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:: Presentazione del romanzo “Il giorno dei morti” di Maurizio de Giovanni con Giampaolo Morelli a cura di Cristina Marra

31 dicembre 2010

il_giorno_dei_mortiPresentazione del romanzo “Il giorno dei morti” di Maurizio de Giovanni con Franca Leosini e Giampaolo Morelli di Cristina Marra

Affollatissima alla fiera “Più libri più liberi” la presentazione del romanzo “Il giorno dei morti” (Fandango) di Maurizio de Giovanni. Introdotto e moderato da Mario Desiati, editor Fandango, con gli interventi della giornalista Franca Leosini, dell’attore Giampaolo Morelli e dell’autore, l’incontro si è incentrato sulla figura del commissario Luigi Alfredo Ricciardi, della regia Questura di Napoli, già protagonista dei romanzi “Il senso del dolore”, “La condanna del sangue” e “Il posto di ognuno”. Con “Il giorno dei morti” si conclude la quadrilogia legata alle stagioni con l’autunno piovoso e un pò triste della Napoli degli anni Trenta.

È la fine di ottobre del 1931, il primo freddo “arriva sempre di notte, quando tutti dormono, per cogliere di sorpresa” e di notte avvengono i delitti che saranno scoperti al mattino “quando la luce del giorno alzava il velo dalle turpitudini del buio”. All’alba il cadavere di un bambino, l’orfanello Matteo, è rinvenuto seduto sulla panca di pietra dello scalone monumentale di Capodimonte. La vista del corpicino fradicio di pioggia e di un cane che lo veglia a poca distanza, colpiscono Ricciardi al punto da richiedere l’autopsia del piccolo. Supportato dal brigadiere Maione ed in una città in pieni preparativi e divieti per l’imminente visita di Mussolini, Ricciardi, si addentra nei quartieri di Napoli percorsi dalla piccola vittima, indaga e si lascia a dare a ricordi e dilemmi personali e da “uomo destinato a camminare nel dolore” coglie quello del piccolo Matteo e di chi lo ha ucciso.

de_GiovanniFranca Leosini, giornalista Rai, autrice e conduttrice dei programmi su inchieste noir “Parte civile”, “Storie maledette”, “Ombre sul giallo”, ha tratteggiato la figura di Ricciardi, “un commissario atipico, un aristocratico che ha la capacità di vedere gli ultimi momenti di vita dei morti di morte violenta. Ricciardi”, ha continuato Leosini “è una persona molto sola, vive con l’anziana tata Rosa e convive con la sua caratteristica che definisce “il Fatto”. La Leosini scava a fondo nella figura del protagonista dei romanzi di de Giovanni, “Ricciardi oltre ad essere un solitario, non è neppure benvisto dai suoi colleghi perchè è bravo e professionale. Ciò che affascina è il suo rapporto con le persone e lo charme che esercita sulle donne”. La giornalista  ha evidenziato anche lo stile narrativo di de Giovanni, intenso, forte, coinvolgente e la sua scrittura che commuove, fa sorridere, invita a riflettere e diverte. “De Giovanni”, ha concluso Leosini “ per la cura dei dettagli e i dialoghi articolati è davvero un grandissimo scrittore e un ottimo sceneggiatore”.

De Giovanni ha raccontato Ricciardi attraverso la sua Napoli con le parole dello scrittore e gli occhi e il cuore di chi vi è nato e la ama incondizionatamente, “la mia città è bellissima”, ha esordito, “camminarci dentro e respirarla dalle colline verso il mare portandosi nell’anima l’odore del mare, di sofferenza e anche di sporco che si incontra in questo percorso, ti arricchisce di nuove storie”. Il suo protagonista coglie i diversi aspetti di Napoli, ne percepisce profumi e rumori, prova sensazioni ed emozioni che solo alcuni luoghi riescono a trasmettere. Ricciardi pur essendo un aristocratico, abbandona i privilegi e si fa carico del dolore altrui, lo sente e lo condivide.

“In questo romanzo muore un bambino” racconta de Giovanni “e la sua morte e la ricostruzione del suo passato mi hanno profondamente coinvolto. Il piccolo era orfano e balbuziente proprio per far capire con maggiore incisività quanto fosse difficile per un bambino come lui comunicare o far arrivare agli altri anche solo un flebile lamento”. La Napoli de “Il giorno dei morti” è quella chiacchierona e rumorosa che percorre di corsa il piccolo Matteo col suo cane. È la Napoli dei vicoli popolari, della gente povera ma vera. “Essere napoletani” ha concluso de Giovanni “è una gran fortuna anche dal punto di vista narrativo perchè vediamo sempre cose diverse e finiamo per essere un pò noir e un pò umoristici”.

Foto_G__MorelliTre domande a Giampaolo Morelli

Napoletano anche Giampaolo Morelli, attore e sceneggiatore che ha interpretato diversi ruoli polizieschi da “L’ispettore Coliandro” a “Distretto di polizia” ed ha intervallato gli interventi leggendo brani tratti dal romanzo.

Da interprete di ruoli polizieschi, che ne pensi del commissario Ricciardi?
“È un personaggio meraviglioso, ha una solidità e una purezza antiche. un uomo che non mostra ma è, e dati i tempi c’è veramente bisogno  di un personaggio così. Grazie de Giovanni!”
Hai letto brani sulla Napoli sotto la pioggia nell’autunno di Ricciardi. Che rapporto hai con la tua città?
“Credo che come tutti i napoletani che per lavoro sono dovuti andare via ci sia inevitabilmente un rapporto con Napoli di amore e odio. Una città piena di storia, cultura e talenti che purtroppo soffre, che purtroppo ti caccia via. Cinematograficamente parlando è una città che ancora non ha avuto quello che merita. Napoli è meravigliosa!”.
Progetti imminenti?
“Sto girando a Torino una miniserie per RAI 1, “La donna della domenica” tratta dal romanzo omonimo di Fruttero e Lucentini”.
Che ami leggere ?
In questo momento, e ti assicuro non lo sto dicendo per carineria, leggo il commissario Ricciardi, parallelamente alle riprese”.  

Liberidiscrivere vi augura Buon Anno!

31 dicembre 2010

Auguri di Buon Anno dalla redazione di Liberidiscrivere a tutti i nostri lettori, che sappiamo numerosi con l'augurio di fare sempre meglio. Buon 2011 ragazzi!

:: Intervista a Tommaso Pincio a cura di Valentino G. Colapinto

31 dicembre 2010

pincio2Grazie Tommaso per aver accettato la nostra intervista; iniziamo con le presentazioni. Il tuo vero nome è Marco Colapietro, sei nato a Roma nel 1963 e sul colle Pincio sorge il parco dove giocavi da piccolo; dopo aver frequentato l’Accademia Di Belle Arti, hai cominciato come fumettista e poi hai lavorato alle dipendenze di pittori italiani e stranieri; hai diretto per dieci anni una galleria d’arte internazionale e negli anni Novanta hai vissuto a New York per poi tornare nella tua Roma; ti sei dedicato solo tardivamente alla letteratura. Scrivi sotto pseudonimo e, secondo alcuni, manderesti addirittura un tuo amico alle (rare) occasioni pubbliche cui partecipi. Lo Spazio Sfinito è il tuo secondo romanzo (su cinque complessivi finora). Vuoi aggiungere altro?

È tutto esatto, più o meno. A parte quella storia delle occasioni pubbliche. Non ho mai mandato nessun amico a impersonare me stesso. Se vado, vado.

In un’intervista hai confessato di aver cominciato la tua carriera artistica e professionale con i fumetti. Disegnavi “fumetti porno-horror”, per l’esattezza. Si trattava di cose tipo “Jacula”, “Zora la Vampira” o “Sukia”, oggi diventate di culto? Puoi darci qualche particolare in più?

L’ho fatto per breve tempo. Era un lavoro schifoso, alienante. Dopo qualche mese, provato allo stremo, non ce l’ho fatta più e ho rassegnato le dimissioni. Ero impiegato presso uno studio dove si producevano le cose più disparate, dai cartoni animati per bambini ai fumetti porno. Fui giustappunto assegnato a quest’ultimo settore perché ero abbastanza veloce e preciso a “fare le matite”, che in gergo significa abbozzare le tavole che poi vengono ripassate a china dall’inchiostratore. Ogni mese ci venivano recapitati dei plichi contenenti sceneggiature demenziali su donnine in calore che copulavano con mostri di ogni tipo.
In particolare ne ricordo una ambientata a Venezia nel ‘700. Parlava di una specie di Casanova che si ritrova trasformato in una specie di orrendo polipo. Nottetempo l’ottopode riemerge dalle acque limacciose della laguna per introdursi nelle stanze da letto di fanciulle addormentate, che ovviamente vengono penetrate in un tripudio di tentacoli bavosi e mugolii di piacere.
Credo che la testata per cui realizzavamo simili capolavori si chiamasse “Oltretomba”. O magari “I sanguinari”. Ma può darsi mi sbagli: veniva pubblicata un sacco di quella porcheria in quegli anni ed è trascorso davvero molto tempo. La cosa interessante è che quando iniziai a lavorare ero ancora minorenne, appena diciassettenne, ma il capo non si fece scrupoli. Soltanto in un caso ebbe qualche tentennamento: una vignetta per la quale la sceneggiatura richiedeva testualmente un primo piano del membro del protagonista. “Forse è meglio che questa la disegni io” mi disse. Lo fece in controluce, tutto nero cioè. Diceva che a questi sceneggiatori partiva un po’ la brocca certe volte.

Sono passati ormai dieci anni dalla pubblicazione originaria di Lo Spazio Sfinito nella coraggiosa collana AvantPop di Fanucci, purtroppo poi chiusa, su cui erano pubblicati autori come Philip K. Dick, Joe Lansdale o William T. Vollmann. A quell’epoca eri ancora poco conosciuto e, soprattutto, non eri assurto al rango di “autore di culto”. Qual è adesso il tuo rapporto con questo romanzo degli esordi o quasi? Sei stato tentato di rivederlo o integrarlo in qualche sua parte?

Consegnato alle stampe, un romanzo appartiene al passato e ai lettori, se credono. La tentazione di rimetterci le mani non mi sfiora mai. Per me sarebbe come cercare di riportare in vita un cadavere. Preferisco conservarlo nel ricordo, coi suoi pregi e coi suoi difetti, come si fa con i morti.

Hai raccontato di aver vissuto negli anni ’90 come un hippie, inseguendo i modelli di Kerouac e Burroughs, vagabondando per l’Oriente e cercando quella che un tempo si chiamava l’espansione della coscienza. È in questo periodo che hai scritto Lo Spazio Sfinito e devo dire che si sente. Lo definirei, infatti, un’operetta beat. Che cosa rimane oggi di quel periodo della tua vita?

In realtà, ho vissuto in maniera sbandata soltanto la parte terminale di quel decennio. Agli inizi degli anni ’90 vivevo a New York e avevo abitudini d’altro genere. Soprattutto facevo un lavoro che mi obbligava a tenere un certo contegno. Dirigevo una galleria d’arte e avevo contatti quotidiani con persone importanti e danarose. Non bisognava essere inappuntabili come broker, ma l’apparenza aveva comunque un suo peso ed è facile immaginare perché: non puoi chiedere cinquantamila dollari per un quadro coi jeans strappati e le sneaker, sebbene fosse proprio quella la mia mise ideale.
Poi è accaduto qualcosa, o meglio una serie di cose che mi hanno indotto a sbracare, per così dire. Si è trattato in parte di una reazione: il mondo danaroso e sopra le righe col quale mi toccava tenere contatti quotidiani aveva parecchi lati che cozzavano col mio carattere. Ho iniziato a vivere disordinatamente, acquisendo anche qualche abitudine non molto salubre. Ma non mi pento di nulla: è stato un periodo piene di scoperte.

