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:: Recensione di L’Orso che Venne dalla Montagna di William Kotzwinkle (ZERO91, 2011) a cura di Davide Mana

20 Maggio 2013

L'orso che venne dalla montagna - copertina - 272 pp PB.inddWilliam Kotzwinkle, classe 1943, non è un autore particolarmente noto in Italia – nonostante abbia all’attivo una quarantina di romanzi, ed un paio di premi prestigiosi.
Di lui, Kurt Vonnegut ha detto “è uno dei pochi autori americani ad avere il controllo completo dei propri materiali, e i suoi materiali sembrano arrivare da grandi profondità.”
Surreale, satirico, spesso provocatorio, dotato di una prosa ricca e densa, Kotzwinkle ha scritto anche narrativa per ragazzi, sceneggiature cinematografiche e alcuni tie-in – e qualcuno potrebbe ricordarlo come l’autore del romanzo ET, l’Extraterrestre (e del relativo seguito).
Ma limitarsi ai progetti legati ai media sarebbe limitativo e ingiusto: William Kotzwinkle ha scritto per lo meno due romanzi assolutamente indispensabili – ed è un piacere scoprire che il più recente di questi è stato finalmente tradotto nella nostra lingua, e del precedente è prevista l’uscita in italiano a ottobre.
L’Orso che Venne dalla Montagna (The Bear Went Over the Mountain, 1996) recentemente stampato da ZERO91 è, a tutti gli effetti, un libro impossibile.
La storia segue le disavventure parallele di due personaggi intimamente legati e forse non poi così diversi – da una parte, Arthur Bramhall, intellettuale in crisi, che si è ritirato fra i boschi del Maine a scrivere il suo romanzo, solo per smarrire inspiegabilmente il manoscritto appena completato; e dall’altra l’orso bruno che ha rubato il manoscritto, e che non esita a darsi una ripulita, e a recarsi a New York in cerca di un editore.
L’assurdo iniziale innesca una sequenza di situazioni attraverso le quali Kotwinkle, oltre ad intrattenere e divertire il lettore, giustizia sommariamente una quantità di vacche sacre.
Distrutto il mito dell’intellettuale.
Devastato ilsogno del Grande Romanzo Americano.
Ridotta ad un ammasso di macerie fumanti l’industria culturale, fucilati i suoi rappresentanti.
Vetrioleggiata ogni pretesa di dignità artistica per chi è disposto a vendersi.
Esposta come vuota e fasulla ogni idea di gusto, intelligenza o lungimiranza di autori, lettori, editori.
E sì, ce n’è anche per la politica.
Perché L’Orso che Venne dala Montagna racconta del grandissimo successo editoriale dell’orso, prontamente battezzato Hal Jam e privato di ogni controllo o voce in capitolo riguardo alla “sua” opera, ridotto ad un personaggio di rappresentanza, un po’ grezzo, certo, che non sa stare a tavola, ma in fondo anche Hemingway era un po’ così.
Il messaggio, la metafora basilare, è fin troppo facile e scoperta, ma Kotwinkle è un autore infinitamente più sottile.
Parallelamente a questa sua colossale opera di guastatore, Kotzwinkle costruisce perciò una galleria di personaggi eccentrici e improbabili, che catturano la confusione ed il vuoto di certi settori della società americana negli anni ’90.
Che futuro può avere una nazione, se un plantigrado plagiaro viene salutato come “il nuovo Hemingway”?
L’Orso che Venne dalla Montagna è libro molto divertente, che fa davvero ridere e con estrema frequenza, sia di testa che di pancia (come si suol dire), ma con un fondo di amarezza che lo rende pienamente soddisfacente ed adulto – e l’assurdo, il surreale e il ridicolo illuminano angoli di un passato che incide, e pesantemente, sullo stato attuale della nostra cultura.
Una scoperta meravigliosa, anni addietro, in originale, e una gran bella sorpresa ora, riscoperto ad un anno dalla sua uscita nella traduzione di Costantino Margiotta.
Il catalogo ZERO91 promette altri titoli di Kotzwinkle – con l’esile E Cadde la Neve già disponibile.
Avremo altro di cui parlare.

:: Segnalazione di Il Gruppo 63 di Francesco Muzzioli (Odradek Edizioni, 2013)

18 Maggio 2013

cop-63Dalla quarta di copertina

La ripresa dell’avanguardia negli anni Sessanta è stato un fenomeno diffuso in molti i paesi occidentali, ma in Italia ha trovato un luogo particolarmente fertile, arrivando alla formazione di un movimento numeroso, organizzato e combattivo più che altrove.
A cinquant’anni ormai dalla sua data di fondazione, il Gruppo ’63 continua a suscitare grandi discussioni sia per le sue teorie che per le sue proposte operative; segno che quella “invasione di campo”, quella radicale affermazione di diversità, nonché l’idea dell’autore come elaboratore del linguaggio collettivo, non hanno smesso di portare sconcerto, squilibrio e conflitto.
Questo libro fornisce le informazioni e le nozioni necessarie per comprendere la neoavanguardia italiana nelle sue coordinate storiche e letterarie, fornendo i ritratti dei principali protagonisti, da Sanguineti a Pagliarani, da Arbasino a Spatola, da Lombardi alla Vasio e a Malerba, oltre a indicazioni su Balestrini, Giuliani, Porta, Rosselli, Niccolai, Pignotti, Manganelli, Di Marco, Perriera, e molti altri autori, interni od esterni al Gruppo, dando altresì ragione di come per la prima volta sono accolti a far parte del movimento creativo e inventivo anche i critici e i teorici in dibattito tra loro, come ad esempio Barilli, Guglielmi, Curi ed Eco sviluppando un vero e proprio lavoro attorno al linguaggio. Così che le istanze del Gruppo ’63 continuano a essere pressanti e urgenti ancora nella situazione attuale per chi non si accontenti della riduzione della letteratura a fiction e vada alla ricerca di scritture che “facciano pensare”, alimentando l’intelligenza e allenandola per essere pronta alle sfide del futuro.

Francesco Muzzioli (Roma, 1949) insegna Critica letteraria presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Si è occupato principalmente degli autori del Novecento e delle linee di ricerca dell’avanguardia e dello sperimentalismo; nell’ambito della teoria letteraria si è interessato al dibattito delle tendenze e dei metodi. Tra i suoi volumi più recenti: Letteratura come produzione (Guida, 2010); Come smettere di scrivere poesia (Lithos, 2011); L’analisi del testo letterario (Empiria, 2012); Verbigerazioni catamoderne (Tracce, 2012). Odradek Qui si vende storia (con Nevio Gambula, 2010). Con Mario Lunetta, ha diretto gli Almanacchi Odradek dal 2003 al 2007.

