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:: Recensione di Due pinte di birra di Roddy Doyle (Guanda, 2013) a cura di Michela Bortoletto

10 luglio 2013

due pinte

Clifden, Connemara, Irlanda, agosto 2012: Dopo una giornata passata a scoprire l’ennesima incantevole regione irlandese entriamo in un pub. Il posto è affollato e i tavoli sono tutti occupati. Per me e il mio compagno rimangono due posti nell’angolo tra il bancone e il muro. Ci sediamo. Accanto a noi due uomini davanti a due pinte di birra bevono, chiacchierano, ridono. Dopo pochi istanti attaccano bottone con noi: sono curiosi di conoscerci, sapere da dove veniamo. Non passano due minuti che ci ritroviamo a parlare di Olimpiadi e dell’imminente sfida per la medaglia d’oro di Katie Taylor, ormai già considerata eroina nazionale. Parlare con loro è facile, nonostante le evidenti differenze linguistiche. Si chiacchiera e si ride finché uno dei due riceve una chiamata: è la moglie, deve tornare a casa, per stasera ha già bevuto fin troppe birre!
Il fatto di qui sopra è accaduto veramente durante il nostro viaggio in Irlanda. Nei pub si possono trovare centinaia e centinaia di coppie e gruppi di uomini e donne intenti a chiacchierare davanti a una pinta di birra. Gli argomenti sono i più disparati: politica, sport, famiglia, cronaca. Si passa dalla crisi economica alla qualificazione della squadra irlandese agli Europei di calcio; dalle beghe familiari al futuro erede al trono inglese. In Due pinte di birra Roddy Doyle non ha fatto altro che ispirarsi alla quotidianità irlandese. Ha preso due uomini, li ha fatti sedere davanti a due pinte di birra e ha dato vita a una serie di dialoghi estremamente sagaci, divertenti e ironici. I due protagonisti del lavoro di Doyle discutono tra di loro delle novità del  giorno: dalla riconferma di Obama alla moglie di uno di loro che ha speso i propri risparmi per recarsi al funerale di Whitney  Houston.
I dialoghi tra i due uomini sono veloci, leggeri ma soprattutto pieni di comicità: i nostri due eroi guardano al mondo d’oggi e alle novità familiari del giorno con molta ironia, non prendendosi mai troppo sul serio per non cadere nel baratro della disperazione.  Se c’è da gioire e festeggiare si bevono una birra. Se una soluzione ai problemi invece non c’è: basta bersi una birra e tutto passa!
L’ultima creazione di Doyle è  un libro che ti fa rivivere una tipica serata irlandese, di quelle che chi è stato almeno una volta nella vita in quella magica terra non può non averne nostalgia. Ma Due pinte di birra è anche la lettura perfetta per chi in un vero pub irlandese non c’è mai stato e vuole farsene un’idea: ne rimarrà estasiato! Si legge in una sera, una sera dal tipico sapore irlandese. Trad. di Silvia Piraccini.

Nato a Dublino nel 1958, Roddy Doyle è considerato il capofila della nuova narrativa irlandese. Ha ottenuto uno strepitoso successo internazionale con Paddy Clarke ah ah ah!, vincitore del prestigioso Booker Prize nel 1993. Presso Salani sono usciti Il trattamento Ridarelli, Rover salva il Natale e Le avventure nel frattempo.

:: Recensione di L’ultima paziente di Gabriel Rolón (Piemme, 2013)

9 luglio 2013

pazienteL’ultima paziente (Los padecientes, 2010), romanzo di esordio dello scrittore argentino Gabriel Rolón, edito in Italia da Piemme e tradotto da Mariana E. Califano, è un thriller psicologico con le cadenze del noir che arriva da noi dopo essere stato un clamoroso successo in patria, in testa alle classifiche per settimane, ed essersi guadagnato la pubblicazione in diversi paesi, non solo del Sud America.
Siamo abituati a storie incentrate sulle figure di poliziotti, investigatori privati, giornalisti, l’originalità di questo romanzo è che troviamo protagonista assoluto uno psicanalista, che indaga sì su un delitto, ma da un punto di vista privilegiato – l’autore innanzitutto è uno psicanalista lui stesso- interessandosi principalmente agli stati d’animo, alla psiche dei personaggi in cui è racchiusa la verità che ossessivamente ricerca.
Le sfumature noir sono date dalla sofferenza e dall’angoscia che tanto lo affascinano e rendono molto meno ovvio il classico meccanismo delitto-colpevole. La verità in questo caso infatti non è un catartico allentamento della tensione narrativa, sorta di rassicurante ed edulcorato happy ending, capace di rovinare per implausibilità molti ottimi romanzi, ma più che altro un’amara riflessione sulla natura umana, sul fatto che le vittime spesso non siano così innocenti, e sul concetto stesso di innocenza.
Siamo a Buenos Aires, forse la più europea città del Sud America: vie spaziose, parchi alberati, palazzi d’epoca, caffè eleganti. Pablo Rouviot, abile psicanalista, autore di saggi di successo che gli hanno dato una certa notorietà, vive un periodo di solitudine, dopo l’abbandono della sua donna, Alejandra. Anche se un’altra assenza rende più profonda l’angoscia che lo accompagna, forse più discreta, sfumata, ma altrettanto dolorosa. Da quando è morto suo padre infatti la solitudine è più difficile da tollerare, più cattiva. Comunque è un serio professionista, i suoi problemi personali non influenzano il suo lavoro di terapista, il suo ottimo rapporto con i pazienti.
Una sera una donna si reca nel suo studio. Si chiama Paula Vanussi. Il cadavere di suo padre, un potente uomo d’affari, è appena stato rinvenuto in avanzato stato di decomposizione, in un laghetto vicino alla sua villa. La morte sembra dovuta ad accoltellamento, e del delitto si è dichiarato colpevole, con una confessione scritta, suo fratello Javier, un ragazzo con seri disturbi psichici. Da quando è morta sua madre, Paula si occupa sia di lui che della sorella Camila e ora vuole che Pablo diventi perito di parte nel processo per omicidio che si svolgerà nei confronti del fratello. Vuole che dichiari al giudice la sua incapacità di intendere e di volere, per evitargli il carcere.
Pablo si prende il suo tempo per decidere e nonostante non sia uno psicologo forense, inizia a fare qualche ricerca per scoprire che la vittima non era affatto una persona irreprensibile, anzi era invischiata in traffici poco leciti dai quali provenivano il suo denaro e il suo potere, e inoltre era un pessimo padre, marito, essere umano. Molti insomma potrebbero avere avuto una ragione per ucciderlo, ragione per cui la colpevolezza del ragazzo non è così sicura, come anche pensa il vicecommissario Bermudés incaricato delle indagini. Ma per averne la certezza Pablo deve riuscire a parlare con Javier, in coma farmacologico dopo un tentato suicidio. Purtroppo però il suo impegno suscita l’aperta ostilità di gente molto pericolosa che arriva a farlo minacciare. Cosa c’è sotto? Scoprire la verità diventa per Pablo Rouviot l’unica possibilità per non perdere la stima di sé stesso.
Diviso in quattro parti – la chiamata, la decisione, la ricerca e la verità –  L’ultima paziente è un romanzo innanzitutto capace di creare una forte empatia con il protagonista, caratteristica che rende la lettura interessante e piacevole. Rolón sa rendere infatti il personaggio molto umano e sfaccettato. Ci si immedesima facilmente con il suo punto di vista e ciò aiuta a vedere il mondo con i suoi occhi seppure la narrazione sia in terza persona. L’amore per la verità, l’onestà di fondo, il coraggio che manifesta arrivando a sfidare apertamente persone che potrebbero ucciderlo, aggiungono sfumature in più senza delinearci i contorni di un uomo abituato a trattare con i delinquenti, che accoglie le minacce con una scrollata di spalle.
E’ un uomo qualunque, un buono infondo, ma credibile, onesto, ragionevole. Mi ha ricordato in un certo modo il Lew Archer di Ross Macdonald, immerso in una storia familiare piena di violenza e di dolore. Dal sole della California al cielo terso di Buenos Aires, il passo è breve ma il complotto che lega medici, avvocati corrotti, e poliziotti rassegnati ai raggiri dei potenti, regge tutta l’intelaiatura, senza sbavature o scolorimenti della trama.

