:: Recensione di Nemmeno il tempo di sognare di Pierluigi Porazzi (Marsilio, 2013) a cura di Stefano Di Marino

by

nemmeno il tempoCi sono diverse ragioni per cui la seconda opera di Pierluigi mi ha appassionato, imponendomi una lettura in tempi stretti (che da sola è già garanzia di qualità). Prima di tutto la scrittura, che è agile, rapida, procede per traguardi di lettura brevi che stimolano  ad andare avanti, a non fermarsi sino alla fine. Scrittura da vero noirista, con le giuste pause d’atmosfera e riflessione ma schiva da velleità d’auteur. O uno ha qualcosa da trasmettere (le emozioni in particolare) o non ce l’ha. Qui siamo chiaramente nel primo caso.  Le sensazioni emergono dai fatti, dai comportamenti ma anche dalla scelta dei termini che è scorrevole e non sciatta. Poi c’è Udine, città di cui ho ottimi ricordi e che diventa palcoscenico di un nero criminale ben inserito in una realtà verosimile e, al tempo stesso, comprensibile per ‘immagini e situazioni’ a chi non vive in quel luogo, ma in altre metropoli simili, affette dagli stessi mali. Italia come perfetto sfondo per un thriller, quindi. Fa bene ricordarlo. Poi la Storia, che cito per ultima ma solo in senso temporale. Da uno spunto di cronaca famoso, passiamo a una vicenda che Pierluigi rielabora secondo canoni suoi che, una volta tanto nel filone italico, non rimandano al solito commissario dal volto umano. Alex e Raul sono poliziotti. O forse ex poliziotti. O forse poliziotti con un cuore oscuro.  A voi scoprirlo. Come a voi il piacere di trovare l’assassino ma anche di smascherare una rete di corruzioni che non risparmia nessuno. E se una vecchia volpe come il sottoscritto che di storie ne ha viste a migliaia alla fine un po’intuisce come andrà a finire, è solo perché il thriller ha dei codici precisi, rivelatori per il lettore attento. Che si compiace magari di poter dire ‘l’avevo detto io’, piuttosto che (come purtroppo accade) arrivare a fini sconclusionate e imprevedibili di altri romanzi. No, qui c’è conoscenza del genere e dei suoi meccanismi.  E il piacere di narrare, una e tante storie che s’intrecciano disegnando un quadro variopinto senza che il pennello sfugga di mano con sbavature indesiderate. Grande Taipan… Da ultimo, anche se parzialmente alcuni ambienti e personaggi tornano dal precedente romanzo, la storia non è una ripetizione ma una variazione. Anche questo è un merito. Una storia di frontiera… da Borderfiction, appunto… una linea invisibile sulla quale camminano storie di tensione e autori di valore.

Lascia un commento