Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Lettura omaggio e conversazioni su e intorno a Luigi Bernardi

7 gennaio 2014

l bDENTRO LE MIE CREPE

Lettura omaggio e conversazioni su e intorno a Luigi Bernardi

Sabato 11 gennaio, ore 10.00, Biblioteca comunale Ozzano Emilia, piazza Allende

Nel giorno che sarebbe stato il 61simo compleanno di Luigi Bernardi, si svolgerà presso la biblioteca di Ozzano dell’Emilia (luogo di nascita di Luigi) un incontro/omaggio con i suoi amici. Ci saranno tanti scrittori, fumettisti, artisti, persone che l’hanno amato e rispettato.

Modera l’incontro Alberto Sebastiani.

A questo link  ulteriori dettagli sull’iniziativa.

Diffondete la notizia, grazie.

:: Recensione di La coda, Vladimir Sorokin, (Guanda, 2013) di Viviana Filippini

5 gennaio 2014

sorokingrandeTraduzione di Pietro Zveteremich

Quanto volte abbiamo sentito dire che in un romanzo è importante la costruzione della trama, una giusta la descrizione dei personaggi, del paesaggio e del dialogo. Spesso. Poi mi sono imbattuta in La coda di Valdimir Sorokin, un romanzo circolato per anni tra le vie clandestine degli intellettuali russi e pubblicato solo verso la fine degli anni Ottanta. La storia è semplice, anzi è un attento sguardo sulle città sovietiche e sui problemi che per lungo tempo le hanno attanagliate negli scorsi decenni e tutto l’impianto narrativo è costruito solo ed esclusivamente attraverso il dialogo. La protagonista è la coda, un lungo serpentone formato dalla più varia umanità: uomini, donne, professori, dipendenti statali, mamme con i pargoli, anziani, operai. Tutti quanti uniti in un’interminabile e ordinata fila nell’attesa di poter recuperare dai negozi i prodotti alimentari, vestiti, le musicassette e i beni di consumo tanto agognati e desiderati. L’autore non descrive nulla, perché La coda non ha una trama narrativa di fondo, ma tutto si crea attraverso lo scambio di battute sagaci e ironiche tra i diversi tipi di umanità in attesa ed è proprio grazie a queste chiacchiere che chi legge può comprendere quanto la vita nell’Unione Sovietica fosse difficile in passato. Direi che durante la lettura si ha come l’impressione di essere in coda e di ascoltare da vicino i diversi protagonisti. Questo stato empatico permette di percepire un senso di oppressione che rende la città sì il luogo dove si vive e si tenta di lavorare, ma allo stesso tempo lo contorna di un senso di claustrofobia dalla quale tutti vorrebbero, ma non riescono, a fuggire. Quello che emerge dallo cambio di battute sono le non indifferenti difficoltà economiche della popolazione, alla quale vanno aggiunte la poca libertà di espressione e di agire del singolo determinata da una politica molto restrittiva, alla quale vanno unite tutte le censure e limitazioni sui beni importati dal fuori confine. Non a caso la coda che i russi fanno all’interno di questo libro di Sorokin non è come quella che di solito facciamo noi alla cassa per pagare, la coda raccontata dall’autore russo è quella che tanti sovietici facevano per poter avere il diritto ad acquistare prodotti e beni che non sempre gli esercizi commerciali sovietici riuscivano a fornire. La coda del titolo è quella che anima le pagine del romanzo ed è formata da individui che non hanno un nome proprio, una sembianza riconoscibile. I protagonisti di questa storia sono figure anonime, identificati da un numero che attesta loro la posizione di attesa dentro al lungo serpentone. Alcuni dei presenti nell’infinita fila hanno un nome (Vadim e Lana), ma nel corso della storia anche loro finiranno fagocitati nel magma umano omogeneo in perenne attesa, diventando persone qualunque. Ad una prima lettura il romanzo di Sorokin potrebbe sembrare leggero e spassoso per la natura grottesca che l’umanità protagonista assume, ma letto con attenzione ci si accorge che con La coda, lo scrittore ha mosso una tagliente critica al sistema politico sovietico – ed è per questo che il libro circolò in clandestinità per anni – e alle ristrettezze economico-sociali che esso imponeva ai cittadini, impedendo loro di avere una degna esistenza.

Vladimir Sorokin, nato nel 1955, dopo gli studi di ingegneria ha lavorato come illustratore di copertine. Negli anni Settanta ha aderito al concettualismo moscovita. È autore di romanzi, racconti, pièce teatrali e sceneggiature cinematografiche.

:: Recensione di Danza delle ombre felici di Alice Munro (Einaudi, 2013) a cura di Valeria G.

4 gennaio 2014

ombre feliciTraduzione di Susanna Basso

“La vita a Jubilee segue ritmi primitivi, stagionali. Le morti avvengono in inverno; i matrimoni si celebrano d’estate. C’è una buona ragione per questo: gli inverni sono lunghi e rigidissimi  e i più vecchi e  deboli non  sempre ce la fanno a  superarli ….”