Come già per Cinacittà, hai realizzato personalmente la copertina della nuova edizione de Lo Spazio Sfinito, lanciando tra l’altro un sondaggio su Facebook per scegliere tra la versione in bianco e nero e quella colorata. Inoltre, hai ripreso ultimamente il pennello in mano, realizzando personalissimi ritratti di scrittori famosi, sia scomparsi che viventi. Penso, per esempio, alla vera e propria Icona che hai realizzato di Giuseppe Genna. Qual è per te il rapporto tra scrittura e arti figurative?

I ritratti degli scrittori sono un passatempo, una distrazione. Mi diverto a disegnarli e dipingerli ma non sono così insensato da attribuirgli chissà quale valore artistico, anche se l’idea di fare una mostra mi solletica parecchio.
In termini più generali, tutto ciò che è visivo ha uno stretto legame con la mia scrittura. Sono abituato a ragionare per immagini perché questa è stata la mia formazione. Da ragazzo non facevo che vedere quadri, visitare mostre, musei. Avevo un grande interesse anche per i fumetti perché la distinzione tra cultura alta e bassa non ha mai fatto parte della mia indole. Mio zio e mio padre gestivano un’edicola di giornali; ci passavo giornate intere da bambino e in quel chiosco pieno di carta stampata le cose erano una accanto all’altra senza troppa distinzione.
Un fascicolo dei Maestri del colore dedicato a Caravaggio poteva trovarsi a pochi decimetri da un numero dell’Uomo Ragno o di Playboy. La commistione di mondi lontani che caratterizza buona parte del mio lavoro deriva probabilmente da come il mio occhio è stato educato nell’infanzia. Se mio padre fosse stato un antiquario probabilmente non avrei mai scritto certi romanzi.

Lo “Spazio Sfinito”, tecnicamente, è un’ucronia per quanto sui generis. Hai dimostrato di amare molto questo genere letterario, ancora poco praticato in Italia (anche se ultimamente ci sono state parecchie eccezioni). Eco ci ha spiegato come anche la Parigi di Dumas Padre o di Simenon fosse in realtà ucronica, perché – per esempio – contemplava strade o civici inesistenti. Più in generale, tutta la letteratura sembra essere più o meno ucronica, alternativa alla realtà storica ed empirica, per quanto spesso voglia convincerci del contrario. A questo proposito, cosa ne pensi di quanti da qualche anno a questa parte vanno predicando – in forme diverse – un “ritorno alla realtà” nella narrativa?

Non mi pare una grande novità. Tu usi la parola “ritorno”, ma di fatto il reale non è mai scomparso dal nostro panorama narrativo. L’amore per il vero è il nostro feticcio nazionale. E anche il nostro guasto peggiore, perché ci illudiamo che un racconto “vero” apra le porte della verità quando spesso è proprio il contrario. Qualunque eccesso di realismo determina nel lettore una reazione superficiale, emotiva, perché tutto si concentra nello scandalo del momento. Ci si indigna, ci si accalora, ma poi? Trasfigurare la realtà attraverso la finzione ci obbliga invece a vedere le cose da una prospettiva diversa. Può capitare di sentirsi meno coinvolti, meno catturati empaticamente dal racconto, ma questa perdita viene compensata da uno spazio più meditativo. Il lettore è costretto a chiedersi perché la storia gli viene raccontata in una certa maniera.
La verità è che noi italiani gradiamo poco la fatica delle domande. Vogliamo risposte e le vogliamo semplici; risposte che vadano dritte al cuore senza sfiorare troppo la mente. Ma sia chiaro, non sono affatto avverso a una narrativa di tipo realista. Quel che trovo nefasto e non posso condividere è il primato morale che gli viene riconosciuto.

“Vuoto”, scritto sempre con l’iniziale maiuscola, è sicuramente la parola chiave del tuo romanzo. Un Vuoto da riempire per Marilyn Monroe, un Vuoto da inseguire per Jack Kerouac o da rifuggire per Neal Cassidy. E il Vuoto Spaziale, nero e assoluto, fa da contraltare al Vuoto interiore dei personaggi che si aggirano fragili e spauriti tra le pagine del romanzo. Possiamo affermare che c’è una componente mistica, di stampo buddista, nel Vuoto di cui parli e che l’Albert Einstein del libro (emblema del pensiero scientifico occidentale) cerca altresì di negare? E il Muggito del Tutto è forse un richiamo ironico all’Ohm induista?

Più o meno. È stato proprio in quel periodo che mi sono avvicinato al pensiero orientale. In parte leggendo Kerouac, il vero Kerouac intendo. E in parte frequentando la scena delle feste Goa.
Ero solito partecipare a questi raduni di party people dove si suonava musica psichedelica per tre o quattro giorni di seguito. Era un pullulare di giovanastri, ma anche di attempati reduci dell’era hippy, che aprivano le porte delle loro percezioni usando come chiave speciali sostanze chimiche non sempre ammesse dalla legge. Queste feste erano decorate con dipinti di sapore decisamente visionario dove il simbolo dell’Om la faceva da padrone.
C’è però un’altra ragione per cui ho scelto di velare d’oriente i reiterati riferimenti al Vuoto. Lo spazio sfinito è intriso di nostalgia. Di un sentimento di rimpianto per cose andate perdute. Una di queste cose è proprio il Vuoto, il Nulla.
Il nostro tempo è infatti un immenso pieno. Ogni secondo della nostra esistenza è riempito da un suono, da uno stimolo. A qualunque ora del giorno o della notte tu accenda la televisione trovi sempre un deficiente che ha qualcosa da dire o un nuovo prodotto da comprare o un culo perfetto dietro il quale sbavare. Ai tempi della mia infanzia non era così. Esistevano un inizio e una fine delle trasmissioni. Se accendevi l’apparecchio al mattino compariva l’immagine fissa del logo Rai e udivi un sibilo, una specie di serena sorda, un mugolio elettronico che mi faceva pensare al nulla. Nel ricordo quel nulla mi sembra più pieno della gran massa di cose ammassate nelle nostre vite di adesso. Ma forse è soltanto l’effetto della nostalgia.

Ti offenderesti, se ti definissero uno scrittore di fantascienza? Jonathan Lethem ha recentemente ricordato come nel 1973 “L’Arcobaleno della Gravità” di Thomas Pynchon avesse rischiato di vincere il Premio Nebula, il più prestigioso riconoscimento della fantascienza letteraria.
In Italia purtroppo gli editori sono costretti a pubblicare romanzi di fantascienza come i tuoi o quelli di Laura Pugno come opere mainstream, per paura di inibire i lettori nostrani, notoriamente avversi al genere, mentre in America grandissimi come Kurt Vonnegut o David Forster Wallace hanno scritto sf senza alcun pudore. E qual è secondo te la differenza che separa la sf dalla letteratura postmoderna?

Mi hanno definito più volte così e non mi sono mai offeso. Sai chi è un’appassionata lettrice di fantascienza? La pornostar Stoya. Nelle interviste le chiedono sempre quali sono i suoi autori preferiti, e pare si sia scocciata di fare sempre i nomi di William Gibson e Anne McCaffrey.
Ti dico questo perché il primo a notare uno stretto legame tra queste due sfere all’apparenza lontane è stato Kurt Vonnegut, un autore sempre in precario bilico tra genere e mainstream. A suo avviso, che quel che fantascienza e pornografia hanno in comune è la visione di un mondo impossibilmente ospitale. La penso esattamente come lui e pertanto non vedo nessuna particolare differenza tra sf e letteratura postmoderna.

Partito come scrittore sperimentale con la tua opera prima M. (1999) hai sempre più “normalizzato” il tuo stile, fino a raggiungere quasi un grado zero di scrittura, convinto come sei che sia più importante cosa si racconta di come lo si racconta. Questo ti qualifica sicuramente come uno dei più importanti narratori italiani in attività. La nostra letteratura, però, è da sempre sbilanciata verso la prosa d’arte e la sperimentazione formale e chi fa sceglie, come te, una lingua più ordinaria è visto con sospetto se non disapprovato pubblicamente, come pure ti è capitato da parte di critici famosi. Perché tanto pregiudizio in Italia per la narrazione tout-court?

Una caratteristica del nostro paese è quella di concepire la cultura in termini elitari. Non esistono vie di mezzo. O sei un’artista vero, d’avanguardia, o sei popolare, di massa. Tra i due estremi ci sarebbe un sacco di spazio, ma nessuno vuole starci con tutte le scarpe.
Avviene così che il falso culturale di spacciare libri commerciali per alta letteratura diventi norma. Il fenomeno è riscontrabile anche nel cinema e in tv. Si è persino coniato un neologismo truffaldino, lo stra-cult, col quale la schifezza della schifezza della schifezza assurge ad arte proprio perché schifezza in sommo grado. Mi dirai: cosa c’entra questo con la narrazione? C’entra, perché la narrazione è proprio quella grande terra di mezzo dove nessuno vuole stare. O meglio: dove stanno in molti, pretendendo però di essere altro ovvero di essere “anche” quello ma in modo speciale.
Il vero termometro della cultura di un paese non andrebbe cercato né nei suoi picchi né nei suoi baratri, come si è soliti fare nel nostro paese, bensì nella qualità di ciò che sta in mezzo, nella qualità del livello medio. La vera narrazione è buona mediocrità: per questo c’è tanto pregiudizio nei suoi riguardi.

Io amo molto il pop-surrealismo o lowbrow art, che anche in Italia va di moda da qualche anno a questa parte, soprattutto dopo l’apertura di gallerie specializzate come Dorothy Circus Gallery o Mondo Bizzarro.
Le tue opere mi sembrano alquanto affini a questa corrente artistica o almeno al suo comune sentire, che cerca di mescolare la cultura alta con quella bassa (graffiti, tatoo, fumetti, ecc.) e di ritornare al figurativo e a un’arte che sia facilmente “comprensibile” e “gradevole”.
Immagino che anche a te piacciano artisti come Ray Caesar, Takashi Murakami e Kris Lewis… o mi sbaglio?

Non sbagli affatto. Ammiro molto quegli artisti e li trovo molto affini. Purtroppo nei salotti buoni dell’avanguardia il Surrealismo Pop viene guardato con la puzza sotto al naso. E anche questa è una vecchia storia. Il surrealismo è stato il movimento più importante del XX secolo ma è spesso guardato con sospetto, se non liquidato come una sorta di eccessivo, incontrollato sconfinamento nel cattivo gusto. Eppure è l’anima della modernità. Piet Mondrian, dunque un pittore in apparenza agli antipodi, ebbe a dire: “In fondo, siamo tutti surrealisti”.

