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:: Camerata Neandertal, Antonio Pennacchi, (Ed. Baldini e Castoldi, 2014) a cura di Viviana Filippini

22 novembre 2014

CamerataneandertalCamerata Neandertal, (senza lettera acca specifica l’autore stesso tra le pagine) è il nuovo libro di Antonio Pennacchi, appena uscito per Baldini & Castoldi. Scegliendo un genere al quale associarlo, lo definirei una sincera e disarmante autobiografia di sé, attraverso il lavoro di creazione dei propri libri. Il libro di Pennacchi è caratterizzato da alcuni elementi che tornano in modo costante e che evidenziano come essi costituiscano delle vere e proprie ossessioni per lo scrittore, ma anche il “carburante” necessario a raccontare il suo vissuto tra pubblico e privato. Per esempio, uno degli oggetti che compaiono spesso è il famoso e antico teschio del Circeo attorno al quale studiosi di varie epoche, compreso Pennacchi stesso, hanno posto attenzione, nel tentativo di scoprire se esso appartenga, o no, ad uno degli ultimi uomini di Neandertal. Altro elemento costante sono i diversi malanni, anzi le malattie, che colpiscono il povero Antonio, il quale,nonostante subisca nel corso della narrazione diversi infarti, interventi medici e abbia seri problemi alla spina dorsale e altri acciacchi, non molla mai e continua imperterrito a lavorare, studiare e scrivere. Questo suo volere fare, corrispondente al principio del “prima il dovere, poi il piacere”, è una caratteristica che l’autore ha ereditato dai suoi avi e della quale lui racconta nelle pagine del libro. Pennacchi scrive come un fiume in piena ed è sincero non solo nel raccontare la sua vita e quella delle sue creature letterarie, ma anche nel dire, senza peli sulla lingua, quello cha a lui piace e non piace fare: “Non mi diverto a scrivere. Mi diverto a leggere e studiare, e soprattutto ad andare in giro per Latina – dal barbiere oppure al bar Mimì – a litigare con quelli che incontro. Ma a scrivere no, non mi piace. Scrivo per obbligo e per dovere. Dice «E chi te l’ha imposta questa tassa, l’Agenzia delle Entrate?» No. Peggio. I miei morti, la mia terrà, il mio dàimon”. Già i morti. Di loro ce ne sono tanti nel libro di Pennacchi, perché sono la linfa e le costanti presenze che l’autore percepisce e sente, e sono coloro che lo inducono a scrivere e a raccontare vicende umane di lotta per la vita. C’è Ajmone Finestra – il Federale di Latina, ispiratore dei romanzi Palude e Il fasciocomunista– ;poi si trovano gli operai protagonisti delle azioni di Palude; si incontra il paleontologo Carlo Alberto Blanc, dal quale l’autore eredita la passione e la curiosità verso lo studio relativo all’estinzione dell’uomo di Neandertal (lo si trova in Iene del Circeo) e il giornalista,nonché fratello, Gianni Pennacchi morto per un assurdo incidente domestico, che non riuscì mai a leggere Canale Mussolini. Ognuna di queste voci sostiene Antonio Pennacchi nel suo cammino di formazione da operaio, ad intellettuale a scrittore, coinvolgendo il lettore in uno simpatico cammino dove letteratura e vita si fondono all’unisono. Mentre leggevo il libro dell’autore originario di Latina, spesso mi son venute in mente interviste e suoi interventi dai quali è sempre emersa tutta la sua sana e irruenta (in senso buono) spontaneità nel dire quello che pensa. La stessa pura sincerità quotidiana, la si ritrova in ogni singola pagina di Camerata Neandertal, dove Pennacchi prende per mano il lettore accompagnandolo alla scoperta di tutto il suo caotico e ricco mondo di persone, personaggi e fantasmi.

Antonio Pennacchi è nato a Latina, il 26 Gennaio del 1950. Figlio di coloni della bonifica dell’Agro Pontino, padre umbro e madre veneta. E’ sposato con Ivana, ha due figli e due nipoti. E’ stato operaio per quasi trent’anni, trascorsi per lo più a turni di notte, presso la Fulgorcavi di Borgo Piave. Nel 1994, a 44 anni, – sfruttando un periodo di cassintegrazione – si è laureato in Lettere con una tesi su Benedetto Croce. Nello stesso anno c’è stata la pubblicazione per Donzelli di Mammut. Seguiranno, sempre per Donzelli, Palude (1995) e Una Nuvola Rossa (1998) e, con Vallecchi, L’Autobus di Stalin. Nel 2003 per Mondadori pubblica il romanzo Il fasciocomunista, che vince il Premio Napoli e da cui è tratto il film Mio fratello è figlio unico. Nel 2006, sempre con Mondadori, esce la raccolta di racconti Shaw 150. Storie di fabbrica e dintorni. Nel 2008, per Laterza, viene pubblicato Fascio e Martello. Viaggio per le città del Duce. Nel 2010, per la casa editrice Mondadori, esce Canale Mussolini, con cui Antonio Pennacchi vince il Premio Strega. Sempre nel 2010 esce, per Laterza, Le Iene del Circeo. Collabora a «Limes».

