se la sua opera rimane ancora oggi inadeguatamente studiata.
Negli anni ’70, facendosi incalzante l’impegno femminista, è co-fondatrice del teatro gestito da sole donne La Maddalena (1973), che verrà dopo la Compagnia del Porcospino (1967) e della Compagnia Blu a Centocelle (1970). La notorietà internazionale arriva con Maria Stuarda (1980), dramma tradotto e messo in scena in 22 paesi, mentre il primo grande successo di pubblico e di critica l’abbraccia con il romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990, vincitore del premio Campiello). Buio poi , del 1999, vincerà invece lo Strega.