Gabriel Rolón  è nato a Buenos Aires nel 1961. Laureato in Psicologia all’Università di Buenos Aires, si è specializzato in psicanalisi, dedicandosi prevalentemente alla cura di nevrosi, psicosi e perversioni. Ha collaborato per 14 anni a un noto programma radiofonico, Noche de diván e attualmente conduce il programma televisivo Terapia, un “divano mediatico” in cui psicanalizza personaggi famosi. Ha pubblicato diversi saggi di grande successo, l’ultimo dei quali ha venduto 120.000 copie. L‘ultima paziente è il suo primo romanzo.

:: Recensione di L’uomo che vorrei di Kerstin Gier (Corbaccio, 2013)

7 luglio 2013

uomo vorreiUffa, per qualche motivo il mondo del mio bell’universo parallelo non era poi così felice come me lo ero immaginato.

L’uomo che vorrei (Auf der anderen Seite ist das Gras viel grüner, 2011), edito da Corbaccio nella collana Romance e tradotto da Alessandra Petrelli, è il nuovo romanzo umoristico-sentimentale giunto in Italia, dopo In verità è meglio mentire, della spumeggiante scrittrice tedesca Kertsin Gier, famosa soprattutto per la sua trilogia fantasy Red, Blue, e Green, una delle poche serie young adult che ho avuto modo di leggere e apprezzare.
Sottogenere molto popolare tra il pubblico femminile del romance novel, il time travel romance – sottogenere in cui L’uomo che vorrei può essere collocato –  presenta spunti interessanti e anche riflessioni di un certo spessore, qui presenti sotto la superficie smaltata dell’ironia e dell’ umorismo.
Con brio e vivacità, la Gier ci racconta la storia di Kati Wedekind, donna in carriera, felicemente sposata con il serio e posato Felix Leuenhagen, primario di medicina interna in un ospedale di Colonia, che forse troppo occupato con il suo lavoro, in un certo senso la trascura. Stanca della routine, della suocera che le chiede se è incinta, del poco tempo passato assieme al marito, si domanda se non sia il caso di iniziare una relazione extraconiugale e la tentazione si chiama Mathias Lenzen, esattamente l’uomo dei suoi sogni. E come disse Oscar Wilde: E’ meglio abbandonarsi alle tentazioni. Chissà se ritorneranno. Una delle tante citazioni di cui il libro è piacevolmente disseminato.
Fin qua la storia scorre sui binari della normalità. Poi l’imprevisto, e il fantastico prende il sopravvento. Dopo un incidente, provocato da un barbone, nella stazione della metropolitana cade sui binari e si risveglia in ospedale esattamente cinque anni prima, proprio il giorno prima di quello in cui Felix avrebbe dovuto entrare nella sua vita. Con il senno di poi, farà le stesse scelte? O coglierà l’occasione per rivoluzionare la sua vita e vivere il sogno di amore con Mathias dagli occhi di velluto blu, stando lontana dall’affidabile e rassicurante Felix? Ma si sa l’erba del vicino è sempre più verde… proverbio che richiama il titolo originale del romanzo e che fa supporre che in fondo Felix poi non sia proprio così da buttare, sfumatura che un po’ nel titolo italiano si perde.
Frizzante, fresco, irriverente L’uomo che vorrei è un classico romanzo scaccia pensieri, capace di farci sorridere, e farci passare qualche ora con lievità e leggerezza, senza pensare a tasse, spese, visite dal dentista, vacanze mordi e fuggi in quest’estate di crisi. Certo i problemi non scompaiono, ma un po’ di sano e intelligente umorismo può diradare la nuvola nera che ci sovrasta.
Chi di noi non ha pensato a come sarebbe avere una seconda occasione? Tornare indietro nel tempo, con la consapevolezza e il ricordo delle scelte fatte, ma ricchi della capacità e possibilità di rimediare ad errori, fuggire a responsabilità, scegliere un amore invece di un altro. Probabilmente rifaremmo tutto come la prima volta o forse no. O forse coglieremmo al volo l’occasione di beffare il destino, di giocare con il caso?
I viaggi nel tempo sono un tema caro non solo al fantasy ma anche alla fantascienza. Ricordo sempre il breve racconto Blank! di Asimov che mi ispirò anni fa un racconto sul paradigma delle possibilità. La vita infondo è fatta di scelte, che possono essere felici o meno, e condizionare altre così in un meccanismo di causa ed effetto dalle imprevedibili ripercussioni. Certo la Gier non ne fa una riflessione filosofica, più che altro è per lei l’occasione per raccontarci una storia senza pretese, divertente e allegra. Kati chi sceglierà? Ci aspetta forse un colpo di scena finale? Buon divertimento.

Kerstin Gier è nata nel 1966 e vive con marito e figlio vicino a Bergisch Gladbach, in Westfalia. Alla sua attività di insegnante ha affiancato dal 1995 quella di scrittrice. I suoi romanzi, come «Männer und andere Katastrophen», da cui è stato tratto un film, «Für jede Lösung ein Problem» e «Die Mütter-Mafia», sono rimasti per mesi in vetta alle classifiche tedesche dei libri più venduti. Il successo planetario lo ha raggiunto con romanzi femminili estremamente divertenti, apprezzati per la loro ironia, come «In verità è meglio mentire» e «L’uomo che vorrei», pubblicati da Corbaccio, e soprattutto con i libri della trilogia fantasy «Red», «Blue» e «Green». In Germania i suoi libri hanno venduto 4 milioni di copie e sono tradotti in quindici paesi.

:: Recensione di Il primo ad uccidere, Paola Sironi, (Todaro editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

7 luglio 2013

primoChi è il primo ad essersi sporcato le mani di sangue e ad aver fomentato una catena di decessi in serie? Chi ha ucciso per primo e perché lo ha fatto? Ma soprattutto quanto il bisogno di giustizia può portare una vittima a trasformarsi in carnefice? Queste sono solo alcune delle questioni che i Malesani’s brother dovranno affrontare  nella nuova intricata indagine dove Paola Sironi li ha cacciati. Sì, perché i quattro fratelli orfani, nati dalla penna della Sironi potrebbero adottare il seguente motto: “è più forte di noi, ma non riusciamo a stare lontani dai guai”, vista la loro propensione ad indagare  in privato su morti che destabilizzano la tranquilla vita della Brianza. Flaminia, Massimo, Fabio e Valerio dovranno cercare di capire chi ha picchiato a sangue Massimo e indagare se esiste una qualche relazione tra la brutale aggressione subita dall’investigatore privato Malesani, la morte di una donna assassinata in un parcheggio e il tragico decesso di un giovane lavoratore edile misteriosamente caduto da un impalcatura nel cantiere dove lavorava. Essendo Massimo acciaccato in ospedale, dove non smentisce la sua fama da latin lover, saranno Flaminia e il taciturno, ma anche un po’ scorbutico, Fabio a portare avanti le ricerche per dare un senso ai tragici fatti che hanno investito da vicino la loro famiglia. In Il primo ad uccidere Paola Sironi,  come nel precedente Nevica ancora, non solo ha per protagonisti i quattro fratelli con l’ hobby dell’investigazione, ma ambienta la trama di questo nuovo giallo nostrano sempre nella provincia del Nord, proprio in quei luoghi dove, a causa di consolidati stereotipi storici, si pensa non accada mai nulla. Invece la provincia della Sironi è un mondo che sotto l’apparente serenità presenta mali sociali gravi nei quali finiscono coinvolte persone innocenti, vittime dell’astuzia di approfittatori. Non a caso, addentrandosi nelle maglie de Il primo ad uccidere il lettore proprio come i Malesani sarà coinvolto – tanta è l’empatia che si crea con i personaggi letterari- nel tentativo di sbrogliare la complicata matassa di omicidi in apparenza non relazionati tra loro, e – sempre come accade ai Malesani – chi legge verrà a conoscenza di loschi traffici svolti da alcuni imprenditori locali e di relazioni pericolose con rappresentati della malavita locale. L’autrice non si concentra solo sulla ricerca di tracce per risolvere l’indagine, perché porta a galla dolorose realtà – il non rispetto delle norme di sicurezza nei posti di lavoro, la presenza di lavoratori non assicurati e senza permessi di soggiorno nei cantieri di lavoro- di cronaca, simili a fatti accaduti davvero che noi abbiamo sentito alla tv o letto sui quotidiani. Allo stesso tempo la Sironi approfondisce sempre più la dimensione psicologica dei protagonisti mostrando una Flaminia divisa tra il lavoro, le faccende domestiche e l’amato Milo con il quale vorrebbe andare a vivere dando vita al loro esclusivo nido d’amore, ma l’attaccamento ai fratelli rende questa conquista della libertà un’impresa titanica. Accanto a lei c’è un Massimo che non demorde mai nella ricerca della verità e ribadisce con i suoi comportamenti la consolidata fama da gigolo che si è costruito nel corso degli anni. Fabio c’è ma è come se non ci fosse, nel senso che all’improvviso ritorna a vivere con i fratelli, allontanandosi dalla sua convivente senza dare spiegazioni alla donna, ne tantomeno ai parenti che lo riprendono in casa, senza capire il perché sia diventato così cupo e scontroso. Valerio è il meno coinvolto dei quattro nel ruolo di detective, perché più assorto nel lavoro al pub, ma nel suo piccolo riuscirà a fornire ai fratelli piccoli utili imput per la risoluzione del caso. Questi elementi uniti ad un ritmo incalzante e ad una riflessione sui tanti mali nascosti che attanagliano la vita quotidiana fanno di Il primo ad uccidere un giallo coinvolgente e accattivante che lascia nel lettore – parere personale- una serie di domande e questioni sulle quali sarebbe utile riflettere per provare a capire gli enigmi della vita.