:: Liberi junior – Tutti i bambini hanno gli stessi diritti, Berstecher Dieter, Delahaye Thierry, illustrazioni di Bureau Aline, (Gallucci Editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

21 novembre 2014

Cover bambiniTutti i bambini hanno gli stessi diritti è il libro scritto da Berstecher Dieter, Delahaye Thierry, con le illustrazioni di Bureau Aline, realizzato in collaborazione con l’Unicef e l’Unesco e pubblicato in Italia da Gallucci Editore, proprio oggi 20 novembre in occasione della Giornata mondiale dei diritti dei bambini. Nel colorato testo sono raccolte le testimonianze di tanti bambini e dei loro diritti violati, in rapporto alla carta dei diritti dell’infanzia, documento universale, i cui principi non sempre vengono rispettati. Tutti i bambini hanno gli stessi diritti è adatto ai piccoli lettori dai 6 anni in su perché, attraverso storie, forme e colori, permette ai bambini di comprendere quanto siano importanti le regole, il loro rispetto e il ruolo che ogni mamma e papà, ma anche ogni Stato e istituzione, hanno nel farle rispettare con il fine di garantire la tutela dei diritti dei più piccoli, troppo spesso vittime innocenti di violenze, povertà, fame e analfabetismo. Immagini semplici e colori vivaci per raccontare episodi, a volte molto dolorosi, ma allo stesso tempo importanti testimonianze di vita per comprendere quanto sia importante il rispetto dei diritti dei più piccoli. Tutti i bambini hanno gli stessi diritti però, non dovrebbe essere letto solo dai bambini con il fine di conoscere le vicende delle quali sono stati protagonisti i loro coetanei, ma dovrebbe essere letto anche dagli adulti, per comprendere come in molte parti del mondo ancora oggi i diritti dei più piccoli vengano violati. Dai sei anni in su.

Dieter Berstecher ha creato e diretto il programma dell’Unesco per l’istruzione dei bambini in povertà. Vive a Parigi.
Thierry Delahaye vive a Marsiglia. Dopo aver realizzato numerosi documentari, si dedica alla letteratura per l’infanzia.
Aline Bureau è nata nel 1971 a Orléans e attualmente vive a Parigi. Ha studiato grafica e incisione all’Ecole Estienne. Ha realizzato diversi albi per bambini e ragazzi. Le sue illustrazioni compaiono sulle pagine di riviste e testate come “Elle”, “Le Monde” e “Marie-Claire”.

:: Liberi junior – Il volo dell’Asso di picche, Christian Hill, (Einaudi Ragazzi, 2014) a cura di Viviana Filippini

17 novembre 2014

Volo assoAgosto 1917. La Grande guerra infuria e l’Italia è ormai al suo terzo anno bellico contro l’impero austro-ungarico. Mentre al fronte soldati di ogni età ed estrazione sociale sono immersi nella logorante guerra di trincea, Chris Hill ci porta alla scoperta della vita lontana dalla prima linea con il suo romanzo per ragazzi uscito per Einaudi, Il volo dell’Asso di picche. Bepi, Attilio, Ilario e Martino sono quattro ragazzini uniti non solo da una grande amicizia, ma anche dalla voglia di avventura e dalla passione per il volo. Non a caso, questa simpatica combriccola passa le giornate con la testa all’insù a guardare nel cielo di Mordenons (in Friuli) gli aerei da guerra. Ognuno di loro vive con la famiglia e con essa non mancano piccoli screzi che caratterizzano il tipico rapporto conflittuale tra genitori e figli, soprattutto quando questi ultimi si trovano nella fase adolescenziale. Tra una marachella e un rimprovero per il guaio appena compiuto, i ragazzi un giorno si addentrano in una base militare dove fanno un‘agghiacciante scoperta che li lascia di stucco, ma quando il telefono della base comincia a trillare e loro rispondono recependo gli ordini, non possono far altro che obbedire e far volare gli aerei militari per compiere la missione. Tra i quattro amici Bepi è il più impavido e sprezzante del pericolo, oltretutto si ritiene esperto di volo perché suo fratello è un pilota di aerei. Attilio è più equilibrato e razionale nel suo fantasticare. Attilio – figlio del macellaio del paese- è agile e veloce e Martino, il più delicato, è il damerino della situazione. Loro faranno volare il mitico biplano “Asso di picche” (il bombardiere Caproni) carico di bombe da sganciare sui nemici, incrociando durante la missione il mitico pilota Francesco Baracca. L’esordio letterario di Hill è con questo romanzo di formazione ambientato durante la Prima guerra mondiale, dove i quattro amici sperimentano l’adrenalina bellica come se fosse un gioco. In realtà un gioco non è, ma la spensieratezza che caratterizza la giovane età è quella che dà a questi amici il coraggio per compiere l’eroica impresa. Sono dei simpatici piloti in miniatura, magari non conoscono proprio alla perfezione l’arte del volo, ma ci provano per sentirsi dei soldati a tutti gli effetti. La morte c’è, ma è un qualcosa che aleggia e i ragazzi la affrontano con una tale innocenza e semplicità che ci aiuta a capire quanto ancora debbano maturare per diventare uomini. Il volo dell’Asso di picche di Hill è una bella avventura nei cieli d’Italia ai tempi della guerra del 1915-18, dove il coraggio dei clan capitanato da Bepi, unito alla fortunata casualità degli eventi, permetteranno ai quattro amici di uscire indenni dal volo. Da leggere con attenzione anche l’intervento di Frediano Sessi sul primo conflitto mondiale del Novecento, perché in esso si trovano dati, numeri e informazioni sui soldati impiegati al fronte, sul tipo di armi usate e sul dramma di molti giovani – non tanto più grandi di Bepi e Co.- mandati a combattere una guerra non voluta da loro. Illustrazioni Jacopo Bruno. Dai 12 anni.

Christian Hill, 46 anni, figlio di un’italiana e di un tedesco, nato e cresciuto a Milano, è ingegnere aeronautico ma si è dedicato alla fotografia, al giornalismo e ai giochi prima di diventare scrittore. Il volo dell’ Asso di picche è il suo romanzo d’esordio, con postfazione di Frediano Sessi.

:: La morte dell’erba, John Christopher, (Beat ed., 2014) a cura di Viviana Filippini

9 novembre 2014

Cover morte erba“In un certo senso credo che il virus abbia diritto di vincere. Per anni abbiamo trattato la terra come se fosse un deposito da saccheggiare. Ma la terra, dopo tutto, anch’essa è viva”.

