:: Un’intervista con Matteo Strukul, autore de La giostra dei fiori spezzati

by

giostraBenvenuto Matteo su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Allora è da pochi mesi uscito il tuo nuovo romanzo, La giostra dei fiori spezzati, un thriller storico questa volta, pubblicato da un importante editore come Mondadori, che ti sta dando molte soddisfazioni a livello di critica e di pubblico. Ce ne vuoi parlare?

Cara Giulietta, anzitutto grazie a te e a Liberi di Scrivere per il supporto che date sempre ai miei romanzi e al mio lavoro. Be’ direi che si tratta di un romanzo che prova a raccontare una storia gotica molto vicina alle atmosfere di From Hell di Alan Moore e Eddie Campbell ma anche a L’Alienista di Caleb Carr e La scala di Dioniso di Luca Di Fulvio, strepitoso autore romano che venero e che quest’anno ci farà l’onore di essere ospite al Festival Sugarpulp. Quindi i lettori troveranno in questo romanzo un serial killer che sconvolge la città di Padova alla fine dell’800, un trio di investigatori insofferenti alle regole, una favolosa zingara, Cesare Lombroso, Eleonora Duse e tutto il fascino dell’800 Italiano.

Le premesse sono affascinati: atmosfere dark, gotiche, un tardo ottocento a tinte fosche e misteriose. Come è nata l’idea di creare un romanzo storico così strutturato? Pensi di aver iniziato, o meglio dato nuova linfa ad un sottogenere del thriller storico di ambientazione italiana?

L’amore per questo tipo di storie nasce dalle letture, fin da ragazzo, di autori come Charles Dickens, Robert Louis Stevenson, Wilkie Collins. Solo che invece di uscirne un thriller Vittoriano, per forza di cose, ne è uscito un thriller storico, gotico e scapigliato, in questo senso Igino Ugo Tarchetti docet, se pensi a un romanzo come Fosca. D’altra parte, come dicevo, anche La scala di Dioniso di Luca di Fulvio è stato un riferimento assoluto. Però, certo, credo di aver aperto, o riaperto se vuoi, un sentiero letterario, se mi passi l’espressione. Un romanzo come La giostra dei fiori spezzati è certamente qualcosa di raro nel panorama editoriale italiano e a dire il vero ne sono felice perché credo che la fine dell’800 sia un periodo fantastico per ambientare delle storie come queste. Senza contare che, provando a raccontare il Veneto ho a disposizione tutta la grande eredità Autro-Ungherese, che è perfino nel mio cognome, cui poter attingere: su tutto e tutti Joseph Roth.

Padova come scenario: carrozze, caffè, teatri, osterie, bordelli. Una città che ami, la tua città. Come hai ricostruito la Padova ottocentesca?

Tanto lavoro tradizionale di ricerca, due anni, e molti studi, legati alla mia formazione, tornati utili: da un lato quindi monografie, giornali d’epoca, saggi; dall’altro lo studio del diritto e della procedura penale e la grande passione per la criminologia. Comunque, la Biblioteca Civica di Padova è stato un pozzo infinito di informazioni.

Hai scelto un genere il romanzo storico, che si presta a contaminazioni e infatti sono presenti derive horror, se non proprio splatter. La descrizione dei delitti è molto realistica, piena di particolari anche disturbanti. Quali romanzi ti hanno ispirato, quali altri autori?

Guarda, quelli già citati, ma non posso dimenticare i miei amati Joe R. Lansdale il quale, bontà sua, mi ha perfino regalato un blurb per la cover, avendo molto amato The Ballad of Mila il mio primo romanzo da poco uscito sul mercato americano, e poi Dan Simmons, Victor Gischler, Tim Willocks, ma anche Ernst Theodore Amadeus Hoffman, Bram Stoker, Mary Shelley, Joseph Sheridan Le Fanu e poi altri due giganti della letteratura come Derek Raymond e il suo romanzo più disturbante I was Dora Suarez oltre a David Peace e al suo Red Riding Quartet.

