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:: Mare e terra di Daniela Barone

29 dicembre 2025

Oggi è una mattina grigia ma non credo che pioverà. Mi incammino verso la spiaggia in cerca di una roccia dove sedermi a leggere il mio libro: sono poesie di Alda Merini, donna straordinaria che la grave malattia nervosa non ha annientato. Mi viene istintivamente da pensare alla mia mamma che, come la poetessa, aveva una madre severa, distante e punitiva. Le accomuna anni di buio, di tormenti incompresi dagli altri, di cure psichiatriche inefficaci ma anche di  un’esistenza di amore corrisposto per la famiglia. Leggo i versi struggenti di ‘Mare e terra’ che mi commuovono perché mi ricordano un lontano giorno di aprile, quando Francesco aveva poche settimane: mi ammalai di una forma severa di depressione postpartum, esplosa come una burrasca  ma poi risolta.

   La Merini, proprio come me, ha sempre amato il mare. Lei scrive: ‘Sono così io. Certe volte spiaggia perduta e solitaria. Altre volte mare in tempesta e strillante. Certe volte isola deserta e silenziosa. Altre volte oceano che abbraccia il mondo.’ Alda, mi sei cara. Ti sento vicina, tu forte e vulnerabile come me, vigorosa e debole come la mia mamma, a volte in cima a onde perigliose, altre serena sulla sabbia bagnata. Ti sento figlia e madre da amare, non so perché. Ripongo il libro nella borsa e passeggio sulla battigia a debita distanza dalle onde. Il cielo è sempre più grigio; non c’è da stupirsi se la spiaggia è deserta. Poco più distante scorgo un uomo che cammina lentamente con un cagnolino al guinzaglio.  Chissà se anche lui è ispirato dal mare: sembra un po’ curvo pur non essendo vecchio. Proprio quando penso che forse è il caso di rientrare, intravedo in lontananza una bimbetta che gioca con il secchiellino e la paletta. Avrà cinque o sei anni. Ha i capelli corti e biondi, indossa un costumino intero di cotone con ruches bianche, come si usava negli anni Sessanta e si mordicchia le labbra mentre compone formine con la sabbia umida.

   Da chissà dove provengono le note di una canzone di quel tempo. Non ci sono bar nei dintorni, né stabilimenti balneari. Riconosco il vecchio pezzo di Celentano, ‘Nata per me’. Sono attonita. La bambina si accorge della mia presenza e mi grida un ‘ciao’ festoso. Io mi siedo poco distante da lei e la osservo giocare. Le chiedo poi dove sia la sua mamma: lei mi indica una giovane donna grassoccia che indossa un buffo cappello di paglia. Ha i capelli ramati con la permanente e sorveglia la figlioletta con gli occhi socchiusi. Ha un’aria pensierosa, direi mesta, e non capisco perché. Chiedo alla bambina il suo nome e lei mi risponde gioiosa, dopo un attimo di esitazione «Susanna!»

   La mamma si riscuote dal suo torpore per precisare che la figlia si chiama invece Daniela. Ha la mania di cambiarsi il nome, commenta.  La bimba non si scompone e fa una smorfia furbetta senza interrompere il suo gioco. E’ davvero una gran  chiacchierona. Senza bisogno di sproni mi racconta tante cose di lei: è figlia unica e detesta stare a casa: preferisce andare a trovare le  vicine che l’intrattengono in varie attività, come macinare il caffè, grattugiare il formaggio e spolverare i mobili. Colgo un guizzo sbarazzino nei suoi occhioni celesti e mi sorprendo a pensare che mi assomiglia molto.  Ha due bambole, Carolina e Silvia. Sono brave ma qualche volta la fanno arrabbiare, così lei fa loro delle iniezioni per punirle. Precisa che hanno il culetto bucato ma lei non può fare a meno di punzecchiarle quando sono cattive. Lei non è mai cattiva, aggiunge. A volte però, quando la mamma è a letto con il mal di testa, si domanda se magari lo sia e stringe a sé le bambole bistrattate. Ci sono dei giorni in cui ama fare i dispetti a chi le capita sotto tiro. Spesso fa impaurire la bisnonna Giuditta fingendo di inghiottire le pastiglie della mamma. Sono delle innocue palline di carta che ingurgita davanti a lei che ogni volta cade nell’inganno.  Ama accudire i bambini più piccini e vuole bene proprio a tutti. Ha un’adorazione per il papà che si occupa di lei più degli altri padri, quando la mamma non sta bene. Vorrebbe sposarlo da grande ma tutti le dicono che non è possibile. Troverà un marito buono come lui? O si farà imbrogliare da uomini sbagliati o addirittura malvagi?