:: Recensione di Storia di Dolores. Lettera al padre che non ho mai avuto, Francesca Nodari, (ed. Pagine, 2013) a cura di Viviana Filippini

16 Maggio 2013

dolores“Mi sono resa conto che l’unico modo per superare o, almeno, alleviare un dolore non conosce alternative se non quella – l’unica – di attraversarlo”. A volte bastano poche pagine per rivelarti l’intero vissuto di una persona. Poche parole che “bruciano” nella mente e nell’anima. Poi, quando incontri chi ha subìto tutto questo male insensato ti domandi, senza riuscire a trovare una spiegazione plausibile, il perché accadano certi fatti alle persone. Detto questo, la protagonista di  Storia di Dolores. Lettera al padre che non ho mia avuto di Francesca Nodari, è Dolores, una ragazza nata e cresciuta in un piccolo paesino della provincia dove tutti si conosco e sanno perfettamente quello che accade. Dolores – che mi ha ricordato la storia biblica di Davide contro Golia – parla al lettore, donna o uomo che sia,  raccontando il difficile rapporto che lei ha avuto con il padre o, come lo definisce la protagonista nel corso della storia, con il suo padre biologico. Da subito chi legge entra dentro ad un mondo di ricordi fatto di dolore e sofferenza, nel quale Dolores con una lucidità a tratti disarmante narra le ripetute violenze domestiche subìte da lei e dalla madre. Schiaffi ingiustificati, bugie, disinteresse totale per la propria famiglia e parole dette con il solo intento di ferire e fare del male, assumono la natura di un cinico sfogo di un padre verso il microcosmo che lo circonda.  E la domanda che accompagna chi legge e che si ripete di continuo è: Perché? Perché colui che dovrebbe proteggerti, sostenerti ed amarti si rivela essere il tuo peggior nemico? Perché un padre cerca di colpire – senza motivo – una figlia tirandole una moka di caffè?  Perché  un padre – soprannominato dalla gente di paese Belzebù – agisce in questo modo? A dire il vero non lo so, o meglio non riesco perché forse non c’è, una ragione a questa insensata violenza. Ciò che più ti colpisce leggendo la Storia di Dolores. Lettera la padre che non ho mai avuto della filosofa Francesca Nodari è che ad un certo momento ti accorgi delle somiglianze esistenti tra la protagonista e l’autrice stessa, fino a quando ti rendi conto che Dolores non è un personaggio di finzione ma Dolores è Francesca, che ha assunto questo alterego letterario per raccontare una parte della sua vita. Attenzione, Storia di Dolores è sì un libricino che si legge in meno di due ore, però non è un trattato di filosofia – anche se non mancano citazioni di filosofi e di testi della cultura ebraica e cattolica cristiana-  anzi, è un frammento di vita vissuta attraverso il quale chi scrive vuole porre attenzione alla ripetuta violenza attuata verso le donne e allo stesso tempo cerca di incoraggiare chi si trova a vivere in condizioni simili a prendere coraggio e denunciare, prima che sia troppo tardi. I testi filosofici e le scritture sacre citate sono utilizzate dall’autrice per dare una spiegazione possibile per quello che è accaduto a lei e alla madre. La madre di Dolores-Francesca è un presenza importante e costante nel libro, ed  è colei che ha dato -e lo fa ancora oggi- alla figlia, quella energia e quella determinazione per affrontare il domani, dimostrandosi agli occhi dei lettori una madre forte ed eroica. Tanti sono gli episodi che faranno capire a chi leggere come dietro una superficie apparentemente tranquilla a volte possano nascondersi drammi impensabili, ma trovare la via per la salvezza, anche se è doloroso e difficoltoso è possibile.  Pensando all’Italia di oggi dove non passa giorno senza sentire tragici fatti di cronaca che hanno per protagoniste mogli, madri e figlie picchiate, uccise e violate,  Storia di Dolores non è solo un mettersi a nudo da parte di Francesca Nodari, ma allo stesso tempo è la volontà di una giovane donna di sensibilizzare chi come lei ha vissuto o ancora vive in situazioni familiari difficili. Dare lo stimolo per trovare il coraggio di dire basta e cominciare a rinascere, perché un domani migliore è possibile. Prefazione di Maria Rita Parsi.

Francesca Nodari si è laureata in Filosofia all’Università degli Studi di Parma e si è specializzata in Filosofia e Linguaggi della Modernità presso l’Ateneo di Trento. Sotto la guida del Prof. Bernhard Casper (Università di Friburgo) ha conseguito il Dottorato di ricerca in Filosofia presso l’Università di Trieste. Ha pubblicato il volume: Il male radicale tra Kant e Levinas, Giuntina, Firenze 2008; Il pensiero incarnato in Emmanuel Levinas, Morcelliana, Brescia 2011; Piovani interprete di Pascal, Massetti Rodella Editori, Roccafranca (Bs) 2012. Ha curato i libri-intervista a Salvatore Natoli: La mia filosofia. Forme del mondo e saggezza del vivere, ETS, Pisa 2007; ad Amos Luzzatto: A proposito di laicità. Dal punto di vista ebraico, Effatà Editrice, Cantalupa (To) 2008; a Sergio Givone, Il bene di vivere, Morcelliana, Brescia 2011. Ha, inoltre, curato il volume Bambini al rogo, Salani, Milano 2010. Dirige la Collana «Filosofi lungo l’Oglio» (Vizi e virtù, 2008; Destino, 2009; Corpo, 2010; Felicità, 2011; Dignità, 2012), la Collana «Granelli» (M. Augé, La felicità ha un luogo? 2011; B. Casper, La felicità, il dono e la fede, 2011; R. Bodei, Attese di felicità, 2011; M.R. Parsi, Felice-mente. La felicità al tempo delle escort, 2011; S. Natoli, La fecondità delle virtù, 2011, J.-L. Nancy, DHEL* La nascita della felicità, 2011; M. Vannini, Nobiltà, 2012; M. Augé, Degno, indegno, 2012; B. Casper,  Dignità e responsabilità. Una riflessione fenomenologica, 2012; P. Becchi, Il duplice volto della dignità umana, 2012) e la Collana «Fare memoria» (D. Bidussa, L’era della post-memoria, 2012; P. De Benedetti, La memoria di Dio, 2012; G. Laras, Il comandamento della memoria, 2012; A. Luzzatto, Vanità della memoria, 2012) edite da Massetti Rodella Editori. Collabora con riviste («Humanitas», «Città & Dintorni», «Studium», «Nuova Secondaria») e testate giornalistiche.È presidente dell’Associazione culturale Filosofi lungo l’Oglio.  E’ tra le vincitrici del Premio Donne Leader 2012 istituito e promosso dall’Associazione Internazionale Ewmd. http://www.filosofilungologlio.it