Omaggi e citazioni sono innumerevoli. Ti sei divertito a costellare il romanzo di rimandi, allusioni, in pieno spirito postmodernista. Un divertimento anche per il lettore scoprirli? Il finale per esempio si ricollega ad un celebre finale di un noirista francese, senza fare spoiler, è un omaggio anche questo?

Onestamente ora che ci penso hai perfettamente ragione, ho capito a chi alludi, gran romanziere davvero, guarda mi sono divertito a infilare citazioni da Caleb Carr e ovviamente Arthur Conan Doyle, e Alan Moore, anche se per il finale non avevo pensato a quell’autore francese di cui dicevamo. Poi, devo anche dire, c’è tantissimo la situazione del Veneto di fine ‘800 e una marea di trovate originali. Credo però che il lettore si divertirà a riconoscere omaggi e riferimenti, da un certo punto di vista per quanto mi riguarda sono un valore aggiunto al libro, se sono ben fatti, come spero e credo siano in questo caso.

La figura del serial killer nasce da un’analisi contemporanea dell’omicidio seriale, diciamo è una classificazione piuttosto recente. Esistevano serial killer già nell’Ottocento? Come erano classificati dalla polizia? Penso a Jack Lo Squartatore forse il più efferato e famoso di tutti, ma nel romanzo ne citi anche di italiani.

Cito naturalmente Vincenzo Verzeni, lo strangolatore di donne studiato da Cesare Lombroso o, ancora, Antonio Boggia. La definizione di serial killer non esisteva, certo. Diciamo che i pionieri della psichiatria, gli alienisti appunto, definivano questi omicidi come rituali o caratterizzati da ripetitività nelle modalità della condotta tenuta dagli assassini. Comunque gli assassini seriali, i predatori, esistevano già ben prima dell’800, su tutti ricordo almeno il caso emblematico e tragico della contessa ungherese Erszébeth Bathory.

Protagonisti sono il giornalista Giorgio Fanton e l’alienista Alexander Weisz, una strana coppia di investigatori, sorta di Sherlock Holmes e Dottor Watson. In che misura Arthur Conan Doyle ti ha influenzato?

Lo ha certamente fatto, giacché è un autore imprescindibile, specie per questo tipo di atmosfere e per la costruzione di alcuni meccanismi narrativi. Devo peraltro dire che la mia è però una narrazione a tre e non a due, anche Roberto Pastrello, l’ispettore di pubblica sicurezza, ha un suo ruolo ben preciso nella storia e inoltre non definirei il mio romanzo esattamente un giallo o un mistery ma appunto un romanzo storico gotico quindi poi le analogie con Doyle ci sono ma fino a un certo punto, in un certo senso sono stato influenzato anche dal cinema di Guy Ritchie e dall’interpretazione che il regista inglese ha provato a dare alle storie e ai personaggi di Doyle, di fatto reinventando quel mondo narrativo. Pensa ad esempio alle sequenze action nei combattimenti, in quel caso ad esempio film come quelli di Ritchie sono stati fondamentali. Alla fine però credo ci sia anche molto di mio in questa storia, nel senso che poi molti lettori mi hanno detto che pur nella totale differenza hanno ritrovate certe impennate che avevano scoperto nei romanzi dedicati al ciclo di Mila Zago.

Il personaggio della zingara Erendira, poi mi ha ricordato Madame Simza, portata sullo schermo nel 2011 da Noomi Rapace in Sherlock Holmes – Gioco di ombre (Sherlock Holmes: A Game of Shadows). Da dove nasce l’ispirazione per questo personaggio, che nel finale riserverà un inatteso colpo di scena?

Il riferimento ci sta tutto. Ma c’è dentro anche Moll Flanders di Daniel Defoe, per dire, o alcune cose de Il petalo bianco e il cremisi di Michel Faber. Penso che, semplicemente, alla fine un personaggio femminile forte nei miei romanzi dev’esserci sempre. Dico “deve” perché in origine Erendira non doveva avere il ruolo che poi “si è presa”, ma è proprio questo il punto: quando accade qualcosa del genere vuol dire che la storia gira a mille. Volevo scrivere così tanto un romanzo come La giostra dei fiori spezzati e l’idea che poi sia uscito per la Omnibus di Mondadori e che sia giunto alla seconda edizione in tre mesi dimostra che c’era voglia di leggere una storia come questa, insomma esiste un pubblico per questo tipo di libri e la cosa ovviamente mi fa un grande piacere.