Recensione di L'illusionista di Edoardo Montolli a cura di Stefano Di Marino

27 dicembre 2010

montolliL’ILLUSIONISTA di Edoardo Montolli – Aliberti – pp395- 19 euro
Elementi fortissimi. Una suora, truccata e in abito da sera,viene trovata sgozzata in un convento milanese. Sul braccio una data tatuata. Quella della sua morte. Ma forse  è rimando a un oscuro segreto che affonda nel perbenismo di una famiglia dell’alta società. Poi, lentamente ma con inesorabile precisione, emerge una leggenda urbana, anzi una leggenda del mondo criminale. La tecnica del Labirinto. Un piano così complesso, così imprevedibile da far perdere la testa. Soprattutto se la vittima finisce per ‘ metterci da solo il collo nel cappio’ come viene martellato nella mente del lettore. E spunta la figura di un criminale inafferrabile, abilissimo, capace di trasformarsi in chiunque e di non dimenticare nessuno. Così Johnny Santini, professore di liceo a Rho, uomo tormentato da un amore che non tornerà più ( o forse no?), strafatto di  hashish,  incline a innamorarsi di studentesse viziose, di cause perse, a lanciarsi in ardite quanto inutili imprese pseudo animaliste, si ritrova al centro di un intreccio che da piccoli fatti scollegati diventa…i l labirinto. Poliziotti corrotti, ex galeotti, combattimenti di cani, frati, agenti dei Servizi, signore della Milano-bene, imprenditori del porno, gente con la faccia pulita e l’anima nera. Mi piacciono le storie di Milano. Ne leggo moltissime un po’ perché è la mia città e anche io spesso ne scrivo, un po’ perché… inconsciamente voglio vedere cosa fanno i colleghi… se sono più bravi, se si  attribuiscono illegalmente l’eredità di Scerbanenco che della ‘Nebbiosa’ fu cantore insuperato. Credetemi, ne leggo di porcherie. L’illusionista ,invece, è forse il miglior thriller che ho letto negli ultimi tempi. E non solo su Milano. Che poi è la città che riconosco nei miei racconti ma vista con un occhio e un’ispirazione differente. Eppure lo sento vicinissimo, Edoardo, mentre corre affannato con il suo protagonista passando da un livello all’altro di un girone infernale. Sullo sfondo una realtà che recepisco tutti i giorni ma arricchita da caratteri, segreti, storie intrecciate da toglierti il fiato. Perché questo romanzo non ha vinto un premio? Non lo so, ma di certo vince il mio come lettore e collega. Edoardo lo conosco da una vita. Ho letto i suoi precedenti romanzi (Il Boia e La ferocia del Coniglio) che ho apprezzato ma con L’Illusionista fa un salto di qualità non trascurabile. I personaggi, l’intreccio si fondono con l’ambientazione. Scrive un vero ‘ nero’ed malgrado sugli scaffali italici questo genere trabocchi, non è cosa da poco. Una di quelle storie dove un poveraccio con tutte le sue pecche si trova ingabbiato in un meccanismo implacabile e tu, lettore, sei lì che vuoi sapere cosa c’è sotto. Speri che Johnny se la cavi e, al tempo stesso, assapori una sapiente messinscena che nella mala vecchia si chiamava ‘l’orologio’ ma qui sugge energia da Kayser Soze  e da mille altre suggestioni che Edoardo fonde in una trama complessa ma alla fine perfettamente comprensibile. Non fosse che  per questo varrebbe la pensa di leggerlo questo romanzo. Ma sfogliatelo con più attenzione. Scoprirete che Johnny Santini un po’ siete voi. E che la città che lo avviluppa è la vostra.

:: Alexandre Dumas padre inedito a cura di Elena Romanello

23 dicembre 2010

IL RITORNO DI ALESSANDRO DUMAS PADRE

È stato il padre del romanzo storico tout court, pubblicato come romanzo d'appendice sui quotidiani: Alessandro Dumas padre, molto amato dal pubblico dell'epoca e guardato allora con sufficienza dalla critica per essere poi rivalutato decenni dopo, ha ispirato autori e autrici fino ad oggi con le sue avventure nella Storia, mai comunque travisata e sempre sfondo attivo su cui far agire moschettieri e cavalieri, dame e regine, tra drammi, passioni, battaglie, tradimenti.

La sua produzione letteraria è vastissima, con una trattazione pressoché completa della Storia di Francia dal Medio Evo all'Ottocento, ma i suoi romanzi più reperibili sono la trilogia dei Tre moschettieri (I tre moschettieri, Vent'anni dopo, Il visconte di Bragelonne), il cupo La regina Margot, sulle guerre di religione del Cinquecento, e Il conte di Montecristo, archetipo di ogni storia di vendetta.

La casa editrice Donzelli di Roma ha iniziato una riproposta o proposta, perché alcuni suoi romanzi non sono mai usciti in italiano e risultano di non facile reperimento anche per il mercato francese, delle opere di Dumas: oltre ad una nuova traduzione, che recupera parti inedite partendo dalle prime edizioni, de Il conte di Montecristo, ci sono due altre proposte praticamente inedite.

Madame Sylvandaire è il romanzo d'esordio di Dumas padre, ambientato nella Francia della Reggenza, il periodo storico che partì quando nel 1715 Luigi XIV, il Re Sole, morì anzianissimo lasciando come unico erede un bimbo di cinque anni, Luigi XV, per il quale si ritenne necessario nominare un Reggente, il cugino, duca d'Orléans. Su questo sfondo si dipana l'epopea di Roger Tancrède d'Anguillhem, giovane nobile squattrinato di provincia, che va a Parigi per recuperare una controversa eredità con cui potrà sposare l'adorata Costanza: nella capitale francese, sfrenata, violenta e libertina, conoscerà l'ambigua e affascinante Madame Sylvandaire, personaggio che anticipa non poco la perfida Milady dei Moschettieri, ma che per certi aspetti è più intrigante in quanto non si capisce fino in fondo quanto sia buona e quanto sia cattiva.

La guerra delle donne, uno dei tanti romanzi che l'autore scrisse per guadagnarsi da vivere quando comunque era ormai famoso, è alla sua prima pubblicazione in Italia, dopo essere stato riscoperto in Francia dopo oltre un secolo e mezzo dalla sua uscita sulle colonne del giornale La Patrie. L'epoca è la stessa di Vent'anni dopo, la Francia alle prese con la rivolta della Fronda, primo serio tentativo di attacco al potere reale da parte però di una parte della nobiltà. Nanon de Lartigues e Claire de Cambes, rivali in guerra e amore, reggono le sorti di una vicenda appassionante, divertente ma anche fosca e tragica, su un'epoca remota da riscoprire.

A distanza di un secolo e mezzo dalla loro uscita, i libri di Dumas restano godibilissimi per un pubblico assetato di emozioni e di intrecci, per il gusto della narrazione non pedante che porta in mondi remoti che sanno avvolgere al punto che diventa difficile staccarsene. Non c'è che da essere molto contenti per la scelta editoriale di Donzelli, ed attendere i prossimi titoli.

Elena Romanello

:: Intervista ad Andrea Bruni a cura di Valentino G. Colapinto

22 dicembre 2010

andrea_bruni_3Liberi di Scrivere intervista Andrea Bruni

Ai tempi delle scuole elementari scopre Silvan e decide che nella vita farà il prestigiatore: alla medie incontra sulla sua strada “Il cavaliere inesistente” di Calvino e comprende che il suo mestiere sarà quello dello scrittore: ma la sua vita cambierà al Ginnasio per colpa di Enrico Ghezzi che presenta un epico ciclo di visioni notturne (Freaks, Simon del deserto, Il corridoio della paura): una vita rovinata. Per “venerare” il cinema ne ha fatte di tutti i colori: organizzare rassegne nei più remoti anfratti di montagna; scrivere un paio di libri che han venduto meno dell'autobiografia di Iva Zanicchi; impegnare i gioielli di famiglia per farsi mandare dal Giappone i dvd di Takashi Miike. Si definisce “bello come l'incontro casuale di un ombrello e di una macchina da cucire su di un tavolo operatorio” e “marxista rococò”. Il suo nome è Andrea Bruni, ma molti lo conoscono (e lo amano) su internet come il Conte Nebbia.

Una prima domanda che è ovvia ma inevitabile: il personaggio di Claudio, il luciferino Professore di Lettere, è in qualche misura autobiografico?

Forse è un Mr. Hyde, che odio. Ho fatto molti corsi nelle scuole e ho compreso come una persona, con un minimo di carisma, possa avere un grande ascendente sui ragazzi. Poi, quando ero al Liceo, sfortunatamente ebbi un Preside troppo innamorato del concetto di “Efebo”. Io e altri eravamo vittime di particolari attenzioni (carezze laide, moine, ecc.): noi si restava lì, senza proferir parola, terrorizzati dal suo ruolo di Preside… Da lì nasce Claudio.

Dopo “Sugli Sugli Bane Bane” hai intenzione di scrivere altri romanzi in futuro o questo resterà un unicum nella tua carriera?

Da tre anni sto lavorando a un romanzo ambiziosissimo, ove vorrei ricreare l’atmosfera folle e vitale della prima stagione del Surrealismo (dal ‘24 al 1930, più o meno). Un opus magnum terribile, perché devo dar voce a personaggi realmente esistiti. E che personaggi: Breton, Eluard, Dalì, Bunuel… Sono a pagina 50, giusto per dirti la fatica.

Da quanto ho capito, il tuo primo romanzo ha avuto una storia abbastanza travagliata, in quanto sei stato costretto a ricorrere a Lulu e solo successivamente hai trovato un editore tradizionale, Epika Edizioni. Ce ne vuoi parlare?

Io ho avuto rapporti difficili con gli agenti letterari. Essendo molto amico di professionisti come Lucarelli, Baldini, la Vinci, ho tentato la strada dell’agente: tutti mi hanno detto: “Ma il tuo è un libro sperimentale, una roba d’avanguardia… Non potremmo mai venderlo… In Italia ci vuole la storiellina lineare.”

Da qui la depressione, poi la decisione di autopubblicarmi con Lulu e, infine, con la partecipazione di coraggiosi amici, l’idea di fondare Epika!

Sei un grandissimo appassionato e conoscitore di cinema. È tra i tuoi desideri o obiettivi anche quello di scrivere e fare cinema oppure preferisci restare dall’altra parte dello schermo come spettatore cinefilo e critico?

Il cinema in Italia è morto, perché non vi è più una sana politica produttiva, e non vi sono (quasi) più sceneggiatori degni di questo nome: meglio restare dall'altra parte della barricata. Anche se non amo il termine “critico”, che conduce sia a Onan che a Narciso… Preferisco “studioso di cinema e conservatore del Bello in Celluloide”.

Qual è il tuo rapporto con Facebook e Internet più in generale? Ritieni che possa essere utile alla creatività oppure che rischi di omologare il gusto dominante ancor più della televisione? E ritieni inoltre che la visibilità ottenuta tramite FB ti abbia aiutato in qualche maniera?

Io sono un sostenitore di Internet: se qualcuno mi conosce in Italia, lo devo ai tempi gloriosi dei Blog. Non è un caso che con le mie note, con le mie piccole provocazioni, sto cercando di “blogghizzare” pure FB!

Valentino G. Colapinto

Recensione di Pirata, Mammuth e Cecchino di Alberto Caprara a cura di Diego Di Dio

21 dicembre 2010

caprara-grande“Pirata, Mammuth e Cecchino”, di Alberto Caprara

(Giulio Perrone Editore, Divisione LAB)

Nella fredda Bologna degli anni ’90, Ivan è un fotografo che lavora per un gruppo di delinquenti di serie B, che vive grazie ai ricatti perpetrati a danno dei clienti delle prostitute, colti in “flagrante”.

Ma è proprio una delle foto scattate dal protagonista a far decollare la storia. Ivan, in poco tempo, viene catapultato in un vortice di vicende e intrighi che ha, come epicentro, una delle vicende criminali più crudeli di quegli anni: la storia della Uno bianca.

Il protagonista si trova, suo malgrado, al centro di un ginepraio inestricabile e spietato: pistole, omicidi, serate di gala, prostitute, cocaina, servizi deviati e feste hollywoodiane.

