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:: Recensione di L’enigma di Leonardo di Claudio Paglieri (Piemme, 2013)

13 giugno 2013

enigma leonardoUn giallo colto e garbato, L’enigma di Leonardo, ultimo romanzo di Claudio Paglieri, scrittore genovese e giornalista del Secolo XIX, già autore di Domenica Nera, Il vicolo della cause perse e La cacciatrice di teste. Edito da Piemme, con protagonista il commissario Marco Luciani, il romanzo si colloca nella lunga scia di gialli che raramente virano al nero, mancando forse di cattiveria, adatti ad entrare nelle case degli italiani magari sotto forma di sceneggiati televisivi, e Genova e i suoi dintorni sarebbero un’ ottima location per una serie tv. Con le luci giuste, la musica di De Andrè e un regista non troppo omologato e conformista ne potrebbe venire un prodotto di classe.
Non è il genere che prediligo, voi che mi seguite già lo sapete, ma se Aldo Cazzullo, inviato del Corriere della Sera e scrittore, dice lapidario dell’autore: “I suoi gialli sono bellissimi, forse troppo per i gusti del pubblico; per questo non è ancora noto come meriterebbe. Presto Paglieri sarà riconosciuto per quel che è: il miglior giallista italiano.”, un po’ di curiosità è lecita.
La trama ruota intorno alla scomparsa di un antico disegno dal valore inestimabile, presumibilmente un autoritratto inedito attribuito a Leonardo Da Vinci (spunto reale, nato dal ritrovamento di un presunto Leonardo di cui troverete un’ immagine all’inizio del libro) e ai delitti che vi sembrano collegati (questi unicamente frutto della fantasia dell’autore). Tocca infatti al commissario Marco Luciani, capo della Omicidi della Questura di Genova, investigare e fare luce su questo intricato caso che inizia prima con la morte di un anziano nobile e poi con l’uccisione, presunto suicidio per l’ispettore Livasi, della sua badante polacca, un tempo sua amante. Se non fosse stato per un messaggio aperto su Facebook di una vecchia compagna di scuola, Fiammetta Sforza, tutto si sarebbe chiuso come due morti naturali, e invece la donna sospetta due omicidi legati alla scomparsa del Leonardo, per il quale ha lavorato cinque anni per stabilirne l’autenticità, e basta questo per far scattare in Luciani la molla a volere saperne di più. Ma un pericolo sovrasta il commissario, un nemico nascosto nell’ombra, perso nel buio del passato, un nemico in cerca di vendetta, una vendetta che come tutte le vendette esige di essere consumata.
Una scrittura piana e distesa, tra i suoi pregi c’è sicuramente la scorrevolezza, capitoli brevi, con titoli alternati dedicati ai vari personaggi, grande spazio alle vicende sentimentali e familiari del protagonista e di Calabrò, sono sicuramente le caratteristiche che maggiormente emergono dalla lettura. Giocato in terza persona, con un pizzico di inaspettata poesia: “Gli uomini e le donne sono dominati dall’avidità, dall’invidia, dall’ira. Mentre le stelle non hanno ipocrisie, le stelle non fingono di essere ciò che non sono. Non c’è nulla di più antico, sicuro, confortante delle stelle. Andando alla loro scoperta aveva scoperto se stesso. Perché lui era come loro, una fiamma fredda che brucia lontano.” e pennellate di folclore racchiuse in eleganti descrizioni ambientali: “Noureddine guardava Genova dal ponte del traghetto per Tangeri. Città bellissima e orribile, accogliente e crudele, città di contrasti dove era arrivato ragazzo e da dove ripartiva uomo. Le case si affollavano una sull’altra, arrampicandosi sulle colline che abbracciavano il golfo. Case bianche, rosa, gialle, alte palizzate di angiporto con i vestiti stesi ad asciugare, case squadrate con lunghi balconi coltivati a gerani, e castelli che spuntavano improvvisi, castelli leziosi fatti non per guardare ma per essere visti, non per respingerei nemici ma per ricevere gli amici della buona società.” L’enigma di Leonardo scorre piacevolmente per le sue 400 pagine, e se la trama gialla si incaglia forse in alcuni punti, dal punto di vista umano e prettamente scenico e ambientale racchiude senz’altro gradevoli sorprese. Non è un annacquato “gialletto” da spiaggia per intenderci, preferibile a molti bestseller che affollano le stantie classifiche di vendita.

Giornalista e scrittore, Claudio Paglieri è nato a Genova il 26 settembre 1965. Ha cominciato ad appassionarsi al giornalismo a 16 anni e oggi lavora al Secolo XIX. Con Piemme ha già pubblicato Domenica nera (Premio Bancarella Sport), Il vicolo delle cause perse e La cacciatrice di teste.

:: Recensione di La donna di troppo di Enrico Pandiani (Rizzoli, 2013)

12 giugno 2013

la-donna-di-troppo-pandianiDopo Pessime scuse per un massacro, più recente episodio della saga dedicata al commissario Jean-Pierre Mordenti e ai suoi Les Italiens, che comprende anche Les Italiens, Troppo piombo e Lezioni di tenebra, Enrico Pandiani, il più francese dei noiristi italiani, torna al suo pubblico, sempre per Rizzoli, con La donna di troppo, una storia questa volta interamente italiana, che ha per protagonista un “nuovo” personaggio, nato in un racconto dell’autore ambientato nel Veneto, Zara Bosdaves, ex sbirro, trasferitasi da Vicenza a Torino per cambiare vita e aprire un’Agenzia investigativa privata, oltre a cogestire con il suo nuovo compagno François, Le Cosmopolite, Le Cosmò per gli habituè, locale molto popolare, ricavato da un antica fabbrica, tipico esempio di come a Torino le vecchie architetture industriali, di un passato che sta scomparendo, si stiano rapidamente evolvendo in nuove strutture “creativamente” interpretate.
E se vogliamo proprio Torino, la mia Torino multietnica e culturalmente vivace, in cui tutti leggono “La Stampa”, fatta di musica tribale dei locali lungo Po ai Murazzi (e c’è tanta musica in questo romanzo, da Today’s the Day di Aimee Mann, a Living is suicide di Dax Riggs) e di bancarelle sotto i Portici dove si comprano dai cappelli di lana peruviani, all’incenso, ai libri, con i suoi tram che passano sferragliando e i negozi chic di Via Roma, forse un po’ ingrigita dalla crisi, ma animata da quel particolare melting pot culturale ed etnico in cui convivono lingue di tutte le nazionalità, (dai dialetti nigeriani, a quelli arabi, al rumeno, al francese forse più comune dello stesso piemontese), ristoranti libanesi, kebaberie, Hammam, – Torino ha una delle comunità islamiche più vivaci e culturalmente attive di Italia e il mercato di Porta Palazzo non ha niente da invidiare al più affollato e industrioso suq arabo – è la vera protagonista di questo noir, più cattivo, realistico, politicamente scorretto di molti romanzi in cui la violenza troppo esibita diventa quasi sempre farsa poco credibile.
Era dai tempi de La donna della domenica di Fruttero e Lucentini (sempre una donna nel titolo) che Torino non assumeva questo ruolo cardine in un romanzo di delitti e indagini, con i debiti distinguo: allora erano gli anni Settanta, la gente era ancora gioiosamente naif e l’umorismo e l’ironia garbata di Fruttero e Lucentini, pur criticando velenosamente una Torino bene, borghesemente impaludata, conservava un tono leggero e malinconicamente divertito.
In La donna di troppo, Pandiani sembra invece tener presente la lezione scerbanenchiana e trasforma Torino in una città noir, in cui i delinquenti spiccano per pochezza e volgarità, anche se non mancano di leggere Saramago, i poliziotti, seppure sappiano fare il loro lavoro, arrivano a picchi di sgradevole razzismo come non accettare che una cameriera magrebina li serva, e i ricchi e potenti, kitsch e di cattivo gusto anche vestiti d’Armani, con i loro meschini segreti e le loro trame venalmente riconducibili a giochi, più che di potere, di gretta avidità, non assumono alcuna connotazione di grandezza o superiorità.
E poi c’è  Zara Bosdaves, personaggio femminile forte e fragile al tempo stesso, dal viso bello e segnato, che adora l’insalata alla nizzarda e i gelati Pepino, e gira per Torino in bici, madre di una figlia lontana, all’estero per studio, figlia  di un padre difficile, amica, socia e amante di François, idolo pagano dalle labbra color dell’ambra, un nero di un metro e novanta, che non facciamo fatica a immaginarcelo con il suo dolce e sensuale accento francese. Zara con i suoi sobri e femminilissimi tailleur, forse troppo stretti, e non certo dei sarti più famosi, vestiti per cui farebbe follie arrivando ad invidiarli addosso alle ricche e algide clienti, forse unica sua debolezza, perché se anche fa un lavoro per lo più squallido come dare la caccia a mariti fedifraghi, non rinuncia ad essere donna, sexy e seducente.
Il primo capitolo si apre con uno squarcio di Torino dopo la pioggia, la protagonista sorseggia un cappuccino sotto gli ombrelloni del Caffè Elena. Sullo sfondo i portici di Piazza Vittorio, il ponte che porta alla Gran Madre e alla Collina che con le sue ville antiche e moderne dei nuovi ricchi domina la città. Uno strano incidente d’auto e la gente accalcata lungo gli argini che si affacciano sui Murazzi. La vittima è Leone Dalmazzo, ricco industriale farmaceutico. Zara ci passa accanto recandosi in ufficio e non sa che presto farà parte della vita della sua ex moglie, di suo figlio. Infatti poco dopo Lucrezia Hongran si reca da lei cercando il suo aiuto. Suo figlio è scomparso e Zara deve ritrovarlo. Ma poi le cose si complicano e il ragazzo ricompare chiedendole di indagare sulla morte di suo padre, convinto che dietro la sua morte ci sia il controllo della Global Medica. E’ l’inizio di un caso complicato e crudele, di cui il ragazzino era il fulcro attorno al quale ruotava tutta quella storia, come pensa Vinardi, un tipico intrigo della Torino bene, come direbbero annuendo Fruttero e Lucentini.
Per narrarlo Pandiani sceglie la terza persona, ci racconta da fuori la vita complicata di Zara, le mosse degli antagonisti, i piani dei ricchi e potenti, il lavoro dei poliziotti intenti a sgominare un traffico di droga. E poi morti ammazzati, aggressioni nei parcheggi sotteranei di Piazza San Carlo, scambi concitati di telefonate, fuggiaschi, ville abbandonate, poliziotti leali che fanno favori ad amici e altri ossessionati dalle loro indagini e pronti ad usare anche metodi illeciti.  Il tutto sorretto da una fitta tela di dialoghi, ossatura portante del romanzo, lezione imparata dai grandi del noir, in cui i personaggi partecipano all’azione direttamente, interagendo tra loro e non lasciando prevalere la narrazione espositiva e descrittiva. Pandiani è un rude scrittore dal cuore tenero e sebbene utilizzi anche un registro basso, quasi volgare quando descrive per esempio i rovelli di coscienza di Zara, o i due Jacono e Vinardi, quando si distrae ne emerge il lato sentimentale e poetico, la prosa letteraria elegante, come quando descrive la luce azzurrina che illumina Torino, o la tenerezza di François verso la sua donna.
Concludo segnalando una piccola vanità autoriale, un vezzo se vogliamo come quello di Hitchcock di fare sempre la comparsa nei suoi film. Sarà difficile non vedere in Paolo Artaban, con il suo aspetto elegantemente trasandato – basterebbe già questo a  caratterizzare e rendere indubitabilmente certo il riconoscimento – la pipa estratta dalla tasca, i folti capelli castani, la fronte ampia, il naso importante, la bella bocca, scrittore con “parecchi lettori entusiasti”, la copertina rossa con sopra un bersaglio della polizia a sagoma umana,(date un’ occhiata alla copertina de Les Italiens) un alter ego oscuro dell’autore, ma fate attenzione a non affezzionarvici troppo a questo personaggio, farà parte di uno dei tanti colpi di scena che compongono il libro. (Avverto che durante la lettura del romanzo ho mangiato diversi variegati al caramello, mancandomi i Pinguino di Pepino alla vaniglia, effetto collaterale del tutto incontrollabile).

