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:: Recensione di Morte in Aprile di José Luis Correa a cura di Riccardo Falcetta

20 agosto 2011

   morI cliché tanto deprecati dai critici sono in realtà un bene ricercato e inseguito da tanti fruitori di fiction per via della loro funzione rassicurante, ordinatrice. Buona parte del pubblico quando sceglie l’intrattenimento preferisce “andare sul sicuro” rivolgendo la propria attenzione verso le storie che paiono affini alle esperienze già acquisite, sperando di trovarvi anche del nuovo, vale a dire nuove risposte ai rompicapi di sempre. Se ben dosati allora, non necessariamente i cliché sono inutili o dannosi.
   In Muerte en abril l’autore, lo spagnolo José Luis Correa, attinge senza remore eppure in modo non banale agli stereotipi e ai tormentoni del giallo-noir, genere esso stesso ormai largamente “formalizzato” e abusato. Il suo detective privato è Ricardo Blanco di Las Palmas, Canarie, torbida e assolata provincia d’Europa, il caldo tropicale, la vita a rilento, le notti di festeggiamenti perenni che tacciono squallori tragici di solitudini e marginalità. Come Mario Bermudez, primo di tre uomini brutalizzati e abbandonati come bizzarri manichini nelle desolazioni dei propri alloggi, in lingerie femminile; e come l’umile studentessa «il cui nome era Raquel, o Sandra o Maria Luisa… Il suo nome era Lola» sospettata di quel primo omicidio, per cui Blanco s’impegna a indagare.
Detective Blanco, quaranta percento Spade/Marlowe, sessanta Pepe Carvalho (tutti citati, non a caso, in fase di promozione) è l’io-narrante romantico e un po’ scanzonato di una quotidianità operosa, fatta di personaggi che sono mix perfetti di banalità e unicità umane, persone vere, insomma. Come l’indolente commissario Alvarez (la moglie Susana «simile a quella del commissario Maigret: sembrava che Simenon avesse pensato a lei per tratteggiare il suo personaggio.[…] Lei sì che sa capire suo marito») e il saggio Colacho Arteaga che puntualmente trasforma le visite di suo nipote in divertenti e istruttive dispute generazionali, e poi le “vecchie fiamme” non estinte: Malena, «Malena triste come l’armonica […] canta il tango con voce d’ombra». Nostalgico d’amore, buona musica e cinema d’annata, il nostro è altresì un segugio ostinato e un fiuto finissimo non tarda a metterlo sulla pista giusta. L’atmosfera da giallo classico inizialmente prevale ma presto cambia, vira al nero: le nebbie si diradano, gli odori si intensificano mentre, complice la stoltezza di giornalisti e politici in cerca di visibilità, le informazioni fuggono, la posta in gioco si alza, e il gioco del cacciatore e della preda rischia a ogni passo di rovesciarsi, fino a al teso epilogo hard-boiled in cui il segugio Blanco dovrà mostrare i denti. Queste le premesse a un narrazione che per dovizia di convenzioni (codici in bella mostra sulla scena del crimine, sequenzialità rituale dei delitti, testi antichi, donne e gatte dal fascino obliquo e incontri ravvicinati con l’assassino) saprebbe a ogni riga di già letto e straletto.Dunque, un compito di genere ben eseguito? Sì, ma non solo questo.
   Correa ha dalla sua la capacità di rendere preziosa la materia del narrare.Ha una voce che senti quandoda sapiente affabulatore infarcisce la vicenda di digressioni meste e di dialoghi che sono soliloqui, il tutto intriso di quella musicalità che è tipica della lingua e di tanta buona letteratura ispanica. Blanco racconta e descrive citando il jazz, i personaggi e le pellicole del cinema classico («arrivai a dire a Charlie Parker giocatore che per anni avevo creduto di essere la metempsicosi di Charlie Parker musicista, perchè ero nato nel cinquantacinque, due giorni dopo la sua morte […] Alla fine ricordammo suo padre e arrivammo a brindare a lui cinque volte […] pura scena bogartiana…»). Attraverso l’autore (docente di cinema all’Univerisità di Las Palmas), il personaggio è testimone diuno spirito e di tutto un immaginario d’antan  che ti accarezza, ti fa sorridere e sognare, e intanto ti racconta una modernità cupa e svilita, «che ha sempre meno tempo per gli altri», che «è triste proprio come sembra ». Una realtà dove «non c’è più tempo per le conquiste» e dove ormai si ricerca «amore alla carta», passioni da consumare fugacemente, senza impegno, con gli incontri su Internet, le chat e le pagine di annunci sui giornali. Sono proprio quelle solitudini sciagurate, quindi, il discorso che questo romanzo reca neanche tanto in filigrana, l’ombra di una contemporaneità che tutto deprezza, confonde e annichilisce e si allunga persino in quegli interstizi di mondo che ancora ci appaiono incontaminati e dove invece la purezza resta come semplice residuo iconico, il mito scomparso e favoleggiato dalle guide turistiche. La purezza e la bellezza, sembra dirci Correa, sono ormai dote esclusiva della buona arte e della sua poesia. Lo sa bene Ricardo Blanco che a un certo punto si rivolge a un sempre più perplesso Colacho Arteaga, dicendogli «non tutti entrano nel giro, guarda me, perché credi che collezioni dischi? È un buon surrogato delle linee erotiche e credo, più economico».
   A che serve urlare contro ai cliché? È un noir oltre il noir questo “Morte in Aprile” (secondo della serie, dopo il fortunato e premiato “Quindici giorni di Novembre”), un bel romanzo, che grazie a una scrittura prodiga di suggestioni latine e non scevra di tensione etica, merita anche l’attenzione dei non avvezzi al genere. E come sempre un plauso ai tipi della Del Vecchio per la scelta e la consueta cura dell’edizione.

Riccardo Falcetta

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:: Un'intervista con Tony Black

18 agosto 2011

Black, TonyCiao Tony. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci  qualcosa di te. Chi è Tony Black? Punti di forza e di debolezza.

Iniziamo subito con le domande difficili, vedo!… Beh, sono un po' confuso… l'anno scorso o giù di lì, ho vissuto a Melbourne e Dublino e ora sono tornato ad Edimburgo; così si potrebbe dire che un mio punto debole sia l’ inquietudine, ma un punto di forza potrebbero essere le mie mille miglia!

Parlaci del tuo background, dei tuoi  studi, della tua infanzia.

Sono nato nel New South Wales in Australia – i miei genitori erano di origini scozzesi, anche se da parte di mio padre la famiglia è prevalentemente lituana. Sono andato a scuola in Scozia e in Irlanda (in realtà frequentavo la stessa scuola a Galway come il grande Ken Bruen) e mi muovevo un bel po’ da bambino. Ho studiato letteratura inglese all' Università e devo dire che ero uno studente fantastico – se si definisce 'studente' un ubriacone, che pensa solo ad andare ai party! Quindi, si spiega perché ho lasciato all’ ultimo anno e ancora non ho una laurea.

Quando hai capito che avresti voluto fare lo scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?

Penso di aver sempre saputo che volevo essere uno scrittore, mia madre e le mie sorelle raccontano che ho sempre avuto la mania di inventare storie sin da ragazzino e le inducevo a scrivere per me molto prima che potessi effettivamente scrivere. Posso chiaramente ricordare che sin da abbastanza presto a scuola ho trovato la scrittura molto naturale e non mi piaceva fare molto altro. Ho odiato la matematica e la scienza e tutta quella roba, dovevo creare qualcosa di nuovo o qualcosa che non era interessato a nessuno fino allora. Ho iniziato a scrivere romanzi polizieschi dopo quattro romanzi molto diversi che non ero riuscito a vendere. Stavo con lo stesso agente ormai da circa sette anni e dopo l’ennesimo libro che continuava a tornare indietro, l'agente mi ha chiesto qualcosa di diverso e così iniziai a scrivere crime. Il mio primo romanzo crime per cui fui pagato, riuscii a venderlo  nel giro di poche settimane, quindi fu una buona mossa.

Dimmi qualcosa di Edimburgo.

Da dove cominciare? Si tratta di una grande città, ed è anche il luogo nel mondo in cui mi sento più a casa. La gente è bella e c'è sempre qualcosa da fare. Ed è piena zeppa di scrittori forse troppi – si può gettare un bastone in qualsiasi strada e colpire uno scrittore!