La storia sarà il volano che costringerà Ivan a confrontarsi con il proprio lato oscuro, ad affrontare i propri demoni e a scoprire, dentro se stesso, un alter ego spaventoso e senza scrupoli, di cui non sospettava nemmeno l’esistenza.

“Pirata, mammuth e cecchino” di Alberto Caprara è un thriller scorrevole, avvincente, accurato e originale. A metà strada tra una spy story e un nero all’italiana, il romanzo è, al contempo, una puntuale e affascinante introspezione nella psiche e nelle fragilità del protagonista.

L’autore, che con questo libro firma il suo esordio monografico, scrive come se fosse un veterano del mestiere, un giallista consumato. I suoi personaggi risultano ben caratterizzati, vivi a tutto tondo, assolutamente mai banali. I dialoghi e la descrizione dei luoghi sembrano frutto di uno studio minuzioso, di una ponderazione precisa e meticolosa che consente allo scrittore di dribblare abilmente tutte le tentazioni da “cliché” disseminate lungo una trama del genere.

E quando sembra che la storia stia per prendere una piega a noi ben nota, un happy end (senz’altro prevedibile, ma) rassicurante e confortevole, ecco che Caprara si rifiuta di piegarsi a un facile “E vissero tutti felici e contenti”; anzi, con distaccata lucidità, si mantiene fedele alla promessa che, tacitamente, sembra averci fatto sin dal titolo: quella di un romanzo fresco, nuovo, un thriller spionistico e atipico, originale e sorprendente.

Nell’augurare allo scrittore una prolifica carriera, mi permetto di coltivare una duplice speranza: da un lato, spero che gli editori non tardino ad accorgersi di un talento narrativo ancora poco conosciuto; e, dall’altro, che i lettori sparsi per l’Italia  non esitino ad acquistare un romanzo che vale fino all’ultimo centesimo di quello che costa.

Diego Di Dio

Intervista a Franz Krauspenhaar a cura di Valentino G. Colapinto

21 dicembre 2010

1975Liberi di Scrivere intervista Franz Krauspenhaar 

Franz Krauspenhaar (Milano, 1960) ha pubblicato “Avanzi di balera” (Addictions Libri, 2000), “Le cose come stanno” (Baldini Castoldi Dalai, 2003), “Cattivo sangue” (Baldini Castoldi Dalai, 2005), “Era mio padre” (Fazi, 2008), “L'inquieto vivere segreto” (Transeuropa, 2009), “Un viaggio con Francis Bacon” (Zona, 2010). Ha partecipato a numerose antologie di racconti e, per quanto riguarda la poesia, ha pubblicato fra le altre la silloge poetica “Champagne” (Feaci Poesia E-dizioni, 2006), il poemetto “Monoscopio segreto” (Feaci Poesia E-dizioni, 2007) e la silloge “Cocktail K” (Feaci Poesia E-dizioni, 2008). È stato redattore dal dicembre 2004 all'agosto 2008 del blog collettivo “Nazione Indiana”, e ha fondato, assieme a Fabrizio Centofanti, il blog collettivo “La poesia e lo spirito” nel gennaio 2007. Collabora con giornali e riviste scrivendo di letteratura e di costume. È tra i fondatori del nuovo magazine “Torno giovedì”. 

La prima domanda è ovvia ma inevitabile: quanto c'è di realmente autobiografico nel tuo romanzo e quanto invece appartiene piuttosto all'autofiction, un genere ultimamente molto di moda?

È un romanzo autobiografico, ma è raccontato come una storia di fantasia. L'autofiction non mi interessa, almeno per ora. In “Era mio padre”, di due anni fa, ho raccontato la verità ma con un tono più lirico e grave. Per raccontare un solo anno della mia vita ho preferito fare qualche disegno a colori sul nero del fondo. D'altronde i grandi dolori non erano ancora arrivati, anche se una noia devastante, dovuta anche ai quei tempi, già m'incappucciava, rapendomi. 

Mi ha stupito leggere la descrizione piuttosto negativa che fai dell'anno 1975. Solitamente, siamo abituati a mitizzare gli anni settanta. Proprio nell'edizione appena conclusasi di “Più Libri, Più Liberi”, la Transeuropa promuoveva un suo libro di prossima uscita, “Seventy sex”, con questo strillo: “Mai provato ad avere 15 anni nel '75, 16 nel '76 e 17 nel '77?

Si sottintendeva, ovviamente, che essere cresciuti in quegli anni significava aver vissuto in un momento magico e irripetibile e, in fondo, moltissimi di noi sono convinti che sia stato davvero così.

Nel tuo libro, invece, scrivi: “Vivevamo in un periodo di merda e lo sapevamo”. Vorresti esplicitare meglio questo giudizio?

Per qualcuno quegli anni sono stati sicuramente meravigliosi: parlo di speculatori, star del rock e del cinema, della televisione, star della politica… io li ho vissuti dall'osservatorio non privilegiato di un ragazzo borghese senza soldi in tasca, abbastanza consapevole, già abbastanza schifato dal male che lo circondava. Penso sia sempre questione di sensibilità e di senso morale. Il fatto che noi compravamo i vinili di gruppi rock passati alla storia proprio nel loro momento di gloria, mentre oggi i ragazzi sono di fronte alla distruzione totale dell'industria discografica e – salvo poche eccezioni – la musica “giovane” di oggi fa schifo, non basta a fare di noi ragazzi di ieri dei privilegiati.

Allora si scriveva a mano o a macchina, si comunicava su telefoni fissi con poche persone, se non si era ricchi non si avevano grandi possibilità di conoscere gente, se non al mare, ad agosto. Io vivevo a scuola, sull'asfalto della strada e a casa. Spesso davanti alla televisione in bianco e nero. Era un periodo di merda, lo ribadisco. Deturpato da ideologie nefande, che avevano già causato negli anni antecedenti disastri inimmaginabili.

O stavi da una parte o stavi dall'altra. E io stavo a destra, quella estrema, soprattutto per reazione. Ero un reazionario, odiavo gli intruppamenti, e perlomeno in questo non sono cambiato. Solo che oggi destra e sinistra sono sostanzialmente dei cartelli indicatori che portano a un unico strapiombo. Soprattutto la destra, è morta da un pezzo. Non ha alcun senso chiamare questi mascalzoni politici di destra. A sinistra le cose vanno un po' meglio, o meno peggio. Io che ho votato per parecchi anni, fino alla fine, per il MSI, da parecchi anni voto a sinistra. Tappandomi il naso alla maniera del grande Montanelli, l'unico giornalista a cui ho dato retta senza pentirmi. 

Alla luce della tua esperienza, la vocazione per la scrittura è più un dono o una condanna? E, potendo rinascere, vorresti diventare ancora uno scrittore?

Potendo rinascere vorrei diventare uno scrittore tedesco o americano. Sicuramente potrei tentare di vivere dei miei libri. Qui sei un paria, uno che non conta un cazzo. È l'argent che fa violenza, come disse Italo Cucci. Sei superato da scribacchini da bestseller e da giornalisti che Bel Ami avrebbe rifiutato alla sua mensa con la pistola in pugno. La vocazione? È un dono. La condanna è nel vivere schiacciati da questo dono. C'è chi ce la fa, per carattere, a scantonare da tale schiacciamento. Non io, non del tutto. Vivo per questo. 

Lo status sociale di uno scrittore in Italia è oggi miserrimo, per non parlare del suo reddito. Due anni fa anche tu partecipasti a una discussione sulla necessità che lo Stato finanzi in qualche maniera gli scrittori, come pure accade in forme diverse all'estero. È davvero possibile e utile istituire un salario minimo garantito per gli scrittori? Non rischierebbe di essere gestito con le stesse logiche distorte che vediamo applicate ai finanziamenti pubblici destinati al cinema italiano?

Partì da Vincenzo Ostuni e poi da me, il dibattito. Pubblicai su Nazione Indiana – ne ero ancora redattore –  un pezzo che si chiamava “Siamo i Fangio della cultura che non paga”. Fangio correva nei '50 su bolidi pericolosissimi. Noi pure – perché la letteratura è una cosa seria e pericolosa – ma certo non avevamo niente di concreto in cambio.

In Italia scrivere è considerato un privilegio, per cui puoi tranquillamente non essere pagato. Gli editori non rischiano nulla. Alcuni fanno “collana” e poi ti mandano affanculo. Se non vendi, loro comunque ci guadagnano lo stesso; risparmiando sull'anticipo, per esempio. Un editore deve investire: per esempio sulle presentazioni. Se tu non mi rimborsi il biglietto del treno, sei un miserabile.

Gli editori li conosco bene: dico spesso che ho avuto più editori che mal di testa. Alcuni sono dei mascalzoni mascherati da uomini di cultura e d'impegno, altri dei duri senza purezza, che cercano il prestigio personale sulle spalle degli autori. I grandi editori ormai puntano al commerciale. Finiti i tempi di Einaudi faro dell'editoria italiana. Sono altri gli editori che lavorano su testi sperimentali, di ricerca.

Poi è chiaro, se hai il santo in paradiso arrivi dove ti pare. E se sei bravo, siamo tutti qui ad applaudire. Se invece sei una chiavica, quella rimani.

Non credo al salario minimo. Per carità. Io non voglio elemosine, ho il mio orgoglio. Semplicemente, vorrei un trattamento economico più equo da parte di tutti: editori, giornali, enti, festival, ecc. Se dai il gettone al grande scrittore americano e non lo dai all'italiano, solo perché non è altrettanto famoso, fai un atto ignobile di berlusconismo. Sei praticamente – spesso – un operatore culturale di sinistra che agisce come un Lele Mora, come un procacciatore di puttane o di froci per Maria de Filippi. A me piace parlar chiaro. Siamo infiacchiti nell'ipocrisia più spinta, nell'ingiustizia più feroce. E nessuno si ribella.

Io nel 2008 ho, diciamo così, evitato di andare a Roma a prendere il premio di Fahrenheit per i dieci migliori libri dell'anno. Non mi pagate l'Eurostar? Me ne sto a casa mia. I finanziamenti porterebbero solo morti e feriti. In questo paese il denaro defluisce, però, sempre verso gli affluenti. No, niente monetine dallo stato, solo equità, anzi onestà, al minimo sindacale. Ma qui è come parlare al muro. 

Hai pubblicato 1975 con una casa editrice appena nata e molto coraggiosa. Pensi che gli editori medio-grandi concedano ancora spazio a forme di letteratura poco commerciali? E qual è la tua opinione riguardo agli ebook? Li vedi più come un rischio o un'opportunità per la letteratura di qualità?

I medio grandi danno sempre meno spazio. Ho pubblicato con Baldini & Castoldi e con Fazi, che piccoli di certo non sono. Pochi anni sono passati, ma certe mie cose di oggi (non parlo di “1975”) non le accettano più.

Sono però uno che capisce le esigenze di una grande industria: è ovvio che si deve vendere. Ma fino a pochi anni fa la qualità riusciva a entrarci più facilmente. Oggi ho l'impressione che gli spazi si siano ristretti. Di recente un editore importante, che non nomino, mi ha fatto sapere che il mio ultimo, sofferto romanzo (che uscirà l'anno prossimo con Gaffi) era “troppo sopra le righe e con un senso di morte continuo, pervasivo”. Non era meglio dire: “ Preferiamo parlare d'altro? Il senso di morte non lo vogliamo, perché i nostri meravigliosi “lettori medi” non lo reggono?

Ma perché, dico io, pensare ai lettori come a un esercito di imbecilli? Perché fa comodo? E poi i soliti noti, i soliti miracolati, i “nati bene”. Io non credo nelle rivoluzioni. Per anni ho ammirato la figura di Robespierre, con vero affetto… Ma poi? La rivoluzione porta sempre a una tremenda controriforma.

