Grazie Luca per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Luca Poldelmengo? Punti di forza e di debolezza.
Grazie a te per l’ospitalità. Ritengo che la curiosità e la determinazione siano tra le mie doti migliori. Di contro sono molto emotivo, rasento l’ansia, è la parte che mi piace meno del mio carattere.
Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
Sono cresciuto in una borgata, un contesto sociale e culturale modesto, seppure non degradato. Credo di essere uno dei pochi scrittori con un diploma da perito in telecomunicazioni. Ho avuto bisogno di tempo per capire cosa volessi dalla vita e soprattutto da me stesso. Mi sono iscritto all’università a trent’anni, e ho conseguito la laurea (Dams) mentre lavoravo. Ora mi divido tra lavoro, famiglia (ho due bambini), e la mia grande passione per le storie.
Come è nato il tuo amore per la scrittura? Cosa ti ha avvicinato al noir?
Ho iniziato con i cortometraggi, poi sono passato per il cinema, quindi sono arrivato alla letteratura. Linguaggi diversi per soddisfare il medesimo bisogno: raccontare storie.
Scrivo noir perché ne sono un accanito fruitore, amo leggerli/vederli . Perché questo fascino per il lato oscuro? Me lo sono chiesto spesso, credo che, almeno in parte, derivi dall’aver vissuto sin da piccolo a contatto con un mondo che mostrava pericoli e violenza ad ogni angolo, un pericolo che mi spaventava e mi affascinava al tempo stesso, allora come adesso. Suppongo che il mio sia una sorta di esorcismo.
Definiscimi il noir. Quali sono i migliori esponenti di questa scuola?
Le definizioni sono sempre molto personali, io considero noir una storia che proponga una predominanza, se non la totalità, di personaggi negativi, di anime in qualche modo corrotte. Secondo me i migliori esponenti del genere oggi sono Don Winslow e James Ellroy, Il potere del Cane e 6 pezzi da mille forse i più bei noir che abbia mai letto. In Italia Carlotto e De Cataldo su tutti. Poi ci sono i classici, da Chandler a Izzo, passando per Manchette.
Quali sono i tuoi autori preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato?
Sin dal mio primo romanzo mi hanno accostato all’ Ammaniti di Ti prendo e ti porto via e Come dio comanda, e devo dire che mi ci ritrovo abbastanza, fatte le debite proporzioni. Per certi versi mi sento anche influenzato da Scerbanenco e dai poliziotteschi anni 70 (soprattutto iconograficamente), ma anche da chi col genere ha poco a che vedere, come Altman. Riguardo ai miei autori preferiti cito qui quelli non noir: Steinbeck, Bulgakov, Roth, Franzen.
Sceneggiatore, scrittore. Hai esordito nella narrativa con il noir Odia il prossimo tuo. Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?
Kowalski, l’editore di Odia il prossimo tuo, fu il primo e l’unico a leggere il libro in bozze. Sì, mi rendo conto dell’eccezionalità della cosa, ma il mio fu un centro al primo colpo.
Parlami del tuo processo di scrittura. Come operi? Scrivi una scaletta, procedi per immagini, lasci che il flusso di coscienza scorra libero?
La scintilla da cui nasce tutto è sempre diversa: un pensiero malsano, un’immagine, un fatto di cronaca (come per l’ultimo romanzo). Quella è la genesi, a volte cosciente, altre meno. Ne segue poi un periodo in cui, su quella prima idea, se ne accatastano delle altre. Fino a che non arriva il momento in cui mi rendo conto che il fienile è pieno, che è arrivato il momento di dare un ordine al caos. Così inizio a scrivere il canovaccio, una ventina di cartelle che contengono la descrizione dei protagonisti e i principali snodi narrativi, insomma quello che al cinema chiamerebbero soggetto. Questa prima fase dura qualche mese. Finito il canovaccio lo lascio riposare. Dopo qualche settimana inizio con la scrittura del romanzo vero e proprio.
Da poco per Piemme è suscito il tuo nuovo romanzo L’uomo nero. Raccontaci brevemente la trama.
L’Uomo nero del titolo, diversamente dall’archetipo a cui rimanda questa figura, non è un pericolo che viene dall’esterno, qualcuno che minaccia il protagonista dal di fuori. Bensì il suo lato oscuro, un’entità che alberga il suo animo, silente, e che: in determinate situazioni, sottoposto a certe sollecitazioni, è pronto a prendere il controllo. Mettendo in pericolo chi gli è vicino, e persino lui stesso…
La trama vede avvitarsi tre esistenze intorno a un delitto, un evento criminoso che il lettore seguirà contemporaneamente dal punto di vista del mandante, dell’esecutore materiale, e di colui che su quel delitto dovrà indagare.
Cosa ti ha ispirato a scrivere il libro? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?
Per la prima volta mi sono trovato a scrivere ispirato da un fatto di cronaca: la morte di Alessio e Flaminia, due giovani fidanzati romani uccisi in sella al loro motorino da un pirata della strada che poi si è dato alla fuga. Alla fine di un iter giudiziario travagliato l’imputato è stato condannato a 5 anni per omicidio colposo plurimo. Di questi ne ha scontati poco più di tre, dal momento che aveva chiesto il rito abbreviato e, come prevede il nostro codice di procedura penale, ha avuto per questo uno sconto di un terzo della pena. Tutto ciò nonostante costui non potesse nemmeno guidare l’auto con la quale li aveva investiti, in quanto già sottoposto a un provvedimento restrittivo che gli inibiva la guida a causa della sua tossicodipendenza. Quella sentenza mi aveva lasciato con un profondo senso di ingiustizia, una rabbia a cui dovevo dare sfogo. Così nasce L’uomo nero, come un’iperbole, come a dire: “se le cose stanno così, se è solo questo quello che rischia nel nostro paese un uomo che fa quello che ha fatto lui, allora potrebbe succedere persino questo…”. Da quei puntini di sospensione sgorga una storia che, ci tendo a sottolinearlo, è di pura fantasia.