E ora parliamo dell’Angelo Sterminatore, definito così dalla stampa, l’assassino che getta Padova nel terrore e si accanisce su giovani prostitute, alcune poverissime altre d’alto bordo. Sei risalito alle motivazioni quasi psicanalitiche dei suoi gesti efferati, quasi ricostruendo un profilo comportamentale moderno. Anche in questo il personaggio di Alexander Weisz era un precorritore dei tempi?

Alexander Weisz è un pioniere certo, un alienista capace di credere nella teoria del contesto, ma anche lui, per certi aspetti, è “figlio” di una serie di personalità scientifiche che in quel periodo stavano sviluppando importanti convinzioni, su tutti direi almeno gli alienisti della Scuola Tedesca che cito ampiamente nel romanzo. Quindi Gustav Aschaffenburg, Franz von Liszt, Abraham Baer.

La miseria costringeva molte donne alla prostituzione, nel romanzo descrivi questa piaga anche da un punto di vista sociologico e politico. Come ti sei orientato per descrivere il loro ruolo nell’Italia di provincia del periodo?

Ancora una volta direi proprio attraverso i giornali del tempo che ho consultato ampiamente e una serie di monografie dedicate al Veneto di fine ‘800 e alla Grande Emigrazione.

L’identità dell’assassino verrà svelata, in modo quasi inatteso, in una corsa contro il tempo, e Weisz non sarà il solo a fare luce su questo mistero. Diciamo che sarà una sorta di doppio di Weisz, una sua proiezione in negativo. Il tema del doppio compare spesso in questo romanzo. Perché questa scelta?

The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde e The Master of Ballantrae sono due capolavori di Robert Louis Stevenson: il doppio mi ha sempre affascinato moltissimo. E lo stesso potrei dire per Die Räuber di Friedrich Schiller, naturale per me lavorare su questa dimensione.

Progetti di traduzione per l’estero?

Al momento all’estero stanno approdando i romanzi di Mila, come sai in ben 15 Paesi. Non dubito che anche per La giostra dei fiori spezzati arriveranno le traduzioni, diciamo che ci terrei molto a vederlo approdare in Germania, secondo me è il romanzo perfetto per il mercato tedesco.

E cinematografici? Quali attori vedresti bene nelle parti dei protagonisti?

Guarda non saprei. Diciamo che mi piacerebbe ci fossero degli attori veneti e italiani coinvolti. Perché questo è forse il mio romanzo più veneto in assoluto.

Cosa stai leggendo al momento?

Le Sultane di Marilù Oliva, splendido romanzo e La ragazza meccanica di Paolo Bacigalupi, capolavoro della fantascienza.

E ora parliamo di Mila, tornerà con la sua terza avventura?

La sto scrivendo in questi giorni a Berlino. Certo che tornerà, quello nuovo sarà un romanzo pieno di – udite udite – sentimenti, credo sarà il romanzo più melanconico di Mila ma anche più legato all’affetto se non proprio all’amore e a un certo romanticismo eroico. Insomma, Mila dovrà difendere un bambino… non so se mi spiego. Voglio dare sempre qualcosa di nuovo ai lettori di Mila, lei stessa riesce a scoprirsi come donna solo un po’ alla volta. Sarà una grande storia., piena di tristezza ma anche con punte di speranza e bordata di humour nero. Insomma, il pulp è un mio grande amore, ma credo che questa volta ci sarà spazio anche per un po’ di introspezione. Dopo di che sparatorie, massacri e pestaggi a go go è chiaro.

Altri progetti per il futuro?

Guarda, stiamo a vedere, entrambi i romanzi di Mila sono stati opzionati per il cinema, e le vendite di Weisz vanno fortissimo quindi non mi sento di escludere…

Lascia un commento