No, non c'è niente da fare. Dobbiamo ringraziare quegli editori che ancora ragionano e si applicano sulla qualità, che non si fanno impressionare dall'”overloading” (altra cazzata dettami da un editore per spiegarmi che il mio romanzo era tutto così, per cui non andava bene), perché sanno che i veri grandi spesso in “overloading” mantenevano per centinaia di pagine la loro prosa, vedi Céline. E allora? Allora ci sarebbe da emigrare.

Sugli E-book non ho ancora le idee chiare. Amo l'oggetto libro, la carta. Si vedrà. Anche se così a pelle mi danno parecchio fastidio… 

Collabori da anni a diversi blog letterari. Ritieni che abbiano ormai sostituito le vecchie riviste letterarie (che pure sopravvivono e anzi a volte rinascono, come Alfabeta2)?

Sono cose diverse. Il blog si fa e rifà continuamente, non ha “numeri”, e c'è la colonna dei commenti. Sono due cose diverse che possono marciare degnamente insieme. Sono contento che ci siano entrambe. 

Cosa ne pensi della mutazione della recensione da pratica in mano a pochi critici più o meno militanti a pratica diffusa, cui potenzialmente può accedere chiunque (vedi Anobii o i feedback di Ibs o Amazon)?

La scomparsa della critica militante da un lato e la diffusione della recensione partecipata dall'altro porteranno a un'omogeneizzazione del gusto e a un suo livellamento verso il basso, maggiore di quello verificatosi con l'avvento della tv generalista?

Beh, quelle non sono recensioni, spesso sono conati di vomito pseudointellettuale, prove enduro di idiozia, cose così. Ogni tanto ci trovi dei giudizi ragionati. Ma insomma, la vera critica letteraria è ben altro.

Quei feedback sono la prova che oggi il lettore ha la possibilità di dire la sua. Ma la democrazia spesso è sporca, e questo fa parte del gioco. Tutti possono dire la loro, e la “loro” può essere spesso una scemenza. Nei blog si ingaggiano battaglie con lettori o con colleghi mascherati con un nick che ti provocano per farti arrabbiare. È bello a volte stare in queste risse e menare fendenti dialettici, e hai l'ennesima conferma di quanto è spesso bassa la natura umana. Questa consapevolezza per uno scrittore serio non basta mai, bisogna sporcarsi le mani e farne memorandum.

D'altra parte chi è il miglior giudice di un libro? Il lettore. Col quale può essere bello, talvolta, scambiare opinioni. A me capita abbastanza spesso, adoro parlare con i lettori, sento di avere fatto qualcosa di buono, c'è uno scambio di affetto, a volte, di vera condivisione. Capisci finalmente di aver scritto qualcosa che ha inciso nella mente e nel cuore di un tuo simile. Hai compiuto un atto d'amore.

Valentino G. Colapinto

E' uscito il secondo numero di ALTRISOGNI

19 dicembre 2010

altrisogni-185x185E' da poco disponibile il secondo numero della rivista Altrisogni, la rivista digitale dedicata alla narrativa fantascientifica, horror e weird, che si è già segnalata per l'alta qualità dei racconti selezionati e per la grande cura con cui viene redatta da Vito Di Domenico e Christian Antonini, con la collaborazione di Sabrina Rossi, nonché per la veste grafica molto piacevole.

Un'iniziativa molto innovativa, coraggiosa e interessante nell'asfittico panorama editoriale italiano, visto che pubblica racconti di genere fantastico di autori italiani, retribuendoli (cosa rarissima) con una percentuale sulle vendite.

Attualmente si può scaricarla in formato PDF, ePub e Mobipocket, al costo di soli 2.88€, dal sito dell'editore Dbooks.

Oltre a recensioni, notizie, interviste (come quella ad Adriano Barone) e consigli di scrittura creativa, Altrisogni contiene dieci racconti inediti di Francesca Angelinelli, Valentino G. Colapinto, Matteo Cortini in coppia con Leonardo Moretti, Mirko Dadich, Riccardo Falcetta, Anna Giraldo, Gabriele Lattanzio, Alfredo Mogavero, Maria Adele Popolo e Tanja Sartori.

La rivista è acquistabile qui: http://www.dbooks.it/libreria/scheda/81/6/narrativa/altrisogni-02.html mentre qui è possibile scaricarne un'anteprima gratuita: http://www.dbooks.it/libreria/download/101/81.html?file_id=101&product_id=81.

Se invece avete dei racconti inediti sf, horror e weird non superiori a 35.000 battute nel cassetto o illustrazioni da proporre, potete inviarli, come allegati di testo in formato .RTF, a

altrisogni@dbooks.it.

Il testo dell'email dovrà contenere:

    * nome e cognome dell'autore;

    * genere del racconto inviato (horror, fantascienza, weird);

    * una frase in cui si dichiara l'inedicità del componimento (deve essere inedito anche online!);

    * una sinossi di 5-10 righe nel caso in cui il racconto superi i 10.000 caratteri di lunghezza spazi compresi;

La redazione di Altrisogni promette di rispondere a TUTTI gli invii e il suo giudizio è insindacabile. 

Recensione di “Un Caso di Stalking” di Ilaria Ferramosca e Gian Marco De Francisco a cura di Valentino G. Colapinto

17 dicembre 2010

stalking_fumettoUn Caso di Stalking” Ilaria Ferramosca e Gian Marco De Francisco: 72 pp. brossurato, prezzo di copertina €10,90 [Edizioni Voilier, 2010]. 

Un Caso di Stalking è una graphic novel scritta da Ilaria Ferramosca e disegnata da Gian Marco De Francisco, presentata durante l'ultima edizione di Lucca Comics ed edita dalle Edizioni Voilier di Maglie. È un fumetto, quindi, completamente made in Salento (gli autori vivono a Parabita e Taranto), che affronta una tematica molto di attualità ma da un punto di vista insolito.

In questo caso, infatti, è un uomo, uno scrittore, che subisce lo stalking, ossia una vera e propria persecuzione maniacale da parte di una sua misteriosa ammiratrice.

Al tema di attualità si unisce quindi una tematica, quella dello scrittore famoso ma in crisi di creatività, il quale rimane vittima di un'ammiratrice con evidenti disturbi mentali, il che non può non rievocare nel lettore l'eco di alcune opere di Stephen King (si pensi a “Misery non deve morire”).

Paolo Maenza è uno scrittore che ha avuto in passato un grande successo, anche grazie ad Aurelio, un amico d'infanzia diventato poi importante agente letterario, ma non è più riuscito a ripetere il suo bestseller, “La Penna del Corvo”. Incapace di tornare a scrivere a quei livelli, soffre anche di gravi problemi nella vita di coppia con l'affascinante gallerista Astrid, che pure cerca di comprenderlo.

Ma è la lettera di una sua misteriosa ammiratrice che gli sottopone alla lettura un proprio libro a ridare linfa alla sua ispirazione, peccato che l'ammiratrice si riveli progressivamente essere una maniaca, che lo pedina, lo perseguita e poco alla volta distrugge la sua esistenza, nell'incredulità generale, arrivando a minarne la stabilità mentale.

In un'intervista, Ilaria Ferramosca ha dichiarato di essersi ispirata a un reale episodio di stalking di cui è stata personalmente vittima, per quanto poi rielaborato ed estremizzato. La storia si presta a più livelli di lettura, tra cui una riflessione metaforica sul lato oscuro della Fama, simboleggiata dalla magica penna di corvo.

Il fumetto si presenta decisamente ben curato, sia sotto l'aspetto grafico che per quanto concerne i testi. Divertente l'idea di inserire in appendice uno “sketch book” contenente gli studi fatti sui personaggi e sul design degli oggetti.

Un prodotto di ottima fattura, quindi, che unisce alla volontà di sensibilizzare il lettore su un problema importante come lo stalking – da poco riconosciuto come un vero e proprio crimine – una lettura godibilissima e un'atmosfera noir con suggestioni mitologiche, che lo rendono molto piacevole.

Qui è possibile visionare il booktrailer di Un Caso di Stalking: http://www.youtube.com/watch?v=-F8CoZdKl6U&feature=player_embedded 

Valentino G. Colapinto 

“Più libri più liberi 2010” di Cristina Marra

14 dicembre 2010

de_GiovanniLa nona edizione di “Più libri più liberi”, la fiera nazionale della piccola e media editoria indipendente ha chiuso i battenti col segno più: più giorni, più lettori, più visitatori, più eventi.
Nei cinque giorni di fiera (4-8 dicembre) al palazzo dei Congressi di Roma si è registrato un incremento di oltre il 5% di presenze, più di 50.000 visitatori, 1500 giornalisti accreditati, 300 eventi, 700 ospiti, 2000 persone che hanno seguito le presentazioni sullo streaming di Rai.it, e dall’indagine Istat 2010 sulla lettura è emerso che i lettori italiani (46,8%) sono aumentati di quasi due punti percentuali rispetto allo scorso anno. Un record che incoraggia e entusiasma operatori del settori e lettori.
La novità della nona edizione è stata la rassegna cinematografica “Editori in bianco e nero” dedicata alla storia dell’editoria italiana con la proiezione di filmati di repertorio sulla cultura editoriale e sui grandi personaggi che ne hanno fatto parte.
Oltre ad eventi dedicati al pubblico, più libri più liberi è un vero e proprio laboratorio per gli editori, un appuntamento annuale in cui confrontarsi, sperimentare e analizzare il mondo-libro e il suo mercato. Particolare attenzione è stata dedicata alla comunicazione e all’espressione culturale attraverso le nuove tecnologie con talk show con i protagonisti dell’innovazione digitale.
In un momento in cui il mondo della cultura sembra patire particolarmente la crisi economica e vede sempre più ristretti i suoi spazi, i piccoli e medi editori vanno controcorrente moltiplicando gli sforzi e le proposte in un impegno inarrestabile che trova in Più libri più liberi il momento di massima visibilità, grazie anche al sostegno delle istituzioni.
Anche i piccoli lettori hanno avuto il loro spazio in fiera con oltre 400 mq a loro dedicati con appuntamenti, laboratori didattici e spettacoli.
I titoli più venduti in Fiera sono stati Le chiavi per aprire i 99 luoghi segreti di Roma di Costantino D’Orazio, Radici nato da un progetto di laboratorio artigianale di stampa serigrafica e XY di Sandro Veronesi. Il libro dell’anno di fahrenheit radio 3 è Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda a stand_fiera_altoPiù libri più liberi nella versione audiolibro con la voce dell’attore Paolo Briguglia.
Ricchissimo il calendario di incontri e presentazioni di titoli e autori di best seller o di scrittori esordienti tra i quali: Andrea Camilleri, Muriel Barbery, Boris Pahor, Sandro Veronesi, Maurizio de Giovanni, Stefano Benni, Roberto Piumini, Anne Wiazemsky, Olav Hergel eHoward Jacobson, che ha appena vinto il Man Booker Prize, ma anche saggisti quali André Schiffrin, Derrick de Kerckhove, Tullio De Mauro, Adriano Sofri, Vito Mancuso, Etienne Jaudel, Massimo Fagioli, Goffredo Fofi, Franco Ferrarotti, Fulco Pratesi, passando poi da scienziati come Margherita Hack eJames Hansen fino a personaggi provenienti dal mondo dello spettacolo, da Lucio Dalla aMonica Guerritore, Simone Cristicchi, Andrea Mingardi, Giuliano Montaldo, David Riondino, Alessandro Gassman, Francesco Pannofino, Sabrina Impacciatore, Antonello Fassari, Moni Ovadia oltre ai rappresentanti della vita politica Gianni Alemanno, Luciana Castellina,Valentino Parlato, Oliviero Diliberto e della società civile comeVladimir Luxuria. 
Tutto ciò per dimostrare come l’editoria indipendente, da sempre uno degli elementi di garanzia del pluralismo culturale e delle idee, sia un valore economico e culturale da difendere.
 