Il freddo e l’inverno sono terra fertile per i racconti e i ricordi. La stagione malinconica tende a risvegliare i ricordi più segreti e dolorosi. Durante i freddi inverni canadesi  degli anni 50, quando non esisteva la moderna tecnologia a tenere compagnia nelle case, è facile immaginare le persone strette accanto ad un fuoco  a ripercorrere le tappe della propria vita, dall’infanzia fino al loro presente.
In questo modo, molto spesso, sono nati i  libri più belli e più intesi che noi oggi leggiamo e questi racconti, scritti sapientemente dalla penna di Alice Murno, sono stati pubblicati per la prima volta nel 1968. Oggi ritornano in auge con una nuova ristampa .
La scrittrice ci accompagna in un viaggio lungo e molto spesso doloroso, da voce ai suoi protagonisti, quasi esclusivamente donne, la cui vita difficile viene narrata attraverso gesti semplici. Sono storie appassionanti, ricche di significato, profonde e toccanti. I personaggi sono un ritratto, a volte sbiadito, della scrittrice stessa: si descrive bambina, la cui vita gira intorno alla fattoria nella quale vive nella campagna canadese, le lunghe giornate trascorse ad aiutare i famigliari in faticosi lavori domestici, appare poi come scrittrice che cerca un luogo tranquillo dove poter dare libero sfogo alla sua ispirazione, e poi donna adulta che torna a casa.
Questa in particolare è una vicenda molto commovente . La protagonista ha lasciato le mura domestiche in giovane età; ha trovato marito e si è costruita la sua vita altrove. Non ha assistito la madre affetta da una grave e degenerante malattia, in quanto non ha mai fatto ritorno a casa. La sorella invece, si è dedicata interamente e  per tutta la sua vita alla cura della madre, l’ha vista soffrire in  casa e successivamente in ospedale, luogo dal quale non fece ritorno; ha rinunciato alla propria vita e trovandosi da sola e libera non sa come riprendere le fila della propria esistenza.
Ci troviamo poi ad affrontare un altro tema delicato e altresì doloroso: la perdita di un figlio. Il tema è decisamente autobiografico, la scrittrice infatti perse la figlia Catherine a poche ore dalla nascita. Il dolore di una madre che perde il proprio figlio è innaturale,  per questo inconcepibile, e quasi impossibile da descrivere. Anche in questo la bravura della scrittrice  viene  messa alla prova e il risultato è eccellente. Le parole sono semplici, la storia è ricca di gesti semplici e comprensibili, attraverso i quali scaturisce tutta la violenza e il dolore che la perdita stessa genera.
Alice Munro in una sua recente intervista ha dichiarato che lei ritiene   “interessante qualsiasi vita e qualsiasi posto”. Inoltre si ritiene fortunata ad essere vissuta in una sperduta provincia canadese, secondo lei non ha avuto alcuna competizione con altri intellettuali, perchè allora era lei l’unica ad essersi appassionata alla scrittura. Queste affermazioni sono sicuramente  vere tuttavia l’eccellenza della sua scrittura e la sua semplicità sono un dono inestimabile, che l’avrebbe in ogni caso fatta emergere nell’ambiente letterario, a qualsiasi livello.

Alice Munro, premio Nobel per la letteratura 2013, è la più importante autrice canadese contemporanea. È cresciuta a Wingham, Ontario. Ha pubblicato numerose raccolte di racconti e un romanzo. Fra i molti premi letterari ricevuti, per tre volte il Governor General’s Literary Award, il National Book Critics Circle Award, l’O. Henry Award e il Man Booker International Prize. I suoi racconti appaiono regolarmente sulle più prestigiose riviste letterarie. Dell’autrice Einaudi ha pubblicato Il sogno di mia madre (2001), Nemico, amico, amante… (2003), In fuga (2004), Il percorso dell’amore (2005), La vista da Castle Rock (2007 e 2009), Segreti svelati (2008), Le lune di Giove (2008), Troppa felicità (2011), Chi ti credi di essere? (2012) e Danza delle ombre felici (2013).

:: Recensione di La festa dell’insignificanza di Milan Kundera – (Adelphi, 2013) a cura di Lucilla Parisi

4 gennaio 2014

kunderaTraduzione di Massimo Rizzante

“Da tempo abbiamo capito che non era più possibile rivoluzionare questo mondo, né riorganizzarlo, né fermare la sua sciagurata corsa in avanti. Non c’era che un solo modo possibile per resistere: non prenderlo sul serio. Ma mi rendo conto che le nostre beffe hanno perso ogni potere.”

Kundera torna a parlarci del tempo delle disillusioni, di un passato che si fa presente con il peso di ciò che non è più. Qui, più che altrove, troviamo una critica pungente agli uomini, marionette animate nelle mani di un abile regista.
Il “non serio” è per lo scrittore ceco il significato profondo della storia che, anche nei suoi momenti più drammatici, tradisce una vena di tragica ironia. Il suo è uno sguardo beffardo sulla vita degli individui che qui diventano, loro malgrado, la parodia di se stessi, indossando panni non propri semplicemente per esistere.
Il sipario si alza sui protagonisti di una pièce teatrale che poi finzione non è, ma è la realtà delle loro esistenze che procedono confuse verso un finale ancora più incerto.
Il racconto si fa pretesto per discussioni improbabili sul male di un’epoca che non ha più niente da dire e così tra ombelichi al vento, relazioni prive di umanità, morti sospese e sogni senza futuro si realizza l’unico obiettivo possibile: il buonumore. Una risata senza pretese che non si faccia troppe domande, ma che azzittisca i pensieri e riempia il vuoto lasciato dalla fine delle idee.

L’insignificanza, amico mio, è l’essenza della vita. E’ con noi ovunque e sempre. E’ presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre spesso coraggio per riconoscerla in condizioni tanto drammatiche e per chiamarla con il suo nome. Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna impara ad amarla. […]. Respiri questa insignificanza che ci circonda, è la chiave della saggezza, è la chiave del buonumore.

Kundera, con i suoi romanzi, ci ha abituato alla dissacrante interpretazione della realtà: in questo ultimo libro, quel lavoro di disgregazione e annientamento delle certezze si realizza senza possibilità di redenzione.
Lo fa canzonando i suoi personaggi più seri, togliendo credibilità alle più solide convinzioni e creando significati nuovi (come quello dell’ombelico), lasciando il lettore senza più punti fermi, ma in qualche modo divertito.
E’ un sorriso amaro quello che lo accompagna nella lettura che si fa, pagina dopo pagina, rivelatrice e profetica. Non rimane che lasciare da parte preconcetti e buone maniere e partecipare alla festa.

Un tempo, l’amore era la festa dell’individualità, dell’inimitabilità, la gloria di ciò che è unico, di ciò che non tollera ripetizioni. Ma l’ombelico non solo non si ribella alla ripetizione, è un appello alle ripetizioni! Nel nostro millennio vivremo all’insegna dell’ombelico. Sotto questa insegna, siamo tutti indistintamente soldati del sesso, con lo stesso sguardo fisso non già sulla donna amata ma sullo stesso buchetto tondo posto in mezzo al ventre che rappresenta l’unico significato, l’unico scopo, l’unico futuro di ogni desiderio erotico.”