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Ho letto davvero molto, e ho un sacco di favoriti. Mi piace Hemingway, Steinbeck, McCullers, Salinger. Sono anche grande appassionato di  Kafka, Turgenev e Chekov. In genere sono un fan enorme di Jim Thompson e David Goodis, James M. Cain. Mi piacciono un sacco gli scrittori del nuovo revival celtico come Ken Bruen, Irvine Welsh e William McIlvanney. Le influenze sono difficili da rintracciare, so quelli da cui mi piacerebbe essere stato influenzato, ma se lo sono stato o no è un'altra questione. Suppongo che, sul piano stilistico, sono certamente stato influenzato dal gallese Bruen, ma allora chi non lo è stato?

Il tuo romanzo d'esordio, Gutted, inizia con un omicidio raccapricciante. Potresti dire al pubblico cosa succede?

Gutted è in realtà il mio secondo romanzo, ma inizia certamente con un omicidio raccapricciante. Il mio protagonista, Gus Dury, è sulle colline di notte – sta indagando su un caso – quando sente delle urla e corre a vedere cosa stia succedendo. Così trova un gruppo di adolescenti che torturano un cane e lui interviene. La lotta finisce in un boschetto di cespugli e Gus quando cade a terra, si trova ben presto ricoperto di sangue … non è ben sicuro del perché, fino a quando si rende conto che è caduto sui resti di un cadavere in decomposizione.

Puoi dirci un po' del tuo protagonista?

Gus è stato descritto come un 'investigatore riluttante e un alcolizzato entusiasta e credo che questa definizione lo riassuma abbastanza bene. Non è necessariamente qualcuno con cui mi piacerebbe andare al pub assieme, ma sa fare il suo lavoro e la sua vita caotica è interessante da esplorare.

Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho scelto la via dell’investigatore privato perché volevo coprire l'intera società di Edimburgo, è una città molto divisa e esplorare queste divisioni mi affascinava. Un sacco di romanzi si concentrano solo su una determinata classe di persone, ma con Gus Dury sapevo che potevo muovermi tra le classi e fungere da canale e guida per il lettore. Appartiene di nascita alla classe operaia, ma è riuscito a entrare nella classe media a causa della sua occupazione ed è un commentatore sagace delle differenze.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

Per me è difficile spezzare il processo di scrittura: la trama, la pianificazione, la costruzione dei personaggi … è un tutt’uno. Quando sto scrivendo un libro succede sempre che praticamente tutto il resto della mia vita si blocchi finché il libro non è finito. E 'difficile trovare il tempo per individuare le parti faticose perché è un inferno di un sacco di lavoro. Trovo il materiale promozionale un po' laborioso, le letture e le presentazioni, e così via. Non avevo mai previsto di dover fare nulla di tutto ciò prima che diventassi uno scrittore (stupido ingenuo che sono), ma è parte del lavoro che svolgo oggi.

Tra Paying for it, Gutted, Loss, Long Time Dead e Truth Lies Bleeding. Qual è il tuo preferito?

È ora possibile aggiungere a questa lista Murder Mile… che sarà pubblicato all'inizio del 2012. Il mio preferito è sempre quello che ho appena finito perché mi da sempre un senso di sollievo averlo finalmente nella borsa!

Leggi sempre le recensioni dei tuoi libri?

Sì, non credo agli scrittori che dicono di no.

Quanto è importante il personaggio centrale di un libro?

E’  fondamentale. Tutto si basa sul protagonista. Quando leggo un libro posso perdonare tutto ad uno scrittore se il protagonista è abbastanza interessante. Come ho detto, sono un grande fan di Ken Bruen e i suoi personaggi sono sempre incredibilmente interessanti e divertenti, è un genio quando si tratta di creare personaggi credibili.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Beh, se intendi come critici gli editor e gli agenti in quanto forniscono un feedback critico, certamente sì. Il mio editor Rosie de Courcy di Random House è un editor favoloso e c'è ben poco che viene passato a lei che non migliori, poi non modifica con mano pesante niente, il suo tocco è molto leggero – crede nei suoi autori e permette loro di condurre la via che credono per produrre i migliori risultati. Il mio agente, Sam Copeland, è molto accorto forse troppo… può leggere un testo e raccomandare una modifica che fa sempre la differenza. E' sottile, ma un vero talento.

Scrivi anche racconti o solo romanzi?

Mi piace scrivere racconti brevi! Sono come una pausa dal lungo tour de force di scrittura dei romanzi. Affronto la scrittura dei racconti in un modo completamente diverso – nessuna pianificazione, nessuna trama – Mi immergo nella storia e vedo dove va. Alla fine rimodello il tutto – mi piace la narrativa breve quasi quanto il romanzo. Ho anche appena scritto un racconto per la stampa Pulp nel Regno Unito, che uscirà l'anno prossimo. Si tratta di circa 25.000 parole intitolato RIP Robbie Silva.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In realtà ho appena finito di scrivere Murder Mile e non leggo romanzi quando scrivo quindi ho un mucchio di libri in cui tuffarmi. In cima c’è California di Ray Banks che molto gentilmente mi ha dato qualche mese fa e ho voglia di leggerlo da allora.

Quanto è importante un buon titolo?

Estremamente importante. Non mi piacciono assolutamente i titoli di lavoro, trovo che una volta che un libro ha il titolo adatto tutto il resto va al posto giusto. Ho cercato di scrivere Gutted  sotto una miriade di altri titoli, ma è stato un disastro fino a quando non ho trovato questo che era perfetto. Alcuni scrittori costantemente ideano grandi titoli e si tratta di una vera abilità penso … amo Trainspotting di Irvine Welsh, e The not knowing di Cathi Unsworth che è uno dei titoli migliori di crime.

È davvero un romanzo giallo Il grande Gatsby?

Tra le altre cose, credo di sì. Più che altro, però, è un grande romanzo.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Sì e no. Sono uno scrittore e voglio scrivere più di ogni altra cosa … ma mi divertirebbe sicuramente fare un tour in Italia però! Una volta un ubriaco entrò ad una mia presentazione, ma era inverno a Edimburgo e credo che non volesse solo stare fuori al freddo.

Verrai in Italia a presentare tuoi romanzi?

Ci puoi scommettere.

Quando uscirà il tuo prossimo libro in Italia?

Buona domanda. Vado a controllare con il mio agente adesso!

Che rapporto hai con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

La maggior parte dei miei lettori da tutto il mondo, entra in contatto con me tramite il mio sito web http://www.tonyblack.net e mi dice cosa pensa del ultimo libro che ho scritto e ci sono alcuni regolari che si ripresentano e che è sempre bello rivedere.

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Altri progetti?

Bene, Murder Mile è stato appena messo a letto così ho intenzione di prendermi un po’ di pausa e poi tornerò al lavoro. Ho un sacco di idee che bollono in pentola.

