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:: Intervista a Silvia Iannello

22 aprile 2008

Silvia Iannello è nata a Catania nel 1948. Ha fatto studi classici, è specializzata in Ematologia e in Diabetologia, ed è ricercatrice universitaria, ora in pensione, di Medicina Interna presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Catania. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici ed è coautrice di libri di argomento diabetologico. Nel 2004 ha scritto un’ampia monografia in lingua inglese sulla rara sindrome di Guillain-Barre per la casa editrice americana NOVA Publishers di New York, che è stato un “bestseller”. Per i suoi meriti scientifici la sua biografia è stata inclusa nel “Who’s Who in the World” (USA) e nell’“Outstanding People of the 20th Century” (Cambridge, England). Ha ricevuto, inoltre, diversi riconoscimenti internazionali. Negli ultimi anni, si è dedicata a lavori di carattere letterario, scrivendo articoli di critica per la pagina culturale del quotidiano catanese “La Sicilia” e per il portale di letteratura “www.zam.it”. Nel 2007 ha pubblicato con la casa editrice Mursia (Milano) “Cani scritti”, che raccoglie i brani letterari più significativi dedicati al cane nella letteratura antica e moderna e che include anche dei commenti lievi e scherzosi. Il sito dell’autrice: qui

Silvia, lei è siciliana, quanto la terra di Sicilia si riflette nei suoi scritti? 

Sono siciliana e amo moltissimo la Sicilia. Al momento, ho sottoposto a un editore il mio secondo libro, una selezione antologica illustrata, che si avvale delle straordinarie parole del romanzo “I Malavoglia” di Giovanni Verga e delle fotografie dell’ambiente nel quale lo scrittore ha fatto vivere il suo sconsolato mondo immaginario e le sue umili creature; il tutto corredato da commenti e notizie di folclore e storia siciliana, più tanto altro ancora. Poiché ho una figlia che insegna in Inghilterra a Coventry e che ha sposato un ragazzo che insegna Statistica a Oxford, da qualche anno passo molto tempo in Inghilterra e ho iniziato a conoscerla e amarla, oltre che ad apprezzarne la grande letteratura.

Come è nato in lei l’amore per la letteratura, leggeva già negli anni giovanili o è stata una scoperta recente?

Ho sempre letto tantissimo, sin dall’età infantile. La mia cara mamma aveva una ricca biblioteca e ho letto veramente di tutto: dalle storie di Delly, ai libri di Salgari, ai gialli di Agata Christie e di Simenon, e ai romanzi dei maestri del passato che ho adorato. Mi rattrista che questi grandi della letteratura siano oggi così trascurati, perché ritengo che la lettura dei loro romanzi eterni abbia un potere enorme nella formazione degli uomini e nella protezione delle loro eredità culturali. Virginia Woolf (grande critica e scrittrice inglese, i cui saggi sono appassionanti alla stregua di romanzi) ha osservato giustamente: «…un libro dobbiamo leggerlo come se fosse l’ultimo volume di una serie molto lunga… Perché i libri sono la continuazione l’uno dell’altro, nonostante la nostra abitudine a giudicarli separatamente». Ciò significa che chi non conosce i classici ha inevitabilmente una cultura monca. Proprio per questo, con i miei articoli – nell’ambito di un intento anche didattico, divenuto oramai una mia forma mentis – ho sempre tentato di risvegliare l’interesse del pubblico giovanile per i grandi autori caduti nel dimenticatoio.

copt13Lei essenzialmente è una scienziata, utilizza il metodo scientifico anche per la critica di testi letterari?

Nella mia antologia commentata “Cani scritti”, ho tentato di affrontare in maniera lieve degli argomenti difficili, usando anche quello sguardo scientifico di medico e ricercatore universitario al quale sono abituata. D’altra parte, tra la ricerca scientifica e la critica letteraria esistono molti punti in comune: entrambe cercano di riportare alla superficie delle verità nascoste. Jean Starobinski, filosofo e grande critico letterario ginevrino, uno degli ultimi umanisti e il padre della “nouvelle critique”, – guarda caso – ha sia una laurea in lettere che una in medicina, e nel metodo critico mescola gli strumenti dell’arte, della musica e della linguistica con quelli della scienza (compresa la medicina). Tra l’altro, la mia posizione nella critica letteraria è umile e modesta, consistendo nel condividere le impressioni comuni, da lettrice entusiasta che parla ad altri lettori, al di fuori dei paludamenti eruditi dell’accademia. La mancanza di una sovrastruttura culturale non è poi un male, perché impedisce gli eccessi del critico di professione (che spesso liquida impietosamente tutto ciò che non ama o non gli piace) e perché consente forse un giudizio individuale più indipendente.

C’è creatività nella stesura di testi scientifici o più che altro domina il rigore scientifico e la meticolosità?

C’è grande creatività sia nella ricerca scientifica che nella stesura degli articoli scientifici, come c’è meticolosità e rigore scientifico nella scrittura letteraria. Senza il mio ricco background di articoli e libri scientifici, non avrei sviluppato certamente una certa abilità critico-letteraria che consiste anche, tra l’altro, nel dominare una grande quantità di fonti e documenti. Fermata da un grave problema di salute, ho ritrovato una sorta di rinascita nella letteratura e nella scrittura; viceversa, ho sviluppato una sorta di ripulsa totale per tutto ciò che riguarda la Medicina, l’Ospedale e l’Università.

Trova difficoltà a scrivere in inglese?

Per la scrittura dei miei articoli scientifici in inglese, ho avuto poche difficoltà perché ho sempre scritto per riviste straniere (le sole considerate degne di attenzione in ambito scientifico) e perché ho usato un linguaggio elementare ricco di termini medici familiari. Avrei, invece, delle serie difficoltà nella stesura inglese di un testo letterario!

Coca cola no, me ne parli.

Sono contenta di questa domanda perché mi consente di chiarire un importante equivoco. Non è mio, purtroppo, il fortunato libro “Coca Cola no”, che è invece il frutto di un’esperta d’Economia, mia omonima. Purtroppo BOL e IBS attribuiscono i due libri “Cani scritti” e “Coca Cola no” a un’unica persona. E il danno credo sia tutto per la ben più nota economista Silvia Iannello!

Quali libri preferisce di Thomas Hardy, in che modo il suo stile o le sue tematiche l’hanno influenzata? copj13

Di Hardy ho letto “Via dalla pazza folla”, ispirato alla durezza del lavoro agricolo e al mito ideale della vita agreste che accompagnò lo scrittore durante tutta la vita. Ho letto anche “Tess dei d’Ubervilles” e “Giuda l’oscuro”, testi tremendi perché nutriti di un senso sconfortato della vita e segnati drammaticamente dalla fatalità del Destino e dalla furia cieca delle passioni. Trovo, però, molto attuale l’eterna aspirazione dei suoi umili protagonisti a una impossibile elevazione sociale, in balia del contrasto tra Bene e Male e del conflitto tra la vita desiderata (alta e spirituale) e quella reale (squallida e orrenda) a cui li costringe il fato. L’opera di Thomas Hardy rivela i sentimenti di un uomo deluso e scoraggiato, che visse sulla sua pelle la crisi di vivere e scrivere a cavallo tra il tramonto del mondo vittoriano e l’alba del Modernismo del Novecento. Anche noi stiamo vivendo una forte crisi di fine e inizio secolo!

Camilleri GMi parli di Camilleri e del suo mondo, la realtà siciliana è davvero come lui la descrive?

Camilleri mi piace tanto per il suo strano dialetto siciliano, italianizzato e personalizzato, che rappresenta nello stanco panorama italiano un’originale innovazione linguistica. Debbo, però, ricordare che qualcosa di simile esisteva già in Verga, che a un certo punto della sua carriera letteraria rimise indietro l’orologio e si riaffacciò al primitivo mondo isolano dell’infanzia, divenendo – come scrisse egli stesso – «un narratore popolare… camaleontico… che assume di volta in volta la maschera di tutti coloro che entrano in scena… e si identifica coi loro pregiudizi e le loro credenze». Egli riuscì a ricreare con successo il primitivo linguaggio degli umili. In un’intervista, Andrea Camilleri ha detto che per lui l’italiano è la lingua della ragione mentre il dialetto è la lingua del cuore; credo che sia così anche per me. La sua realtà siciliana consiste soprattutto nei suoni dialettali straordinari che riempiono i suoi racconti e che stranamente piacciono tanto anche Nord dell’Italia e all’estero! Mi chiedo, con stupita curiosità, in che modo i diversi traduttori riescano a rendere il tipico dialetto siciliano in una lingua straniera. Credo che, purtroppo, a Camilleri abbia nociuto il grande successo editoriale che ne ha fatto un autore di consumo e che ha spinto i critici a considerarlo poco: da sempre, essi credono che il successo di massa non possa coniugarsi con la qualità letteraria.

