
Mi fermo. È la soluzione più sensata che mi viene in mente. Gli altri sfrecciano dissennati ma io mi fermo. Diluvia già da un po’ e non vedo un accidente. Nemmeno un ponte sotto cui ripararsi. È mezzogiorno e sembra notte fonda. Un cielo verticale mi viene addosso da destra e da sinistra. Faccio bene ad accostare l’auto qui lungo la strada in questa piazzola, tanto tra poco la pioggia rallenta di sicuro, è solo un temporale estivo. Non dovrei fare tardi, casa è a pochi chilometri.
Spengo il motore e tiro fuori il cellulare dalla borsa per fare una telefonata a mia sorella, giusto per occupare il tempo, ma gli scrosci di pioggia sovrastano la mia voce. Mentre strillo al telefono, sento nitidamente qualcuno bussare al finestrino dalla parte del passeggero. Non riesco a vedere chi sia perché l’acqua che viene giù è talmente tanta da annebbiare la vista. Chiudo la chiamata rapidamente e cerco il tasto della chiusura della serratura, non si sa mai, ma in quel momento lo sportello dell’auto si apre e un tipo mi piomba dentro.
Dovrei urlare invece resto impietrita. È bagnato fradicio e mi inzuppa il sedile di acqua e fango. Un viso sospetto spunta fuori dal cappuccio nero di una felpa logora, ciocche grondanti di capelli gli ricadono su una barba incolta. Con un gesto secco si toglie gli occhiali scuri e i suoi occhi ostili si imprimono sprezzanti nei miei. Un sorriso sardonico deforma le pieghe delle guance stirando malamente la pelle. La pistola puntata dritta contro di me, altezza cuore, esclude ogni tentativo di errore di persona. Nessuno sparo. Solo poche parole.
«Un bacio, voglio solo un bacio o ti ammazzo.»
E senza aspettare il mio consenso mi prende la testa e scaraventa le labbra sulle mie. La sua lingua trivella la mia bocca. Lo scambio di salive è ineluttabile. Lo lascio fare. Per un attimo mi è parso quasi di assecondare i suoi movimenti. Non può essere. Sono senza dubbio solo gesti inconsulti dettati dalla paura. Sento una mano infilarsi sotto la mia maglia e palpare la pelle. Mentre prevedo l’inevitabile, l’uomo si ferma di scatto, mi guarda ancora per un po’ e scappa via. Dieci secondi di terrore, o forse poco più, e tutto finisce. Mi ritrovo sola. Inebetita. Tratteggio a fatica la provocazione delle sue parole. La pioggia è cessata, l’arcobaleno sarà spuntato a ovest. Dovrei mettere in moto e fuggire via. Invece scendo dall’auto. Pazza. Cos’è che mi prende? E se torna? Magari mi sta osservando e ora mi aggredisce di nuovo. Niente. Resto lì impalata appoggiata alla portiera chiusa. Per un’ora. Come ad aspettarlo. Ad aspettarlo? Ma cosa mi viene in mente? Rientro in macchina e girovago un bel po’ prima di rincasare. Dieci secondi. Dieci secondi di eccitante terrore.
«Ciao, hai fatto tardi, ti aspettavo per pranzo.»
«Eh, un traffico incredibile con quella pioggia di prima.»
«Con prima ti riferisci all’acquazzone di stamattina? Potevi avvisare in ogni caso, ho mangiato da solo, scaldati pure la roba al forno.»
«Grazie per la gentilezza. E comunque non è tardi. È solo un po’ più tardi del solito, mi controlli pure ora?»
«Stai sempre sulle difensive, ho solo detto che potevi avvisare.»
«Se mi attacchi mi difendo. Comunque mi sono dovuta fermare a fare la spesa.»
«Non ti sto attaccando. Cerco di capirti. Per esempio, hai lasciato le buste in macchina?»
«Come scusa?»
«La spesa hai detto. Sei a mani vuote.»
«Ah sì, cioè no, sono passata da mia sorella a lasciarla.»
«La nostra spesa da tua sorella?»
«Esatto, da mia sorella. E direi che sì, mi stai controllando, quindi se ora hai finito con le domande io sarei stanca e mi è passata pure la fame. Vado a farmi una doccia.»