 
 
 
Ad aprire gli incontri sulla narrativa italiana,l’invito alla lentezza di Wu Ming 2 (che, con “Il sentiero degli Dei”, ci mette sulle orme di un padre e due figli che decidono di attraversare a piedi l’Appennino dall’Emilia a Firenze. A riflettere con calma e trovare un equilibrio tra noi e il mondo, evitando di farsi preda della paura, spinge anche Sandro Veronesi col suo noir metafisico “XY”, con un prete e una psicologa che indagano su una serie di morti misteriosissime, per giungere a una verità sorprendente. Noir tradizionale è invece la quarta avventura del commissario Ricciardi nella Napoli anni ’30, “Il giorno dei morti” di Maurizio De Giovanni. ImperdibileUn biglietto per l’aldilà”, scritto dal cantautore Andrea Mingardi Sul genere noir si è discusso alla presentazione dell’antologia “Roma Noir 2010” a cura di Elisabetta Mondello. Giallo esistenziale è “Oltre lo specchio” di Emilia Costantini con un avvocato alla scoperta di se stessa durante un processo, di cui ha letto dei brani Monica Guerritore .
Andrea Cortellessa e Rosemary Liedi Porta hanno presentato i racconti scritti dal poeta Antonio Porta, scomparso nel 1989, raccolti col titolo “La scomparsa del corpo”. Ancora racconti quelli riuniti da Mario Quattrucci in “L’amore è un topo strabico” di autori come Mario Lunetta, Piero Sanavio, Pier Francesco Paolini o Carla Vasio, presentati da Renato Nicolini e Giorgio Patrizi. Sempre racconti quelli del volume “Diva Mon Amour”, legati ognuno a un’icona gay, da Auden alla Dietrich, da Nancy Reagan alla Pausini, firmati da vari autori che sono intervenuti alla presentazione Nicoletta Cannazza racconta invece con “La madre distratta” il dramma di una donna quarantenne terrorizzata dall’avere il figlio che le chiede il suo compagno, mentre la quarantenne della black comedy di Valentina Pattavina “La libraia di Orvieto”, si rifugia in provincia per cercar di riappropriarsi della propria vita tra misteri raccontati e reali come illustrano Oliviero Diliberto e Vincenzo Mollica. Misteri fantastici sono invece quelli di “Celestino V e il tesoro dei Templari” di Maria Grazia Leopardi.
E ancora spazio per autori stranieri tra i quali si colloca  Boris Pahor, nato a Trieste ma di cultura e lingua slovene che ha presentato il commovente “Piazza Oberdan”. 
Viene invece dai Caraibi, da Trinidad, Lakhmi Persaud che ha affrontato il problema della condizione della donna con “Tenete alte le lanterne”. Altre storie al femminile sono quella narrata dalla vietnamita Kim Thùy in “Riva e quella di Claire Muriac. Ancora storie di donne con Anne Wiazemsky . Dalle Canarie arrivano poi Luìs Leon Barreto e Ricardo Sabas Martin e J.J. Armas Marcelo e dalla Svezia Karin Alvtegen.
Importanti e noti i rappresentanti della poesia
 
   … MA C’E’ CHI FA VERSI
 
La poesia, che al fondo è illuminazione, lampo, intuizione, paradossalmente, proprio per coglierne l’emozione intrinseca, ha bisogno di una lettura senza fretta, del tempo di lasciarsi andare e, allora, non può non conquistare. Come è ormai tradizione, in Fiera avviene la premiazione dei vincitori del Premio nazionale di poesia “Quaderni di Linfera” e la presentazione dell’“Antologia 2010”, presenti alcuni membri della giuria, da Maria Luisa Spaziani aElio Pecora, daDante Maffia aAngelo Sagnelli (Mercoledì 8, ore 11 – Caffè letterario). Torna anche il Diario Almanacco “Il segreto delle fragole 2011”, viatico per il nuovo anno attraverso i versi di tanti poeti, molti presenti in Fiera, da Francesco Artuso a Marzia Spinelli (Domenica 5,  ore 19 – sala Diamante) e anche la “Agenda 2011” della poesia (Mercoledì 8, ore 14 – sala Turchese). Tra i poeti presenti in fiera anche Michele Ferrara Degli Uberti,con i versi di “Epifania dell’ombra” vedranno a sostenerli Giuseppe di Costanzo, Mimmo Liguoro e Giuliano Montaldo (Lunedì 6, ore 19 – sala Rubino). Paolo Di Paolo e Elio Pecora parleranno invece di “Attorno a questo mio corpo”,titolo che è un celebre verso di Amelia Rosselli, poetessa divenuta, a 14 anni dalla sua morte, ormai quasi un classico (Domenica 5, ore 19 – sala Ametista).
 
   SENZA DIMENTICARE I CLASSICI
 
Nel suo voler essere una cosa viva, puntando sugli incontri con gli autori ponendo la sua attenzione al contemporaneo, Più libri più liberi non dimentica i classici, cui tornare sempre, con calma, per una riscoperta, e lo fa partendo da Shakespeare per arrivare a Mark Twain, ma anche al nostro Francesco Jovine col suo capolavoro appena ristampato, “La signora Ava”, romanzo tra memoria e storia sulla realtà del nostro Meridione alla vigilia dell’Unità d’Italia, di cui parleranno Goffredo Fofi, Paolo Mauri, Francesco D’Episcopo (sabato 4, ore 16 – sala Smeraldo/Fedrigoni). Dal Sud veniva anche “Francesco De Sanctis” che cercò e indicò un’unità d’Italia nella sua lingua e letteratura a cui dedica uno studio critico-biografico Gerardo Bianco, parlandone, in vista delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità, con Tullio De Mauro, Giulio Ferroni, Enrico Malato e Dante Della Terza (Lunedì 6, ore 19 – sala Smeraldo/Fedrigoni). I classici hanno la forza di essere sempre “nostri contemporanei” e quindi, affrontando “Shakespeare”, cui dedica un suo articolato saggio, Stefano Manferlotti riesce a darci nuove e personali interpretazioni di molti dei suoi drammi (Mercoledì 8, ore 18 – sala Smeraldo/Fedrigoni). Esce anche una collana per “Rileggere i classici con i ragazzi”, che propone testi da Omero a Goldoni, da Aristofane a Manzoni (Sabato 4, ore 15 – sala Turchese), a sottolineare come i classici abbiano le loro radici nel mondo greco e romano, i cui miti archetipici si ritrovano in tutte le culture, come dimostra Annamaria Zesi, che ha raccolto le varie “Storie di Amore e Psiche” e ne parla col filosofo Federico Masini e gli psicanalisti Massimo e Lorenzo Fagioli  (Sabato 4, ore 19 – sala Diamante).
 
   E LE ALTRE CULTURE
 
Sele radici sono spesso le stesse o simili e hanno millenni di storia alle spalle, questo non vuol dire che oggi l’incontro con l’altro, in un mondo reso sempre più piccolo dalle correnti migratorie, sia facile. Può aiutarci in questo “La saggezza di Abdu’l-Bahà”, un libro dedicato ai discorsi parigini del fondatore iraniano della religione Baha’i, che sono un invito al dialogo e la convivenza tra le culture e li presenta Guido Morisco (Sabato 4, ore 14 – sala Ametista). Sulla stessa linea si muove l’UNAR – Unione Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, che cura una nuova collana di testi ispirati alla convivenza (Lunedì 6, ore 16 – sala Ametista), mentre compie 20 anni la cooperativa Onlus Sinnos, che ha iniziato a parlare di diritti e di intercultura nel 1990, quando questi temi non parevano ancora di attualità e oggi propone un reading legato a ciò che ha pubblicato sinora (Domenica 5, ore 12 – sala Smeraldo/Fedrigoni). L’importante è darsi il tempo di conoscersi come auspicato da “Voci e suoni di frontiere metropolitane”, l’incontro spettacolo a cura di Biblioteche di Roma cui partecipano, tra gli altri, Amara Lakhous, Tahar lamri, Igiaba Sciego, Cristiana Alì Farah, Ismaila M’Bayee: tutti scrittori stranieri di seconda generazione che racconteranno le nostre città e il nostro popolo attraverso uno sguardo “altro”, capace di tracciare un ritratto originale e talvolta sconvolgente dell’Italia (Lunedì 6, ore 18 – sala Diamante). A lavorare sui temi della multiculturalità si sono soffermati Roma Capitale e l’Università di Roma Tre, con la collaborazione delle Biblioteche Solidali e del Comitato Cittadino per la Cooperazione Decentrata, che stanno realizzando le “Pagine della Solidarietà, una banca dati online per informare i cittadini sulle iniziative di solidarietà internazionale realizzate da associazioni e istituzioni presenti a Roma(Mercoledì 8, ore 11 – sala Ametista). Quale sia la realtà ce lo ricordano alcuni libri, come “Schiave del potere” del maschio messicano, paese in cui si perpetua violenza sulle donne sino alla morte su vasta scala, scritto da una coraggiosa giornalista, Lydia Cacho (Mercoledì 8, ore 16 – sala Smeraldo/Fedrigoni). Diversa, anche se problematica e tutta ancora da risolvere, la situazione delle donne in Medio Oriente e particolarmente in Giordania, grazie all’impegno della regina cui dedica un'accurata indagine storico-sociale Mimmo Del Giudice in “Il paese di Rania” (Sabato 4, ore 17 – sala Turchese). L’Afghanistan e Noi, Noi e l’Afghanistan sono le due parti, esemplari nel loro rispecchiarsi, del “Diario da Kabul. Appunti da una città sulla linea del fronte” del giornalista Emanuele Giordana, che vi si è recato più volte, a partire dal 1974 e ne parla con Maurizio Gatti (Mercoledì 8, ore 12 – sala Smeraldo/Fedrigoni). Storie di popoli e storie individuali in un mondo che sta velocemente cambiando tra guerre e contrasti violenti, come appare dal racconto dell’odissea del piccolo Enaiatollah Akbari, afgano di etnia hazara, minoranza vessata sia dai Pasthun che dai Talebani, il quale a 9 anni si ritrova solo e comincia un viaggio per la sopravvivenza che lo porterà sino in Italia: ce lo racconta Fabio Geda in “Nel mare ci sono i coccodrilli”, quasi un drammatico romanzo d’avventure, ora diventato anche audiolibro (Sabato 4, ore 18 – sala Smeraldo/Fedrigoni).
 