Enrico Pandiani (Torino, 1956) è autore della saga dedicata a “Les italiens”, il cui ultimo capitolo è Pessime scuse per un massacro (2012, ora disponibile in Bur).

:: Recensione di Nino mi chiamo. Fantabiografia del piccolo Antonio Gramsci, Luca Paulesu, (Feltrinelli, 2013) a cura di Viviana Filippini

11 giugno 2013

nino“Sono sardo, sono gobbo, sono pure comunista. Dopo una lunga agonia in carcere, spirerò. Nino mi chiamo.” A scuola quando si studia la storia oltre ad imbattersi in un sterminata serie di luoghi e date, ci sono pure elenchi infiniti di nomi appartenuti a uomini e donne – presenti anche se  in minoranza- che con le loro gesta e parole hanno influenzato l’andamento della Storia. Una tra le tante figure che mi ha sempre affascinato e allo stesso tempo messo soggezione e un po’ di timore reverenziale per lo sviluppo della sua vita e per le opere scritte è Antonio Gramsci. Numerosa è la bibliografia dedicata a Gramsci e lo dimostrano i tanti resoconti di cronache, analisi di pensiero e biografie dedicate all’intellettuale sardo. Ok, ma avete mai pensato di scoprire Antonio Gramsci a fumetti? Vi sembra un qualcosa di impossibile e –forse per qualcuno- sarà pure impensabile, però l’editore Feltrinelli ha fatto un bel regalo ai lettori pubblicando Nino mi chiamo. Fantabiografia del piccolo Antonio Gramsci, di Luca Paulesu. L’autore, avvocato fiorentino con la passione per il disegno, ha dato vita alla narrazione per fumetto con protagonista Antonio Gramsci, nel libro noto con il nomignolo di Nino. Chi leggerà il volume di Paulesu seguirà Antonio Gramsci sempre bambino, nel suo vissuto fatto di piccole gioie (quella della lettura) e di tanti dolori fisici (causati dalla malattia e dal carcere) e morali (fomentati dalle incomprensioni dei suoi scritti e parole) scoprendo in nel bambino di Ghilarza una sua saggezza e forza di pensiero adulte, anzi tipiche dell’ uomo intellettuale che visse nell’Italia dei primi decenni del ‘900. Paulesu racconta per figure disegnate Gramsci, riuscendo a creare una forte simpatia ed empatia con il piccolo e gobbo Nino, sempre pronto a lottare contro le ingiustizie. Luca Paulesu conosce molto bene Nino, perché era il fratello della nonna Teresina, che raccontò a lui ragazzino tanto di quel prozio morto pochi giorni dopo essere uscito dal carcere. Nino mi chiamo è un libro curioso, interessante e ben costruito nel quale, accanto a parti di testo che fanno al lettore un resoconto del vissuto dell’autore dei famosi Quaderni dal carcere, Paulesu aggiunge le sue le vignette con protagonista Gramsci. Questi disegni hanno un tratto semplice ed essenziale, ma la loro funzione esplicativa rende comprensibili ai fruitori i contenuti delle tante citazioni gramsciane presenti nel testo. Nino mi chiamo. Fantabiografia del piccolo Antonio Gramsci non è solo questo. Il libro a fumetti di Paulesu è un avvicinare il lettore alla dimensione pubblica di Gramsci, ma anche a quella privata. In queste pagine conosciamo il forte rapporto di amore fraterno e complicità che Antonio Gramsci aveva con l’amata sorella Teresina, come lui appassionata e vorace lettrice di libri, molti dei quali letti da Paulesu durante la sua infanzia. Toccante è anche il racconto attraverso immagini (sezione intitolata Le Russe) del rapporto di Gramsci con la moglie Julia e con le cognate, relazioni minate dalla distanza che creerà incomprensioni e una costante necessità da parte di Gramsci di capire cosa stava accendendo alla moglie e ai due figli residenti in Russia. Nino mi chiamo è un libro a fumetti che permette ad ogni lettore, di qualsiasi età ed estrazione socio-culturale, di conoscere a 360° uno degli intellettuali italiani più noti e studiati al mondo. Nino mi chiamo. Fantabiografia del piccolo Antonio Gramsci è un viaggio per immagini che ci guida, da un lato, alla dimensione politica di Gramsci e, dall’altro, al suo universo familiare (con un madre come vera salvezza della famiglia e un padre pasticcione), culturale e umano facendoci scoprire quanto i pensieri e le riflessioni di Nino siano attuali ancora oggi come – anzi, forse- più di ieri.