Paola Sironi è mamma, capo progetto informatico e nei rari avanzi di tempo scrittrice. Grafomane convinta fin dall’infanzia, è cresciuta divorando Salgari e Tex Willer, tra una partita di calcio e l’altra. Da allora, non è mai riuscita a smettere di leggere e tantomeno di scrivere. Spazia nelle sue preferenze artistiche da Joyce a Camilleri, da Chopin ai Nirvana, dai fratelli Dardenne a Woody Allen. Nonostante i suoi quarant’anni, ricorda perfettamente di aver ascoltato i Ramones dal vivo, s’incanta ancora davanti a un film di Chaplin e coltiva il vizio di credere ingenuamente che qualcosa si possa cambiare. Scrivere gialli è sempre stata la sua passione segreta e nel 2010 ha pubblicato con Todaro il suo primo romanzo Bevo grappa e nel 2011 Nevica ancora.

:: Recensione di Trama di sangue di Arno Strobel (Corbaccio, 2013)

6 luglio 2013

trama_di_sangueThriller tedesco, a volte un po’ greve, Trama di sangue (Das Skript, 2012), tradotto in modo scorrevole da Umberto Gandini ed edito da Corbaccio nella collana Top Thriller, si colloca nella corrente dei psicothriller, corrente a cui appartengono autori come Wulf Dorn o Sebastian Fitzek, sempre per restare in Germania o il francese Frank Thillez, tanto per citare i più conosciuti, tra l’altro piuttosto apprezzati anche da chi scrive.
Grande successo in patria, come gli altri romanzi di Arno Strobel, di cui questo è il primo pubblicato in Italia, Trama di sangue è un romanzo a tinte forti, che non risparmia particolari macabri e raccapriccianti e anche un po’ morbosetti, più adatti forse ai fruitori di horror che ai lettori di normali thriller. Non che questi particolari urtino eccessivamente la sensibilità, l’autore si guarda bene dal calcare i risvolti trash e splatter, comunque un po’ tendono ad oscurare l’idea di fondo, che a dire il vero è davvero buona.
Cosa sarebbero disposti a fare uno scrittore, un  editore, un editor, un libraio pur di avere successo nello spietato mondo dell’editoria? Arriverebbero a rapire, torturare, uccidere? Queste domande, insinuate nella mente del lettore, coinvolto in un gioco di matrioske, un po’ sadico ma coinvolgente, che intrigherà particolarmente gli appassionati di pseudobiblia, (eh sì, c’è un libro che non esiste, o meglio esiste solo nel libro di Strobel, al centro di questa vicenda) ci accompagnano per tutto il romanzo e ci portano ad interrogarci su quale distanza esista tra la fantasia romanzata e la realtà.
Può un romanzo diventare il canovaccio di una storia vera, anzi un thriller, con ammazzamenti e perversioni varie, può influenzare una mente malata e ossessiva, o peggio spinta da bieche motivazioni, portandola a commettere quei crimini che al contrario sulla carta tanto ci divertono, con il loro catartico potere purificatore? Stesso interrogativo che si ricollega alla vexata quaestio sostenuta da alcuni che la violenza in televisione, per spirito emulativo, faccia aumentare esponenzialmente la violenza nella società.
A parte il fatto che i lettori di thriller che conosco sono tra le persone più educate e pacifiche che abbia mai incontrato, comunque è questo il nucleo del romanzo e la fonte della sottile inquietudine, (particolari macabri compresi), che rende il romanzo una lettura adatta ad un pubblico adulto, dai gusti decisi.
Siamo ad Amburgo, seconda città tedesca per numero di abitanti dopo Berlino, culturalmente vivace e moderna, sede di diverse delle maggiori case editrici tedesche, scenario che ben si presta a fare da sfondo ad una storia che proprio di editoria parla, sebbene l’autore si premuri di avvertirci che è tutto frutto della sua fantasia. La polizia è occupata nella ricerca di Heike Kleenkamp, figlia ventunenne dell’editore della Hamburger Allgemeine Tageszeitung, secondo quotidiano d’Amburgo, scomparsa senza lasciare traccia, presumibilmente rapita.
Un gruppo investigativo apposito, abbreviato GIK, sotto la direzione del primo commissario capo della polizia criminale, Georg Stohrmann, affiancato da altri sei funzionari tra cui Andrea Matthiessen come vice e Stephen Ermann, indaga ormai da tre giorni senza grandi risultati finché un avvenimento inconsueto richiama la loro attenzione: Nina Hartmann telefona alla polizia per segnalare che ha appena ricevuto tramite corriere UPS un pacco contenente una specie di tela tesa in un telaio come nei dipinti senza cornice, forse pelle umana, su cui è stato scritto qualcosa, presumibilmente la pagina iniziale di un romanzo.
Analizzando il macabro reperto, i tecnici di laboratorio evidenziano una rosa tatuata identica a quella esistente sulla schiena di Heike Kleenkamp. Poi il cadavere di una donna orrendamente mutilato, a cui qualcuno ha asportato la pelle della schiena, viene rinvenuto in un parco cittadino. La connessione tra Heike Kleenkamp e la donna trovata morta sembra evidente, finché un membro del GIK non accenna di aver letto tempo prima un thriller che ruotava intorno a  casi del genere. Donne alle quali toglievano la pelle della schiena e a cui incidevano numeri in fronte.
Trama di sangue, questo è il titolo del romanzo, scritto da Christoph Jahn, che già anni prima  a Colonia era stato al centro di una vicenda simile: qualcuno aveva usato un suo romanzo come spunto di un delitto reale, con l’intento di promuovere il romanzo e aumentarne le vendite, dandogli il giusto successo che meritava. Christoph Jahn naturalmente si dichiara estraneo ai fatti e incapace di dare alcuna informazione utile, ma non è forse lui l’unico a guadagnarci? Con questo interrogativo vi lascio alla lettura.