L’acqua bollente placa il mio nervosismo ma non frena il mio desiderio. Pazzesco. Non riesco a considerare il pericolo ma solo la smania di rivivere quei momenti. Mi concentro e ripasso tutto nei dettagli che il panico mi aveva appannato. Rivedo quello sguardo dritto puntato verso di me, quegli occhi grandi di un colore ancora da inventare, era di un verde compatto con delle note diverse, come delle venature scure. Poi i capelli sotto il cappuccio, castani e mossi, erano coperti da una bandana a coprire la fronte e ricadevano sulle spalle. Sento la scorza ruvida della sua mano che mi sfiora, un tocco audace e potente. E poi il suo odore, naturale e legnoso come di corteccia di pino. Particolari che si insinuano nella testa invadenti e insidiosi.
«Sei in bagno da tre ore. Ha chiamato tua sorella.»
«Sono in bagno da mezz’ora. Ha chiamato o forse hai chiamato tu?»
«Non ha nessuna spesa. Potevi avvisarla di reggerti il gioco.»
«Non ho fatto in tempo.»
«Molto bene, siamo a questo punto.»
«Dobbiamo parlare attraverso una parete? Mi asciugo e vengo.»
Accidenti a me e a quando dico bugie impercorribili e senza senso. Cosa mi invento ora? Come ne esco senza farmi scoprire? E se gli raccontassi tutto così mi tolgo una volta per tutte questa zavorra dal collo che è la mia storia con lui? Non so cosa fare e non ho tempo per prendere tempo, dannazione. Mi posso inventare quelle scuse sulla stanchezza del rapporto, che ho bisogno dei miei spazi e tutte quelle frottole che s’impiattano quando si vuole chiudere un rapporto. Oppure gli dico che sono stata aggredita da un pazzo che mi ha baciato mentre mi teneva una pistola puntata e che forse la cosa mi ha anche elettrizzato a tal punto da volerlo rivedere? O magari una via di mezzo. Scelgo la via di mezzo. Un’idea assurda mi balena in testa. Azzardata. Ma è l’unica. Esco dal bagno e dalla mia nicchia di ipocrisia e lo raggiungo.
«Allora vuoi spiegarmi che motivo c’è di raccontarmi bugie?»
«Non era propriamente una bugia.»
«Ah no? E come la chiami tu una falsa affermazione?»
«Era un escamotage.»
«Un escamotage… peggio quindi. Una bugia si perdona, un sotterfugio no.»
«Non era nemmeno un sotterfugio.»
«Eh, piantala di dare un nome a quello che è successo! Se ti va di parlare bene, altrimenti guarda chiudiamola qui.»
«Mi ha avvicinato un tipo mentre ero in auto e mi sono spaventata e così sono andata in giro per un po’, tutto qui.»
«Che significa tutto qui? Potevi chiamarmi! Che ti ha fatto? Che ti ha detto? Ti ha rapinata?»
«Niente. Se ne è andato via subito, solo mi sono spaventata, però ho pensato di… di sporgere denuncia.»
«Una denuncia? E per cosa? Per un matto che non ti ha nemmeno sfiorato a quanto pare? Fai come credi ma per me è un buco nell’acqua.»
«Magari è uno squilibrato che può far del male. A me non è successo nulla perché pioveva e forse non ha avuto tempo di agire. Ma ci penso io, è una sciocchezza, domani faccio un salto al commissariato.»
Intanto divido il mio cervello e tento una distribuzione equa di parole da dire a lui e quelle su cui ragionare. Una denuncia mi darebbe l’unica chance per poter tentare di scoprire chi sia. Con una mia dichiarazione ufficiale scatterebbero accertamenti, atti formali, provvedimenti e chissà. Però accidenti! No! Non ho considerato che agendo così, ammesso che vada tutto liscio, poi non otterrei altro che l’impossibilità a vederlo di nuovo. O quanto meno a vederlo in libertà. Ma è anche vero che magari non succede nulla, lo trovano, lo tengono una notte in gabbia e poi lo mettono fuori. Ma questo succede nei film. Non lo so, non so cosa fare. I pensieri e le idee viaggiano a una velocità che non controllo e prima di rischiare un incidente mortale torno a lui che mi parla fitto e insiste.
«Non mi sembra una buona idea ma ti accompagno se vuoi.»