Milan Kundera è nato a Brno, nell’attuale Repubblica Ceca, il 1° aprile 1929. Suo padre Ludvik era un pianista, e lo stesso Kundera fu da giovane musicista jazz. Si iscrisse due volte al partito comunista, la prima da studente, nel 1948 – quando i comunisti presero il potere – ma ne fu espulso nel 1950 per le sue idee eterodosse; vi si reiscrisse nel 1956. Prima di dedicarsi alla letteratura e al cinema, lavorò anche da manovale. Già negli anni Cinquanta aveva scritto tre raccolte di poesia. Negli anni Sessanta insegnò alla Scuola di Cinema di Praga dove molti dei suoi studenti erano i registi della New Wave cecoslovacca. Del 1967 è il suo primo romanzo, Lo scherzo, la cui pubblicazione fu uno degli eventi letterari della cosiddetta Primavera di Praga del 1968; il libro vinse il premio dell’Unione degli Scrittori Cechi. Nel ’68, con l’invasione russa, Kundera perse il suo lavoro di insegnante e non riuscì a trovarne nessun altro. Nel 1970 fu espulso dal partito per l’atteggiamento tenuto in seguito all’invasione russa; le sue opere furono ritirate dalle biblioteche e il suo nome cancellato dai manuali ufficiali di storia della letteratura. Nel 1974 scrisse La vita è altrove – che ottenne il premio Medicis come miglior libro straniero pubblicato in Francia – e Il valzer degli addii, e l’anno seguente lasciò il paese per rifugiarsi in Francia, dove gli era stata offerta una cattedra di letteratura all’Università di Rennes: qui insegnò fino al 1978. Con la pubblicazione, nella traduzione francese, di Il libro del riso e dell’oblio nel 1978 gli venne tolta la cittadinanza cecoslovacca. Nell’81 vinse il Commonwealth Award per la carriera insieme con Tennessee Williams. Nell’84 giunse alla definitiva consacrazione con il grandissimo successo dell’Insostenibile leggerezza dell’essere. Ha anche ricevuto il Premio Mondello (per Jacques e il suo padrone) e il Jerusalem Prix.
Milan Kundera vive a Parigi con la moglie Vera Hrabankova, nei pressi di Montparnasse.

:: Recensione di Quando eravamo foglie nel vento di Anne Korkeakivi (Garzanti, 2013) a cura di Elena Romanello

3 gennaio 2014

foglie ventoClare Moorehouse è una donna altoborghese di mezza età, che vive a Parigi con il marito aiuto ambasciatore, con due figli adolescenti a scuola in Gran Bretagna. Deve preparare una cena molto importante per la carriera del coniuge, che dopo aver girato per il mondo sarà destinato ad un’altra sede, molto probabilmente Dublino.
E Dublino, capitale dell’Irlanda, nasconde ricordi di fatti che Clare vorrebbe dimenticare e di cui non ha mai parlato in casa, visto che quando era ragazza si lasciò coinvolgere da un attivista dell’IRA a portare dei soldi per finanziare la lotta armata, credendo poi che lui fosse morto. Ma il passato è pronto a riafforare, e Clare dovrà fare i conti non solo con il suo presente che le sembrava tanto perfetto e agiato, in una Parigi in cui lei si trova a suo agio ma in cui riemergono le sue bugie e presenze che credeva scomparse allora, in un’estate che ha fatto di tutto per rimuovere.
Un libro che scorre come un thriller tra colpi di scena e agnizioni pur non essendolo, costruendo efficacemente la vita di oggi nella Ville Lumière ma anche un passato recente, che a volte sembra rimosso, quando, non più tardi di due decenni fa le Isole Britanniche erano teatro di attentati sanguinosi, effetto evidente di una questione mai risolta per decenni che poi ha trovato una sua ricomposizione, a differenza di altri fatti narrati anche nel libro, come il richiamo all’attentato alle Torri Gemelle e non solo.
Clare, paragonata da alcuni a Miss Dalloway di Virginia Woolf, è una donna che crede di aver raggiunto un certo equilibrio e una certa felicità, ma che è ancora profondamente vulnerabile di fronte al richiamo di un passato che ha cercato in tutti i modi di rimuovere: un tema non nuovo, ma che qui viene trattato in maniera originale, mescolato con la Storia degli ultimi decenni e la contemporaneità di un oggi che non è comunque mai rassicurante, visto che nessuna questione, nemmeno quella nord irlandese, può dirsi risolta una volta per tutte.
Quando eravamo foglie nel vento è un romanzo al femmile di introspezione psicologica, ma anche un libro da leggere per chi è interessato a cosa è successo e continua a succedere nel mondo di oggi a livello globale, in mezzo a nuovi conflitti e a vecchi problemi mai risolti. Senza contare gli aspetti più mondani e la descrizione della preparazione del pranzo in questione, uno dei tanti pranzi letterari, da Karen Blixen con Il pranzo di Babette a Joanne Harris con Chocolat, che non mancherà di far venire un po’ di acquolina in bocca.
Toni da thriller, certo, con una scoperta della verità, anzi di due verità, perché Clare si troverà coinvolta con il presunto attentatore di un politico nella Francia di oggi, ma anche viaggio in un animo femminile per fare la pace con errori, sogni e aspirazioni del passato, per sistemare un presente che rischia di essere mandato in frantumi, e che andrà difeso anche facendo i conti con quello che si è fatto di sbagliato.
Quando eravamo foglie nel vento è un libro interessante, forse poco deciso a tratti tra psicologia e thriller, capace di comporre un ritratto di signora contemporanea, in un mondo che può anche dare gratificazioni ma che resta pericoloso e contraddittorio.

Anne Korkeakivi, nata a New York, ha vissuto per dieci anni in Francia e ora trascorre buona parte dell’anno in Svizzera con il marito e le due figlie. È autrice di racconti e di articoli pubblicati sui maggiori periodici americani.