Arno Strobel è nato nel 1962, ha studiato informatica e lavora in una importante banca tedesca con sede in Lussemburgo. Ha incominciato a scrivere intorno ai quarant’anni, approfittando di internet e della possibilità di pubblicare racconti in rete. Poi ha fatto il grande balzo e ha scritto il suo primo romanzo che ha autopubblicato. Un libraio, entusiasta, ne ha mandata una copia alla Deutscher Taschenbuch Verlag, una delle maggiori case editrici tedesche, che ne ha subito acquistati i diritti e li ha venduti in poco tempo a sette paesi. Da allora, 2007, ha scritto sei romanzi di successo: Magus – Die BruderschaftCastello Cristo, Der Trakt, Das Wesen, Das SkriptDer Sarg e, insieme a Wulf Dorn e Sebastian Fitzek, è considerato uno dei maggiori rappresentanti dello psicothriller tedesco.  Arno Strobel ora vive con la sua famiglia nei pressi di Treviri. www.arno-strobel.de

:: Un’ intervista con Enrico Pandiani

5 luglio 2013

la-donna-di-troppo-pandianiBentornato Enrico su Liberi di Scrivere e innanzitutto grazie di aver accettato questa nuova intervista. Ormai è la terza su questo blog e di cose ne sono successe. Un bilancio, cosa è successo in questi ultimi tre anni?

Negli ultimi tre anni, dici? Cos’è successo negli ultimi tre anni? Un sacco di cose. Tanto per cominciare ho cambiato editore, passando da Instar libri a Rizzoli. Essere cercati e pubblicati da un editore del genere è stato molto gratificante. Per quanto riguarda la scrittura, ho consolidato les italiens con quattro romanzi e, soprattutto, ho cercato di migliorare la mia scrittura. E questa è una pratica che non finisce mai, per  meno, così la penso io. Per il resto sono diventato più povero ma più felice. E ho scoperto che la libertà non ha prezzo.

Lasciato Mordenti nella sua incasinata Parigi, certamente impegnato in qualche affare di cuore che lo lascerà dolorante e coperto di lividi, nel tuo nuovo romanzo La donna di troppo, edito da Rizzoli, facciamo la conoscenza con un nuovo personaggio: Zara Bosdaves. Come è nato?

Zara è nata da una sfida con me stesso. Stavo consegnando il manoscritto di Pessime scuse per un massacro quando mi è stato chiesto di scrivere un romanzo. Si trattava raccontare la storia della più antica distilleria artigianale di grappa italiane, laggiù nel Montana fra mandrie e cowboy. Quando ho accettato, ho pensato che forse non sarei stato capace di scrivere un romanzo su commissione. Ho anche pensato che questo nuovo personaggio doveva allontanarsi molto da Mordenti. Alla fine è venuta fuori una storia divertente, con una protagonista che mi ha conquistato dandomi l’idea di farla diventare un nuovo personaggio dei miei romanzi. Nel libro La testa e la coda, che ho scritto per i Fratelli Brunello, distillatori in Montegalda, lei era ancora un ispettore di polizia a Vicenza. Ne La donna di troppo, Zara si è trasferita a Torino ed è diventata un’investigatrice privata.

Come ti sei sentito ad entrare nei panni di una donna? Anche se usi la terza persona, ma è lei la tua protagonista.

Le donne mi affascinano. Non a caso i personaggi femminili dei miei romanzi penso siano quelli migliori. Lavorare su Zara è stato difficile. Da tanti anni lei fa un mestiere duro, difficile, che ti segna e ti cambia. Però è una donna e, comunque, le donne sono differenti dall’uomo. Qui il problema era capire come avrebbe pensato, come si sarebbe comportata e quali sarebbero state le sue reazioni in determinate situazioni. Mi piacciono le donne, mi piace la loro determinazione, ammiro il loro senso della realtà, il loro senso del dovere. Sono generalmente persone con i piedi per terra. Zara è una donna bella, un po’ sciupata, con qualche fallimento alle spalle. In lei la forza e l a fragilità si compensano. Non volevo raccontare la mia donna ideale, perché lei non lo è per niente. Volevo che rappresentasse piuttosto l’idea che io ho della donna, un essere decisamente superiore.

Da Parigi a Torino, la tua città. Un cambio di scenario neanche tanto vertiginoso. Da sempre Torino è considerata una piccola Parigi. Da scrittore, come hai deciso di raccontarla? Grande importanza hai dato alle luci, come un fotografo o un pittore impressionista e l’arte è importante nel romanzo, in una scena molto “artistica”ci troviamo per esempio al GAM, per chi non è di Torino è la Galleria d’Arte Moderna di via Magenta.

Ancora oggi, escono romanzi torinesi che raccontano una realtà che non esiste più dai tempi de La donna della domenica di Fruttero e Lucentini e che, forse, già all’epoca non esisteva più. In questi quarant’anni Torino è cambiata tantissimo, è diventata bellissima, viva, interessante, piena di razze e di colori. È una città su livelli, europea, interessante e sfaccettata. Ha molti punti di contatto con Parigi, le grandi aperture al fondo delle vie, per esempio, o il fiume, anche se vissuto in maniera molto diversa. In più ha la collina, una giungla nella quale può succedere di tutto e nella quale può capitare di perdersi. Torino è un luogo perfetto per un romanzo noir, può essere solare e inquietante, frenetica o intimista. È stato divertente riappropriarsi della propria città per scrivere il romanzo di Zara.

Zara è sentimentalmente legata a François, un uomo molto affascinante, bellissimo, tenero, protettivo, il sogno di ogni donna in fondo. Se non fosse per il colore della pelle. Pensi che possa ancora dare fastidio, anche solo inconsciamente, tutti a parole siamo emancipati ed evoluti, una storia d’amore tra un uomo di colore e una donna bianca? Il tema del razzismo è in un certo senso toccato nel romanzo, un personaggio arriva addirittura a non volere farsi servire da una magrebina in un locale.

Io penso che la nostra società sia profondamente razzista, e questo è un sentimento che nei periodi di crisi, quando i valori cambiano, si acuisce ulteriormente. Solo l’altro giorno un tassiste di estrema destra, si definiva un “mussoliniano”, me lo ha fatto a fette vomitando insulti e battute pesanti nei confronti degli immigrati extracomunitari. Specie quelli di colore che lui chiamava “Abdul”. Ti capita molto spesso di sentire gente che parla in questo modo. Io penso che gli immigrati, al contrario, abbiano permesso a Torino di guardarsi e migliorarsi tantissimo. Quello che manca è un’integrazione vera, uno scambio intellettuale tra noi e loro. La parola è il vero motore dell’integrazione, il raccontarsi agli altri e condividere le storie. Questo in Italia non succede. François è un uomo dolce e innamorato, però è un duro, con una storia pesante alle spalle, uno che si sa difendere e sa proteggere le persone che ama. Non tutti hanno questa possibilità. Lo straniro è in genere una persona indifesa, che avrebbe bisogno di amicizia e comprensione. E questo non avviene che di rado.

Lasciata la Polizia, Zara come investigatrice opera da solista, non deve lasciare tracce se perquisisce per esempio la scena di un delitto, deve fornire spiegazioni alle forze dell’ordine, non ha più un apparato organizzato alle spalle. E’ una limitazione o una fonte inesauribile di libertà, per il tuo personaggio?

Affrontare questo aspetto della vicenda si è rivelato molto divertente. In genere un poliziotto ha alle spalle un apparato gigantesco al quale attingere per le informazioni, gli basta alzare la cornetta del telefono per averle. A Zara tutto questo viene a mancare. Si viene in qualche modo a trovare dalla parte opposta della barricata. Quando si imbatte in un cadavere non può più chiamare la scientifica, ma deve piuttosto levarsi di torno alla svelta, dopo aver cancellato le proprie impronte, e pensare a cosa dovrà dire alla polizia per non incriminare sé stessa e i propri clienti. In più, quello dell’investigatore privato è un mestiere sporco. Quando chiamano te e non la polizia, vuol dire che hanno qualcosa da nascondere. Tutto questo mi ha costretto a vedere la storia da un’angolazione differente, quindi non è stata affatto una limitazione. È stato piuttosto stimolante. Quando devi aguzzare l’ingegno per trovare la soluzione, in genere ti trovi in una posizione promettente. La libertà di Zara, rispetto all’inquadramento in un organismo, si riflette anche su di me come autore.

