Emanuele Pettener insegna lingua e letteratura italiana alla Florida Atlantic University, a Boca Raton, negli Stati Uniti. Ha pubblicato diversi racconti e saggi, fra cui John Fante e gli altri: lo strano destino degli scrittori italoamericani (In Quei bravi ragazzi, a cura di Giuliana Muscio e Giovanni Spagnoletti, Marsilio, 2007) e curato il cinquantesimo numero della rivista Nuova Prosa, Essere o non essere italoamericani (Greco&Greco, 2009); è autore del volume Nel nome del Padre, del Figlio, e dell’ Umorismo: i romanzi di John Fante (Franco Cesati Editore, 2010) e del romanzo È sabato mi hai lasciato e sono bellissimo, inserito nella collana “L’Isola Bianca”, diretta da Roberto Pazzi per Corbo Editore (2009).
“È sabato, mi hai lasciato e sono bellissimo”, un romanzo che nel corso della narrazione induce il lettore a lasciarsi condurre negli stati d’animo più sentiti.
Giocoso, ironico, preciso nei dettagli, tanto da far ‘vivere’ come in una ‘ripresa diretta’ situazioni, emozioni, riflessioni.
Ripercorrere il senso, attraversare, metafore di vita dove seguire il racconto diventa un tutt’uno con la storia, con gli eventi che si susseguono.
La sensazione palpabile di essere su una spiaggia, di ‘toccare’ ed esplorare, di ‘consumare’ la vita e gli eventi, con entusiasmo e fibrillazione.
Leggere “È sabato, mi hai lasciato e sono bellissimo”, costringe il lettore ad accelerare il battito della scoperta, del ricordo, dentro le consapevolezze proposte, alzando il livello di attenzione, una respirazione accelerata…nel vivere la lettura.
L’autore, che al momento sta lavorando ad un nuovo progetto editoriale su John Fante, accetta l’incontro, con la sua solare disponibilità per rispondere a qualche domanda.
DOMANDE:
– “È sabato, mi hai lasciato e sono bellissimo”…un titolo che induce a pensare ad un abbandono ed una sensazione liberatoria…una strana contemporaneità, un modo per vivere due polarità?
Nel sottofondo di ogni sconfitta si avverte, nascosta eppure viva, una certa, inspiegabile, dolcezza. Il sollievo delle lacrime, l’ottimismo che luccica nei momenti più neri, i primi bagliori del sogno di tornare vincitori. Sì, la gioiosa, pomposa, smagliante dichiarazione “sono bellissimo” (una frase di levità rossiniana) è congiunta all’addio – che nella mia storia è un addio alla giovinezza, al primo amore, all’amicizia, a tutto ciò che a 20 anni sembra assoluto e incorruttibile.
– La sua passione per la scrittura, è insita in lei e viene raccontata nelle sue interviste come un esperienza che la accompagna nel corso della vita. Terapeutica e liberatoria?
Mi ricordo alle scuole elementari, l’ebbrezza del giovedì mattina, il giorno del tema in classe. Un piacere già corrotto dalla vanità, in quanto scrivevo per un pubblico – la mia maestra – un’aristocratica vecchina, gobba per una caduta da cavallo in gioventù: la temevo, l’ adoravo, e agognavo al suo applauso.
Ricordo anche la mia prima volta, avevo 19-20 anni, nel soggiorno di casa: io e la mia biro blu, furiosamente avvinghiati a un quadernetto a quadretti, a riesumare un antico episodio sentimentale. Il piacere mi prese così forte che mi dimenticai d’avere un appuntamento con mia madre, che s’inferocì. Ma non importa, avevo scoperto la più squisita delle voluttà – e da allora scrivo solo per ritrovarla, come un esploratore alla ricerca del Sacro Graal.
È rarissima, una specie di ipnosi, di rapimento mistico e sensuale: la vita ha senso in quel momento, Dio, l’Anima, il Bene e il Male, l’Universo – tutto è così ovvio! Tutto è così normale!
In realtà si sa, la ricerca in sé è importante più del Sacro Graal.
– In che senso è più importante?
Inseguiamo tutti qualcosa che dia sostanza alla nostra vita: collezioniamo figurine, compriamo roba, ambiamo a una promozione, c’innamoriamo, facciamo un corso di degustazione vini o un figlio, fondiamo associazioni filantropiche. E tutti scriviamo: perché, oltre che sostanza, la scrittura dà forma alla nostra vita. La trattiene, la certifica, le dà contorni e magari una spiegazione. E, ancora, appaga il primo dei bisogni – la vanità.
– Non le chiederò quanto di autobiografico racconta partecipando, in questo romanzo, vorrei chiederle, cosa le ha lasciato scriverlo…
La memoria di un divertimento vorticoso, l’affetto di diversi nuovi e vecchi amici ritrovati.
– La sua modalità descrittiva, induce il lettore a farsi portare attraverso la narrazione, un viaggio dentro le sensazioni adolescenziali e non, un sentire, un quasi ‘toccare’ le situazioni. Epidermicamente coinvolgente, Leggere e partecipare, era questa la sua aspirazione mentre scriveva questo racconto?
Detto per inciso, quel che dice mi lusinga e la ringrazio. Perché scrivere, e leggere, è un modo per catturare e riprodurre madeleins – mi rendo conto di non essere il primo a dirlo. Ah, quegli attimi! Come farfalle da mondi misteriosi, attraversano improvvisamente la nostra giornata: l’oggetto più comune, l’immaginetta bucolica riprodotta su un pacchetto di caffé, un copertone consumato dal sole in riva a un fosso, il sapore del biscottino intinto nella tisana – e fulmineamente, il pulviscolo dorato di un’emozione antichissima riverbera di gioia, sgomento, incomprensibile nostalgia. Una voce roca alla radio che si mescola all’odore dell’aglio fresco che abbiamo appena tritato sulla tavoletta di legno della nostra cucina – e d’incanto ci troviamo in una limpida mattina di luglio affacciati a una finestrella rossa di una casetta bianca di fronte al mar Greco, che non abbiamo mai visto. Un guazzabuglio il cuore umano, davvero…
– Tra i suoi autori preferiti, Wilde, Schnitzler, Kundera, Proust , Tomasi di Lampedusa, Svevo, e Sciascia; tra i recenti Julian Fellowes, Stephen Fry, Richard Russo, Vladimir Nabokov. Con John Fante, lei realizza un sogno partecipato. Ci vuole anticipare qualcosa del suo prossimo progetto editoriale?
Sono grato a chi mi ha invitato e m’inviterà a parlare del “Sabato”, questa estate: l’editore intende puntare ancora sul mio piccolo romanzo. Nel frattempo, l’ho presentato in un liceo vicino a Boston e ad aprile avrò l’onore di introdurlo a Miami, in un incontro organizzato dal Consolato italiano. E più in là, credo che farò qualcosa a New York. Poi c’è il mio volume su Fante, da promuovere anche lui, spero d’averne opportunità, specie in Abruzzo, terra d’origine di Fante. Per il resto, mi piacerebbe scriv
ere qualcosa che mi appassioni allegramente e che non contenga una sola parola seria.
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20 marzo 2010 alle 12:36 |
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