:: Recensione di L’ amore in un giorno di pioggia di Sarah Butler (Garzanti, 2013) a cura di Elena Romanello

1 gennaio 2014

pioggiaLui si chiama Daniel, ha vissuto una vita per lo più da vagabondo a Londra, con un solo grande amore con una donna sposata, morta troppo presto, da cui ha avuto una figlia, che non ha mai conosciuto, alla quale manda ogni anno il giorno del suo compleanno presunto una lettera di auguri senza indirizzo.
Lei si chiama Alice, ha trent’anni, un’indole da eterna viaggiatrice che le impedisce di fermarsi a lungo in un posto e di crearsi legami e che da sempre si sente fuori posto accanto al padre, ora morente, e alle due sorelle maggiori, con le quali non ha mai sentito di avere granché in comune.
Daniel e Alice, un papà e una figlia che non si sono mai incontrati prima, si conosceranno al funerale dell’uomo che Alice ha sempre considerato suo padre, provando a ricostruire un rapporto, ma soprattutto raccontando, a voci alterne, le loro vite, così lontane ma a tratti anche simili, dove entrambi hanno il vezzo di fare liste delle cose che amano, odiano o che sono importanti per loro, liste che riflettono due vite insolite e a tratti un po’ borderline ma non per questo meno degne di essere vissute.
Non è la prima volta che la letteratura si interroga sul rapporto tra le generazioni, ma le dinamiche scelte sono interessanti, perché la ricerca di un genitore o di un figlio mai conosciuto di solito viene fatto con toni più da feuilleton, mentre qui è un lento avvicinamento tra due mondi così lontani e così vicini.
Anche la scelta dei due protagonisti è interessanti: Daniel è quasi un barbone, Alice potrebbe sembrare l’ennesima ribelle senza causa della narrativa, ma se ne distacca subito per una dose di profonda umanità e per essere uno dei tanti volti femminili di un oggi contraddittorio, che spinge la gente a crearsi dei legami, lavorativi e affettivi, in un momento in cui la crisi economica e la disgregazione della famiglia tradizionale rendono questi valori molto più difficili e aprono la strada alla costruzione di nuovi modelli di vita, non sempre facili da scegliere, ma possibilità in più dell’oggi.
Due punti di vista per due personaggi che raccontano questo loro incontro e avvicinamento di vite, mentre la terza protagonista della storia è la città di Londra, una Londra che non è quella turistica delle grandi attrazioni, né quella mondana dei teatri e dei ristoranti di lusso, né tantomeno quella affaristica della City, ma la Londra quotidiana di chi vive le sue vite, a volte per caso, a volte senza grandi exploit, e proprio per questo molto realistica ed efficace.
Daniel e Alice rappresentano due delle tante vite che non fanno notizia oggi e per le quali sembra che non ci sia spazio ma che esistono, due persone non disperate ma con problemi e aspirazioni, che scoprono un altro modo di volersi bene e altre affinità, partendo da un legame di sangue mai coltivato in passato, ma che li accomuna, e nel ricordo dell’amore di Daniel per la mamma di Alice, che lei ha conosciuto appena prima che morisse in un incidente d’auto.
L’amore in un giorno di pioggia presenta il ritratto di due personaggi che incarnano due delle possibili sfumature della vita di oggi e una saga familiare non magniloquente ma non per questo meno appassionante.

Sarah Butler vive a Manchester. Si occupa di progetti letterari e artistici che riflettono sui luoghi in cui viviamo. L’amore in un giorno di pioggia è il suo primo romanzo.

:: Recensione di Le geometrie dell’animo omicida di Monica Bartolini – (Scrittura & Scritture, 2013)

31 dicembre 2013

geometrieInizierei questa recensione con una piccola premessa: non tutti credono agli astrologi, ai leggitori di tarocchi, ai maghi, ai sensitivi, e io da buona illuminista sono tra questi. In questo romanzo si parla di astrologia, mappe astrali, stelle e pianeti che in un certo senso aiuteranno un personaggio a fornire il profilo psicologico dell’ “assassino”. Se questa premessa vi turba, potete benissimo interrompere la lettura, anche solo di questa recensione, se l’astrologia vi affascina anche solo come strumento di analisi dei caratteri e delle personalità, troverete pane per i vostri denti.
Le geometrie dell’animo omicida di Monica Bartolini, edito da Scrittura & Scritture, è un classico giallo deduttivo, dai toni bizzarri e divertenti, che ruota intorno ad un insolito delitto che vede coinvolti numerosi personaggi ufficiali e “ufficiosi” coinvolti nelle indagini: troviamo infatti tra gli investigatori “istituzionali” il maresciallo Piscopo, un napoletano rustico di modi ma pieno di acume, il capitano Spada, serio e più propenso agli aiuti “alternativi”, e il magistrato De Acetis, un’ integerrima sostituto procuratore dal carattere un po’ focoso; tra quelli sui generis: un intraprendente giornalista televisivo deciso a fare il suo scoop, e la figlia del maresciallo, che basa le sue intuizioni investigative sul volgere delle stelle, facendo mappe astrali (presenti nel testo a fine romanzo) di vittima e presunto colpevole. Mentre gli investigatori istituzionali si basano su indizi, interrogatori, filmati di telecamere di sorveglianza, sarà la ragazza, astrologa dilettante, ad avere l’intuizione risolutiva che porterà sulle tracce del “colpevole”.
Ambientato in Sicilia, in un’afosa estate di un anno imprecisato, Le geometrie dell’animo omicida inizia come ogni classico giallo con il rinvenimento di un cadavere. L’appuntato Giunti e Laganà ricevono una chiamata alla radio di bordo e si recano in Contrada Madonnuzza, una località brulla, punteggiata di enormi piante di fico d’India, rinomata per essere il ritrovo notturno delle coppiette in vena di effusioni in auto, e trovano il corpo senza vita di una ragazza, con una benda sugli occhi, mani e piedi legati. Gioco erotico finito male, rapimento a scopo di estorsione o di intimidazione, vendetta mafiosa, omicidio passionale, le ipotesi si susseguono e toccherà proprio al maresciallo Piscopo, e al capitano Spada cercare di risolvere il caso “aiutati” da Marcello Sansò, un giornalista televisivo abituato a scoop sensazionalistici, che comunque da buon osservatore nota un particolare, quasi sfuggito agli investigatori “seri”, che farà passare qualche brutto momento ai due Carabinieri seduti davanti alla Tv, e da la Marescialla, figlia di Piscopo e amica della vittima, che tra mappe astrali e intuizioni risolutive, quasi per caso si troverà sotto gli occhi la chiave del mistero. Tra comicità e dramma, (esilarante la scena in cui il maresciallo Piscopo si reca ad interrogare il proprietario di un sexy shop), il romanzo racchiude una sua originalità e una durezza non presente nei gialli più tradizionali che vedono Carabinieri come protagonisti. Il personaggio dell’avvocato Giacomo Delli Carri, per esempio porta con se drammi personali e un soffio di noir che bilancia gli spaccati più volutamente leggeri e divertenti, come le liti tra Piscopo e la figlia, o le sfuriate della De Acetis. Parti in divertente dialetto partenopeo allentano la tensione, sebbene moventi e conseguenze del delitto si riveleranno drammatiche e dolorose. Il delitto conserva la sua aura “noir” e non è usato come semplice siparietto o scusa narrativa. L’odio di un padre verso il figlio, causa dei risvolti più tragici, colpisce il lettore quando in un certo senso aveva allentato la guardia, avvolto dal tono scanzonato del racconto. Che l’astrologia sia uno strumento per affinare doti intuitive sembra il messaggio che l’autrice nasconde nel testo, e sebbene sono scettica in materia quanto il maresciallo Piscopo, l’escamotage è funzionale a rendere il racconto singolare ed insolito. Per chi ama i gialli non troppo buonisti, con colpi di scena e ironia.

