:: Un’ intervista con Francesca Bertuzzi a cura di Viviana Filippini

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Ciao Francesca Benvenuta a Liberi di Scrivere, prima di parlarci del tuo nuovo romanzo La paura, edito da Newton Compton, raccontaci un po’ di te, di quello che fai e di cosa ti piace?

Ciao e grazie per avermi ospitata. Le cose che mi piacciono sono ovviamente la letteratura, il cinema e adoro i miei due cani. Passare il tempo con loro, passeggiarci e giocarci sono i momenti che preferisco. Queste sono le cose che mi rendono felice.

Cosa ti ha ispirato la storia de La paura?

Questo romanzo parte strettamente legato al precedente, quando ho finito di scrivere Il Carnefice avevo raccontato il punto di vista sul male predatorio. La mia protagonista era una vittima prescelta, dalla nascita era in svantaggio sul mondo. Allora mi sono chiesta quale altro male poteva metastatizzare la vita di un nuovo personaggio. Ho immaginato un revolver e ho aperto il tamburo gigante della città, ho caricato l’arma con una pallottola impazzita e l’ho puntata contro la mia nuova protagonista, Giuditta, giocando con lei al gioco della roulette russa. Ho voluto raccontare, in poche parole, il male casuale che ti piomba addosso senza che tu faccia nulla per provocarlo. Questo: la casualità con cui veniamo colpiti da un aggressore o con cui ci ritroviamo ad affrontare una malattia… è questo che mi ha ispirata.

Perché la scelta del titolo La paura?

È il fil rouge del romanzo, la percezione del pericolo e la lotta per uscire dallo stato di paralisi che il pericolo comporta. La paura è la parola chiave contro cui i personaggi combatteranno con i denti e con le unghie per sopravvivere.

Per te cosa è la paura?

Un’emozione che non mi piace provare. La sensazione d’impotenza e la coscienza di essere in balia degli eventi senza averne il controllo. Però è anche adrenalina, ricerca di forza. Una volta trovata, puoi rimediare le armi per combatterla.

Come nel romanzo precedente il bersaglio della violenza e del male sono donne. Come mai questa scelta?

Io sono una ragazza e non mi è mai venuto in mente di scrivere da un punto di vista maschile. Il risultato che ho ottenuto con le mie protagoniste mi rende molto orgogliosa. Credo che venga fuori una femminilità fuori dagli stereotipi o dalle convenzioni. Prima di tutto sono persone con i loro problemi, che affrontano al di là del proprio sesso.

Due donne prigioniere, una vive e l’altra muore. Perché Giuditta viene risparmiata?

Be’, questo lo si scoprirà leggendo il romanzo. Posso solo dire che in questa storia niente avviene per puro caso.

Quanto Giuditta si immedesima nella piccola Emma?

Questa è una delle chiavi di svolta ne La Paura. Emma è la figlia della ragazza che era stata segregata con Giuditta nel capanno fuori città e non ha nessun altro che si occupi di lei. Giuditta, di contro, ha un passato vissuto in orfanotrofio e quello che scatta in lei, e che da il via all’avventura, è proprio il desiderio di salvare Emma dalla realtà che invece a lei è toccato vivere. Quindi, tramite Emma, Giud riscatta il suo passato e troverà una nuova infanzia vissuta attraverso gli occhi della bambina.

Dopo la provincia abruzzese, come mai hai ambientato il tuo nuovo lavoro a Torino, una grande città?

A differenza de Il Carnefice, in questa storia avevo bisogno di un gioco di specchi che si moltiplicasse all’infinito per far sì che dietro chiunque si potesse nascondere il male, quindi ho scelto come scenario Torino, una grande città che fra l’altro amo molto.

Le due donne sembrano due estranee, ma forse non lo sono. Quanto il passato dimenticato da Giuditta riaffiora nel presente?

Sicuramente il passato della mia protagonista ha un peso specifico all’interno di questo libro. Il concetto è che fin quando non avrà svuotato l’armadio da tutti gli scheletri che ci ha stipato dentro, difficilmente potrà andare avanti. E grazie a una situazione fuori dal normale avrà l’occasione di tentare una rinascita, di fare tabula rasa per il futuro… Ma gli ostacoli che le si pareranno di fronte potrebbero renderle il lavoro difficile, se non impossibile.

C’è qualche film o scrittore particolare che ha influito sulla stesura de La paura?

Come per Il Carnefice devo molto alla penna di Lansdale, che mi ha mostrato un modo di scrivere che, prima da lettrice e poi da scrittrice, mi ha fatta sentire a mio agio, dandomi la possibilità di divertirmi tantissimo. Il genere che ha inventato e che poi ha creato una sottocultura all’interno del noir, per ora, è quello che più mi rappresenta. Poi sicuramente in questo romanzo ho preso spunto da Dario Argento, in particolare da Suspiria e dai ricordi/indizi incastrati nel subconscio.

Dove lo hai scritto questo tuo nuovo romanzo?

Io sono di Roma e lì vivo, ma per scrivere sono andata all’isola d’Elba. In inverno. Non ho una grandissima disciplina e se non mi costringessi lontana dalle distrazioni non giurerei di resistervi.

Quali libri stavi leggendo quando hai steso la storia di Giuditta?

Ne ho letti parecchi, prevalentemente romanzi di genere. Per la ricerca sul romanzo ho affrontato una lettura piuttosto complessa perché era saggistica neurologica: Il Sé Sinaptico, che non solo mi è servito per il romanzo ma è stato straordinario anche dal punto di vista filosofico scientifico.

Se dovessi scegliere una colonna sonora adatta a questo libro, quale musica preferiresti?

All’interno del romanzo c’è una canzone che ritorna e che descrive perfettamente Giuditta. La canzone è El Bandolero Stanco di Vecchioni, e mi ha ispirata moltissimo. Era l’essenza del personaggio. Un eroe stanco che cerca di risalire la china dal fondo nebuloso della bottiglia, sforzandosi di ritrovare una forza che un tempo sapeva essere sua ma che non ricorda più che fine abbia fatto.

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