Dopo Il custode delle reliquie, pubblicato sotto lo pseudonimo di Vittorio L. Perrera, è arrivato in libreria il nuovo romanzo di P. F. Liguori, La stanza del naturalista, un altro giallo che affonda i suoi misteri nella Storia. Abbiamo chiesto all’autore qualcosa sui suoi due libri, atipici nel vasto mare del genere giallo e thriller nel nostro Paese.
Come sono nate le idee de “La stanza del naturalista” e de “Il custode delle reliquie”?
Sembrerà quanto meno strano, ma sia “La stanza del naturalista” che “Il custode delle reliquie” nascono da una pratica molto in uso nelle scuole elementari e medie di una quarantina d’anni fa, cioè la ricerca, che aveva lo scopo di stimolare gli studenti ad approfondire alcuni aspetti della storia e della cultura locali abituandoli all’uso di strumenti documentali che andavano ricercati nelle biblioteche pubbliche, tra monografie e stampa periodica. Inizierò con l’esempio de “Il custode delle reliquie”. Ricordo che in terza media, i professori di storia e di storia dell’arte, di comune accordo, assegnarono a ciascuno degli studenti un monumento del passato su cui “indagare”, e a me fu assegnata la basilica francescana di S. Caterina d’Alessandria in Galatina, vicino a Lecce, uno splendido monumento gotico della fine del XIV secolo, inizi del XV, edificato su commissione dei feudatari del luogo, gli Enghien e gli Orsini-Del Balzo, di origine francese, fedeli agli Angioini che a quei tempi cingevano la corona del Regno di Napoli. Spulciando pubblicazioni e documenti d’archivio, scoprii che le famiglie che ho appena citato avevano ereditato i loro possedimenti da Gauthier VI de Brienne, anch’egli francese, Conte di Lecce, che aveva anche ereditato il titolo di Duca d’Atene e proprio con quel titolo era noto per aver ottenuto la signoria di Firenze, città da cui poi era stato scacciato. Gauthier de Brienne era poi morto nella battaglia di Poitiers nel 1356. Quello delle Crociate fu il periodo in cui le maggiori reliquie della cristianità – vere o false che fossero – vennero disperse, sottratte, vendute o nascoste. E mi stuzzicò la coincidenza di alcune date e di alcune località in cui i Brienne, a vario titolo, avevano vissuto ed esercitato il potere feudale. La Sindone di Torino, per esempio. Si sa che da Gerusalemme approdò a Costantinopoli, da cui poi sparì. Io ipotizzai al contrario che i Brienne, che guarda caso si trovavano a Gerusalemme, poi a Costantinopoli, quindi ad Atene e in Puglia, proprio in quegli anni bui della Sindone, potessero aver avuto a che fare con il sudario e con un’altra importante reliquia che poteva essere quella raffigurata nel famoso affresco intitolato “La cacciata del Duca d’Atene” conservato a Firenze: una strana testa barbuta che qualcuno aveva identificato come i Bafometto dei “soliti” Templari, che a quell’epoca però erano stati già disciolti da un quarantennio. Che dire poi della ricomparsa della Sindone in Francia, a Lirey, nel 1353? Gauthier de Brienne e Geoffroi de Charny, signore di Lirey, per l’appunto, si erano incontrati più volte in quegli anni, ed erano entrambi morti nella battaglia di Poitiers del 19 settembre 1356, il primo con la carica di Gran Conestabile, il secondo con quella di Gonfaloniere del re di Francia. E’ possibile che il Brienne avesse ceduto al de Charny una delle due reliquie di cui era il custode – la Sindone – ad avesse occultato la seconda in luogo segreto? E’ da questo che nasce il racconto de “Il custode delle reliquie”.
