:: Intervista Alessio Arena per Letteratura Tamil a Napoli, (Neri Pozza 2014) a cura di Viviana Filippini

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Arena e CoverBenvenuto ad Alessio Arena poliedrico artista e musicista con la passione della scrittura che nella sua tappa a Milano nella sede della case Editrice Neri Pozza ci ha raccontato come è nato il suo nuovo intrigante romanzo -multiculturale aggiungerei- Letteratura Tamil a Napoli.

Come è nata l’ idea di scrivere Letteratura Tamil a Napoli?

R: Per scrivere questo romanzo ho preso spunto della reale presenza della comunità singalese a Napoli, composta dai tanti vinti e vincitori della guerra che afflisse lo Sri Lanka a partire dalla metà degli anni Ottanta. Alla fine del conflitto molti abitanti decisero di lasciare la loro terra per emigrare altrove e a Napoli la comunità è presente dagli anni Novanta, proprio nel centro della città, nel Rione Sanità, dove sono nato anche io. Fin da piccolo ho sempre vissuto vicino a questa collettività e crescendo mi sono reso conto che, a parte un film Into Paradiso del 2010 della regista sceneggiatrice Paola Randi, non c’era materiale che raccontasse la letteratura Tamil e tutto il loro mondo e così ho pensato di scrivere il romanzo Letteratura Tamil a Napoli.

C’è una Napoli di superficie e una sotterranea. Raccontaci cosa accade nel ventre di Napoli.

R: Il mondo sotterraneo di Napoli è molto vitale, è il luogo dal quale arriva l’acqua per la città e durante la Seconda guerra mondiale è stato un vero e proprio rifugio dai bombardamenti per la popolazione. Nel mio libro, i Tamil trovano nel ventre di Napoli l’ambiente ideale per creare una seconda città, o meglio creano una città nella città come segno di libertà, anche se vivendo sempre più a contatto con le viscere di Napoli un poco alla volta anche i Tamil assumono su di loro i caratteri dei napoletani trasformandosi in Napo-tamil. Anche la letteratura che i Tamil puntano a ricreare dentro a questo cosmo che si trova nel sottosuolo è si qualcosa della loro tradizione, ma allo stesso è anche un qualcosa che recuperano da Napoli, perché girando nei sotterranei cittadini la maggior parte dei muri è ricoperta di scritte lasciate nel corso del tempo. Questi segni e parole sono la testimonianza che a Napoli è possibile farcela e sopravvivere. Tra i Tamil che creano libri, sfuggiti alla guerra dello Sri Lanka e i napoletani sopravvissuti alla guerra, c’è una somiglianza dettata dalla condivisione e dall’empatia della comune sofferenza determinata dalla guerra. Non a caso il primo libro tamil protagonista del mio romanzo racconta proprio la Napoli sotterranea durante il conflitto e per scriverlo ho preso ispirazione da Napoli 44, romanzo di memorie e visionario scritto da Norman Lewis.

Nel libro ci sono dieci personaggi impegnati a scrivere libri e loro corrispondono ad altrettante divinità indiane come mai?

R: I personaggi si muovono in un ambiente letterario in base all’avatar di Visnu nel quale si identificano di più, perché Visnu si reincarna per riportare l’ordine delle cose e nel mondo. Ogni avatar è un mito e i temi da loro recuperati hanno il valore dell’universalità e per tale ragione riguardano tutti gli uomini. I Tamil protagonisti del romanzo scrivono e nel momento in cui compiono questo atto lo fanno sotto la protezione di un avatar.

Che funzione hanno i libri che i diversi personaggi scrivono?

R: Ogni libro presente nel mio romanzo è un pezzo che assieme ad altri libri cerca di ridare vita nella città di Napoli alla storica biblioteca Tamil andata distrutta nella guerra tra Tamil e Singalesi. C’è quindi la volontà dei personaggi del libro di recuperare la tradizione della propria cultura di appartenenza per farla sopravvivere, per reinventarla e per crearsi un’ identità con il fine di comprendere il proprio posto nel mondo.

Quali fonti hai considerato per scrivere questo romanzo e quanto è importante conoscere culture nuove?

R: Per scrivere questo libro è vero ci ho messo del tempo, un po’ per la ricerca e un po’ per il mio lavoro da musicista che mi ha portato a girare in lungo e in largo in Italia e all’estero. Tra le fonti utili è stato fondamentale il contatto con i Tamil di seconda generazione, nati a Napoli e no. Parlando con loro ho percepito un forte senso di appartenenza all’Italia, loro non solo si sentono italiani, ma si sentono napoletani. Ho ascoltato le loro storie che mi hanno dato ispirazione per il mio libro e poi ha fatto riferimento ai dati storici relativi alla guerra tra Singalesi e Tamil. Per quanto riguarda la letteratura Tamil e l’approccio di conoscenza della letteratura leggendaria è stato molto utile approfondire la conoscenza della storia della letteratura Dravidica che influenzò la letteratura antica indiana e quella tamil. Conoscere altre culture, diverse da quella dove siamo cresciuti, è un importante percorso di conoscenza dell’altro, in quanto questo cammino di scoperta permette di individuare dei punti in comune tra mondo diversi. Per esempio, nel mio libro si noterà come i napoletani e i tamil siano uniti dalla condivisione del dolore e della sofferenza e come si dice in modo comune tra Tamil: “Siamo tutti sotto la stessa tempesta”.