«No, ora che ci penso forse hai ragione tu, sarà stato un matto. Non ho elementi validi per una denuncia. Ci penso domani, ora però mi è venuto un buco allo stomaco. Sarà la fame. Mi scaldo al microonde il pranzo.»
«La merenda vorrai dire, visto l’orario.»
«Mangio ora perché ho fame ora e ho tempo per farlo ora. Possibile che sei sempre polemico?»
«Ah, io? Polemico io! Vogliamo parlare di te invece? Del tuo vivere in trincea? Sempre lì pronta a resistere a una minaccia continua che identifichi regolarmente con me? Altro che quello, qui la matta sei tu! Lasciamo stare, meglio che esca, mi faccio un giro, anzi due, ciao.»
«Sì decisamente meglio, ciao.»
Sono qui a mangiare cibo riscaldato non pensando ad altro che a stamattina mentre invece dovrei preoccuparmi della mia storia con lui che sta andando a rotoli, del fatto che non ci capiamo più, che tiriamo avanti da anni. Ha ragione, la matta sono io. Mi riprometto che affronterò i nostri problemi, ma ora ho solo questo dannato tarlo nel cuore e, prima che il ricordo diventi la memoria di un’assenza, devo almeno provarci e tornare lì, sperando che quel tipo si aggiri sempre in quella zona, e devo farlo oggi. Decido di aspettare l’imbrunire. Prendo il telefono e scrivo un messaggio. Esco anche io ma resto fuori per cena. Non da mia sorella. Quindi non chiamarla di nuovo. Non dovrei fare tardi. Ti ho avvisato. Categorica e scostante, lo so e invio. Il mio proposito di chiarire con lui è durato il tempo della deglutizione. Intanto mi preparo.
Arrivo alla stessa piazzola. Accosto. Non c’è nemmeno la luce di un lampione. Follia stare qui. Follia spegnere il motore. Ma non avverto il pericolo. Sento invece la mente rilassarsi e svuotarsi. Un blackout del pensiero. Sposto il sedile indietro e distendo le gambe. Il corpo cambia ritmo, il cuore rallenta, la pressione diminuisce. Il fresco della sera penetra piacevolmente nelle ossa attraverso la fessura del finestrino leggermente aperto. Infilo una giacca che tengo di emergenza in macchina e chiudo incautamente gli occhi. Lascio la borsa appositamente sul sedile del passeggero come per attirarlo, magari una rapina può avvicinarlo. E poi. E poi sento bussare al finestrino. Il mio. Non mi muovo. Ancora un colpo. Resto ferma. Più colpi. Prima che il vetro possa frantumarsi apro gli occhi e mi giro. Vedo solo una sagoma e una pistola. È lui. Mi fa cenno di scendere. Scendo. Chiude lo sportello con forza e mi ci scaraventa addosso di schiena. Avvicina il suo viso al mio a una manciata di centimetri. Nessuna parola. Solo i nostri fiati accelerati. Neutroni e cellule si allineano. L’arma è a un centimetro dalla mia tempia. Poi inaspettatamente la sposta da me e la poggia sul tettuccio dell’auto. I suoi occhi immensi incollati nei miei. E restano lì. Immobili. Intersecando un mio improbabile futuro. Non un battito di ciglia. Non un tremore di palpebre. Poi, con un movimento lento e calibrato, apre i lembi della mia giacca e poggia le sue mani sui miei fianchi. Una sensazione di vuoto. Riempito solo da quel momento. Ferme in quel punto. Le sento. Sento la leggera pressione, lì inchiodate. Le immagino muoversi e salire e scendere e carezzarmi ed entrare e uscire e ancora entrare. Una vertigine capace di cambiare il colore di quegli attimi. Un assoluto stordimento. Il cuore ha saltato qualche battito. Pregusto l’arrivo di un bacio come quello di stamattina e decido di arrendermi a quella magia. Ma non faccio in tempo. A dopo dice e scappa via. E mi lascia di nuovo lì, sola, con i silenzi nella testa che si allungano. Non si è accorto di nulla, non si è accorto di me. Per lui un gioco da seduttore, per me un amore inquinato e appena finito.