L’idea alla base de La stanza del naturalista nasce invece da una “ricerca” assegnatami ancor prima, in quinta elementare, che verteva sull’origine del nome di una delle strade della cittadina in cui vivevo, intitolata ad un tale Giovanni Camillo Giannotta. Scoprii che si trattava di un medico, nato negli anni 80 del XVI secolo, che aveva studiato a Bologna e poi si era trasferito a Roma, dove era stato medico di alcune grandi famiglie romane e di un paio di papi. Giannotta era tornato infine nella sua città natale intorno al 1620, ed era morto ancora in giovane età. Molti anni dopo mi ritornarono alla memoria quel nome e quelle date: il 25 aprile 2011 ricorreva infatti il IV centenario dell’adesione di Galileo Galilei all’Accademia dei Lincei, avvenuta nel 1611, per promuovere lo studio delle scienze “con metodo sperimentale” e di creare una rete di scambi culturali con gli studiosi dell’epoca. Mi balenò un’idea: possibile che il “mio” Giovanni Camillo Giannotta fosse entrato in contatto con quel gruppo di giovani entusiasti? In questa storia di segreti se ne inserisce un’altra, moderna, così che ancora una volta storia, mistero e delitto – quest’ultimo generato dalla sete di potere e dalla brama di denaro – ancora una volta si intreccino. Un moderno naturalista, che ha sacrificato alla scienza anche gli affetti e l’intera vita, un archeologo dal passato turbolento e un prete colto spesso dal dubbio, sveleranno l’antico segreto e, a rischio della propria vita, smaschereranno l’autore di alcuni efferati delitti che hanno segnato col sangue l’estate della tranquilla e sonnolenta vita di una cittadina di provincia.
Come mai la scelta di raccontare gialli anomali, tra misteri e indagini svolte da studiosi?
Sia “Il custode delle reliquie” che “La stanza del naturalista” affondano le radici nella storia passata, il primo nel XIV secolo e il secondo nel XIX con richiami al ‘600. Poi però l’avventura si trasferisce sempre nel presente ed i protagonisti, con il loro bagaglio personale di cultura svelano i segreti più riposti, dalla patina a volte soprannaturale. E non è raro comunque imbattersi in una storia in cui il giallo classico, deduttivo, nel quale il delitto è sempre ispirato dal sesso, dal denaro o dalla brama di potere, spesso combinati tra loro, e l’horror o il mistero si intrecciano. Possiamo trovare interessanti esempi sia nella letteratura italiana di genere che in quella anglosassone. Il commissario Ricciardi, protagonista dei gialli di Maurizio De Giovanni, ambientati a Napoli negli anni del Ventennio, “vede” i fantasmi delle vittime di delitti e di suicidi, colti nell’attimo estremo, che gli urlano frasi che contribuiranno a risolvere il caso. Oppure Preston e Child che condiscono di horror le loro storie ben radicate nell’archeologia e nelle religioni dei Nativi americani. Come ho già dichiarato in passato, non credo ai fantasmi, ma le storie di fantasmi mi piacciono tanto…
Perché la scelta di ambientare le vicende negli anni ’90?
Nonostante io sia, come tanti della mia età, un “meticcio digitale”, abituato da tempo all’uso del web e della tecnologia più avanzata, ho scelto che i protagonisti delle mie storie fossero ancora legati, per la loro ricerca della verità, a più “romantici” – almeno per me – strumenti d’indagine, quali le biblioteche ed i libri cartacei. Ho scelto che interagissero tra loro in modo più diretto, senza telefoni cellulari, che pure negli anni ’90 iniziavano a comparire. I “nativi digitali” forse non capiranno questa mia esigenza…
Come vede il mercato della letteratura gialla in Italia?
Gli Italiani, si sa, leggono poco, ma quel poco credo sia orientato proprio verso la letteratura di genere e del genere giallo, in particolare. Il mercato è comunque sommerso da valanghe di titoli per lo più stranieri, che seguono le mode – e gli interessi – delle grandi case editrici. Si è vista per esempio un’invasione di autori scandinavi che stanno contendendo il mercato a quelli d’oltre oceano. Qualcuno mi ha spiegato che queste ondate sono frutto di accordi tra stati per la promozione della cultura del proprio paese: le case editrici otterrebbero infatti grossi incentivi pubblicando quegli autori, indipendentemente dalle prospettive di vendita. Tradotto in soldoni: anche se il libro lo comprano in pochi io comunque ci ho guadagnato.
Quali sono i suoi maestri nel genere e non?
