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:: Che cos’è la felicità? di Irene D’Arminia

27 novembre 2018

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Era arrivato l’autunno, o meglio quel momento in cui non sai se effettivamente sia finita l’estate e devi fare il cambio di stagione o devi aspettare un altro po’ perché ti ricordi che abiti in Sicilia e l’autunno non esiste.
Settembre, il mese amato da tutte le mamme, che con un sorriso a 360 gradi si alzano prestissimo il primo giorno di scuola perché sanno che da quel momento fino a maggio durante le mattine regnerà la pace! Almeno fino a pranzo.
Il mese odiato da tutti gli studenti, che da quel momento inizieranno il calvario, la scuola.
Poi ci sono loro, i bambini di prima elementare una categoria a parte, gli euforici; quelli che hanno passato tutto il mese di agosto e i primi di settembre a scegliere le cose da portare a scuola, ripeto scuola non più asilo! Sarà questo passaggio che li fa eccitare. Il fatto di diventare grandi, di iniziare la “scuola dei grandi”, questa frase li fa uscire fuori di testa! Sembrano dei cuccioli a cui ai dato da bere non caffè, ma solo caffeina per endovena.
E con la loro mamma e il loro papà, entrano (sempre super schizzati), dentro il centro commerciale o al negozio, pronti per cercare tutto. E quando dico tutto intendo proprio tutto: matite, colori, zaino, gomme, diario, qualsiasi cosa serva per la scuola! Una volta scelto tutto, anche il correttore, nonostante essi scrivano con la penna cancellabile, ma si sa i bambini quando comprano tutto, devono comprare tutto; tornano in macchina stanchi, effetto caffeina finito, si mettono nel loro posto a sedere e in meno di dieci, nove, otto…
Ludovica non si sente più. I genitori, stanchi, ai quali la caffeina non fa più effetto in quanto ormai la tolleranza sviluppata ha superato ogni limite, si guardano, sorridono e aspettano quel giorno, quello in cui la campanella suonerà e forse un po’ di relax li aspetterà.
Ma torniamo al punto: Ludovica doveva iniziare la scuola, ma lei era membro di quella categoria a parte, quella dei bambini di prima elementare.
Tutta un’altra cosa per lei l’inizio della scuola!
«Mamma posso scegliere un compagno di banco a piacere o me lo dice la maestra?» chiese in macchina, con il suo nuovo grembiule, tutto blu e un fiocco tutto azzurro che teneva parte dei suoi capelli, morbidi e profumati, sistemati dalla sua mamma qualche minuto prima.
«Non lo so amore, può essere che scegli tu oppure te lo dirà lei, sarà lo stesso bello, no? Avrai un compagno o compagna di banco con cui scambiare i tuoi pensieri, le tue idee» rispose la mamma.
Ludovica era ansiosa, si vedeva, perché fece domande alla sua mamma per tutto il tragitto. Bella la prima elementare, quando ancora non sai quanti anni di studio ti aspettano, ma la mamma di Ludovica non le disse nulla di tutto questo, le disse che la scuola è bella, che chi studia avrà delle ali, con cui poter volare e scoprire il mondo. Chi studia avrà una marcia in più e sarà superiore agli altri senza sentirsi tale.
Ma ancora la piccola e dolce Ludovica non lo sapeva tutto questo, in quel momento a lei interessava solo capire chi sarebbe stato il suo compagno di banco ed è giusto così, d’altronde aveva solo cinque anni.  Fu tutta un’euforia quel giorno, tornata a casa Ludovica corse tra le braccia del suo papà, che lei amava più della sua mamma, il suo uomo, il suo eroe, quello che cercava sempre quando aveva paura, perché per lei era il più forte di tutti.
Questo perché una volta la mamma non sapeva aprire la marmellata e vedendo suo padre aprirla immediatamente capì che la sua forza era immensa!
Abbracciandolo e baciandolo forte forte cominciò a raccontare tutto quanto, ma proprio tutto, pure che una sua compagna si era scaccolata mentre la maestra spiegava. Lei si sentiva come suo papà, forte, perché a differenza dei suoi compagni sapeva già leggere e scrivere il suo nome, ma la mamma le aveva detto di non fare la saputella, perché ognuno ha i suoi tempi ed è giusto rispettarli.
Diciamo che come inizio non c’è male!
I suoi occhi brillavano di gioia, e Ludovica con il suo papà fecero tutto il pomeriggio a parlare e raccontarsi le rispettive mattinate. La sua gioia era immensa e sempre più grande fu nei giorni a seguire, quando un giorno Ludovica tornó a casa un po’ perplessa, come se non riuscisse a spiegarsi una cosa.
