Posts Tagged ‘Massimiliano Franchetto’

:: Scivolone di un angelo, Massimiliano Franchetto

20 gennaio 2017

angyal

Non avrei mai creduto che il dolore fisico, normalmente riservato ai comuni mortali, potesse essere così intenso. Era come se ogni parte del mio corpo si stesse impegnando a ricordarmi della sua esistenza attraverso fitte lancinanti.
Feci uno sforzo immane per rialzarmi a sedere e, reprimendo faticosamente un urlo, ci riuscii. Sembrava andare un po’ meglio: ora la schiena non mi dava più l’impressione di essere trafitta in più punti, nonostante in quella posizione fosse l’addome ad urlare vendetta. Con un sospiro mi ricordai di non essere San Sebastiano e provai ad alzarmi in piedi, rendendomi immediatamente conto che senza un appiglio sarebbe stato impossibile.
Mi guardai intorno, cercando di capire dove mi trovavo, ma l’oscurità non mi era certo d’aiuto.
Sembrava un bosco di abeti, forse in una zona collinare, dato che mi pareva che il terreno davanti a me declinasse dolcemente.
A tentoni afferrai quello che mi pareva essere un ramo e, puntandomi con i piedi, riuscii a rialzarmi.
Sapevo di aver combinato un’enorme sciocchezza e di aver mandato su tutte le furie i miei superiori, sempre pronti a fregarsene di  tutte le loro farneticazioni sull’amore e sul perdono divino. Trovarmi in quella situazione era la prova lampante della loro ipocrisia.
A dire la verità qualcosa avevo combinato, ma non mi sembrava nulla più di un’innocente scappatella, senza contare che  quel tizio, oltre ad essermi simpatico, aveva veramente bisogno d’aiuto. Se questa è la ricompensa per aver semplicemente svolto il proprio dovere con un po’ troppo zelo… Tuttavia, pur avendo lodato la mia generosità erano stati inflessibili, sottolineando che ci sono limiti che non si possono superare, soprattutto in momenti di “confusione sessuale” come quelli attuali, avevano blaterato.
I miei sandali non erano certo adatti a camminare su quel terreno e muovendomi al buio avrei solamente corso il rischio di perdermi o, peggio, di ferirmi in modo anche più grave, così decisi di aspettare almeno l’alba per fare il punto della situazione. Gli uccelli avevano già iniziato a cantare, quindi non doveva mancare molto. Forse ero nei pressi di una strada dalla quale avrei potuto raggiungere un centro abitato…
Mi appoggiai al tronco di un albero e chiusi gli occhi, sperando che qualche ora di sonno mi aiutasse a recuperare un po’ di energia, ma dopo pochi minuti mi ridestai di colpo in preda al terrore, dato che qualcosa, qualcosa di peloso, mi aveva sfiorato un gamba.
Gettai uno sguardo intorno, trattenendo il respiro, fino a quando non scorsi una volpe a pochi metri da me. Mi fissava, con un misto di paura e curiosità, poi, forse a causa di un mio movimento involontario, si dileguò.
Un’ora di sonno profondo mi aiutò a sentirmi meglio, solo le fitte alla schiena sembravano non darmi tregua.