Sarà anche uscito per la prima volta nel 1956, ma La morte dell’erba di John Christopher è un romanzo ancora molto attuale, perché nel libro si parla di un micidiale virus che distrugge qualsiasi tipo di erba (riso e ogni pianta appartenente alla famiglia delle graminacee, compresi grano, orzo, avena e segale) e, vista la presenza di batteri infettivi che oggi ci terrorizzano, credo sia interessante leggerlo per comprendere quanto il panico di massa possa portare al caos completo un intero sistema sociale. L’ambiente dove prende via la narrazione è la Londra del secondo dopo guerra, nella quale John Custance vive in assoluta tranquillità con la moglie e i figli adolescenti. L’uomo si divide tra il lavoro, la famiglia e soggiorni nella valle del Westmorland, dove il quieto e scapolo fratello David gestisce con sapienza la sua fattoria. Fino a questo punto nulla di strano, se non il fatto che dal vicino Oriente (dalla Cina per la precisione) arriva un virus del riso – chiamato Chung-Li – che a Est ha causato carestia, dissidi tra uomini e messa in crisi dei sistemi sociali e governativi. Dopo una prima fase, nella quale la popolazione inglese sembra riuscire a mantenere il controllo di sé stessa, il terrore scatenato dal rapido diffondersi del batterio e dalla scoperta di un macabro progetto governativo fomenterà sempre più un incontrollabile panico di massa. John Custance non esiterà, come molti altri suoi concittadini, a tentare la fuga prendendo con sé la famiglia per portarla verso la salvezza, nella valle del Westmorland. Custance sarà alla guida di un piccolo gruppo di fuggitivi (oltre al suo nucleo familiare c’è quello del suo amico Roger al quale si aggiungo un compagno di scuola del figlio di John, una giovane rimasta orfana e Pirrie un cinico anziano commerciante di munizioni) che lo eleggerà a capo supremo della carovana di essere umani in fuga. La morte dell’erba è un romanzo appartenente al genere fantascientifico-catastrofico nel quel la ribellione della natura Madre-Matrigna, dal sapore leopardiano direi, porta la specie umana a imbarbarirsi nel momento in cui tutte le sue certezze vengono messe in crisi. Custance e il suo gruppo si troveranno a viaggiare in una campagna inglese nella quale vere e proprie bande di uomini agiscono per sopravvivere ad un mondo che sta assumendo una sembianza apocalittica. Con questo romanzo, Christopher- pseudonimo di Sam Youd – dimostra che bastano pochi giorni, per destrutturare il senso di civiltà che si è costruito in milioni di secoli, per trovarsi davanti a degli uomini che agiscono lottando per un puro e necessario istinto di lotta per la vita. Lo stesso John Custance, protagonista principale della trama, un po’ alla volta si immedesimerà sempre più nei panni del capobanda o signore di una tribù, tanto che arriverà a compiere dei gesti per lui impensabili e inconcepibili ai tempi della tranquillità sociale. L’imbarbarimento della specie è una sorta di uragano che investe tutti i personaggi della narrazione, a dimostrazione del fatto che in condizioni di profondo disagio, ogni essere vivente è in grado di dare il peggio di sé, pur di poter continuare a vivere in un mondo dove ogni certezza è messa in crisi. La morte dell’erba di Christopher richiama, dal mio punto di vista, Il signore delle mosche di William Golding e Cuore di tenebra di Joseph Conrad, perché come accade in quei romanzi, ciò che affiora pagina dopo pagina nel libro di Christopher è una sorta di brutale “bestialità” del genere umano sopita e mai scomparsa del tutto. Non manca poi, nella parte finale del libro, un netto richiamo di natura biblica (in particolare mi sto riferendo alla Genesi) che evidenzia quanto il male accechi l’uomo portandolo ad una violenta guerra fratricida.

John Christopher, pseudonimo di Sam Youd, è stato uno scrittore e autore di fantascienza inglese. Oltre che come Samuel Youd e Christopher Youd, ha scritto anche sotto gli pseudonimi di Stanley Winchester, Hilary Ford, William Godfrey, Peter Graaf, Peter Nichols e Anthony Rye. Una borsa di studio della «Rockefeller Foundation» gli rese possibile perseguire la sua carriera di scrittore, iniziando con il romanzo The Winter Swan del 1949 e raggiungendo la popolarità negli anni Cinquanta e Sessanta grazie a diverse opere interessanti, la migliore delle quali probabilmente è La morte dell’erba (1956). È conosciuto soprattutto per la trilogia de I tripodi e per quella di Sword of the Spirits che sono dedicate ai ragazzi, e per i suoi romanzi di fantascienza apocalittica e post apocalittica. Da La morte dell’erba venne tratto nel 1970 un film, diretto da Cornel Wide, dal titolo 2000: La fine dell’uomo (No blade of grass).

:: Oh-Oh! Il gufetto è caduto dal nido, Chris Haughton, (ed. Lapis, 2013) a cura di Viviana Filippini

8 novembre 2014

GufettoUna simpatica storia per immagini con protagonista in piccolo gufo dormiglione. Il gufetto creato da Haughton in fatti cade dal suo nido e, ritrovatosi improvvisamente da solo, comincia la ricerca della sua mamma. Ad aiutare il piccolo protagonista dagli occhi enormi come due fanali, ci penserà un simpatico e goffo scoiattolo del bosco. In un susseguirsi di incontri comici, il gufetto e lo scoiattolo pasticcione troveranno una rana che darà loro i giusti indizi per ritrovare Mamma Gufo. Ne Oh-oh! Il gufetto è caduto dal nido le parole ci sono e sono poche, perché il mondo creato da Haughton vuole raccontare con battute essenziali, immagini semplici e colorate, una storia nella quale il legame d’amore e l’affetto tra i genitori e i loro cuccioli è il motore della narrazione non solo del volumetto edito da Lapis, ma della vita di ogni essere vivente. Il libro ha vinto il «Premio Andersen 2013» per la categoria dei libri per bambini dai 6 anni in su e il «Super premio Gualtiero Schiaffino 2013» come Libro dell’anno. Nel 2014 è uscita una nuova versione del libro in cartonato rigido. Dai 2 anni in su.