Luca Paulesu è nato a Firenze nel 1968. Arriva a pochi mesi a Ghilarza, nel centro della Sardegna, dove trascorre l’infanzia. Dai racconti della nonna Teresina, sorella prediletta di Antonio Gramsci, apprende le vicende politiche della famiglia. Studia Giurisprudenza a Firenze, dove vive e lavora. Ha pubblicato il libro a fumetti Sotto il Nuraghe (Artigianarte 2003), ha curato il catalogo Fratelli d’Italia.150° Anniversario dell’unità celebrato per immagini (Giunti 2011) e ha illustrato il libro di Ugo Mattei L’acqua e i beni comuni (Manifestoliubri 2011). Ha collaborato come vignettista a numerose riviste.

:: Recensione di I Segreti del Mar Rosso di Henry de Monfreid (Addictions-Magenes Editoriale, 2007) a cura di Davide Mana

9 giugno 2013

mar rossoPoco noto in Italia, celebrato e popolarissimo in Francia, Henry de Monfreid è stato uno dei grandi avventurieri del ventesimo secolo.
Di buona famiglia, con una buona cultura ed un’ottima mano come pittore (il padre era pittore a sua volta), insofferente delle regole della borghesia francese della Belle Epoque, de Monfreid si trasferisce giovanissimo a Gibuti, con l’idea di avviare una attività come commerciante di cuoio e pellami.
Ma la situazione prende ben presto una piega inaspettata, e il giovane prima si dedica alla pesca delle perle, e successivamente si ricicla come contrabbandiere di armi e stupefacenti, come spia – prevalentemente al soldo delle autorità francesi – e come esploratore sui generis.
I segreti del Mar Rosso è il primo dei tre volumi di memorie di de Monfreid pubblicati in Italia da Addictions-Magenes Editoriale, ed è una lettura interessante sia dal punto di vista storico e antropologico, che più semplicemente sul piano avventuroso.
Le vicende di de Monfreid sono narrate con un linguaggio che alterna brani nervosi e impressionisti a lunghi e dettagliati passaggi descrittivi – dei luoghi, delle persone, delle vicende politiche.
L’alternarsi di differenti stili è probabilmente legato al fatto che gran parte del testo è il prodotto di diari, lettere e appunti dell’autore – e quindi il ritmo si adatta al momento, alla situazione.
Forse non sempre una lettura facile, ma una lettura certamente molto soddisfacente.
Ciò che ne risulta è infatti una grande avventura, ma anche un ritratto di prima mano, e quantomai pragmatico, di quel colonialismo europeo del ‘900 che spesso viene dimenticato.
De Monfreid è certamente un personaggio sopra le righe, ma che non esagera nel descrivere il proprio ruolo nello svolgersi degli eventi, e non sottrae spazio ai propri compagni d’avventura o ai propri interlocutori per costruire il proprio mito personale.
Che tuttavia è presente – e de Monfreid è a tal punto “romanzesco”, nel proprio ruolo di avventuriero dilettante, da essersi meritato persino una comparsata, in vesti piratesche, nei fumetti di Tintin, di Hergé.
Una lettura consigliata agli appassionati di narativa avventurosa, a chi si interessa di storia, a chi ama il mare, e chi vuole confrontarsi con una autobiografia decisamente eterodossa.

:: Curiosità in libreria

8 giugno 2013

holt burgess anatomistajoylandSiamo arrivati a giugno, ormai l’estate e alle porte, cosa c’è di meglio da fare che guardarsi intorno per scegliere qualche libro da portare al mare o in montagna. O da leggere in treno o in metropolitana andando in ufficio, perchè no. Spulciando sui siti dei vari editori, nelle newsletter, nei siti di vendita online vi segnalo i libri che mi hanno maggiormente incuriosito e che spero di leggere. Consideratelo un prossimamente.

Inizio senz’altro da Joyland di Stephen King edito da Sperling & Kupfer, solo in cartaceo, niente ebook per precisa volontà del Re che sostiene così di aiutare i piccoli librai americani già in ginocchio per la crisi. Ho letto già qualche recensione sparsa nei blog e sembra che sia un libro da non perdere, non un horror classico ma un libro in bilico tra la ghost story, l’indagine gialla e il romanzo di formazione. Poi devo capire che fine ha fatto il seguito di Shining. Indagherò.

Estate 1973, Heavens Bay, Carolina del Nord. Devin Jones è uno studente universitario squattrinato e con il cuore a pezzi, perché la sua ragazza lo ha tradito. Per dimenticare lei e guadagnare qualche dollaro, decide di accettare il lavoro in un luna park. Arrivato nel parco divertimenti, viene accolto da un colorito quanto bizzarro gruppo di personaggi: dalla stramba vedova Emmalina Shoplaw, che gli affitta una stanza, ai due coetanei Tom ed Erin, studenti in bolletta come lui e ben presto inseparabili amici; dall’ultranovantenne proprietario del parco al burbero responsabile del Castello del Brivido. Ma Dev scopre anche che il luogo nasconde un terribile segreto: nel Castello, infatti, è rimasto il fantasma di una ragazza uccisa macabramente quattro anni prima. E così, mentre si guadagna il magro stipendio intrattenendo i bambini con il suo costume da mascotte, Devin dovrà anche combattere il male che minaccia Heavens Bay. E difendere la donna della quale nel frattempo si è innamorato.

Un altro romanzo che ho la sensazione sia da non perdere è I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout, questa volta edito da Fazi. L’ho trovato segnalato su giornali e riviste e leggere la trama mi ha spinto a chiedermi qualcosa dell’autrice: americana, nata a Portland, vincitrice del Premio Pulitzer per la narrativa con Olive Kitteridge (2008). Una storia di famiglia americana. Il 5 luglio Elizabeth Strout sarà a Capri per partecipare al Festival Le Conversazioni. Lo recensirà per noi Viviana Filippini.

Questo è il sito dell’autrice: http://www.elizabethstrout.com/

I ragazzi Burgess, come vengono chiamati Jim, Bob e Susan, sono nati a Shirley Falls, nel Maine, e sono cresciuti in una piccola casa gialla in cima a una collina, in un angolo di continente appartato. Da adulti si sono allontanati, ognuno a scacciare il ricordo di un antico dramma familiare mai spento. Lassù è rimasta solo Susan, mentre gli altri due vivono a Brooklyn, New York. Nei Burgess si possono scorgere tre anime distinte e tanto diverse che è quasi impensabile immaginarli nella stessa foto di famiglia. Eppure, quando inizia questa storia, Susan chiama e chiede aiuto proprio a Bob e Jim: suo figlio, loro nipote, è nei guai. E allora non solo i tre fratelli sono costretti a riavvicinarsi, a dividere la preoccupazione e a tentare di ricomporre un trauma che alimenta ogni minima increspatura della loro intimità, ma sono anche travolti da una rivoluzione privata che implica, per tutti, il progetto di una nuova vita.

Tornando al giallo, questa volta poliziesco non può mancare una veterana come Anne Holt, l’autrice di gialli  più famosa della Norvegia, con il suo La ricetta dell’assassino edito da Einaudi.

Quando Brede Ziegler, cuoco celeberrimo, viene assassinato, l’ispettore Billy T. e la squadra Omicidi si trovano a svolgere un’indagine che si rivela ogni giorno più complessa. Ricco, ambizioso e spietato, Ziegler aveva troppi nemici per individuare con sicurezza un sospetto. Anzi, forse due sospetti, visto che l’uomo è stato per cosi dire ucciso due volte: con un pregiato coltello da cucina la prima, con un farmaco in dose letale la seconda. Ci vorrebbe Hanne Wilhelmsen per orientarsi fra testimoni reticenti, contrabbando di vini, eredità milionarie, malavita organizzata e un passato oscuro… Ma Hanne è ancora in lutto per la morte della sua compagna e non è sicura di volere – o potere – riprendere l’esistenza di prima. Così fra interrogatori, perquisizioni e colpi di scena, prende corpo l’indagine più difficile: quella per distinguere apparenza e realtà, per comprendere chi siamo dietro la facciata che offriamo al mondo.

Infine un poliziesco tutto italiano, di una scrittrice napoletana forse più conosciuta all’estero che in Italia, in Germania è una sorta di star, parlo di Diana Lama con il suo L’anatomista edito da Newton Compton. Che dire d’altro buona lettura.