:: Recensione di Verso dove si va per questa strada di Stefano Bortolussi (Fanucci, 2013) a cura di Marco Minicangeli

14 Maggio 2013

VERSOVarrà la pena di inoltrarsi nel bosco di Stefano Bortolussi, il luogo dove si sono perse, o forse sarebbe meglio dire fuggite, le due ragazzine protagoniste di Verso dove si va per questa strada. Luogo onirico questa selva (quale non lo è) che deve molto alle fiabe, ai simboli dell’inconscio, alle nostre paure. E, ovviamente, ai riti di passaggio. Vedi per esempio l’incontro che la più piccola delle sue sorelle ha con un ranocchio mentre sta urinando dietro una siepe: un incontro imbarazzante perché l’animale le salta proprio lì e lei urla di paura. Non è ancora l’ingresso nel mondo adulto, le dice la sorella, ma è una prima tappa, un viatico. E poi i ranocchi si trasformano in principi, no? Tempo al tempo.
Verso dove si va per questa strada è un bel romanzo. Bortolussi usa una scrittura densa, continua, senza cadute e ci porta per mano in un mondo fantastico. Un bosco che però le due ragazze non avvertono mai come uno spazio ostile, ma come un mondo da scoprire. Ecco allora che sulle pagine si alternano i personaggi più strani e poi un fiume, una barca abbandonata, un’insolita casetta dove vive una donna dall’aspetto trasandato. La sospensione dell’incredulità da parte del lettore deve essere totale, ma una volta accettato questo registro, allora tutto funziona a meraviglia in questa che lo stesso autore ha definito una “fiaba malata”.
Pubblicato per la collana “Teen” di Fanucci il romanzo è godibile anche per gli adulti. Del resto è lo stesso Bortolussi ad affermare che scrivendo Verso dove si va per questa strada non si è prefisso di scrivere un romanzo per ragazzi, ma ha cercato di calarsi nel mondo di un adolescente cercando di re-immaginarlo, e non semplicemente di riprodurlo. Operazione che a nostro avviso gli è riuscita perfettamente. Piccolo colpo di scena finale, ma neanche tanto a dire il vero. Da leggere (a occhi chiusi).

Stefano Bortolussi è nato a Milano nel 1959. Poeta e romanziere, è anche traduttore di narrativa anglo-americana contemporanea. Il suo romanzo d’esordio, Fuor d’acqua (peQuod, 2004) è uscito negli Stati Uniti prima ancora che in Italia, tradotto da Anne Milano Appel e pubblicato nel 2003 da City Lights Publishers con il titolo Head Above Water. Tra le altre sue opere ricordiamo il romanzo Fuoritempo (peQuod, 2007) e le serie di libri per ragazzi Le indagini di Dick Rabbit e Le avventure di Miss Marmot (Dami Editore/Giunti). La sua ultima raccolta poetica, Califia, è di prossima pubblicazione presso Jaca Book.

:: Liberi di Scrivere intervista Eugenio Gallavotti, vicedirettore di ELLE, e Maria Paola Colombo

14 Maggio 2013

image003Oggi abbiamo il piacere di avere con noi su Liberi di Scrivere Eugenio Gallavotti, vice direttore di ELLE, che ci parlerà del Gran Premio delle Lettrici di ELLE giunto quest’anno alla terza edizione. Benvenuto Eugenio, ci racconti come è nata questa iniziativa?

EG. «È un premio unico in Italia nel suo genere, che ripercorre un’iniziativa assai simile avviata dall’edizione francese di ELLE fin dal 1970 e che in Francia è diventata il premio letterario più importante dopo il Goncourt. La giuria è composta esclusivamente da lettrici del nostro giornale, rigorosamente anonime fino al verdetto finale, dopo un anno di letture, riletture e votazioni. A differenza di altri premi, dove le giurie sono, come dire, più “aperte”… Sarà per questo che, pur giovanissimi, abbiamo già una buona reputazione, se il sito di Amazon ci affianca allo Strega, al Campiello, al Bancarella…».

Vincitore di quest’anno Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh (Garzanti), un libro romantico, scelto dalla vostra giuria di 80 lettrici. Un premio al femminile. Quanto contano le donne nel modo della cultura, secondo lei? Sono davvero le donne le maggiori lettrici?

EG. «I numeri lo confermano. Ma non credo a motivazioni un po’ d’antan, tipo “le donne leggono di più perché hanno più tempo”, oppure “le donne leggono di più per consolarsi dei loro uomini” e così via. Allargherei il discorso: oggi 65 laureati su 100 sono donne; oggi le donne si dimostrano più tenaci negli studi e nelle professioni; oggi i consigli di amministrazione guidati da donne performano meglio… Parlare di un premio “al femminile” potrebbe rivelarsi riduttivo. Anche perché Diffenbaugh ha disegnato una protagonista a tutto tondo, “romantica” ma  anche acre».

Location della premiazione la boutique Montblanc di Via Roma a Torino. Come è nata questa collaborazione?

EG. «Una prestigiosa maison di strumenti di scrittura e un premio letterario ambizioso e appassionato. Un matrimonio inevitabile».

Riviste femminili e libri un connubio felice, confesso che le leggo spesso e cerco per prima cosa le rubriche dedicate ai libri. Presto non troveremo più ELLE in edicola? Il futuro è sul Web?

EG. «Sono stato il primo responsabile editoriale del sito di ELLE, è stata l’esperienza più stimolante della mia carriera. Ma sul cartaceo aspetterei a recitare il de profundis, almeno per un magazine come il nostro. Penso che lo “Slow Read” avrà ancora il suo perché: bella carta, “sensualità” nell’approccio al lettore, emozione e migliore resa delle immagini, lettura dei testi approfondita, leisure, riposante, persino anti ansia… Il “Fast Read” è immediato e divertente, ma ha ancora “effetti collaterali” di varia natura».

Riconoscimento speciale “Nel segno di Grace”, istituito per il secondo anno da Montblanc, a Maria Paola Colombo, autrice di Il negativo dell’amore edito da Mondadori. Benvenuta Maria Paola su Liberi di Scrivere. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori e descrivici cosa significa per te ricevere questo riconoscimento.