Il cielo stava ormai impallidendo, per cui, entro pochi minuti, la luce del giorno mi avrebbe permesso di muovermi da lì e trovare un posto più sicuro, dove potermi letteralmente “leccare le ferite” e provare a gettare le basi per una nuova vita.
Non avevo altra scelta, avendo buttato alle ortiche la mia condizione privilegiata. Basta voli in soccorso di poveri disgraziati e adunate paradisiache, era giunto il momento di iniziare a vivere come una persona normale, che si alza ogni mattina per andare al lavoro, che deve far quadrare i conti per pagare l’affitto e, soprattutto, che deve relazionarsi agli altri stando al loro livello e non più dall’alto del suo piedistallo che gli consente di compiere piccoli o grandi miracoli.
Avrei dovuto mescolarmi  alla gente ed affrontare sulla mia pelle tutte quelle situazioni e quelle ingarbugliate matasse che ho sempre cercato di sbrogliare.
Mi alzai in piedi, avvertendo subito due fitte lancinanti alla schiena, dove forse si trovavano le ferite più gravi. I graffi sulle gambe non erano nulla di preoccupante, come le escoriazioni alle braccia, per cui, dando fondo alla mia capacità di sopportazione, avrei potuto tranquillamente uscire a piedi dal bosco.
Mi sentivo debole come non mi era mai capitato prima e lo stomaco incominciò a rumoreggiare: la chiamano fame, pensai, dovrò farci l’abitudine, come se tutto il resto non bastasse…
All’improvviso sentii un latrato alle mie spalle ed un cane di media taglia sbucò da una siepe, fissandomi con una certa diffidenza.
-È un cane da tartufi, non si preoccupi.- Disse l’uomo che si stava districando tra la vegetazione.
Il suo sorriso cordiale svanì in un istante e, notando il mio aspetto, mi si avvicinò con aria visibilmente preoccupata.
-Tutto bene?- Chiese facendo il gesto di sorreggermi.- Che le è successo?-
-Nulla di particolare,-provai a giustificarmi, incurante della veste lacerata in più punti e delle macchie di sangue raggrumato un po’ ovunque –credo di aver perso l’orientamento…-
-Come è arrivata qui? Ha lasciato la macchina nel parcheggio dietro la collina?- Chiese togliendo il cellulare da una tasca ed allontanando con un gesto il cane che aveva iniziato ad annusarmi.
-Non ricordo esattamente, ho avuto una riunione di lavoro, mi sono allontanata e devo aver battuto la testa…- Buttai lì sperando di apparire credibile.
-Ha due bruttissimi tagli alla schiena comunque. Forse è meglio che l’accompagni al pronto soccorso…-
Meglio di no, pensai, avrei dovuto giustificarmi con i medici e, ovviamente, ero senza documenti. Non potevo iniziare la mia nuova vita infilandomi in un pasticcio.
-Non si preoccupi, un po’ di disinfettante e passerà tutto…- Buttai lì avvertendo un leggero capogiro, causato sicuramente dalla fame e dalle emorragie.
In quel momento alcune piume, probabilmente trasportate dalla leggera brezza, iniziarono a fluttuarci lentamente davanti agli occhi, spingendoci, d’istinto,  ad alzare lo sguardo: tra i rami dell’albero, un paio di metri sopra di noi, penzolava un paio di ali bianche…