Su uno scoglio del lungomare di Napoli viene ritrovato il corpo nudo e mutilato di una giovane donna. Un macabro rituale che ha già fatto più di una vittima. Una squadra di profiler, guidata dallo psichiatra Tito Jacopo Durso, sta indagando sul caso ed è alla disperata ricerca di qualche indizio sull’assassino, ribattezzato dalla stampa come l’Anatomista. Alla sua équipe la polizia ha deciso di affiancare una psicologa, Artemisia Gentile, esperta nella cura di vittime di abusi e maltrattamenti. Artemisia è una donna molto speciale: il suo passato nasconde un tremendo segreto, che la rende vulnerabile ma anche estremamente intuitiva. Mentre la Squadra brancola nel buio, sarà proprio lei a scoprire sui corpi delle vittime un inquietante messaggio lasciato dall’Anatomista. Un piccolo ma determinante particolare che le accomuna tutte. E quando l’assassino sequestra altre giovani donne, continuando a perseguire il suo raccapricciante disegno, Durso decide di usare proprio lei come esca…

:: Recensione di La scommessa, Raffaello Mastrolonardo (Tea, 2013) a cura di Viviana Filippini

8 giugno 2013

scommessaPascal afferma che, nel dubbio sull’esistenza di Dio, bisogna comunque decidere di vivere come se Dio ci fosse o come se non ci fosse. Non si può non scegliere, poiché il non scegliere è già una scelta… Pascal ci riporta alla conclusione che vale sempre la pena scommettere su Dio: «Se vincete, vincete su tutto, se perdete non perdete nulla. Scommettete dunque, senza esitare». Pascal si riferiva a Dio, ma per Maestrale, all’anagrafe Gian Lorenzo Manfredi, la scommessa da accettare sarà quella riguardante l’esistenza del vero amore.  Il protagonista del nuovo romanzo di Matrolonardo, conosciuto ai lettori per il libro La lettera a Léontine, è un architetto dal cuore gelido che nonostante abbia una moglie e due figli non esita a tradire la consorte destreggiandosi tra un’amante e l’altra. Scappatelle continue che danno a Maestrale quella sensazione di ebbrezza tale da  spingerlo sempre più al tradimento. Poi, un giorno arrivano nel suo studio d’architettura dei nuovi committenti – i coniugi Vettori- che lo assoldano per restaurare un vecchio casale pugliese. Maestrale invaghito della signora Vettori accetta senza rendersi conto che da quel momento in poi la sua vita cambierà per sempre. Il lavoro svolto in quella vecchia casa, da lui chiamata Ginestra, e l’attrazione per Miriam Vettori porteranno Maestrale, alias Gian Lorenzo, a subire una vera e propria trasformazione. Ed è questo cambiare che indurrà il fedifrago a sperimentare sulla propria pelle la famosa  scommessa di Pascal, cercando di capire se la passione che brucia come un incendio nel cuore possa trasformarsi in vero amore, sentimento che lui non ha ancora conosciuto. La scommessa di Mastrolonardo non è solo il racconto di una storia d’amore tormentata, ma è la rappresentazione del conflitto interiore di un uomo adulto (Maestrale) conosciuto da tutti come l’incarnazione della sicurezza di sé. Questo stato verrà progressivamente messo in crisi con l’ingresso nella vita del protagonista di Miriam e di quel nuovo modo di sentire l’amore, che costringerà il gelido architetto a metter in discussione ogni singolo rapporto del suo passato affettivo e familiare. Ciò che colpisce delle pene d’amore che affliggono Maestrale è che, se da un lato lui riesce a dare vita a tutto il suo estro nella ristrutturazione della Ginestra, dall’altro quando dovrà affrontare i sentimenti nuovi che gli ardono nel cuore Maestrale si accorgerà di essere impreparato alle vere sofferenze d’amore. Miriam arriva e scatena il cambiamento radicale dell’insensibile e gelido Maestrale rendendolo, attraverso dure prove di dolore, una persona nuova e rinnovata. La scommessa mette al centro della narrazione il confronto con il proprio io e con l’arrivo del vero amore. Non manca il confronto per entrambi con il proprio passato privato fatto di dolori e sconfitte, esperienze che hanno influito molto sul protagonista, figlio di una madre malata di pazzia e su Miriam discendente del popolo armeno vittima innocente delle repressioni di inizio del Novecento. Alla fine della lettura da La scommessa di Mastolonardo ci si accorge che come asseriva Pascal vale proprio la pena scommettere, perché è vero che si può soffrire, ma allo stesso tempo c’è la possibilità di rinascere. Pensando alla casa chiamata Ginestra,alle vicissitudini passate da Maestrale e Miriam, non so per quale motivo nella mia mente si è aperto un cassettino leopardiano e così nei due protagonisti ho visto l’esile e tenace fiore che cresce nelle condizioni più aspre. Motivo? Come la Ginestra Maestrale e Miriam sono persone che hanno saputo valutare la loro condizione di vita trovando una nuova dignità.

Raffaello Mastrolonardo lavora da diversi anni come manager in banca. Nel 2005 ha pubblicato la raccolta di poesie Emozioni. Lettera a Léontine è il suo primo romanzo.

:: Recensione di I grandi romanzi di Jules Verne (Newton Compton, 2012) a cura di Elena Romanello

5 giugno 2013

giulio verneMolti lo considerano un autore di fantascienza e un precursore del futuro, in realtà Jules Verne fu innanzitutto scrittore di romanzi d’avventura, con cui voleva far conoscere ad un mondo che non aveva tv, Internet e voli low cost, come era la società dell’Ottocento, i luoghi geografici della Terra.
Le sue opere tornano periodicamente nelle nostre librerie, una delle ultime edizioni in ordine di tempo è quella della collana Mammuth della Newton Compton, un volumone di ben 2112 pagine con alcune illustrazioni originali dell’Ottocento che ospita alcuni dei romanzi più famosi dello scrittore, e cioè  Parigi nel XX secolo, Viaggio al centro della Terra, Dalla Terra alla Luna, I figli del Capitano Grant, Ventimila leghe sotto i mari, Il giro del mondo in 80 giorni, L’isola misteriosa e Michele Strogoff.
Tutti titoli interessanti e dai generi diversi: Parigi nel XX secolo è stato scoperto negli anni Novanta del Novecento tra gli inediti e presenta una visione di un mondo del futuro non così idilliaco, anticipatore di tante distopie del Ventesimo secolo. Viaggio al centro della Terra racconta un’indimenticabile avventura in mezzo ad una natura rimasta preistorica all’interno del nostro pianeta, tra l’avventura e la fantascienza, anni prima della letteratura pulp in tema, da Haggard a Carter, mentre Dalla Terra alla Luna descrive un viaggio sulla Luna, anche se Verne non è il primo ad ipotizzare questo, visto che da Luciano di Samostrata nell’antichità in poi si è sempre immaginato un contatto con il nostro satellite. I figli del capitano Grant è pura avventura in giro per il mondo, con una delle prime eroine da romanzo d’avventura, la giovanissima Mary Grant, mentre Ventimila leghe sotto i mari racconta l’epopea del Nautilus e del suo capitano Nemo, principe spodestato e ribelle contro il potere, icona di tanti eroi successivi, Sandokan del nostro Salgari in testa.
Il giro del mondo in 80 giorni racconta di nuovo avventure per il mondo, in compagnia del mitico Phileas Fogg, reso celebre sul grande schermo da David Niven, mentre L’isola misteriosa racconta le nuove avventure di Nemo e dei suoi amici, in un mare di avventure tra fantasia e realtà. Con Michele Strogoff siamo di nuovo nell’avventura pura, in piena Russia zarista.
Questa edizione è curata da Fabio Giovannini, Riccardo Reim e Giampaolo Rugarli ed è un’occasione per scoprire o riscoprire un autore non certo solo per ragazzi.
Se piace Jules Verne e si è nella zona di Torino, va segnalata la mostra fino al 14 giugno al MUSLI, Museo della scuola e del libro per l’infanzia, a Palazzo Barolo in via Corte d’Appello 20/C: Visioni del futuro, curato da uno dei massimi esperti di Jules Verne mondiali, Piero Gondolo della Riva, presenta rare edizioni di libri e opuscoli dell’autore, ma anche spazi sul vignettista e autore Robida, oltre a uno spazio su tutti gli autori che, dall’antichità, hanno immaginato viaggi nello spazio e il futuro. La mostra è aperta dal lunedì al venerdì dalle ore 9 e 30 alle 12 e 30 e la seconda domenica di giugno dalle 15 e 30 alle 18 e 30.

Jules Verne nacque a Nantes nel 1828. Nel 1848 si trasferì a Parigi attratto dalla intensa vita culturale della capitale, ma per ottenere il consenso del padre dovette continuare gli studi giuridici. Dal 1862, grazie al successo del primo libro, Cinque settimane in pallone (cui seguì Parigi nel XX secolo, pubblicato solo nel 1994), poté dedicarsi completamente alle sue due grandi passioni: scrivere e navigare. Dopo la pubblicazione di circa 60 opere e innumerevoli viaggi, Verne – ricchissimo e osannato ma sempre discreto e schivo – si ritirò ad Amiens in seguito a un misterioso attentato in cui era rimasto ferito. Morì nel 1905. La Newton Compton ha pubblicato Ventimila leghe sotto i mari, Il giro del mondo in 80 giorni, Viaggio al centro della Terra e il volume unico I grandi romanzi.

