:: Intervista a Jelena Lengold, autrice de Il mago della fiera (Zandonai Editore – 2013) a cura di Lucilla Parisi

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jelene-lengoldGentilissima Jelena, prima di tutto ti ringrazio per averci concesso questa intervista. Ho letto con grande piacere Il mago della fiera. E’ un testo intenso e fortemente realistico.
Nel tuo libro si parla di storie finite, di amori consumati, di relazioni sospese. Penso a Oliver e Katja, alla moglie di “A capofitto” o alla padrona di Lola in “Vagabondaggi”. Il racconto è una sorta di confessione dove i protagonisti rivelano al lettore le proprie fragilità e frustrazioni. L’introspezione e l’analisi profonda di questa pagine sono spiazzanti. Come si arriva ad un risultato del genere?

Come scrittrice, sono sempre stata interessata a quei momenti, a quegli spazi al limite tra il dolore e la felicità, tra il sogno e la vita “reale”.  E’ lì che siamo più fragili e lì dove tutti i nostri punti deboli sono scoperti. Penso che lo scrittore non debba avere paura di scavare in profondità. Il lettore si fida di te, se sente quello che tu senti e se può ritrovare la propria esperienza in ciò che scrivi.

Ciò che trapela da queste storie è anche l’insostenibile solitudine degli uomini e delle donne che le abitano. L’incapacità degli individui di affrontarla è tutta del nostro tempo. Non sappiamo stare soli. Il risultato di tale paura è il disperato tentativo di trattenere al proprio fianco persone inadeguate o a ricercare relazioni senza prospettive. Sei d’accordo?

In parte, sono d’accordo, ma penso anche che questo libro parli di solitudine, intesa come destino di ogni persona. Essere soli non significa necessariamente non avere nessuna persona intorno: ritengo invece che sia più uno stato mentale, una sorta di raggiunta consapevolezza per cui ogni individuo è solo indipendentemente dal numero di persone che lo circondano. I personaggi delle mie storie arrivano ad accettare questo tipo di consapevolezza con un pizzico di malinconia, ma nello stesso tempo come qualche cosa di ineluttabile.

E’ marcato nelle relazioni amorose che descrivi il contrasto donna-uomo. Si tratta di un rapporto di forza in cui è la prima – spesso (ma non sempre) – a soccombere, nonostante riveli una forza e un coraggio di gran lunga superiori all’uomo che, invece, tradisce una fragilità e una mediocrità d’intenti imbarazzanti. Penso al racconto “Il mago della fiera”, dove la donna – anche se descritta come un oggetto sessuale – ha in realtà la capacità di mantenere il suo presuntuoso amante in una quasi patologica e snervante attesa. Nell’immaginario collettivo – grazie anche ai modelli distorti pubblicizzati dai media e non solo – l’idea di “donna” non è molto diversa da quella del suo mago della fiera. Cosa ne pensi?

Cerco di scrivere le mie storie servendomi di entrambe le prospettive, quella maschile e quella femminile. Certamente prospettive differenti, ma ognuna con i suoi punti di forza e debolezza. Non saprei dire se chi aspetta sia necessariamente il più forte o chi sia in grado di provare la passione più importante o l’infelicità più profonda. Sinceramente non mi interessano molto gli stereotipi, siano essi di una donna o di un uomo, visto che i miei personaggi non sono mai dei soggetti “tipici”, ammesso che qualcosa del genere esista.

Ho compreso che potevo vivere senza fare l’amore con lui e potevo vivere senza vederlo”: è la protagonista di “Le tasche piene di sassi” a parlare. Come si arriva a questo paradosso in una relazione?

Credo sia il punto in cui si conservano e si nascondono in qualche luogo dentro di noi i sentimenti e il ricordo di una certa esperienza, fino al punto in cui quei sentimenti cominciano a contare più della persona che li ha provocati. Questo accade perché, talvolta, le altre persone, per un qualche motivo, arrivano ad essere per noi catalizzatori e riescono a entrarci dentro e raggiungere i livelli più profondi. Questa è la ragione per cui, anche in seguito, è possibile vivere senza di loro nonostante continuino a esistere in qualche modo dentro noi. L’espressione “avere qualcuno” può significare molte più cose di quanto si possa immaginare.

In “Sotto il mantello della letteratura” ho intravisto una speranza, un messaggio di salvezza anche per gli amori più disperati e disperanti. E’ così? O è solo una “licenza poetica”?

Nel momento in cui, con il passare del tempo, si ridimensionano o sminuiscono degli eventi passati, allora è possibile, forse, intravedere una speranza. In questo racconto, però, c’è una frase che spiega come anche una bella immagine sia solamente la parte di un quadro più grande che noi non riusciamo a vedere, ma che sappiamo esistere. Allo stesso modo, ogni paragrafo di un libro è solo una parte di una più grande verità. Per questo motivo, non farei affidamento su quella piccola speranza che fa capolino alla fine del libro. È solo un ritratto, un istante, congelato nel tempo, che ci dice che nel prossimo libro tutto questo ricomincerà di nuovo.