Chris Haughton è un illustratore e designer di origini irlandesi, vive e lavora tra Londra e l’India collaborando con testate giornalistiche di grande prestigio come «The Guardian», «The Times» e «The Independent». Il suo primo libro per bambini A bit Lost (in italiano Oh-oh!), ha conseguito un grande successo di critica e di pubblico, testimoniato dalla vittoria di numerosi premi e riconoscimenti internazionali

:: Dal 7 al 9 novembre torna la XII edizione della Microeditoria di Chiari (BS) a cura di Viviana Filippini

2 novembre 2014

MicroedMancano pochi giorni per l’inizio della dodicesima rassegna della Microeditoria di Chiari, in provincia di Brescia, dal 7 al 9 novembre. La tre giorni dedicata all’editoria indipendente e alla cultura sarà caratterizzata da presentazioni di libri, dibattiti, mostre, laboratori, concerti, in un programma che prevede la presenza di 100 editori provenienti da tutta Italia e un cartellone di oltre 90 eventi. La manifestazione, che negli ultimi anni ha visto un crescendo degli espositori e del pubblico presente, è organizzata dall’Associazione Culturale “L’Impronta” in collaborazione con il Comune di Chiari e per tre giorni animerà Villa Mazzotti (Viale Mazzini, 39), lo splendido palazzo in stile liberty, da sempre location prescelta per la kermesse culturale. Tema della XII edizione: la Felicità, oltre il PIL far crescere la Felicità Interna Lorda, un nuovo possibile indicatore del benessere di un Paese che va oltre la produttività e il consumismo. Il tema è stato scelto nell’intento di promuovere la riflessione sulle possibilità di miglioramento del benessere umano in ogni ambito, compreso quello culturale. Accanto ad esso poi ci si occuperà del rapporto dell’editoria con i nuovi media, della salute, di alimentazione e di storia, a dimostrazione del fatto che attraverso i libri ogni aspetto del mondo può essere raccontato. L’inaugurazione della rassegna è fissata per venerdì 7 novembre alle 17.30 a Villa Mazzotti a Chiari quando prenderà il via la tre giorni di cultura durante la quale sarà piacevole perdersi tra migliaia di parole lette e dette. Tra gli ospiti presenti (e sono davvero tanti) si ricorda Sabato 8 novembre alle 15.30 Nikola Savic vincitore di “Masterpiece” con il libro Vita Migliore, intervistato dallo scrittore e “giudice” Andrea De Carlo. Alle 18, Paolo Hendel in Come truffare il prossimo e vivere felici di Paolo Hendel, Francesco Borgonovo e Marco Vicari. Con Paolo Hendel e Carcarlo Pravettoni. Musica dal vivo con Ranieri Sessa alla chitarra. Ingresso con prenotazione sul sito . Domenica 9 novembre alle 14.30 Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana, direttore della rivista Nimbus, noto per la partecipazione al programma televisivo Che tempo che fa, parlerà del suo libro Prepariamoci, come prepararsi a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza…e forse più felicità. Alle 16 Andrea De Carlo racconterà del suo diciottesimo romanzo Cuore Primitivo. Per partecipare alla presentazione è necessario iscriversi sul sito.

:: Intervista Alessio Arena per Letteratura Tamil a Napoli, (Neri Pozza 2014) a cura di Viviana Filippini

30 ottobre 2014

Arena e CoverBenvenuto ad Alessio Arena poliedrico artista e musicista con la passione della scrittura che nella sua tappa a Milano nella sede della case Editrice Neri Pozza ci ha raccontato come è nato il suo nuovo intrigante romanzo -multiculturale aggiungerei- Letteratura Tamil a Napoli.

Come è nata l’ idea di scrivere Letteratura Tamil a Napoli?

R: Per scrivere questo romanzo ho preso spunto della reale presenza della comunità singalese a Napoli, composta dai tanti vinti e vincitori della guerra che afflisse lo Sri Lanka a partire dalla metà degli anni Ottanta. Alla fine del conflitto molti abitanti decisero di lasciare la loro terra per emigrare altrove e a Napoli la comunità è presente dagli anni Novanta, proprio nel centro della città, nel Rione Sanità, dove sono nato anche io. Fin da piccolo ho sempre vissuto vicino a questa collettività e crescendo mi sono reso conto che, a parte un film Into Paradiso del 2010 della regista sceneggiatrice Paola Randi, non c’era materiale che raccontasse la letteratura Tamil e tutto il loro mondo e così ho pensato di scrivere il romanzo Letteratura Tamil a Napoli.

C’è una Napoli di superficie e una sotterranea. Raccontaci cosa accade nel ventre di Napoli.

R: Il mondo sotterraneo di Napoli è molto vitale, è il luogo dal quale arriva l’acqua per la città e durante la Seconda guerra mondiale è stato un vero e proprio rifugio dai bombardamenti per la popolazione. Nel mio libro, i Tamil trovano nel ventre di Napoli l’ambiente ideale per creare una seconda città, o meglio creano una città nella città come segno di libertà, anche se vivendo sempre più a contatto con le viscere di Napoli un poco alla volta anche i Tamil assumono su di loro i caratteri dei napoletani trasformandosi in Napo-tamil. Anche la letteratura che i Tamil puntano a ricreare dentro a questo cosmo che si trova nel sottosuolo è si qualcosa della loro tradizione, ma allo stesso è anche un qualcosa che recuperano da Napoli, perché girando nei sotterranei cittadini la maggior parte dei muri è ricoperta di scritte lasciate nel corso del tempo. Questi segni e parole sono la testimonianza che a Napoli è possibile farcela e sopravvivere. Tra i Tamil che creano libri, sfuggiti alla guerra dello Sri Lanka e i napoletani sopravvissuti alla guerra, c’è una somiglianza dettata dalla condivisione e dall’empatia della comune sofferenza determinata dalla guerra. Non a caso il primo libro tamil protagonista del mio romanzo racconta proprio la Napoli sotterranea durante il conflitto e per scriverlo ho preso ispirazione da Napoli 44, romanzo di memorie e visionario scritto da Norman Lewis.