Monica Bartolini vive e lavora a Roma. Nota nel panorama letterario come la Rossachescrivegialli, è autrice di romanzi e racconti gialli, declinati in tutte le gradazioni possibili di noir. Il racconto Tanti auguri, Maresciallo! viene pubblicato su Giallo Mondadori n.3009. Con il racconto Cumino assassino ha vinto il Gran Giallo Città di Cattolica 2010, nell’ambito della XXXVII edizione del MystFest, pubblicato poi sul numero 3019 dei Gialli Mondadori. Ha pubblicato il giallo Interno 8. Ma il lavoro che ama di più è Le geometrie dell’animo omicida, che nel 2011 entra nella cinquina del Premio Tedeschi. Collabora alla diffusione del “morbo giallo” con recensioni di libri per i siti Thriller Cafè e Wlibri e leggendo i suoi libri gialli preferiti nelle scuole italiane, secondo il progetto “Piccoli Maestri”, una scuola di lettura per i ragazzi. Ha anche un suo sito, monicabartolini.it, dove esprime la sua anima gialla.

:: Recensione di La casa di mio padre di Orhan Kemal – (Elliot Edizioni, 2013) a cura di Lucilla Parisi

29 dicembre 2013
Elliot_LaCasaDiMioPadre

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Titolo originale Baba evi
Traduzione dal turco di Fabio De Propris

Il signor nessuno lo incontrai per caso in uno dei caffè di Adana. Era immerso nei suoi pensieri, con la faccia barbuta appoggiata sulle mani a coppa. Aveva occhi celesti e una testa coperta di ricci biondi. Dopo esserci guardati per un po’, si alzò e mi avvicinò. Innanzitutto si scusò, dicendo di avermi scambiato per qualcun altro. Mi resi conto che stava solo tentando di iniziare una conversazione. Diventammo subito amici. Mi raccontò dettagliatamente la storia della sua vita molto tempo dopo […]. Quando gli dissi che avrebbe dovuto scriverla, si mise a ridere. – Puoi farlo tu, se vuoi! -. Presi molti appunti mentre con entusiasmo mi narrava tutto quello che aveva fatto. Perciò dopo questo volume potrà uscirne fuori un secondo, un terzo, forse perfino un quarto…”

Questa la prefazione di Orhan Kemal, nome d’arte dell’autore de La casa di mio padre Mehmet Raşit Öğütçü.
E’ la storia di un “signor nessuno” quella narrata in queste pagine, un uomo che l’autore immagina di aver incontrato in un caffè ad Adana, suo paese di origine. In realtà, i numerosi spunti autobiografici presenti nel testo fanno di questo primo romanzo dello scrittore turco tra i più amati in patria, un affresco fortemente realistico della sua infanzia e adolescenza.
Il padre del protagonista – uomo politico, avvocato e giornalista – presenta infatti evidenti analogie con Abdülkadir Kemali Öğütçü, molto attivo all’interno dei Giovani Turchi, movimento politico nato alla fine del XIX secolo, impegno che lo condusse all’arresto da parte della polizia ottomana e al carcere, fino alla militanza politica sotto il governo di Mustafa Kemal Atatürk, padre fondatore e primo presidente della repubblica turca.
Il rapporto con la figura energica, violenta e severa del genitore è il filo conduttore del romanzo di Orhan Kemal che, dal paesino di Adana alla città di Beirut, ci racconta, con straordinario realismo, l’esistenza di una famiglia condannata – a causa delle sfortune sociali e professionali del capostipite – alla povertà più nera e all’esilio in terra straniera.
I personaggi, numerosi, che intrecciano il percorso del protagonista sono descritti nella loro umana “miseria”: bambini mendicanti, giovani prostitute, madri violentate dalla vita e uomini sfigurati dalla fatica del lavoro.
La descrizione che ne scaturisce è un ritratto crudo e asciutto di un’epoca di transizione e di un Paese alle prese con una mutazione profonda del proprio destino. Alla base la gente, quella che subisce eventi e cambiamenti troppo grandi per essere compresi senza gli strumenti adeguati e dai cui effetti è impossibile sottrarsi.
Tuttavia il ritmo della narrazione è scandito da una visione naturalmente ottimistica della vita (grazie anche ad una fiducia incondizionata nelle persone) e da un sentimento di profonda speranza in un riscatto personale e sociale ancora possibili.

Avevo diciassette anni ed ero molto contento del mio nuovo stile di vita. Avevo dimenticato la mia patria, il calcio, il Piccolo Memet e gli altri. Niyazi e io uscivamo di casa alle prime luci dell’alba. A quell’ora anche i tram verdi di Beirut erano rari. Solo i lavoratori, quelle masse che dormivano meno di chiunque altro al mondo, erano per strada, folle di uomini e di donne che camminavano in gruppi. Ci univamo a loro…Avevamo le giacche appese alle spalle proprio come loro, orgogliosi di essere persone al lavoro, di calpestare le loro stesse pietre.

