:: Intervista con Matteo Mantoani, autore de Lo speziale di Steinbrueck (Fazi 2026), a cura di Emilio Patavini

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Uscito il 21 luglio per Fazi, Lo speziale di Steinbrueck è il romanzo d’esordio di Matteo Mantoani, un giallo storico che racconta con penna spigliata e ritmo incalzante le indagini del mercante e speziale Gottlob Kramer. Ritornato nel suo paesino di origine, Orgnasso, nel Friuli di inizio ‘700, Gottlob (nato Giacomo d’Andrea) rinviene il cadavere mutilato di una donna sulla riva del fiume Meduna, rendendosi conto che non si tratta di una semplice morte per annegamento ma di un caso di omicidio. Il protagonista sarà aiutato nelle indagini dal figlio della vittima, Nicola, ma soprattutto dalla sua mente arguta. Mentre cercherà di risolvere il caso senza svelare le sue vere origini si imbatterà in bande di briganti, formule alchemiche e segreti tenuti nascosti, ma durante la permanenza nel borgo di Orgnasso riaffioreranno anche i ricordi del passato. Il racconto si snoda infatti su tre piani temporali: l’infanzia del piccolo “Iacum”, segnata dalla miseria e la malattia (1693), l’apprendistato nella spezieria della città austriaca di Steinbrueck (1701) e la maturità (1738), in cui il protagonista, oltre a cercare di fare luce sul mistero, è chiamato a interrogarsi sulle scelte compiute nella sua vita, sui legami familiari e affettivi e sul vero significato della ricchezza (particolarmente eloquente è il proverbio friulano citato in epigrafe: Chel ch’al à dut, nol à nuie, vale a dire “Chi ha tutto, non ha niente”). Sullo sfondo, anche i conflitti sociali e le tensioni politiche dell’epoca: la decadenza dei potentati locali, la piaga del brigantaggio, l’instabilità della Repubblica di Venezia e la minaccia dell’Impero ottomano.

Abbiamo intervistato per l’occasione l’autore del romanzo, Matteo Mantoani.

Benvenuto Matteo su Liberidiscrivere! Grazie per aver accettato questa intervista. Partiamo da una tua presentazione. Classe 1987, una laurea in Fisica nucleare a Trieste e un dottorato di ricerca a Gottinga, ma anche una grande passione per la lettura. Come è stato approcciare il mondo dell’editoria?

Ciao a tutti e grazie per l’invito! La fisica è solo una delle mie passioni, leggo e scrivo fin da piccolo, al liceo non sapevo scegliere la mia materia preferita, tanto che prima di iscrivermi all’università ho avuto l’infatuazione per qualunque facoltà, da filosofia a lettere antiche. Ho poi scelto fisica perché immaginavo che fosse la materia più difficile da portare avanti per proprio conto, e che servisse appunto la partecipazione a un corso di studi strutturato per poterla apprendere. Aveva ragione lo scrittore Robert Heinlein: “la specializzazione va bene per gli insetti”.

Nei miei ritagli di tempo porto avanti pian pianino i miei interessi, tra cui quello della scrittura. Solo dal lockdown del 2020 però ho iniziato a unirmi a community online e a studiare seriamente scrittura creativa. L’approccio col mondo dell’editoria è una cosa molto recente, ed è avvenuto nel modo più classico possibile: ho inviato il mio manoscritto all’editore che poi mi ha ricontattato per discuterne la pubblicazione. Certo, per arrivarci ho fatto diversi tentativi partendo dalle case editrici piccole e a distribuzione locale ma, paradossalmente, il progetto è andato in porto solo alzando il tiro.

Lo speziale di Steinbrueck è il tuo romanzo d’esordio, ma ricordiamo che hai già pubblicato il racconto “Il vestito dello sbilf” sui Gialli Mondadori, con cui hai vinto l’edizione 2023 del Termini Book Festival. Questo racconto ha molto in comune con il tuo romanzo: i personaggi, l’ambientazione friulana settecentesca, l’uso del friulano e del veneziano, i riferimenti alchemici… Puoi raccontarci qualcosa di più sulla genesi di entrambi?

“Scrivi di quello che sai”, dicono sempre i manuali di scrittura. Quando mi sono messo a scrivere il mio romanzo, più o meno a metà del 2022, ho attinto alla mia infanzia e ai miei studi sulla cultura e sulla storia della mia regione. Ho terminato l’ultima stesura del romanzo nella primavera del 2023, poco prima che si presentasse l’occasione di inviare un racconto al Termini Book Festival, che al tempo collaborava con il forum di scrittura dove mi allenavo, minuticontati.com. I miei studi erano ancora freschi, così ho pensato di scrivere un’altra storia in un paesino friulano, con delle indagini da svolgere e dei personaggi sopra alle righe. Il racconto e il romanzo hanno così dei punti in comune, ma sono storie separate e con personaggi diversi. Uno tra tutti è Vanni, l’assistente del podestà che, nel racconto, è un uomo forte e possente, ma bonaccione e ingenuo. Accanto all’investigatore, più razionale e metodico, Vanni assume il ruolo di una spalla comica e credo che penserò a qualcosa di simile se mai scriverò ancora una storia di questo tipo. La vittoria è stata un’incredibile sorpresa, mai avrei pensato che un racconto ambientato in Friuli potesse farsi strada in un festival organizzato da una città siciliana.