:: Recensione di Il porcospino in pegaso di Eduardo Olmi

12 agosto 2011

Ho sempre un certo pudore a parlare di poesia, devo premettere che credo che esista, sembra banale ma non molti lo pensano sul serio. Leggo molta poesia a dire il vero anche se non amo recensirla, nella mia biblioteca conservo Baudelaire, Neruda, Prevert, Garcia Lorca, Jimenez, Evtushenko, mi piace la poesia romantica inglese, ho un debole per Eliot, Cecil Day Lewis, Dylan Thomas,  i sonetti di Shakespeare, Walt Whitman,  Edgar Lee Master, Robert Frost, Sylvia Plath, la Beat Generation. Amo Ungaretti, Quasimodo, Montale, Saba, il Cantico dei Cantici, la poesia persiana, quella cinese, Nazim Hikmet, Anna Achmatova, il colore e il calore della poesia sudamericana per la quale mi sono intestardita a studiare spagnolo con scarsi e alterni risultati purtroppo. Come dicevo non amo recensirla perché è evanescente, umorale, soggettiva, troppo soggettiva. Cosa scatti in un testo perché lo si possa chiamare poesia è un mistero racchiuso in un enigma che trascende i puri intellettualismi e gli arzigogoli razionali. La poesia quando la si cerca di spiegare si sciupa, si rovina, muore, e poi ci vogliono strumenti anche tecnici delicati, non si può maneggiarla come un meccanico con le mani sporche di grasso, forse qualche vecchio professore di liceo con la barba grigia saprebbe scrivere un buon testo di critica poetica, magari un cultore di greco e di latino con una cultura enciclopedica e un busto di Dante in bronzo tenuto nel salotto dal pavimento lucidato a cera con le pattine di feltro, chiunque altro si troverebbe come un elefante in un negozio di cristalli. Tutto questo per dire che è appunto raro che recensisca poesia, specialmente moderna di giovani autori magari alla loro opera prima. Così quando mi è capitato tra le mani questo libricino Il porcospino in pegaso di Eduardo Olmi, dalla copertina metà bianca e metà blu, Felici Editori, finito di stampare nel mese di maggio del 2010, ho esitato poi mi son detta perché no, leggiamolo. Innanzitutto ho iniziato con la prefazione di Alessandro Scarpellini nella quale ho incontrato parole lucenti come: sogni, desideri, amore, morte, eros, meraviglia, stupore; e mi son detta chissà…. Scarpellini accosta le poesie di Olmi a testi di Jim Morrison o Tom Waits, agli sciamani della Beat Generation, alla poesia italiana ed europea del Novecento, agli esistenzialisti, ai punk un modo senz’altro efficace per destare l’interesse, per promuovere un confronto, delle aspettative. Così ho ripreso il libro dall’inizio e ho letto la dedica: Al vecchio Hank che non ha mai letto questa roba. E di Hank che io sappia ce ne è uno solo: Charles Bukowski, Hank per gli amici. “Chiamatemi’Hank’: Charles era mio padre”. Poi l’ ho contate  sono 52 poesie, 52 frammenti, come quasi tutti i poeti contemporanei, a schema libero, usando strofe senza alcuno schema fisso di versi o di rime, quasi una prosa poetica, versi anarchici, intrisi di una certa rabbia controllata e ipodermica una contestazione metodica del sistema, dei pregiudizi, delle norme consuete. Ci sono anche poesie d’amore, ma sono rare, più che altro la passione è incanalata contro i bar borghesi,  i fast food, la macchina burocratica. Si parla di anarchia, di fiumi d’alcool, di briciole della sua adolescenza, di angoscia, incubi notturni, di Nietzsche, di Brecht, di  Mozart. Si accusa Pier Paolo Pasolini di essere un pessimo poeta, si guardano le foglie d’autunno, si ascolta il rumore del vento. Eduardo Olmi è un giovane poeta, nato a Firenze nel 1984 iscritto alla laurea specialistica in Storia Contemporanea presso l’Università di Firenze. Collabora con giornali universitari autoprodotti e con il gruppo artistico Collettivomensa e l’omonima rivista. Segnalo che Il porcospino in pegaso, è tra i 10 finalisti, per la sezione poesia, del Premio Carver 2011, il contropremio dell’editoria italiana, la cui giuria è coordinata da Andrea Giannasi, un premio in cui vengono premiati i libri migliori, senza guardare il nome dell’autore o  il marchio editoriale a garanzia dell’imparzialità la formazione della giuria 5 tra giornalisti, scrittori, critici ai quali viene proposto di far parte di una giuria segreta, questi non conoscono i nomi degli altri giurati e i loro nomi non verranno mai resi noti. Il Premio Carver è organizzato dalla rivista letteraria Prospektiva e la premiazione avverrà il 25 settembre presso la Cittadella della Musica nell’ambito del festival del libro “Un mare di lettere” che si tiene ogni anno a Civitavecchia. A Eduardo i migliori auguri.   http://www.prospektiva.it/carver.htm

:: Recensione di Bukowski, i Beat, la Pace e i Giovani – Conversazioni con Fernanda Pivano di Gabriele B Fallica

8 agosto 2011

Ho un ricordo personale piuttosto bizzarro legato a Fernanda Pivano, ma rivelatore di quanto Nanda amasse i giovani e fosse restata lei giovane dentro anche se ormai anziana. Potrei raccontarvelo ma preferisco dare importanza al suo impegno contro la guerra e al suo amore per la libertà che emerge da Bukowski, i Beat, la Pace e i Giovani – Conversazioni con Fernanda Pivano del giornalista Gabriele B Fallica. E’ un libricino, 60 pagine a caratteri grandi con copertina in bianco e nero, una produzione underground come sarebbe piaciuta alla Pivano, che raccoglie tre brevi interviste due telefoniche e una concessa nella sua casa milanese il 15 Dicembre 1999. Fernanda parla di tutto a ruota libera, a suo agio, scherza, si indigna, ricorda e lascia trasparire la ragazzina che era rimasta per tutta la vita. Conobbe la letteratura americana grazie a Cesare Pavese, suo professore al Liceo Massimo D’Azeglio di Torino e se ne innamorò così tanto da intraprendere il suo celebre viaggio che cambiò la sua vita. Conobbe i maggiori esponenti della Beat Generation, Kerouac, Ginsberg, Corso, e condivise il loro spirito rivoluzionario, antimilitarista e libertario senza sperimentarne gli eccessi. Ci tiene a ricordare che non andò mai a letto con nessuno di loro, che non fumò marijuana, che dormiva nel suo albergo e li ospitava per lavorare e loro la stimavano e la rispettavano per questo sia come intellettuale che come donna. Si rammarica  di non aver potuto intervistare Fitzgerald, era già morto, si arrabbia con i critici che tacciavano Bukoski di essere un pornografo. Potrei continuare ma preferisco non privarvi del piacere di leggere questo libro e scoprire da voi aneddoti, ricordi riflessioni di un’ intellettuale che ha subito il carcere per le sue idee, che si è opposta per tutta la vita a qualsiasi forma di dittatura, che si commuoveva con le lacrime agli occhi pensando ai giovani che ancora dovevano combattere e conoscere la guerra. Pagò un prezzo alto per questa sua indipendenza di pensiero, fu ostacolata, licenziata dai giornali, criticata dai professori universitari che l’accusavano di dilettantismo, ma non per questo si arrese. Bukowski, i Beat, la Pace e i Giovani – Conversazioni con Fernanda Pivano è una testimonianza, un ritratto di una intellettuale coraggiosa, una serie di interviste che avrei voluto fare io ma purtroppo non ne ho avuto l’occasione. Ormai sono passati due anni dalla sua scomparsa, se ne celebrerà l’anniversario il 18 agosto, e mi sembra giusto che non la si dimentichi. Ci tengo a segnalare che il libro è autoprodotto, e realizzato grazie al contributo della community web  di scrittori underground www.wordsonmud.org. Il libro è acquistabile online http://www.assud.it/fernanda/compra.html

Il sio ufficiale di Fernanda Pivano: http://www.fernandapivano.it

:: Recensione di Scarlett Il bacio del demone di Barbara Baraldi

6 agosto 2011

COP_Baraldi_Scarlett-2Barbara Baraldi è senz’ altro una delle giovani scrittrici italiane più versatili e interessanti. Soprannominata dal Corriere della Sera “La regina del gotico italiano” ha due doti piuttosto rare la dolcezza unita alla semplicità che la rendono unica e riconoscibile e nello stesso tempo difficilmente classificabile in un genere o in un cliché. Scrittrice sicuramente italiana, che ama ambientare le sue storie in Italia, nello stesso tempo ha un respiro internazionale che la rende apprezzata anche all’ estero altrimenti non si spiegherebbe il successo che riscuote in paesi come l’Inghilterra, la Germania e gli Stati Uniti di solito diffidenti, al contrario di noi, verso i prodotti stranieri e dopo tanti libri di importazione è bello quando succede il contrario. Con Scarlett uscito l’anno scorso per Mondadori, la Baraldi ha iniziato per la prima volta ad occuparsi di letteratura per ragazzi dando il via ad una trilogia, che unisce elementi tipici del paranormal romance ai più classici dell’urban fantasy, rivolta ad un pubblico young adult prettamente femminile e romantico. Con Scarlett. Il bacio del demone, uscito questa primavera sempre per Mondadori nella collana Shout, continuano le avventure della giovane protagonista, la sedicenne Scarlett, questa volta alle prese con i dilemmi del cuore e in lotta con un demone che uccide nel sonno le sue vittime. Ambientato in Toscana, nella dolce e romantica campagna senese, Scarlett. Il bacio del demone, è un romanzo di impronta classica dove temi universali e importanti come l’amore e l’amicizia fanno da sfondo ad una storia che mette in moto il classico scontro tra bene e male con venature horror/thriller sempre moderate considerato il giovane pubblico a cui il libro è rivolto. Il sovrannaturale è poi un tema congegnale all’autrice che già di per sè sembra una creatura fiabesca e fatata, protetta dalla Luna, amica della notte e di tutte le creature che la popolano.  E il suo modo di scrivere riflette bene questa sua anima gotica e dark, il suo stile poetico e suggestivo cadenzato da una estrema cura nella valorizzazione dei dialoghi e nell’ evoluzione degli stati d’animo dei personaggi. Un hurban fantasy caratterizzato da atmosfere cupe e tenebrose dove al giorno è preferita la notte, al sole la pioggia, forse riflesso del bagaglio da noirista dell’autrice. Scritto bene, con proprietà di linguaggio, attenzione per le sfumature, rigore stilistico, forte del caposaldo che non perché è letteratura per ragazzi sia concessa l’approssimazione e la trascuratezza. Anzi con delicatezza l’autrice padroneggia la materia con estrema attenzione per la sensibilità dei suoi lettori. Si sente che non è un lavoro improvvisato, ma c’è uno studio pregresso, una conoscenza della letteratura young adult. Forse manca di eccessiva originalità, ma gli archetipi del genere sono fissi, l’eroina è sempre destinata nel suo processo di crescita a incontrare l’amore e a lottare contro il male che sia incarnato in un demone o no. Una lettura piacevole  e divertente, l’idea giusta per un regalo adatto per preadolescenti e adolescenti.