Arthur Conan Doyle è stato per me un maestro, senza dubbio. E non è il Conan Doyle di Sherlock Holmes, che pure è splendido, quello a cui mi riferisco, ma l’”altro”, legato al mondo del fantastico e del soprannaturale: Lot 249, The last of the legions and other tales of long ago, My friend the murderer and other mysteries, The lost world, The mystery of Sasassa Valley. Tra gli italiani ho sempre ammirato il Valerio Massimo Manfredi de L’oracolo mentre, nel panorama internazionale, la Fred Vargas del commissario Jean-Baptiste Adamsberg o degli Evangelisti, ma anche Katy Reichs con la sua Temperance Brennan (quella originale e non la caricatura della serie tv Bones), la cui attività di antropologa fisica non mi è nuova. Al contrario sono innumerevoli gli autori che non sopporto, ma che qui non nominerò e che fanno grande uso di macelleria fine a se stessa e di sesso esplicito sbattuto in faccia.
Prossimi progetti.
Per citare Fruttero & Lucentini sarà un “Enigma in luogo di mare”, un mistero che trae origine anche questa volta dal passato, ma che viene svelato ai nostri giorni… o quasi.
Pier Francesco Liguori (classe 1959) è nella vita un antropologo fisico che si occupa di archeologia e antropologia forensi applicate ai crimini di guerra.
Ecco il nuovo romanzo di Barbara Garlaschelli. La storia di Carola, dal teatro itinerante agli atelier parigini, dall’amore infuocato di un ragazzino a quello gentile di un borghese, dalla pace della campagna alla rabbia devastatrice della guerra. Carola non si arrende mai e percorre la sua strada, apparentemente tortuosa. Finché una sera, in un teatro di Parigi, la sua vita ha di nuovo una svolta inaspettata e travolgente.
Curioso oltre che tragico il destino di Emilio Salgari: in vita fu uno stakanovista della penna, amatissimo da un vasto pubblico di ragazzi e anche di ragazze ma sfruttato dagli editori finché, sopraffatto da gravi problemi personali, si suicidò. Una volta morto ha saputo continuare ad essere amato da varie generazioni, non solo italiane, visto che tra i suoi fan ci sono Isabel Allende e Ernesto Che Guevara, anche se per i più giovani non è più tanto un autore di riferimento.
Looking for Jolli – child survivor A7734 from Auschwitz, 4.5 years old at liberation. Born in 1940. Clues lead to possible adoption by a Christian family, then to the USA. Whatever name and location, his tattooed number is A7734. And his brother still hopes to meet him. Please help us by spreading the word. FamilyRoots2000@gmail.com
in uscita ad aprile
La cristianità ha un nuovo papa, papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, gesuita, arcivescovo di Buenos Aires, di antiche origini piemontesi, un papa che viene “dalla fine del mondo” come ha detto nelle sue prime parole pronunciate sulla finestra affacciata su Piazza San Pietro. Come non pensare quindi al suo predecessore papa Benedetto XVI che, con la sua rinuncia al pontificato, ha deciso di mettersi da parte per il bene della Chiesa, perché le sue forze fisiche e spirituali non gli consentivano più l’esercizio delle sue funzioni. Questa scelta decisamente inconsueta, sicuramente inaspettata, ha generato parecchie riflessioni. Molti libri si sono scritti e si stanno scrivendo in questi giorni sulle vere ragioni di questa rinuncia, prima di leggerli ho voluto conoscere meglio la figura di Benedetto XVI leggendo direttamente le sue parole contenute nella sua autobiografia, La mia vita, edito da Edizioni San Paolo, nella nuova edizione con l’aggiunta di un’appendice che ricostruisce gli anni dal 1978 al 2013. I proventi di tutti i libri di Joseph Ratzinger sono destinati alla fondazione vaticana “Joseph Ratzinger Benedetto XVI” che devolve gran parte dei diritti d’autore per l’aiuto dei più poveri. Joseph Ratzinger nacque in un piccolo paesino della Baviera, Marktl am Inn, il 16 aprile del 1926. Figlio di un gendarme, spiccatamente antinazista, e di una casalinga, visse la sua infanzia assieme ai fratelli Georg e Maria in una famiglia fortemente religiosa. La mia vita è un libro di ricordi, di un uomo che giunto ad un punto della sua vita, ripensa alla sua vita passata e ai punti salienti che l’hanno caratterizzata, utilizzando un linguaggio semplice e immediato, affatto complicato da artifizi retorici o bizantinismi, seppure una certa eleganza stilistica emerge dalle pagine caratterizzate da una limpidezza intellettuale