Risalgo in macchina con l’anima incanalata verso un dolore atroce e noto sul sedile un foglietto. Non è mio. Accendo la luce di cortesia. Lo leggo. Un numero di un cellulare. Lo deve aver gettato mentre richiudeva lo sportello. Il cuore sta per saltare tutti i battiti. Non mi fermo a pensare a nulla, nemmeno al terreno scivoloso sul quale sto per cadere se non butto via quel pezzo di carta. Un’euforia innerva il mio istinto. Prendo il telefono dalla borsa e compongo il numero con le dita che tremano. Squilla. Squilla ancora. E ancora. A vuoto. Attacco. Resto lì con il telefono in mano non sapendo cosa fare. Dopo pochi minuti, squilla il mio. Rispondo.
«Pronto… chi sei… che vuoi…?»
Sussurri di afflati dall’altra parte.
«Non dici niente.»
Continuo come se mi avesse risposto.
«Almeno dimmi il perché.»
Nessuna voce esce dal microfono. Solo ansiti continui. Poi attacca.
E di nuovo mi molla lì, di nuovo sola. Tre volte in una giornata. Mi manca l’aria e scendo di nuovo dall’auto. A dopo ha detto. Ma che storia è? Cosa sto vivendo? Inspiro ed espiro ma nei polmoni non entra e non esce nulla. Ci vorrebbe un doppio gin tonic per tornare appena lucida. È presto per rientrare a casa, meglio farmi un giro, voglio andare via da qui.
Poi la vedo. Sul tettuccio. La pistola. L’ha dimenticata. Resto imbambolata per dieci secondi, gli stessi che ci ha messo lui a devastarmi. Inizio a sudare, freddo o caldo non lo so nemmeno io. Mi tolgo la giacca, prendo la pistola e scaravento tutto dentro, sul sedile accanto al mio. Poi salgo in macchina, metto in moto e schizzo via a una velocità illegale. Mentre cerco di decomprimere i pensieri, il cellulare emette il suono di una chiamata in entrata. È lui. Rispondo e le parole escono come un fiume in piena, straripano dagli argini della mente come un acquazzone peggiore di quello di stamattina, inondano le aree circostanti, esondano e travolgono ogni cosa trasformandosi in una devastante alluvione. Vomito frasi senza virgole e senza punti.
«Mi sono stancata di giocare a un gioco che stai manovrando solo tu che credi di spaventarmi e invece hai trovato una più pazza di te perché io conosco la follia sì la follia è un lampo non c’è un prima e non c’è un dopo non c’è nulla c’è solo un maledetto presente ma il presente in un attimo diventa già passato e allora ci pensi e ci ripensi e vorresti tornasse presente perché la follia non è debolezza non è mancanza di alternative è emozione è rivoluzione.»
Resto senza fiato per la velocità con cui gli ho rovesciato addosso tutto. L’assoluto silenzio dall’altra parte mi dà la spinta a continuare con una calma circoscritta quasi surreale.
«E poi ci sono gli odori, quegli odori che ti masticano le narici e ti confondono. L’odore di te si è incuneato nelle ossa fracassandole, ha compromesso il cervello e poi è andato dritto al cuore e lì è rimasto avvinghiato ai ventricoli. Non ho smesso di sognare, ho solo smesso di potermi permettere di sognare, così mi sono ritrovata a sfregare i tuoi ghiaccioli di parole per scaldare la mia anima. Sai perché sono tornata? Perché non ci può essere meraviglia senza un tormento.»
Una dichiarazione d’amore spiattellata a uno sconosciuto. Eppure silenzio. Ancora silenzio assoluto. Ma lui c’è, lo sento ansimare. Muto. Mi sta esasperando e perdo la pazienza.
«Non dici nulla. Molto bene. Ti dirò io cosa succede ora, perché sai, io cerco sempre un equilibrio al costo di forzarlo, oppure finisce lì. E sta finendo qui. Restare in silenzio è una scelta, ma è la tua e può essere molto pericolosa.»
E chiudo la comunicazione senza nemmeno dargli la possibilità di replicare che tanto non avrebbe mai risposto. Poi un lampeggiante e una sirena. No! Ci mancava pure la polizia ora. Accosto.
«Buona sera, signora.»
«Buona sera, signore.»
«Agente, sono un agente. Deve avere un appuntamento importante per percorrere una statale a cento chilometri orari, senza cintura di sicurezza allacciata e con il cellulare in mano senza viva voce. Dovrebbe seguirci in centrale.
«Come scusi?»
«Dovrebbe venire con noi. Ora.»