:: Calliphora la nuova collana di Edizioni della sera dedicata al thriller italiano

3 agosto 2011

edizseraCalliphora, la sfida per il thriller italiano

Ad ottobre Edizioni della Sera inaugura la nuova collana di narrativa gialla con "Rock. I delitti dell’uomo nero" di Danilo Arona.

Curatore della collana sarà Enzo Carcello, caporedattore del sito corpifreddi.blogspot.com, che metterà tutta la sua competenza da esperto di romanzi di genere per la selezione editoriale. Verranno valutati romanzi noir, psycho thriller, romanzi hard boiled rigorosamente italiani. Se avete un manoscritto nel cassetto è la volta buona di tentare! Per informazioni contatate Mr Body Cold Carcello, e dite che vi mando io! Ecco il prezioso recapito:

Proposte editoriali: thriller@edizionidellasera.com

:: Un’ intervista con Tito Topin

3 agosto 2011

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Grazie Monsieur Topin di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Parlaci di te. Disegnatore pubblicitario, disegnatore di fumetti, scrittore di polar, sceneggiatore per la televisione francese. Chi è Tito Topin? Punti di forza e di debolezza.

Un breve riassunto: Sono nato nel 1932 a Casablanca, questo farà di me ben presto un ottantenne. Ho vissuto a San Paolo del Brasile. Mi sono trasferito a Parigi nel 1966. Illustratore e grafico ho partecipato a diverse campagne pubblicitarie, ho disegnato fumetti, cartelloni pubblicitari di film prima che mi trasferissi nel 1978 vicino a Vasison-la-Romaine. Ho pubblicato il mio primo libro nel 1982 all’età di 50 anni, ho scritto la prima sceneggiatura nel 1984, ho creato la serie Navarro nel 1989 e costituito la mia casa di produzione (Serial Producteurs) nel 1997. Dopo aver fatto di Navarro una serie storica, ben 108 episodi, l’ho interrotta nel 2005 in seguito a un disaccordo con TF1. Dopo ho scritto dei romanzi che pubblico con Fayard, Rivages, Denoel.

Sei nato a Casablanca in Marocco  il 23 febbraio del 1932. Parlaci della tua infanzia, delle tue radici. Quando sei arrivato in Francia?

Ho spesso descritto la mia infanzia o meglio la mia adolescenza nei miei libri, nei miei racconti, per mezzo di personaggi immaginari ma tuttavia di carne e di sangue. Non è che mi piaccia parlare di me ma la città dove sono nato, non esiste più, il paese che era stato il mio è diventato un altro, mi è sembrato necessario ricostruirlo nello stesso modo che farebbe un cineasta per conservarlo intatto nel tempo. Quanto alle radici, non ci credo, è una furberia. Detesto la nomea non controllata di “français de souche”. Ho sempre preferito il nomade al sedentario, il ramo alla radice. Mia nonna è nata in Sicilia a Alia, mio nonno in Corsica, io in Marocco, i miei figli in Brasile. Mi sono trasferito in Francia a 34 anni a Parigi in un primo tempo, in Provenza in seguito.

Negli anni 70 hai fatto sia il disegnatore pubblicitario che il disegnatore di fumetti. Queste esperienze hanno poi influito sulla tua carriera artistica successiva?

Al mio ritorno dal servizio militare nel 1954 ho creato la mia prima agenzia pubblicitaria a Casablanca, Publicasso. In seguito ho lavorato in Brasile come libero professionista poi ho creato una società Catalox specializzata in cataloghi pubblicitari. Ho imparato il mio mestiere sul campo ma la pubblicità, essendo una padrona infedele, mi ha lasciato quando ho compiuto i miei 50 anni. Anche io le ero stato infedele. I miei fumetti ( I miei due album “La langouste ne passera pas” e Voyage au centre de la c… ulture” apparsi nel 1969) saranno ristampati in ottobre di quest’anno 42 anni dopo! Poi ho fatto poster di films, illustrazioni, e anche cortometraggi  di animazione. Tutto ciò può sembrare confuso ma c’è una certa coerenza in tutto ciò che mi ha portato poco per volta alla scrittura. In un fumetto raccontavo una storia in una serie di casi rappresentati dalle azioni ellittiche. Tra i casi c’è uno spazio bianco che è quello dl lettore, se lo spazio bianco è troppo stretto non riesce a far lavorare l’immaginazione e se è troppo grande si perde, si annoia. Bisogna trovare lo spazio giusto. E’ lo stesso per un film.

Come è nato il tuo amore per la scrittura e per il polar in particolare?

Sono arrivato alla scrittura per pura necessità. Scrivere è molto più difficile e più lungo che disegnare una bottiglia di Coca Cola ma molti non volevano più i miei disegni allora ho preso una macchina da scrivere e un mese dopo avevo un romanzo. L’ ho invito a cinque editori. Gallimard ha risposto per primo. Perché un polar? Bella domanda. Ho letto molto, io leggo sempre molto, e quando non si è fatto degli studi, io non ho un diploma, si è impediti nella scrittura. Come dirsi scrittori dopo Balzac, Dumas, Moravia, Hemingway? Il polar è un genere più recente e soprattutto più abbordabile perché ce ne erano già di così mediocri che avevo una piccola possibilità di fare meglio.

Nel 1982 hai pubblicato il tuo primo romanzo, “Brelan de Nippons” al quale sono seguite sei inchieste con protagonista il commissario marocchino Emile Gonzales. Ci puoi parlare di questa serie? Verrà tradotta anche in Italia?

Il mio primo romanzo è stato Graffiti Rock, e ha per protagonista un poliziotto di nome Emilio Gonzales che si trova in tutti i miei romanzi della serie nera di Gallimard, salvo uno. Ci sono in Gonzales tutti gli ingredienti che dopo faranno il successo di Navarro alla tv. La sua famiglia, la sua umanità, la sua vicinanza. In Graffiti Rock ha una cinquantina d’anni ma nel mio romanzo 55 de fiere ha vent’anni è sta entrando in polizia come semplice poliziotto.

Nel 1989 hai dato vita ad una delle delle più amate serie della tv quella del commissario Navarro, interpretato da Roger Hanin. Navarro è stato anche protagonista letterario di storie come “Le système Navarro” e “Sur un air de Navarro”. Da dove nasce questo personaggio ce ne puoi parlare?

Dopo l’uscita di 55 de fiere nel 1983, che ha avuto un buon successo, un produttore mi ha telefonato per dirmi che lo ha letto e che pensa che io potrei scrivere una sceneggiatura. Ne scrivo una due tre quattro e un altro produttore mi chiama e mi domanda: “ Tu non avresti un’ idea per un personaggio di un poliziotto per una serie?” Ho scritto la bibbia di Navarro in meno di quindici giorni con una decina di sinossi per dare un’idea delle storie che si potevano raccontare. C’era in quel momento a Parigi, come nel resto dell’Europa, un vento di cambiamento. Gli stranieri arrivavano da ogni luogo , una nuova delinquenza si installava e cambiavano le regole della criminalità. Ho voluto un poliziotto che venisse da fuori, straniero lui stesso. E’ per questo che si chiama Navarro, che è nato in Algeria, perché uno straniero è più adatto a capire questo nuovo paesaggio urbano di un “ francese de souche”. (Vi ho detto che detesto questa espressione). TF1 ha accettato subito e ha ordinato al produttore una prima serie di 13 episodi, alla fine sono diventati 108 di 90 minuti ciascuno. La Metro Golwin Mayer con me solo. Qualche volta lavoravo con altri sceneggiatori ma facevo sempre l’adattamento e i dialoghi in modo da preservare la coerenza della serie

In Italia sono stati pubblicati Fotofinish, Ore contate, e Delitti sulla Senna. Come presenteresti questi libri ad un lettore che non li avesse mai letti?

