L’Alto Adige è uno stato dell’anima, ancor prima che un luogo.
Ma dietro questa calma apparente si nasconde un mondo duro e crudele. Fatto di lavoroche spezza la schiena, di tradizioni da preservare, ma anche dei fiumi di alcol che scorrono dentro i Gasthof la sera, di razzismo pronto ad esplodere, di masse di denaro che fluiscono nelle tasche dei residenti grazie agli affitti estivi e ai proventi della stagione invernale. La Provincia a statuto speciele foraggia gli altoatesini, incentiva gli albergatori e prospera grazie al turismo.
Guardare e non toccare.
Ma c’è anche una realtà per molti aspetti legata al passato, fatta di segherie e di distillati che bruciano la gola, di caccia al capriolo e raccolta di funghi. C’è ancora una vita governata da ritmi primitivi e sacri, i ritmi della natura. Sono sacche che resitono, nonostante la cortina di denaro che fodera tutto: l’Alto Adige ha ancora un cuore, perso da qualche parte.
Dopo due anni da La ballata di Mila, che aveva inaugurato nel 2011 la collana Sabot/age di EO, diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto, torna, sempre per la stessa collana, il personaggio creato da Matteo Strukul, Mila Zago, cacciatrice di taglie per la BHEG, in un sequal dal titolo significativo Regina Nera – La giustizia di Mila e sembra ormai che questa fortunata trilogia sia destinata a varcare i confini nazionali e trovare fortuna dagli USA all’Australia passando per il Sudafrica, notizia che penso debba far felice non solo l’autore ma l’intero mondo editoriale nostrano, data la difficoltà congenita di farci conoscere all’estero, ancora di più in un genere come il pulp noir in cui i precursori e maestri incontrastati parlano inglese. Per chi ha già letto La ballata di Mila forse le ragioni di questo successo sono più comprensibili, ma analizziamole assieme, prima di parlare del secondo episodio della trilogia da me appena letto. Matteo Strukul influenzato da tutto un magma di letteratura, cinema, fumetto pulp ha creato innanzitutto un’ eroina decisamente non convenzionale, simile a tante eroine ormai classiche, da Lara Croft, a Nikita, da O-Ren Ishii a Sema Gokalp dell’Impero dei lupi di Grangè, ma identica a nessuna: Mila Zago ha infatti una sua propria identità definita e una sua iconica rappresentazione molto peculiare, già i suoi lunghi dreadlocks rossi di per sé servono allo scopo, che la caratterizzano rendendola umana e nello stesso tempo invincibile. L’aspetto onirico non è da sottovalutare e lo scardinamento della realtà e della logica – ricordiamoci che è sempre una ragazzina che armata di katana taglia teste e scorrazza per il Veneto o prende a pugni tizi nerboruti che dovrebbero a rigor di logica farne strazio – si accompagna ad un tentativo di sublimazione e di riscatto. Non dimentichiamoci che è un uomo che parla, un uomo che osserva le donne, si immedesima, fa sue le battaglie di emancipazione e liberazione che loro vivono. Soprattutto in questo secondo episodio la forza femminista è predominante. Una donna Laura Giozzet, la prima candidata premier italiana, leader di un immaginario partito delle Donne, rimane vittima di un attentato, un uomo le spara riducendola in fin di vita e le rapisce la figlia Giulia. Cosa lega Laura Giozzet ad una donna ritrovata cadavere nella neve, brutalmente torturata e privata degli occhi? Mila Zago, incaricata dal BHEG di trovare la figlia scomparsa di Franz Rainer, lo scoprirà presto e la sua missione di giustizia la porterà a far chiarezza in tutta questa intricata faccenda e anche in se stessa. Tra politici corrotti, bande di bikers, musicisti heavy metal, fanatici di vecchi culti germanici, e tutta una fauna umana variegata e colorita, Mila Zago in compagnia della sua katana emerge come una vendicatrice coraggiosa e spietata, ma capace di gesti e sentimenti di grande umanità. La violenza iperrealistica delle scene di combattimento (scene curate da ogni angolatura, come se fossero fotogrammi di un film al rallentatore) sprigiona una carica vitale che infonde all’intera narrazione un ritmo anfetaminico e dilatato, come se di colpo la protagonista fosse catapultata in un caleidoscopio di suoni e colori dal quale esce trasfigurata. Sebbene il realismo spesso è posto in secondo piano, la componente di critica sociale che accomuna per esempio l’autore con Carlotto, e non mi stupisco che abbia scelto questo libro per la sua collana, è molto marcata e da spessore e profondità all’ intera vicenda non facendola debordare in una fracassona e rumorosa saga da Luna Park. Mila Zago è un personaggio con una sua profondità: ha sentimenti e ricordi, ha un passato doloroso che getta crepe nella sua corazza di eroina invincibile, è sexy e affascinante, coraggiosa e generosa, sa essere spietata e dura ma solo per un suo senso personale di giustizia che la connota come un’eroina positiva, non ostante tutto. Strukul sta affinando lo stile, e per esempio quando parla di musica emerge il suo passato di critico musicale con piacevoli descrizioni che si capisce sono fatte da un intenditore ed un appassionato. La scrittura è diretta, veloce, frasi brevi, accelerazioni improvvise e vertiginose ricadute. Consigliato.