   TRA STORIA E SOCIETA’
 
La storia degli altri si intreccia inevitabilmente alla nostra e, allora, non dobbiamo dimenticare che vicende come quella del bimbo afgano le abbiamo vissute anche noi in tempi andati e che il nostro passato è pieno di racconti di partenze drammatiche e vie di salvezza curiose e incredibili, che Angelo Mastrandrea ha raccolto in “Il trombettiere di Custer e altri migranti” (Mercoledì 8, ore 19 – sala Rubino). “Sessantacinque anni di storia democratica”, quindi che dovrebbe aspirare alla giustizia e l’eguaglianza delle persone, ripercorre l’incontro per la presentazione della rivista “Il calendario del popolo” conValentino Parlato, Luciana Castellina e Franco Cardini (Lunedì 6, ore 15 – sala Rubino), ma la realtà del mondo è spesso diversa e ce lo ricorda “Terra Terrore Terrorismo – la violenza politica nella società delle telecomunicazioni” di Alessandro Ceci (Sabato 4, ore 18 – sala Ametista) e Minzulpop. Un viaggio nell’odierna fabbrica del consenso di Hari Seldon, pseudonimo che nasconde un collettivo di studiosi e giornalisti, che sarà presentato in fiera da Furio Colombo e Nicola Tranfaglia (lunedì 6 dicembre, ore 17 – sala Diamante), mentre l’uscita della “Enciclopedia dello spionaggio nella seconda guerra mondiale” di Gianni Ferraro ci riporta, conversando con Franco Ferrarotti, Alessandro Politi e Franco Cardini, a tempi in cui tutto era diverso, più facile o più complicato difficile dirlo, ma certo comunque ancora relativamente circoscritto (Sabato 4, ore 20 – sala Turchese). Excursus nella storia recente anche quello proposto dal libro Perché Stalin creò Israele presentato in fiera da Moni Ovadia e Sandro Teti (mercoledì 8, ore 14 – Sala Smeraldo Fedrigoni) Tempi di ideali e sogni che hanno reso alcune città simboli della rivolta come raccontato nella Guida alla Parigi ribelle, un’originale e dissacrante chiave di lettura della capitale francese proposta da Ramon Chao e Ignacio Ramonet e illustrata in Fiera da Miriam Mafai e Serena Dandini (Lunedì 6, ore 12 – Caffè Letterario); ma anche tempi oscuri e tra gli orrori del Novecento il libro di Francesco Zarzana ce ne fa conoscere uno nuovo, “Il cimitero dei pazzi”, dove, ai Cadillac-sur-Garonne in Aquitania, venivano sepolti i reclusi del vicino manicomio, un castello-prigione per dissidenti, asociali, antifascisti non solo durante il governo filonazista di Vichy (Domenica 5, ore 18 – sala Turchese). Per questo si è posto ai nostri tempi il problema di come emettere un giudizio sui crimini storici di massa senza punire (l’esempio è il Sudafrica post apartheid) e analizza il problema un avvocato militante per i diritti civili, Etienne Jaudel (Martedì 7, ore 15 – sala Diamante). Come sempre bisogna affidarsi alla lentezza, fermarsi a riflettere sui problemi di fondo, se si vuole affrontare la realtà più o meno contingente, e in questo ci può aiutare Saverio Avveduto che guarda al sistema Italia in crisi e affronta problemi precisi centrando il discorso sulla triade valori, saperi, storie, i nome di “La cultura relativista. Breviario di zetetica” (Martedì 7, ore 15 – sala Ametista). Solo allora si può guardare al nostro tempo, come fa, per esempio, la “Breve storia dell’abuso edilizio in Italia. Dal ventennio fascista al prossimo futuro” di Paolo Berdini che ne parla conItalo Insolera, Renato Nicolini, Paolo Mondani e Walter Tocci (Mercoledì 8, ore 15 – sala Rubino). Dietro la speculazione c’è spesso la criminalità organizzata e a dimostrarcelo c’è oggi un consigliere comunale in Lombardia, Giulio Cavalli, che va in palcoscenico per raccontare le infiltrazioni mafiose sotto la Madonnina, tanto che oggi è costretto a girare sotto scorta, visto che fa “Nomi, cognomi e infami” (Domenica 5, ore 15 – sala Diamante). E sempre di mafia che ci raccontaPino Nazio, risalendo sino alle stragi dei primi anni ’90, in “Il bambino che sognava i cavalli: 779 giorni ostaggio dei Corleonesi”, una lunga intervista a Santino Di Matteo, padre del piccolo Giuseppe, rapito e poi barbaramente ucciso da Giovanni Brusca, alla madre, ai magistrati e agli avvocati (Lunedì 6, ore 17 – sala Rubino). La risposta è ovviamente politica, ma innanzitutto culturale, perché senza crescita di conoscenza e coscienza, non c’è quel progetto e quel coraggio di andare avanti che viene da alcune certezze sulla strada da imboccare. Tra quelli che ne sono convinti c’è Massimo Fagioli che ha riunito in “Left 2007” gli articoli scritti sul rapporto appunto tra società, politica e cultura (Domenica 5, ore 10,30 – sala Diamante). “Una cultura per rinascere” è l’argomenti di cui discuteranno gli scrittori Luis Sepulveda, Louis Philippe Dalembert, Santiago Elordi, Barbara Summa testimoni dei cataclismi naturali che hanno sconvolto Haiti, il Cile e l’Aquila (Domenica 5, ore 17 – sala Diamante).
 
  CON L’AIUTO DELLA SCIENZA
 
A fare certe scelte aiuta poi, con i suoi approfondimenti specifici, la cultura scientifica e uno degli esempi d’attualità è “Perché sì al Nucleare. Perché no al Nucleare” a cura di Flaminia Festuccia che ne parla con Enrico Cisnetto e Fulco Pratesi (Domenica 5, ore 14 – sala Rubino), mentre del Nucleare tra usi civili e militari: “Il segreto delle tre pallottole”, discutono Massimo Scalia e Maurizio Torrealta (Mercoledì 8, ore 16 – sala Rubino). E le scelte certe volte sono diventate improcrastinabili, come sostiene uno dei più importanti climatologi del mondo, l’astrofisico James Hansen, capo del Goddard Institute for Space Studies della Nasa e docente alla Columbia, che sostiene l’urgenza di agire a proposito di “Tempeste. Il clima che lasciamo in eredità ai nostri nipoti” (Sabato 4, ore 19,30 – Caffè letterario). Un’altra astrofisico, Margherita Hack, insegna invece come “Leggere le stelle… con gli eBook” (Domenica 5, ore 15 – sala Smeraldo/Fedrigoni). Insomma la scienza guarda all’attualità e il futuro anche della tecnologia e, in questo, per quel che riguarda Web e virtuale, è sicuramente all’avanguardia Derrick de Kerckhove, autore e genitore dell’Intelligenza Artificiale “Angel_F” acronimo di Autonomous Non Generative E-volitive Life_Form (Sabato 4, ore 18 – DigITAL Cafè). Il tema delle nuove avanguardie artistiche e culturali davanti a questa nuova realtà lo affronta poi Marina Bellini in “Virtual Words” (Domenica 5, ore 17 – DigITAL Cafè). Tutte queste novità e problemi propongono da sempre anche nuovi interrogativi etici e di comportamento che vengono affrontati in Fiera da Valeria Ascheri, Luigi Sammarco, Melchor Sachez de Toca Alameda e Thomas Trafny nell’incontro “La Chiesa davanti alle sfide della scienza moderna” (Mercoledì 8,  ore 19- sala Turchese).
 
 
 
  E ATTENZIONE ALLO SPIRITO
 
In questo panorama è il teologoVito Mancuso a richiamarci a riflettere su“La vita autentica”, di cui parla con un interlocutore particolare come Lucio Dalla (Sabato 4, ore 15 – sala Diamante), che sostiene che il libro gli abbia cambiato la vita. Ritrovare la propria spiritualità può salvarci anche dalle dipendenze, come ad esempio quella di chi è affetto da Workholism, i “Malati di lavoro” di cui ci parla Andrea Castiello d’Antonio (Martedì 7, ore 17 – sala Ametista). La religione può ovviamente essere un aiuto, se affrontata con coscienza e discorsi senza fretta, come invita fare la collana al femminile “Sui generis” a cominciare da “Donne e teologia in Italia” con Marinella Perroni, Agnese Fortuna eGabriella Caramore (Martedì 7, ore 11 – sala Ametista). E sempre di donne che nella fede trovano una guida al quotidiano racconta Paola Lazzarini, in “Single di Dio. Le brave ragazze vanno in paradiso…da sole” (Lunedì 6, ore 14 – sala Ametista). Patria della meditazione spirituale è certamente l’Oriente, tra le varie pratiche lo“Yoga della tradizione” è quella più diffusa come spiega Svamini Hansamanda Giri (Martedì7, ore 14 – sala Ametista). Infine, è dedicata ai più piccoli la riflessione di Gianni Canonico e Paola Giovetti sul passaggio fra i bambini Indaco (indipendenti e volitivi) di fine millennio ai “Bambini Cristallo” (accomodanti e sereni) dei nostri giorni (Mercoledì 8, ore 17 – sala Rubino).
 
  CON L’AIUTO DEI LIBRI
 
Alla base di tutto, della trasmissione di conoscenze, pensieri, fantasie, dati concreti c’è ovviamente la scrittura e i libri in tutte le loro forme, vista la incipiente rivoluzione proposta dal web e dagli e-book, che però ancora vedono resistere l’oggetto tradizionale di carta. A questo era sicuramente legata Elvira Sellerio, fondatrice e anima dell’omonima Casa editrice scomparsa la scorsa estate, che viene ricordata da suoi autori di successo, tra cui Andrea Camilleri e Adriano Sofri (Sabato 4, ore 18 – sala Diamante). Un paladino dell’editoria indipendente, quella che trova in Più libri più liberi il suo momento più importante di incontro col pubblico e che garantisce pluralità e ricerca del nuovo, è Andrè Schiffrin, che, intervistato da Marino Sinibaldi, parla del suo ultimo saggio “Il denaro e le parole” in apertura della Fiera (Sabato 4, ore 11,00 – sala Diamante). Importante allora il bilancio “Come è andato il 2010: consuntivo di fine anno per il mercato del libro” a cura dell’AIE (Domenica 5, ore 15 – DigITAL Cafè) che poi indaga “Quando la comunicazione sui libri si rinnova” (Domenica 5, ore 10,45 – DigITAL Cafè), visto che si tratta di operare in un mondo in grande movimento, tanto che Giuseppe Benelli, Andrea Paolini, Roberto Piumini e Patrizia Zerbi esclamano “Che rivoluzione!” gettando uno sguardo indietro “da Gutemberg agli eBook, la storia dei libri a stampa” (Lunedì 6, ore 12 – sala Rubino) e sempre l’AIE mette “Piattaforme di eBook a confronto” (Lunedì 6, ore 11,30 – DigITAL Café) e quindi fa una verifica su “eBook: primi segnali dal mercato” (Lunedì 6,  ore 10,45 – DigITAL Café) e riflette su come affrontare il passaggio “Dal consiglio del libraio al consiglio di Facebook” (Domenica 5, ore 12 – DigITAL Cafè), per interrogarsi poi su “Quando l’eBook va in prestito” (Lunedì 6,  ore 16 – DigITAL Café). In questa situazione le biblioteche hanno infatti anche loro da fare i propri conti e un’occasione è la presentazione del “Rapporto sulle biblioteche italiane 2010” a cura di Vittorio Ponzani e Giovanni Solimine (Lunedì 7, ore 11 – sala Rubino) mentre le Biblioteche di Roma con un calendario programmano ‘’Un anno da leggere insieme” (Lunedì 6, ore 11 – sala Ametista). Alla fine, comunque, l’importante è che il nostro rimanga un “Paese dei Bibliofagi” come dimostra Pablo Echaurren, col suo “Manuale del cacciatore di libri introvabili” (Sabato 4, ore 14.00 – Sala Rubino). Se sarà così è bene allora essere previdenti e gettare uno sguardo, con Stefano Mauri, su cosa sarà “L’editore del 2020” (Mercoledì 8, ore 15 – DigITAL Café).
E ancora, da non perdere, I mestieri di chi produce contenuti: quattro incontri nello spazio del digITAL Cafè, a cura di AIE, dedicati a editoria, musica, cinema per far capire ai ragazzi (delle scuole superiori) il ruolo di discografici, editori, produttori cinematografici. A raccontare quale e quanto lavoro si nasconde oggi dietro a un libro, un film, un disco saranno: Marco Zapparoli e Claudia Tarolo di Marcos y Marcos (sabato 4 dicembre ore 10.30), Riccardo Tozzi di Cattleya e Alessandro Gassman (sabato 4 dicembre ore 11.30), Enzo Mazza della Fimi (martedì 7 dicembre ore 10.30) e Marta Donzelli di Donzelli editore (martedì 7 dicembre ore 11.30)
 