   C’è tanto tempo per la piccola Daniela; l’amore è una cosa da grandi anche se lei mi confida che è innamorata di Renato, il figlio dodicenne della vicina di casa. Aiuta la mamma a fare la spesa, anzi va spesso lei al suo posto a comperare piccole cose; mostra la lista al fruttivendolo e al salumiere e pone gli acquisti nella borsina a rete. E’ orgogliosa di essere una bambina tanto disponibile ma vorrebbe più tempo da dedicare ai suoi giochi. Quali sono i suoi preferiti? Beh, vendere alle amichette le erbe selvatiche in campagna o il sugo ottenuto con pezzi di mattone pestati, guardare le mucche di Lillo al pascolo e osservare le formiche attirate dalle loro grandi cacche.  E’ adorabile quando ride. Non sa cosa farà da grande, forse la maestra. A volte scarabocchia su fogli fingendo di correggere dei compiti o impartisce lezioni a imitazione del maestro Manzi che segue in TV. Protesta quando la mamma la invita a rivestirsi ma la prospettiva di prendere il tram la convince a lasciare la spiaggia. Le guardo allontanarsi insieme mano nella mano, lei saltellante accanto alla mamma che sembra sfinita. Il mare stanca, si sa.

:: Profumi di Daniela Barone

14 dicembre 2025

Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo, essa penetra in noi come l’aria che respiriamo penetra nei nostri polmoni, ci riempie, ci domina totalmente. Non c’è modo di opporvisi.’

Patrick Süskind

Il primo ricordo olfattivo è quello dei salumi e delle grosse provole di una botteghina di San Giovanni Rotondo vicino al Santuario di Padre Pio. Non avevo ancora compiuto tre anni ma l’urgenza del lungo viaggio fu dettata dalla malattia della mamma che vedeva nel frate la soluzione ai suoi problemi. In realtà le  fobie di mia madre avrebbero necessitato piuttosto di uno psichiatra ma papà aveva voluto accontentarla.  Quel viaggio si rivelò un fiasco: il fraticello con le stigmate fu duro con lei al punto di cacciarla dal confessionale, apprendendo che lei non partecipava mai alla messa domenicale per la sua salute cagionevole.

   Un altro odore vivido nella mia memoria è legato ai detersivi usati dalla mamma per pulire i pavimenti, in particolare quello penetrante dell’ammoniaca. A nulla servivano le mie rimostranze: per lei era un’azione imprescindibile usare quei detergenti che mi costringevano a trovare riparo nella mia stanzetta.

   Che dire però del profumo inebriante dei petali di rosa a maggio, quando lei comprava da una contadina quei fiori per farne uno sciroppo denso e soave? La casa era pervasa da quell’odore dolciastro ma soprattutto dalle sue chiacchiere allegre: non era facile rendere contenta la mamma, sempre assorta in chissà quali pensieri, talvolta addirittura incupita. Anche papà era coinvolto nelle operazioni di selezione dei petali e di bollitura del liquido rosa che gorgogliava nelle pentole: una vera festa per le orecchie e le narici.

   Della mia infanzia ricordo anche l’odore del sapone di Marsiglia che la bisnonna Giuditta adoperava per lavare montagne di bucato a casa nostra. Veniva da noi per dare  una mano alla mamma, perennemente e misteriosamente ammalata. Per tenermi occupata era sufficiente darmi una pezza o un fazzolettino che io insaponavo con energia nel tentativo d’imitarla, in piedi sopra uno sgabellino traballante che mi permetteva di arrivare al grande lavello di marmo.

   Il profumo che più mi ricorda mia madre  resta però quello del ragù domenicale. Ancora nel dormiveglia percepivo il buon odore del sugo che preparava diligentemente in pentole rigorosamente di terracotta. Non si staccava mai dai fornelli e disapprovava le vicine che, casalinghe come lei, si distraevano talvolta con altre faccende facendo attaccare i pezzetti di carne  al fondo delle pignatte.

   Quando ero ammalata, la mamma mi preparava un delizioso purè di patate che emanava l’odore del burro mescolato in abbondanza al composto. Ancora oggi, quando sono indisposta o malinconica, amo prepararmi questo cibo perché mi fa sentire  coccolata.

   A volte mi domando quali profumi evocherò ai miei figli e ai nipotini quando non sarò più con loro. Sicuramente  si ricorderanno del buon odore del mio pesto ma non riuscirò mai a competere con mia madre, maestra di ragù, frittelle di fiori di zucca e polpettoni.