La scrittura “realistica” di Orhan Kemal risente fortemente della vicinanza e degli insegnamenti del poeta turco Nazim Hikmet con cui l’autore aveva condiviso tre anni di cella (dal 1940 al 1943) nel carcere di Bursa e per il quale nutrì sempre profonda stima e devozione.
Lo stesso confronto con il poema Paesaggi umani dal mio paese (pubblicato in cinque volumi tra il 1966 e il 1967) tradisce significative somiglianze con l’opera di Kemal che proprio dalla grandiosa opera dell’amato poeta trasse ispirazione.

Risulta chiaro che Hikmet ha contribuito enormemente ad affinare l’arte narrativa di Orhan Kemal, senza farne una copia di se stesso, ma educandolo a trovare una voce e uno stile personali” (dalla postfazione al libro del traduttore Fabio De Propris).

Fu proprio Hikmet ad incoraggiare Kemal alla scrittura, spinta che portò il suo “allievo” a dedicarsi definitivamente ad essa dal 1949, sei anni dopo che fu rilasciato dal carcere in cui era detenuto con l’amico e maestro.
La casa di mio padre, con la sua scrittura immediata e a tratti ingenua, ci conduce per mano in una Turchia lontana, regalandoci uno scorcio poetico sulla storia, le tradizioni e le debolezze di un Paese che ancora oggi rivela profonde contraddizioni.

Orhan Kemal  – pseudonimo dello scrittore turco Mehmet Raşit Öğütçü – nacque a Ceyhan, nella provincia di Adana, nel 1914. Figlio di un noto avvocato, dovette seguire la famiglia esiliata in Siria per poi rientrare nel 1932 in Turchia, dove si mantenne lavorando prima come operaio, poi come impiegato. In seguito fu condannato a cinque anni di carcere per propaganda a favore dell’URSS e incitamento alla rivolta. In carcere condivise la cella con il grande poeta Nazim Hikmet, che lo influenzò profondamente, incoraggiandolo a dedicarsi alla scrittura di romanzi. Rilasciato nel 1943, riprese a svolgere lavori manuali, ma riuscì a pubblicare prima la raccolta di racconti La lotta per il pane e poi, nel 1949, il primo romanzo, La casa di mio padre. Nel 1966 fu nuovamente arrestato con l’accusa di aver formato una cellula di propaganda comunista, ma venne rilasciato dopo due mesi. Morì improvvisamente nel 1970 a Sofia.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di La ballerina dello zar, Adrienne Sharp, (Beat, 2013) a cura di Viviana Filippini

29 dicembre 2013

la ballerina dello zarIn La ballerina dello Zar la protagonista, Mathilde Kschessinska, è giunta quasi al secolo di età e decide di raccontare in un lungo flashback quella che è stata la sua esistenza tra pubblico e privato alla corte dei Romanov. Figlia di Felix Kschessinsky, famoso ballerino di origini polacche che per più di quaranta anni lavorò per i potenti zar, Mathilde ci porta dentro il suo mondo partendo da quel lontano 23 marzo del 1890 quando nel teatro Marijnskij svolse il saggio finale delle allieve del corpo di ballo. Tra le future étoiles c’era anche lei che a fine esibizione ebbe l’onere di sedere al tavolo dello zar Alessandro III, accanto al giovane e affascinante zarevič Nicola. Nonostante la timidezza, tra i due scattò immediata la scintilla e con il passare del tempo quel fuocherello divenne un vero e proprio falò amoroso, che ancora una volta riuscì a mantenere viva una tradizione in voga nella famiglia degli zar, quella che vedeva da tempo imperatori, granduchi, conti e ufficiali scegliere le proprie amanti tra le ballerine dei teatri. La ballerina dello Zar, edito dalla BEAT, è la narrazione di una storia d’amore nella quale non mancano ripicche tra amanti, amicizie pericolose, scambi di persone necessari a mantenere il quieto vivere a corte, giudizi affrettati e pregiudizi. Il tutto mescolato e mixato con sapienza dalla Sharp che fa di questo romanzo biografico, il racconto di una vita di una donna che è stata sì una grande ballerina di fama nazionale per la Russia, ma allo stesso tempo ha vissuto una lunga e travagliata relazione amorosa con lo zar Nicola II. Il romanzo della scrittrice americana non è solo la cronaca di una relazione di coppia, perché il libro porta noi lettori all’interno della società russa tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del ‘900, fino alla grande rivoluzione del 1917. Un evento drammatico che cambiò per sempre la Storia e le vite di coloro che sono i protagonisti di questa vicenda. L’autrice crea un perfetto equilibrio tra realtà e finizione mostrandoci le difficoltà di Mathilde e Nicola nel vivere la loro relazione, un rapporto intenso messo a dura prova dalle norme comportamentali della società dell’epoca e dal fatto che la ballerina era riconosciuta come amante, ma non aveva lo stesso potere d’azione della moglie dello Zar. Tra le pagine si alternano i palazzi di lusso pieni di sfarzo e oggetti preziosi, i ricevimenti, gli spettacoli teatrali, i potenti uomini alla prese più con tresche amorose che politiche e donne sempre pronte a mettere in mostra la propria bellezza per conquistare il partner. Non solo. Ne La ballerina dello Zar troviamo riferimenti precisi alla famiglia di Nicola II, alle figlie e alle preoccupazione per l’emofilia che tormentava e rendeva difficile la vita al piccolo Aleksej, erede alla corona. Questi sono i luoghi, le persone e gli eventi protagonisti de La ballerina dello Zar, accanto ai quali avanza come un fiume in piena una Pietroburgo sull’orlo della rivoluzione sociale accompagnata al profondo scontento, sempre più evidente, del popolo contadino povero e affamato.  Un malcontento sociale che intaccherà ogni singolo atomo della Russia e dell’amore tra Mathilde e lo Zar Nicola II costretto per questo ad abdicare, alla prigionia e ad uno sfortunato tentativo di fuga che non riuscì ad impedire alla Storia di svolgere il suo drammatico corso.