Non solo io, anche la giornalista di Marie Claire, (giuro che quando ho scritto la mia recensione non avevo ancora letto la sua intervista), accostiamo il tuo romanzo a La donna della domenica di Fruttero e Lucentini. Come è cambiata Torino dagli anni 70 ad oggi? Cosa rimpiangi di allora, cosa preferisci di adesso?

La donna della domenica è un bellissimo romanzo che descrive una Torino che stava già scomparendo all’epoca in cui è stato scritto. Era una Torino elitaria, scura, chiusa. Le macchine giravano dappertutto, i cittadini erano chiusi e provinciali. Anche se qualcuno ancora ama raccontare quel tipo di atmosfera, i tempi della magia e dell’esoterismo, delle portinaie, dei gianduiotti e delle case di ringhiera sono finiti. Basta girare per la città per rendersene conto. Il famoso Balôn di Porta Palazzo, il mercato delle antichità che ai tempi della Donna della domenica era un posto allegro, meta della buona borghesia, oggi è cambiato. È un posto dove la miseria è tangibile, dove molta gente cerca di tirare la giornata vendendo rottami. Si cerca ancora di dargli l’aura di un tempo, ma questo non è più possibile. Torino non è più un paese di provincia, è una città del 2013, come Parigi, Londra o Berlino. Non rimpiango nulla della Torino di allora, mentre adoro vivere nella Torino di oggi. Mi piacerebbe che tra i vecchi torinesi (ormai pochi) e le nuove generazioni che vengono da fuori, dal Maghreb e dai paesi dell’ Africa o dell’Est ci fosse più scambio, più interazione. Questo porterebbe a un salto pazzesco nel futuro.

Un industriale farmaceutico muore in un incidente d’auto. Uno strano incidente, per il figlio della vittima sicuramente un delitto. Come hai costruito questa congiura della Torino bene? C’è un pizzico di denuncia sociale nel tuo romanzo?

Mi interessava la figura di Filippo, il diciassettenne miliardario che scappa dalla propria casa e da una vita infelice. Su questo ho costruito la trama del romanzo. Più che una denuncia sociale ho voluto raccontare alcuni aspetti della vita torinese come li vedo io; una certa piaggeria e il modo un po’ soffocante nel quale la classe dirigente continua a essere cortigiana. Che però, a pensarci bene, non è solo torinese ma italiana. In realtà io non la vedo come una congiura della Torino bene, intendevo piuttosto mescolare le varie classi sociali in una specie di gioco delle parti senza esclusione di colpi che alla fine si trasforma in tragedia. Penso che la crisi abbia portato questo, nella nostra società, uno scontro tra chi deve sopravvivere e chi invece deve difendere i propri privilegi. Alla fine sono sempre i più deboli o quelli con meno scrupoli a pagarne le conseguenze.

Ci saranno altri morti, oltre Leone Dalmazzo, morti che scuoteranno il torpore perbenista di una città che ancora bada alle apparenze, a mantenere intatto il buon nome, molto provinciale per essere una grande città. E’ una città noir Torino, e facile immaginarla come scenario di delitti, avidità e congiure?

Penso di si. Dove ci sono perbenismo e facciata, può sempre succedere qualcosa di eclatante. La gente cerca di apparire in  un certo modo e tende a nascondere gli aspetti di sé che potrebbero deludere o scandalizzare gli altri. Su questo si basano molte storie noir. Il provincialismo tende piuttosto a limitare l’apertura mentale e questo atteggiamento può trasformarsi n una frenesia che può portare al delitto. Lo stesso vale per certi fondamentalismi di cui la nostra società non è priva.

Direi che Torino non è una città di odio, piuttosto è una città d’indifferenza. Prendersi la briga di girare per le sue vie ti dà la sensazione che tutto possa succedere. Invidia e indifferenza, così come certi ambienti, sono un formidabile terreno di coltura per le storie noir.

Quale è la tua scena preferita del romanzo?

Penso la scena che si svolge la notte sul fiume. C’è tutta la mia meraviglia dell’abitare a Torino, in quelle pagine, e c’è l’essenza e il piacere sottile del rapporto che lega Zara a François. Il fiume è molto importante per Torino e in genere nei romanzi viene un po’ tralasciato. Invece a me piace molto, è un polmone, un luogo variegato che i torinesi amano molto. E le sue sponde possono diventare molto inquietanti, specie la notte.

E il personaggio che preferisci, oltre a Zara naturalmente?

Certamente Vinardi, il cattivo del romanzo, che legge Saramago e pensa di aver capito tutto della sua filosofia. Salvo dimostrare alla fine di non aver capito nulla. È un personaggio che generalmente sarei portato a detestare, ma che mi affascina per la sua crudeltà e per l’indifferenza con la quale compie le proprie azioni. Mi piace soprattutto nel momento in cui, da prevedibile bastardo, diventa una scheggia impazzita che tende a compromettere tutti i difficili equilibri del romanzo.

Come hai costruito i dialoghi, ossatura del romanzo? Che linguaggio hai utilizzato, colloquiale, informale, naturale?

I dialoghi sono certamente la parte dello scrivere che mi diverte di più. I personaggi sono l’ossatura di un romanzo, di conseguenza ciò che si dicono è estremamente importante, così come la maniera in cui se lo dicono. Sono rari i momenti in cui ci si parla in maniera informale. In genere i miei dialoghi nascondono tensioni, prevaricazioni, il tentativo di nascondere la realtà. Quando si parlano i miei protagonisti creano una sorta di rapporto tra loro, sempre e comunque. La mia attenzione sta nel cercare di rendere il tono credibile, di usare forme e parole che userei in una conversazione con un’altra persona. Il linguaggio in terza persona è molto duttile. Io ho cercato di trovare il mio, di conseguenza, quando seguo Zara, la narrazione è più elegante, meno volgare, quando invece mi occupo di Vinardi le cose cambiano. Il tono diventa più duro, più cattivo, meno raffinato. E così ho fatto con tuti gli altri protagonisti del romanzo.

Si parla di Simona Nasi, per portare sullo schermo Zara. E per gli altri personaggi chi avresti in mente? Conosco chi sarebbe perfetto come François, solo che è cubano e non fa l’attore.

In realtà nessuno parla di Simona come protagonista, anche perché per ora non c’è, che io sappia, nessun tentativo di portare Zara sullo schermo. Anche se la cosa mi piacerebbe. Conosco Simona e quando mi hanno chiesto, durante una presentazione, se avevo in mente una possibile protagonista a me è venuta in mente lei. Trovo che abbia molti aspetti in comune con Zara. François mi è capitato diverse volte di incontrarlo per strada, così come un giorno, sul tram, avevo seduta davanti Elettra Bucci in carne e ossa. È difficile immaginarsi i propri protagonisti sullo schermo, soprattutto perché vorresti che si comportassero e apparissero esattamente come li hai in testa tu. E questo non è possibile.

Ci sono progetti per traduzioni all’estero dei tuoi libri? Non riesco ad immaginare che nessun editore francese si sia interessato alla serie degli italiens.

Pare, dico, pare che Troppo piombo debba uscire da una piccola ma agguerrita casa editrice parigina (credo faccia parte del gruppo Gallimard), che ha anche opzionato un altro romanzo. Per ora non hjo notizie certe. Per quanto riguarda Zara, invece, lo stanno traducendo in inglese per il mercato americano. All’inizio sarà solo un ebook, in seguito vedremo.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo Arab Jazz, di Karim Miské (Fazi 2013», un noir parigino che, nonostante il tipo di narrazione scelto dall’autore (il presente mi indispone), mi sta piuttosto prendendo. Seguirà l’ultimo romanzo di José Correa, La traccia della Sirena (Del Vecchio 2013), Correa è un autore che mi piace tantissimo; il suo investigatore privato, Ricardo Blanco, vive e lavora a Las Palmas. Correa è un marlowiano, proprio come me.

Quali sono le qualità fondamentali di un buon scrittore?

Le qualità non le conosco. Deve avere una sola, unica dote: scrivere meglio che può.

Parliamo ora del prossimo Mordenti: puoi anticiparci qualcosa della trama?

