“Le cronache di San Cidano”, intervista a Nicola de Silla a cura di Viviana Filippini

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Oggi vi propongo l’intervista a Nicola De Silla per il suo romanzo “Le cronache di San Cidano” (Arduino Sacco Editore), ambientato nel Salento post bellico, in un terra dove legami alle radici e l’arrivo del nuovo proveranno a convivere. Nela abbiamo parlato con l’autore.

Nicola ben arrivato a Liberi di scrivere. Come è nata l’idea del romanzo “Le cronache di San Cidano” ambientato nell’immediato dopoguerra in Salento? Il romanzo è nato per caso in un noioso pomeriggio di fine maggio. Mi accingevo a scrivere sul mio blog un articolo di politica. Cercai di “alleggerirlo” trasformandolo in una parodia, ma più scrivevo più mi accorgevo che in me c’era una storia da raccontare. L’articolo fu cestinato ed il romanzo iniziò a prendere forma.

Antonio Rizzi ingegnere barese, inviato dall’Acquedotto Pugliese finisce in un paesino del Basso Salento, come si trova in questo mondo e con la sua gente? Il protagonista del libro, Antonio Rizzi, nasce dalla necessità di narrare la storia del Salento post bellico con gli occhi di un estraneo. Un personaggio capitato là quasi per caso. Non poteva di certo esser un turista. In quel periodo non ce n’erano e nemmeno un immigrato perché nel Finibusterre il lavoro mancava. Poteva trattarsi solo di un funzionario pubblico inviato in missione. Ed è stata appunto la sorte avversa dell’ingegnere barese a condurlo in un luogo considerato primitivo ed arretrato dagli stessi meridionali. Un posto da cui la gente scappava; di certo non sceglieva di andarci di propria sponte. Egli accetta il suo trasferimento con un atteggiamento carico di rassegnazione e pregiudizio. Non ha alcuna aspettativa e spera di compiere bene e presto il suo lavoro in modo da poter tornare nel mondo “civile”.

Cosa rappresenta invece per tutta la comunità l’arrivo di Rizzi, un cittadino? Le comunità salentine, ora come allora, sono abituate agli “estranei”. 2800 anni di dominazioni straniere dai Messapi agli Americani passando per Greci, Romani, Bizantini, Goti, Saraceni, Longobardi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Turchi, Piemontesi, Tedeschi fanno del Salento una terra di accoglienza e di contaminazione senza eguali. Non dimentichiamo che proprio vicino ad Otranto sorgeva il grande monastero di San Nicola di Casole, il più importante ponte culturale tra Oriente ed Occidente di tutta l’Europa. Per cui i cittadini di San Cidano accolgono il Rizzi come da secoli i loro avi accoglievano i tanti viaggiatori di passaggio. Con rispetto e curiosità.

Tra le diverse relazioni, sono interessanti quelle con il signorotto del paese a anche cono una vedova del posto. Cosa rappresentano per lui?  Chi leggerà il romanzo comprenderà subito che il protagonista è un tipo schivo, molto introverso e con evidenti limiti comunicazione. Geloso della sua intimità non permette a nessuno, a volte nemmeno a se stesso, di guardare nel profondo del suo cuore e dei suoi sentimenti. Luciano Raho e Carmela Greco colmeranno questa lacuna. Con il primo sperimenterà il significato della vera amicizia che non è mai di circostanza e nulla chiede in cambio accettando l’altro così come è. Con la seconda troverà l’amore e lo farà per la prima volta, avendo sino a quel momento, intrattenuto con l’altro sesso solo rapporti meramente formali od esclusivamente carnali. Don luciano Raho e Carmela Greco rappresentano la parte mancante di Antonio Rizzi, ciò che lo completa e lo realizza.

Altro aspetto presente sono i conflitti che Rizzi ha con i notabili del posto. Cosa gli permetteranno di capire a livello di rapporti sociali e nel suo vissuto personale? La lotta di Antonio Rizzi con i suoi avversari ha un elemento introspettivo importante. Egli non ha una grande opinione di se stesso e non è contento della sua vita. Ha spesso subito dei soprusi con malcelato disincanto (non dimentichiamo che era finito a San Cidano perché la sua destinazione originaria era stata data ad un raccomandato). Per la prima volta qui nel Finibusterre decide di lottare e lo fa per porre rimedio ad un’ingiustizia e per dimostrare a se stesso di esserne capace. Alla fine ne uscirà un uomo nuovo fiducioso delle proprie capacità. D’altronde questo è il romanzo del riscatto dei perdenti. Basti pensare alla storia di Nikos Kardatos il pescatore greco omicida che sembrava non dovesse far altro che attendere la morte liberatoria ma impara ad amare nuovamente la vita. O Carmela Greco, rassegnata ad invecchiare senza conoscere l’amore che invece trova proprio nel burbero ingegnere barese.

In un primo momento Rizzi sembra non molto convinto di stare a San Cidano, che effetto avranno su di lui la storia, la cultura e tradizioni che incontrate in questo luogo? Il nostro protagonista, provenendo dal capoluogo, potrebbe essere definito per l’epoca un settentrionale del sud. Arriva a san Cidano carico di pregiudizi ma ben presto si ricrede. Inizia ad innamorarsi del luogo, della luce intensa e speciale che invade e permea tutte le cose, della bellezza del mare, dell’asperità della terra, dei tesori dell’architettura e dell’arte che non si aspettava di trovare.La sua scoperta della bellezza non si ferma alle cose ma procede oltre sino ad apprezzare la gentilezza delle persone, la loro disponibilità, l’ospitalità che definirei intransigente, la dignità con cui affrontano le difficoltà della vita. Sino a giungere poi alla scoperta dell’amicizia e dell’amore.

Quindi, quanto è importante recuperare e mantenere vive le proprie antiche tradizioni culturali? Non è solo importante, credo sia vitale, indispensabile. La conoscenza della propria storia, anche attraverso il mantenimento e la valorizzazione delle tradizioni, ci consente di avere una identità. Ci fa sentire appartenenti ad un luogo non solo geografico ma culturale e spirituale che nessuno può portarci via e dal quale nulla può allontanarci anche quando siamo a migliaia di chilometri di distanza. Conoscere il proprio passato è un bisogno insopprimibile dell’uomo. Sin da prima dell’invenzione della scrittura quest’ultimo veniva rievocato attraverso la parola. E non solo. Circa 6.000 anni fa, in una oscura grotta salentina affacciata sull’Adriatico, un nostro antenato ha sentito il bisogno di raccontare la sua storia. Ha mischiato del guano di pipistrello a l’ocra rossa e attraverso un disegno sulle pareti, ci ha narrato di come cacciasse i cervi per nutrirsi.Solo la conoscenza di ciò che eravamo ci fa capire ciò che siamo, quale è il nostro posto nella lunga catena di eventi dell’umanità. Essa legittima l’esistente, rivendica eguaglianze e differenze, modella la nostra identità.

Può essere visto come un romanzo di formazione? Sì, potrebbe. Tuttavia io lo definirei un romanzo storico di riscatto.

Se il tuo libro diventasse un film, chi sarebbero gli attori ideali? Per l’ingegnere Rizzi penserei a Luca Zingaretti, per Luciano Raho a Diego Abatantuono, per Carmela Greco a Valentina Lodovini o Luisa Ranieri, per Tommaso Melica a Sergio Rubini.

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