«Sta scherzando, devo rientrare.»
«Lo farà dopo.»
«Ma non basta una multa?»
«Per alcuni reati e infrazioni no, non basta.»
«Ho il diritto di sapere che succede!»
«I suoi diritti sono inversamente proporzionali alla sua arroganza.»
Non mi resta che andare dietro la volante sperando almeno che mi lascino andare via il prima possibile. Ma cosa racconto? Mentre mi scervello siamo già arrivati e mi fanno cenno di parcheggiare e scendere. Li seguo. Mi fa quasi ridere pensare che era stata la mia prima idea andare al commissariato, e alla fine ci sono finita lo stesso. Un altro cenno mi fa capire che devo aspettare in una sala piena di gente, nemmeno fosse un pronto soccorso, così scelgo una sedia appartata fuori da quel fastidioso vociare. Guardo l’orologio e il cellulare. La scusa della cena fuori ancora può reggere e per fortuna nessuna chiamata da casa. E poi il cuore si ferma. Stavolta definitivamente. O almeno così credo. È qui. Seduto di fronte a me. Stessa bandana, stessi occhi calamita. Non traspare niente, nessuna emozione. Che ci fa qui? A dopo. Allora lo sapeva. Mentre rimugino sostengo il suo sguardo che non mi molla. Poi la mia attenzione si sposta da lui a un agente che esce da un ufficio e chiama il mio nome. Sono nei guai fino all’osso. Maledizione, che mi posso inventare? Dire la verità mi aiuterebbe a destreggiare meglio le conseguenze della mia scelleratezza? Mi alzo per avviarmi al patibolo quando sento una voce. La sua voce: alla signora ci penso io e la voce dell’agente a seguire: comandi ispettore. Si alza e viene verso di me: seguimi mi sussurra e le mie gambe assentono compatte. Usciamo e arriviamo al parcheggio. Non riesco ad emettere nessun suono e nessun pensiero. Solo la parola ispettore fruscia prepotente nella testa. Arriviamo alla mia auto. Finalmente parla.
«Puoi andare.»
«Che significa?»
«Che non corri alcun rischio, me la vedo io.»
«Intendo che significa quello che è successo, chi sei, che vuoi?»
«Ti sta vibrando il telefono.»
Accidenti devo rispondere e rispondo seccata: rientro tra poco, a cena fuori, te l’ho scritto mi pare, e non insistere, ti ho detto che sto arrivando, sì è il caso che parliamo e attacco rapidamente. Lui riprende.
«Io devo tornare in ufficio, come vedi sono ancora in borghese. Non farti troppe domande sulla giornata di oggi, non ci sarebbero risposte adeguate. La tua arringa di prima al telefono mi ha fatto sorridere. È vero, è un gioco e una follia e ci sguazzo dentro con grande maestria e perfezione. Cellulare usa e getta e subalterni consenzienti poi sono di grande aiuto. Certo mi hai sorpreso: mi aspettavo che scappassi o che denunciassi, non certo che tornassi, quel posto è solo il mio buen retiro, lontano dal logorio di tutti i giorni. Non hai avuto paura ma non avevo certo previsto che addirittura ti piacesse. Me ne sono accorto già stamattina quando le nostre bocche non smettevano di creare nuovi intrecci, ancorate a un’ossessione feroce sperando non finisse mai. Le mani poi le avrei infilate dappertutto ma mi sono fermato perché ho visto che eri troppo coinvolta. Il resto è stato facile, ho solo navigato la tua fragilità e il mio talento. Inutile dirti di non raccontare in giro la cosa perché nulla di quanto hai vissuto oggi è mai successo.»
«Cosa sei? Uno psicopatico, che va in giro ad aggredire le donne?»
«Io al posto tuo farei più attenzione a fare un uso più appropriato delle parole quando ti rivolgi a un ufficiale di polizia.»
«Allora dimmi perché la prescelta sono stata io.»
«Ah, questo non lo so davvero. Sei solo capitata. Eri esattamente dove dovevi essere. Io ero lì non certo per te. Peccato solo non aver concluso ma ci rifaremo. E ora devo andare, avrai mie notizie quanto prima.»
Si gira e se ne va. Salgo in macchina frastornata e impaurita, sei solo capitata. Ci rifaremo. Guido come un robot e so che a casa dovrò pure affrontare una sfuriata che arriverà puntuale. Infatti.
