:: Recensione di Questo non è amore, La 27esima Ora – (Marsilio Editore, 2013) a cura di Lucilla Parisi

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questo non è amore“L’ho trovato in salotto, stravolto. Singhiozzava come un ragazzino. E’ stato solo un brutto episodio, mi sono detta. Con l’arrivo del bambino cambierà tutto. E invece è stato come aprire le porte dell’inferno. Non era violento solo con le botte. Anche con le parole era in grado di ferirmi profondamente”. (Giovanna, psicologa, quarantaquattro anni, una figlia)

Sono storie di donne violate e maltrattate quelle raccontate in questo libro realizzato da un gruppo di giornaliste del Corriere della Sera: nel loro blog La 27esima ora, in cui affrontano ed approfondiscono temi sociali, hanno trovato ospitalità anche le voci di coloro che hanno conosciuto sulla propria pelle il dramma e la sofferenza del non amore.
Venti storie narrate in prima persona dalle vittime e dagli operatori del settore (magistrati, medici, avvocati, criminologi, forze dell’ordine), tutti convolti loro malgrado nel vortice di quella violenza di “genere” che colpisce indiscriminatamente donne di ogni età e condizione sociale ed economica. Una furia cieca e primitiva che dall’uomo, anche il più insospettabile, si riversa sulla compagna lasciandola sgomenta e prigioniera di un rapporto malsano da cui difficilmente riesce a liberarsi.
La pressione psicologica esercitata dal carnefice è tale da condannare la moglie, fidanzata, figlia, all’immobilismo e alla rassegnazione. Il senso di colpa e quello di inadeguatezza impediscono infatti alla vittima di ribellarsi ad anni di tormenti e soprusi, nell’attesa di un cambiamento che non arriverà mai. Quando l’aggressività raggiunge livelli non più gestibili, solo allora la donna cerca una via d’uscita che spesso fatica a trovare, complice un sistema non ancora pronto ad accogliere e a proteggere tutte coloro che decidono di denunciare.
Nonostante le numerose strutture presenti sul territorio nazionale (centri d’ascolto, centri antiviolenza, associazioni e case d’accoglienza), le stesse si rivelano tuttavia insufficienti a dare un rifugio alle vittime che, ogni giorno, decidono di abbandonare l’inferno.
Come denuncia Annamaria Gatto, magistrato di Milano, la società ha fatto dei passi indietro rispetto al dramma che vivono molte donne: un problema che riguarda l’intera collettività e non solo i diretti interessati.

Quando si offre il corpo femminile come fanno certe pubblicità, senza significato, senza scopo, come oggetto di consumo in sé, questo è uno di quei famosi passi indietro della società” e aggiunge “Non è una violenza chiusa nella famiglia. Secondo me, è la società che ha un sovraccarico di violenza”.

Ed è proprio l’incapacità di cogliere le richieste di aiuto che le donne maltrattate – giunte in ospedale o addirittura in un posto di polizia – timidamente rivolgono agli operatori, una delle ragioni della difficoltà di uscire definitivamente dalla prigione di botte e minacce in cui vivono da anni. Complice anche il silenzio delle famiglie:

“Laddove c’è violenza in famiglia c’è solitudine, una rete parentale o amicale poco presente, sconcertante scarsità di relazioni umane. I contesti sono poverissimi di supporto emotivo, anche nel caso di sorelle o madri. Le famiglie sono dichiaratamente ostili, chi denuncia rompe uno schema. Le famiglie non vogliono ascoltare. Così le donne non sanno a chi e dove rivolgersi” (Simona Gianangeli, avvocata, L’Aquila).

Le vittime spesso si portano dietro un bagaglio di omertà e di pregiudizi ereditato dalle proprie famiglie. Il rifiuto di denunciare il proprio aguzzino o di ritirare le denunce subito dopo averle presentate, trova origine proprio nella convinzione profonda che il ruolo della moglie o della compagna deve essere di fedeltà incondizionata e sottomissione all’uomo che, come tale, deve essere compreso e perdonato. E’ un’idea così radicata da rendere il lavoro delle forze dell’ordine, dei medici, degli assistenti sociali o dei magistrati molto complesso.