Il ruolo della letteratura femminile dell’Ottocento, pensa che autrici come Grazia Deledda abbiano fatto molto per l’emancipazione femminile in Italia?deledda

Grazia Deledda è il simbolo della condizione della donna italiana (o meglio isolana) di fine Ottocento. Era nata, infatti, in una Sardegna arretrata ma da un padre commerciante e piccolo proprietario terriero, colto e interessato alla cultura; nonostante tutto ciò, Grazia visse un grande isolamento culturale, riuscendo a completare soltanto gli studi elementari, in obbedienza alle regole del tempo in base alle quali i figli maschi studiavano mentre le figlie femmine si preparavano per un buon matrimonio. Grazia contrastò questi pregiudizi maschilisti con forza di volontà, coraggio e perseveranza, combattendo la sua estrema timidezza e coltivando il suo italiano letterario per quello che avvertiva come un destino ineluttabile: la scrittura. In famiglia fu malvista a causa della sua attività letteraria che aveva suscitato lo scandalo nel chiuso mondo provinciale sardo. Da autodidatta lesse di tutto con voracità, sviluppando una lenta e goffa maturazione intellettuale e costruendo la propria carriera culturale su basi inesistenti. Per sua fortuna, nel 1900, mentre si trovava a Cagliari, non più giovanissima, Grazia conobbe e sposò l’impiegato statale Palmiro Madesani (che fu un marito moderno e illuminato), trasferendosi a Roma dove risiederà per il resto della vita. Questo matrimonio le consentì di uscire finalmente dal culturalismo regionale sardo – da quella romantica sardità che era sì una ricchezza ma anche un limite – e di aprirsi a una letteratura più ricca e più colta. Conquistando fama mondiale e il Nobel per la letteratura nel 1926, la Deledda ci ha dato la dimostrazione di come (nonostante una certa incultura di base) il talento, la tenacia e il carattere – e che carattere! – possono essere in grado di superare tutti i più arcaici pregiudizi e le più bieche convenzioni di provincia.

Il romanzo poliziesco nasce come una costola del romanzo d’appendice dell’ottocento; in un suo articolo lo fa risalire allo scrittore statunitense Edgar Allan Poe che scrisse il primo racconto giallo della letteratura “Il manoscritto in una bottiglia”. Pensa che Poe fosse più dotato come poeta o come narratore?

Trovo che Edgar Allan Poe sia uno scrittore grandissimo sia per la “Storia di Arthur Gordon Pym” che si riallaccia alla tradizione anglosassone del viaggio, sia per i suoi racconti (la storia breve era quella che più amava per la concisa brevità), tutti ispirati alla tradizione popolare del romanzo “Gotico”, che seppe riempire di temi fantastici e bizzarri, di terrore e tormento, di orrore e soprannaturale. Del Poe poeta, conosco poco ma ricordo la bellissima popolare poesia “Annabel Lee”, che rappresenta in modo autobiografico il dramma personale dell’autore (quello della giovane moglie morta di tisi prematuramente). In questa poesia, scritta nel 1849 e pubblicata proprio due giorni dopo il tragico decesso del suo autore, nella forma narrativa di una filastrocca infantile, il poeta pieno di rabbia piange la morte dell’amatissima sposa e canta il ricordo imperituro di questo amore immortale, e senza riuscire ad accettare la separazione, al di là della morte (contro gli angeli e contro i démoni), trasforma la tomba in letto nuziale cercando di raggiungere nella morte l’“amante perduta”.

jane_austen_1Jane Austen una delle più grandi scrittrici europee di tutti i tempi, piena di buon senso, humour inglese e amore per l’indipendenza, “Orgoglio e pregiudizio” che emozioni le ha dato? La sua Elizabeth Bennet in un certo senso è un antesignana di tutte le eroine della narrativa moderna?

Da adolescente mi dilettavo nella lettura di Jane Austen, l’antesignana meno romantica e più nobile della letteratura rosa, e trovavo deliziosi i suoi testi (ho tentato anche di leggere qualche suo romanzo in lingua originale, perché ha una prosa piuttosto semplice ed elementare). In un suo piccolo saggio su Jane Austen, Virginia Woolf riporta su Jane il giudizio di una contemporanea della scrittrice: «la più carina, la più sciocca  e più affettata farfalla in cerca di marito ch’io abbia mai conosciuta»; un’altra amica del suo tempo aveva scritto invece: «Un bello spirito, una disegnatrice di caratteri, che però non parla, è veramente qualcosa che fa paura!». Ci dice ancora la Woolf: «Incantevole ma perpendicolare, amata in casa sua ma temuta dagli estranei, viperina di lingua ma tenera di cuore… questa ragazza di quindici anni, seduta nel suo angoletto privato del salotto comune, non scriveva per far ridere il fratello e le sorelle, cioè per il consumo domestico. Scriveva per tutti, per nessuno, per la nostra epoca, per la sua… La ragazza di quindici anni ride, nel suo angoletto, di tutto il mondo… a quindici anni non si faceva molte illusioni sugli altri, e nessuna su se stessa.». Non si possono esprimere con parole più indovinate la personalità, la vita e l’infelicità di fondo di Jane Austen, e tutto ciò che ha scritto, compreso “Orgoglio e Pregiudizio”, privo di dramma ma avvincente e pieno di acre satira. Le eroine di Jane Austen, compresa Elizabeth Bennet, erano intelligenti, autoironiche e piuttosto indipendenti nel giudizio ma non erano molto moderne, perché erano ancora calate perfettamente nell’ambiente di fine Settecento, ricco di convenzioni che la Austen accettava (e in cui credeva), di pranzi, frivoli balli, e gite in campagna. Bisogna arrivare alla francese Emma Bovary e alla russa Anna Karenina per sentire il soffio della modernità, la crisi e il tormento della donna dell’Ottocento. E bisogna giungere, poi, sino all’americana Jo March, piena di fantasioso talento e di umoristico anticonformismo, in “Piccole donne”, per trovare – dietro l’apparenza di una sdolcinata saga familiare, grondante sentimenti piccolo-borghesi e intenti educativi – nuovi e più moderni comportamenti femminili.

Ritiene la letteratura rosa un genere minore? Perché secondo lei molte donne si vergognano di leggere libri rosa, pensano che sia un segno di debolezza mostrare i sentimenti, che ciò pregiudichi il loro ruolo di donne forti ed emancipate?

Ritengo che il romanzo rosa sia l’umile erede del “romanzo sentimentale”, relegato come genere in un ambito di sottocultura nonostante le vendite altissime in tutto il mondo (di ieri e di oggi). Le giovani donne si sono passati questi libri di generazione in generazione, spesso leggendoli di nascosto e vergognandosene nella consapevolezza di subire una nascosta manipolazione. E’ letteratura di donne per le donne, che si nutre di sogni e che sogni impossibili alimenta, riconoscendo nell’amore il problema femminile prevalente. Nessuna legittimazione è riconosciuta a questa letteratura considerata di serie B dalla critica letteraria; eppure, anche soltanto come fatto sociologico di costume e di consumo questa letteratura alternativa andrebbe valutata. I romanzi rosa, consolatori di una rassegnata situazione femminile, sono forieri di devastanti disillusioni col loro conformismo e le loro trame rigide e ripetitive. I personaggi sono creati su archetipi ormai superati: la protagonista, bella e pura (non sempre intelligente), che si realizza in un virtuoso e conveniente matrimonio; l’antagonista, bella e moderna ma considerata cattiva, che frappone mille ostacoli; l’eroe, prestante e altezzoso (lui sì, intelligente e realizzato) che è un uomo plasmato sul polveroso mito del superuomo dannunziano. Sono appena più moderne le storie di Maria Venturi e Sveva Casati Modignani, che hanno raccolto il testimone da Delly e Liala. Nonostante tutto, ritengo la letteratura rosa un genere degno di attenzione e utile, avendo il merito di avvicinare alla lettura anche un pubblico semplice (leggere è pur sempre un bene per lo sviluppo dei sentimenti umani). Nell’odierna cultura di massa, purtroppo, anche questa lettura è venuta meno, sostituita dalla visione dei “reality show” ove il modello proposto è altrettanto diseducativo: quello di una protagonista sempre molto bella ma non virtuosa né tanto meno intelligente o emancipata.