Siccome, sotto sotto, Mordenti è un gentiluomo, permetterà a Zara di uscire con una nuova storia prima di ripresentarsi al pubblico. Ho comunque un’avventura de les italiens completamente imbastita e che non vedo l’ora di scrivere. È una storia con il tono dei primi romanzi, con molto humour, ironia, e tanti bellissimi personaggi. Comunque, in luglio (questo luglio) uscirà per Rizzoli un racconto lungo di Mordenti in eBook. È una storia antecedente alla formazione della squadra. Siamo nel 1998, Mordenti e Servandoni sono ancora alla buoncostume e si conoscono da soli due anni. Ma la loro amicizia è già quella di sempre. Una giovane prostituta tossica attira l’attenzione di Servandoni e non solo quella. Mordenti lo aiuterà a salvarla. Molti dei personaggi dei romanzi, qui sono ancora giovani, ma già rivelano quale sarà il loro destino. Agli appassionati dovrebbe piacere parecchio.

E del prossimo Bosdaves si sa qualcosa?

Il prossimo Bosdaves è in lavorazione. È una storia veramente complessa, dove nulla è come appare. Si svolgerà tra Torino e la Franca Contea. Zara dovrà seguire una pista difficile, con poche tracce. Qualcuno cercherà in ogni modo di impedirle di arrivare alla soluzione del caso. Ma alcune vecchie bottiglie le daranno una mano.

Concludo ringraziandoti della disponibilità e dandoti appuntamento all’uscita del prossimo libro, per una nuova intervista. Sarebbe la quarta.

:: Recensione di Il tribuno di Roberto Fabbri (Newton Compton, 2013)

4 luglio 2013

tribunoTitus Flavius Vespasianus, fondatore della dinastia flavia, imperatore dal 69 d. C. al 79 d. C. è al centro di una serie di romanzi storici d’epoca romana dello scrittore svizzero Roberto Fabbri,  di cui la Newton Compton ha pubblicato Il tribuno (Vespasian. Tribune of Rome, 2011), il primo della serie, tradotto dall’inglese da Gianpiero Cara, e il successivo, Il giustiziere di Roma.
Premetto che ogni tanto leggo romanzi storici d’epoca romana, e apprezzo le ricostruzioni storiche accurate, il gusto dell’avventura, i toni vivaci e la spruzzata di erotismo che spesso li caratterizza, per cui ogni tanto mi aggiro tra gli scaffali in cerca di novità.
Il tribuno appartiene ad una serie decisamente interessante di un autore che non ostante il nome italiano è nato a Ginevra e scrive in inglese, e mi ha subito attratto per il prezzo in offerta, circa cinque Euro, il prezzo di copertina è di 5, 90 Euro. L’epoca di Vespasiano non è tra quelle da me più conosciute, perciò grazie ad una buona dose di curiosità, alla scorrevolezza e semplicità con cui è scritto, al gran numero di informazioni frutto sicuramente di un gran lavoro di documentazione dell’autore, ho potuto apprezzare questa lettura, non impegnativa, ma ideale per passare qualche pomeriggio d’estate.
Vespasiano, viso tondo e olivastro, naso grosso e prominente, corti capelli castano scuro, questo è un primo ritratto che ne fa l’autore, visse i primi anni della sua vita nelle tenute di suo padre, lontano da Roma, sui colli sabini, intento più ad occuparsi di contabilità e a sorvegliare il lavoro dei campi degli schiavi e dei liberti che a sognare un futuro da guerriero, e tanto meno da imperatore. Il soldato in famiglia è suo fratello Sabino, tribuno militare nella Legione IX Ispanica in Pannonia e in Africa, uomo ambizioso e spietato che Vespasiano apertamente odia, ricambiato.
Ma sua madre Vespasia, credendo ai segni che accompagnarono la sua nascita e profetizzarono per  lui un futuro glorioso, si occupa di assicurargli un incarico di tribuno militare che lo porta finalmente a Roma, la più grande città del mondo, cuore pulsante dell’impero, punto nevralgico degli intrighi politici e militari così lontani da lui, semplice ragazzo di campagna. Incerto se è davvero adatto a farsi largo in una società così competitiva e totalmente differente dal mondo che ha sempre conosciuto, Vespasiano si immerge con curiosità nella sua nuova vita, imparando a conoscere un mondo pericoloso fatto di lussi e agi, ma anche di scambi di favori, e slealtà, in cui l’alleato di un giorno può diventare l’acerrimo nemico del giorno seguente. E il giorno del suo arrivo a Roma Vespasiano conosce anche l’amore, per l’ancella dagli occhi azzurri, la pelle d’avorio e i ricci neri. Ma il destino del giovane è segnato e la sua strada lo porta lontano da Roma, in Tracia, ormai tribuno militare, dove Seiano, capo dei pretoriani sta ordendo un complotto ai danni dell’imperatore Tiberio, desideroso a sua volta di diventare imperatore. Vespasiano affronta così il complotto e diventa un eroe.
L’autore tratteggia una Roma, vivace e dinamica, abitata da gente di ogni ceto sociale: schiavi, liberti, prostitute imbellettate con colori accesi, ladri, imbroglioni, ciarlatani, mendicanti, e ricchi possidenti per poi descriverci la ribellione delle tribù della Tracia e le innumerevoli battaglie a cui il giovane Vespasiano partecipa. Azione, avventura, coloriscono una storia, sì romanzata e frutto della fantasia dell’autore, ma abbastanza credibile da lasciarci piacevolmente spettatori di un mondo ormai perduto nelle nebbie del tempo. Divertente.

:: Segnalazione di La splendente regina della notte di Claudia Salvatori (Mondadori, 2013)

4 luglio 2013

nefertiti4E’ da pochi giorni uscito per Mondadori il nuovo romanzo di Claudia Salvatori, che questa volta ci porta nell’Antico Egitto per narrarci la storia di Akhenaton e Nefertiti.

Dalla quarta di copertina:

Due anime ribelli. Due spiriti affini. Due sovrani in lotta contro le convenzioni del loro tempo.
Akhenaton, giovane uomo dotato di una curiosità insaziabile, sacerdote iniziato agli antichi misteri, bellissimo e carismatico, alla morte del fratello si prepara a succedere al trono d’Egitto, a diventare Faraone. Eppure il suo cuore è tutto per una ragazza sconosciuta…
La giovane misteriosa si chiama Nefertiti, è nata dalla relazione di un nobile egiziano con una straniera e ha il cuore rosso di collera per il fatto di essere continuamente derisa dalla matrigna e dalla sorella, che nella loro apparente dolcezza nascondono veleni e lame taglienti. Alla disperata ricerca di libertà, Nefertiti si rifugia in una taverna dove incontra il giovane principe in incognito e viene immediatamente rapita dal suo fascino magnetico.
Tra loro si scatena subito un’attrazione incontenibile: Akhenaton è talmente inebriato dall’essenza di quella donna, semplice e selvaggia, che la sceglie come sua sposa.
Insieme sperimenteranno una profonda intesa spirituale ed erotica, incarneranno il Sole e la Luna, i loro abbracci somiglieranno a quelli di serpenti che si stringono e scivolano l’uno sull’altro con lentezza conturbante, con una voluttà profonda e divina.