James Leo Herlihy
Michail Gorbacëv
Ispirato ad un fatto di cronaca, la morte di Luca e Marirosa, avvenuta più di vent’ani fa a Policoro in provincia di Matera, Niente è come sembra, nuovo romanzo di Tommaso Carbone, pubblicato da Rusconi Libri nella collana “Gialli Rusconi” diretta dallo scrittore viareggino Divier Nelli, è un giallo con venature noir e un buono sfondo sociale, ben costruito e originale per ambientazione e stile. La Basilicata è decisamente uno scenario insolito per un giallo, e a dire la verità lo è anche per un romanzo di per sé, ed è perciò piacevole scoprire i suoi angoli più remoti, i piatti tipici, i vini, il tutto caratterizzato da un gusto un po’ vintage che fa rivivere la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, con spruzzate realistiche di vita quotidiana che vanno dalle marche di sigarette, ai programmi televisivi, alle automobili, con una gran cura per i dettagli. Lo stile è semplice, diretto, caratterizzato da dialoghi essenziali e quasi prevalenti sulla parte descrittiva, molto scerbanenchiano e come non pensare a Duca Lamberti, molto simile al suo protagonista. Niente è come sembra è una storia di coperture e depistaggi, una storia in cui la verità sembra una vittima altrettanto inerme quanto i due ragazzi uccisi, Miriam e Francesco, ritrovati morti in bagno una notte del 1989. Frettolosamente classificata come un incidente domestico, la loro morte sembra nascondere qualcosa di oscuro e minaccioso e dubbi e interrogativi si insinuano nella mente specialmente della madre di Francesco. Ma soprattutto perché non è stata effettuata l’autopsia sui due corpi, perché la deposizione di una testimone che aveva visto tre uomini davanti alla loro casa all’ora presunta della loro morte non è stata presa in debita considerazione, perché i giornalisti che non accettavano la verità precostituita e nei loro articoli azzardavano dubbi o evidenziavano incongruenze subivano minacce e ritorsioni? Troppe perizie lacunose e contraddittorie, troppa fretta, troppa improvvisazione per essere dettata da semplice incapacità umana e non invece da una reale volontà di intralciare la giustizia. Sei anni dopo la loro morte, la madre di Francesco decide di rivolgersi ad un investigatore privato e così entra in scena il protagonista: Max Ferretti, ex poliziotto, con un passato doloroso alle spalle, e una situazione difficile anche nel presente. In crisi con la moglie, con un rapporto conflittuale con il figlio adolescente, in difficoltà finanziarie, pensa di chiudere la sua agenzia investigativa ma quel caso lo incuriosisce e sebbene da principio non sa se accettarlo o meno, non ostante gli servano i soldi, poi ne viene assorbito e la scoperta della verità diventa per lui quasi una ragione di riscatto, una necessità. Aiutato da Gaia la sua giovane assistente, si getta a capofitto in un’ indagine difficile e pericolosa in cui ben presto si accorge che gli interessi in gioco coinvolgono gente potente e spietata, gente che può manovrare e corrompere, indurre all’omertà e minacciare, pronta a tutto pur di restare pulita davanti alla legge. Quale è il segreto che Miriam custodiva e del quale per vergogna o paura non riuscì a parlarne neanche alla sua migliore amica, segreto di cui Miriam fa cenno in una lettera al fidanzato Francesco? E il passato della ragazza caratterizzato da droga e storie di sesso con persone equivoche come l’egoista figlio di papà Rino Pelliti, o l’avvocato Pascale, può essere il terreno in cui scavare per disseppellire la verità? Poi qualcuno che non ha più niente da perdere, per vendetta, rompe il muro di omertà e racconta a Ferretti la sua verità. Credergli o no? Amaro il finale.