   Pur trascurando la sua persona, forse per un voto, la mamma non sapeva però resistere alle eau de parfum: qualunque fragranza la conquistava, purché fresca e leggera; se ne metteva in gran quantità, incurante dei rimbrotti di papà. A me piaceva vederla contenta come una bambina, tanto rari erano i momenti gioiosi nella sua vita.

  Rimane poi impresso nella mia memoria l’odore penetrante del detergente che usavo per lavare Francesco, il mio primogenito. Che gioia è tuttora legata al ricordo dei primi bagnetti impacciati nel lavabo del bagno a poche settimane dalla sua nascita!

Le estati trascorse nella casa di montagna con i tre figli piccoli mi fanno tornare alla mente il profumo dell’erba appena tagliata, l’odore del letame delle mucche condotte ogni mattina al pascolo e quello dell’acqua un po’ stagnante delle vasche delle trote pescate con gran divertimento. A volte un pastore passava da casa nostra con un cestello di latte appena munto che facevo bollire per i miei bambini. Quest’odore  mi ricorda il latte che bevevo a colazione alle elementari e i dolori alla pancia che inevitabilmente mi affliggevano. Inutile far notare alla mamma che non digerivo questa bevanda: per lei era l’unico alimento che si poteva dare ad una figlia per colazione, punto e basta. 

   Nuove esperienze olfattive segnarono gli anni della maturità e il secondo matrimonio con Dave.  Lui era curiosamente uno chef, o almeno lo era stato quando viveva in Canada, e se ne faceva un gran vanto. Di lui i miei figli ricordano ogni tanto il profumo dei panzerotti domenicali ma null’altro: quasi nessun cibo potè allietare i nostri pasti, appesanti dai suoi grevi silenzi, o peggio ancora, dalle sue sfuriate.

   Dopo la morte della mamma papà venne a vivere da me. Malandato nei suoi novant’anni, invase la mia tranquilla vita di donna oramai sola con i miasmi dei suoi pannoloni. Non bastavano deodoranti, né finestre spalancate anche in pieno inverno, a dissipare quel fetore. Povero papà. Oggi in me prevale però il ricordo del profumo del suo dopobarba, quando negli suoi ultimi giorni lo radevo e cospargevo il suo viso emaciato di quella lozione odorosa e lenitiva.

   Mi piace infine ricordare l’ondata di profumi di spezie mai conosciute che mi accolse al mio arrivo in India lo scorso anno. La guida locale mi cinse di una corona aulente di fiori gialli, rossi e arancioni; percepii poi l’odore di cardamomo, cannella, vaniglia, e di chissà quali altri aromi indecifrabili. Fu un’esperienza intensa anche sentire gli effluvi vagamente sgradevoli emanati da elefanti e scimmiette onnipresenti e forse, da centinaia di indiani nel brulicare del traffico caotico di Delhi. Davanti al Taj Mahal odorai tanti fiori rigogliosi e immaginai l’imperatore Shah Jahan mentre deponeva delicati boccioli sulla tomba dell’amatissima sposa. I fiori sono soprattutto consolazione per noi viventi che amiamo portarli al cimitero dai nostri cari. Io metto spesso tulipani gialli sul loculo della  mamma, sapendo quanto amasse quel colore. Saranno gialli anche i pochi fiori che vorrò al mio funerale: gialli come la stanzetta di Van Gogh, come il mio piccolo sofà, come il sole sghembo che disegnavo nei quaderni di prima elementare.

:: Faccia rumore di Daniela Barone

21 novembre 2025

Non dovete aver paura. L’isola è piena di questi sussurri, di dolci suoni, rumori, armonie, che non fanno alcun male, anzi dilettano.  ‘La Tempesta’  William Shakespeare

Il primo rumore che ho sentito deve essere stato il quieto fluire del liquido amniotico, la voce della mamma e ad un certo punto i sobbalzi dei suoi singhiozzi per la perdita improvvisa della madre.  Venni al mondo con la sofferenza materna fisica e morale per quell’evento infausto ma sono certa che i miei primi gorgoglii le portarono ben presto consolazione e gioia.