Non so come il lettore italiano ha accolto i miei libri nel vostro paese. Fotofinish è stato pubblicato da E/O mentre gli altri due sono stati pubblicati da Giunti. Sarei felice se avessero ottenuto un piccolo successo. Mi hanno permesso di essere invitato a Festival di qualità a Torre Pelice, a Coumayeur, a Cagliari, e mi hanno permesso di bere bene, di mangiare bene, di vedere delle ragazze carine, penso che sia già un successo enorme.

Il commissario Bentch, il cui vero nome è Jacques Benchimoun, è di origine marocchina come te, quanto vi somigliate in realtà?

Il commissario Jacques Benchimoun, detto Bentch è nato in Francia da genitori originari dell’Algeria, della città di Orano. Non mi somiglia neanche un po’ anche se lo considero come un fratello. E’ ebreo, io non lo sono, è poliziotto, io no, ha una famiglia infrequentabile, io amo la mia, si innamora facilmente… bene, li ci si somiglia molto ma lui ha il privilegio di essere più giovane di me quindi ha un maggior successo.

La prima indagine del commissario Bentch risale al 2006 e si intitolata “Bentch et Cie” e le sue avventure sono perseguite anche in “Cool, Bentch!”. Hai scelto Parigi come scenario di questa serie, quanto la sua società multietnica si riflette nei tuoi libri?

Ho scelto Parigi come sfondo per le inchieste di Bentch per una sola ragione. Non si vede più Parigi al cinema. Tornarci costa molto caro. Bisogna pagare una tassa di autorizzazione, chiudere le strade alla circolazione, mobilizzare i poliziotti, pagare le comparse, pagare i monumenti pubblici. Se tu hai la Tour Eiffel sullo sfondo, bisogna domandare l’autorizzazione alle riprese alla società che gestisce la sua immagine, etc… Di colpo mi sono pagato il lusso di prendere Parigi come decor, di avere i Bateaux-Mouche, le strade, una folla di gente, le fucilate, tutto per un soldo. E’ formidabile scrivere un romanzo rispetto ad una sceneggiatura. In una sceneggiatura tu metti una vettura e questo cosata caro, in un romanzo tu metti anche un elicottero e ne posso mettere quanti ne voglio e non costa nulla.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Tornerò in Italia ogni volta che me lo si chiederà per il Chianti, il vino bianco di Morges, i carciofi, le penne all’arrabbiata, Sofia Loren e Valeria Golino.

Quale sarà il tuo prossimo romanzo edito in Italia?

Non lo so. Resta ancora da tradurre il terzo Bentch ma tutto dipenderà dal successo dei primi due , io penso.

Quali autori contemporanei hai letto e quali ti hanno maggiormente influenzato?

Leggo volentieri e sono molto eclettico. I romanzieri americani contemporanei che amo si contano sulle dita di una mano, fanno tutti parte di una stessa scuola di scrittura. I romanzieri francesi, quelli che ingombrano i media, sono disperatamente borghesi. Amo la letteratura spagnola, portoghese e italiana naturalmente, come tutti immagino, Niccolò Ammaniti, Antonio Tabucchi, Sciascia, Laura Grimaldi, Macchiavelli, Massimo Carlotto, invece Camilleri mi annoia.

Parlaci di una tua giornata dedicata alla scrittura.

Scrivo senza alcuna regola, come vivo. Mi sveglio ad orari differenti a seconda di che ora sono andato a dormire, di quanto alcol ho bevuto, e lavoro quasi tutta la giornata con le interruzioni causate da una vita di coppia, da relazioni di amicizia o professionali, come mangiare, fare la spesa, guardare una cosa in televisione, o ansare a bere un bicchiere di rosato sotto i platani della piazza della mia città. Ecco la differenza tra romanzo e sceneggiatura. Se ho tre mesi di ritardo per la fine di un romanzo, non muore nessuno, se ho tre mesi di ritardo per una sceneggiatura c’è in produttore che sfora il bilancio, un centinaio di tipi che verranno licenziati, un attore che si suicida, il debito pubblico del paese che aumenta.

Ci sono attualmente progetti cinematografici tratti dai tuoi romanzi polizieschi?

No. Non ho mai avuto dei romanzi adattati per il cinema o la tv. I miei romanzi sono troppo cari, hanno troppi personaggi, troppa azione, E Spielberg non ha ancora letto uno solo dei miei libri.

Parlaci del tuo rapporto con  i lettori. Come possono mettersi in contatto con te?

Leggo i commenti dei miei lettori ben inteso. Mi incontrano ai Festival e soprattutto grazie agli attuali mezzi di comunicazione tramite il mio sito, il mio blog, e Facebook.

Infine ringraziandoti per la tua disponibilità mi piacerebbe sapere qualcosa dei tuoi progetti. Attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo del commissario Bentch?

No, non scrivo su Bentch. Per il momento ho scritto una trilogia su questo personaggio ma non lo ho abbandonato, semplicemente mi domanda di pazientare al bistrot dell’angolo, lo troverò più tardi. Sto terminando un polar, è un road-movie in Libia. L’avventura di alcune persone che per motivi differenti tentano di fuggire dagli avvenimenti attuali e di oltrepassare la frontiera tunisina. Mio Dio, cosa mi è preso di scrivere una storia così !

:: Intervista con Paul Bishop

1 agosto 2011

Benvenuto Paul su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Raccontati ai nostri lettori. Detective del Dipartimento di Polizia di Los Angeles, autore di thriller. Chi è Paul Bishop?

Sono un po’ un camaleonte. Sono da 35 anni nel Dipartimento di Polizia di Los Angeles – 27 dei quali li ho trascorsi ad indagare su crimini sessuali – e ho scritto, professionalmente, per 32 anni. Mi sono sempre ritenuto eccezionalmente fortunato per essere riuscito a fare le due cose che amavo di più – mettere le parole su carta e mettere i cattivi in ​​prigione.

Ti ho conosciuto grazie all’amico comune Paul D Brazill. Parlami di Paul: hai letto i suoi libri?

Sì, ho letto e apprezzato molto i lavori di Paul D. Brazill, ma devo dire che il suo nuovo libro, Drunk On The Moon, mostra davvero quanto il suo talento stia crescendo.

Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato in Inghilterra. Mia nonna materna era di Bari, Italia. I miei genitori emigrarono in Canada quando avevo tre anni, e poi tornarono di nuovo in Inghilterra quando ne  avevo sei. Quando avevo otto anni, tornammo di nuovo in America, dove ci  stabilimmo definitivamente in California.  Ho giocato a calcio da giovane, cosa che era difficile da fare in America negli anni Sessanta, ma ho sempre amato questo gioco, quindi ho trovato il modo. Oggi, corro ancora 5-8 miglia al giorno, ma il mio tempo trascorso a giocare a questo bellissimo gioco è finito.  Ho studiato Criminal Justice all’Università, ma mi sono sempre dilettato di scrittura creativa. Sono sempre stato un lettore vorace, così la scrittura è stata semplicemente un passaggio naturale.

La tua famiglia da parte di madre è di Bari. Che legami hai con l’Italia? E’ vero che a fine anno verrai a Venezia per l’opera e per una partita del Milan?

Sono stato in Italia un gran numero di volte. Ma Venezia ha catturato il mio cuore e ci tornerò di nuovo quest’anno in ottobre  . Prima di recarmi a Venezia, però, ho in programma di volare a Milano per vedere una partita del Milan. Il calcio è ancora nel mio sangue.

Parlami della tua vita da poliziotto. Le indagini, i colleghi, i delinquenti. Hai mai avuto davvero paura?