In suo articolo cita una poesia di Auden “Funeral blues”, citata nel film inglese “Quattro matrimoni e un funerale” del 1994 durante un’elegia funebre, cosa in questa poesia l’ ha più colpita? k8491

Omosessuale dichiarato, Auden – che sognava una stabilità amorosa impossibile e che ebbe due lunghe relazioni, che furono anche un «gioioso» sodalizio letterario – ha scritto una delle più belle e note poesie sulla fragilità della vita e dell’amore, “Funeral blues”, recitata appunto nel film inglese di Mike Newell durante l’elegia funebre di Charles per la morte dell’eccentrico compagno Gareth: «Fermate tutti gli orologi/isolate il telefono…/portate fuori il feretro…/Lui è morto…/Lui era il mio nord, il mio sud,/il mio est e ovest,/la mia settimana di lavoro/il mio riposo la domenica,/ il mio mezzodì, la mezzanotte,/la mia lingua, il mio canto./Pensavo che l’amore fosse eterno/e avevo torto./Non servono più le stelle,/spegnetele anche tutte, /imballate la luna,/smontate pure il sole…/perché ormai nulla può giovare». La trovo potente e tristissima!

Del gruppo Bloomsbury faceva anche parte lo scrittore Edward Morgan Forster, conosciuto per Casa Howard e Camera con vista, pensa che quella generazione di scrittori inglesi che risiedeva in Toscana e venerava l’arte abbia avuto una giusta visione dell’Italia?

Nella metà dell’Ottocento, Firenze ospitava una vivace e colta comunità anglo-americana, costituita da artisti e letterati che preferivano Firenze a Roma, al tempo infestata dalla malaria e quindi malsana. Molti furono, per esempio, gli intellettuali che gravitarono nella cerchia formatasi attorno ai due poeti vittoriani di successo Robert Browning ed Elizabeth Barrett, tra i quali ricordiamo William Thackeray, Nathaniel Hawthorne, Henry James, e più tardi Edward Forster, i quali tutti s’ispirarono agli stupendi panorami di Firenze. Colpiti dal “virus toscano”, vivevano l’Italia con una consapevolezza particolare e con un punto di vista liberale. A tutti loro dobbiamo il mito imperituro della Toscana, che ancora esiste forte e vivo nel cuore degli anglosassoni.

4560Nabokov autore di Lolita libro da cui fu tratto il film omonimo di Stanley Kubrick sceneggiato dallo stesso Nabokov con James Mason e Sue Lyon pensa sia uno scrittore onesto con i suoi lettori?

In “Lolita” (pubblicato nel 1955 a Parigi per motivi di censura), Nabokov in modo disincantato demoliva miti e tabù sessuali americani con una storia di passione trasgressiva e quasi incestuosa, nella quale forse c’era qualcosa di autobiografico, perché anche lo scrittore (come il protagonista, il professore inglese Humbert Humbert in odore di pedofilia) fu sempre attratto dal «fascino elusivo… dalla grazia torbida» delle giovanissime. Nell’infelice Humbert, si nascondeva ovviamente il lato oscuro di Nabokov! Non so se egli sia stato uno scrittore onesto con i suoi lettori; certamente, era un individuo strambo, un nomade senza casa (visse per anni in albergo) e uno snob bizzarro, affetto da insonnia cronica, che si curava così poco del suo pubblico da dire: «Scrivo per piacere a un solo lettore: me stesso».

Edith Wharton autrice di romanzi come l’età dell’innocenza, i ragazzi, ha lasciato l’America e il suo perbenismo per trasferirsi in Francia. Il tema dell’esule è comune nella storia della letteratura, lo prenderebbe come spunto per la stesura di un suo romanzo?

Edith Warton fu un’altra americana affascinata dal vecchio mondo, e dal 1906 si trasferì a Parigi ove visse a lungo, ritornando in America soltanto eccezionalmente. Prima donna nella storia a vincere il Pulitzer, diede inizio alla denuncia dei ceti privilegiati americani di fine secolo e dei loro manierismi rituali, in quella New York che si avviava a divenire una grande e caotica metropoli e che vedeva nascere una nuova e spregiudicata élite economica, insopportabile e deprecabile come la precedente. Anche due grandi italiani hanno affrontato il tema dell’esilio: Verga e Pavese.0451527569.01 Alla fine de “I Malavoglia”, Aci Trezza assiste indifferente e impassibile alla  dolorosa partenza di ‘Ntoni che si allontana, sentendosi esiliato per sempre da quel porto di pace costituito dalla casa, dalla famiglia e dal paese. A proposito del concetto di “paese”, all’inizio del romanzo “La luna e i falò”, Pavese ha scritto: «Questo paese… ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo… Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli…». E l’emigrato, andando via, spera di andare verso «un paese più bello e più ricco» e di placare «la rabbia di non essere nessuno» ma, quando finalmente ritorna, comprende che non appartiene più alla casa che ha lasciato perché l’altro mondo lo ha cambiato profondamente. Il tema dell’esule sarebbe certamente di grande interesse per la scrittura di un romanzo; purtroppo, io non ho sufficiente fantasia per scrivere un romanzo! Mi accontento quindi di analizzare e portare alla luce i segreti dei romanzi degli altri.

Nazim Hikmet  uno dei più amati poeti turchi maestro di una poesia lirica e struggente in cui l’amore per libertà e la lotta all’oppressione si traducono in termini semplici e di uso quotidiano. Pensa che la semplicità sia la dote più difficile da possedere per uno scrittore?

Hikmet ha scritto sempre e solo in turco perché voleva essere compreso dai suoi compatrioti; e la sua poesia è un elegiaco canto d’amore che racconta i suoi ideali, la terra natia, la patria adottiva, l’amore e il forte presentimento di morte. Per il poeta in carcere, l’amore è schiavitù e libertà, patria e nostalgia; e l’amore per l’amata è anche amore per il suo popolo («I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi…/verrà un giorno, mia rosa, verrà un giorno/che gli uomini si guarderanno l’un l’altro/fraternamente/con i tuoi occhi, amor mio…». Ignorato dalla critica che egli stesso rifiutava, fu amato dai lettori ai quali gettò un ponte d’amicizia, usando i suoi versi semplici come un mezzo per ridare dignità al suo popolo oppresso. Poesie dLa sua semplicità è piena di fascino e lo scrivere semplicemente è una dote da coltivare, perché è la sola che consente di giungere al cuore dei lettori.

Ha un agente letterario? Per lei è un amico, solo una relazione professionale, o vi lega un rapporto amore-odio?

Non ho un agente letterario, perché penso di poter riuscire a gestire tutto da sola (ho un’esperienza più che trentennale di rapporti difficili con revisori implacabili ed editori di tutto il mondo).

Le piace la letteratura russa?

La adoro! Nutro un vero culto per Fiodor Dostoevskij, di cui ho amato “Umiliati e offesi” e “L’idiota”. I suoi grandi temi di pietà sociale, di forza e nobiltà d’animo, di grandezza del sacrificio, e di possibilità di redenzione hanno influenzato il mio sentire e il mio modo di vivere.

Cosa sta leggendo al momento?

Ho al momento nelle mani un ponderoso volume di quasi 700 pagine: “La saga dei Forsyte”, che include i tre romanzi in versione integrale di John Galsworthy, premio Nobel nel 1932, dedicati alla storia di tre generazioni di una rispettabile famiglia di stampo vittoriano che – raggiunta la ricchezza con gli affari – protegge la proprietà, il benessere e i privilegi con tenace senso di clan e con gelosa precauzione. La serie ha costituito l’alternativa inglese ai “Buddenbrooks” di Thomas Mann. Potrebbe sembrare un mattone, è invece una lettura di grande fascino e soddisfazione!

Legge i quotidiani ogni mattina, le piace il giornalismo?

Sono abbonata al mio quotidiano cittadino “La Sicilia”, e saltuariamente leggo “La Repubblica” e “L’Espresso”. Amo il giornalismo che mi ha permesso di dare una svolta alla mia vita, rendendola molto diversa ma intellettualmente più ricca e piena di soddisfazioni.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Credo che sia una domanda difficilissima a cui sia impossibile rispondere, perché si tratta di un’alchimia complessa e imponderabile, che spesso sfugge al controllo dello stesso scrittore. Il buon scrittore dovrebbe avere un progetto narrativo interessante e saper mettere a contatto il lettore col mondo degli altri: raccontando la vita e le passioni, egli dovrebbe raccontare la nostra vita e le nostre passioni, abbracciando una moltitudine di sentimenti e rappresentandoli con sensibilità. Egli deve saper adoperare parole dense di significato e valenza universale e deve fare un uso esperto e sapiente di tutti gli strumenti letterari.

