“Tu sai cosa significa poggiare gli occhi sulla persona più importante della tua vita, che è la tua vita stessa, e sentire una fitta ogni volta e poi tornare a cercarla e così via, e sapere che sarà per sempre, che quell’occasione una che ci era data, una sola, è andata così?”
Valeria Parella, dopo Lo spazio bianco (2008), torna a parlarci – in prima persona – di una madre, di suo figlio e della distanza con il resto del mondo, allora segnata dalla nascita prematura, e ora dalla disabilità.
Come allora, a riempire gli spazi lasciati vuoti dal silenzio delle parole, c’è tutta la forza della rabbia “primitiva” e dell’amore incondizionato.
C’è Lei, la madre, con il suo dolore per l’inaccettabile assenza della normalità e con il carico quotidiano di rifiuti, ostacoli e battaglie per ristabilire delle priorità, delle certezze elementari, delle risposte a domande appese a un filo.
Poi c’è Arturo, un bimbo “che non vede da un occhio” e che fatica a calcolare le distanze, quelle reali, quelle dal mondo che lo circonda.
Le parole entrano a fatica nella loro relazione e Lei, la madre, ci mette tutto l’impegno per infilarcele, tra loro, tra Lui – il figlio – e il mondo che non ascolta. Lo stesso mondo in cui Arturo “deve” entrare anche se vorrebbe andare altrove, guardare altrove, come il suo occhio.
“Dici con il tuo essere ciò che tutti nella fatica nascondiamo. E ciò che dicesti fu: Non vorrei essere qui, il mondo è pesante, crescere comporta dolore, dell’altro non mi fido, voglio fare solo ciò che so meglio fare e ripeterlo di continuo, non aspetterò il tuo permesso per chiudermi nell’infinito labirinto che io stesso eressi. Non ho bisogno di indossare ali di cera per vederle rovinare al sole.”
La scelta della scuola elementare e l’annuale ricerca di un insegnante di sostegno diventano per la “prima persona” di questo libro un obiettivo, il futuro prossimo venturo, l’occasione per Arturo, per trovare il suo posto.
Quel posto ci sarà nella scuola gialla, quella che affaccia sul mare, dall’altra parte della città – ma che importa –, perché lì ci sono le insegnanti giuste, c’è il tempo di imparare e di ascoltare chi, come Arturo e coma sua madre, ha bisogno di capire.
Le parole più semplici – per spiegare – quelle le ha dette una bambina: “Arturo non parla, però pensa”. I compagni di Arturo ci sono.
“La tua stravaganza ti rende affascinante ai loro occhi: gli occhiali, la sveltezza nel leggere, la lentezza nel reagire. […] E quel silenzio ostinato. Ti accolgono, ci sono, ti aiutano. Sono più bassi di te, o più alti, o uguali, hanno già perduto gli incisivi o si fanno ancora qualche volta la pipì sotto.”
Quando la disarmonia diventa bellezza e la disabilità “una possibilità della vita”, allora tutto è istintivo, naturale, accettabile, anche se il mondo – quel mondo fatto di burocrazia e cattiva amministrazione – fatica a tenere il passo e genera, con la sua atavica lentezza, l’handicap, rendendo gli uomini “miseri”.
Valeria Parrella raggiunge livelli di pathos impensabili. Lo fa bene, lo fa con tutta la preparazione, l’eleganza, l’attenzione che il mestiere di scrivere dovrebbe avere. Si dà tempo e dà ai suoi personaggi lo spazio che meritano. E’ generosa nel suo costruire, nel suo mettere insieme i pezzi di una storia, che poi sono i pezzi di una, due, decine di vite e altre ancora.
Tempo di imparare è formidabile, commovente, lirico.
Valeria Parrella è nata nel 1974, vive a Napoli. Per minimum fax ha pubblicato le raccolte di racconti Mosca piú balena (2003) e Per grazia ricevuta (2005). Per Einaudi ha pubblicato i romanzi Lo spazio bianco (2008), da cui Francesca Comencini ha tratto l’omonimo film, Lettera di dimissioni (2011) e Tempo di imparare (2014). Per Rizzoli ha pubblicato Ma quale amore (2010), di prossima ripubblicazione negli Einaudi Super ET. È autrice dei testi teatrali Il verdetto (Bompiani 2007), Tre terzi (Einaudi 2009, insieme a Diego De Silva e Antonio Pascale), Ciao maschio (Bompiani 2009) e Antigone (Einaudi 2012). Per Ricordi, in apertura della stagione sinfonica al Teatro San Carlo, ha firmato nel 2011 il libretto Terra su musica di Luca Francesconi. Ha inoltre curato la riedizione italiana de Il Fiume di Rumer Godden (Bompiani 2012). Da anni si occupa della rubrica dei libri di «Grazia».
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