MPC. Ho imparato l’alfabeto leggendo le favole, a sei anni. Era l’evidenza di una bambina: le lettere servono a fare le parole, le parole a fare le storie. Ho cominciato a scrivere, e vincere concorsi per ragazzi. Volevo fare la scrittrice.
Ma sono la prima di cinque figli. A vent’anni sono entrata a lavorare in banca, per dare una mano in casa. L’ho fatto con il cuore spezzato, un dolore che per anni mi ha tenuto lontano dalla scrittura. Si è ingenui a vent’anni, non si conoscono i compromessi.
Ma noi non siamo quello che facciamo, non sempre. Siamo però il modo in cui lo facciamo. E io, in banca,  non incontravo clienti, ma persone e le loro storie: il denaro, nel tempo in cui viviamo, tocca tutti i nodi importanti della vita delle persone, quando due persone si innamorano vengono in banca per accendere il mutuo della casa, quando trovano un lavoro vengono ad aprire un conto, quando lo perdono vengono a dire che non sanno come fare  a pagare la rata della macchina. Ho ricominciato a scrivere, ho dovuto capitolare all’evidenza: nessuno me lo impediva. Solo la paura di misurarmi davvero. Solo il fatto che, per quanto doloroso, a volte è bello considerarsi prigionieri, addossare al mondo ingiusto le colpe delle strade che non percorriamo, dei sogni in cui non crediamo abbastanza.
Mi sono persa molte volte, non ho mai smesso di cercarmi. Succederà ancora. Non riesco a dare nulla per scontato: meraviglia e ostinazione.
Questo premio ispirato ad una donna straordinaria, forte e vulnerabile, è un onore, un augurio. Una promessa che faccio a me stessa.

Come è nato il personaggio della piccola Cica?

MPC. E’ nato leggendo un articolo di cronaca, la tragica storia di una madre che si era buttata nel fiume con il figlio tra le braccia. Entrambi non erano sopravvissuti. Mi sono trovata a pensare alla disperazione di quella donna, alla fragilità del suo bambino. Alle tante vite che si misurano con un peccato originale che sembra, davvero, precluderne il futuro. Ma è proprio vero? Cica nasce così, come un micio di strada di cui pensi domani sarà morto e il giorno dopo è ancora lì, nel vicolo, malconcio ma ostinato. E, attraverso questa bambina ferita ma resistente, affamata d’amore, il libro indaga la possibilità della felicità. Di Cica e di ciascuno di noi.

Progetti per il futuro?

MPC. Scrivere, finché scrivere continuerà a darmi la gioia che mi ha dato fino ad oggi. Mangiare cose buone: cibi, film, libri, città e conversazioni. Amare più che posso e imparare a lasciarmi amare.

:: Segnalazione di Inferno di Dan Brown (Mondadori, 2013)

13 Maggio 2013

infernoSembra che in questi giorni non si parli d’altro, rimbalza di blog in blog, ma anche i giornali e tutta la carta stampata non sono da meno, la notizia che il 14 maggio, ovvero domani, uscirà Inferno, il nuovo romanzo di Dan Brown edito sempre da Mondadori come è successo per gli altri suoi romanzi Il Codice da Vinci, Angeli e demoni e Il simbolo perduto. Ritroviamo così al centro della vicenda il professore di simbologia di Harvard Robert Langdon, al cinema con il volto di Tom Hanks, in una storia ambientata in Italia, per la precisione a Firenze, che susciterà l’interesse di Roberto Benigni, considerato che l’Inferno di Dante Alighieri giocherà un ruolo rilevante.  Non appartengo ai fan sfegatati di questo autore, Il Codice da Vinci l’ho letto con fatica, Angeli e demoni l’ho abbandonato dopo le prime pagine e Il simbolo perduto, grosso tomo trovato in una bancarella dell’usato, mi occhieggia intonso dalla mia scrivania da un po’ di tempo, pur tuttavia devo ammettere che Dan Brown ha spinto alla lettura molta gente, anche forse con il solo intento di criticarlo, e questo è già di per sè un miracolo. Per cui segnalo volentieri l’uscita di questo libro che interesserà sicuramente chi ama trame complicate, congiure occulte e misteri esoterici legati al passato. L’Inferno di Dante è senz’altro un testo che nasconde segreti e in un certo senso sarà interessante vedere le fantasiose teorie di questo scrittore al quale di certo non fa difetto la capacità di sorpendere. Sito web ufficiale americano: www.danbrown.com

Il nuovo attesissimo romanzo di Dan Brown, autore de Il Codice Da Vinci. La nuova indagine di Robert Langdon. Una intrigante trama ispirata al capolavoro dantesco. Un fitto mistero di indizi, codici e simboli.

Nei suoi bestseller internazionali – Il Codice da Vinci, Angeli e demoni e Il simbolo perduto -, Dan Brown ha mescolato in modo magistrale storia, arte, codici e simboli. In questo nuovo e avvincente thriller, ritorna ai temi che gli sono più congeniali per dare vita al suo romanzo più esaltante. Robert Langdon, il professore di simbologia di Harvard, è il protagonista di un’avventura che si svolge in Italia, incentrata su uno dei capolavori più complessi e abissali della letteratura di ogni tempo: l'”Inferno” di Dante. Langdon combatte contro un terribile avversario e affronta un misterioso enigma che lo proietta in uno scenario fatto di arte classica, passaggi segreti e scienze futuristiche. Addentrandosi nelle oscure pieghe del poema dantesco, Langdon si lancia alla ricerca di risposte e deve decidere di chi fidarsi… prima che il mondo cambi irrimediabilmente.

:: Recensione di Sconsacrato di Jonathan Holt (Newton Compton, 2013) a cura di Micol Borzatta

12 Maggio 2013

SconsacratoSiamo a Venezia. È il 6 gennaio la notte della Befana, notte in cui a Venezia la gente si maschera e festeggia come se fosse Carnevale. Sui gradini della Chiesa di Santa Maria della Salute viene ritrovato un cadavere affiorato dalle acque del Canal Grande. Dai vestiti sembra un sacerdote, ma a un esame più approfondito si scopre essere una donna con gli abiti da cerimonia di un sacerdote. Grande abominio, per la Chiesa è considerata una profanazione assoluta.
Caterina Taddei viene incaricata di indagare sul caso. Le indagini la porteranno a collaborare con il sottotenente dell’esercito americano di stanza a Venezia, Holly Boland, e il creatore del social network e città virtuale Carnivia, Daniele Barbo.
I tre scopriranno che dietro a tutto c’è la Chiesa, la CIA, l’MCI e l’esercito.
Devono riuscire a trovare le prove però, altrimenti i vecchi crimini non verranno mai puniti e continueranno a ripetersi all’infinito.
Ottimo romanzo che unisce fatti veri con aneddoti e personaggi di fantasia in un connubio magistrale che riesce a rendere tutto omogeneo.
Un romanzo che, come racconta l’autore in una sua intervista, nasce quasi per caso. Dopo 5 anni di continue ricerche e approfondimenti l’autore getta via tutto il materiale non soddisfatto di quello che è riuscito a trovare per poi trovarsi un giorno, durante una vacanza a Venezia, a indagare sulla presenza dell’esercito americano in Italia e da quelle ricerche è riuscito a trovare talmente tanto materiale che è nata la trilogia di Carnivia.
Un thriller avvincente pieno di effetti speciali da leggere tutto d’un fiato che porta il lettore a indagare con Cate e Holly, che lo invoglia a indagare anche da solo e a immergersi negli ambienti fantastici del mondo virtuale di Carnivia.
Tutto questo unito a uno stile di scrittura accattivante che tiene alta la tensione della trama, fa di questo libro un caso internazionale dell’editoria mondiale. Traduzione di Cecilia Pirovano e Nicola Spera.