Nel libro ci sono dieci personaggi impegnati a scrivere libri e loro corrispondono ad altrettante divinità indiane come mai?

R: I personaggi si muovono in un ambiente letterario in base all’avatar di Visnu nel quale si identificano di più, perché Visnu si reincarna per riportare l’ordine delle cose e nel mondo. Ogni avatar è un mito e i temi da loro recuperati hanno il valore dell’universalità e per tale ragione riguardano tutti gli uomini. I Tamil protagonisti del romanzo scrivono e nel momento in cui compiono questo atto lo fanno sotto la protezione di un avatar.

Che funzione hanno i libri che i diversi personaggi scrivono?

R: Ogni libro presente nel mio romanzo è un pezzo che assieme ad altri libri cerca di ridare vita nella città di Napoli alla storica biblioteca Tamil andata distrutta nella guerra tra Tamil e Singalesi. C’è quindi la volontà dei personaggi del libro di recuperare la tradizione della propria cultura di appartenenza per farla sopravvivere, per reinventarla e per crearsi un’ identità con il fine di comprendere il proprio posto nel mondo.

Quali fonti hai considerato per scrivere questo romanzo e quanto è importante conoscere culture nuove?

R: Per scrivere questo libro è vero ci ho messo del tempo, un po’ per la ricerca e un po’ per il mio lavoro da musicista che mi ha portato a girare in lungo e in largo in Italia e all’estero. Tra le fonti utili è stato fondamentale il contatto con i Tamil di seconda generazione, nati a Napoli e no. Parlando con loro ho percepito un forte senso di appartenenza all’Italia, loro non solo si sentono italiani, ma si sentono napoletani. Ho ascoltato le loro storie che mi hanno dato ispirazione per il mio libro e poi ha fatto riferimento ai dati storici relativi alla guerra tra Singalesi e Tamil. Per quanto riguarda la letteratura Tamil e l’approccio di conoscenza della letteratura leggendaria è stato molto utile approfondire la conoscenza della storia della letteratura Dravidica che influenzò la letteratura antica indiana e quella tamil. Conoscere altre culture, diverse da quella dove siamo cresciuti, è un importante percorso di conoscenza dell’altro, in quanto questo cammino di scoperta permette di individuare dei punti in comune tra mondo diversi. Per esempio, nel mio libro si noterà come i napoletani e i tamil siano uniti dalla condivisione del dolore e della sofferenza e come si dice in modo comune tra Tamil: “Siamo tutti sotto la stessa tempesta”.

I protagonisti hanno nomi in lingua Tamil e nomi in napoletano. Quale è la funzione di questa doppia identità?

R: Il doppio nome è un po’ una delle peculiarità delle gente di Napoli, nel senso che ogni abitante ha un nome e un soprannome. I personaggi del libro hanno sì un nome Tamil, ma si sentono anche molto legati a Napoli e per questo il loro soprannome, recuperato e spogliato da qualsiasi elemento dispregiativo, è rivalorizzato in modo positivo per sottolineare ancora di più il profondo legame con Napoli, che li ha accolti e accettati.

Come accadeva in L’infanzia delle cose, anche in Letteratura Tamil a Napoli ti occupi di piccoli gruppi etnici. Come mai hai questo interesse per le minoranze culturali?

R: Il mio interesse verso le minoranze etniche culturali è forse dovuto al fatto che anche io vengo da un parte di Napoli, il Rione Sanità, che in un certo senso è stato considerato una minoranza e una sorta di mondo a sé, spesso finito sotto etichette e pregiudizi nati nel corso degli anni. Quando ero piccolo in più occasioni mi son sentito escluso dal resto del mondo e un po’ sotterraneo come i protagonisti del mio libro, perché ho sempre sentito di appartenere ad una sorta di mondo altro presente nella città di Napoli. Basta pensare al fatto che a Napoli prima di conoscere l’italiano, in molte zone si impara il dialetto, che viene considerato una vera e propria lingua. Nel libro L’infanzia delle cose i protagonisti gitani si trovavano a vivre in una situazione di incontro e scontro tra culture diverse e tangenti che li voleva guidare a superare i propri limiti dettati dal contesto di vita. Una situazione che ho vissuto in un certo senso anche io, quando a sei anni mi son trasferito in Spagna, e mi son trovato ad entrare da piccola particella in un mondo vasto e sconosciuto che ho imparato a conoscere un po’ alla volta.

Tra i tanti personaggi presenti, molto intenso è il ritratto della zia transessuale di Bibberò. Raccontaci qualcosa di questa figura.

R: La zia transessuale di Bibberò è uno dei personaggi più affascinanti del libro per il viaggio alla scoperta di sé che compie durante la trama. Il parente del protagonista cerca di liberarsi da un corpo che non sente suo e quello che più mi appassiona suo è proprio cammino svolto per raggiungere la sua nuova e vera identità, attuando una nuova nascita. Chi nella realtà di ogni giorno vive un cammino simile, agisce per raggiungere un traguardo preciso e diventare ciò che sente davvero di essere. La zia di Bibberò e le tante persone che esperimentano questo percorso sono dei veri e propri libri scritti pronti a raccontarsi a noi lettori e uditori.

La religione è spesso presente nei tuoi libri compreso questo ultimo lavoro. Come convivono il cristiani e i tamil?

