:: Ancora una domanda, Elisabetta Bordieri

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C’erano eventi che artigliavano la sua coscienza fino a fiaccarle i sensi. Un indebolimento necessario per convertire in profumo una suggestione e ricreare l’odore dei pensieri. Ne incamerava gli effluvi, li inglobava dentro, una tecnica emolliente e lenitiva, un compostaggio soffice quasi sciamanico, un salto quantico che permetteva ad Alice di sopravvivere attaccata a miseri grappoli di sogni. Di giorno la sua residenza era un’altalena sottomessa alla suadente ballata ciclonica del vento, ma al calar della sera si rifugiava in una sorta di santuario stellare dove le notti erano talmente buie che la volta celeste della sua mente sapeva dare il meglio di sé. Impegnata a vigilare la prodigiosa e sottile estensione del tempo nel suo perenne focalizzare scene, ognuna memorabile, Alice conosceva bene l’inganno del suo proverbiale fluire ma aveva un’arma possente per non soccombere e per fermarlo. Il poeta diceva che non ci si libera di una cosa evitandola ma solo attraversandola. Ma non per lei. Alice doveva perdere quella cosa crogiolandosi all’idea che così non l’avrebbe mai più persa. Decise di perdere se stessa. E nel modo peggiore possibile, demolendo e trasformando la fragranza vitale di quei raspi di sogni in rozze essenze sintetiche. Solo troppo tardi avrebbe capito che non esistono resurrezioni di sorta per alcuni tipi di eventi, che ci sono ben altri artigli di cui aver timore, decisamente troppo tardi avrebbe capito che sarebbe bastato perdere lui.