Ho scoperto solo dopo anni che quel mio volermi accucciare accanto a un uomo è un mio problema antico: riproducevo ed ereditavo l’atteggiamento arcaico di mia madre e, a sua volta, di mia nonna, che fino all’ultimo si era fatta picchiare da mio nonno, mentre lui le urlava in faccia: – Non sai fare niente, sei un’incapace”. (Maria, trentanove anni, da due è separata dal marito, che a lungo le ha negato gli alimenti. Hanno due bambine che fanno fatica ad avere una relazione con il padre).

Significativo è il punto di vista di coloro che, per il loro lavoro, hanno avuto contatti con donne maltrattate: si tratta di testimonianze lucide e oggettive delle vicende di cui sono stati testimoni. Ne discende un quadro ancora più drammaticamente doloroso di quello raccontato dalle singole vittime. Risulta infatti molto difficile agli operatori rimanere indifferenti alle storie delle denuncianti: più facile invece essere trascinati dentro l’orrore che ha segnato irrimediabilmente la vita di queste persone.

Inutile negare che per noi della task force questi incontri non sono macigni. Ci restano dentro, soprattutto quando una donna appena maltrattata si ferma il tempo della medicazione e poi ha fretta di tornare dal fidanzato, dal marito. Se le pazienti chiedono di andare, devo lasciarle andare. Ogni volta che escono dalla stanza, le saluto sperando di non vederle più. Ma so che torneranno: è così nell’ottanta per cento dei casi, perché la violenza domestica è un reato reiterato”. (Vittoria Doretti, medico cardiologo, Grosseto).

Questo non è amore, edito da Marsilio, è un libro importante. Un altro, certo, sulla violenza di genere, ma proprio per questo fondamentale per mantenere viva l’attenzione su un problema che, per i suoi numeri, si sta trasformando in una vera e propria piaga sociale che, come tale, non si può e non si deve ignorare. La raccolta di testimonianze rese dalla viva voce delle protagoniste rappresenta un lavoro coraggioso e soprattutto necessario a smuovere le coscienze e a sensibilizzare coloro che ancora giustificano o minimizzano il fenomeno.

Quando l’hanno seppellita ho capito finalmente quello che il mio cervello si rifiutava di capire, e cioè che non l’avrei rivista mai più, che ero morta anch’io. E anche adesso: sono qui ma sono morta, in questo silenzio affollato di voci, in questa casa che non è più casa e in questa vita che non è più vita. […] Sono arrabbiata, sì. Perché ho sperimentato sulla mia pelle che in questo paese la giustizia ha gli occhi puntati sugli assassini. Ho imparato che una madre senza più sua figlia deve difendersi dalla legge che vuole aiutare a tutti i costi gli assassini. […] Devo stare a guardare lo spettacolo ignobile di un sistema tutto proteso a proteggerlo, a scontargli la pena, a chiedere perizie, controperizie, a ricercare attenuanti per lui. Per l’assassino”. (Clementina Ianniello, madre di Veronica Abbate, uccisa a diciannove anni dall’ex fidanzato, allievo della Guardia di finanza, con un colpo di pistola alla nuca).

La 27esima Ora è curato da un gruppo di giornaliste del Corriere della Sera. Il blog si occupa dei temi del femminile nelle loro varie declinazioni ed è un centro di produzione di idee a cui partecipano persone diverse per generazione, interessi, ruolo nel giornale. Le letture dei problemi sociali coincidono con lo spirito di un gruppo che sperimenta strade giornalistiche anomale, vivendo comunque in un grande quotidiano, simile nella sua struttura alla società.
Le autrici devolveranno i loro compensi al Centro Antiviolenza Biblioteca delle Donne Melusine di L’Aquila. http://27esimaora.corriere.it/

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