Ha relazioni d’amicizia con altri scrittori?

No, se si prescinde dai colleghi accademici, autori di libri scientifici. Ho conosciuto bene, però, un grande uomo, poeta-scrittore di altissimo livello, Antonio Corsaro: era un sacerdote ed è stato il mio professore di lettere al liceo (un liceo religioso femminile). Egli ha guidato noi allieve nel conoscere la letteratura moderna; ci ha portato alle mostre di pittura; ci ha condotto per mano al “Piccolo Teatro” di Catania (nella cui produzione era coinvolto), facendoci conoscere e capire, nei lontani anni ‘60, il quasi sconosciuto teatro d’avanguardia di Ionesco, Brecht, Beckett, Pinter, etc. Tra l’altro, egli ha anche celebrato il mio fortunatissimo matrimonio!

Quali sono i suoi scrittori preferiti?

Mi piacciono tutti i grandi classici, indistintamente; tra i più moderni, prediligo Virginia Woolf, Thornton Wilder, Thomas Mann, Hermann Hesse, Isabel Allende, Arundathi Roy, José Saramago, Gabriel Garcia Màrquez, e molti altri ancora.

Quale opera teatrale di Shakespeare preferisce?

Mi piace “Romeo e Giulietta”, così piena di quella passione che supera qualsiasi riserbo e ostacolo, che non consente a nulla e a nessuno di interferire, e che non teme neanche la morte. Mi piacciono però anche i suoi sonetti (li ho anche tradotti per una raccolta antologica in preparazione), che costituiscono senz’altro il più importante Canzoniere inglese vicino ai nostri gusti e alla nostra sensibilità; essi furono dedicati in parte a un “biondo amico (fair friend)” giovane e bello (probabilmente l’amico e mecenate conte di Southampton, e questo ha fatto nascere le voci di una presunta omosessualità di Shakespeare), e in parte a un’amica misteriosa e volubile, la “dama bruna (dark lady)”.

Quali consigli darebbe ad un giovane scrittore all’inizio della sua carriera?

Sono ancora troppo inesperta per dare consigli. Una cosa mi sembra però importante: l’autenticità, che è il solo ingrediente capace di conferire al testo il tono della verità. Molta letteratura italiana moderna ha una falsità di toni e un’artificiosità di costruzione che mi dà fastidio.

E’ stato difficile pubblicare il tuo primo libro di narrativa? Che differenza c’è tra l’editoria scientifica e l’editoria divulgativa?

Non è stato molto difficile, perché ho avuto la fortuna di intercettare una casa editrice seria e autorevole (la Mursia), che da anni è interessata al mondo canino con la serie di libri dedicata al cane “ArCANI”. Esistono comunque profonde differenze tra l’editoria scientifica e quella divulgativa. Nella prima, ci sono rispetto e considerazione per l’autore, che viene informato con sollecitudine quando la casa editrice ha ricevuto il manoscritto e quando è stata effettuata la valutazione; inoltre, l’intrusione nel testo è minima (si fidano dell’autore e a lui si affidano!) e i tempi di pubblicazione abbastanza brevi. Nell’editoria divulgativa, invece, l’autore è allo sbando e riceve qualche informazione soltanto in caso positivo, mentre un piccolo riscontro via e-mail con un piccolo formale testo precostituito non sarebbe poi tutta questa grande fatica e toglierebbe dall’ansia l’autore. Anche il rispetto per il testo è inferiore, per non parlare dei tempi di pubblicazione che sono molto più lunghi.

I suoi libri sono tradotti anche in altre lingue? Lo fa personalmente o si affianca a traduttori professionisti?

Ho pubblicato in lingua inglese soltanto i libri scientifici, che vengono scritti da me direttamente in inglese.

Cosa pensa del fenomeno dei ghost writers? Le è mai successo di sentirsi proporre di scrivere per conto d’altri?

Non ho nessuna esperienza in proposito ma in ambito universitario esiste l’abitudine inveterata di inserire il nome del figlio del barone universitario nei lavori degli altri: ci sono neolaureati figli di papà, che hanno centinaia di lavori scientifici di cui non sanno nulla. Mi sono sempre opposta a questa pratica indegna e immorale, pagandone lo scotto: sono stata nota e premiata all’estero, oscurata in Italia.

“Cani scritti”,  il migliore amico dell’uomo nelle più belle pagine della letteratura mondiale. La pet therapy trova impieghi mirati nella cura di diverse malattie, lei pensa che le malattie nascano prima nell’anima che nel corpo?

Le malattie psicosomatiche certamente nascono prima nell’anima che nel corpo. Le malattie organiche evolvono invece a prescindere dell’aspetto psicologico; le reazioni psichiche individuali possono però interferire sull’andamento dello stato patologico, attraverso un impegno più attivo nella lotta contro la malattia e attraverso un aumento dei poteri di difesa indotto da un atteggiamento di positività. La pet therapy oggi è considerata un buon ausilio nella cura di molte malattie dell’anziano, quali la depressione nervosa e l’ipertensione arteriosa (è stato dimostrato che carezzare un animale riduce i valori della pressione arteriosa).

:: Intervista a Manuela Mazzi

18 aprile 2008

Giornalista professionista e appassionata fotografa, ha scritto per più testate della stampa ticinese e ha collaborato con “Il Giornale” di Milano, come corrispondente dalla Svizzera di lingua italiana. Attualmente lavora nella redazione del settimanale d’approfondimento “Azione” e produce servizi fotografici e giornalistici anche come free lance. Il suo libro d’esordio è stato “L’angelo apprendista” (2005), quindi ha pubblicato “Un caffè a Kathmandu” (2006), mentre il suo ultimo prodotto editoriale è “Un gigolo in doppiopetto” (2007).

Com’è nato in te l’amore per la scrittura?

Non è l’amore per la scrittura ad essere nato in me, sono io ad essere nata con l’amore per la scrittura: fra diari, pensieri lasciati a mozzichi su foglietti, paginate di romanzi appena iniziati già da ragazzina, tanto per far ordine in storie quotidiane, fogli su fogli scribacchiati con appunti di riflessioni, che mi divertivo a trascrivere per organizzarle e trovare così una risposta a tante domande che mi ponevo da sola, ho decine di centimetri di carta scritta solo per l’amore che ho per la scrittura.

Giornalista professionista, viaggiatrice, fotografa, scrittrice come concili i tuoi molteplici interessi?

A dire il vero queste quattro attività sono molto legate l’una all’altra e quindi è molto facile conciliarle, anzi, sono convinta che l’una sia una condizione per far sopravvivere l’altra e viceversa. Il problema in questo caso, quindi, non sussiste, mentre è altrettanto vero che più aumenta la passione per il mio lavoro e più è difficile conciliare gli impegni con altri interessi. E in particolare mi riferisco a una passione sportiva che fino a una decina di anni fa si trovava al primo posto nella mia vita.

Raccontami dei tuoi studi di giornalismo, come hai iniziato, quali sono stati i tuoi maestri?

L’elenco di “studi e maestri” a un giornalista servono per fornire delle credenziali, giusto? Ebbene io non ho credenziali da vantare; sono una giornalista atipica, perché a differenza della maggior parte dei miei colleghi, e di certo a differenza di tutti i colleghi che conosco della mia generazione, sono riuscita – seppure attraverso una gavetta degna di questo nome – a guadagnarmi l’iscrizione nel registro professionale senza avere titoli di studio superiori, ma solo per determinate doti che i miei “maestri” mi hanno riconosciuto. Oggi ci sono molti laureati che finiscono a fare i giornalisti come attività di ripiego, spesso per il fatto che non riescono a trovare un’occupazione come professori; io invece ho lottato proprio per riuscire a ritagliarmi uno spazio in questo mondo che corrispondeva ai miei sogni.

Cosa ne pensi del giornalismo spettacolo che fa dei giornalisti delle star sul modello americano di intrattenimento?

Associo il giornalismo spettacolo da intrattenimento solo al gossip, quindi dovrei esprimere un giudizio su questa espressione giornalistica più che sulla tendenza televisiva. E a tal proposito mi sento di dire solo che non rientra nel mio genere preferito.

Hai fatto la gavetta per diventare giornalista: ricordi un episodio bizzarro?

