“In un certo senso credo che il virus abbia diritto di vincere. Per anni abbiamo trattato la terra come se fosse un deposito da saccheggiare. Ma la terra, dopo tutto, anch’essa è viva”.
Sarà anche uscito per la prima volta nel 1956, ma La morte dell’erba di John Christopher è un romanzo ancora molto attuale, perché nel libro si parla di un micidiale virus che distrugge qualsiasi tipo di erba (riso e ogni pianta appartenente alla famiglia delle graminacee, compresi grano, orzo, avena e segale) e, vista la presenza di batteri infettivi che oggi ci terrorizzano, credo sia interessante leggerlo per comprendere quanto il panico di massa possa portare al caos completo un intero sistema sociale. L’ambiente dove prende via la narrazione è la Londra del secondo dopo guerra, nella quale John Custance vive in assoluta tranquillità con la moglie e i figli adolescenti. L’uomo si divide tra il lavoro, la famiglia e soggiorni nella valle del Westmorland, dove il quieto e scapolo fratello David gestisce con sapienza la sua fattoria. Fino a questo punto nulla di strano, se non il fatto che dal vicino Oriente (dalla Cina per la precisione) arriva un virus del riso – chiamato Chung-Li – che a Est ha causato carestia, dissidi tra uomini e messa in crisi dei sistemi sociali e governativi. Dopo una prima fase, nella quale la popolazione inglese sembra riuscire a mantenere il controllo di sé stessa, il terrore scatenato dal rapido diffondersi del batterio e dalla scoperta di un macabro progetto governativo fomenterà sempre più un incontrollabile panico di massa. John Custance non esiterà, come molti altri suoi concittadini, a tentare la fuga prendendo con sé la famiglia per portarla verso la salvezza, nella valle del Westmorland. Custance sarà alla guida di un piccolo gruppo di fuggitivi (oltre al suo nucleo familiare c’è quello del suo amico Roger al quale si aggiungo un compagno di scuola del figlio di John, una giovane rimasta orfana e Pirrie un cinico anziano commerciante di munizioni) che lo eleggerà a capo supremo della carovana di essere umani in fuga. La morte dell’erba è un romanzo appartenente al genere fantascientifico-catastrofico nel quel la ribellione della natura Madre-Matrigna, dal sapore leopardiano direi, porta la specie umana a imbarbarirsi nel momento in cui tutte le sue certezze vengono messe in crisi. Custance e il suo gruppo si troveranno a viaggiare in una campagna inglese nella quale vere e proprie bande di uomini agiscono per sopravvivere ad un mondo che sta assumendo una sembianza apocalittica. Con questo romanzo, Christopher- pseudonimo di Sam Youd – dimostra che bastano pochi giorni, per destrutturare il senso di civiltà che si è costruito in milioni di secoli, per trovarsi davanti a degli uomini che agiscono lottando per un puro e necessario istinto di lotta per la vita. Lo stesso John Custance, protagonista principale della trama, un po’ alla volta si immedesimerà sempre più nei panni del capobanda o signore di una tribù, tanto che arriverà a compiere dei gesti per lui impensabili e inconcepibili ai tempi della tranquillità sociale. L’imbarbarimento della specie è una sorta di uragano che investe tutti i personaggi della narrazione, a dimostrazione del fatto che in condizioni di profondo disagio, ogni essere vivente è in grado di dare il peggio di sé, pur di poter continuare a vivere in un mondo dove ogni certezza è messa in crisi. La morte dell’erba di Christopher richiama, dal mio punto di vista, Il signore delle mosche di William Golding e Cuore di tenebra di Joseph Conrad, perché come accade in quei romanzi, ciò che affiora pagina dopo pagina nel libro di Christopher è una sorta di brutale “bestialità” del genere umano sopita e mai scomparsa del tutto. Non manca poi, nella parte finale del libro, un netto richiamo di natura biblica (in particolare mi sto riferendo alla Genesi) che evidenzia quanto il male accechi l’uomo portandolo ad una violenta guerra fratricida.
John Christopher, pseudonimo di Sam Youd, è stato uno scrittore e autore di fantascienza inglese. Oltre che come Samuel Youd e Christopher Youd, ha scritto anche sotto gli pseudonimi di Stanley Winchester, Hilary Ford, William Godfrey, Peter Graaf, Peter Nichols e Anthony Rye. Una borsa di studio della «Rockefeller Foundation» gli rese possibile perseguire la sua carriera di scrittore, iniziando con il romanzo The Winter Swan del 1949 e raggiungendo la popolarità negli anni Cinquanta e Sessanta grazie a diverse opere interessanti, la migliore delle quali probabilmente è La morte dell’erba (1956). È conosciuto soprattutto per la trilogia de I tripodi e per quella di Sword of the Spirits che sono dedicate ai ragazzi, e per i suoi romanzi di fantascienza apocalittica e post apocalittica. Da La morte dell’erba venne tratto nel 1970 un film, diretto da Cornel Wide, dal titolo 2000: La fine dell’uomo (No blade of grass).
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