R: La religione è uno dei temi che spesso ritornano nei miei libri, e quello che più mi incuriosisce è il paganesimo della religione cristiana e anche i suoi aspetti più kitsch come le tante rappresentazioni delle statue di santi, le immagini e tutta una serie di oggettistica religiosa che era molto in voga negli anni Ottanta. A Napoli in ogni casa e in ogni angolo della città sono presenti oggetti e immagini di culto religiose che gente prega e venera con passione religiosa profonda, ma ora questi simulacri non sono più solo cristiani, perché compaiono anche quelli Tamil. Nel libro ad un certo punto la statua di San Gennaro viene sostituita con quella del Buddha e questo è un segno delle convivenza tra due mondi religiosi e cultura che c’è a Napoli, anche se non lo si dice in modo esplicito. Napoli è una città abituata a dare e ricevere e non a caso in lei gli italiani convivono tra loro e, da anni, gli italiani convivono con le diverse etnie presenti, tra le quali ci sono i singalesi, in un scambio reciproco di saperi e valori. Per capirci meglio, se fino a qualche anno a Napoli i manifestini attaccati ai muri con messaggi e avvisi di vario tipo erano scritti in italiano e napoletano, oggi accanto a loro ci sono pure annunci in lingua tamil. Questo dimostra che la convivenza e la mescolanza tra culture c’è, è viva ed è in atto una mescolanza tra tradizione e innovazione, come emerge dal libro.

Sei già al lavoro per un prossimo libro?

R: Il prossimo lavoro è in fase di stesura e sarà un libro che avrà per protagonista il transatlantico Homeland costruito nel 1905, che nell’estate 1950 effettuò 5 viaggi tra Napoli e New York.

:: Liberi junior: Il libro ficcanaso, Andrea Valente, (Gallucci editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

28 ottobre 2014

FiccanasoTra gli occhi e la bocca cosa c’è? Lui, il naso. Grosso, piccolo, a patata, lungo, corto, aperto chiuso e anche blu come quello di un cinese protagonista di una curiosa avventura qui scritta. Il naso è il principale protagonista di questa raccolta di racconti scritta da Andrea Valente, edita da Gallucci , intitolata Il libro ficcanaso. Accanto a storie dove i nasi vengono dipinti più o meno belli di come sono, dove diventano dei nasi porta passeri o vengono da un altro mondo perché extraterrestri (vedi la storia Il naso extraterrestre, dove il protagonista sorvola il pianeta terra stupendosi parecchio dello strambo comportamento del genere umano), ci sono simpatiche poesie in rima sul naso che fanno ridere grandi e piccini (Il naso senza la enne, Il naso arcobaleno o Il naso a cucù). Il linguaggio usato è semplice, piacevole e le storie inventate da Valente mescolano con maestria realtà, finzione e mitologia (divertente il racconto I due nasi di Polifemo) dando vita a storie divertenti che stuzzicano la fantasia del piccolo lettore. Andrea Valente, inventore del personaggio Pecora Nera, racconta la storia del naso, rendendo l’organo primario per percepire i profumi e gli odori presenti nel mondo il personaggio principale dei suoi racconti, per portare i piccoli lettori – e non solo- in un mondo nel quale Biancaneve ha sette nasi e il naso curioso si rivela essere un vero e simpatico ficcanaso! Dagli 8 anni in su.

Andrea Valente è nato a Merano nel 1968. Da bambino ha imparato a usare la macchina da scrivere prima della penna. La biro gli serviva per disegnare. Poi è diventato famoso con il personaggio della Pecora Nera. Con Gallucci ha pubblicato E la vita l’è bella!Non sta mai fermaChissà perchéPazza ItaliaTirabusciòQuando Babbo diventò NataleLa fantastica storia della prima OlimpiadeIl ritorno della BefanaHai voluto la bicicletta?!Il libro ficcanaso e Cervelloni d’Italia. Durante l’anno incontra un sacco di ragazzi nelle scuole. Se vuoi conoscerlo, puoi visitare il suo sito all’indirizzo http://www.andreavalente.it . Ma devi ricordarti di dargli del tu, altrimenti si offende.

:: L’angelo dell’oblio, Maja Haderlap, (Keller, 2014) a cura di Viviana Filippini

25 ottobre 2014

angelo dell'oblioL’angelo dell’oblio, vincitore del prestigioso premio Ingeborg-Bachmann-Preis ricevuto nel 2011 è il primo romanzo della scrittrice Maja Haderlap. I protagonisti effettivi di queste pagine, oltre ai personaggi che si alternano nella scena narrativa, sono i tanti ricordi che emergono pagina dopo pagina durante lo svolgersi della trama. Chi racconta- e non è difficile identificare nella voce narrate un alter ego dell’autrice stessa – ascolta con attenzione dalla voce della nonna i pezzi di vita passata, il tutto protetta dal caldo profumato della vecchia stube (tipica baita di montagna). Non mancano le storie dei vari compaesani della narratrice che, dalle trattorie di paese dove fumo, cibo e vino si mescolano, fanno emergere i tanti ricordi legati al dolore, alla sofferenza e alla lotta partigiana. Sono frammenti di vita, di sentimenti incompresi nei quali la deportazione nei lager e la lotta per la tutela della propria autonomia e identità aleggiano in ogni pagina. L’angelo dell’oblio racconta la storia di un popolo e allo stesso tempo la vicenda della famiglia della narratrice, nella quale emerge il difficile rapporto tra i genitori della protagonista, caratterizzato da continue e reciproche incomprensioni delle parti o, il non detto sulla detenzione carceraria e sull’azione di lotta per la propria autonomia attuata da amici e parenti della famiglia di appartenenza della giovane protagonista. Le scene di vita quotidiana nelle quali chi racconta è la voce narrante bambina sono un insieme di usi e costumi di una terra e di un tempo ormai passati e racchiusi nella sola mente di chi li ha vissuti e conosciuti sulla propria pelle. Altro aspetto interessante è il fatto che la protagonista decida di studiare teatro e di scrivere prima poesie, poi testi narrativi, per mettere nelle sue storie la lingua, la cultura e il mondo dal quale proviene (un piccolo centro della Carinzia tra Austria e Slovenia) nel quale è cresciuta nel tentativo di evitare che il tutto vada dimenticato. Il romanzo della Hederlap ha un forte sapore autobiografico nel quale si percepisce la necessità della scrittrice di mantenere vivo il proprio passato mettendo su carta i racconti e le storie che ha ascoltato da piccola, ma anche da giovane donna. Uno dei tanti intenti del libro è quello di ricordare le persone che la narratrice-autrice ha conosciuto e che sono entrate a fare parete della sua vita. L’angelo dell’oblio della Haderlap cerca di far capire quanto sia importante l’atto di raccontare, quanto valga il culto della memoria di ciò che è accaduto ad una famiglia (la sua, come tante altre) e a un popolo, perché tra queste pagine oltre ai forti legami di sangue e amore, aleggia anche l’ardita battaglia compiuta delle umili genti della Carinzia per la tutela della propria identità culturale e linguistica. Traduzione Franco Filice.