:: Un’ intervista con Pia Di Marco a cura di Viviana Filippini

5 giugno 2013

lultimoscoop-webCiao Pia, piacere averti qui a Liberi di scrivere, per parlare con te del libro L’ultimo scoop di Silvano Villani. Quando hai conosciuto Silvano Villani?

R. Ho conosciuto Silvano nel settembre del 1990.  Ero ospite di Mirella Delfini, a Trastevere, una zona di Roma che m‘incanta sempre. Rivolgimenti grandi erano accaduti nella mia vita e mi trovavo, come dire, in una zona di confine – o nella “linea d’ombra”: quella particolare condizione di dover scegliere e decidere per la prima volta che Conrad ha descritto tanto bene. “Ti faccio conoscere il mio più caro amico, anzi, un fratello” diceva Mirella, mentre andavamo da lui che ci aveva invitate a cena. Ci aprì in saldali e camicia a righe bianche e blu. ricordo d’aver pensato: che uomo alto – e lui, che era di media statura, rideva di cuore ogni volta che glielo raccontavo.  Scherzi a parte, mi colpì subito per la personalità, molto forte, decisa, per l’originalità, per quel modo anticonformista, assolutamente non allineato – forse neppure con se stesso, infatti era imprevedibile. Era un bravo cuoco e usava gli ingredienti come gli dettava la fantasia: quella sera aveva creato per noi una zuppa d’orzo perlato con nuances fra Trieste e il Bosforo, come dire, un rimescolamento di suggestioni olfattive e gustative inattese, frutto del suo continuo viaggiare. A un certo punto ci parlò di un soggetto, forse un’idea per una sceneggiatura: un tipo riconosce per caso dal rigattiere uno dei pezzi della moto che gli hanno rubata, allora si mette in viaggio per tutta l’Italia nella speranza di ricomporre la moto smembrata e, in qualche modo,  anche se stesso. Molti anni dopo, in seguito all’incidente fatale di cui parlo nello Scoop, Silvano diceva che ogni tanto perdeva un pezzo, che se ne andava a pezzettini. E io ripensavo al racconto della moto.

Cosa ti ha spinto a indossare i suoi panni, per raccontare a noi lettori la triste vicenda della quale è stato protagonista?

R. Silvano voleva dare conto della vicenda surreale – kafkiana, come la definisce Enzo Antonio Cicchino nella prefazione al mio libro – di un cittadino qualunque alle prese con le istituzioni. L’occasione era stata una causa di risarcimento a seguito di un sinistro stradale di cui era stato vittima, una cosa banale, se non fosse stato per il ruolo assunto da un vigile urbano nell’intera vicenda. Il farraginoso materiale processuale s’arricchiva di anno in anno (dal 2004): perché non usarlo come fonte  di prima mano? Ne sarebbe potuta venir fuori  un’inchiesta sulle disfunzioni della giustizia italiana e sulle logiche perverse che impigliano giudici e cittadini fino a paralizzare tutto. L’argomento, ne converrai, è più che mai attuale. Silvano non ha fatto in tempo a dare una forma compiuta al suo lavoro, così l’ho fatto io sulla base dei documenti e dei suoi appunti. Ne è venuto fuori qualcosa a metà tra l’inchiesta e il romanzo breve, dove il protagonista, Silvano, appunto, si confronta con la realtà oggettiva ma anche con una sua propria realtà interna: entrambe durissime. Che cosa mi ha spinto a indossare i suoi panni? Il bisogno di indossare, appunto, i suoi panni. Di farlo tornare da me, in un modo o nell’altro. E di dare soddisfazione al suo senso di giustizia: me lo aveva raccomandato, era stata una delle ultime cose che mi ha chiesto. Non avevo, direttamente, i titoli per proseguire la causa. L’unico titolo che avessi era la scrittura. L’ho usato.

Come è stato raccontare  e rivivere tutta la vicenda dal punto di vista di Silvano?

R. Ti rispondo con un appunto che avevo preso nell’agosto del 2012: “Ho finito la revisione dello Scoop di Silvano, anzi, del nostro Scoop. L’ho scritto vivendo dentro di lui: pensando a lui è dire poco, niente. L’ho scritto come san Matteo ha scritto il suo Vangelo nel quadro perduto del Caravaggio, con la mano guidata dall’angelo. Povero contadino ottuso ma pieno di infinita grazia: se ne meraviglia, e la grazia è tutta in quello stupore. Ogni volta che arrivo alla fine piango: com’è possibile che m’abbia lasciata?”

Leggendo il romanzo emerge la grande tenacia e volontà di non arrendersi di Silvano. Tu che lo conoscevi bene come era il suo carattere e come viveva emotivamente la vita dopo l’incidente del 2004?

R. Silvano aveva  due anime legate da un senso delle cose sobrio, asciutto, tipico triestino.  L’anima slava – gli veniva dalla madre – lo rendeva imprevedibile, mutevole come il vento, incapace di comunicare. All’improvviso si chiudeva a riccio e  spuntavano gli aculei. Parole taglienti, poche, e via da ogni contatto: inutile chiamarlo, inutile spiegargli, t’aveva sloggiato dal suo “sé”. O almeno così dava a vedere: perché così non era. Per tutto il tempo che l’anima slava gli stava aggrovigliata in petto, Silvano ti faceva sentire come una lucertola su un vetro insaponato, una spina staccata dalla presa di corrente. Intanto lui, col mento appoggiato alla mano, gli occhi persi chissà dove, le labbra  serrate, orgogliosamente s’appartava da tutta l’umanità.
Poi c’era l’altra anima, quella napoletana – gli veniva dal padre – che scioglieva l’incomunicabilità come il sole dirada la nebbia del mattino. La fredda, suicidiaria anima mitteleuropea, o solo triestina, non so,  evaporava ed ecco il più gaio e sorridente degli uomini, estroverso, geniale,  sensibile e con una generosità che era davvero ampiezza del cuore. Era capace di notare cose che solo uno spirito  fine può cogliere. Quando descriveva i posti lontani che aveva visitato ti faceva sentire i profumi, i suoni, i colori: si animava, gli occhi scuri gli diventavano lucenti,  gli angoli delle labbra andavano in su e poi anche un po’ in giù come per esprimere meraviglia e ironia insieme. Però se uno lo interrompeva o per qualche ragione si distraeva, la sua anima slava faceva calare di nuovo il sipario e amen. Era molto fragile: fortissimo e fragile.Dopo l’incidente, la sua più grande frustrazione era non poter salire la scaletta e accedere agli scaffali alti della biblioteca. I libri per lui erano tutto: i veri viaggi nello spazio e nel tempo li faceva con la lettura, soleva ripetere. Ma non c’è voluto molto a ridisegnare il quotidiano. Carrelli per disabili, canadesi, motorini appositamente studiati per chi non disponga delle gambe facevano il loro ingresso prima di tutto nella nostra fantasia. Avevamo di fronte a questi strumenti lo stesso atteggiamento che Man Ray e Duchamp avevano di fronte al ferro da stiro, all’orinatoio: ne vedevamo le potenzialità estetiche. Era una follia a due, anzi, una mia follia: lui vi si abbandonava in segreto, fino a sentirsi un uomo normale.

Quanto c’è di Pia Di Marco in questo romanzo?

R. Parecchio. La figura dell’avvocato, tenera, un po’ succube, sempre più soggiogata da Silvano a mano a mano che la storia si dipana, è frutto della mia fantasia. Inoltre ho rivisitato, colorandoli d’umorismo, tutti i personaggi che languivano fra le carte processuali; ho dato alla complicata vita sentimentale di Silvano l’aria scherzosa d’un Leporello: madamina, il catalogo è questo…  un po’ di leggerezza mozartiana ci vuole in certi casi. Infine, ho inventato “Pia”, il personaggio che m’assomiglia di più. Attraverso di  lei ho potuto rivivere la mia dipendenza da un uomo che poteva essermi padre. Com’è possibile che quel viso che guardavo come un astronauta guarda la Terra io ora non sappia dove trovarlo, mi chiedevo. Ecco, Pia mi ha aiutata a ritrovarlo, appunto, a rivivere il nostro sorridente, catastrofico ménage, a oggettivare il mio non-essere, o meglio, il mio essere una parte di lui.