rigorosa e ferma. Joseph Ratzinger è innanzitutto un teologo e un insegnante, più legato al mondo universitario e allo studio che alla mera amministrazione del potere sia temporale che religioso, distinto da una spiccata autonomia intellettuale e un certo individualismo che gli causarono anche amarezze e difficoltà come racconta nel periodo in cui scrisse la sua tesi di dottorato, per un pelo rigettata dalla commissione esaminatrice. Amante della natura, sensibile e caratterizzato da una dolcezza e simpatia che difficilmente emergono dalla sua vita pubblica, molto solenne anche se umile. Tutto mi aspettavo tranne che fosse capace di ironia e sarcasmo, ma in alcune pagine spiccatamente polemiche con il nazismo, utilizza proprio l’ironia per demitizzarlo. La parte che mi interessava di più è infatti la narrazione del periodo in cui il nazismo era al potere in Germania e Ratzinger, con pacatezza e serenità, racconta il periodo di grave crisi, di disoccupazione, di incertezza in cui il suo paese visse e se anche più giovane dei suoi fratelli, comprese la gravità della situazione e visse sulla propria pelle la mancanza di libertà che si viveva in una dittatura in cui la fede religiosa era in un certo senso un modo per ribellarsi e opporsi ad un’ ideologia secolare nei fatti anticristiana e non solo antisemita, maturando una sorta di avversione per il Moloch del potere, cui erano estranei la cultura e lo spirito. La sua fede in un certo senso gli diede il coraggio di rifiutarsi di aderire alle SS, definiti come una vera e propria banda di criminali, quando anche molti lo fecero anche solo per paura. Durante la guerra fu arruolato come studente nella contraerea, fino al 10 settembre del 1944, quando raggiunse l’età del servizio militare, e ricevette la chiamata nel servizio lavorativo del Reich, fino alla caserma di fanteria di Traunstein, e per un caso non fu destinato al fronte. Dopo la morte di Hiltler la speranza che la fine della guerra fosse vicina accrebbe ma proprio questa speranza lo spinse a disertare, con il rischio di essere fucilato appena scoperto. Con l’arrivo degli americani, fu riconosciuto come soldato, costretto a indossare di nuovo la divisa e posto tra i prigionieri di guerra. Dopo la guerra, in una Germania bombardata e distrutta trovare libri era assai difficile ma la lettura di Dostoevskij, Bernanos, Muriac, oltre ai testi teologici, accompagnarono i suoi anni di formazione. Non amava lo sport, una certa timidezza rese i sui primi anni di vita comune con gli altri studenti quasi una tortura, ma la sua sete di conoscenza e la vocazione religiosa furono determinanti per le sue scelte future. Il 29 giugno del 1951 viene ordinato sacerdote assieme al fratello Georg, particolarmente portato per la musica. Dopo aver insegnato teologia per 25 anni il 25 marzo del 1977 viene nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga. Da questo momento la parte autobiografica finisce e la narrazione dei fatti è a cura di Giuliano Vigini: l’elezione a cardinale voluta da Paolo VI, e poi l’elezione a prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede voluta da Giovanni Paolo II. Poi il 19 aprile 2005, con il nome di Benedetto XVI, divenne papa fino alla rinuncia l’11 febbraio del 2013 per dedicarsi ad una vita di preghiera e di contemplazione. Ecco la parabola della vita di un uomo la cui fede ha senz’altro modificato le sue aspirazioni più profonde, mettendo quasi da parte se stesso per una vocazione al servizio, leggendo queste pagine mi sono accorta innanzitutto che un’unica esigenza ha caratterizzato il suo pontificato, riemerge infatti spesso l’esigenza di unità dei cristiani, e la sua ferma volontà nel perseguirla, e anche la coerente consapevolezza della sua debolezza, coscienza che l’ha addirittura portato al passo della rinuncia, atto che leggendo la sua biografia non sembra affatto straordinario e inspiegabile. Ora vivrà nel nascondimento i suoi ultimi anni, forse continuerà a scrivere testi teologici o dispenserà consigli, quello che è certo è che il suo pontificato seppur breve sarà ricordato come retto da un papa teologo, forse inadatto a far uscire la chiesa dal periodo di crisi che attraversa, ma capace di mettersi da parte e dare spazio ad altre forze, altre esigenze. A corollario degli scritti numerose foto in bianco e nero, molte provenienti dal suo archivio privato.