Maja Haderlap è nata nel 1961 a Eisenkappel/Železna Kapla in Austria, in una famiglia appartenente alla comunità di lingua slovena della Carinzia. Dopo gli studi teatrali, dal 1992 al 2007 ha lavorato come drammaturga allo Stadttheater di Klagenfurt, città in cui vive oggi. Ha pubblicato diversi volumi di poesie sia in tedesco che in sloveno. Con L’angelo dell’oblio, suo primo romanzo ha vinto nel 2011 il prestigioso premio Ingeborg Bachmann, riscuotendo immediatamente  un caloroso consenso di critica e di pubblico.

:: Liberi junior: Rime del fare e non fare, Bruno Tognolini, (Gallucci editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

20 ottobre 2014

Rime coverColori, disegni, parole in rima formano le filastrocche contenute in Rime del fare e non fare di Bruno Tognolini, autore di testi per il pubblico bambino per la televisione e per il teatro. In queste pagine edite da Gallucci si susseguono tante musicali filastrocche create dall’autore su misura per ogni bambino. Brevi composizioni che hanno per protagoniste le cose da fare e da non fare con il corpo e quelle da sentire con il cuore. Nella prima parte, quella dedicata alle Filastrocche delle cose da fare, Tognolini crea simpatici giochi di parole per descrivere l’avvio del giorno, il camminare, il correre o il realizzare una torta. La seconda parte del libro comprende invece le Filastrocche di atti e sentimenti nelle quali i personaggi principali compagni di viaggio dei piccoli lettori sono i sentimenti, proprio come quelli degli adulti, che i bambini possono provare nelle diverse esperienze della loro vita in miniatura. La gioia, la paura, l’invidia, la felicità sono solo alcune delle emozioni che si susseguono proprio per far capire all’animo bambino quanto vario possa essere il fare e il sentire umano dell’adulto e del piccino. Rime del fare e non fare di Bruno Tognolini utilizza le parole come i tasselli di un puzzle per raccontare ai bambini in modo giocoso e musicale la vastità delle cose e dei sentimenti che caratterizzano la vita di ognuno di noi. A rendere tutto più coinvolgente i simpatici e colorati disegni di Giuliano Ferri.

Bruno Tognolini è nato a Cagliari nel 1951. Da bambino gli piaceva leggere e costruirsi i giocattoli con legnetti, chiodini e spago. Ha cominciato a scrivere quando ha capito, da lettore, che le storie erano come quei giocattoli: poteva costruirsele da sé. E così è diventato scrittore per bambini, a quarant’anni, ma neanche lui sa bene perché: per caso, per raccontare storie alla figlioletta Angela, perché poteva scrivere in rima… chissà. Ha scritto libri, testi per “L’Albero Azzurro” e “La Melevisione”, teatro e canzoni e videogiochi. Ha vinto anche due Premi Andersen e ne è contento: però è ancora lì chino sui suoi legnetti e spaghi di parole, perché la storia e la poesia più bella, ne è convinto, la deve ancora costruire.

Giuliano Ferri è nato a Pesaro nel 1965. Ha cominciato a disegnare prestissimo, imitando i fumetti “spaziali” giapponesi. Poi ha studiato arte e si è dedicato all’illustrazione. La fantasia gli viene dalla mamma sarta, l’umorismo dal babbo, l’ispirazione dai bambini che incontra nelle scuole. Ma anche da se stesso. I suoi personaggi sono quasi degli amici, figure che gli sembra di avere conosciuto. Giuliano suona la chitarra e divide il proprio talento tra i libri e una Onlus di sostegno a persone con problemi mentali. Anche con loro gli acquerelli hanno successo. Per Gallucci ha illustrato Firenze/FlorenceEva era africanaLa pulce d’acquaLe tue antenate, La ballata di GeordieLe filastrocche della Melevisione, I racconti delle fate Regina reginella.

:: Il canto delle sirene, Nicola Fiorin, (Arpeggio Libero 2014) a cura di Viviana Filippini