(Mantova, Marzo 2016)

Massimiliano Franchetto, ha 43 anni, è nato a Mantova, dove vive tutt’ora. Lavora come benzinaio in un’area di servizio in autostrada e per hobby scrive praticamente da sempre. Ha pubblicato due romanzi horror su Ilmiolibro.it,  ed essendo un grande appassionato di automobilismo, cura saltuariamente la pagina dei motori sulla rivista “Lo sguardo“, un mensile a diffusione locale.

:: Nebbia – Massimiliano Franchetto

18 dicembre 2015
boldini

Boldini – Ritratto La Contessa Speranza

Era una di quelle grigie mattine di fine novembre, di quelle in cui la nebbia, che a Mantova fa parte dell’arredo urbano, non sembra avere nessuna intenzione di alzarsi. Un sole malato stentava a filtrare dalla coltre lattiginosa, mentre la città, come ogni giorno, iniziava i suoi riti fatti di caffè e di saracinesche che si alzano nella speranza che la Crisi, quella che si scrive con la “C” maiuscola di fronte alla quale gente con tre lauree ha dato prova di criminale incompetenza, passasse rapidamente.
Ero reduce dal turno di notte, tuttavia l’abitudine di fare due passi in centro dopo aver passato un paio d’ore a leggere, era più forte della stanchezza o delle condizioni metereologiche, per cui, barcamenandomi tra plotoni multietnici di studenti che si affrettavano per non arrivare in ritardo a scuola, commesse impomatate che sfilavano impeccabili per corso Umberto con gli occhi fissi sui loro smartphone e impiegati di banca che uscivano dai bar come se fossero stati impegnati a salvare il pianeta, mi avviai verso piazza Sordello, in modo da rispettare la regola autoimposta dei quattro chilometri quotidiani.
La adoravo, con quella leggera salita che conduce verso il Duomo e con le arcate quattrocentesche di Palazzo Ducale, sempre pronte a ricordare il passato glorioso della mia piccola città.
Ma il punto che forse più mi affascinava era il campanile del Duomo, un torrione romanico, non troppo alto con una nicchia ospitante una testa di donna, forse il frammento di un’antica statua romana: una sorta di rievocazione del mito della Grande Madre messa su quello che in epoca medievale era l’edificio più alto della città per sorvegliarla e proteggerla.
Mi piaceva fermarmi a fumare una sigaretta sotto alle arcate di Palazzo Ducale, osservando la piazza animarsi stancamente, tra stranieri diretti in questura e qualche sporadica comitiva di turisti.
Nonostante fossero ormai le nove passate, la nebbia non si era minimamente diradata, al punto che persino la sommità della Torre della Gabbia si distingueva a fatica e gli sporadici passanti assumevano i contorni di figure spettrali.
Oggi non vediamo il sole, mi dissi spegnendo stancamente il mozzicone.
In quel momento un brivido mi attraversò la schiena, uno di quei brividi che non hanno nulla a che fare con la temperatura. Mi voltai di scatto e notai due donne provenire dall’ex Mercato dei Bozzoli.
Una delle due catturò immediatamente la mia attenzione, forse per il fatto che era bellissima o perché sembrava emanare qualcosa di… speciale. Sembrava poco sotto la quarantina, capelli biondo scuro, viso affilato con due occhi che ricordavano il colore del cielo di quella mattina e parlava fittamente in russo con la sua amica, che invece aveva più l’aria della classica matrona dell’Est.
Tuttavia, mi parvero vestite in modo troppo elegante per essere semplici badanti, soprattutto la bionda, con i suoi immacolati jeans di marca, gli stivali e la borsetta griffata.
Avanzarono di buon passo verso l’arco che divideva la piazza da via Cavour, così, spinto da non so quale impulso, le seguii, tenendomi a debita distanza.
In piazza Broletto si salutarono e si divisero: fortunatamente la matrona si avviò verso via Ardigò, quasi come se il Destino, ironico come sempre, avesse voluto farmi credere di poter tentare un approccio con la più bella delle due che, senza sapere perché, soprannominai subito “la contessa”.
Spinto dalla fantasia iniziavo già a costruire ipotetiche storie su di lei. Forse era l’ex moglie di qualche miliardario e poteva permettersi di sperperare il suo assegno mensile venendo a fare shopping in Italia, mentre lui se ne stava a Londra, spaparanzato sul sedile posteriore di una Bentley, fingendo di vendere gas uzbeko dal suo IPad… Oppure era un’ex spogliarellista che aveva accalappiato qualche produttore di salumi della provincia ed aveva passato la notte in città a spassarsela con il suo amante, che certamente aveva dieci anni meno di lei…