Sono sempre stata una bambina vivace che si dilettava a cantare a squarciagola le canzoni di Mina e Modugno, che faceva un gran rumore giocando con le pentole della mamma e ammirava le note melodiose del pianoforte della maestra Rita alla scuola materna. E che dire del suono dell’organo che ascoltavo nella chiesa dei frati di San Barnaba? Oltre a quella musica, mi incuriosiva il suono cantilenante delle litanie che i fedeli ripetevano per un tempo che a me pareva interminabile. Guardavo la mamma che con aria assorta recitava le invocazioni alla Madonna, e ogni volta mi domandavo come facesse a non stancarsi di quelle monotone e soporifere filastrocche. Di gran lunga preferivo il cigolio del macinacaffè di legno che mi dilettavo ad usare a  casa, il borbottio della vecchia moka sui fornelli della stufa economica e il cinguettio dei canarini che tenevamo in grandi gabbie appese alle pareti della cucina. Era anche piacevole il cincischio delle forbici di papà che tagliava i capelli a me e alla mamma. Zic, zac…. Lui era stato un parrucchiere da giovane e a lungo volle occuparsi delle nostre chiome e più tardi, di quelle dei miei tre bambini. Crescendo, ci rifiutammo tutti, ad eccezione della mamma, di usufruire dei suoi servizi e preferimmo rivolgerci a professionisti più aggiornati per non rischiare, con il peggiorare della sua vista, scale irrimediabili  o frangette improbabili.

Più grandicella, iniziai a detestare il rumore della lucidatrice che la mamma passava instancabile   sui pavimenti di graniglia alla genovese in tutta la casa, addirittura in camera da letto, dove papà stava riposando. Curiosamente lui continuava indisturbato il suo sonno, ronfando addirittura più fragorosamente del rumoroso elettrodomestico. All’epoca anche le lavatrici producevano suoni sordi, ronzii e vibrazioni insopportabili durante la centrifuga. Che ridere vedere la mamma che, nel tentativo di fermare la macchina che tendeva a spostarsi, vi appoggiava il suo sederone finché il ciclo non era terminato… Rumori antichi di un tempo passato ma mai dimenticati.

Molti anni dopo, ormai separata da mio marito, andai in vacanza in Grecia con un’amica d’infanzia. Nel visitare le rovine del Partenone e le Cariatidi dell’Acropoli assolata, fummo colpite dal frinire incessante delle cicale. Mai avevo udito un tale concerto ma mi auguravo di non vedere quegli insetti che m’incutevano timore e ribrezzo. Quanto preferivo le lucciole silenziose della mia infanzia, piccole e fugaci…

Proprio come me da piccola, i miei bambini facevano un gran schiamazzo nel parco giochi sotto casa. I pomeriggi primaverili a Pavia, quando il tempo cominciava a diventare più clemente, erano piacevolmente riempiti dalle loro grida, dalle risa e spesso dalle liti con gli amichetti.

Francesco, il maggiore dei miei figli, aveva iniziato a suonare il piano. Mai nessun vicino si era lamentato del suono imponente dello strumento, anzi, molti godevano delle sue prime strimpellate e più tardi dei brani eseguiti con maggior perizia. Che bello per me cantare le melodie di Battisti e De Andrè sulle note, a volte stonate, di quel pianoforte! Si creava fra noi un’armonia ed un’intimità che tanto avrei rimpianto negli anni a venire. Quel ragazzone che era venuto al mondo con un vagito debole, simile al belato di un agnellino, si era poi allontanato da casa per i dissidi nati con il mio secondo marito.  Come spesso accade, il tempo sanò questa ferita e il mio figliolo ritornò  da me, ormai libera da legami malati. Dopo anni, fu lui a diventare papà e a rallegrarmi con i discorsetti dei miei nipotini.  Oggi non c’è rumore più bello delle vocine di Luca, Leo e Cesare, figlio dell’ultimogenito, che comincia ora a dire le prime buffe frasette.

Dopo la morte della mamma, di cui ancora ricordo con pena i richiami lamentosi ai genitori scomparsi da decenni, dovetti prendermi cura di mio padre. Una notte fui svegliata dal rumore di martellate che provenivano dalla cucina. Sbigottita, vidi papà che alle tre del mattino era intento a riparare un paio di scarpe. Lo ricondussi irritata a letto, non capendo che il pover’uomo aveva ormai perso il senso del tempo.

L’anno dopo, triste e sola dopo la sua dipartita, arrivò il Covid.  Ad eccezione di alcune ore mattutine, segnate dalle voci squillanti dei miei alunni nella didattica a distanza, sprofondai come tutti in un silenzio angosciante. Le strade non riecheggiavano più dei rumori dei bus e di altri veicoli, deserte com’erano diventate. Anche le voci si erano ammutolite sotto le invadenti mascherine. Del resto, di cosa si poteva discorrere con qualcuno quando il terrore del contagio ci attanagliava e ci spingeva a rientrare presto nelle rassicuranti mura domestiche?

