:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Il dietro le quinte di Diario vittoriano di Laura Costantini

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È iniziato tutto con Sandokan, quello televisivo di Sergio Sollima e Kabir Bedi. Di mezzo ci si sono messi quasi quarant’anni di vita. Poi c’è stato Sherlock, quello della BBC e una specie di forzato esilio in Molise dove, nel 2014, mi sono trasferita per lavoro. Ah, senza dimenticare la splendida serie Victorian Solstice (sono sei volumi) di Federica Soprani e Vittoria Corella. Ecco, questi sono gli elementi, direi gli ingredienti di base del mio ”Diario vittoriano”. Quattordici mesi di lavoro e di studio partendo da un romanzo molto salgariano iniziato nell’adolescenza e lasciato incompiuto per manifesta inferiorità rispetto all’idea che mi frullava in testa: non avevo la perizia di scrittura e l’esperienza di vita necessarie a portarla avanti. Perché la storia che mi frullava in testa era una storia di amicizia, inizialmente, poi quei due ragazzini avevano cominciato a guardarsi in un modo che… insomma, avete capito, no? Solo che il 1978 non era maturo per una storia lgbt. Di sicuro non lo ero io che, da adolescente, avevo ancora qualche perplessità riguardo un amore omosex. E se vi state chiedendo che ci azzecca Sherlock della BBC, allora non lo avete visto. Perché se aveste presenti certi sguardi e certe espressioni dei due strepitosi protagonisti, sapreste a cosa mi riferisco. La scintilla si accese durante un viaggio in auto tra Roma e Campobasso. Ero lì che ascoltavo la radio, passava “Take me to church” di Ozier, e mi venne in mente una situazione – un processo – e la deposizione di un uomo che iniziava con queste parole: ”Voi mi chiedete se lo amavo…”. Una confessione, una sicura condanna. Un’epoca ipocrita e bigotta, eppure affascinante. Ne avevo avuta la prova appassionandomi ai volumi di Victorian Solstice. Quando arrivai a Campobasso, in un’estate assurda, quella del 2015, ho cominciato a studiare. Usi, costumi, colonie, la vita della regina Victoria, la vita dei nobili dell’epoca. Vi dovessi dire perché la vicenda inizia nel 1881, non lo so. Ma che avrebbe coperto vent’anni era già deciso da tempo. Quindi fino al 1901. Solo dopo mi sono resa conto che è l’anno in cui muore la regina Vittoria. La fine di un’epoca, il momento in cui tutto cambia. Aveva senso. Tutto sembrava collimare. Non so se questa sensazione è nota agli autori che eventualmente leggeranno questo “dietro le quinte”, ma mi capita spesso, anche quando scrivo insieme alla mia socia Loredana Falcone. Le storie si incasellano in un modo misterioso, in cui tutto sembra stabilito prima. E non si sa bene da chi. Comunque è andata così. Ho cominciato a scrivere sul tablet, come se non fossi certa di fare sul serio. La mia scrittura viaggia sempre in coppia, anzi, in simbiosi, con quella di Loredana. Quindi un romanzo solitario, e della mole del “Diario vittoriano”, non era previsto. Ma facevo sul serio. L’ho capito quando raccontare la storia di Robert e Kiran è diventato un appuntamento fisso, un modo per superare la solitudine di Campobasso. E per esorcizzare lo stravolgimento della mia vita. Per questo ho dedicato al Molise il secondo volume, appena uscito. Mentre il primo l’ho dedicato a mia sorella che, all’epoca della prima stesura, si appassionò a questa storia, incoraggiandomi a continuare a scrivere. In tutto i volumi saranno quattro, perché pubblicarlo in un unico libro avrebbe significato un tomo formato vocabolario. Ma è molto meno noioso, così mi dicono.

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