Nella mia mente bacata tutto era possibile, anche se, tra tutte le ipotesi, comprese quelle apparentemente più strampalate, esclusi immediatamente che si trattasse di una escort: troppo avanti con gli anni, nonostante fosse bellissima.
Attraversò piazza Mantegna con un passo da bersagliere, si voltò di scatto e si infilò in un bar. Probabilmente si era accorta del sottoscritto.
Che fare? Tirare dritto e lasciar perdere tutto, mettendosi la sua immagine alle spalle con un sospiro o entrare per vedere la sua reazione, magari rimediando l’ennesima figura da imbecille con una donna?
Optai per questa soluzione, ripetendomi che al massimo mi sarei limitato a fingere di leggere i giornali lanciandole di tanto in tanto qualche occhiata, solo per imprimermi il suo volto nella memoria.
Entrai, senza riuscire a vederla tra gli avventori al bancone. Strano, non poteva essersi volatilizzata così, pensai, a meno che non sia andata alla toilette… Ormai ero lì, quindi ordinai un caffè e presi di mira la Gazzetta dello Sport su uno dei tavolini. Della Contessa nemmeno l’ombra, quindi terminai in fretta il mio caffè, pagai ed uscii, con la sensazione di dovermene tornare a casa con le pive nel sacco.
Accesi una sigaretta e mi avviai per corso Umberto Primo, cercando di distogliere i miei pensieri da quello strano incontro, quando, come per magia, me la ritrovai davanti, intenta a studiare la vetrina di un negozio d’abbigliamento.
Ora o mai più, mi dissi sperando che parlasse un inglese decente. Dovevo solo percorrere una trentina di metri con tutta calma, avvicinarmi e buttare lì una frase adatta alla situazione: una frase che fosse contemporaneamente garbata, ironica e originale, in modo da non apparirle né il classico molestatore all’ultima spiaggia, né un Dongiovanni da strapazzo e né tantomeno un potenziale spasimante. In fondo la mia attrazione per lei nasceva solamente dalle mie fantasticherie, dal personaggio che le avevo costruito sopra, indiscutibilmente alimentato dal suo fascino quasi rétro
In quel momento due corrieri indiani attraversarono la strada trainando i loro carretti stracarichi di scatoloni, che si rovesciarono rotolando fin quasi ai miei piedi, costringendomi ad effettuare una sorta di gimkana tra bestemmie in una lingua incomprensibile e pacchi sparsi ovunque.
Ovviamente la contessa era, nel frattempo, sparita dalla mia visuale.
Provai a gettare un’occhiata in via Oberdan: nulla.
Pazienza, mi dissi, si vede che doveva andare così.
Guardai l’ora: quasi le dieci, tanto valeva tornarsene a casa.
Alla fine di corso Umberto notai un negozietto di orologi usati e antiquariato, di cui non conoscevo l’esistenza. Probabilmente aveva appena aperto, dato che ormai, a causa della Crisi, i negozi del centro aprivano e chiudevano nel giro di sei mesi.
Diedi un’occhiata alla vetrina ed un oggetto colpì subito la mia attenzione: un Omega Speedmaster a carica manuale, come quello indossato dagli astronauti al tempo del primo sbarco sulla Luna.
Pur sapendo di non potermelo permettere, entrai per chiedere il prezzo.
-Buongiorno.- Mi accolse il titolare, un tizio un po’ effeminato con gli occhiali e l’aria di trovarsi lì per espiare chissà quale colpa.
-Salve, volevo sapere il prezzo dell’Omega in vetrina…- Mi bloccai di colpo.
Sulla parete di fianco al bancone avevo notato una fotografia in bianco e nero, incorniciata: un ritratto di donna dei primi del ‘900. Una donna che riconobbi subito, nonostante il vestito e l’acconciatura. La targhetta posticcia applicata alla cornice diceva “contessa Alexandra Petrovna Kyiviatna (1878-1918).
-Lo Speedmaster appartiene ad una serie celebrativa prodotta nel ’79, per il decennale dello sbarco sulla Luna…- Iniziò il titolare effeminato prendendo l’orologio dalla vetrina per mostrarmelo in ogni dettaglio.
Ma io non lo sentivo più, dato che stavo fissando la fotografia come se fossi stato ipnotizzato.
-Tutto bene?- Mi chiese, forse sconcertato dalla mia espressione.
-Sì.- Risposi tentando di riordinare le idee. – Ho solo visto un fantasma.-

(Mantova, Dicembre 2015)

Massimiliano Franchetto, ha 43 anni, è nato a Mantova, dove vive tutt’ora. Lavora come benzinaio in un’area di servizio in autostrada e per hobby scrive praticamente da sempre. Ha pubblicato due romanzi horror su Ilmiolibro.it,  ed essendo un grande appassionato di automobilismo, cura saltuariamente la pagina dei motori sulla rivista “Lo sguardo“, un mensile a diffusione locale.