Jonathan Holt

Jonathan Holt, docente di letteratura inglese a Oxford e direttore creativo di un’agenzia pubblicitaria londinese. Vive tutt’ora a Londra.

:: Recensione di Storia dei Servizi segreti italiani – dall’Unità d’Italia alle sfide del XXI secolo, di Antonella Colonna Vilasi, (Città del Sole edizioni, 2013)

12 Maggio 2013

vilasiVorrei parlarvi oggi di un libro che ho avuto modo di leggere, un po’ perché si avvicina agli argomenti da me trattati all’università, e un po’ perché la storia dei servizi segreti, in un certo senso, ci insegna molto del nostro tempo. Si intitola Storia dei Servizi segreti italiani – dall’Unità d’Italia alle sfide del XXI secolo, di Antonella Colonna Vilasi, edito da Città del Sole edizioni (Reggio Calabria) e non è un romanzo, né una mera raccolta di documenti, sebbene sia corredato di interviste, documenti e materiali di approfondimento. E’ un saggio in cui la storia dell’intelligence italiana viene trattata in modo originale e inconsueto, soprattutto perchè il testo accosta parti di analisi storica a numerose interviste, realizzate dall’autrice, ai protagonisti che vissero in maniera diretta questi avvenimenti e contribuirono a renderli tali, tra cui Mario Mori, ex capo di Stato Maggiore, Vincenzo Camporini, generale d’Armata, Carlo Jean, Marco Minniti e Giuseppe De Lutiis. E’ inoltre una lettura che necessita di attenzione e di pazienza, data la complessità e la varietà degli argomenti trattati. La materia infatti è vasta, parte dall’Unità di Italia e il Fascismo, (interessante la scheda analitica sul caso di Ignazio Silone), passa ad analizzare il periodo della Seconda Guerra Mondiale fino alla strage di piazza Fontana, per poi continuare a studiare il periodo che va dal 1969 alla riforma del 1977, (ampio spazio è dato al tentativo di golpe in Italia del dicembre del 1970). Il capitolo 4, uno dei più delicati, tratta con precisione e essenzialità gli anni Ottanta: Licio Gelli e la P2 e soprattutto la strage di Bologna. Stragi deviazioni e inchieste che riportano alla memoria l’instabilità politica di quel periodo e i suoi misteri, a tutt’oggi ancora non del tutto chiariti. Poi analizza gli anni Novanta: Andreotti e Gladio; i fondi neri del SISDE e le bombe del 1993, (interessante la scheda analitica sui luoghi segreti dei Servizi Segreti). Infine il capitolo 6 ci porta alla riforma del 2007 e alla concezione moderna dell’intelligence: lo stretto legame tra terrorismo e politica; il ruolo dell’Italia nel contesto internazionale; la morte di Nicola Calipari. Storia dei Servizi segreti italiani è un volume agile e per niente noioso, scritto in modo discorsivo e chiaro, che nella sua essenzialità fa luce su un magma ancora avvolto da ombre non del tutto diradate. Utile in un corso di studi universitari, utile per un lettore che ha voglia di approfondire temi tutt’altro che di secondo piano. Dettagliata la bibliografia di riferimento, per approfondire i temi che hanno maggiormente destato il vostro interesse. L’autrice Antonella Colonna Vilasi è presidente del Centro Studi sull’Intelligence (UNI). Giornalista e docente universitaria, collabora con numerose riviste scientifiche. Tra le sue opere pubblicate di recente: Manuale di intelligence (Città del sole, 2011); Islam tra pace e guerra (Città del sole , 2011); Mafie, Origini e sviluppo del fenomeno mafioso (Dissensi, 2012); e Vita romanzata di Luigi Durand de la Penne (Neftasia, 2012).

:: Altri libri. La diversità come risorsa. La tavola degli indipendenti

10 Maggio 2013
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COSA: ALTRI LIBRI DA EATALY

La tavola degli indipendenti

DOVE: Sala Punt & Mes, Eataly, Lingotto, via Nizza 230, Torino

QUANDO: Giovedì 16 e Venerdì 17, in contemporanea con il Salone del Libro

Partendo da un’idea di Antonio Paolacci, direttore editoriale di Perdisa Pop e promotore dell’iniziativa, un gruppo di editori indipendenti ha deciso di unirsi in modo alternativo in occasione della prossima edizione del Salone internazionale del libro di Torino.

Per rivendicare l’importanza della propria diversità e il diritto di essere raggiunti dal pubblico, in un contesto editoriale sempre più gestito dai grandi gruppi, le case editrici DeriveApprodi, :duepunti edizioni, Hacca, La Linea, Laurana, Melampo e Perdisa Pop saranno insieme per una serie di eventi in uno spazio esterno al Salone: la sede di Eataly, al Lingotto. In questa sede verrà allestito uno spazio espositivo per la vendita dei libri e saranno presentati a lettori e stampa i progetti, le novità e le anteprime di ciascun editore aderente all’iniziativa.
Punto centrale della due giorni sarà la tavola rotonda sull’editoria indipendente,

ALTRI LIBRI. LA DIVERSITÁ COME RISORSA,

che si terrà giovedì 16 a partire dalle ore 17,00, a cui parteciperanno vari esponenti del mondo editoriale, tra cui gli Enrico Pandiani, Silvia Longo, Francesco Forlani, Domenico Scarpa, Marco Croella e tanti altri stanno inviando la propria adesione.
La scelta di incontrare lettori e stampa in uno spazio diverso non è in polemica con il Salone del libro, al quale parteciperanno comunque alcuni degli editori presenti in contemporanea da Eataly. Nasce tuttavia dall’esigenza di richiamare l’attenzione sull’editoria indipendente e sulle sue potenzialità, all’interno di un sistema di mercato che ne limita la visibilità e la crescita. Per questo gli incontri saranno aperti anche agli interventi dei rappresentanti di altre case editrici, che saranno invitati a partecipare attivamente. Media partner Border Radio e Extra Campus TV

PROGRAMMA

GIOVEDÌ 16
10.00 – Apertura spazio espositivo
12.00-13.00 – Conferenza stampa: le case editrici espongono le ragioni dell’iniziativa. A seguire aperitivo
15.00 – Presentazione a cura di La Linea: I giorni in fila, di Andrea Garbarino, interviene Alessandra Callegari
16.00 – Presentazione a cura di Perdisa Pop: Zoo a due, di Marino Magliani e Giacomo Sartori
Dalle 17.00 alle 19.00 – Tavola rotonda: Dibattito sull’editoria indipendente, ALTRI LIBRI. LA DIVERSITÀ COME RISORSA. A seguire degustazione a cura di Velier
VENERDÌ 17
10.00 – Apertura spazio espositivo
11.00 – Presentazione a cura di Perdisa Pop: Cattiverìa, di Rosario Palazzolo
13.00 – 14.00 – Degustazione a cura di Velier e chiusura stand.