Lo trovarono così, disteso su un fianco nel letto di una squallida stamberga che era la sua casa, gambe scomposte, braccia penzoloni, sacchetto di plastica in testa con attorno giri nutriti quasi ossessivi di nastro adesivo, con tanto di biglietto di addio annesso. Sarebbero seguiti due rilievi veloci della polizia, qualche probabile interrogazione a improbabili amici e parenti che avrebbero confermato il disagio mentale ed economico, nessuna indagine approfondita da parte del magistrato dunque, ma un’unica sentenza: suicidio. Alice sperava andasse così. Aveva posto ogni minima maniacale attenzione a tutto, sì, sarebbe andata esattamente così.
Il campanello della porta. Arrivarono anche da lei. E poi sempre quei poeti che le martellavano la testa nei momenti meno opportuni, quello che hai sempre voluto si trova sempre dall’altra parte della paura. E decisa aprì.
– Salve signora, ci scusi ma dovremmo farle qualche domanda a proposito del suo fidanzato.
– Signorina. So che non si usa più ma mi fa piacere essere ancora chiamata così e comunque non era il mio fidanzato.
In due, chissà perché i poliziotti giravano sempre in coppia, uno generalmente sempre muto che scrutava l’ambiente. Si concentrò sul tipo che le parlava. Bruttino, basso, con parecchi chili di troppo, maleodorante e con riporto laterale di una striscia di capelli.
– Dicevo, dovrei farle qualche domanda.
– Dica pure.
– Ci risulta che lei e la vittima avevate una relazione.
– No, ci conoscevamo appena.
– Da quanto?
– Qualche mese.
– Qualche mese è sufficiente per instaurare una relazione.
– Per quello bastano poche ore, minuti a volte.
– Avete avuto qualche incontro intimo?
– Uno o due, occasionali.
– Sa se avesse nemici, persone che gli volessero male?
– Che domanda è?
– Risponda.
Continuava a non perdere d’occhio l’altro poliziotto. Silenzioso e attento, il più pericoloso.
– State pensando a un omicidio?
– Stiamo valutando tutte le strade.
– No, non so nulla.
– Sa com’è morta la vittima?
– Girano voci per soffocamento.
– Esatto ma è molto difficile che una persona possa togliersi la vita soffocandosi con un sacchetto sulla testa. Glielo impediscono l’istinto di conservazione e i tempi molto lunghi per giungere al decesso.
– Ma non sarebbe né la prima né l’ultima.
– Sa se facesse uso di stupefacenti?
– Non saprei, ma non credo.
– Perché non crede?
– Perché non mi sembrava il tipo.
– Ha detto che lo conosceva appena, ma evidentemente quanto basta per rilasciare una dichiarazione del genere.
– Intendevo che non l’ho mai visto assumere sostanze diverse da calmanti o sonniferi.
In suo inconsapevole aiuto intervenne il collega muto e con lui il sollievo della fine di quel momento.
– Signora, grazie del suo tempo per ora, ma la preghiamo di restare a disposizione e di non lasciare il paese.
Frase di circostanza che le concesse una tregua. Sarebbero tornati, doveva sbrigarsi. Prese il telefono e la chiamò, giusto due parole, poteva essere già sotto controllo.
– Ciao Adele, puoi venire?
– Se mi chiami immagino che sono venuti. Com’è andata?
– Tutto bene, puoi venire?
– Che significa tutto bene?
– Adele, puoi venire???
– Ok ok, arrivo.
Accidenti alla sua nuova amica che non conosceva la discrezione ma che arrivò comunque trafelata in poco meno di mezz’ora.
– Raccontami.
– Nulla. Le solite domande.
– Alice, ma non è che sei stata tu?
– Oddio Adele, ma che ti salta in mente? Ma sei fuori di testa?
– Perché altrimenti il nostro piano salta, non so ma facevi dei discorsi strani ultimamente e la cosa ha iniziato a preoccuparmi.
Cose illecite va bene, ma un omicidio…
– Ma che dici! Ci sono modi di dire, esclamazioni, frasi fatte che si dicono in momenti di rabbia. E poi lo sai che tipo era!
– Sì, sì certo, scusami.
– Niente, figurati lo capisco. Senti…i documenti? Ho bisogno di te in questo momento delicato.
– Cos’è questo?
– Questo cosa?
– Questa specie di rotolo immenso.
Alice represse quella botta allo stomaco che le divorò il fiato. Cosa ci faceva lì quell’affare? Era certa di essersene liberata. Come aveva potuto essere stata così maldestra? Battiti come sferzate a sangue sul cuore le fecero salire la nausea. Le venne in mente il poliziotto muto e il suo guardarsi intorno, doveva essersene accorto anche lui e corse in bagno a vomitare la sua imprudenza.
– Alice che hai?
– Nulla, un po’ di tensione.
– Ti preparo una tisana?
– Mi fanno schifo le tisane, Adele, lo sai. Ora mi passa.
– Dicevo, cos’è ‘sta roba?
– Non lo vedi? È un rotolo di scotch.
– Chilometri di scotch, direi, a che ti serve?
Udì il pavimento gemere sotto i suoi piedi mentre cercava una risposta che non trovò.
– Lascia stare ora, piuttosto ti chiedevo dei documenti. E’ urgente che io li abbia al più presto.
– Perché li chiami documenti. Mica ci sente nessuno. Il tuo passaporto falso sarà pronto in settimana, mi ha assicurato il tipo.
Il mio è già pronto. Non ti sei scordata il nostro patto, vero Alice?
– Ma no, Adele, che dici, come potrei! E poi i nostri nomi, cinque lettere, stessa lettera iniziale, stessa finale. Siamo un destino unito.
Appena localizzo il posto sicuro te lo dico e mi raggiungi come da accordi. Meglio partire a distanza e poi saremo sole io e te e ricominceremo con nuovi nomi e nuove vite. Senti, in settimana è un po’ tardi. Quelli potrebbero tornare.
– Vedo cosa posso fare.
– Grazie Adele, sei un tesoro. Ora vai.
– Non posso restare stanotte?
– Non è il caso, per favore.
E finalmente restò sola, senza quella zavorra di Adele. Povera scema, credeva davvero all’amore eterno, alla felicità per sempre tra amazzoni. Ancora pochi giorni e se ne sarebbe liberata. Il pensiero di quelle labbra viscide e unte poggiate sulle sue la fece correre a sciacquarsi la bocca, avrebbe usato l’acido per disincrostare l’odore nauseabondo della sua cavità umana.
Pochi minuti e poi la porta di nuovo. Cosa voleva ancora quella stupida?
– Ah sei tu! Ma cosa ci fai qui senza preavviso? E’ appena uscita Adele!
– Ciao.
Ciao?! E un come stai non è contemplato?
– Non sono tipo da preamboli.
– Io nemmeno sono tipa da mettere su nel giro di due mesi un rapporto con un reietto fallito mezzo drogato individuato per strada, portarlo a casa tua, usare metodi poco ortodossi per istigarlo al suicidio e contestualmente avere incontri ravvicinati
con una grassa psicopatica per il tuo piano!
– Il nostro piano, ora stai calma.
– Sì il nostro ma come faccio a stare calma? Sai che ipotizzano un omicidio e sospettano di me? Mi hanno tartassato.
– Era previsto.
– E certo, tutto preconfezionato. Comunque il mio passaporto non è pronto, devo ancora aspettare qualche giorno.
– Sì, lo so.
– Lo sai?
– Sei tornata sul posto e hai fatto tutto quello che ti ho detto?
– Sì certo. Ho controllato, era tutto a posto, a parte questo maledetto scotch, che poi dio solo sa come ci è finito a casa mia.
In ogni caso la tua carta d’identità era lì in bella vista sul mobile accanto al cadavere. Risulti morto stecchito amore mio, anche se poi quel barbone non ti somigliava così tanto secondo me.
Ancora la porta.
– Apri.
– E se fossero di nuovo quelli?
– Apri.
Adele? Cosa ci faceva ancora lì? E perché aveva quello sguardo macabro e poco incline alla sua persona servile? E soprattutto perché si era diretta verso di lui con aria complice strusciandogli il suo corpo burroso addosso?
– Cosa sta succedendo?
– Quello che vedi, amichetta mia.
Attraversò rapidamente tutti i percorsi impervi della sua mente ma non trovò la strada maestra.
– Lo chiedo a te allora, cosa sta succedendo?
– Ti ha già risposto Adele.
– Io non vedo nulla di limpido.
– Strano, eppure è tutto così evidente. Te lo spiego così, io ho illuso te e tu hai illuso Adele, ma io e lei abbiamo fregato te.
Incastrata dentro quella relazione malsana e pericolosa, succube di un vorticoso sentimento che sapeva essere sporco e dal quale non riusciva a uscire, non si era mai accorta dell’inganno che ora iniziava a delinearsi con allarmante chiarezza.
– Perché io? Perché hai avuto bisogno di me? Non ti bastava lei?
– Per deviare le indagini e per non sporcarci le mani ulteriormente con un delitto.
– Un delitto cosa?
E poi quella risata diabolica che tuonò in tutta la stanza. E le si materializzò davanti il famoso attimo prima, quello che veste il successivo ornato con drappi funerei. Aveva agito e obbedito in nome di un futuro che ora avvertiva nettamente essere solo un vuoto a perdere. Ruggì con tutta la forza che aveva.
– Avete fatto fuori un poveraccio!
– Tu hai fatto fuori un poveraccio, amica mia.
– Stai zitta tu, io non ho ucciso nessuno.
– Basta ora voi due, non rendere tutto più complicato Alice, te la caverai con qualche anno di reclusione, poi la brava condotta aiuterà a venirne fuori prima.
– Reclusione?! Ma di cosa stai parlando? Il passaporto era tutta una farsa allora.
– Sì, un giochetto per prendere tempo e per farti credere a tutte quelle idiozie lì tipo io e te insieme, un’altra vita, nuovi nomi, il passato lo cancelleremo e via dicendo.
– E poi cinque lettere, stessa lettera iniziale, stessa finale, può sempre tornarmi utile per sostituirmi a te chissà.
– Taci maledetta. Invece tu bastardo dimmi perché ti serviva uccidere?
– Perché la sostituzione d’identità riesce meglio se il tipo è morto, per un ricercato come me, non credi? O credi davvero che si sia suicidato grazie ai tuoi metodi poco ortodossi?
– Uccidi anche me allora così regolarizzi pure lei.
– Un’ottima idea. Forse torneremo a metterla in pratica ma ora scusa dovremmo andare. Abbiamo un aereo che ci aspetta.
Quando riferirai tutto alla polizia, perché lo farai, ti ricordo che ci sono le tue impronte dappertutto sulla scena del crimine soprattutto su questo scotch, Adele è stata brava, ha fatto un bel lavoretto pulito pulito e poi te lo ha riportato, a tua insaputa, diciamo così. E a quel punto partiranno le indagini e ci scopriranno, forse, ma sempre a quel punto sarà troppo tardi perché noi saremo già in una località da paradisi fiscali dove non c’è nemmeno l’estradizione. Ciao Alice e grazie.
E se ne andarono ringhiando come due iene pronte a dividersi la preda, lasciando i muscoli della sua anima a liquefarsi. Avrebbe voluto oscurare ogni gesto, eliminare ogni percezione. Nemmeno uno di quei grappoli di sogni aveva attecchito nell’asfalto della sua anima. E ora le restava solo lo scorrere lento di quel tempo ingrato.
Nuovamente la porta.
– Signora, signorina, ci scusi ancora una domanda…

