
A maggio di quest’anno Adelphi ha pubblicato la prima edizione italiana de L’accompagnatrice di Ken Greenhall, l’autore americano riscoperto con l’uscita, lo scorso settembre, di Elizabeth (di cui mi sono occupato sull’Indice dei libri del mese). Apparso per la prima volta nel 1988 come The Companion, può essere ascritto allo stesso filone di Elizabeth, definito dall’autore stesso un romanzo dell’innaturale (prendendo il termine innaturale come personale declinazione del soprannaturale), anche se occorre chiarire sin da subito che questo nuovo titolo di Greenhall non ha lo stesso mordente narrativo del suo romanzo di esordio. Da un confronto tra i due romanzi, L’accompagnatrice risulta sicuramente più sottotono, complice una narrazione meno intrigante. Il prossimo titolo in preparazione, Hell Hound (1977), da cui è stato tratto il film Baxter (1989), si preannuncia una lettura più interessante.
Venendo alla trama, Jillian Cole si è appena trasferita a Serena, una cittadina di provincia nell’Iowa, nel cuore del Midwest americano. Insieme a lei vive il padre cieco, appassionato di musica jazz e dotato, a quanto si dice, di poteri taumaturgici. Jillian lavora come accompagnatrice, prendendosi cura di donne fragili e anziane. La sua nuova assistita, Elizabeth Dobb, vive in una grande casa ed è la ricca matriarca di una famiglia che oggi si definirebbe disfunzionale, composta da due figli gemelli, David ed Eva, e da una nipote, Shirley. Jillian e il padre hanno due doni opposti: mentre lui sembrerebbe in grado di guarire i malati con l’imposizione delle mani, la protagonista non è solo un premuroso angelo custode, ma anche un agognato angelo della morte che, quando l’ora si avvicina, pone fine alle sofferenze delle donne con cui entra in contatto emotivo. L’ombra del passato sembra però seguirla nei suoi spostamenti e darle la caccia, sulla falsariga della vecchia filastrocca inglese di “Jack and Jill” (due nomi non a caso).
Ancora una volta Greenhall si cela dietro una voce narrante femminile, consapevole della propria conturbante femminilità, ma anche capace di trasmettere il senso del sinistro e del torbido. Ancora una volta il romanzo è sospeso tra le due pulsioni freudiane di eros e thanatos: Jillian instaura un legame speciale, «spirituale» (p. 153), con le sue datrici di lavoro, e dalle sue parole traspare non solo il suo ruolo di psicopompo, ma anche una certa tensione erotica. Proprio come in Elizabeth, seppure in maniera meno convincente, si tratta di una protagonista ambigua, al punto che il lettore è portato a dubitare del suo racconto e a chiedersi se la voce narrante sia veramente affidabile o se quanto legge non sia altro che il frutto dei deliri di una psicopatica, di una «aberrazione psicologica» (p. 186), che ci restituisce solo una versione distorta della realtà. Torna a essere presente la morbosità che si può riscontrare in Elizabeth, anche se qui in misura più preponderante e – a mio avviso – ingiustificata. A differenza del romanzo d’esordio di Greenhall, non troviamo propriamente atmosfere gotiche, ma al massimo qualche presagio inquietante e rivelazioni di segreti di famiglia tenuti nascosti in soffitta. Anche se le due opere, come abbiamo visto, condividono i medesimi stilemi, ne L’accompagnatrice la riflessione è incentrata su temi di respiro filosofico come la vita dopo la morte, la presenza dell’anima e la ricerca tormentata della felicità, ma anche sulle più delicate (e, se vogliamo, attuali) questioni del fine vita e dell’identità di genere.
Ken Greenhall (1928-2014), nato a Detroit, Michigan, da genitori inglesi, lavorò come editor per l’Encyclopedia Americana e per la New Columbia Encyclopedia.
Source: inviato dall’ufficio stampa Adelphi, che ringraziamo.
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