Quanto è stato lungo il processo di documentazione? Per le ricette degli speziali hai consultato erbari dell’epoca?

Potendo studiare solo nei ritagli di tempo, e dovendo a volte compiere lunghi tragitti per visitare musei o recuperare le copie dei saggi che mi interessavano (tutti presi nelle biblioteche della provincia di Udine e Treviso), ho sentito di avere abbastanza materiale solo dopo più di un anno di lavoro. La parte sugli speziali è stata più semplice, perché esistono numerosi studi consultabili gratuitamente online o volumi pubblicati centinaia di anni fa e liberi da diritto d’autore che Google ha raccolto in GoogleBooks, ho così potuto recuperare una copia in latino della Pharmacopoeia Augustana, un antico ricettario farmaceutico usato nelle spezierie nel Settecento. Leggerlo è stato come aprire il vaso di Pandora, l’incredibile quantità di ricette curiose e di ingredienti improbabili mi hanno convinto a farne uso per il mio romanzo e così ho sfruttato l’occasione per far diventare Giacomo uno speziale.

Questo è un romanzo dalla forte identità friulana, ma è anche uno spaccato di vita quotidiana che racconta, con passaggi di crudo realismo e personaggi al limite del grottesco e del tragicomico, condizioni di «superstizione, miseria e ignoranza» (p. 185). Era importante per te partire dalla storia locale per scrivere un racconto di fantasia?

Assolutamente sì. Il Friuli è una terra che il vasto pubblico conosce molto poco, ma che è ricca di una storia e una tradizione che non ha nulla da invidiare a quelle di luoghi più noti, anche se resta comunque ancorata a un’identità che fa i conti con una lunga storia di povertà. Soprattutto durante il dominio veneziano, come tutta la terraferma, era visto dai padroni come una terra da sfruttare, una colonia, e non un ambiente da far crescere e prosperare. Immaginare la vita delle persone che ci vivevano non è così difficile, perché la povertà del Friuli fa parte anche della storia recente. Nel mio paese d’origine, Cavasso Nuovo, esiste un importante museo dell’emigrazione che raccoglie dati e testimonianze di friulani che, anche in epoca recente, partivano con nulla in tasca in cerca di fortuna, soprattutto nelle Americhe. La storia della Carnia, nelle montagne di frontiera con l’Austria, racconta anche dei “cramars”, i mercanti alpini che affrontavano lunghi e pericolosi viaggi per montagne infestate da banditi e cacciatori di taglie per raggiungere le terre dell’impero fino a spingersi, in alcuni casi, addirittura fino in Transilvania. Il bisogno crea un impulso a reinventarsi e a rischiare, pur di non morire di fame. Nel romanzo, in qualche modo, spero di avere un pochino omaggiato lo spirito di intraprendenza, la resistenza e la forza di volontà del popolo friulano.

La prospettiva storica è molto presente nel romanzo. Da un lato abbiamo un’accurata ricostruzione storica, dall’altro una riflessione sui conflitti sociali dell’epoca (come l’ascesa del ceto mercantile che avrebbe portato allo scoppio della Rivoluzione francese, come alludi nel romanzo). È un periodo storico che conoscevi bene o che ti appassiona?

Mi appassiona molto perché è un momento di transizione e pieno di contraddizioni. Da un lato la spinta a rinnovarsi e a creare un mondo nuovo, dall’altra la forza di antiche tradizioni e scienze che costituivano un retaggio medievale difficile da abbandonare. L’esempio più lampante è costituito dalla figura di Isaac Newton, il fondatore del moderno metodo scientifico e genio assoluto, ma comunque fervente sostenitore di Aristotele e praticante dell’alchimia. Nel Friuli del periodo, le lotte sociali si ponevano su diversi piani, sia tra ricchi, ovvero tra nobili e mercanti, ma anche tra poveri, ovvero i vicini e i sottani. Il conflitto era all’ordine del giorno, in una società in decadenza e in uno stato, quello veneziano, sempre meno forte e più indebitato. Bastava una piccola scintilla per far esplodere questa polveriera e alla fine del secolo ci avrebbe pensato Napoleone.

La dimensione autobiografica mi sembra molto presente nel tuo romanzo, a cominciare dal protagonista, Gottlob, che è un po’ un tuo alter ego: come te è nato in Friuli ma ha studiato in Germania. C’è poi un riferimento alle scoperte di Newton, che rimanda al tuo campo di studi, la fisica. Infine, per Orgnasso ti sei basato sui tuoi ricordi di infanzia?