:: Un’ intervista con Massimo Cassani a cura di Viviana Filippini

10 Maggio 2013

51575-1Ciao Massimo benvenuto a Liberi Discrivere prima di parlare del tuo terzo romanzo dedicato alle indagini del Commissario Micuzzi raccontaci un po’ di te.

Lavoro nel Gruppo 24 ORE, mi occupo di riviste. Sia per i libri sia per la musica sono un disordinato, faccio fatica a seguire un filo. Passo dalla musica d’autore alle contaminazioni multietniche dell’Orchestra di via Padova, dalla musica antica alla Gatta Cenerentola di Roberto de Simone. Dipende dai periodi. O dal cd che mi casca in mano in quel momento. Ultimamente sto ascoltando fino alla nausea la colonna sonora di In the mood for love. Non sto proprio sull’attualità, diciamo…

Zona franca è il terzo giallo milanese con protagonista Micuzzi. Come è nata l’idea di fare dei romanzi gialli seriali?

In realtà non era previsto che fosse una serie, per lo meno in principio. Mentre scrivevo il primo episodio ho cominciato a buttar giù qualche appunto su una possibile seconda storia con gli stessi personaggi e con la medesima ambientazione, ma erano, appunto, soltanto spunti. Quando presentai a Sironi il romanzo, abbozzando l’ipotesi di un seguito, mi proposero un contratto anche una seconda storia. E lì ho avuto paura di essermi ficcato in un guaio.

A chi ti sei ispirato per creare la figura del commissario Sandro Micuzzi, un uomo svagato che a volte sembra aver perso il contatto con la città dove vive e lavora?

A nessuno in particolare. Certe distrazioni sono le mie, ma non mi sono preso come modello. E poi lui ha i baffi.

In Sottotraccia l’indagine si svolgeva attorno ai Navigli, in Pioggia battente protagonista e viale Abruzzi e in Zona Franca protagonista è l’area di Via Padova e limitrofe. In base a quali motivi scegli l’ambientazione delle tuo storie con protagonista Micuzzi.

In realtà sui Navigli era ambientata una sola scena,all’inizio del romanzo, tutto il resto spaziava per varie zone di Milano: da Città Studi a corso Buenos Aires, dal quartiere Gallaratese fino allo storico quartiere dell’Ortica. Racconto le zone che frequento o che mi è capitato di frequentare.

Nei tuoi romanzi c’è sempre una perfetta mescolanza tra realtà con riferimenti a fatti e persone provenienti dalla Storia e invenzione narrativa. Come è avviene il processo di unione tra le due parti?

Tutte le vita individuali sono sempre inserite in un contesto storico più generale. Ed è impossibile, almeno per me, dimenticare cosa accade intorno alle vicende private. Credo che questo derivi dai racconti familiari di quando ero bambino. Il tema della seconda Guerra mondiale, per esempio, era un filo conduttore continuo. Episodi di vita quotidiana, magari anche piccoli, banali, venivano sempre associati allo scenario più generale. Una contaminazione continua. E’ la forza del racconto popolare, della tradizione orale.

Addentrandoci in Zona Franca il primo personaggio che il lettore incontra si chiama Benito Marabelli ed è tornato in Italia per portare a termine un missione punitiva. Come mai ha scelto un’apertura che fa capire da subito al lettore che ben presto tra le pagine si troverà alla prese con un omicidio?

Volevo che l’obiettivo di Marabelli fosse chiaro fin da subito e che si intuissero anche le motivazioni del suo agire, per far concentrare il lettore sul resto dell’intreccio, sui personaggi, sugli ambienti in cui si muovono, che ci fosse un equilibrio fra gli aspetti tipici del genere e quelli tipici del romanzo in senso stretto.

L’ottantenne Gigi Sciagura, all’anagrafe Luigi Pecchi, è alle prese con una sua forma di protesta che lo spinge a sostenere la demolizione del Duomo. Perché sostiene questa sua iniziativa con così tanta tenacia e da tanto tempo?

Gigi Sciagura dice cose vere su certe derive di Milano, ma siccome è un po’ andato via di testa le trasforma lui stesso in una narrazione delirante. La sua lucida follia gli fa vedere le cose che noi stessi viviamo senza rendercene più conto. Vive la sua predicazione come una missione. Fra le pieghe dei suoi deliri c’è più saggezza di tanti individui che girano per Milano con macchine che sembrano carrarmati. E che consumano come i carrarmati.

Il tragico epilogo della vita di Sciagura-Pecchi è l’evento che porta alla ribalta Sandro Micuzzi, come accoglierà questa nuova indagine il commissario?

Con fastidio, come sempre. Gli tocca lavorare. Micuzzi non ha dentro il fuoco sacro. Cerca di fare il suo lavoro. E spesso gli pesa.

Ambra Cattaneo, l’amica giornalista di Micuzzi, viene brutalmente aggredita e Selene, sua amica nonché persona importante per le indagini rischia più volte di essere vittima di violenze. Come agiscono sulla psiche del commissario questi eventi che travolgono le persone che lui consoce?

Sono la molla che lo spingono a indagare, anche se lui non potrebbe, visto che già nel primo episodio viene silurato dalla squadra mobile e confinato in un commissariato cittadino.

Micuzzi non deve solo badare a se stesso, ma tenere sotto controllo le perenni avances della ex moglie Margherita. Il prendersi e lasciarsi continuo come è vissuto dai protagonisti?

Il commissario Micuzzi è l’antitesi dell’uomo decisionista. Da una parte sente che la loro storia è finita. Dall’altro è attratto dall’idea di ricostruire il suo matrimonio perché in fondo è un abitudinario. Una situazione di perenne stallo. Margherita è una donna volitiva, anche se nei tre episodi fin qui pubblicati dimostra tratti di fragilità inaspettati. Penso che questa donna sia abbastanza antipatica ai lettori. E io sono d’accordo con loro.

Quanto sono importanti per il protagonista i  suoi colleghi di lavoro, sia dal punto di vista delle indagini, ma anche umano?