Di solito di uno scrittore si conoscono le opere pubblicate in vita o dopo la sua morte. Ed è proprio grazie a quei libri che noi lettori ci addentriamo nell’universo di un autore, in questo modo oltre a concerei le storie che l’artista delle scrivere ci racconta attraverso le parole, entriamo in contatto con i suoi pensieri, le riflessioni e le opinioni sugli elementi che hanno ispirato un romanzo, ma che in molti casi hanno anche influenzato il corso di una vita. Poi compaiono dei libri – non sempre autobiografie- che ci raccontano la dimensione esistenziale più privata di chi, nel corso della sua esistenza, ha fatto dello scrivere non una semplice passione, ma un vero e proprio lavoro. Ne La meraviglia della vita, edito da Neri Pozza, Michael Kumpfmüller fa compiere a noi lettori un viaggio indietro nel tempo, nei primi anni ’20 del Novecento, alla scoperta dell’ultimo periodo di vita dello scrittore praghese Franz Kafka. Il romanzo biografico è un intenso ed elegante ritratto della relazione tra l’autore de La metamorfosi e Dora Diamant, la figlia di un commerciante ebreo ortodosso di una comunità chassidica che dopo la morte della moglie si trasferì a Będzin. Le tre parti tramite la quali Kumpfmüller ha concepito il suo lavoro mi hanno ricordato gli atti di una tragedia caratterizzata da un crescendo emotivo che culmina sì con il fine tragico, ma che alo stesso tempo ha in sé qualcosa di pacifico. Nel libro cronaca c’è l’Arrivare, ossia la comparsa di Kafka nella località di Muritz dove sua sorella Elli è in vacanza con le figlie, ed è proprio qui che il “Dottore” conoscerà Dora Diamant. Tra lo scrittore già sofferente di tubercolosi, ma finalmente lontano dalla città e dai tanti sanatori dove è stato ricoverato, e la giovane cuoca della Casa del popolo nascerà prima un‘amicizia, che un po’ alla volta si trasformerà in una vera e propria attrazione reciproca vissuta dai due con educazione ed eleganza. L’atto secondo è lo Stare, dove Kafka e la sua donna vivono nella Berlino degli anni ’20 senza essere sposati e senza che i genitori di lui conoscano questa realtà. La convivenza è segnata dalla povertà, ma soprattutto dalle ansie e paure dell’insuccesso che tormentano Kafka tanto quanto la malattia che lo sta distruggendo in ogni fibra. Lo scrittore nativo di Praga nonostante sia molto debilitato nel fisico ha una forza interiore che lo spinge a continuare a scrivere e a vivere il sentimento che lo lega a Dora. Tra i due non si creerà solo uno scambio di affetti, ma anche un passaggio di valori culturali. Lui dona alla donna amata il suo “sapere letterario” e lei lo ricambia con il dono di “sapere religioso ebraico”. Purtroppo la felicità non durerà per sempre e il peggiorare delle condizioni di salute del Dottore portano il lettore ad addentrarsi nella terza ed ultima parte – Partire– dove Kumpfmüller ci racconta la permanenza in sanatorio di Kafka. Qui lo scrittore sarà assistito con amore da Dora e dall’amico medico Robert Klopstock in un lento percorso di progressivo spegnimento dell’alito vitale determinerà la fine di Kafka, rendendo per sempre vano il progetto concordato con Dora di raggiungere la terra di Palestina. Attenzione! In La Meraviglia della vita il lettore non compirà un viaggio dentro le opere di Kafka, anche se esse aleggiano nella trama, senza essere mai essere le dirette protagoniste della vicenda, perché l’intento di Kumpfmüller è quello di raccontare – e ci riesce con garbo ed equilibrio – una storia vera evidenziando la forza del sentimento d’amore che legava Dora Diamant a Kafka e che permise a quest’ultimo di vivere in serenità l’ultima parte della sua tormentata e dolorosa esistenza. Traduzione Chiara Ujka.
Traduzione di Vincenzo Mantovani
Benvenuta su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Eva Clesis è il tuo pseudonimo, almeno così ho letto, mi incuriosisce sapere il motivo perché l’hai scelto.
Roma, martedì 12 marzo 2013 ore 21,30
Traduzione di Fabio Montrasi
