I protagonisti hanno nomi in lingua Tamil e nomi in napoletano. Quale è la funzione di questa doppia identità?

R: Il doppio nome è un po’ una delle peculiarità delle gente di Napoli, nel senso che ogni abitante ha un nome e un soprannome. I personaggi del libro hanno sì un nome Tamil, ma si sentono anche molto legati a Napoli e per questo il loro soprannome, recuperato e spogliato da qualsiasi elemento dispregiativo, è rivalorizzato in modo positivo per sottolineare ancora di più il profondo legame con Napoli, che li ha accolti e accettati.

Come accadeva in L’infanzia delle cose, anche in Letteratura Tamil a Napoli ti occupi di piccoli gruppi etnici. Come mai hai questo interesse per le minoranze culturali?

R: Il mio interesse verso le minoranze etniche culturali è forse dovuto al fatto che anche io vengo da un parte di Napoli, il Rione Sanità, che in un certo senso è stato considerato una minoranza e una sorta di mondo a sé, spesso finito sotto etichette e pregiudizi nati nel corso degli anni. Quando ero piccolo in più occasioni mi son sentito escluso dal resto del mondo e un po’ sotterraneo come i protagonisti del mio libro, perché ho sempre sentito di appartenere ad una sorta di mondo altro presente nella città di Napoli. Basta pensare al fatto che a Napoli prima di conoscere l’italiano, in molte zone si impara il dialetto, che viene considerato una vera e propria lingua. Nel libro L’infanzia delle cose i protagonisti gitani si trovavano a vivre in una situazione di incontro e scontro tra culture diverse e tangenti che li voleva guidare a superare i propri limiti dettati dal contesto di vita. Una situazione che ho vissuto in un certo senso anche io, quando a sei anni mi son trasferito in Spagna, e mi son trovato ad entrare da piccola particella in un mondo vasto e sconosciuto che ho imparato a conoscere un po’ alla volta.

Tra i tanti personaggi presenti, molto intenso è il ritratto della zia transessuale di Bibberò. Raccontaci qualcosa di questa figura.

R: La zia transessuale di Bibberò è uno dei personaggi più affascinanti del libro per il viaggio alla scoperta di sé che compie durante la trama. Il parente del protagonista cerca di liberarsi da un corpo che non sente suo e quello che più mi appassiona suo è proprio cammino svolto per raggiungere la sua nuova e vera identità, attuando una nuova nascita. Chi nella realtà di ogni giorno vive un cammino simile, agisce per raggiungere un traguardo preciso e diventare ciò che sente davvero di essere. La zia di Bibberò e le tante persone che esperimentano questo percorso sono dei veri e propri libri scritti pronti a raccontarsi a noi lettori e uditori.

La religione è spesso presente nei tuoi libri compreso questo ultimo lavoro. Come convivono il cristiani e i tamil?

R: La religione è uno dei temi che spesso ritornano nei miei libri, e quello che più mi incuriosisce è il paganesimo della religione cristiana e anche i suoi aspetti più kitsch come le tante rappresentazioni delle statue di santi, le immagini e tutta una serie di oggettistica religiosa che era molto in voga negli anni Ottanta. A Napoli in ogni casa e in ogni angolo della città sono presenti oggetti e immagini di culto religiose che gente prega e venera con passione religiosa profonda, ma ora questi simulacri non sono più solo cristiani, perché compaiono anche quelli Tamil. Nel libro ad un certo punto la statua di San Gennaro viene sostituita con quella del Buddha e questo è un segno delle convivenza tra due mondi religiosi e cultura che c’è a Napoli, anche se non lo si dice in modo esplicito. Napoli è una città abituata a dare e ricevere e non a caso in lei gli italiani convivono tra loro e, da anni, gli italiani convivono con le diverse etnie presenti, tra le quali ci sono i singalesi, in un scambio reciproco di saperi e valori. Per capirci meglio, se fino a qualche anno a Napoli i manifestini attaccati ai muri con messaggi e avvisi di vario tipo erano scritti in italiano e napoletano, oggi accanto a loro ci sono pure annunci in lingua tamil. Questo dimostra che la convivenza e la mescolanza tra culture c’è, è viva ed è in atto una mescolanza tra tradizione e innovazione, come emerge dal libro.

Sei già al lavoro per un prossimo libro?

R: Il prossimo lavoro è in fase di stesura e sarà un libro che avrà per protagonista il transatlantico Homeland costruito nel 1905, che nell’estate 1950 effettuò 5 viaggi tra Napoli e New York.


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