La tua scrittura – nella sua innegabile realisticità – appare a tratti visionaria. O meglio sono il sogno e l’eccentricità a penetrare la realtà sfaldandola, trasformandola, dileguandola. Penso all’esperienza erotico-sensoriale di Helena e Sandra, ad esempio, o all’incontro tristemente grottesco con il finto Elvis in “Love me tender”. Un escamotage narrativo o la convinzione che la realtà contenga in sé aspetti paradossali?

Esatto, hai colto molto bene la questione. Questa cosiddetta realtà per i miei personaggi non è solo ciò che sta accadendo nelle loro vite. Ci sono sempre uno o più livelli sotto la realtà, che non si riescono a cogliere al primo sguardo, ma che esistono. Se si scava e si è abbastanza coraggiosi e folli da andare in profondità, si possono vedere. Certo nessuno può garantire che dopo questa scoperta uno possa essere più felice di prima, ma almeno avrà raggiunto la consapevolezza che la vita non è poi così semplice.

Prima di approdare alla narrativa, ti sei dedicata alla poesia. Come è avvenuto questo passaggio? E perché – dopo l’esordio con il romanzo – hai scelto il racconto come prevalente modalità di espressione?

Per me e per la mia personalità considero il racconto la forma di espressione ideale. In esso c’è abbastanza spazio per caratterizzare i personaggi, per accelerare la tensione, per aprire la storia, arrivare alla conclusione e decidere di terminare solo quando la narrazione raggiunge un livello davvero interessante. Non sono una persona paziente, non so aspettare duecento pagine per vedere quello che succederà, e soprattutto non so vivere in maniera così intensa un’emozione per mesi o addirittura anni.
Così appena apro quella “scatola”, scrivo una storia e la richiudo di nuovo. Perchè se ci rimanessi più a lungo dentro, non sono sicura che sopravviverei.

Ho letto nella tua biografia ufficiale che ti sei occupata di “diritti umani e di risoluzione pacifica dei conflitti per conto dell’Accademia norvegese per le scienze umane”. Come e dove si colloca questa esperienza rispetto al recente conflitto dei Balcani?

Questa esperienza è stata, per quasi quindici anni, la mia vita parallela, oltre alla mia scrittura. Ho lavorato per un’eccellente università norvegese su un programma interessante, appassionante e del tutto nuovo per me che mi ha consentito di imparare e insegnare ad altri contemporaneamente. Abbiamo lavorato con diverse tipologie di persone, alcune di loro provenienti da conflitti in essere o da zone potenzialmente di conflitto, non solo dei Balcani ma di tutto il mondo. Interessante paradosso è che nel mio lavoro ho sempre detto che il dialogo è possibile, indipendentemente da ciò che è successo. Nei miei libri (dove non si parla di storia o di politica) sostengo, invece, che in qualche modo la reale comprensione tra le persone non è affatto possibile. Nessuna delle due è una bugia: è solo la differenza tra verità letterarie e verità della vita.

Belgrado è la tua città. In Italia, oggi, “fare” lo scrittore non è cosa semplice. Spesso anche chi ha cose interessanti da dire non ha lo spazio che merita per emergere. I grandi editori o gruppi editoriali (con le doverose eccezioni) prediligono pubblicazioni più commerciali rispetto alla qualità dei testi, a scapito della buona scrittura e lettura. Sono gli editori minori lo zoccolo duro della cultura, quelli che osano rischiare maggiormente su autori validi. Qual è la situazione in Serbia?

Molto simile a quella che hai descritto. Anche da noi il libro condivide lo stesso destino di semplice oggetto di commercializzazione. Così a volte è più importante il modo in cui gli scrittori appaiono piuttosto che quello che scrivono. Uno scrittore è spesso costretto ad essere presente sui media, se vuole che anche i suoi libri lo siano.  Ma essere commerciali non è sempre la reale misura della qualità. Eppure, a volte, questi due miracoli si incontrano, popolarità e qualità: ciò significa allora che anche in questo stato di cose è possibile superare gli ostacoli, se credi abbastanza in quello che fai.

Una domanda che pongo spesso nelle mie interviste: come si diventa scrittore?

E’ stata piuttosto la precoce consapevolezza che una vita, un destino, un grande amore, un karma, un solo corpo e una sola morale non erano abbastanza per me. Volevo vivere molte vite, più intense possibili. Ed è ancora quello che voglio.

[Traduzione dall’italiano all’inglese a cura di Davide Mana]

2 Risposte to “:: Intervista a Jelena Lengold, autrice de Il mago della fiera (Zandonai Editore – 2013) a cura di Lucilla Parisi”

  1. Il mago della fiera di Jelena Lengold : Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni Says:

    […] il loro accorgersi di una realtà altra, intravista dallo spiraglio della loro solitudine. In un’intervista rilasciata a Lucilla Parisi, la scrittrice si sofferma più attentamente proprio sul concetto di […]

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    […] il loro accorgersi di una realtà altra, intravista dallo spiraglio della loro solitudine. In un’intervista rilasciata a Lucilla Parisi, la scrittrice si sofferma più attentamente proprio sul concetto di […]

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