In L’ultimo scoop di Silvano Villani  la dimensione quotidiana di Silvano si mescola con la sua professionalità giornalistica. Come è stato farle convivere nel romanzo?

R. Non è stato difficile, mi è bastato seguire il ricordo della nostra vita insieme. Silvano indossava i panni del giornalista come una seconda pelle, qualunque cosa facesse, ovunque si trovasse. La sua coscienza critica era sempre all’erta, sempre sulle barricate, sempre vivacemente partecipe. Quando mi vedeva così refrattaria alle notizie del giorno sgranava gli occhi e mi chiedeva costernato: “Come? Non ti interessa?” Per lui era inconcepibile non interessarsi a qualcosa che era accaduto qui o a migliaia di chilometri, ora, o milioni di anni fa. Lo muoveva un senso di responsabilità totale verso la società – il che lo portava a credere fermamente che anche la società è responsabile di ogni singolo individuo. Parafrasando Kant, si sarebbe potuto dire di lui: il cielo stellato sopra di me, il dovere di cronaca dentro di me. Ma c’era anche una propensione a dare alle cose una dimensione più ampia, a trasfigurarle. Sapeva giocare con la realtà e, all’occorrenza, ne faceva un teatro. A Persepoli,  durante l’incoronazione dello Scià, s’era trovato per sbaglio nella fila delle teste coronate e con la massima disinvoltura aveva dato il braccio a una collega, preceduto da principe di Galles – ma voglio citare, dal suo sito web, le parole della collega, appunto, Elizabeth Antébi, nota giornalista e scrittrice: “Grand reporter au Corriere della Sera, Silvano Villani avait été envoyé en 1971 couvrir les fêtes du Shah d’Iran à Persépolis. Le soir du « son et lumière », tous deux habillés en robe du soir et smoking de velours noir, nous avons été aiguillés vers l’estrade des princes et non des journalistes, ce qui nous a donné l’occasion de voir de plus près les grands de ce monde. Je l’ai revu souvent, à Rome (…) Silvano est un mélange de sérieux, de sophistication et de théories éberluantes, qui m’a toujours ravie.”

Leggendo il romanzo si percepisce l’importanza del passato di incontri e persone sulla vita di Silvano Villani. Come è cambiato l’influire del tempo trascorso sulla vita di Silvano dopo l’incidente del 2004?

R. Silvano viveva a due tempi – o, se vuoi, a due fasi: la prima fase erano i fatti concreti, gli incontri, il contatto diretto con persone e cose. Era il momento più “povero”, l’alba di un’esperienza che diventava feconda solo in una seconda fase: quella della solitudine, della riflessione.  Lontano da tutto, possibilmente davanti a un mare d’inverno rigorosamente in tempesta con lo stereo a tutto volume, riviveva – viveva, direi – appieno l’incontro con un amico, con una donna, con una comunità (alludo al suo lavoro, in questo caso). Silvano doveva andare sugli alberi, come Cosimo, il “barone rampante” di Calvino, non per chiudersi in una torre d’avorio, forse neppure per osservare la realtà come fa il personaggio dello Scrittore, semplicemente per consentire al piccolo seme di vita raccolto di diventare realtà, quella vera per lui, l’unica che riconoscesse. Ti racconto tutto questo per dire che l’incidente del 2004 aveva certamente intaccato in modo atroce la sfera pratica – la prima fase del suo modo di essere. Ma il ‘rifugio sugli alberi’ della elaborazione affettiva, quello era rimasto intatto. Ascoltandolo, prima e dopo l’incidente, vedevo le immagini che sapeva evocare, sentivo vive e presenti le persone che aveva incontrato, amato, stimato, o che lo avevano incuriosito.  Come se nulla fosse accaduto.

Che immagine d’Italia esce da questo romanzo verità?

R. Un’Italia di Balanzoni o di Azzeccagarbugli che ce la mettono tutta per non far capire nulla agli Italiani, per inculcargli l’idea che stiamo ancora ai tempi della dominazione straniera, che la Cosa Pubblica non è cosa nostra, e che l’unica cosa nostra che abbiamo è un’organizzazione perversa e criminale. Giorni fa, uno studente mi ha inviato una poesia patriottica:  è dai tempi di Garibaldi che quelli di vent’anni non facevano una cosa del genere. Ma basta, altrimenti mi metto a parlare di Quarto e del Volturno e dirai subito che è retorica, tanto l’Italia è da buttare. Non è da buttare, fidati. Basterebbe solo far funzionare la pubblica amministrazione. Per esempio, si potrebbe cominciare a “lavorare” le pratiche civili che, secondo una notizia battuta dall’Adnkronos riempirebbero 74 campi di calcio, così, giusto per recuperare un po’ alla volta i soldini (96 miliardi di Euro) che ci servono per tirare avanti la carretta. Perché i nostri politici non penseranno di cavarsela ogni anno con tasse speciali: alla fine, dopo aver tirato fuori gli ultimi centesimi di tasca ai cittadini di reddito medio, agli artigiani, ai piccoli industriali, si troveranno davanti a un popolo di accattoni e allora, che faranno? Si fa presto a parlare, qualcuno dirà, quando s’istruisce una causa. I costi, i gradi… i tempi… ogni giudice ha sulle spalle un numero di procedimenti pari a… balle. Tutte balle. I giudici creano queste situazioni, ci s’ingolfano e tutto perché non ficcano il naso fra le carte per celebrare udienze sensate e spicce. Nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2013 il presidente della Corte d’Appello di Milano, Giovanni Canzio, ha ricordato che l’Italia conta il “più alto numero di condanne da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo per l’irragionevole durata dei processi “Se lo dice lui…

Quale è il messaggio che Silvano ha voluto dare agli italiani?

R. Silvano aveva vissuto a Londra alcuni anni come corrispondente del “Corsera” e aveva assimilato profondamente la mentalità anglosassone. Da quelle parti e, in genere, nei paesi civili, i cittadini si sentono responsabili delle persone che eleggono, di conseguenza, considerano gli eletti responsabili dei cittadini.  Magagne stanno dappertutto, ma non sono ignorate, subite, considerate “normali”. Silvano si batteva proprio contro questa anomalia italiana per cui il comportamento non virtuoso – diciamo così – dei rappresentanti le istituzioni è considerato “normale”. E’ normale che un vigile urbano falsifichi un verbale? E’ normale che dia falsa testimonianza? E’ normale che sette giudici, uno dopo l’altro, carte alla mano, non vedano il madornale sfondone, le deposizioni che si contraddicono? Silvano considerava il vigile corrotto, star indiscussa della sua causa,  come una figura-simbolo. L’idea di trasformare in inchiesta tutto questo penoso iter processuale era funzionale al messaggio: cittadini, pretendete rispetto, svegliatevi, partecipate, Dio bono! Vorrei aggiungere che a spingerlo nella sua battaglia non era solo il modello anglosassone: era anche il rigore triestino, il rigore napoletano – le sue radici. Tu sai che il vero napoletano è innamorato delle istituzioni, e che nel nostro bistrattato Sud la tradizione degli studi di Giurisprudenza è vivissima. Altro che cosa nostra. Se solo prendessimo coscienza di noi stessi. Ma non ci siamo abituati, siamo un popolo di bambini. Come s’indignava Silvano di questo italico infantilismo.

Nella trama ad un certo punto Silvano comincia a scrivere e a rivolgersi ad altri media per trovare spazio e raccontare la sua storia, ma ho avuto come la percezione che molti non lo ascoltassero. Cosa ha rappresentato questa indifferenza per un professionista del giornalismo e un uomo come Villani?

R. Posso risponderti citando un appunto di Silvano? L’ho trovato sul suo computer, il file s’intitola: “Da divulgare, utile, giornalista cretino”. Il giornalista “cretino” si considerava lui, naturalmente, alla fine dell’allucinante esperienza del silenzio dei colleghi. Non sanno fare inchieste – mi ripeteva spesso, con amarezza – scrivono a seconda delle veline (direttive) che ricevono, secondo “tendenze”. Ecco l’appunto, è in chiusura al riassunto del suo “scoop” consegnato al social network Facebook nella speranza di trovare un’Italia più vispa di quel che si direbbe dai giornali e dalle TV:
“… devo  aggiungere, anche per proporre un motivo di altre gravi, allarmanti riflessioni: ho tentato in ogni modo di portare a conoscenza del pubblico – e chi potrebbe essere più interessato a tali fatti? questi vigili, questi magistrati sono tra noi: de te in fabula narratur –la vicenda tuttora in corso: con messaggi, tramite un blog (che ho trovato una volta inopinatamente bloccato per diversi giorni, come in qualunque democrazia islamica), con relazioni a tutti i maggiori quotidiani, ad alcuni autorevoli personaggi. Nessuno ha reagito con un segno qualsiasi.”