Sono fondamentali. Se c’è un lato positivo di Micuzzi è quello di saper valorizzare i suoi collaboratori. E loro danno il meglio. Poi, loro come lui, sono umani, sbagliano, hanno le loro debolezze e, come nel caso di Lariccia, pure le loro meschinità. C’est la vie.

Zona Franca ha al centro un’ indagine per la risoluzione di un inspiegabile omicidio. Micuzzi indaga, ma poi scoprirà inquietanti e drammatiche realtà presenti nella città della Madonnina (lavoro nero, traffico di droga, morti sul lavoro). Quale sarà la sua reazione e cosa hai voluto mettere in evidenza con questi fatti?

La realtà. Sia quella che vediamo sia quella che non vediamo. Una realtà spesso “invisibile ai vedenti”.

Se dovessi pensare ad un adattamento cinematografico delle storie dell’ispettore Micuzzi, quale attore potrebbe vestire i suoi panni?

Francamente non lo so. Fisicamente ho in mente un attore che purtroppo è scomparso, ma anche se fosse stato in vita avrebbe avuto soltanto la faccia giusta. Non dico chi è. Però era un comico. E non era nemmeno milanese.

Massimo potresti dare ai lettori una breve spiegazione del senso del titolo di Zona franca e perché lo hai scelto?

Nel romanzo si parla di un sevizio segreto clandestino realmente esistito e attivo in Italia dal Dopoguerra (il cosiddetto Anello). E’ solo uno dei tanti misteri del nostro Paese, l’ennesima storia torbida in cui i veri responsabili non hanno mai pagato. I protagonisti di certe vicende, come questa o come la strage di piazza Fontana o della stazione di Bologna (e qui mi fermo perché purtroppo l’elenco è lungo) sembra che vivano o abbiano vissuto in tante ‘zone franche’, protette, impermeabili.

Sei già al lavoro su un nuovo caso del commissario Micuzzi? Puoi darci qualche anticipazione a riguardo?

La risposta alla prima domanda è: sì. La risposta alla seconda domanda è: no. Ma non per reticenza, è che al momento sto ancora rimestando nel torbido.

Un’ultima domanda prima di salutarti. Quale è libro secondo te il libro che non dovrebbe mancare nella biblioteca di ogni lettore?

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Ogni lettore è diverso dall’altro. Conosco persone che hanno adorato Il Maestro e Margherita e altre che l’hanno detestato. Per non parlare del Piccolo Principe. Posso dirti un autore che ho scoperto di recente e che mi è piaciuto molto: Torsten Krol, in Italia è pubblicato da ISBN. Si favoleggia non l’abbia mai incontrato nessuno, neppure il suo editore, o che dietro questo nome si nasconda un noto autore. Io so solo che i suoi libri sono straordinari. E magari invece qualcuno li detesta, chi lo sa?

:: Recensione di 666 Park Avenue New York, di Gabriella Pierce, (Newton Compton, 2013) a cura di Micol Borzatta

10 Maggio 2013

666 park-avenueRomanzo dark fantasy di Gabriella Pierce che ha ispirato una serie televisiva.
Il romanzo narra di Jane Boyle, architetto, cresciuta con la nonna dopo aver perso entrambi i genitori.
Trasferitasi in Francia con la nonna è stata cresciuta con un’educazione molto rigida in un ambiente paranoico e troppo protettivo.
Scappata dalla nonna appena entrata nell’età adulta fa carriera nel migliore studio di architettura francese.
La sua vita sembra del tutto normale, fino a quando incontra Malcom, un ragazzo fantastico, figlio della più famosa e importante famiglia di New York: i Doran.
La loro storia d’amore sembra andare avanti senza problemi, Malcom sembra proprio la perfezione, anche quando vanno a casa della nonna di Jane e la trovano morta è lui che prende in mano la situazione.
Quando Jane arriva a New York, a casa dei suoceri, viene accettata come se fosse una figlia. Jane non riesce a credere a quello che sta vivendo, tutto è perfetto come se stesse vivendo dentro una bolla a di fuori del mondo dove tutto è rosa e fiori e prosegue senza intoppi.
Purtroppo però è tutto un’illusione, infatti Jane non è una ragazza normale ma una strega, come anche la sua futura suocera che ha manipolato tutto e tutti per poter approfittare di lei.
Inizia così uno scontro epico che terrà il lettore attaccato alla lettura con il fiato sospeso.
Infatti il romanzo all’inizio parte con una narrazione molto lenta, quasi da classico romanzo rosa stile Liala con la trama scontata della ragazza normale che incontra il ricco ereditiere, scocca l’amore e la vita di lei cambia. Una volta riusciti a superare la prima parte però sembra di trovarsi completamente in un altro libro, la narrazione diventa più fluida e piena di colpi di scena che sanno tenere il lettore incollato alla lettura senza fiato fino alla fine del libro.
Finale che pur lasciando il lettore in sospeso non risulta né banale né inconcludente, invogliando a procurarsi il prima possibile il seguito. Sì proprio così, il seguito, perché se la serie televisiva, pur essendo molto più complessa come trama e avvincente fin dall’inizio, non ha ottenuto molto successo al punto che hanno deciso di interromperla alla fine della prima stagione, il libro ha avuto talmente successo che l’autrice ha deciso di farlo diventare il primo di una saga e si sa già che un secondo volume è già stato pubblicato e il terzo sarà pubblicato nel 2013. Non si hanno notizie certe per altri volumi a seguire ma potrebbero essercene.
Un ottimo libro che può essere letto ovunque e da chiunque, che descrive in un’ottica un po’ diversa la figura delle streghe e i rapporti e i legami familiari.

Gabriella Pierce scrittrice americana, vive a Parigi coi suoi due cani. 666 Park Avenue è il suo primo romanzo.

:: Un’intervista con Tom Wood autore di Killer (Fanucci, 2013)

8 Maggio 2013

Killer Tom WoodCiao Tom. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Tom Wood? Punti di forza e di debolezza.

Tom Wood è un inglese che scrive thrillers con protagonista un assassino conosciuto solo come Victor. Come la maggior parte delle persone ho una discreta quantità di punti di forza e, probabilmente, un numero maggiore di punti deboli. Speriamo che la scrittura sia uno dei miei punti di forza!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto nella contea di Staffordshire, in una piccola città dove non c’era molto da fare e ho trascorso la maggior parte della mia infanzia annoiandomi molto. Ho studiato sceneggiatura prima di dedicarmi ai romanzi.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore?

Guardando indietro credo di averlo saputo fin dalla più giovane età, probabilmente intorno ai dieci o undici anni, ma ero troppo giovane allora per pensare ad una carriera nella scrittura. Amavo scrivere storie, questo è vero. In effetti era l’unica cosa che apprezzavo della scuola. Ma diciamo che solo a vent’anni ho deciso di prendere sul serio la scrittura.