Claudia Salvatori è scrittrice, sceneggiatrice di fumetti e di cinema, consulente editoriale.
Suoi racconti sono usciti su numerose antologie e riviste. Ha pubblicato nei Gialli Mondadori Più tardi da Amelia (premio Tedeschi 1985), Columbus Day, Mistero a Castel Rundegg; presso Marco Tropea Editore Schiavo e padrona (da cui è stato tratto il film con Rocco Siffredi Amorestremo), Superman non muore mai, La canzone di Iolanda e Sublime anima di donna (premio Scerbanenco 2001); presso Alacràn Il sorriso di Anthony Perkins e La donna senza testa. Con Mondadori scrive, per “Segretissimo”, la serie Walkiria nera; sempre presso lo stesso editore sono usciti Ildegarda, badessa visionaria esorcista e, nella saga Il romanzo di Roma Il mago e l’imperatrice e Il sole invincibile.  Nel 2010 ha lavorato per la Dino de Laurentiis Company. kveldsalvatori.blogspot.it

:: Recensione di Dove è la Vittoria? di Lorenzo Busson (Edizioni Compagine, 2013) a cura di Lorenzo Mazzoni

3 luglio 2013

vittoriaIl titolo richiama, parafrasandolo, l’Inno di Mameli, ma non c’è niente di positivo, istruttivo o eroico in “Dov’è la Vittoria?” di Lorenzo Busson, edito dalla casa editrice torinese Edizioni Compagine, una delle piccole realtà più interessanti degli ultimi anni.
Il protagonista, Marco, giovane studente rodigino, rappresenta perfettamente la mancanza di valori della generazione dei sedicenni/diciottenni di oggi. Lo sballo unico Dio, rapine con gli amici, immancabilmente benestanti, a Ferrara, serate vuote in discoteca, abuso di ogni sostanza stupefacente, paranoie alimentari, l’aspetto estetico come valore massimo per affrontare la vita, una cospicua dose di maschilismo senza nemmeno rendersi conto di esserlo.
Chi è Vittoria? Vittoria è la ragazzina di cui Marco si innamora (anche se parlare di innamoramento è quasi un insulto al sentimento stesso). Il loro è un rapporto simil-carnale uguale a quello di tanti adolescenti, le loro chiacchierate sono il gotha della stupidità, dove le diatribe intellettuali che si scambiano vertono fra una Maria De Filippi, qualche tronista e libri spazzatura per giovani confusi. E poi ancora sballo e sballo, giovani sante che sognano di essere puttane, parafrasando Francesco Guccini, giovani bambocci vuoti e agghiaccianti, così com’è agghiacciante pensare che un giorno saranno loro a governare questo paese e non si sa, mentre si legge il libro, se sperare che gli attuali politici campino ancora cento anni o se sia meglio emigrare prima che questi inconsapevoli giovani nazisti ignoranti prendano il potere a suon di techno music, bamba e abiti firmati.
Un tempo c’era “Porci con le ali”, che raccontava la confusione di un movimento, oggi c’è “Dov’è la vittoria?” che narra il nulla che avanza. Un libro forte, intenso, straordinario, in cui, nonostante ci si senta colpevoli per aver partorito mostri simili, non si riesce allo stesso tempo ad avere pietà per nessuno dei protagonisti. A fare da sfondo alla storia è la città di Rovigo, uguale a tante altre città di provincia, morta e senza anima, sopraffatta dal nuovo che avanza, una città di morti viventi ancora arroccata sul ricordo sempre più sbiadito del benessere, ormai diventato Eldorado allucinato al sapore della cocaina.
Intelligente anche l’idea di scrivere il romanzo utilizzando la prima persona. Non deve essere stato facile per l’autore, un cinquantenne DOC, immergersi nella gergalità di questi piccoli mostri, ma l’operazione è riuscita benissimo, così come è riuscita l’idea di inserire agghiaccianti fatti di cronaca vera nel contesto della finzione.
Dov’è la vittoria?” è un libro che tutti dovremmo leggere perché è non solo un proclama coraggioso su dove stiamo andando a finire, ma soprattutto cosa ci aspetta fra qualche anno se non iniziamo a porre un rimedio con la cultura e l’intelligenza, prima che Marco e i suoi amici non prendano definitivamente il potere e non decidano di annullare la coscienza all’intero popolo. Un’altra soluzione sarebbe bombardare con il napalm i posti di ritrovo di questi mostri, ma non è applicabile, perciò leggete il romanzo e che sia un aiuto per migliorare la vostra vita e quella dei vostri figli.

Lorenzo Busson è nato a Rovigo nel 1960. Laureato in Giurisprudenza, insegna Discipline giuridiche ed Economiche all’Itc De Amicis di Rovigo. “Dov’è la Vittoria?” è il suo terzo romanzo. Prima ha pubblicato “Studenti Serpenti” (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone 2001) e “Bar Nordest” (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone 2002).
http://www.edizionicompagine.com/catalogo/dove-la-vittoria/

:: Recensione di I ragazzi Burgess, Elizabeth Strout, (Fazi, 2013) a cura di Viviana Filippini

3 luglio 2013

burgessQuesta storia è la conferma della genialità di Elizabeth Strout, cioè della sua capacità di riuscire a rendere la quotidianità della vita straordinaria protagonista della narrazione. La trama con protagonisti i ragazzi Burgess  – Jim e i due gemelli Bob e Susan- si svolge tra Brooklyn, quartiere della la città di New York dove vivono i due maschi e la nativa Shirley Falls, nel Maine, nella quale ha deciso di rimanere Susan. Jim, Bob e Susan sono tre fratelli borghesi con vite diverse, ma allo stesso tempo accomunate da  piccole crepe che determinano la messa in crisi della loro stabilità fisica e mentale. Jim è il pezzo da novanta della crew. Lui è l’incarnazione del successo e della perfezione. Perché? Semplice, è un avvocato di nota fama che è riuscito a scagionare star famose da efferati delitti. Ha un perfetto rapporto con la moglie e dei bravi figli. Questa aura di compiutezza sembra del tutto inattaccabile e dona a Jim quella sicurezza nel dire e nel fare che lo rende simile ad un’ inespugnabile fortezza. Diverso è Bob. Maldestro, single dopo la separazione dalla moglie Pam e non sembra molto eccellere nel suo lavoro di avvocatura. Bob è più debole, umile e sensibile rispetto  l fratello maggiore Jim. Il gemello di Susan ha un’ emotività dovuta ad un senso di colpa che si porta nel cuore sin da quando era bambino e che lo ha influenzato in modo costante in ogni gesto compiuto. Poi, c’ è la spigolosa Susan che è rimasta nel Maine ad occuparsi della sua incombente depressione, causata dalla fuga del marito svedese e dal figlio Zachary, un adolescente taciturno e solitario. E sarà proprio una stupidaggine compiuta, non si sa per quale motivo, da Zac– il lancio di una testa di maiale nella moschea di Shirley Falls- a rivoluzionare la vita familiare dei Burgess e le loro relazioni parallele. La Strout ci porta dentro ad un famiglia americana dove l’attaccamento alla cultura tradizionale è – sembra-  compatto, ma allo stesso tempo raccontandoci le vicende dei Burgess, l’autrice ci trascina in un pellegrinaggio all’interno della società “made in U.S.A.”, dove la presenza di culture diverse da quella locale (qui somali rifugiati di fede musulmana) rende difficoltosa la convivenza pacifica tra etnie differenti. Anzi, il gesto compiuto da Zac è l’elemento che, da un lato, evidenzia quanto basti poco per accendere i conflitti tra razze dissimili che convivono in un stesso ambiente e, dall’altra, porta alla luce i veri caratteri dei tre Burgess. I conflitti sociali trovano quindi un riflesso nelle diatribe interne ai Burgess dove, pagina dopo pagina, accanto alla solidarietà tra consanguinei, testimoniata dal continuo correre di Jim e Bob da New York nel Maine, emergono rancori mai sopiti tra i fratelli.  Realtà dolorose che una volta venute alla luce metteranno in evidenza come Jim, da tutti ritenuto la colonna portante della stirpe Burgess, abbia in sé delle fragilità e parecchi scheletri nell’armadio. Questa nuova consapevolezza porterà piccoli cambiamenti anche in Bob e Susan. Il primo  troverà nel suo io più nascosto la forza di reagire e cambiare a piccoli passi la propria vita e la seconda cercherà di levigare la scontrosità del suo carattere e i pregiudizi verso chi è diverso dal suo mondo. E Zac, vi domanderete? Beh dal mio punto di vista il giovanotto ha sì compiuto un gesto insensato che gli ha solo creato un scia di problemi, ma il suo atto è un sorta di richiesta di attenzione rivolta alle persone che sono la sua famiglia, quella cerchia di parenti che fino a quel momento non ha dimostrato particolare interesse vero di lui. Il lancio della testa di maiale sarà per l’adolescente l’inizio di una nuova e massacrante prova per comprendere le proprie radici e fomenterà nella madre Susan e negli zii Bob e Jim la messa in discussione di tutto quello che fino a quel momento hanno vissuto. Traduzione Silvia Castoldi.