Nei miei 35 anni di lavoro nella polizia, 27 di essi li ho passati ad indagare su crimini sessuali – stupri, molestie a bambini, atti sessuali in luogo pubblico, e tutto il resto. Non è una disciplina investigativa che siano in grado di gestire tutti, ma io l’ho sempre trovata interessante. Ora seguo un’ unità di crimini sessuali che copre il 25% della città di Los Angeles. Ho 27 detectives che lavorano per me e la maggior parte sono donne che in generale hanno maggior affinità con questo lavoro.  Nel corso degli anni, mi sono specializzato negli interrogatori. Lo insegno all’ Accademia di polizia e continuo a trovarlo il più utile degli strumenti di indagine. Molti sospetti hanno facilità a parlare con me. Penso che sia perché non mi ergo a loro giudice – posso disprezzare ciò che hanno fatto senza disprezzarli. Se sei bravo nel tuo lavoro, non hai il tempo di avere paura. Quando arriva il momento di fare le cose difficili o pericolose, basta farle. E’ ciò per cui mi hanno assunto.

Da poliziotto a scrittore. Quali sono stati i tuoi maestri? Quali autori hanno influenzato la tua scrittura?

Joseph Wambaugh e Ed McBain sono probabilmente i due scrittori di polizieschi che hanno maggiormente influenzato  i miei romanzi. Wambaugh per le sue intuizioni sull’ umanità di un poliziotto, McBain per il suo umorismo e il suo approccio con i personaggi.  Lo scrittore inglese Dick Francis mi ha influenzato per il modo in cui crea i suoi eroi – uomini di tutti i giorni che vanno oltre il dovere per raggiungere i propri obiettivi. Ma è l’italiano Rafael Sabatini, che mi ha donato il mio amore per l’avventura e il romanticismo. Scaramouche è uno dei miei libri preferiti, contiene la mia battuta di apertura preferita:  “Era nato con il dono della risata e la sensazione che il mondo fosse pazzo.” E’ stata incisa sulla lapide di Sabatini, e mi piacerebbe che fosse incisa anche sulla mia.

Descrivici una tua tipica giornata di lavoro.

Mi alzo alle 4:30 del mattino, sono fuori di casa alle 5:00, e alla stazione di polizia alle 6:00. Leggo e distribuisco i report dei crimini avvenuti durante la notte ai miei detectives e decido se c’è qualcosa di urgente. Poi vado a correre per 4 miglia e pianifico il resto della giornata.  Tornato alla stazione, è un via vai di interviste alle vittime, di interrogatori di sospetti, di mandati di perquisizione, lottando per i casi depositati presso l’ufficio del procuratore distrettuale, e forse facendo scattare le  manette ai polsi di qualche cattivo ragazzo.  Se il giorno alla stazione non prosegue negli straordinari, sono di solito a casa alle 4:00 del pomeriggio. Corro per altre 4 miglia con un amico con cui ho corso quasi tutti i giorni per 18 anni. Dopo la doccia, è tempo per la cena con mia moglie e qualche ora di scrittura.  Infine, leggo per un’ora prima di spegnere la luce intorno 23:00 al fine di catturare poche ore di sonno prima di alzarmi e fare tutto da capo.

E’ vero che da quest’anno i tuoi libri sono tutti disponibili in ebook?

Sì! Proprio di recente, tutti i miei dieci libri precedenti sono stati pubblicati in formato e-book con splendide nuove cover. E ‘eccitante averli tutti a disposizione di nuovo. L’e-book è una rivoluzione editoriale, sta trasformando il business editoriale, proprio come l’arrivo dell’ MP3 ha fatto nel mondo della musica. Come autore, è il momento di festeggiare.

Parteciperai ad un nuovo show televisivo sul network ABC il 2 Agosto. Si chiama Prendi i soldi e scappa ed è prodotto da Jerry Bruckheimer, produttore di molte serie di successo come  CSI, Cold Case, Senza traccia. Come ti hanno contattato? Ce ne vuoi parlare?

A parte i romanzi, ho scritto anche per la televisione e per il cinema. Ho lavorato in una serie televisiva della società di produzione di Jerry Bruckheimer con al centro una squadra d’elite di investigatori che andava in giro per il paese a risolvere crimini. La società di Brukheimer poi ha venduto il soggetto alla Disney. Tuttavia, la società di Bruckheimer si è ricordata di me, e quando hanno cominciato a mettere insieme il cast di Prendi i soldi e scappa – un reality show con ladri e poliziotti- , stavano cercando uno che conducesse gli interrogatori e io ero perfetto. Dire che stare davanti alla macchina da presa invece che dietro sia la stessa cosa non sarebbe esatto. Tuttavia, è una magnifica esperienza e mi sto godendo ogni istante. Mi ritirerò dal Dipartimento di polizia alla fine di quest’anno, quindi sarà una transizione perfetta per me se ci sarà una seconda stagione.

Che rapporto hai con il web in generale?

Amo il web. Il mio blog, Beat Bish, è stato una gioia creativa, e io sono sempre stupito di come il social networking sia in continua evoluzione. Ha portato il mondo più vicino, ed è stato brillante nel mettere in comunicazione le persone con gli stessi interessi.

Parliamo dei tuoi libri che se non erro sono ancora inediti in Italia. Sono detective stories ambientate a Los Angeles. Ci sono tre serie quella di Caliko Jack Walker, quella di Ian Chapel e quella di Fey Croaker. In più due romanzi standalone Shroud Of Vengeance e Suspicious Minds e una raccolta di racconti brevi Running Wylde.

Wow!  Sembrano molti, ma è vero. La mia serie più recente riguarda il personaggio della detective della omicidi del LAPD Fey Croaker. E’ la protagonista di cinque romanzi e ci possono essere altre storie su di lei a venire.

Potremo leggere i tuoi libri in italiano. Ci sono accordi in proposto?

Fino ad oggi non ho ancora pubblicato i miei libri in Italia, ma spero che gli accordi saranno rettificati in un prossimo futuro.

Come nascono le trame dei tuoi libri. Dalla vita vissuta, o sono solo frutto di fantasia?

Un sacco di cose nei libri esce dalla vita reale e, talvolta, ci può essere un episodio della vita reale, che fa nascere la scintilla di un’idea nella mia testa. Tuttavia, per il momento nei libri scritti finora , le trame sono completamente inventate.

Quanto incide il tuo essere poliziotto nella creazione delle tue indagini. Sono più attente alla procedura? Ti senti avvantaggiato rispetto agli scrittori comuni?

Cerco di trasmettere un crudo realismo nelle mie storie poliziesche. Io so cosa intimamente scatta nella mente di un  poliziotto – i collegamenti e i costi. Sono più interessato a crere personaggi che trame, per cui questa conoscenza è senza prezzo.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai tuoi libri?

Molti dei miei libri sono stati opzionati per il cinema, ma nessuno è stato prodotto. I film che ho scritto sono stati portati sullo schermo ma sulla base di altro materiale.

Ti piace fare tours promozionali? Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

I tours promozionali sono divertenti, ma possono essere difficili per autori a mezzo servizio come me. La promozione per lo spettacolo televisivo Prendi i soldi e scappa è stata molto più divertente.  Anche se non fa parte di un tour promozionale, sono andato ad arrestare un sospetto, una mattina a casa sua. Quando lo abbiamo preso in custodia, ho potuto vedere che aveva una copia del mio ultimo romanzo sul suo comodino. Che strano leggere il libro di un autore prima di andare a dormire, che poi ti farà alzare per arrestarti il giorno dopo.

Quale è il miglior consiglio che ti hanno dato nella tua carriera?

Di finire ciò che si inizia – di lavorare sempre sulla  prima stesura per poi fare meglio nella stesura successiva e nella prossima e così via…

Quali consigli daresti tu agli aspiranti scrittori?

Di ricordare che non esiste niente di meglio della scrittura, che la riscrittura.

Parlami dei tuoi progetti futuri.

Si spera, una seconda stagione di Prendi i soldi e scappa, e che il mio nuovo romanzo che uscirà in agosto, Felony Fists, ambientato nel sottobosco della boxe di Los Angeles nel 1954, sia un successo. Poi, all’inizio del prossimo anno, una nuova serie di romanzi, The Interrogators.

:: Recensione di Il destino non c' entra di Marie–Helene Ferrari

30 luglio 2011

il destinoNel volto immobile e sanguinante, gli occhi di Paul-François guardavano le stelle per la prima volta dopo tanto tempo, perché da quando usciva a tarda sera dai bar, l’uomo doveva guardarsi i piedi per evitare di cadere. Solo i piedi, niente altro che i piedi, ma era stato tutto inutile, perché era caduto lo stesso. E quella sera, le stelle somigliavano tanto a diamanti… A Paul-François piacque quel cielo, scuro e tranquillo come uno scrigno… Nessuno era chino sul suo corpo e gli teneva la testa un po’ sollevata per impedirgli di venire soffocato dal suo stesso sangue; Paul-François gli disse con voce tranquilla, in un soffio: “Dica a Marie–Saveria di guardare le stelle, perché sono bellissime le stelle!”.
 