Quando Saramago scrisse questi quaderni non sapeva che di lì a poco tempo (per la precisione nel 1998) gli avrebbero consegnato il Premio Nobel per la letteratura, ma dentro a questi scritti c’è la sua vita a Lanzarote e tutta la sua anima di uomo e scrittore. Gli anni di stesura dei Quaderni vanno dal 1993 al 1997, periodo durante il quale Saramago si trasferì in un sorta di vero e proprio autoesilio sull’isola di Lanzarote a causa dello scandalo suscitato dal suo libro Vangelo secondo Gesù Cristo. Queste lettere – e qui il curatore Paolo Collo ne ha scelte solo alcune tra le migliaia che Saramago scrisse in 4 anni di permanenza sull’isola- sono un vero e proprio diario quotidiano che permette al lettore di conoscere Saramago non solo come letterato, ma come uomo privato. Le lettere sono divise in diari corrispondenti agli anni di permanenza sull’isola e sono dedicati sempre a qualcuno: alla moglie Pilar, agli amici più cari e agli scrittori che Saramago incontrò nel suo cammino di vita. Ed ecco che leggendo questi quaderni intimi, incontriamo un Josè Saramago quotidiano alle prese con la tinteggiatura artigianale delle fughe del pavimento dipinte con un’infusione di te. Un piccolo gesto quotidiano che a tratti potrebbe sembrare anche banale, ma che al suo termine lascerà nell’animo dello scrittore un profondo senso di pace e tranquillità. Da non scordare la passione dell’autore per gli amici a quattro zampe, un affetto così grande che molti cani senza padrone videro in Saramago la persona ideale alla quale affidarsi per sopravvivere. L’autore animato da un profondo bene per gli animali non fece altro che accogliere a braccia aperte i tanti trovatelli che si avvicinavano alla sua casa. Esemplare anche il rapporto e la presenza di Pilar,non una semplice compagna di vita (diventerà sua moglie nel 1998), ma un’ amica e una fidata confidente nella quale lo scrittore trovava conforto e sostegno. I diari sono una fucina di elementi dove si trova di tutto di Saramago, perché è lo scrittore stesso che racconta in parole il suo vivere. Ci sono riflessioni sui propri libri, sul loro processo di scrittura e sulla ricerca delle informazioni e del materiale necessario alla loro stesura. Allo stesso tempo sono presenti i tanti aneddoti e piccoli eventi della vita di ogni giorno che hanno infuso nell’autore la vocazione per la scrittura, a dimostrazione del fatto che l’ispirazione a volte arriva non solo quando meno te lo aspetti, ma può essere fomentata dalla cosa più semplice. Saramago racconta davvero tutto sé stesso, mettendo in queste lettere gli incontri con altri scrittori, le interviste con colleghi e giornalisti e i tanti viaggi da lui svolti per la presentazione dei suoi libri e le tante conferenze tenute in giro per il globo. Dalla Spagna, all’Inghilterra, facendo tappa in Cina e in Italia, Saramago ha incontrato persone e incamerato tante emozioni che hanno influenzato la sua persona e il suo lavoro di scrittura. Una della altre cose che è emerge dai Quaderni e che evidenzia quanto sia sottile il confine tra diverse forme di arte, è il parallelismo attuato tra i suoi scritti e le opere pittori da lui osservate durante le diverse escursioni fuori da Lanzarote. A fare da cornice a questi Quaderni c’è lei, l’isola di Lanzarote con il suo paesaggio, la sua natura, la sua brezza e con quei colori che rendono e rispecchiano il senso di pace e tranquillità del vivere trovato da Saramago in questa terra. Traduzione Rita Desti. A cura di Paolo Collo.
Dal 23 aprile
Ciao Chris. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te: ghost-writer, editor, scrittore. Chi è Chris Pavone? Punti di forza e di debolezza.