C’è chi si è accorto che Giacomo nasce nel 1687, esattamente 300 anni prima di me. Certamente io e Giacomo abbiamo delle cose in comune e per costruire la sua storia mi sono basato su esperienze che realmente ho vissuto. Alcuni episodi della sua infanzia sono reali, come per esempio l’episodio in cui i ragazzini cercano di dividere in tre i resti di una colonna della chiesa (quando ero piccolo ero andato a giocare con degli amichetti su un cumulo di macerie risalenti al terremoto del ’76, prima che il sacerdote ci allontanasse in malo modo). Gli episodi in cui Giacomo impara il tedesco sono anche ispirati alla mia fatica di imparare quella lingua durante gli anni trascorsi in Germania, la frase di Hans: “per imparare una lingua straniera devi amoreggiare con una ragazza del posto” mi è stata veramente detta dal mio referente universitario tedesco. Giacomo, crescendo, sviluppa però un caratteraccio che non ha nulla a che vedere col mio 🙂

Quello che trovato più originale è il tuo gusto per l’ironia, cosa non così comune in un romanzo storico. Un linguaggio spigliato, frizzante, che non si risparmia espressioni colorite e termini dialettali, ma senza pretese di aderenza filologica. Quali sono state le tue ispirazioni stilistiche?

Una mia zia anziana mi ha confidato che, leggendo il libro, ha ritrovato la parlata delle persone della sua generazione, persone di madre lingua friulana che parlano in italiano traducendo dal friulano. Infatti, per delineare il linguaggio di Gottlob in modo coerente, avrei dovuto ispirarmi alla lingua tramandata da Goldoni, ma il risultato sarebbe stato troppo artificioso e ridicolo, ho scelto allora di riprodurre il linguaggio dei miei vecchi zii e la predisposizione di uno di questi a brontolare e a lasciarsi andare in battute spaccone. Il risultato è un mix unico tra cadenza friulana, linguaggio forbito e quel pizzico di anarchia che fa diventare tutto comico.

E da un punto di vista letterario? Gottlob e Nicola mi sono sembrati un po’ Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk de Il nome della rosa (come nella scena dell’autopsia o se si pensa all’interesse di Eco per Athanasius Kircher), ma alle volte il protagonista ricorda un hardboiled detective. I bravi, le angherie del signorotto locale, la malattia mi hanno fanno pensare ai I promessi sposi…

Ogni romanzo di questo tipo fa un po’ i conti con Umberto Eco, il capostipite di tutto il filone del giallo storico. Certo, nell’approccio mi sono ispirato a lui, soprattutto alla sua propensione alla pianificazione minuziosa (si dice che Umberto Eco, prima di mettersi a scrivere il suo romanzo, avesse perfino stabilito quanti scalini dovesse avere la biblioteca dell’abbazia). Nicola è certamente una spalla per Gottlob e il rapporto maestro/allievo è uno degli aspetti su cui più ho investito durante la stesura del romanzo (soprattutto tra Giacomo e Rolf, ma anche tra Gottlob e Nicola). Anche il paragone con I Promessi Sposi ci sta anche se è più involontario, il conte de Agris ha diverse cose in comune con don Rodrigo, ma è una figura molto più tragica e che ispira compassione.

Nel ringraziarti ti chiedo cosa ti piacerebbe scrivere in futuro. Stai già lavorando a un altro progetto?

Ho tantissime idee, troppe. Innanzitutto, ho altre storie con gli stessi personaggi de Lo Speziale, in altri momenti della vita di Giacomo. Il mio sogno, però, è riuscire a scrivere un romanzo storico con protagonista un famoso alchimista del Quattrocento su cui sto ancora documentandomi: la storia dell’alchimia è una materia complicata ma estremamente affascinante. Per mia figlia, ho già in mente un romanzetto con protagonista un animale che deve fare i conti con un bosco colpito da una maledizione. Ho anche diversi romanzi nel cassetto, uno è di fantascienza ed è ambientato a Trieste.

Insomma, dipende tanto da come andrà Lo Speziale, ma la voglia di continuare a portare avanti questa passione c’è eccome, e farò di tutto per riuscirci.

Matteo Mantoani (Maniago PN, 1987), dopo aver conseguito una laurea in Fisica nucleare a Trieste e un dottorato di ricerca a Gottinga, si è trasferito a Treviso, dove lavora per una nota compagnia di assicurazioni. Da sempre avido lettore, ma anche interessatissimo alla storia della sua terra, ha pubblicato all’interno di un Giallo Mondadori un racconto, Il Vestito dello Sbilf, con cui ha vinto l’edizione 2023 del Termini Book Festival. Un altro suo racconto, La donna dei Melograni, ha ricevuto una menzione d’onore nell’edizione 2024 dello stesso concorso. Lo speziale di Steinbrueck è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato all’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Fazi Editore.


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