Elizabeth Strout è tra le più importanti autrici statunitensi contemporanee. È nata a Portland, nel Maine, nel 1956 e da quasi trent’anni si è stabilita a New York. Fra i molti premi letterari ricevuti, il Premio Pulitzer nel 2009, il Premio Bancarella nel 2010 e il Premio Mondello nel 2012. Dell’autrice Fazi Editore ha pubblicato Amy e Isabelle, Resta con me e Olive Kitteridge. La produzione televisiva americana Hbo ha annunciato la lavorazione di una miniserie ispirata a Olive Kitteridge i cui protagonisti sono gli attori Frances McDormand e Richard Jenkins.

:: Segnalazione di La signora delle camelie di Alexandre Dumas (figlio) (Newton Compton, 2013)

30 giugno 2013

camelieAlexandre Dumas (figlio)
La signora delle camelie

Edizione integrale
Traduzione di Luisa Collodi

Euro 0,99

In uscita il 18 luglio

Camelie profumate: sono i fiori che accompagnano sempre Margherita Gautier e che diventano il perfetto simbolo di un personaggio mitico.

Margherita: mantenuta del duca, amore impossibile di Armand, fragile donna malata e vittima dei suoi vizi, eppure misteriosamente forte. Un personaggio indimenticabile, che donò al suo giovanissimo autore (nel 1848, quando uscì la prima edizione, il figlio del grande Alexandre Dumas non aveva che ventiquattro anni) un successo clamoroso e ininterrotto, capace di superare i confini del tempo e dell’arte. L’autore stesso ne realizzò una versione teatrale; pochi anni dopo, Giuseppe Verdi saprà farne una trasposizione sublime, in musica, con La Traviata. Margherita Gautier, alias Violetta, è diventata così una figura a sé stante: un mito appunto, con il quale si sono confrontate dive come Eleonora Duse, Greta Garbo, Maria Callas.

Alexandre Dumas (figlio) figlio dell’Alexandre Dumas autore de I tre moschettieri, nacque a Parigi, nel 1824. Il romanzo La signora delle camelie, ispirato alla figura della sua amante, Alphonsine Duplessis, gli aprì, ancora giovanissimo, le porte del successo. Tra le altre sue opere ricordiamo La società equivoca (1855), L’amico delle donne (1864) e Francillon (1887). Morì a Marly-le-Roy nel 1895.

:: Novità in libreria

29 giugno 2013

Ellroyleone lepremacchinanienteTra le novità in libreria attese per luglio ( + una di giugno) mi hanno particolaremente incuriosito alcuni libri che sono felice di segnalarvi.

Innanzi tutto il nuovo Ellroy, Ricatto, disponibile dal 9 luglio per Einaudi, ad un prezzo molto popolare di 10,00 Euro. Non mi scapperà sicuramente.

Benvenuti nel mondo di Fred Otash: ex sbirro della Omicidi e rapine, non proprio inappuntabile; investigatore privato che non si tira indietro davanti a nulla; collaboratore della Hollywood Research Incorporated, specializzata in indagini commissionate dagli studi cinematografici; informatore del tabloid scandalistico “Confidential”; re incontrastato del ricatto ai danni di produttori, divi, starlette, chiunque conti qualcosa nella Mecca del cinema. Ormai anziano e male in arnese, si induce a raccontare la sua vita a uno scrittore mezzo matto di nome James Ellroy; forse per salvarsi l’anima, più probabilmente per intascare un po’ di quattrini e sentire da lontano il profumo dei suoi giorni di gloria. E così Otash parla, come un fiume in piena, raccontandoci le piccole e grandi miserie dei divi, e l’anima nera che traspare dietro lo splendore della celluloide. Il mondo di Hollywood, con la sua parata di stelle, le piccole e grandi miserie dei divi, l’anima nera che traspare dietro lo splendore della celluloide: la città di Los Angeles, che Ellroy ha saputo raccontare come nessun altro, e alla quale è tornato. Un romanzo sardonico, brutale, divertentissimo, inarrestabile come un fiume in piena.

Poi, sempre a luglio, per Guanda è previsto Il leone e la lepre di Alexander McCall Smith, tradotto da Giovanni Garbellini, una raccolta di favole africane raccontate dall’impareggiabile investigatrice Precious Ramotswe, responsabile del Ladies’ Detective Agency N.1.

“Quando si sentono queste vecchie storie – storie già sentite tante e tante volte – di colpo si torna indietro nel tempo. Ci si ritrova di nuovo là, seduti accanto alla zia sulla soglia di casa sua. C’è tranquillità, il cielo è sgombro e il sole picchia forte. E si pensa: che fortuna stare ad ascoltare queste cose che sono accadute in un altro luogo – proprio qui, dietro l’angolo – all’epoca in cui gli animali avevano il dono della parola. Allora la tristezza svanisce e si ritorna appagati. Metterò questo libro sulla scrivania per leggerlo quando non c’è molto lavoro alla Ladies’ Detective Agency N.1. Sceglierò un racconto e chiederò alla mia assistente, la signorina Makutsi, se lo ricorda. Lei si metterà a ridere e dirà di sì, e rifletteremo su quel racconto mentre l’acqua per il tè è sul fuoco. Sì, è proprio così che farò.” (Precious Ramotswe)

Un altro libro che segnalo, sebbene sia già uscito a giugno, è La macchina dei corpi di Ellis Warren, edito da Longanesi e tradotto da Massimo Gardella, un poliziesco a tinte fosche, per lettori che amano le storie non convenzionali e ricche d’azione.  Sono in attesa di leggerlo, ma Stefano di Marino dice che è bello, quindi sono molto ottimista.

Il detective John Tallow ha appena assistito alla morte del suo compagno di pattuglia, ucciso da un inquilino impazzito sulle scale di un fatiscente condominio di Manhattan. La tentazione di mollare tutto è forte, ma Tallow non può cedere, non ora, perché in quello stesso palazzo ha fatto una scoperta tanto casuale quanto sconvolgente: un appartamento blindato e sospetto. All’interno, decine e decine di armi: sulle pareti, sul soffitto, sul pavimento… E basta un primo esame balistico per svelare una verità ancora più inquietante: ognuna di quelle armi è collegata a un delitto irrisolto. La scoperta di Tallow, nel giorno peggiore della sua carriera, costringe i colleghi a riaprire tutti quei casi, peggiorando ulteriormente la sua reputazione nel distretto. Ma dietro l’ostilità che il detective sente montargli intorno, dietro gli ostacoli che gli impediscono di portare avanti l’indagine, Tallow sente che c’è dell’altro. Qualcosa che lo spinge a cercare di risolvere l’enigma che si nasconde dietro quelle armi e che a poco a poco lo avvicina a un mondo in cui la nuova Manhattan e quella antica, con i suoi villaggi, i sentieri, le foreste, si sovrappongono come in una dissolvenza cinematografica. Un mondo in cui le ambizioni di alcuni degli uomini più potenti di New York incrociano le trame di un individuo misterioso, metodico e visionario che si fa chiamare “Il cacciatore”.

Chiudo questa breve carrellata con un Jim Thompson di annata, da decenni introvabile, Un uomo da niente, edito da Einaudi e disponibile dal 2 luglio, traduttore Luca Briasco. Buona lettura!

Un uomo da niente è un romanzo noir dello scrittore statunitense Jim Thompson. Il protagonista del romanzo è Clifton Brown, un giornalista di successo che tutti ammirano. E’ un uomo brillante, capace e affascinante. La sua ex moglie è ancora perdutamente innamorata di lui, tanto quanto la bella vedova che farebbe qualsiasi cosa pur di renderlo felice. Eppure Clifton Brown è un uomo tormentato. Infatti in seguito ad un trauma che l’ha privato della virilità, si è rifugiato nell’alcol, per cercare di attenuare il dolore e la disperazione. Ma il passo che dalla depressione conduce alla rabbia è molto breve. Può, un uomo come Clifton Brown, trasformarsi in un pericoloso assassino? Un uomo da niente è un’ulteriore prova della maestria di Jim Thompson nel genere noir.