Il papà, che quel giorno l’andò a prendere a scuola, perché la mamma aveva un rientro nella sua di scuola, le chiese a cosa pensava, ma lei non parlava, era in silenzio e questo era strano, perché non si era mai comportata così. Disse che lo avrebbe detto solo alla mamma perché la maestra aveva lasciato un compito difficile. Ludovica amava il suo papà, però quando si parlava di compiti e di studiare voleva lei, la sua dolce mamma. Perché se il suo papà era il più forte e il suo eroe, la sua mamma le aveva sempre insegnato tutto.
Dalle prime parole ai numeri ed essendo insegnante, era convinta che sapesse tutto! Il papà era geloso di questa cosa, ma era felice della stima che Ludovica aveva nella sua mamma, perché sapeva quanto importante fosse questo legame per lei. Allora senza insistere più di tanto papà cambio discorso e aspettarono la mamma per fare quel misterioso compito che aveva lasciato la maestra.
Tornata la mamma, Ludovica le si gettò tra le braccia, un po’ arrabbiata perché già il sole era andato via, ma comprensiva del fatto che era via per lavoro e non per altro.
Il papà spiegó alla mamma che c’era un compito da fare, ma che Ludovica non lo volle fare con lui perché doveva farlo con la mamma.
«Amore è un compito difficile? Fammi vedere». Prendendo il quaderno con i quadri grossi, tipico di prima elementare, lesse la consegna: «Disegna che cosa significa per te la  felicità».
Ludovica spiegó alla mamma che tutti i bambini avevano iniziato il compito in classe, disegnando un iPhone, un overboard, una bici, ma lei non era convinta di disegnare queste cose e si era confusa.
La mamma sorridendo capì che Ludovica aveva un problema. Non riusciva a dire qualcosa che dentro di lei era grande, più grande del suo piccolo cuoricino.
Intanto il papà in un angolo non capiva perché non avesse chiesto a lui, allora Ludovica vedendolo “offeso” le disse: «Papino, scusa se ho aspettato la mamma, ma tu mi facevi disegnare la tua faccia».
In quel momento una grossa risata risuonava dentro quella stanza e con un abbraccio e un “vola più in alto” Ludovica e il suo papà si divertirono in quei pochi secondi!
Ma adesso era il momento di capire cosa disegnare in quel foglio, mentre papà preparava la cena.
«Io non ti dirò cosa disegnare tesoro mio, voglio che tu mi dica cosa pensi» disse la mamma sistemando i capelli a Ludovica.
«Io sono felice quando papà mi dice principessa e mi bacia, io sono felice quando tu mi fai le trecce oppure quando Darwin (il cane di casa, fratello ufficiale di Ludovica) mi da un colpo di coda e mi fa ridere. Posso disegnarlo mamma?» chiese la piccola con uno sguardo confuso.
La mamma quasi commossa per quelle parole, ne disse altre più commoventi: «Amore mio, se tu disegni queste cose, dimostri di aver capito che cosa sia veramente la felicità. Ma non perché il tuo disegno è giusto e quello dei tuoi compagni è sbagliato, domani nessuno avrà sbagliato il compito. Se ognuno disegna quello che vuole, senza avere paura del giudizio della maestra, senza avere paura che gli altri ridano, allora significa che sei felice». Ludovica ascoltava in silenzio.«Se tu disegnavi un tuo gioco, come hanno fatto gli altri eri felice?» chiese la mamma.
«No, io non volevo fare come loro» disse Ludovica a voce alta!
«Ecco, amore, la felicità non ha un disegno giusto o uno sbagliato, la felicità è quello che vuoi tu. Se tu sei felice per quello che mi hai raccontato, allora disegnalo, poi la mamma ti aiuta a colorare se vuoi» conclusela mamma con un bacio.
«Si, mamma, e pure papà perché poi si sente solo» disse Ludovica con una vocina bassissima per non farlo sentire al suo amato papà!
E così tutti e tre, ridendo e colorando quel bel disegno, trascorsero la serata. Ludovica portò a casa un bel voto per quel disegno dicendo che tutti avevano preso un bel voto, ma lei era felice perché aveva disegnato quello che voleva.

Irene D’Arminia, studentessa della facoltà di Farmacia di Palermo, è nata il 28/03/1995, e abita a Misilmeri in provincia di Palermo.
Scrittrice amatoriale di poesie, commedie in dialetto siciliano e testi narrativi per bambini e ragazzi. Unica sua opera pubblicata, una poesia “Il valzer del girasole” nella collezione il Federiciano 2015.