Più che bizzarro ricordo un paio di episodi che da subito mi fecero capire che avevo scelto la mia strada. La prima riguarda il fatto che sin dall’inizio mi è capitato di trovarmi spesso nel posto giusto al momento giusto. Ad esempio la prima volta che misi piede in una redazione con un contratto (temporaneo ovviamente) mi sono ritrovata in mezzo a una bella emergenza: un’esondazione storica che ci costrinse per un paio di settimane a recarci in redazione con le barche, per riuscire a documentare quell’immensa ondata di notizie. Un’altra volta invece mi ritrovai, non ancora praticante, con un collega che invece praticante almeno lo era, di domenica, da soli a dover scrivere una pagina di cronaca locale e due pagine speciali per un omicidio avvenuto proprio nella nostra città. Finimmo di scrivere a mezzanotte e per la grande soddisfazione dalla nostra redazione ci recammo direttamente nella città in cui veniva stampato il giornale per poter assaporare il piacere di vedere il risultato del nostro faticoso lavoro direttamente dalle prime copie del quotidiano ancora fresco d’inchiostro. E il direttore che ci incontrò per i corridoi vedendo i “due di Locarno” prima di complimentarsi con noi ci disse: “A eccoli i due rintronati di Locarno. Guardate qui: avete scritto in un titolino Preventino invece di Preventivo…”. Ci rimanemmo malissimo, se non fosse che subito dopo stappò una bottiglia di spumante per festeggiare il bel servizio.

Consiglieresti a giovani italiani di trasferirsi nel Ticino?

Per farci un giretto turistico, certamente. Per cercare lavoro, oggi, no. Purtroppo dal 1995 ha preso il via un processo (legato anche alle questioni relative all’Europa Unita e quindi agli accordi bilaterali) che ha messo in ginocchio l’economia locale, in Ticino ancor di più che nel resto della Svizzera. Purtroppo molti non riescono a trovare lavoro. Tant’è che è aumentata la disoccupazione, e ancor di più sono cresciuti i casi sociali, ma soprattutto sono aumentati i disabili per problemi psichici intesi come depressioni per perdita di lavoro, fallimenti e situazioni economiche sempre più precarie. In altre parole presto, almeno nel nord d’Italia, si potrebbe assistere più probabilmente a un’inversione di tendenza: saremo noi, svizzeri, a diventare transfrontalieri e pendolari. D’altronde l’euro si è rafforzato molto e potrebbe diventare quindi interessante anche da un punto di vista salariale.

Sarai presente alla Fiera del Libro di Torino dal 8 al 12 maggio?

Mi piacerebbe farci un giro, quindi molto probabilmente sì. Mi sto organizzando per ritagliarmi una giornata intera per la trasferta.

Che libro stai leggendo al momento?

Libro? Ops, direi libri. Ecco l’elenco: “Elogio della disciplina” di Bernhard Bueb; “Lo hobbit” di John Tolkien; “Tutto Sherlock Holmes” di Arthur Conan Doyle; “Intelligenza sociale” di Daniel Goleman; “Don Chisciotte della Mancha” di Miguel de Cervantes; “La danza della realtà” di Alejandro Jodorowsky; un vecchio libretto di racconti di Luigi Pirandello, di cui in questo momento non ricordo il titolo, “El principe de la niebla” di Carlos Ruiz Zafon in spagnolo e… mi sembrano tutti, forse.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Non ho uno scrittore preferito. Mi piace variare, anche se delle predilezioni le ho: mi piacciono i classici, ma anche le storielle happy-end, amo i gialli, ma non sopporto quelli ad alta tensione (troppo sensibile, ahimé), non amo molto le biografie, mentre adoro i saggi a sfondo psicologico o filosofico. Non ho mai letto un vero fantasy (Lo Hobbit è il primo), ma adoro i libri d’avventura.

Cosa pensi del filone New Age?

In realtà non lo amo molto (anche se mi sono piaciuti ad esempio libri come “La profezia di Celestino” & Co). Ed è un fatto strano se si pensa che il mio primo libro (L’angelo apprendista) è stato etichettato proprio come “spirituale” e “new age”. Detto tra noi forse non è stato capito interamente. Ma non importa: una volta scritto e pubblicato, un libro diventa di proprietà dei lettori, quindi…

Parlami dell’associazione Apeiron.

È un’associazione non governativa che ho avuto modo di conoscere attraverso il suo fondatore, Sauro Somigli, maestro di karate che ho seguito anche in un’esperienza diretta come attivista in Nepal. È grazie a lui, e ad Apeiron, che ho avuto lo spunto di scrivere “Un caffè a Kathmandu”, di cui il 50% degli incassi dalle vendite viene devoluto proprio a favore dei progetti di Apeiron, che si occupa anche del recupero dei bambini di strada.

Sei stata in Nepal, che divario c’è tra il Nepal turistico e quello di tutti i giorni con la realtà dei bambini di strada?

Enorme. A volte mi sorprende chiacchierare con chi il Nepal l’ha conosciuto turisticamente. Anche perché in genere chi si reca a Kathmandu lo fa solo per pochi giorni, il tempo di organizzare la spedizione verso le vette: il Nepal qui, in Europa, infatti, è sinonimo di patria delle nevi eterne, aria pulita e acqua cristallina, che poco hanno da spartire con la povertà dei bambini di strada, l’inquinamento della città, la sporcizia e i pidocchi…

Fai ricerche sul campo? Come ti documenti per i tuoi libri?

Anzitutto dipende dal libro. Per il primo non ho dovuto fare nessuna ricerca. Per “Un caffè a Kathmandu” invece, come detto, ho avuto modo di toccare con mano quella realtà che ho poi descritto, sebbene nomi e termini locali sono stati attentamente ripresi da una carta geografica. Per “Un gigolo in doppiopetto”, invece, mi sono basata su un servizio giornalistico e quindi mi sono “documentata” attraverso interviste e dati statistici reali per descrivere il fenomeno: d’altronde prima di essere romanzo è un reportage narrativo. Ma se potessi avere a disposizione settimane di trenta giorni dedicherei molto più tempo per documentarmi: sono certa che il successo di alcuni scrittori si celi proprio dietro la possibilità di dedicare molti mesi a documentarsi prima di iniziare a scrivere… Un sogno che per ora non mi è possibile realizzare.

Hai lavorato come fotografa per la rivista “Il nostro paese” della Società ticinese per l’arte e la natura, com’è una redazione giornalistica dal suo interno?

Lavoro tuttora per questa rivista, ma solo come freelance, mentre l’esperienza in redazione l’ho maturata dalla gavetta fino ad oggi, che lavoro con contratto per il settimanale Azione: mi reco in redazione tre giorni alla settimana. Che dire? È decisamente più divertente fare la reporter in giro per il mondo. Tuttavia mi piace vivere questa professione a 360 gradi.

Hai partecipato al progetto “Un libro in aiuto” collana a scopo benefico della casa editrice romana Progetto Cultura 2003, che devolve parte dei proventi in beneficenza. Credi molto nell’editoria solidale?

Sì, ci credo molto. Credo che sia un buon mezzo per raccogliere fondi e credo che sia fondamentale per divulgare il messaggio per cui è importante contribuire attivamente a certi progetti. In altre parole credo che sia l’unico vero modo per ottenere una triplice azione: recupero di fondi, sensibilizzazione al problema, e la durata nel tempo di questi intenti.

Nel 2003, in un articolo comparso sul quotidiano “Il Giornale”, un giovane ex gigolo ticinese raccontò delle sue esperienze, ne hai fatto un libro di denuncia, come è stato scrivere un libro in cui i personaggi non erano di fantasia ma reali?

In questo caso specifico è stata un’operazione delicata perché non potevo discostarmi troppo dalla realtà, ma allo stesso tempo dovevo rendere i personaggi irriconoscibili per proteggere la loro identità che è rimasta anonima. Di proposito quindi ho evitato di caratterizzare troppo tutti i protagonisti del reportage, concentrandomi maggiormente sul personaggio principale.

Hai un atteggiamento critico nella questione delle adozioni a distanza, perché?

Per due motivi sostanziali. Il primo riguarda il comportamento di alcune organizzazioni. Ho potuto appurare il danno che può venir fatto a un bambino di strada quando l’adozione a distanza cessa per motivi diversi. Se un bambino di strada vive e cresce per strada, conoscendone le regole, potrebbe rischiare di cavarsela. Ma se viene a un certo punto tolto dalla strada e dato in adozione a distanza, imparerà a vestirsi, a lavarsi e “persino” a mangiare tre volte al giorno. A volte però capita che il “padre adottivo” cessi di inviare il contributo di adozione perché non ce la fa più, o per altri motivi. Ebbene, in certe organizzazioni, questi bambini vengono rimessi in strada… Il secondo motivo è il fatto che l’adozione a distanza è diventata così di moda che ormai la pubblicizzano anche in televisione come se i bambini fossero merce in vendita.