Se Silvano fosse ancora con noi cosa ti direbbe riguardo a L’ultimo scoop di Silvano Villani?

R. Che non è il libro-inchiesta che stava meditando. Ho messo nomi di fantasia a tutti i protagonisti. Lui non l’avrebbe mai fatto. Ed era pronto a pagarne le conseguenze, gli era capitato spesso nel suo lavoro. Sei il solito coniglio avrebbe detto.

Pia ancora due domande. Cosa stai leggendo ora?

R. Il Soccombente, di Thomas Bernhard. L’ascoltavo nel programma di Radio 3 “Ad alta voce”, magistralmente recitato da Elia Schilton. Alla fine dell’ultima puntata ho cominciato a leggerlo, non potevo distaccarmene. Attraverso il confronto spietato tra il grande Glenn Gould e due suoi compagni di conservatorio si misura la siderale distanza tra chi ‘è’ e chi deve imitare per essere e non sopravvive all’inconsistente, umiliante condizione dell’imitazione.

A quando il tuo prossimo libro?

R. Ho pubblicato da poco La tela d’oro, un racconto a metà tra realtà e fantasia: il piccolo Charles Darwin ascolta affascinato i racconti di Mr. Nettles, un amico di famiglia. Devo dirlo?  Nettles è ispirato a Silvano. Aggiungo che nel libro sono contributi di Mirella Delfini e dell’Associazione di Aracnofilia che conferiscono ai temi trattati rigorosità scientifica. Poi nel cassetto, anzi, nel computer,  c’è un altro progetto, la storia un po’ surreale di due che per non separarsi operano una metamorfosi, l’uno diventa l’altro – e si ritrovano di fronte allo stesso problema: sono sempre due, ma con i ruoli scambiati.

:: Segnalazione di Bloodman di Robert Pobi (Mondadori, 2013)

5 giugno 2013

bloodman_copertina_piatta_foBloodman
di Robert Pobi
Traduzione
di Giuseppe Iacobaci

Finalmente un bel thriller, senza troppe pretese autoriali ma con tutti gli ingredienti giusti e un finale interessante diverso da quello che avevo previsto. Soprattutto niente concessioni alle mode editoriali del momento. Bello e a un prezzo accessibile. Se solo la collana fosse un po’ più promossa…” Stefano Di Marino

Jake Cole, faccia segnata e vita sofferta, è un agente speciale dell’FBI, ma non un agente qualsiasi. Jake, infatti, ha un’abilità tutta particolare nel registrare ogni elemento sulla scena di un crimine e riuscire a immedesimarsi nel colpevole. Quando gli viene chiesto di tornare a Montauk, Long Island, il luogo dal quale era scappato quasi trent’anni prima, dopo il brutale assassinio rimasto insoluto di sua madre, tutti i fantasmi del suo tragico passato riemergono di colpo. Il padre, pittore maledetto ultraottantenne malato di Alzheimer, si è dato fuoco, lanciandosi da una vetrata, e ora è in ospedale in gravi condizioni. In casa Jake trova un disordine indescrivibile e un’enorme quantità di tele dai colori cupi, come le pareti dello studio, sulle quali sono raffigurate spaventose figure senza volto.
E mentre la cittadina è in allarme rosso per l’avvicinarsi di un uragano di proporzioni mai viste, si consuma un agghiacciante e misterioso duplice omicidio: una donna e un bambino vengono ritrovati in un cottage nelle vicinanze, scuoiati vivi e irriconoscibili. Nel vedere la scena del delitto, Jake sente subito che la mano dell’omicida è la stessa che ha colpito sua madre e che la sua presenza in quel luogo maledetto non è un caso. Sotto una pioggia scrosciante ha così inizio per lui una terribile caccia all’assassino, che nel frattempo ha ricominciato a uccidere senza pietà, in un viaggio da incubo e terrore. Inquietante e dal ritmo implacabile, Bloodman è stato segnalato dalla critica americana come uno dei thriller d’esordio più interessanti delle ultime stagioni, ottenendo un grande successo nelle classifiche di Amazon.

Robert Pobi si è occupato di antiquariato georgiano ed è sempre stato un appassionato di pesca, dai grandi squali bianchi al largo di Montauk ai lucci enormi del nord della Finlandia, oltre che un grande viaggiatore. Vive tra Montreal e le Florida Keys. La reazione al suo primo racconto, quando aveva dodici anni, fu una sospensione da scuola. Adesso scrive tutti i giorni a una scrivania un tempo appartenuta a Roberto Calvi.

:: Segnalazione di Un’amicizia pericolosa di Suzanne Rindell (Nord, 2013)

5 giugno 2013

un'amiciziaUn’amicizia pericolosa
di Suzanne Rindell
Traduzione
di Patrizia Spinato

In libreria da giovedì 6 giugno

«Un romanzo che fa rivivere tutto il fascino della mitica New York degli anni ‘20.»
Bookseller

Intuii che qualcosa stava per succedere nell’attimo esatto in cui varcò la soglia, il giorno del colloquio. Entrò a passi lenti, con estrema calma, ma io capii subito di avere davanti l’occhio del ciclone. Quella donna era il cupo epicentro di un evento che ancora ci era oscuro, il rovinoso luogo in cui caldo e freddo si fondono.
In quell’istante capii che tutto, attorno a lei, sarebbe cambiato.

Odalie… Quella mattina del 1924, quando si è seduta alla scrivania accanto alla mia, avrei dovuto capire che avrebbe sconvolto la mia vita. Già da due anni lavoravo come dattilografa alla centrale di polizia di Manhattan e conducevo una vita tranquilla, ordinaria. Ero una ragazza all’antica: sebbene intorno a me il mondo stesse cambiando, non avevo mai nemmeno pensato di tagliarmi i capelli o d’iniziare a fumare. Poi è arrivata Odalie. Il suo caschetto nero, i suoi vestiti eleganti, la disinvoltura con cui teneva la sigaretta… Odalie era così spregiudicata, così sicura, così moderna. In quei giorni, mi sono resa conto che volevo essere come lei e che avrei fatto qualsiasi cosa per riuscirci. Per questo ho accettato di trasferirmi nel suo lussuoso appartamento e l’ho accompagnata alle feste dove si beveva champagne e si ballava fino all’alba al ritmo della musica jazz. E per questo non ho detto nulla quando mi sono accorta che aveva falsificato alcuni rapporti di polizia. Volevo proteggerla. Non potevo immaginare che mi stesse semplicemente usando. Che mi stesse mentendo. Come avrei potuto? Odalie era più di un’amica per me. Era il mio ideale di donna. E invece lei stava architettando la mia rovina…

In equilibrio sul labile confine che separa verità e menzogna, la protagonista e voce narrante di questo fulminante romanzo d’esordio – che ha lanciato la sua giovane autrice ai vertici delle classifiche internazionali –, ci fa vivere il mito della New York degli anni ’20, coinvolgendoci in una storia ambigua, sfuggente e imprevedibile, come solo le grandi storie sanno essere.

Suzanne Rindell sta studiando per il dottorato in Letteratura Americana Moderna alla Rice University. The Other Typist (Un’ amicizia pericolosa) è il suo primo romanzo. Vive a New York e sta attualmente scrivendo il suo secondo romanzo.