Elisabetta Bordieri nasce a Roma ma vive in Toscana tra colline e aironi, dentro una cartolina. Scrive e corre. Corre e scrive. Il racconto è il genere che predilige poiché è dentro l’essenzialità che si cela il limite del superfluo.

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8 Risposte to “:: Ancora una domanda, Elisabetta Bordieri”

  1. Connubio170904 Says:

    uscire dal proprio corpo per riuscire a convertire in profumo una suggestione e ricreare l’odore dei pensieri…pura poesia… ancora tutta la potenza delle parole in questo nuovo racconto bellissimo e avvincente con un’apertura a un seguito sempre possibile…

  2. Elisabetta Says:

    Grazie Connubio per le parole!

  3. Andrea Says:

    Brava Elisabetta, come al solito mi incanti. Mi è piaciuta molto la descrizione di Adele…difficilmente poteva essere più disgustosa.
    Brava mi è piaciuto molto. La tua solita meravigiosa fantasia.

  4. Daniela Says:

    “non ci si libera di una cosa evitandola ma solo attraversandola. Ma non per lei. Alice doveva perdere quella cosa crogiolandosi all’idea che così non l’avrebbe mai più persa. Decise di perdere se stessa. E nel modo peggiore possibile”…un antefatto che sembra un presagio terribile. Vedo Alice dietro le sbarre che medita ormai folle..come arrivare all’epilogo della sua storia…e forse come trovare un po’di scotch… molto avvincente!

  5. Elisabetta Bordieri Says:

    Chissà…grazie Daniela!

  6. Bu Gia Says:

    Il male, la disperazione, l’emarginazione, l’inganno, lo squallore della vita in questi 4 personaggi (incluso il morto!) che, pur non avendoli mai frequentati, ci sembra di conoscere molto bene! Sempre più in basso, nella scala della società, dove forse puoi trovare ancora la più tragica e spontanea umanità

  7. Elisabetta Bordieri Says:

    Proprio così…grazia Bu Gia!

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