Cosa pensi del fenomeno dei ghost writers sei mai stata tentata di scrivere per autori famosi?

In Ticino quando si parla di ghost writers si intende definire chi scrive al posto di personalità politiche. Ebbene, ammetto di essere stata per un periodo anche una ghost writer, ma solo per il fatto che in fondo potevo comunque dire quel che pensavo: diciamo che ero in linea con le idee della persona che “aiutavo”. Non avrei mai accettato di esprimere idee che non rientrassero nei miei principi. Tuttavia trovo parecchio vergognoso (non per il ghost writers, che perde solo l’occasione di autodeterminarsi) che uno scrittore spacci per suo anche solo una frase non originata dalla sua mente.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Non mi ispiro a nessuno in particolare, o meglio: c’è da imparare da tutti.

In Svizzera la conoscenza delle lingue è d’obbligo quante lingue conosci?

Purtroppo non quelle che servirebbero in Svizzera. Da noi sarebbe utile sapere bene il francese e il tedesco, mentre io me la cavo con lo spagnolo e l’inglese. Certo, il francese lo capisco: ma scriverlo è tutt’altra cosa.

Che consigli daresti a un giovane autore non ancora pubblicato? Di insistere, comunque e in ogni caso. Anche se ovviamente bisogna cercare di capire il motivo per cui non è stato pubblicato. Se è certo e convinto di aver fatto un buon lavoro, se ha fatto leggere la bozza almeno a quattro o cinque persone e il giudizio è risultato positivo, se ci crede davvero… allora devo assolutamente continuare la ricerca: avete idea di quanti editori ci sono?

Ti urta essere definita scrittrice emergente dopo tanti anni di lavoro per la carta stampata?

Sono poi solo una decina di anni che faccio la giornalista. Comunque no, non mi urta. O meglio diciamo che mi urtano tutte le definizioni che generalizzano, però questa non mi infastidisce più di tante altre.

Tra i tuoi libri qual è stato più difficile scrivere?

Sicuramente “Un gigolo in doppiopetto”, però è anche quello che finora mi ha dato più soddisfazione a prodotto finito.

Hai un agente letterario? No, mai avuto.

Stai lavorando a qualche nuovo libro?

Sì. Ho finito qualche mese fa di scrivere un’avventura per ragazzi che al momento è… in cerca di editore. Finora è stato il libro che mi è piaciuto di più scrivere.

Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori? Sì, ho tre o quattro amicizie nell’ambiente… è bello condividere una passione comune.

Ti piacerebbe fare un photoreportage in Cina?

Assolutamente sì, e prima che cambi troppo volto, anche se credo di essere già in ritardo…

L’editore rifiuta di pubblicare un tuo libro e tu crei la tua casa editrice, come è il mondo dell’editoria visto da chi la fa ?

Beh, non è proprio così. “Un gigolo in doppiopetto” non solo non è stato rifiutato, ma era addirittura riuscito a ottenere un contratto di pubblicazione molto interessante e vantaggioso… Solo che da buona svizzerotta certi comportamenti poco chiari, slittamenti di date e promesse non del tutto mantenute, mi hanno disturbato molto portandomi infine a rompere il contratto. Ormai però avevo già avvisato la stampa dell’imminente uscita del libro. Così in un mese ho fondato la mia casa editrice, mi sono fatta aiutare da un paio di amici per l’editing e sono andata in stampa… In fondo, dopo la pubblicazione, quel che ho fatto per il “Gigolo”, non è tanto diverso da quel che ho fatto per i primi due… Fin quando si rimane nella piccola editoria l’autore deve giocoforza impegnarsi molto per farsi conoscere.

I tuoi libri sono tradotti anche in altre lingue?

Purtroppo no: vorrei tanto tradurre “Un gigolo in doppiopetto” in tedesco, perché credo che potrebbe ritagliarsi un buon mercato in Svizzera interna… ma una traduzione costa troppo.

Pensi che un libro possa cambiare la gente e così il mondo?

Non tutti i libri, ma, sì, penso che alcuni libri possano farlo.

:: INTERVISTA A STEFANO LORENZETTO di Stefano Giovinazzo

17 aprile 2008

Queste sono pagine pesanti. Non scivolano via come fogli pieni di parole in successione, ammucchiate per esprimere concetti vaghi ed astratti. Dentro al libro di Stefano Lorenzetto si respira la vita. E la morte. E ancora la speranza. Un’appassionante testimonianza della quotidianità tra angosce e sofferenze vissute e raccontate da una penna brillante, esperta ma soprattutto protagonista di un viaggio profondo, quello dell’anima.

Ha scritto un libro carico di emozioni. Si esce provati dopo aver scritte pagine così dense di significato?

Provati, ma anche sollevati. È come aver messo un punto fermo nella propria vita. Incontri queste persone, raccogli le loro testimonianze di dolore ma anche di speranza e spesso finisci per piangere con loro. Come mi disse il grande chirurgo Vittorio Staudacher qualche anno prima di morire, «siamo dentro la moltitudine di uomini che abitano la Terra: come si fa a non partecipare al pathos universale? Ecco perché l’individuo non starà mai bene. Dovrei essere privo di sensibilità per non pensare a tutti i miei simili che patiscono». Ma alla fine arrivi alla conclusione che l’uomo, quest’uomo mortale, è fatto per l’eternità.

Affronta i temi ultimi, dalla vita alla morte passando per un’inevitabile sofferenza umana. La devozione è il rimedio a questi mali?

Se per devozione intendiamo la dipendenza verso la divinità, com’è nel significato della parola,  senz’altro. Negli ultimi nove anni ho incontrato 400 italiani normali, che fanno grandi o piccole cose. I più felici erano quelli che credevano in qualcosa.

L’eutanasia ha fatto discutere molto sul caso Welby e provocherà ancora accese tensioni tra Stato e Chiesa. Un suo parere.

Eutanasia è una contraddizione semantica. La morte non può essere né dolce né buona. Comunque mi affido ai medici. Ho molta fiducia nella loro professionalità e nella loro umanità. Non credo che possa esistere un medico capace di tradire il malato proprio nell’ora suprema. Mi rimetto alla loro scienza e alla loro coscienza. Se salgo su un aereo che deve portarmi a New York, non entro in cabina a dare istruzioni al pilota. Mi fido di lui. Anche quando avverto qualche turbolenza, non ho paura: so che sta lavorando al meglio per il mio bene, non per il mio male.

Ha raccontato storie di tutti i giorni, di uomini comuni che muoiono o continuano a vivere felici di farlo. Si è parlato di un suo inno alla vita. E’ questo lo scopo del libro?

Una volta Enzo Biagi mi ha detto: «Ho amato tanto la vita, ma non ho ancora capito cos’è». Mi associo. La vita è bellissima. Solo che spesso te ne accorgi in ritardo, quando sta per finire.

La filosofia del vivere secondo il “carpe diem” aiuta a cogliere il vero senso della vita?

Di ogni giorno sono più portato a cogliere gli affanni che le gioie. Come tutti, credo. Quindi fatico a comprendere chi pensa che la felicità consista nel vivere alla giornata. È preferibile la mestizia al riso, perché sotto un triste aspetto il cuore è felice, insegna nella sua dolente saggezza Qoèlet. Giuliano Ferrara, solo leggendomi, è giunto alla conclusione che questa mia ricerca della tristezza e delle sue ragioni pascaliane sia segno di tenero e anche allegro pessimismo. Non è soltanto un grande giornalista, ma anche un fine psicologo.

La morte. Incombente, temuta, celata: in ogni modo punto di fine. Come ha metabolizzato questo suo concetto prima e dopo la stesura del testo?

Come scrivo nell’introduzione di “Vita morte miracoli”, la morte è un pensiero fisso, che mi tiene compagnia fin da quand’ero bambino. Non avevo idea del perché il mio brano prediletto di musica classica, quello di cui non mi stanco mai, fosse l’Arioso dalla Cantata BWV 156 di Johann Sebastian Bach. Poi, di recente, un amico organista che insegna al conservatorio, mi ha spiegato che il grande di Eisenach lo intitolò Ich steh’ mit einem Fuß im Grabe (Sono già con un piede nella fossa), e tutto mi è stato chiaro. Mi sono fatto consegnare lo spartito. Tenore e soprano duettano: «Sono già con un piede nella fossa»; «Fa’ di me, o Dio, secondo la tua bontà»; «Presto il mio corpo malato vi cadrà»; «Aiutami nel mio dolore»; «Vieni, mio Dio, se lo vuoi»; «Ciò che ti chiedo, non negarmelo»; «Ho già dato disposizioni per le mie proprietà»; «Quando la mia anima dovrà partire prendila, Signore, nelle tue mani»; «Ma rendi beata la mia fine». Ho anche un debito di riconoscenza con la morte. Se ho abbracciato questo mestiere, lo devo a un coccodrillo, come lo chiamiamo in gergo noi giornalisti, che scrissi a 14 anni.