La stravagante vita di Adolfo Porry-Pastorel, il padre dei fotoreporter italiani
“Questa è una storia vera. Parla di uomini, calcio e bevute. Quindi è vera per forza.”
Imperium. Beh dimenticate l’antica Roma e fate un salto verso la fine del XIX secolo in Nuova Pomerania, il più o meno noto protettorato della Germania situato nell’arcipelago Bismarck. Anzi, a dire la verità il romanzo dello svizzero Kracht conduce il lettore sul Prinz Waldemar, il moderno – per i tempi- piroscafo di tremila tonnellate pronto a solcare l’oceano Pacifico diretto a Sydney. Qui, come compagno di viaggio incontrerete August Engelhardt, un giovane tedesco vegetariano e nudista diretto verso i mari del Sud con l’intento preciso di dare vita al suo progetto di società fondata solo ed esclusivamente sulla coltivazione e consumo del cocco. Il libro di Kracht è un biografia romanzata di Engelhardt e allo stesso tempo un libro di viaggio in un epoca e in mondi diversi e se devo essere sincera il modo in cui è scritto mi ha fatto venire in mente i libri di Jules Verne. Il protagonista di questa vicenda si allontana dalla Germania e dalla modernità per scovare nella sperduta Pomerania l’armonia e la pace del vivere che la società dei suoi tempi stava dimenticando, lascandosi travolgere da un imbarbarimento culturale e sociale dilagante. Engelhardt parte e ha le idee ben chiare: una volta giunto alla meta comprerà un appezzamento di terreno (in realtà sarà l’isolotto di Kabakon) per avviare la coltivazione di cocco e dar vita alla colonia di “coccovori”. Naturalmente il protagonista non sarà solo in questa avventura e non a caso tra le pagine di Imperium sfileranno altri personaggi che intrecceranno la loro esistenza e le loro idee con quelle del “re” del cocco. La cosa che stupisce è che il bisogno di ritorno ad un stile di vita puro, semplice e monoalimentare indurrà lo stesso Engelhardt a isolarsi sempre più dal resto del mondo – non a caso gli sporadici viaggi che l’uomo compirà gli lasceranno nell’animo un senso di profondo malessere, dovuto alla corruzione e povertà di valori umani che lui percepisce nel resto del globo terrestre- arrivando a compiere azioni drastiche (improvvisi scatti d’ira isterica e non solo) ripudiando contaminazioni dall’esterno e rifiutando la messa in discussione delle proprie idee. Un esempio concreto di questa atteggiamento di Engelhardt, che definirei simile a quello di un piccolo dittatore, è il progressivo incrinarsi delle relazioni con le personalità amministrative delle isole della Nuova Pomerania o ancora lo sfasciarsi della convivenza – solo in apparenza pacifica – con Halsey, Lützow e altre persone (pittori e artisti) che tentano di seguire il protagonista di Imperium nella sua estrema scelta di vita. Per la stesura di Imperium, Kracht si è ispirato alla vera figura di Engelhardt e nel romanzo ha raccontato l’evolversi e l’accartocciarsi su sé stesso di un percorso esistenziale i cui valori fondanti (alimentazione esclusiva con il cocco e i suoi derivati) sono stati portati all’esasperazione dal protagonista stesso. Imperium è un viaggio narrativo avventuroso e a tratti surreale, dove il lettore è portato dall’autore dentro alla vita di un uomo vegetariano e nudista. Dall’altra parte chi leggerà Imperium compirà anche un viaggio a ritroso nel tempo alla scoperta dell’Impero di Guglielmo II, delle sue colonie non proprio così necessarie e di quel contesto storico, sociale e culturale incapace di accettare una persona alternativa come August Engelhardt.In conclusione credo che l’ Imperium del titolo non si riferisca solo a quello dell’ ultimo imperatore tedesco, ma anche al piccolo regno creato dallo stesso Engelhardt, due entità così diverse per dimensione, ma allo stesso tempo uguali per il tracollo che le travolse. Traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli.
in libreria dal 28 marzo 2013
Ciao Anna ben arrivata qui a Liberi di Scrivere che ne diresti di raccontarci qualcosa di te prima di parlare di Ti prego lasciati odiare. Che lavoro fai, i libri che hai preferito nella tua vita
