Adrienne Sharp ha studiato danza all’Harkness Ballet di New York. Insegna presso il Centro delle Arti Creative dell’Università della Virginia e vive in California con il marito e i due figli, Tra le sue opere si segnalano Withe Swan, Balck Swan e Sleeping Beauty.

:: Recensione di Splendore di Margaret Mazzantini (Mondadori, 2013) a cura di Irma Loredana Galgano

27 dicembre 2013

splendoreSplendore di Margaret Mazzantini, edito dalla Mondadori in formato cartaceo e digitale, è un romanzo che parla dell’amore ma soprattutto del dolore. È un libro intenso, profondo, a volte impegnativo come vuole da sempre la scrittura dell’autrice che indaga fin nel profondo dei suoi personaggi, scovando il loro lato segreto, nascosto, celato alla vista dei più ricoperto com’è dalle innumerevoli maschere di pirandelliana memoria che indossano per omologarsi, integrarsi, accettarsi in società, come la nostra, dove troppo spesso l’apparenza conta più della sostanza.
Guido e Costantino sono due ragazzi che nascono simbolicamente sotto lo stesso tetto, abitando entrambi nello stesso palazzo, ma mentre per andare a casa del primo bisogna salire, nel secondo caso bisogna scendere. Il primo è romano con una madre cresciuta in Belgio, il secondo è di origini pugliesi. Guido è figlio di un medico, Costantino del portiere dello stabile.

Servi di una volta, svelti a pulire, discreti a fare e andare. […] Mi dissero che erano andati in pensione, erano tornati giù. In quel generico giù, riconobbi l’Italia, il suo spirito, quella sua cronica divisione interna per ogni cosa. Un Paese abituato ad avere un sopra e un sotto, un attico e una cantina.

Non si capacitava da bambino Guido della rassegnata tranquillità della famiglia di Costantino, non riusciva a capire come potessero essere felici in quei locali umidi, poco illuminati, poco areati quando lui era un completo tormento interiore pur essendo circondato da ambienti, mobili e suppellettili di pregio. Avrebbe voluto incolpare di tutto sua madre che lo lasciava sempre solo, in compagnia di governanti invisibili, ma l’atteggiamento venerante del padre gli impediva di provare questo genere di sentimenti nei riguardi di Georgette.

Mi sembrava normale che lei non sentisse il desiderio di spendere il suo tempo con me in quelle attività mediocri, ripetitive. La immaginavo a scalare ben altre meraviglie, colmo di devozione come mio padre. Vivevo ai piedi di un altare, di un simulacro incendiato di promesse, mi specchiavo beato per riverberare un goccia del suo splendore.

È una continua lotta quella che devono affrontare Guido e Costantino, contro se stessi prima, l’uno contro l’altro poi e in ultimo contro la società che vuole a ogni costo imporre le proprie ferree regole e non concede sconti, neanche in nome dell’amore.
I loro impulsi sono generati da violenze subite, ma poteva anche non essere così, e il loro sarebbe stato semplicemente desiderio di vivere e condividere un sentimento con la persona con la quale senti di poter vivere una vita insieme, la tua vita, sulle cui scelte pensi di avere diritto di veto e di voto fino a quando non realizzi che non è tanto semplice fuggire dal dolore e dal male che lo accompagna, soprattutto quando questo veste i panni di un aggressore che ti prende alle spalle e scarica sul tuo corpo inerme la sua rabbia.

La paura è la più grande memoria dell’uomo.

Costantino questa paura non se la scorderà più, invece Guido non vuole dimenticare le sensazioni di prima … guardavo il filare delle luci incespicanti e sapevo che la vita era esattamente così, una lampadina sporca appesa a una fune elettrica il cui unico generatore di corrente è l’amore… e non riesce proprio a voltare pagina e andare avanti anche perché, contrariamente a Costantino che si ritrova circondato di persone che gli vogliono bene, lui rimane completamente solo, con i ricordi capovolti del suo passato, e non trova diversa via d’uscita che non sia correre veloce verso il trip del futuro.
Del romanzo della Mazzantini bisogna guardare l’insieme ma anche soffermarsi sui dettagli, sullo sfondo, sui personaggi, su quello che dicono, sul perché lo dicono… è necessario fondere il tutto e osservarlo da diverse angolazioni, solamente in questo modo si può godere appieno del suo splendore.

Margaret Mazzantini è nata a Dublino. Ha scritto Il catino di zinco, Manola, Zorro, Non ti muovere (premio Strega 2002, premio Grinzane Cavour 2002), Venuto al mondo (premio Campiello 2009), Nessuno si salva da solo e Mare al mattino. Vive a Roma con la sua famiglia.

:: Recensione di Guanciale d’erba, Natsume Sōseki, (Beat edizioni, 2013) a cura di Viviana Filippini

23 dicembre 2013

guanciale_d_erba_02_2_Il guanciale d’erba è il tipico cuscino utilizzato dai pellegrini giapponesi in cammino, ma il guanciale d’erba è anche il titolo del romanzo scritto da Natsume Sōseki nel 1906. L’ambientazione è nel Giappone dei primi del ‘900. Protagonista è un giovane pittore in viaggio in un mondo nel quale tutto sembra appartenere ad una dimensione fatata. Il narratore cammina senza avere una meta predefinita e le persone che incontra sono la rappresentazione di una umanità spesso sola e bisognosa del contatto con l’altro. Leggendo Guanciale d’erba si ha come la strana e piacevole sensazione di procedere a fianco del giovane artista percependo con lui tutto il mondo circostante. Compaiono così viandanti solitari e silenziosi, contadini intenti a lavorare la terra, nobili a cavallo e le bellezze del mondo naturale che danno piccoli assaggi d’ispirazione, mai del tutto completa, al giovane pittore e poeta. Tutto comincia a cambiare quando il protagonista, a causa di una insistente pioggia, trova riparo in un’abitazione sperduta sui monti. L’edifico è un casa da tè gestita da un’anziana signora che oltre ad offrire grande ospitalità al giovane, comincia a raccontargli  tante storie sulla gente del posto. In particolar modo la donna si concentra sulla drammatica vicenda della ragazza di Nakoi desiderata da due uomini, ma per sua sfortunata finita in sposa a quello che lei non amava. Il giovane artista rimane affascinato e colpito da questa vicenda e cerca di trovare i segni che testimoniano il sofferto passaggio della giovane alla casa del tè dove si trova lui. La ricerca sarà un cammino impervio pieno di verità a volte tra loro contraddittorie, concentrate attorno al dramma esistenziale di una donna costretta a sposare chi non amava. Le pagine scorrono via veloci e chi legge si trova davanti ad immagini pittoriche cariche di emozioni che raccontano i drammi esistenziali di un’umanità che, indipendentemente dalla posizione sociale, vive una vita di gioie, dolori, sofferenze. Tali sensazioni lasciano negli animi individuali, ma anche in quella del giovane artista, tracce indelebili che li segneranno per sempre. Sarà proprio grazie a queste impronte incancellabili che il pittore poeta troverà, dopo un lungo pellegrinaggio, il fuoco sacro dell’ispirazione per realizzare la migliore opera della sua vita. Guanciale d’erba è un libro poetico caratterizzato da un linguaggio elegante e delicato che trascina chi legge in un mondo e in un’epoca lontani, così diversi per usi e costumi dall’Occidente, ma così uguali alla nostra parte del globo per le emozioni messe in gioco.