La primavera, incurante della pandemia, ci sorprese con i primi raggi tiepidi del sole. A poco a poco il silenzio inquietante dei cortili e delle vie venne interrotto, dapprima timidamente, dai canti allegri di chi, a finestre aperte, richiamava con un tacito appuntamento, amici e vicini di casa sempre alla stessa ora. Devo ammettere che non presi mai parte a quelle canzoni collettive, dubbiosa com’ero di un rapido ritorno alla normalità. ‘Andrà tutto bene!’ si leggeva su cartelloni appesi in qualche modo ai balconi. Ma come? Ogni giorno il gracchiare della tv ci informava di numeri sempre crescenti di nuovi casi, decessi, saturimetri e farmaci sperimentali dai nomi spaventosi. No, davvero non credevo che sarebbe andato tutto bene. Passavo le miei giornate in rapidi acquisti guardinghi al supermercato sotto casa e in passeggiate ‘illegali’ oltre il perimetro prescritto dai vari decreti. La campagna era diventata un’ amica per me che da sempre la detestavo. Portavo alle orecchie le cuffie che mi consentivano d’ascoltare gli audiolibri Ad Alta Voce di Ray Play Sound e mi addentravo nei sentierini desolati. Come una fuorilegge, m’inoltravo sempre più lontano da casa nella campagna dove nemmeno gli uccelli e gli animali selvatici osavano fare rumore. Mi fecero compagnia le voci amabili degli attori che recitavano in perfetta dizione dei brani de ‘Il Conte di Montecristo’ di Dumas, ‘La Peste’ di Camus e altri libri mai letti, rincuorandomi più di tanti inviti surreali all’ottimismo e alla ripresa.

Oggi, pensionata settantenne, sono tornata a vivere a Genova. Per ascoltare il rumore delle onde del mare devo arrivare a Voltri, dato che il porto con pile di container e gru mostruose ha preso il posto della spiaggia e degli stabilimenti balneari di quando ero bambina. Vale sempre la pena  di raggiungere le ultime spiagge rimaste dove ascoltare lo sciabordio del mare e i garriti dei gabbiani, sia in estate sia nella stagioni più fredde. Quando sono a casa, non ci sono i rumori dei figli o dei nipotini lontani ma solo il suono della musica o della televisione sempre accesa, come accadeva a casa dei miei vecchi genitori.  Sfortunatamente nessuno condivide il mio pianerottolo: c’è solo un appartamento sotto il mio che è abitato da una coppia della mia età.  Pochi giorni fa la moglie, da tempo ammalata di tumore, è scomparsa. Avrei dovuto capirlo dal silenzio, dalla posta accumulata nella cassetta da giorni. Stamattina, al ritorno da una vacanza, ho letto il necrologio e mi sono affrettata a lasciare alla loro porta un bigliettino di cordoglio. Poche ore dopo ho incontrato il marito e l’ho abbracciato con calore. Adesso, anche per lui, gli unici rumori di casa saranno quelli della tv e delle voci dei nipotini in visita. Mi ha raccontato del triste epilogo, di questa donna al suo fianco per cinquant’anni e ho provato pena per lui. Congedandosi frettolosamente da me sull’ascensore, mi ha detto a voce bassa: «Faccia rumore.»

Faccia rumore, ripeto fra me e me…  Poverino. In ‘Castelli di Sabbia’ Baricco scrive: ‘Anche se la vita fa un rumore d’inferno affilatevi le orecchie fino a quando arriverete a sentirla e allora tenetevela stretta, non lasciatela scappare più’.   Il rumore fa parte di noi, della vita. Guai a temerlo. Così è per il silenzio, implacabile ma necessario.

Daniela Barone è nata a Genova nel 1956 dove risiede tuttora. Ha insegnato inglese al Liceo Scientifico ‘N. Copernico’ di Pavia dove ha vissuto per trentacinque anni con la famiglia. Pensionata da cinque anni, si dedica alla scrittura, sua passione da quando era bambina, quando componeva semplici poesie per il giornalino scolastico. Ha sempre amato raccontare storie inventate alle coetanee o anche a se stessa, nei momenti di solitudine. Legge libri di saggistica ma soprattutto di narrativa. Ama scrivere storie sulla sua infanzia e sulle numerose esperienze di viaggio che la riportano comunque ai momenti salienti, spesso dolorosi, della sua vita. Oggi la sua vita è allietata anche dai figli, dai nipotini e dai viaggi.