Scrivi a tempo pieno? O si dividi il tuo tempo tra la scrittura e un altro lavoro?

Scrivo a tempo pieno.

Raccontami cosa succede nella vita di uno scrittore. Descrivimi una tua tipica giornata di lavoro.

Mi alzo verso le 07:00 e di solito inizio a scrivere verso le nove. Poi scrivo tutto il giorno fino alle 18:00. Un giorno di lavoro può includere prendere appunti e pianificare i miei libri, o fare editing, o ricerca. A volte mi prendo una pausa dalla digitazione e scrivo a mano. Non c’è un giorno tipico nella mia esperienza. Se sta andando particolarmente bene scrivo fino a sera e faccio lo stesso se sta andando male o sono di fronte ad una scadenza.

Hai scritto tre romanzi: The Killer, The Enemy e The Game. Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Baso i miei personaggi su persone che ho incontrato e spesso i dialoghi provengono dal mondo reale, ma non più di questo. La mia vita è incredibilmente banale rispetto a quella di Victor.

The Killer, ora pubblicato in Italia con il titolo Killer da TimeCrime – Fanucci, è una sorta di thriller internazionale d’azione. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il punto di partenza risale a molto tempo fa. Prima di decidermi a provare a scrivere un romanzo iniziai a scrivere racconti e brevi sceneggiature. Comunque questi testi erano ben lungi dall’essere completi, forse erano composti solo da una scena o un capitolo. Uno di questi testi narrava quella che sarebbe diventata la sparatoria all’hotel, scena di apertura del mio primo libro. Nella sua forma originale era solo una sequenza d’azione, senza una storia, ma poi alcuni anni dopo ci sono ritornato su e ho deciso di scrivere quello che sarebbe successo dopo.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Victor è un assassino freelance che si ritrova in fuga dopo un lavoro apparentemente di routine che è andato storto. E’ braccato da vari nemici e cerca di scoprire chi lo vuole morto e perché.

Puoi dirci un po’ di più del tuo protagonista, Victor?

Victor è un assassino professionista estremamente pericoloso che vive da solo, opera da solo. Non ha famiglia, non ha veri amici. Egli sa che, a causa della sua professione, la sua vita è costantemente in pericolo e così è sempre vigile e sempre in attesa di essere attaccato. E’ assolutamente spietato e quasi amorale. In qualsiasi altro libro sarebbe stato un cattivo.

Victor è una sorta di perfetto assassino. Una sorta di Jason Bourne. Chi ti ha ispirato a scrivere questo personaggio?

I cattivi mi sono sempre piaciuti e diciamocelo di solito sono i personaggi più interessanti e memorabili sia nel cinema che in letteratura. Un giorno ho deciso di vedere cosa sarebbe successo se il cattivo fosse stato il protagonista invece del semplice cattivo di turno.

Quale è la tua scena preferita in Killer?

E’ difficile. Credo che sia una delle tante scene d’azione. La sparatoria all’ hotel è la prima che ho scritto e credo che sia di conseguenza un po ‘sentimentale, ma la mia scena preferita forse è la sequenza culminante in Tanzania, dove ci sono tutti i tipi di eventi interessanti che accadono uno dopo l’altro o la breve scena in cui una banda di giovani fa l’errore di cercare di derubare Reed.

In Killer quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Victor era sicuramente il più difficile perché è un antieroe. Ottenere il giusto equilibrio tra la sua autenticità come assassino e la sua simpatia come protagonista è stata una sfida. Quando ho iniziato a scrivere di lui era ancora più spietato, ma io ero molto giovane a quel tempo e la passione per la creazione di un protagonista molto diverso dalla norma, era molto forte. Per fortuna invecchiando l’ho addolcito e ho attenuato un po ‘la sua amoralità, senza perdere quella autenticità. Alcune persone sono scioccate e sconvolte da alcune delle cose che fa, e io voglio che sia così, ma la maggior parte delle persone finiscono per volergli bene. Se ci penso, non sono davvero sicuro di sapere come sia riuscito a scrivere questa storia.

Dove hai ambientato la storia? I luoghi hanno influenzato la tua scrittura?

La storia si svolge in tutto il mondo, ma i luoghi sono semplicemente i fondali dove si svolge l’azione.

Quali scrittori contemporanei leggi? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Non leggo molti altri autori che scrivono il mio genere, ma leggo un sacco di scrittori contemporanei. Il mio autore preferito è probabilmente Bernard Cornwell, in particolare per la sua trilogia Warlord. Chi mi ha maggiormente influenzato è sicuramente Kevin Wignall, che ha scritto diversi romanzi fantastici che vedono degli assassini in ruoli da protagonista.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

La correzione delle bozze in cui devo leggere il mio libro e visualizzare tutte le modifiche che sono state apportate da parte del revisore. A questo punto non ho solo scritto il romanzo, ma è anche passato attraverso diverse fasi di editing e di revisione quindi sono praticamente annoiato a forza di rileggerlo. In più, non è affatto divertente vedere tutti gli errori di ortografia e di grammatica che ho fatto.

Ritieni il tuo stile cinematografico? Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Sì, considero il mio stile cinematografico e questo è intenzionale. Voglio che i lettori siano in grado di vedere ciò che sta accadendo, perché nella mia esperienza succede così quando la lettura è al suo meglio. Uso anche alcune tecniche di sceneggiatura nella scrittura dei miei romanzi, vale a dire non scrivo parole superflue o scene riempitive. Con i vincoli di tempo di un film non c’è spazio per niente che non sia essenziale per la trama o i personaggi e il risultato è una storia più snella. Ho lo stesso approccio con i miei romanzi.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sono tra un libro e l’altro, ma il prossimo sulla mia lista è Poison di Sarah Pinborough.

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Trattare la scrittura come una carriera, anche quando non lo è. Potrebbe essere la vostra passione, ma se volete essere pubblicati vi toccherà un sacco di duro lavoro. Trattare ogni presentazione all’editore del vostro libro come se ci si stesse dedicando ad un lavoro che non solo ci vuole, ma è necessario. Trattare ogni rifiuto come una cosa normale e provare di nuovo.

Come  possono i lettori mettersi in contatto con te ?

E’ sempre bello stare in contatto con i miei lettori, e possono contattarmi tramite il mio sito web o sia via Twitter che su Facebook.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Attualmente non ci sono piani, ma mi piacerebbe moltissimo venire in Italia per un tour letterario.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Attualmente sto scrivendo il mio quarto romanzo. E’ nella fase iniziale e non ha ancora un titolo, ma sono molto entusiasta.