Dopo tanta Svezia, neve, fiordi e maglioni a treccia, cambiamo decisamente ambientazione e torniamo sulle sponde lucenti del Mediterraneo approdando in uno scenario piuttosto inconsueto per il poliziesco e il noir: la Corsica. Un’ isola, come la Sicilia di Camilleri, in cui Marie – Helene Ferrari, scrittrice corsa nata nel 1960 a Bonifacio e profondamente legata alla sua terra, ambienta le indagini del commissario Armand Pierucci della polizia giudiziaria, personaggio di culto del poliziesco francese, poliziotto della vecchia scuola che quando aveva fatto domanda di trasferimento in Corsica avrebbe fatto meglio a mettere la propria firma sotto la richiesta di ingresso in purgatorio, un Montalbano baffuto, stizzoso, che vive solo con un cane di nome Clebard,  un po’ sovrappeso anzi decisamente diabetico, amante della buona cucina, ossessionato da una madre terribile che gli telefona in ufficio, e il vendicativo ispettore Finelli immancabilmente gliela passa non ostante i suoi ordini contrari, lamentandosi di essere trascurata da un figlio snaturato, un castigo di Dio, che come massima onta ha scelto l’indecorosa professione di poliziotto e quel che peggio non vuole sistemarsi con una brava moglie come fanno tutte le persone per bene e i figli delle sue amiche. Il destino non c' entra è la prima inchiesta che lo vede protagonista, un’ inchiesta seria, dopo mille casi di nessuna importanza, che rischia di mettere a soqquadro la sua tranquilla routine, le sue abitudini, il pochissimo lavoro. Dai piani alti poi iniziano a pretendere trentacinque ore di legge e risultati, tre cadaveri in poco più di un mese iniziano a macchiare l’immagine della Corsica. Perché? Forse a Juan les Pins camminano tutti sulle strisce pedonali? E’ vero basta aprire i giornali per vedere che solo in Corsica ci si ammazza. Non farmi ridere! Ma veniamo ai fatti. Una sera Marie-Saveria, giovane moglie infelice e tradita con due figli piccoli, aspetta invano il ritorno a casa del marito Paul-François. Il marito faceva il giro delle chiese, come dicevano a Bonifacio e tornava a casa sempre più tardi e sempre più ubriaco per cui non si preoccupa più di tanto. Ma Paul-François, il briaconnu, l’ubriacone quella sera ha altri progetti, ha un appuntamento con la morte. Due killer in motocicletta incappucciati e armati, due forestieri almeno secondo quanto dicono i testimoni che affermano di averli sentiti bestemmiare in siciliano, lo uccidono a colpi di pistola lungo la Marina bassa. Una morte, assurda, del tutto insensata agli occhi della giovane vedova decisa a scoprire la verità dopo una vita di menzogne. Così dopo aver costretto l’amante del marito, Laetitia, quella lofia della maestra, a badare ai suoi bambini inizia le sue indagini e si reca a casa di Aimè Barcelli, il boss della zona. Se il marito era implicato in qualche traffico illecito, lui solo può saperlo, lui sa sempre tutto. E così scavando scopre che suo marito era negli affari, anzi era implicato nel clamoroso furto di gioielli avvenuto sul Ponte Vecchio a Firenze, in una zona protetta dalla mafia. Ora Marie-Saveria si ritrova ricca, con libretti al portatore, con terreni, un’ assicurazione da riscuotere, e pedinata dagli italiani che rivogliono la refurtiva di cui ha trovato in casa un unico anello con diamante. Combattuta e in colpa per aver lasciato uccidere il fratello del marito, anche lui implicato nella rapina, senza aver mosso un dito, si reca alla polizia e racconta tutto al commissario Pierucci, che ascolta e annuisce, ora ha un movente, ora ha dei sospetti, ora il caso non è più tanto oscuro. Grazie all’ostinazione del poliziotto e della vedova di Paul-François, che capisce che le parole del morente non sono solo una divagazione poetica, la verità, sotto gli occhi di tutti e molto più vicina di quanto si possa pensare, troverà le sue strade per manifestarsi e no Paul-François non è morto di una morte non sua, i killer non hanno sbagliato persona, il destino, per una volta, non centra. 
Bonifacio, una città in cui tutti spiano tutti,  uno squarcio pittoresco di Corsica ben lontano dalle iper tecnologiche metropoli del Continente, con ritmi antichi dove ancora la biancheria viene stesa ad asciugare in alto sui fili, le massaie vanno a spettegolare dall’ortolano, si cena in terrazza guardando il mare tra il grido dei gabbiani e il canto dei grilli e i ricchi vivono in case dalle imposte blu in lussuose tenute di famiglia circondate da vigneti e oliveti secolari, è sicuramente uno scenario inconsueto come dicevo all’inizio, che ricorda i borghi italiani antichi seppure la Corsica sia a tutti gli effetti Francia. L’autrice ce ne da un suo personale spaccato fatto di piatti tipici, come l’Agnellu corsu, l’agnello in salsa, con pomodori, cipolle, e olive servito con vino rosso, termini dialettali, rigorosamente in grassetto, di cui avrei gradito un piccolo glossario alla fine, odori, mentalità e usanze. Una società variegata e multicolore, nata da una mescolanza di culture, di tradizioni, pigra e dai ritmi sonnolenti e rilassati, una società isolana che conserva di questa peculiarità il carattere semplice e  schivo. Oltre al protagonista, forse più che Montalbano una sorta di Maigret meno sornione e più misogino, ho amato moltissimo il personaggio di Marie-Saveria, davvero ben caratterizzato e vitale, una giovane donna che pur nella sfortuna mantiene un piglio volitivo e una sua dignità e il personaggio di Nessuno, enigmatica figura un po’ sfuggente di cui nessuno mai si ricorda, che entra ed esce dalla storia in punta di piedi ed è in un certo senso il deus ex machina della narrazione. Davvero piaciuto, specie per il linguaggio creativo ed originale, la sottile ironia mai invadente e la leggerezza così morbida e garbata, un poliziesco mediterraneo in cui i personaggi scavalcano la trama e quello che conta è l’atmosfera, l’ambientazione, l’aria che si respira, e quell’impalpabile profumo casereccio e quotidiano che ti accompagna e ti fa venir voglia di ritrovarlo nella prossima indagine del commissario Pierucci. A dimenticavo Pamela ma questa è un'altra storia…

:: Intervista a Vanessa Diffenbaugh a cura di Elena Romanello

30 luglio 2011

Coeprtina_FIORI_rosa_DEFIl suo romanzo d'esordio, Il linguaggio segreto dei fiori, è diventato in breve tempo un caso letterario, ed è stato accolto con grande partecipazione. Con una storia toccante in cui si parla di sentimenti e di fiori, di famiglie insolite e di ricerca di sé, l'autrice Vanessa Diffenbaugh ha saputo parlare al cuore di molti, con il personaggio di Victoria, antieroina dolente ed estrema ma che sa affascinare.

Da dove nasce questa tua passione per il linguaggio dei fiori e il significato nascosto in essi?

È un argomento che mi ha sempre affascinato, in particolare ricordo quando a 16 anni trovai una vecchia edizione de Il linguaggio dei fiori, illustrato dall'artista vittoriana Kate Greenway. Per questo ho voluto inserire questo tema nel mio libro.

Invece come mai hai scelto una protagonista come Victoria, una ragazza difficile, con una triste situazione alle spalle?

Conosco molte persone che hanno vissuto situazioni simili a quella di Victoria, e inoltre da molto tempo con mio marito ospitiamo dei bambini in affido, è una scelta che abbiamo fatto dopo aver incontrato tre ragazzine in un posto dove andavamo a fare attività didattiche, ma era una cosa che sentivamo già da prima, mio marito è cresciuto in India dove i suoi genitori gestivano un orfanotrofio. E ognuno dei bambini che abbiamo ospitato si apre a modo suo, del resto se si è in una famiglia che lo ama prima o poi si trova la propria strada.

E quindi da questo è nato il libro…

Sì, mi è piaciuto molto scriverlo, e in certi momenti ho provato una gioia assoluta. Ho amato mettere insieme buio e luce, difficoltà e felicità. Parlo anche di asprezza e felicità, situazioni tipiche di ogni adolescenza, e di un rapporto distrutto che influenza la vita di Victoria e le sue scelte per anni, in una sorta di autodistruzione che la porta a vivere esperienze estreme.

