I morti sono bianchi o grigi o gialli, hanno gli occhi tumefatti e la lingua secca. I morti non sentono la mancanza, non hanno pretese e non danno risposte. I morti sono tutti diversi, sono tutti uguali.
Dunque vediamo, potrei iniziare questa recensione scrivendo che Il guardiano dei morti di Giuseppe Merico, edito da Perdisa Editore nella Collana Corsari diretta da Antonio Paolacci, secondo romanzo dopo Io non sono esterno e la racconta di racconti Dita amputate con fedi nuziali, è un romanzo corrosivo e tragico, fatto della stessa sostanza malsana e torbida di cui sono fatti gli incubi e i traumi che invadono e prendono possesso della mente di coloro che, come Mimino il protagonista, non riescono a fare i conti con la realtà senza perdere parte del loro io più profondo, della loro capacità di affrontare il male, il dolore, la separazione, la morte senza affogare nel fango dell’ incapacità di distinguere la normalità, la sanità dalla fissazione patologica per l’oscurità che li sovrasta. Sì, potrei ed è certo vero, ma forse non sarebbe sufficiente.
Mimino mangia i morti per metabolizzare la morte del padre, per venirne a patti, per comprendere o meglio compensare quel vuoto affettivo che lo divora e lo spinge a costruirsi una famiglia di fortuna radunando altri diseredati, altri diminuiti come lui, altri esclusi: Mirko, il bambino con disturbi psichici eletto a figlio, e Carmela, la prostituta del paese, la donna che vuole come compagna.
In un Salento sinistro e doloroso, gotico nei toni, difficile nelle situazioni, cuore di un Sud privato di ogni speranza e luce e deturpato da mafia, povertà, ignoranza, si muovono i personaggi che danno vita a questo dramma, apparentemente agghiacciante parabola nichilista, ritorta in complicate volute, in realtà tessuto ben più complesso e sfaccettato da cui emerge un quadro desolante ma non vinto: Merico, con grande sensibilità e intuizione, non permette ai suoi personaggi di compiangersi o peggio assolversi, la fame di vita emerge più feroce purificata dal dolore e dalla morte. Mimino rivendica il suo diritto ad essere felice, ad essere realizzato, rivendica il suo diritto ad amare, (e sembra che proprio in questo lo voglia colpire Salvatore) a combattere contro i mafiosi che spadroneggiano e depredano il suo ambiente, il suo territorio, la sua casa. Lui, uomo quasi tutt’ossa, minato nel fisico e nella mente, si innalza e si eleva e quasi trasfigurato diventa un eroe, un coraggioso, un perfetto.
Non è un libro facile da leggere, mi è costato anche a livello emotivo un giusto impegno, un po’ per le venature horror, per la ripugnanza di alcune scene,(la violazione e profanazione, dei cadaveri, lo stupro), di alcune sfumature dei personaggi, che l’autore staglia in controluce, con uno stile quasi necroscopico, ma pur tutta via conserva una sua tragica e profonda bellezza. Una sorta di poesia che si eleva come un canto muto, e rende semplice e naturale accompagnare Mimino nel suo percorso esistenziale, ovunque alla fine lo porti.
Non dite che è un noir, l’autore non condividerebbe, Il guardiano dei morti è una voce che si alza nel brusio di sottofondo della vita, è una speranza di riscatto contro ogni logica, è la luce che si spegne alla fine del giorno e pur tuttavia, per assurdo, ci ricorda, anche rabbiosamente, che dopo tutto la vita è più potente della morte. Emblematico il finale quando alcuni personaggi non possono altro che guardare quella striscia di cielo azzurro che nasce dal grigio perchè è da lì che viene la luce, è lì che è custodito il segreto.
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