Natsume  Sōseki, pseudonimo di Natsume Kinnosuke, nacque ad Edo (antico nome di Tokyo) nel 1867, da un samurai di basso rango, ultimo di sei figli, è considerato il più grande scrittore del Giappone moderno, maestro riconosciuto di Tanizaki, Kawabata e Mishima. Nel 1905 pubblicò il suo primo romanzo Io sono un gatto, edito da Neri Pozza nel 2006. Seguono, tra gli altri, Bocchan (Il signorino, Neri Pozza 2007), nel 1906 e Sanshirô del 1908. Morì nel 1916 a 49 anni. Tra le sue opere ricordiamo Il viandante, Erba lungo la via e i due romanzi apparsi in Italia sempre per Neri Pozza: Guanciale d’erba e Il cuore delle cose.

:: Recensione di Rollercoaster di Andrea Mariani (Meme Publishers, 2013) a cura di Irma Loredana Galgano

19 dicembre 2013

85962ccfa301b2f7a88372c8df33a8b3Rollercoaster di Andrea Mariani è disponibile da novembre in versione digitale edito da MEME Publishers Paris. Lo si può definire un noir metropolitano ma anche una rocambolesca avventura al limite dell’incredibile.
E, proprio come quando si sfreccia incollati ai sedili di gomma con le protezioni che ti strizzano la cassa toracica, leggendolo a tratti sembra veramente mancarti il respiro per la velocità delle sequenze narrative e la quantità di accadimenti e incidenti che si susseguono e si accavallano ininterrottamente dall’inizio alla fine, che poi tale non è.
Pur essendo ambientato in una grande città come Milano, l’azione sembra svolgersi in un luogo ristretto dove tutti gli agenti si ritrovano coinvolti in vicende e vicissitudini, dando al lettore l’impressione di assistere a una commedia dell’equivoco.
I temi trattati sono molteplici e vanno dal malessere sociale alla tossicodipendenza, dallo spaccio di stupefacenti a devianze di vario genere, ma l’autore preferisce non soffermarsi a lungo su questi, evitando di dare input in tal senso al lettore, il quale vede scorrere una serie di situazioni terribili, drammi umani, omicidi, suicidi, stupri e violenze varie senza avere il tempo quasi di razionalizzarli.
Va sicuramente riconosciuto il merito a Mariani di non aver voluto rappresentare o raccontare di immagini stereotipate bensì di aver mantenuto, nella costruzione dei suoi personaggi, una certa originalità. In alcuni passaggi ci si interroga sul perché abbia fatto prendere delle decisioni ai protagonisti piuttosto di altre quasi dimenticando che questi, per la gran parte della narrazione, agiscono sotto l’effetto di stupefacenti o annebbiati dai fumi dell’alcool e spaventa quasi il fatto che siano proprio i più cattivi ad agire con più razionalità, forse perché avvezzi a barcamenarsi in situazioni ad alto rischio.
Nico intenerisce per la sua ingenuità, per l’eccesso di zelo e per l’enorme fiducia che ripone in Valerie che sembra proprio non meritarle le sue attenzioni, finendo per trascinarlo in una disavventura dopo l’altra e riuscendo sempre a preferire la scelta sbagliata.
Stucchevole la figura di Walter, perché troppo crudele, infido, ambiguo e opportunista… fa rabbrividire il pensiero dei tanti come lui nascosti dietro le maschere bon ton che indossano come una seconda pelle.
Sortisce più o meno lo stesso effetto l’avvocato de  Martinis, talmente intento a mantenere intatte le apparenze da perdere completamente i lumi della ragione.
E Angus incattivito dalle ingiustizie subite… troppe per un giovane ragazzo alla cui vita viene dato il peso di un alito di vento, e lui nell’anelito di speranza di vendicare i torti finisce col diventare il carnefice di se stesso.
Su tutti poi incombe la figura del brigadiere Locascio, che dovrebbe garantire protezione ai cittadini, vigilare affinché l’ordine pubblico sia mantenuto e assicurarsi che giustizia sia fatta… atteggiamenti lontani anni luce dal suo effettivo comportamento, svuotato com’è di ogni se pur minimo interesse o buon proposito e intento solo a rifornirsi e imbottirsi di cocaina.
Il finale che in realtà è una ripartenza lascia presagire nuove avventure e ci si interroga su dove condurrà questa volta Nico quella punkettara di Valerie.

Andrea Mariani, classe 1977. Laurea in Giurisprudenza presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha avuto come autori di riferimento : Irvine Welsh, Jonathan Carroll, Stephen King e Niccolò Ammaniti. Musicista e frontman del gruppo alternative rock Endorfina,esordisce con il suo primo romanzo “Ossarotte” edito da Momentum.  L’album musicale, Connessioni Collettive, è scaricabile gratuitamente sul sito dell’editore Momentum. Nel 2012 ha pubblicato Sex tape, per Atlantis. Alcuni suoi racconti sono apparsi sul sito letterario Torno Giovedì.