Hai un tuo vocabolario dei fiori?

Ne ho aggiunto uno in fondo al libro, dove si trovano i significati legati ai fiori, legati anche alla vicenda. I lettori del resto sono rimasti molto incuriositi dal ruolo dei fiori nella storia.

Ti aspettavi un successo così immediato?

Onestamente no, io vivo in California con quattro bambini affidatari, la scrittura era per me un'attività creativa che mi piace ma non mi aspettavo un tale riscontro.

I tuoi figli hanno letto questo libro?

Non ancora, Victoria è un personaggio molto difficile e complesso, la sua non è una storia per ragazzi molto giovani.

Scrivendo il libro hai avuto dei pudori e delle cose che hai preferito non scrivere?

Certo, ci sono state parti difficilissime, come quando Victoria diventa madre, un'esperienza sofferta, del resto noi madri non siamo mai perfette e abbiamo paura di essere giudicate, e quel pezzo mi ha molto toccata. Penso che nella nostra società si dovrebbe stare di più vicino alle mamme, negli Stati Uniti, così come capita Victoria, le donne vengono rimandate a casa un giorno dopo aver partorito.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sto scrivendo un altro libro con protagoniste di nuovo delle bambine, ci sono tante storie che vorrei raccontare, spero di continuare a scrivere nei prossimi anni.

:: Segnalazione di Facciamo finta che non sia successo niente di Maddie Dawson

27 luglio 2011

Facciamo-finta-che-non-sia-successo-nienteMaddie Dawson

Facciamo finta che non sia successo niente

In libreria: 28 luglio 2011 

«Questo romanzo brillante e doloroso ti rapirà fin dalla prima pagina.»

People Magazine

Annabelle e Grant sono sposati da trent’anni e sembrano la coppia modello: Grant è l’uomo solido, idealista, buono e fedele che tutte le donne desidererebbero al proprio fianco. Certo, ultimamente passa tutto il tempo sul libro che sta scrivendo e dedica al sesso con sua moglie solo il mercoledì mattina, come se fosse una delle numerose incombenze della settimana. A volte sembra proprio non accorgersi di niente e Annabelle, con i figli ormai fuori casa e un lavoro poco impegnativo, si sente terribilmente sola. Così sola che una mattina, al reparto surgelati del supermercato vicino a casa, scoppia in un pianto dirotto. E da lì si dipana il racconto della sua vita, la storia con Grant e la sua maldestra proposta di matrimonio, gli anni passati nella scoppiettante New York della sua gioventù, la passione travolgente per Jeremiah e l’attrazione per un mondo fatto di artisti e ambizioni appena nate. Con un’incantevole alternanza fra passato e presente, la brillante voce di Annabelle attraversa, come in una commedia hollywoodiana, le calde istantanee di quei giorni. È impossibile non rimanere travolti da questo romanzo sentimentale, ironico, intelligente e raffinato.

Maddie Dawson è cresciuta in Florida. Prima di diventare scrittrice a tempo pieno ha svolto i lavori più disparati, tra cui la supplente d’inglese, la commessa, la domestica, la cameriera, la giornalista freelance e la dattilografa di uno psichiatra, tutti fonte di ispirazione per le sue storie future. Vive in Connecticut con il marito e i tre figli. Questo è il suo primo romanzo. Il suo sito è: http://www.maddiedawson.com/

:: Recensione di Ore contate – Un' indagine del commissario Bentch di Tito Topin

27 luglio 2011
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“Parigi in agosto” cantava anni fa Aznavour e in un certo senso sarebbe il sottofondo musicale perfetto per questa nuova indagine del commissario Bentch, personaggio decisamente surreale e bizzarro nato dalla penna di Tito Topin autore della famosissima serie televisiva noir francese Navarro, che la redazione di Liberidiscrivere non ha perso tempo ad intervistare.
La Giunti, che ha anche proposto Delitti sulla Senna, (Bentch et Cie , 2006) , romanzo che riscosse tanto successo di pubblico e di critica tanto da vincere il Prix Polar per il miglior poliziesco e che ho conosciuto grazie alla simpatica recensione degli amici del sito Corpi Freddi, pubblica nel 2009 anche Ore contate (Bentch blues, 2007) terza avventura della serie e questa volta non ho resistito  e devo dire che non sono rimasta delusa.
Bisogna anche dire che sono una fanatica delle avventure del commissario Sanantonio, di cui conservo l’intera collezione con religiosa venerazione, per cui per me è stato un po’ come tornare alle origini, vera manna per chi apprezza l’ironia, l’umorismo e una leggera vena anarchica e irriverente che diverte e nello stesso tempo fa riflettere.

Un esempio: Lo fissavano tutti con uno sguardo interrogativo. “Non è niente” disse ” Un padre di famiglia ha ammazzato la moglie e i due figli e poi si è suicidato”. “Ah , che paura”disse Dora “credevo fosse successo qualcosa di grave”.

Poi cosa affatto scontata, anzi decisamente rara, c’è trama, c’è una storia che si regge in piedi, che non annoia, che ti lascia con la sensazione di aver letto un libro di senso compiuto, e per me è un gran pregio devo ammetterlo. Infine è un romanzo breve, si legge molto velocemente, anche grazie allo stile leggero e vivace dell’autore, che tiene viva l’attenzione senza appesantire con capitoli inutili, e poi la bizzarra e invadente famiglia del commissario Bentch, una vera gabbia di matti come lui ama definirla, è davvero buffa e dà colore alla narrazione.
Parigi in agosto, dicevo.

Al telegiornale di mezzogiorno, sbracciandosi davanti ad un’immensa cartina di Francia, l’annunciatrice del meteo aveva previsto temporali. Forse per far contenti i bifolchi che da quando era iniziata la canicola, affollavano le chiese per bisbigliare preghiere ai santi policromi e sordi. Buco dell’ozono, surriscaldamento terrestre, gli iceberg sono ormai come ghiaccioli in un bicchiere di wiskey, alcune isole stanno scomparendo, il livello del mare sta salendo, Mont saint Michel rischia di essere sommerso e il ministro della Salute non interrompe nemmeno la villeggiatura. al popolino viene promessa l’apocalisse.

Un serial killer con un paio di Ray Ban Predator 2, gli stessi di Tommy Lee Jones e Will Smith in Men in Black, se ne va in giro per la città uccidendo omosessuali, impiccandoli con un cavo. Le prime pagine dei giornali non parlano d’altro e al Journal du Dimanche, grazie a qualche informatore che fa filtrare le notizie, ne sanno quanto la centrale di polizia. Il commissario capo Benchimoun, Bentch per glia mici e i nemici, indaga anche se non è l’unica catastrofe estiva che l’opprime. Il suo superiore, il commissario divisionale Francis Saintandrè ha un piccolo problema di famiglia: sua figlia Atlantide dopo aver tentato di ucciderlo con una pistola scarica in una crisi di “schizofrenia” è scomparsa dalla clinica in cui era ricoverata.
Così tocca a Bentch ritrovarla se non avesse una piccola emergenza familiare anche dal suo fronte, l’ arrivo dall’America del fratello, con una notizia bomba pronta a far saltare le coronarie al loro vecchio padre ebreo osservante: tre anni prima se ne era andato per vivere liberamente la sua condizione omosessuale ed ora è felice di comunicargli di aver iniziato a convivere con un rabbino e di essere pronto a fare coming out e a far si che la sua famiglia lo conosca per com’è veramente. Dulcis in fundo anche la sua vita sentimentale non gode proprio ottima salute, la sua amica Ines lo abbandona di punto in bianco dato che il suo ex marito è stato rilasciato dal carcere perchè in stato terminale a causa di un tumore.
Un estate impegnativa non c’è che dire e il tempo stringe, il serial killer continua a uccidere e il nostro Bentch , quando crede di aver toccato il fondo, dovrà ricredersi e mettersi a lottare con un pericolo che lo coinvolgerà molto da vicino.

Tito Topin è nato a Casablanca nel 1932. Oltre a pubblicare romanzi che riscuotono grande successo di pubblico et di critica in Francia, nel 1989 crea la famosissima serie televisiva noir del commissario Navarro. Con questo titolo ha vinto il prestigioso Prix Polar per il miglior poliziesco. Dello stesso autore Ore contate, Giunti Editore.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandra dell’Ufficio Stampa Giunti.

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