:: Recensione La fonte di Mazzacane, Enzo Antonio Cicchino (Laruffa editore, 2012) a cura di Viviana Filippini

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La fonte di Mazzacane di Enzo Antonio Cicchino è un vero e proprio sguardo sulla terra del Molise nel secondo dopoguerra, è la rappresentazione della storia degli umili narrata attraverso gli occhi e i modi di vivere della popolazione molisana e non della Storia dei nomi altisonanti. Il romanzo di Cicchino è un’opera corale che ha per protagonisti gli uomini del Molise e l’ambiente nel quale questi ultimi vivono,  un habitat naturale con il quale si instaura una relazione di dipendenza morbosa e affettiva. Gli uomini e le donne  di La fonte di Mazzacane  sono individui semplici, gente comune che assume le vesti di attore principale in questo romanzo un po’ storico e cronachistico, nel quale il passato bellico – recente per i protagonisti letterari – e il presente nel quale vivono, si mescolano in un lunga scia di sequenze dal ritmo cinematografico che permettono a noi lettori di entrare dentro ad un mondo arcaico e di conoscere la gente che lo popola. Il paesaggio molisano è ruvido, secco  è l’emblema di un microterritorio brullo e arido di sentimenti, nel quale l’atto fondamentale è il mantenimento della memoria. Ci sono ricordi drammatici e dolorosi, bocche affamate che si affacciano tra le pagine e sembrano richiedere aiuto direttamente a noi lettori e poi la presenza di un registro umano di personalità molto diverse tra loro, che convivono in modo più o meno pacifico in una terra che sembra essere un mondo a sé stante, impiantato in Italia. Ecco comparire i cafoni, i nobili locali, i dottori, i pazzi e i  vagabondi e, perché no, pure figure misteriose come ex -militari di colore. Sono tante le voci presenti nella Fonte di Mazzacane, tra di loro i coniugi Anacleto – veterinario e quando l’occorrenza lo richiede pure medico – e la moglie fedifraga Peruffa. Interessante è la figura di Barbaruscio, un vero e proprio eremita che vive la sua vita in solitudine facendo il pastore di pecore. Sarà un segreto oscuro a tormentarlo in modo continuo fino a quando Barbaruscio si confiderà con Anacleto, per poi saldare i conti con il destino. Non si deve scordare nemmeno il giovane Cipresso, il cui eccesso d’ira distruttiva ricorda molto da vicino quello di Orlando nell’ Orlando furioso di Ludovico Ariosto. Una rabbia che un volta cessata indurrà il ragazzo a prendere un decisone ben diversa da quella che il lettore potrebbe pensare leggendo la sua storia. La fonte di Mazzacane è un romanzo che non ha un io protagonista assoluto ed unico. Gli attori di prim’ordine che animano in modo completo le pagine del nuovo lavoro di Cicchino sono le genti molisane alle prese con la ricostruzione e la natura, nella quale il processo di rinascita post-bellica e l’evoluzione economica sono rallentati da un profondo legame alla cultura rurale e contadina presente in ogni singolo individuo che compare sulla scena. Un rapporto viscerale che impedisce ai molisani di staccarsi in maniera netta e definitiva dalle tradizioni passate che li hanno generati e che ne influenzeranno sempre l’agire di ieri, di oggi e del domani. La fonte di Mazzacane è un luogo dove le voci dei singoli formano un gruppo e diventano un tutt’uno con la natura rustica. Ruolo importante nel sottolineare questo aspetto nell’opera di  Enzo Cicchino è il linguaggio utilizzato per la scrittura del libro. Esso è coinvolgente e curioso, ricco di metafore che dalla pagina si stampano visivamente nell’immaginazione di che legge. Ricco e vario è il registro stilistico, che spazia dal tipicamente narrativo, per arrivare a porzioni narrative che incarnano in modo completo la pura poesia e poi si incontrano con il parlato dialettale (esemplare la versione in molisano del Padre Nostro). Una mescolanza di livelli stilistici e linguistici che evidenziano la sapiente abilità dell’autore di far convivere diversi strati culturali-espressivi, mantenendo sempre attivo il coinvolgimento di chi legge. Ogni personaggio, ogni  gesto  e parola ruotano attorno alla Fonte di Mazzacane, un posto che cela in sé ha il senso della Vita, rappresentato dalla Fonte come sorgente di rinnovamento e del nuovo esistere, e della Morte, perché il mazzacane è un pietra grande come un pugno, spesso usata da persone meschine e senza cuore per eliminare  un cane troppo vecchio, inutile o pericoloso. In questo caso il  mazzacane potrebbe corrispondere a tutti gli ostacoli e agli imprevisti che impediscono ai personaggi di rinnovarsi. La fonte è un punto di incontro e scontro, di vita e morte che nella sua natura esplica il destino della propria gente impegnata ad agire per cambiare, ma allo stesso tempo è impossibilitata a mutarsi in modo definitivo per il permanere continuo del legame con la terra madre. Solo chi se ne va si trasforma, chi rimane resta legato in modo viscerale alla selvaggia terra molisana e ai suoi valori primordiali che ne determinano il corso.

Enzo Antonio Cicchino lavora e vive a Roma. È stato assistente alla regia di Paolo e Vittorio Taviani e di Valentino Orsini per diversi film, inoltre è regista di documentari e inchieste storiche per Mixer della Rai e per il programma la Grande storia. Ha pubblicato altri libri di portata storica come La grande guerra dei piccoli uomini (Lifeditore), e il Duce attraverso il Luce, una confessione cinematografica (Mursia).


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2 Risposte to “:: Recensione La fonte di Mazzacane, Enzo Antonio Cicchino (Laruffa editore, 2012) a cura di Viviana Filippini”

  1. Avatar di Benito Cereno Benito Cereno Says:

    Bellissima recensione.
    Benito

  2. Avatar di Viviana Viviana Says:

    Piacere mio aver dato emozioni scrivendola

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