E ancora, siccome la morte è parte integrante della vita in quanto sopraggiunge in essa, che rapporto si deve avere con questa?

La vita è la naturale evoluzione dell’organismo umano verso la morte. Non è che si deve avere un rapporto: il rapporto è nei fatti, nella nostra stessa natura. L’importante è saperlo vedere dal lato giusto. Mi ha scritto proprio oggi un mio lettore che fa l’ingegnere in Africa: «Ciò che il bruco chiama morte, la farfalla chiama vita».

Nel finale dell’introduzione lei recita così: “Se invece fossimo riusciti solo a turbarvi, credete: s’è fatto proprio apposta”. Secondo lei c’è poca attenzione della gente verso chi soffre? Ci si ricorda solo quando la sofferenza ci colpisce direttamente?

Mi riferivo al fatto che questo libro voleva avere, almeno nelle mie intenzioni, un forte significato apologetico e quindi riporta verità scomode, scandalose, negate o taciute, politicamente scorrettissime. Che turbano, appunto. Si stanno combinando immondi pastrocchi lungo la frontiera tra la vita e la morte. Da una parte abbiamo sovvertito la definizione stessa di morte riportata dai dizionari, accreditando il discutibile concetto di “morte cerebrale” decretata per legge, quando invece è di solare evidenza che per il buon senso comune la morte si identifica con l’interruzione contemporanea e definitiva delle due funzioni vitali, cardiocircolatoria e respiratoria. Dall’altra pretendiamo di fabbricare la vita in vitro. Non vogliamo il mais e i pomodori Ogm sugli scaffali dei supermercati, però accettiamo figli geneticamente modificati.

Foto: www.marsilio.it

:: Stefano Lorenzetto è editorialista del «Giornale», dov’è stato vicedirettore vicario di Vittorio Feltri, e collaboratore di «Panorama». Scrive anche per altre testate. Ha pubblicato Fatti in casa, Dimenticati (premio Estense), Italiani per bene, Tipi italiani e Dizionario del buon senso. Come autore televisivo ha realizzato Internet café per Rai Educational. Ha vinto il premio Saint-Vincent di giornalismo. Il suo sito internet è www.stefanolorenzetto.it

 

:: Intervista a Francesco Boschetti

16 aprile 2008

Parlami della tua esperienza di scrittore:  come è nato il romanzo “Il posto libero” edito da Aletti Editore.

“Il posto libero” nasce un po’ dal caso. Una sera mi capitò di prendere l’autobus per tornare a casa, circostanza per me eccezionale, e guardandomi intorno cominciai a provare un forte senso di alienazione e di malessere: non tolleravo la costrizione di dover condividere il tempo e lo spazio con persone a me estranee, tutte accalcate in un piccolo ed angusto spazio. Il giorno seguente buttai giù una breve descrizione di quel viaggio, estremizzando le sensazioni provate e trasformando l’autobus in un treno metropolitano. Subito dopo provai ad inserire un evento; ed ecco che senza aver preventivato nulla, del tutto inconsapevolmente, avevo concepito Andrea, il mio tormentato protagonista.

La copertina del libro è del grafico Emanuele Iacomini, lo conosci personalmente?

Si, ci conosciamo dall’infanzia, tra noi c’è reciproca stima e profondo affetto. Ho sempre apprezzato le sue capacità stilistiche, e in modo particolare la creatività e la simbologia dei suoi lavori. Per realizzare la copertina pensai subito a lui; gli spiegai il messaggio da rendere ma evitai di fargli leggere la bozza del libro: non volevo condizionarlo; l’immagine in copertina doveva essere autonoma rispetto al romanzo.

Vedo che internet è importante nel tuo lavoro. Che tipo di blogger sei?

“Il posto libero” è il mio primo blog. L’idea è nata per dare un po’ di visibilità al romanzo, ma con il tempo ho preso a scrivere anche di altro. Il blog lo vivo come un mezzo di comunicazione, che utilizzo per condividere pensieri e opinioni. E provo piacere ad immaginare che altre persone, anche lontane e sconosciute, possano ritrovarsi in quello che scrivo.

Oltre che scrittore sei anche un neo-avvocato, parlami della tua tesi di laurea : quanto tempo ci hai impiegato, che difficoltà hai incontrato, pensi di pubblicarla su siti come http://www.tesionline.it?

La tesi di laurea è un ricordo ormai lontano (era il 2002). La preparai in meno di un anno. Ho avuto come relatore un ottimo professore, che non mi ha creato difficoltà. Non ho mai pensato di pubblicare la mia tesi, e sinceramente l’idea non mi entusiasma: preferisco custodirla nel cassetto dei ricordi.

Scrittura e arti visive che ruolo hanno nella tua vita di artista?

Il mio debole è sicuramente il cinema. Nel 2004 ho collaborato alla realizzazione di un film come assistente alla regia ed ho scritto e diretto “Il silenzio”, un quasi-lungometraggio (44 minuti). Alla scrittura creativa mi sono quindi avvicinato con la sceneggiatura. E’ per questo che il mio stile di scrittura ha una forte impostazione cinematografica.

Cosa pensi del rapporto mass media e letteratura.

Ritengo che i mass media prediligano le priorità dell’utente-medio, tra le cui passioni, di sicuro, non primeggia la letteratura. Molto spazio, nel nostro paese, è dedicato ai reality, al calcio, ai pettegolezzi, ecc., e le trasmissioni televisive di carattere culturale vanno in onda sempre la notte, molto tardi.

Saresti favorevole ad una rete televisiva monotematica che si occupasse solo di letteratura fatta da scrittori e indirizzata a scrittori?

Io di sicuro sarei interessato. L’importante è che si dia spazio anche agli scrittori emergenti…

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Guy de Maupassant anzitutto, poi Dostoevskij, Kafka ed E. A. Poe.

Che libro stai leggendo al momento?

Al momento nessuno, ma ne ho parecchi in attesa…

Cosa preferisci di più scrivere in un libro, i dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, la descrizione dei luoghi?

Più di ogni cosa mi piace scavare nell’interiorità dei personaggi. Le storie che scrivo ruotano sempre intorno ad un protagonista complesso, la cui costituzione è basata su un contrasto di valori positivi-negativi. A mio modo di vedere, solo la contraddizione e il dualismo sono in grado di accendere la curiosità umana: le persone coerenti, razionali, io le trovo piatte, noiose, maledettamente prevedibili. Il mio protagonista è sempre un tipo disturbato e complesso. E’ un sensibile ed un immorale allo stesso tempo. Nelle sue azioni, a volte, si legge il cinismo, la vigliaccheria, mentre in altre si colgono generosità e coraggio. Posso dire che la contrapposizione è uno dei pilastri su cui si fonda il mio stile di scrittura.

Un’ aforisma, la frase di una canzone, un proverbio che ti è caro.

Volere è potere.

Che consigli daresti ad un giovane autore non ancora pubblicato?

Gli consiglierei di scegliere con attenzione l’editore a cui proporre il proprio lavoro, perché in giro ci sono tante persone che mangiano con le speranze dei giovani esordienti. E soprattutto gli direi di non lasciarsi ingannare da alcuni editori specializzati nella pubblicazione degli inediti, che attraverso lodi e complimenti roboanti illudono gli autori inesperti, per poi spillargli un mucchio di soldi.

Riguardo alle case editrici che pubblicano a pagamento cosa ne pensi, considerato che anche Moravia pubblicò a pagamento ai suoi esordi?

Penso che un contributo moderato può anche andare, se a fronte di ciò vi è un minimo impegno dell’editore a fare qualcosa di buono per il libro e per il suo autore.

A gennaio presso la libreria Gremese di Roma c’è stata la presentazione del tuo libro con un’ introduzione del giornalista Riccardo Loria che bilancio hai tratto da questa esperienza?

E’ stato un evento importante per me, la mia prima presentazione. Ero emozionato: presentando il libro, in fondo, ho dovuto parlare di me, e non era facile. Ma tutto è andato alla grande, ci sono state anche delle parentesi di ironia che hanno contribuito a rendere il clima piacevole ed informale.