 
   FACENDO UN PO’ DI SPETTACOLO
 
 In questo momento di cambiamento, più che mai le arti si incontrano, si supportano, si fondono e allora nascono gli incroci tra letteratura, cinema, teatro, musica come quello che propone con le sue canzoni, e ora anche con un libro, “ConversAZIONI”, Simone Cristicchi in cui confessa i suoi pensieri e ripercorre la sua storia e la sua ricerca di storie minori (Domenica 5, ore 18,30 – Caffè letterario). Il trasgressivo Rolling Stone Keith Richards sarà presente invece solo nelle pagine del libro “Happy” di Massimo Del Papa che ne parla conJohn Vignola (Lunedì 6, ore 12 – sala Ametista) e ancora trasgressione ma anche lotta per le pari opportunità per l’anniversario di Muccassassina festeggiato con un libro fotografico presentato, tra gli altri, da Vladimir Luxuria (sabato 4, ore 20 – Sala Diamante) . Farà invece quasi teatro Stefano Benni, leggendo pagine del suo libro per i più giovani “Pronto Soccorso e Beauty Case”, soprannomi di un sedicenne che ama la moto e una ragazza tutta curve, con l’amico attore David Riondino (Domenica 5, ore 11 – Caffè letterario). Tanti appuntamenti con la musica, da quella classica con l’Orchestra di Piazza Vittorio, protagonista di uno show case sul Flauto Magico di Mozart (Martedì7 ore 18.30), a quella popolare con Eugenio Bennato che regalerà al pubblico presente una piccola performance musicale per presentare il suo libro Brigante se more (Mercoledì 8 ore 18) e con il libro di Edoardo De Angelis che festeggerà i quarant'anni di carriera con Lando Fiorini, Fabrizio Guarino, Amedeo Minghi, Edoardo Vianello (Mercoledì 8 ore 18). “Il gusto del cinema”, si intitola l’“Almanacco 2010-2011” curato da Laura Delli Colli (Sabato 4, ore 15 – sala Rubino) che lo racconterà in fiera in compagnia di Francesco Pannofino, Antonello Fassari e Chiara Francini, mentre Umberto Contarello e Emanuele Trevi conMaria Ida Gaeta e Paolo Restuccia saranno protagonisti di “Letteratura e cinema: scritture a confronto” (Lunedì 6, ore 14 – sala Rubino) e il regista Leandro Castellani ci presterà i suoi “Occhi da cinema” parlandone con Ugo Gregoretti (Mercoledì 8, ore 14 – sala Turchese). Un posto d’onore spetta a un grande Alberto Sordi sul quale Carlo Calabrese ha raccolto i ricordi e le testimonianze dei tanti artisti che lo hanno conosciuto, tra cui Gian Luigi Rondi, Carlo Verdone, Mario Monicelli, Piera Degli Esposti, Franca Valeri (Mercoledì 8, ore 18 – sala Turchese), mentre Marcello Sorgi presenta Nino Genovese e il suo “Cineolie. Le isole Eolie e il cinema”, un inedito viaggio nell’arcipelago siciliano attraverso i film e i registi che lo hanno scelto come location per le riprese (Lunedì 6 ore 18 – sala Smeraldo/Fedrigoni). Ancora cinema, in chiave ironica, nell’incontro con Johnny Palomba che presenterà una raccolta delle più spassose “recinzioni” con Sabrina Impacciatore (martedì 7, ore 20 – Caffè letterario).  Ed infine, per la prima volta, Più libri più liberi – grazie alle immagini recuperate nella Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori di Milano e nell’Archivio Storico di Cinecittà Luce – ospita una rassegna cinematografica dal titolo Editori in bianco e nero: cinque documentari che raccontano il mondo del libro e i suoi protagonisti (tutti i giorni dalle ore 19 alle 20 – Caffè letterario).
 
    E PER FINIRE UN PO’ DI SPORT
 
Una bella passeggiata tra gli stand della Fiera nel segno della lentezza forse è giusto che finisca con un occhio all’azione, allo sport. Ed essendo immersi nella cultura, ecco Enzo Romeo, un vaticanista, che ha raccolto tante curiosità sul mondo e la storia dello sport e spiegherà anche il titolo del suo libro “Diagonale impalpabile all’ultimo chilometro (Lunedì ore 19 – sala Ametista). E’ narrativa d’invenzione invece quella dello scrittore delle Canarie J.J. Armas Marcelo che presenta “Il sogno del calciatore adolescente”, racconto su alcuni ragazzi degli anni ’50 che ‘evadono’ dalla realtà del franchismo giocando a pallone (Lunedì 6, ore 18 – sala Rubino), e così quella diCristina Polliano che in “A cavallo di una pinna” racconta la sfida di una mamma che arriva a provare ad attraversare lo stretto di Messina (Martedì 7, ore 19 – sala Ametista). Ma per non restare solo nella letteratura ecco un invito sportivo e sociale assieme, quello che ci rivolge Luca Conti col suo “Manuale di resistenza del ciclista urbano”, presentato daVittorio Giacopini con la Rete delle Ciclofficine Urbane (Martedì 7, ore 15 – sala Rubino). Così, davvero, per chiudere in bellezza, dopo una bella pedalata, “Non ci resta che mangiare”, come recita il titolo consolatorio del libro di Nadia Ciopponi ePaola Marcelli (Mercoledì 8, ore 12 – sala Ametista).
 

:: Recensione di “1975” di Franz Krauspenhaar a cura di Valentino G. Colapinto

10 dicembre 2010

19751975. Nonostante Pasolini, e purché Buzzanca non lo sappia, al liceale piacciono le donne” Franz Krauspenhaar: 120 pp. rilegato, prezzo di copertina €12 [Caratteri Mobili 2010]. 
Caratteri Mobili è una casa editrice barese appena nata, che ha posto tra i suoi obiettivi quello di pubblicare letteratura sperimentale o comunque non ovvia e di qualità. Una mosca bianca, quindi, nel panorama editoriale pugliese e non solo, cui indirizziamo i nostri migliori auguri per il coraggio dimostrato in tempi di crisi come questa.

1975” di Franz Krauspenhaar è il titolo che inaugura la collana Molecole, dedicata per l'appunto ad “aggregazioni narrative poliatomiche, legami letterari covalenti, meccanica quantistica della materia scrittoria (…); avendo sempre come punto di partenza la letteratura, far collidere mondi narrativi tra i più disparati, intersecando gli orizzonti del racconto con i multiformi linguaggi dell'arte e dell'espressione umana.
Franz Krauspenhaar (Milano, 1960) è uno scrittore con molte pubblicazioni alle spalle in dieci anni circa di attività ed è ben noto a chiunque frequenti i blog letterari italiani più importanti. Per anni redattore del lit-blog Nazione Indiana, è stato poi tra i fondatori de La poesia e lo spirito e della neonata rivista letteraria online Torno Giovedì.
In quest'agile operetta l'autore rievoca con uno stile letterario molto personale e intenso i suoi difficili quattordici anni. Correva l'anno 1975 nella Milano grigia degli anni di piombo e Krauspenhaar si racconta come un adolescente mingherlino e disadattato, con gravi problemi a rapportarsi con l'altro sesso e riluttante a qualsiasi tipo d'impegno scolastico. Rifugio dalla noia sono il tifo calcistico, la musica progressive, cupe elucubrazioni filosofiche e, soprattutto, un estremismo di destra fatto di chiacchiere e provocazioni infantili.
Durante il primo anno al Liceo Linguistico Colombo incontra i suoi nuovi amici come il figo Baratti, il tossico Bagnozzi o i camerati Paris e Carrassi. Ma il Nostro è uno studente svogliato, anzi svogliatissimo, e del resto sembra pervaso da una pigrizia invincibile nei confronti di qualunque cosa. “Volevo essere sconfitto su ogni fronte”, questo il suo augurio masochistico.
Con i suoi compagni di classe filo-nazisti sogna di formare un gruppo paraterroristico di estrema destra, l'Oder Neisse Gruppe, ed effettuare così attentati clamorosi, ma il primo e unico “attentato” che riescono a compiere è una pisciata collettiva nella cabina telefonica a Piazzale Loreto al termine di una delle consuete sbornie serali.
E lo stesso protagonista si rende conto di come tra giovani di destra e di sinistra non ci sia alla fine poi una grande differenza, per non parlare del fatto che la politica fatta veramente è una noia mortale. L'importante però è essere estremisti, opporsi a prescindere al centro democristiano, che rappresenta il male assoluto, ossia l'omologazione nel Sistema, così come il lavoro, altro demone da esorcizzare e rinviare quanto più possibile.
I mesi scorrono velocemente, sempre in bilico tra noia e paranoia, pervasi da una sottile ma insopprimibile e personalissima disperazione, e i ricordi del tempo che fu si intrecciano a riflessioni di ordine più generale, culturale soprattutto.
A fornire delle provvidenziali ancore di salvezza al giovane Krauspenhaar, evitandogli così di cadere nel baratro della droga o dell'estremismo politico (le due grandi tentazione dell'epoca), provvedono infatti gli amati dischi, i buoni libri e i film.
Due modelli esemplari spiccano su tutti: Lando Buzzanca, eroe personale del giovane protagonista, e Pier Paolo Pasolini, all'inizio odiato o quanto meno guardato con sospetto e poi sempre più compreso e ammirato. Due figure agli antipodi, ma l'autore scrive: “Oggi credo che i tempi siano maturati. Le ideologie sono state distrutte, anzi si sono autodistrutte, ma la sensibilità dell'uomo può essere più pulita. (…) Oggi possiamo mettere insieme Buzzanca e Pasolini, possiamo vivere di cose estreme e discordanti tra loro, riuscendo a trovarne un nesso.
Nel corso di quel fatidico anno, si consuma progressivamente il distacco del giovane Franz dalle ideologie di estrema destra, che si conclude con il ripudio sia delle iniziali simpatie filo-naziste che degli amici camerati di un tempo.
“1975” è, quindi, un mix tra memoir e riflessione esistenziale da parte dello scrittore, che giunto sulla soglia dei cinquant'anni si trova a fare i conti con gli inevitabili bilanci di una vita. Il libro ricostruisce in maniera sintetica ma essenziale l'atmosfera di un'epoca che oggi si sembra lontana anni luce, vista sia con gli occhi di un ragazzino che sta diventando uomo che con quelli più stanchi ma non ancora spenti del cinquantenne che rammenta i (non bei) tempi andati
Evento culmine è l'uccisione di Pasolini il 2 novembre, l'eliminazione del testimone scomodo, il profeta non ascoltato, l'ultimo grande poeta civile. E a fornire la chiosa finale sono proprio dei versi di Pasolini, tramite i quali Franz Krauspenhaar si richiama alla “disperata vitalità” pasoliniana, citandola come unica forma possibile di resistenza attiva contro la vita. Rivoltare quindi la propria disperazione, facendone un punto di forza. 

Valentino G. Colapinto