«Ciao, iniziavo a preoccuparmi. Capisco essere nervosi, capisco le litigate e le uscite senza senso, le mie e le tue, capisco tutto ma fino a che si vive sotto lo stesso tetto bisogna rispettarsi.»
«Ti avevo avvisato e il rispetto non c’entra niente e poi ti prego stasera proprio no.»
«Stasera proprio no. E quando? Devo prendere un appuntamento? Comunque, so tutto, anche se tu non racconti niente.»
Mi si gela il sangue che si blocca nelle vene e non scorre come dovrebbe. Do un colpo di tosse e riprende lentamente a fluire.
«Sai tutto cosa?»
«Mi ha chiamato il commissariato. Una telefonata strana in effetti, rapida e inconcludente. Un poliziotto prima ha chiesto di te poi si è subito scusato e ha detto che in realtà eri lì per un controllo ma che si è trattato di un caso di omonimia e di un errore di persona, un disguido hanno detto. Potevi dirmelo tu invece di negare e di continuare a dirmi bugie da stamattina. Ma è per quel tipo che ti ha avvicinato oggi? Senti, non lo voglio sapere e non ne posso più, io me ne vado a dormire.»
Ha chiamato il commissariato. Un disguido. Mi sembra di impazzire. Un incubo dei peggiori. Poi il mio telefono emette un suono, una vibrazione, quella di un messaggio. Numero sconosciuto, apro e tremante leggo. Posso controllarti e manipolarti, come vedi. Sempre. Non dimenticarlo. Mai. Domani mattina stessa ora, stesso luogo. Stavolta ci divertiremo.
Ci divertiremo. Controllo il panico che mi attanaglia le gambe rigide come pali di cemento. Una trappola organizzata alla perfezione. Mentre cerco appigli per non cadere, un bagliore illumina le stanze buie dei miei ricordi. La pistola. Sciolgo le gambe e schizzo in macchina e la vedo, è ancora lì, dove l’avevo lasciata. Gli agenti complici, mentre portavano a termine il siparietto, presi dal giochino del loro capo, non l’hanno notata spuntare da sotto la giacca e lui deve aver creduto di averla persa chissà dove. L’abbozzo di un’idea prende forma. Ci divertiremo sì. Del resto,le sue parole: nulla di quanto hai vissuto oggi è mai successo, risuonano premonitrici. Sarà così anche domani. Quanto tempo mi ci vorrà mai ad appannare la mente, metterla in pausa e nutrirla di una sottile e arguta astuzia? Un tempo tattico, quello della fredda vendetta. Dieci secondi.
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7 aprile 2026 alle 17:51 |
Conosco i lavori di Elisabetta ormai da una decina d’anni e li seguo con l’attenzione che meritano. La marca di genere che li contraddistingue resta sempre quella e torna come un fil rouge nella sua peraltro non abbondante produzione. Essa viene presentata nelle forme più varie. In più scrive poco e i suoi racconti non sono molto lunghi; per questo non solo non viene mai a noia ma verrebbe voglia di leggere un suo romanzo; sono 10 anni che lo chiedo ma puntualmente mi delude. Peccato.
Nel frattempo io vi suggerisco di andare a ripescare sulla rete altri suoi racconti e poi di accostarvi a questo ultimo. Dico questo perché si distingue.
Di rara asciuttezza e sintesi è la prosa; ma questo straordinario controllo di stile, che privilegia la paratassi, come è giusto per chi scrive nell’oggi, non consente la minima sbavatura, non è mai banale, anzi, un po’ come la poesia, la sua prosa dice molto di più di quello che dicono le parole che usa. Alla fine della lettura il lettore si trova nella curiosa condizione di aver impiegato una manciata di minuti ma di aver subito la tempesta di emozioni propria di un romanzo. Ecco perché raccomando di leggere anche gli altri racconti: non ci si stanca mai di seguire nelle loro vicissitudini una serie di personaggi diversissimi gli uni dagli altri ma che, ad approfondire, costituiscono una sorta di inconsapevole famiglia.
Al prossimo racconto voglio provare a mettere insieme una sorta di playlist a mia scelta insindacabile in modo tale da agevolare il lettore in questa avventura, che comunque suggerisco di iniziare fin da ora in autonomia.