Il rapporto tra autori e lettori è per te importante magari creando rapporti più stretti di stima ed amicizia, cosa pensi di fare in tal senso?

L’autore, come ogni artista, ha il duro compito di “catturare” i suoi “fans”. Questi ultimi, dal canto loro, seguono i loro autori preferiti qualsiasi cosa si mettano a scrivere. I due mondi nascono separati e così debbono restare. Se fosse altrimenti l’autore perderebbe l’indipendenza e l’originalità, e i lettori ne uscirebbero altrettanto danneggiati.

Come ti documenti per i tuoi libri?

Utilizzo molto l’esperienza personale. Cerco di scrivere ciò che conosco meglio, e dove la mia conoscenza non arriva, allora “sfrutto” l’esperienza di altre persone, oppure mi documento con ogni mezzo, Internet compreso.

Scriveresti sceneggiature per il cinema o la televisione?

Mi piacerebbe molto. Il lavoro tuttavia diventerebbe più impegnativo, e non so se a quel punto riuscirei a conciliare la passione per la scrittura con la mia professione.

Hai un agente letterario?

No.

Stai lavorando a qualche nuovo libro?

No, per preparare l’esame di stato ho dovuto “congelare” la mia ispirazione. Ma adesso che ho ritrovato un po’ di tempo libero, le porte della mia immaginazione si sono di nuovo aperte. In ogni caso scriverò altre storie soltanto quando avvertirò il bisogno di comunicare qualcosa.

Una domanda tecnica: scrivi molte stesure e correzioni o hai uno stile più spontaneo?

Il principio dei miei scritti sono affidati all’istinto. Quando prende corpo la storia, però, mi fermo e dedico tutto alla struttura, cercando di ottenere un lavoro “razionale”, coerente, senza buchi. Correggo molto, ma le correzioni riguardano sempre la forma, mai la sostanza, che ad un certo punto, nel mio lavoro, diviene immutabile.

Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori? Qualcuno da cui hai imparato molto e vorresti ringraziare?

Il blog e i siti letterari danno l’opportunità di mettersi in contatto con altri scrittori.. così ho conosciuto Laura Tufilli, che saluto affettuosamente.

:: Intervista a Laura Tufilli

12 aprile 2008

Parlami della tua esperienza di scrittrice esordiente

Inizialmente non capivo nulla di tutto quello che stava accadendo quindi ho fatto affidamento ai vari consigli ricevuti. Per me esordire è stato come trovarmi in una città caotica dove non si sa mai quale direzione prendere, infatti quando ho avuto la prima proposta di pubblicazione non ho dormito per due notti, ma alla fine si è tutto normalizzato.

Sei superstiziosa?

No.

Ascolti musica mentre scrivi?

Generalmente no, preferisco concentrarmi sul materiale che sto scrivendo.

Nei tuoi testi ci sono molti riferimenti autobiografici?

Sì, spesso inserisco eventi che mi capitano personalmente. Il secondo libro ad esempio parla di una scuola di recitazione quindi il tutto si ambienta in teatro, l‘ ho scritto perché anch‘ io in passato ho recitato.

Come riesci a conciliare il lavoro di scrittrice con quello di tecnico di laboratorio?

Scrivo di notte.

Cosa pensi del rapporto mass media e letteratura?

Secondo me è un rapporto indispensabile.

Cosa pensi del fenomeno dei ghost writers se mai stata tentata di scrivere per autori famosi?

Per autori famosi mai, però sto scrivendo un libro per un ragazzo che ha vissuto una vicenda terrificante e lui mi ha chiesto questo favore. Sono contenta di aver accettato perché è un’ esperienza che mi sta insegnando tante cose, come ad esempio l’ umiltà e la semplicità.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Ho letto tanto fin da quando ero bambina ed è difficile per me stilare una lista di preferenza perché sono tanti e da ognuno ho imparato molto. Forse se dovessi accennare un maestro letterario del passato citerei Giacomo Leopardi perché lui aveva la capacità di gettare tutte le sue ansietà nella scrittura evadendo da una vita fatta di privazioni e sofferenza.

Che libro stai leggendo al momento?

Devo incominciare “ Narciso “ di Francesco Capaldo.

I tuoi libri sono tradotti anche in altre lingue?

Al momento no.

Cosa preferisci di più scrivere in un libro, i dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, la descrizione dei luoghi?

I dialoghi sono la parte in cui mi diletto maggiormente, credo comunque che la caratterizzazione dei personaggi sia indispensabile quindi dedico del tempo per dare loro una personalità e un‘ identità ben precisa. La descrizione dei luoghi la menziono solo se necessario ma non mi dilungo più di tanto.

Ti ritieni una scrittrice svizzera o italiana?

Italiana al cento per cento.

Scrivi in lingua tedesca?

No, scrivo in italiano.

Un’ aforisma, la frase di una canzone, un proverbio che ti è caro.

“Riesce chi persevera” questa frase l’ho introdotta nel mio secondo libro.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Separo sempre le due cose, una non influenza l’ altra, finora ci sono riuscita e funziona benissimo.

Che consigli daresti ad un giovane autore non ancora pubblicato?

Bisogna essere scaltri, avere gli occhi aperti e non fidarsi ciecamente del primo editore che ti fa una proposta di pubblicazione, piuttosto è importante esaminare il contratto attentamente e non esitare ad informarsi bene di tutto.

Riguardo alle case editrici che pubblicano a pagamento cosa ne pensi?

Dipende dalla casa editrice, non tutte sono serie, anzi quasi nessuna.

Ti piace la letteratura giapponese?

Non ho avuto modo di cimentarmi con questo tipo di letteratura.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

A me viene sempre in mente Oscar Wilde.

Cosa stai leggendo attualmente?

Attualmente nulla perché sto aspettando il libro che ho ordinato.

Da donna pensi sia più facile per un uomo essere scrittore o quel che conta è solo il talento?

La maggior parte degli scrittori che conosco sono uomini e trovo in loro un grande carisma, ma secondo me il talento è ciò che in definitiva conta.

Dammi una tua definizione di amicizia.

Un legame solido che dura nel tempo costi quello che costi.

Come ti documenti per i tuoi libri?

Prima di incominciare un libro raccolgo tutte le informazioni possibili riguardo il tema che voglio sviluppare, magari faccio ricerche in internet. Mi rivolgo ad amici che hanno a che fare con una determinata professione o esperienza. Leggo e ascolto molto gli altri, quindi il tutto mi facilita il compito.

Che genere letterario preferisci: fantascienza, fantasy, saggi?

Sentimentale, ma non disdico anche altri generi.

Quali lettori preferisci?

Lettori che sanno ancora sognare e che non si soffermano sulle banalità.

Tra i tuoi libri quale è stato più difficile scrivere?

Il secondo “Quella notte” perché è molto ricco e intenso. Ho impiegato quasi un anno di intenso lavoro per terminarlo ma sono stata ripagata dal fatto che nell’ arco di ventiquattro ore diverse case editrici se lo sono conteso nella speranza che pubblicassi con loro. Il più difficile però sarà il quarto che dovrò incominciare a fine anno.

Scriveresti sceneggiature per il cinema o la televisione?

Né ho già scritta una che proporrò ad alcuni produttori esecutivi proprio in questi giorni. Hai visto mai nella vita …

Hai un agente letterario?

Al momento no.

Stai lavorando a qualche nuovo libro?

Sì, a diversi: sto finendo il terzo, e sto scrivendo due libri a quattro mani, a fine anno poi incomincerò il quarto.

Una domanda tecnica scrivi molte stesure e correzioni o hai uno stile più spontaneo?

La stesura è una sola, poi ricamo intorno al lavoro rendendolo vivo, una volta che ha raggiunto la consistenza da me desiderata dedico tanto tempo per la correzione leggendo più volte.

Che strumento di scrittura preferisci?

Scrivo al pc, ma con me porto sempre carta e penna e prendo appunti non appena una piccolezza desta il mio interesse oppure quando ho l’ ispirazione.

Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori? Qualcuno da cui hai imparato molto e vorresti ringraziare?

Ho molti amici scrittori e li ringrazio per l’ incoraggiamento che mi danno, per i consigli concernenti i concorsi, per lo scambio di opinioni. Sono tanti e voglio loro molto bene, ma già che mi trovo colgo l’ occasione di ringraziare Francesco Boschetti per tutti i suggerimenti e le idee e l’ incoraggiamento che mi dà.