Cronache di Principi e Viandanti, di Michael Chabon (Indiana Editore, 2014), è stato originariamente pubblicato sul New York Times, in quindici puntate, come si faceva coi romanzi d’appendice; successivamente è uscito in una sontuosa edizione (Sceptre) che emulava i vecchi romanzi per ragazzi – copertina cartonata, mappa pseudo-antica, e all’interno le illustrazioni, splendide, di Gary Gianni, uno dei maestri contemporanei del fumetto e dell’illustrazione d’avventura.
L’operazione di Chabon è dichiaratamente “ideologica” e in linea con altri lavori dell’autore (incluso il saggio Maps & Legends, anche questo ora tradotto in italiano da Indiana Editore). L’idea è riportare all’attenzione di un pubblico che si è lasciato distrarre dalla letteratura alta, i piaceri della narrativa avventurosa. Restituire dignità al genere, riappropriarsi dell’escapismo come funzione centrale della scrittura e della lettura.
Per fare ciò, l’autore americano ha studiato i classici del genere (la lista compilata da Chabon e pubblicata a suo tempo dal Times include Dumas padre, Harold Lamb, Fritz Leiber, Jack Vance, Michael Moorcock, Robert Howard e George MacDonald Fraser), e ne ha distillata l’essenza, al fine di proporla al suo pubblico di riferimento.
E la questione è poi tutta qui – cosa ricaverà, il lettore di riferimento al quale è destinata questa storia, dalla lettura di Principi e Viandanti?
Onestamente non lo so – io, dopotutto, non sono il destinatario di questo libro.
Non solo non ho idea di cosa sia la letteratura alta, ma ho letto Dumas, Lamb, Leiber, Vance, Moorcock, Howard e MacDonald Fraser, e mi sono piaciuti. Senza che me ne dovessi vergognare.
E non ho mai pensato che la narrativa avventurosa e d’intrattenimento debba vedersi restituire una dignità, perché credo che la sua dignità, la storia d’avventura, l’abbia persa casomai agli occhi di lettori troppo impegnati a specchiarsi per godersi semplicemente la storia.
L’operazione di Chabon, a me che non ne sono il destinatario, pare una di quelle cose un po’ dubbie – come il grande chef internazionale che prepara una spaghettata aglio, olio e peperoncino, assicurandoci che nonostante siano solo spaghetti, sono comunque ottimi.
Altrimenti lui non li preparerebbe, giusto?
È snob.
Perciò sì, lo ammetto, la premessa dell’operazione di Chabon mi risulta fastidiosa.
Ma manteniamo una certa oggettività, o per lo meno proviamoci.
Di cosa parla, Cronache di Principi e Viandanti?
La storia si svolge sulla Via della Seta, nel decimo secolo, ed ha per protagonisti una coppia di amabili cialtroni, entrambi ebrei: Amram è un africano colossale armato d’ascia vichinga, e Zelikman è un franco, un albino dall’aria emaciata, un medico che predilige lo stocco come arma. Per quanto entrambi sembrino più portati alla discussione ed alla pedanteria che non all’azione. Ma l’azione non manca: nel caso specifico, l’avventura dei nostri eroi coinvolge un principe detronizzato che vuol tornare al posto che gli spetta di diritto, ed un imprevedibile scambio di persona.
È un buon libro?
Il linguaggio di Chabon è colto e ironico, e non manca di strizzare l’occhio al lettore. Questo romanzo, dopotutto, ci informa l’autore, si intitolava originariamente “Ebrei con le spade”.
Al di là di questo, la storia è debole, molto debole.
Ed è possibile, possibilissimo, che il lettore di riferimento, il destinatario di questa storia, cresciuto a letteratura “alta”, rimanga a tal punto abbagliato dal gioco intellettuale e metanarrativo, talmente coinvolto nella complicità che l’autore tenta disperatamente di suscitare, da gridare al capolavoro.
E gli altri?
Gli altri probabilmente no.
La quasi totalità delle storie di Harold Lamb sono ambientate lungo la Via della Seta.
Amram e Zelikman sono due copie abbastanza squallide di Fafhrd e del Gray Mouser, protagonisti delle storie di Fritz Leiber.
Certo, Zelikman è un albino che veste di nero – come Elric, il personaggio più popolare di Michael Moorcock.
Lo scambio fitto di chiacchiere all’apparenza insulse e forbite è il marchio di fabbrica di ogni personaggio uscito dalla penna di Jack Vance, a cominciare da Cugel, detto l’Astuto.
Quanto alla trama, che sia il Dumas de La Maschera di Ferro, che sia il MacDonald Fraser di Royal Flash o il Bob Howard di A Witch Shall Be Born, siamo già stati qui, abbiamo già letto questa storia – ed era scritta meglio.
Perché, ed è questo che è importante, il vero problema non è che Principi e Viandanti sia derivativo e raffazzonato, una specie di mostro di Frankenstein messo insieme cucendo pezzi di storie tutte ottime, ma già lette.
E non è neanche la quantità di sciocchezze, anacronismi e incongruenze inseriti per il gusto dell’effetto – lo stocco di Zelikman, per altro “un grosso bisturi modificato” è in anticipo di sette secoli sulla realtà… e poi, davvero, un “grosso bisturi” usato come stocco? Settanta centimetri di bisturi?
Ma no, non è questo il problema, no.
Il problema è che Chabon fallisce proprio dove si impegna di più – emulare l’esuberanza, la freschezza e la meraviglia di quelle storie avventurose, per sdoganarle presso un pubblico di lettori snob.
Fallisce, probabilmente, perché l’autore è troppo impegnato a “darsi un tono” e a strizzare l’occhio al suo lettore di riferimento.
O forse chissà, davvero non la si può emulare, quella vitalità – bisogna possederla.
Due ultime note, prima di chiudere, sull’edizione italiana.
La prima: è indispensabile segnalare l’eccellente traduzione di Francesco Graziosi, che riesce ad iniettare un po’ di vita e di energia nella narrazione, migliorando il romanzo, e non poco.
La seconda: purtroppo, l’edizione italiana non include le illustrazioni di Gary Gianni, che erano e sono la cosa migliore dell’edizione originale.
Michael Chabon (1963), scrittore e sceneggiatore americano, ha esordito nel 1988 con il romanzo I misteri di Pittsburgh, seguito da Wonder Boys (1995), da cui è stato tratto l’omonimo film con Michael Douglas. Nel 2001 ha vinto il premio Pulitzer con Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay. Indiana ha già pubblicato Mappe e leggende (2013).
Tag: Davide Mana
13 ottobre 2014 alle 11:40 |
Chabon mi affascina da quando lessi “Cavalier e Klay”, aggiungo anche questo, grazie.
14 ottobre 2014 alle 13:44 |
Mah, al di là della debolezza della storia (io avrei parlato piuttosto di “semplicità”, trattandosi di un gioco letterario), sul fatto che la letteratura semplicemente avventurosa sia sempre più vista con condiscendenza rispetto ad altri generi o stili letterari mi sembra non ci siano molti dubbi. Oltre agli autori citati da Chabon, prova a chiedere a un lettore qualsiasi se, a parer suo, Stephen King e David Foster Wallace meritino di essere giudicati sulla base degli stessi parametri di valore, ti guarderà come se fossi pazzo. Io sono d’accordo con Chabon, nell’immaginario letterario collettivo la letteratura d’avventura ha perso parecchia dignità, trovo che sia sempre più profondo l’abisso che separa lo snobismo intellettuale dal piacere della lettura pura e semplice.