:: Recensione di Scatto matto di Vania Colasanti (Marsilio, 2013)

4 giugno 2013

scacco mattoAdolfo Porry-Pastorel è un nome piuttosto sconosciuto al di fuori delle fondazioni e dei circoli di appassionati ed esperti di fotografia e forse, purtroppo, i più avranno la sensazione di sentirlo nominare per la prima volta, anche se di fatto è il fondatore del fotogiornalismo italiano e, per il suo spirito anticonvenzionale ed eccentrico, uno dei personaggi icona più curiosi e singolari del Novecento, modello di libertà, intraprendenza e determinazione.
A toglierlo dall’immeritato oblio ci ha pensato la giornalista e autrice Rai, Vania Colasanti, nel suo libro “Scatto matto. La stravagante vita di Adolfo Porry-Pastorel, il padre dei fotoreporter italiani”, edito da pochi mesi da Marsilio.
In questo libro curioso, curioso come il personaggio di cui si narra la vita, corredato da una parte centrale di foto in bianco e nero provenienti dall’archivio privato dell’autrice, forse rese pubbliche per la prima volta, e dall’archivio Farabola, a Vaiano Cremasco, in provincia di Cremona, Vania Colasanti ripercorre, con uno stile piacevole e letterario, gli avvenimenti più significativi della storia italiana che va dai primi anni del Novecento al secondo dopo guerra, guidata da un osservatore d’eccezione come Adolfo Porry-Pastorel, critico e nello stesso tempo scanzonato, capace di racchiudere nei suoi scatti fotografici lo spirito di un’epoca, per alcuni versi tragica, segnata dal fascismo e da ben due guerre mondiali con il loro corollario di morti, dramma che non risparmiò neanche il figlio di Adolfo, disperso in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale, ma nello stesso tempo affascinante e ricca di fermento e di novità.
E infatti dal ritratto che ne fa la Colasanti, Adolfo Porry-Pastorel emerge come un puro talento sempre in movimento, sempre al passo coi tempi e curioso delle più recenti innovazioni, capace di arrivare primo, sempre, battendo la concorrenza come quando affidò ai piccioni viaggiatori i negativi delle foto scattate al Re, a Hitler e a Mussolini durante le simulazioni belliche in mezzo al mare nel maggio del 1938, e i tre le trovarono stampate sui giornali ancora prima di scendere nel porto di Napoli o quando con un escamotage degno di un prestigiatore un po’ sleale, al matrimonio del principe Umberto di Savoia con Maria Josè del Belgio, lasciò i suoi colleghi letteralmente per aria, con l’aiuto di una scala prontamente fatta sparire da sua moglie, amatissima fedele alleata  e complice delle sue innumerevoli trovate, e calando di nascosto i negativi riuscì a far apparire sulle prime pagine di tutti i giornali le immagini degli sposi principeschi affacciati al balcone.
Aneddoti curiosi come questi si susseguono nelle pagine di questo libro, forse troppo breve, ma attendibile e fondato su un attento studio oltre che delle foto, si parla che esistano ben 9 milioni di click, anche di numerosi documenti d’epoca, soprattutto quotidiani come Il Giornale di Italia, per cui Porry-Pastorel lavorò, di cui l’autrice riporta ampi stralci, esattamente come furono scritti.
Eccentrico, cosmopolita, parlava correntemente diverse lingue, elegante, con il suo immancabile papillon o con il suo caratteristico frac, spiritoso, in una foto di gioventù è ritratto vestito da ballerina sulla spiaggia di Ostia,  amico di Trilussa e di Vittorio de Sica a cui consiglierà Castel San Pietro Romano di cui era sindaco come location per Pane, amore e fantasia, fotografo mussoliniano, per cui inventò le celebri foto con sfondo agreste, ma con il quale scambiava polemiche battute, sempre pronto a cogliere nel Duce una sua dèfaillance, Adolfo Porry-Pastorel conserverà sempre una sana allegria, una irriverente capacità di stupire e meravigliare almeno fino alla scomparsa del figlio, fatto che probabilmente segnò la fine di qualcosa, lo spezzarsi di una fase della sua vita.
Non più foto commissionate dal regime, non più falsi matrimoni propagandistici, Porry era stanco di tutte quelle situazioni che aveva dovuto fotografare nel corso degli anni. E nel quartiere romano di San Lorenzo, il giorno dopo il bombardamento americano del 19 luglio 1943, sganciò una raffica di foto verità. La morte del figlio lo convinse ad agire e durante l’occupazione nazista di Roma diventò uno dei maggiori attivisti del Centro X, il fronte militare clandestino. Non più foto buffe, particolari, artistiche, ma il suo talento a servizio delle foto dei passaporti per i partigiani, ebrei, antifascisti, l’agenzia Vedo di via di Pietra 87, sede per stampare falsi documenti, incurante dei rischi, del pericolo. Tutto per accelerare la fine di quella assurda e folle guerra.
Il 2 aprile 1960 i giornali annunciano la sua morte. Alle 2, 30 di ieri notte, nella clinica Marco Polo sulla via omonima, si è spento Adolfo Porry Pastorel, che fu il primo fotoreporter italiano.  

Vania Colasanti giornalista e autrice Rai. Dopo aver lavorato a «Paese Sera» e al «Venerdì di Repubblica», nel ’97 inizia la sua carriera di autrice televisiva. E dopo l’attività a Rai International e RaiDue, attualmente lavora per RaiTre nel programma Storie Maledette di Franca Leosini. Ha collaborato con «L’Espresso», «La Repubblica», le pagine romane del «Corriere della Sera», «Wimbledon», «Arte Mondadori» e la rivista letteraria «Storie». Tra le sue pubblicazioni, il libro di poesie Gioco di carte e Tutti i ponti a Roma. E nel 2011, sempre per Marsilio, l’autobiografi a Ciao, sono tua figlia. Storia di un padre ritrovato, sull’accettazione dei genitori e l’importanza della figura del padre.

:: Concorso letterario “La mia Svizzera – A colpi di scrittura su piattaforma social”

3 giugno 2013

SvizzeraTutti liberi di scrivere! Potete esprimere l’ idea che avete della Svizzera con una frase breve e letteraria. Potete diventare infatti autori di corti letterari: é appena partito il concorso “La mia Svizzera – A colpi di scrittura su piattaforma social” con il quale Svizzera Turismo propone ad aspiranti scrittori, appassionati della Confederazione o semplici internauti di lasciarsi ispirare dalla terra Svizzera. Ora tocca a te, scrivi i tuoi pensieri, commenti o impressioni di viaggio su www.lamiasvizzera.it e fino al cinque agosto puoi vincere bellissimi premi.

Al via “La mia Svizzera”, un concorso social di scrittura ideato da Svizzera Turismo insieme a Hoepli, Montblanc e Swiss International Airlines. Lo spunto iniziale è stato constatare come la Svizzera sia stata una fonte di ispirazione per molti artisti, pensatori e scienziati. Friedrich Nietzsche, Charles Dickens, Georges Simenon, Hugo Pratt, Freddie Mercury, Arturo Toscanini sono solo alcuni dei personaggi illustri che hanno trovato in Svizzera un contesto fertile per le loro opere e per le loro idee.
Con “La mia Svizzera – A colpi di scrittura su piattaforma social”, Svizzera Turismo propone ad aspiranti scrittori, appassionati della Confederazione o semplici internauti di lasciarsi ispirare dalla Svizzera e di inserire su www.lamiasvizzera.it i propri pensieri, commenti o impressioni di viaggio. L’obiettivo è raccogliere voti per aggiudicarsi i premi in palio sfruttando le funzioni di condivisione del web. Spazio, quindi, alla creatività ma anche alla capacità di coinvolgere e stupire il popolo della rete che, con il suo voto, contribuirà a determinare il vincitore. Facebook e Twitter saranno il canale da utilizzare per promuovere il proprio talento. Dopo una prima selezione di 30 pensieri in base al numero dei “Votami” ricevuti, si passa a un giudizio qualitativo. Una giuria selezionata – composta dai rappresentanti delle aziende coinvolte e da un esponente della cultura – premierà a settembre i dieci pensieri più significativi valutandone la peculiarità letteraria.
Si può postare in prosa o in rima, in lingua italiana o in dialetto. L’unica regola da seguire è la lunghezza del commento che non deve superare i 125 caratteri. Massima libertà anche per i contenuti. I partecipanti possono ispirarsi a un’esperienza vissuta in prima persona in Svizzera o prendere spunto da fotografie, riproduzioni di quadri, scene di film o testi letterari – legati indirettamente al territorio elvetico – che Svizzera Turismo pubblicherà continuativamente su lamiasvizzera.it e sulla sua pagina Facebook. Immagini e immaginazione prenderanno forma sui social media in un continuo rigenerarsi di contenuti.
Il progetto rivela l’approccio innovativo di Svizzera Turismo e dei suoi partner che hanno unito le loro competenze per creare un concorso 2.0 valorizzando l’eredità culturale di artisti e personaggi del XIX e XX secolo. L’obiettivo è far conoscere ai navigatori aspetti meno conosciuti della Svizzera e di sperimentare i canali social in modo divertente e originale.

I premi

Ai 10 finalisti verranno assegnati i seguenti premi:

1° classificato: voucher del valore di 4.000 euro, valido per una vacanza in Svizzera.

2° classificato: uno strumento di scrittura Montblanc da collezione (anniversary pen 2006).

3° classificato: due biglietti A/R Milano-Zurigo in Business Class con SWISS.

4° classificato: weekend per due persone al leggendario Kulm-Hotel***** di St. Moritz.

5°-10° classificato: pacchetto libri editi dalla Hoepli del valore di 100 euro.