14 ottobre 2014

il-canto-delle-sireneCoverTorna l’avvocato Angelo Della Morte creato dalla fervida mente dell’avvocato penalista bresciano Nicola Fiorin. Questa volta il simpatico protagonista, pure lui avvocato penalista come il suo creatore, sarà alle prese con uno spinoso caso di omicidio che vedrà come principale imputata Patrizia. La donna, che non è la brava e diligente segretaria di Della Morte, è la ex fidanzata dell’avvocato, quella che lo ha lasciato senza dargli una spiegazione, ed è la stessa persona che nei due romanzi precedenti, Lentamente muore e Il migliore dei mondi possibili (recensito sul blog nel 2013), è sempre stata evocata e mai si è vista in modo concreto. In questo ultimo giallo legale Patrizia c’è eccome, tanto che il suo ritorno improvviso nella vita di Angelo metterà in serio pericolo la tranquillità che il giovane avvocato stava cercando di recuperare. A risentirne non sarà solo il lavoro del penalista (Della Morte accoglierà in studio un giovane praticante e dovrà ascoltare con pazienza le lamentele di un’anziana vicina di casa sempre convinta che tutte le disgrazie capitino a lei), ma la sua stessa vita privata sarà del tutto scombussolata. Le emozioni che tormentavano Angelo in passato sul perché Patrizia lo avesse lasciato senza una ragione precisa riaffioreranno nel presente, mettendo a dura prova la dimensione psicologica di Della Morte e la sua relazione con la psichiatra Francesca. Ma perché Patrizia torna? Patrizia ritorna da Angelo perché lo ritiene l’unica persona in grado di tirarla fuori dai guai e di farla scagionare dalla tremenda accusa che grava su di lei. La donna sarebbe coinvolta in un brutale duplice omicidio (quello della sua datrice di lavoro e del piccolo figlio di lei) avvenuto in una zona residenziale di Brescia. A rendere più complessa la vita delle parti coinvolte non è solo il legame passato della “coppia scoppiata” Angelo-Patrizia, ma anche il fatto che la stampa locale eserciti notevoli pressioni per avere notizie e creare scoop da esclusiva sul caso di cronaca nera che ha scosso la tranquilla cittadina lombarda. Angelo, in bilico emotivo, accetterà il caso, ma i dubbi su Patrizia, sul suo carattere e sul suo agire lo tormenteranno nel rocambolesco camminino di ricerca della verità. Angelo sarà solo in questo percorso, perché né Francesca, né gli amici di sempre – quelli che lo fanno ridere e divertire- potranno aiutarlo in questo diretto confronto con un passato di dolore dal quale l’avvocato non è mai riuscito a staccarsi completamente. La trama de Il canto delle sirene scorre via veloce grazie ad un linguaggio schietto, fluido e ci racconta di un Angelo Della Morte molto temuto in aula dai colleghi per la sua arte oratoria, ma completamente goffo nella vita privata. Questi due aspetti comportamentali sono quelli che ci rendono l’avvocato penalista simpatico, umano e ci fanno capire quanto sia intensa la sua voglia di giustizia. La trama è, come vuole lo stile di Fiorin, ricca di situazioni grottesche e tragicomiche nelle quali si alternano in perfetta armonia l’ironia, gaffe mirabolanti tipiche di Della Morte, le immancabili patacche di caffè sulla camicia, gioie e dolori. Il processo a Patrizia ne Il canto delle Sirene sarà per Angelo Della Morte una prova titanica che lo spingerà a fare il possibile e l’impossibile, dimostrando di agire sempre in nome dell’onestà più vera.

Nicola Fiorin classe 1976, vive e lavora a Brescia dove esercita la professione di avvocato penalista. Ama, non necessariamente in questo ordine, il rock, viaggiare, l’Inter e i budini al cioccolato. Scrive da quando aveva 9 anni e di sé dice Vivo per scrivere e scrivo per vivere. Il suo primo romanzo Lentamente muore è stato il caso letterario dell’estate bresciana nel 2012 ed è stato ristampato sette volte. Il migliore dei mondi possibili è il secondo romanzo della trilogia con protagonista Angelo Della Morte.

:: Liberi junior: Eli+Bea. Ballerine a tutti i costi (Vol.6), Annie Barrows, Sophie Blackall, (Gallucci editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

10 ottobre 2014

Cover ElyBeaEly e Bea sono amiche inseparabili e complici di molte avventure. Questa volta, dopo aver letto un libro che racconta la storia della danza, le due amiche decidono di iscriversi alla scuola di ballo. In loro c’è grande entusiasmo, perché potranno imparare a saltare, a fare fantastiche piroette, a scalciare in aria le gambe e potranno indossare costumi di scena fantastici. Peccato che una volta arrivate alla scuola della maestra Joy, Ely e Bea si pentono subito della scelta compiuta, perché fanno solo strani esercizi per piegare gambe e braccia e scoprono che nel saggio di fine anno loro due dovranno vestire i panni dei calamari. Fino a qui nulla di strano, se non fosse il fatto che a guardare lo spettacolo ci saranno una miriade di persone. Il panico attanaglia Ely e Bea che dopo vari e rocamboleschi tentativi di evitare il saggio (cercano di lussarsi un braccio, di prendere germi influenzali di ogni tipo) decidono di usare la gita scolastica all’acquario per fuggire ed evitare una pessima figura. Le due amichette inseparabili si accorgeranno solo poi che questa scelta le porterà alla scoperta di un mondo marino popolato da misteriose e sconosciute creature. La sesta avventura creata dalla Barrows con protagoniste Ely e Bea è una storia avvincente, ricca di colpi di scena che non smettono mai di stupire il piccolo lettore grazie ad un linguaggio asciutto e dinamico che riproduce la parlata semplice e spontanea dei bambini. Le due amichette sono ragazzine sveglie, monelle, abili a mettersi troppo spesso nei guai, ma allo stesso tempo la loro innocenza e simpatia le aiutano a riconoscere i propri errori. Traduzione Paola Mazzarelli. Dagli 8 anni.

Annie Barrows è un’editrice e scrittrice americana famosa per la serie di libri per bambini con protagoniste le due inseparabili amiche Ely+Bea (Ivy & Bean nella versione americana), ma è anche autrice di libri per adulti. La Barrows ha sempre avuto forte empatia con i libri tanto che ha lavorato in una biblioteca quando andava a scuola, ha studiato letteratura inglese all’università e poi è diventata editor. Ha cominciato a scrivere libri per bambini dopo la nascita delle sue due figlie e si è ispirata proprio a loro per creare i personaggi di Ely e Bea.

Sophie Blackall è australiana, ma vive ormai stabilmente a Brooklyn. Le sue illustrazioni hanno vinto diversi premi e sono apparse anche su vari giornali, tra cui il “New York Times”.