
Una mano con le unghie dipinte di rosso, ma con lo smalto rovinato da settimane di guerra. Così fu trovata Irina Filkina, cinquantadue anni, operaia ucraina uccisa a Bucha in aprile nel 2022. La sua foto ci ha commosso pur nella sua normalità. Ma avremmo avuto la stessa dolorosa reazione davanti alla mano di una donna palestinese?
Claudia Sarritzu, giornalista cagliaritana nel suo saggio Il patriarcato nel nuovo ordine mondiale, parte da questa domanda per trattare un tema che ci riguarda tutti, anche quando preferiremmo dimenticarcene. Quanto è più facile riconoscere la sofferenza di chi ci assomiglia piuttosto di quella di coloro che vivono, si vestono e procreano diversamente da noi.
Da questo momento la Sarritzu spostando il suo discorso sull’intera condizione femminile dell’oggi va oltre la dimensione familiare e le rivendicazioni di parità. Il patriarcato, sostiene, non è un’eredità secolare ristretta alla vita privata, ma un tentacolare sistema in grado di far propria la politica, le relazioni internazionali, le guerre e il linguaggio, mimetizzandosi in ogni cambiamento senza mai rinunciare alle proprie regole che sia America, Israele, Russia, Iran, Cina…
Il confronto fatto all’inizio tra un’europea e una palestinese dimostra un diffuso pregiudizio occidentale. Il velo si trasforma in motivo sufficiente per giudicare quanto siano libere le donne di diversa cultura. Ma la storia racconta ben altro. In Algeria, durante la dominazione francese, lo svelamento pubblico delle musulmane fu presentato come un gesto di emancipazione. Epperò dietro quella coreografia, c’era la pretesa del colonizzatore di decidere quale fosse la “giusta” libertà per le donne algerine, costringendole a seguire il proprio modello di vita. Avrebbero scelto altrimenti?
La storia iraniana poi mostra quanto possa cambiare il significato politico di un indumento. Durante il governo dello Shah, quando il velo fu scoraggiato, per alcune donne divenne un segno di opposizione all’eccessiva influenza occidentale. Dopo la rivoluzione, però il nuovo regime lo trasformò in un obbligo. Sempre la pretesa di controllare le donne. E la Sarritzu invita a distinguere tra il rifiuto di un’imposizione e valutazione su scelte individuali.
La storia poi di Masha Amini, in curdo Jina, arrestata perché accusata di indossare male il velo e poi morta, non si sa come in una stazione di polizia, evidenzia come la repressione riesca a colpire sia per motivi di genere che etnici.
La giornalista autrice mette in discussione un femminismo che rischia di valutare la libertà della donne secondo le proprie abitudini. Ampia prospettiva che allarga il discorso alla discriminazione razziale, alle disuguaglianze sociali e alle eredità coloniali. Il legame tra patriarcato e violenza poi emerge con particolare forza quando il discorso si sposta sui conflitti. Lo stupro è ed è stato utilizzato come un’arma di guerra e i corpi delle donne trasformati in strumenti con i quali umiliare e colpire intere comunità. Anche la maternità assume, in tali circostanze, un diverso significato da quello che le attribuiamo vivendo al riparo dalla distruzione. Giudicare le donne che continuano a mettere al mondo figli durante una guerra significa negare il diritto di un popolo a immaginare un futuro. Case, archivi, ulivi e cimiteri possono essere distrutti; la volontà di continuare a esistere reagisce sperando in nuove generazioni.
Il controllo passa pure dalle parole. Nel suo dialogo con la sociolinguista Vera Gheno, Sarritzu cita le forme femminili delle professioni, spesso viste come battaglie marginali o confronti interni dello stesso femminismo. Dare un nome alle donne e riconoscerne le identità non è solo una questione grammaticale ma come essere o non essere identificate nella società.
Attraverso interviste e contributi di diversi ambiti, Claudia Sarritzu intreccia politica, storia e diritti, mettendo a confronto realtà lontane che finiscono per rivelare contraddizioni sorprendentemente simili. A indicare la strada come, per esempio, potrebbe essere allargarsi alla letteratura citando la rivisitazione al femminile dei poemi epici fatta da Marilù Oliva e da altre autrici mentre Ciro Auriemma, noto scrittore e docente, evidenzia le difficoltà incontrate tuttora dagli autori nel servirsi con efficacia di una protagonista femminile.
Poi, che alcune donne sfondando un simbolico tetto di cristallo siano arrivare a posizioni di comando non garantisce affatto che qualcosa sia cambiato nella parità di genere. Donne che sono ai vertici della politica come Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen fanno parte di un’ampia riflessione. Non sempre queste leader combattono il patriarcato, anzi talvolta lo assecondano servendosene addirittura per la propria carriera. È il machismo femminile del sottotitolo: la possibilità che l’accesso delle donne ai luoghi decisionali lasci intatte le regole, ma tenga “fuori le altre” anziché aprire la strada a un più ampio cambiamento del sistema.
La scrittura della Sarritzu è sorretta da una convinzione che pervade tutto il libro: il patriarcato sta per cambiare faccia, adattandosi ai tempi e magari accordando alle donne accesso ai luoghi del potere, purché non abbiano modo riformare il sistema.
Un discorso scomodo? Ma senz’altro da affrontare.
Claudia Sarritzu Ghironi, classe 1986, è una giornalista cagliaritana esperta di linguaggio e politiche di genere. Per 10 anni ha scritto di politica nazionale e internazionale per Globalist. È stata conduttrice radiofonica e ha curato decine di video interviste per Tiscali. È autrice di due saggi giornalistici, La Sardegna è un’altra cosa, viaggio giornalistico nell’isola della crisi (Ethos edizioni) e Parole avanti, femminismo del terzo millennio con cui ha vinto il premio di saggistica nazionale Giuditta 2019. Attualmente si occupa di comunicazione istituzionale.
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Tag: Catartica edizioni, Claudia Sarritzu, Il patriarcato nel nuovo ordine mondiale, Patrizia Debicke
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