Tre personaggi principali: Gabriele, Filippo e Marco. Tre uomini in un certo senso poco raccomandabili, in cui il lato oscuro è piuttosto ingombrante, solo Marco in un certo senso si riscatta. Tre personaggi quasi emblematici nel loro eccesso. Come li hai costruiti, come sono nati?
Marco e Filippo nascono insieme, costruiti come opposti. Uno è introverso, apatico e solitario; l’altro un leader con una solida rete di affetti. Uno non ha mai faticato un giorno in vita sua, l’altro si è sempre spezzato la schiena eppure continua ad arrancare. Uno è succube di una figura paterna da cui cerca inutilmente la fuga. L’altro pagherebbe oro per poter chiedere scusa a suo padre. Uno sarà mosso dalla vendetta, l’altro dall’amore.
La rapacità di Gabriele, la sua predisposizione a disporre delle vite altrui, di asservirle ai propri bisogni, ne farà il trait d’union in grado di legare a doppio filo le loro esistenze.
Quale è stato il personaggio più facile da scrivere e quello più difficile?
Mi scuso per la banalità, ma ogni personaggio porta con sé le proprie difficoltà, i propri demoni. Non chiedere a papà a quale figlio vuole più bene.
Dei tre Filippo è il personaggio che più mi ha colpito, per il senso dell’amicizia, per una certa dignità, per la tenerezza per la figlia, per l’incapacità di gestire l’uomo nero che nasconde in sé arrivando a compiere azioni sempre più terribili. In cosa si distingue secondo te da Gabriele e Marco?
Filippo e Marco sono due personaggi speculari. Uno si è dovuto sudare sempre tutto nella vita, avendo molto spesso poco in cambio e pagando a caro prezzo ogni errore. Marco invece ha avuto tutto a disposizione, tranne la facoltà di scegliere, non ha mai pagato un errore in vita sua. Gabriele in un certo senso è più vicino a Filippo, è quello che, in un ipotetico sequel, Filippo potrebbe diventare. Si portano dentro entrambi la rabbia di chi viene dal niente e per questo crede di aver diritto a un risarcimento per ciò che gli è mancato, per quello che altri hanno avuto senza pagare. All’inizio della storia Filippo è protetto da questa sua natura dalla catena di affetti che ha saputo costruirsi intorno, fatalmente sarà proprio per salvaguardare quegli affetti che darà sfogo al suo lato oscuro. In questo senso credo che possa risultare come il personaggio più complesso proprio perché lotta contro la sua stessa natura.
I personaggi femminili sono all’opposto personaggi positivi, un tocco di luce nel buio che prevale. Per alcuni versi ti senti femminista?
Non sei la prima a farmi notare questa cosa. In realtà il libro ha due personaggi femminili importanti, ma mentre uno è indubbiamente l’unico character positivo a tutto tondo, l’altro porta con sé una certa dose di negatività, anche se questa sembra essere tollerata meglio dal lettore, per un motivo che immagino, ma che preferirei non svelare, è pur sempre un thriller… Devo dire che anche in passato, quelle rare volte in cui mi sono trovato a scrivere una figura positiva, o meno negativa delle altre, questa è stata sempre una donna: Asia in Cemento Armato, Tegla in Odia il Prossimo tuo. Sì, in un certo senso credo che siate degli esseri umani migliori di noi, meno portati all’egoismo. Questo almeno dice la mia esperienza personale.
Quale è la tua scena preferita? Quella che racchiude il senso del romanzo?
Il mio brano preferito è quello in cui Filippo, sotto l’effetto di madame LSD, “vede” la sua versione dei Teletubbies. Una rivisitazione molto pulp. Valeva la pena di scrivere il romanzo solo per quelle poche righe, una vera nemesi, catartica.
Il senso del romanzo, per come lo intendo io, è che il male è molto più banale, ma anche molto più comune, e quindi vicino, di quanto siamo disposti ad ammettere. Che il confine tra bene e male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, è spesso sbiadito, e non è detto che ce ne si accorga nel momento in cui lo si sta attraversando. Credo che questa poco rassicurante prossimità del male sia ben rappresentata nel frangente in cui a Filippo viene tolta la patente. E’ solo il primo gradino, ma lui non si è accorto di averlo disceso.
Consideri il tuo stile cinematografico? I film in generale o alcuni film in particolare hanno influenzato il tuo stile o la sostanza del tuo lavoro?
Sì, ho iniziato a scrivere storie con l’idea che venissero poi trasposte sullo schermo, ho quell’imprinting, e non credo che mi abbandonerà mai. Per me i personaggi si svelano attraverso le loro azioni, scopro chi sono quando prendono una decisione, quando scelgono tra due beni inconciliabili. Le verità sui miei protagonisti le cerco e le trovo lì, più che in profondi monologhi interiori. Credo che in modi diversi pellicole come Pulp Fiction, Blade runner e America Oggi mi abbiano influenzato molto.
Una libreria online ha rifiutato di mostrare il book trailer del libro. Ma il noir fa davvero ancora paura?
All’inizio ci sono rimasto male, anzi direi che mi sono incazzato. Poi ho pensato che forse il problema poteva essere che quello stesso portale vende anche libri per bambini, e che il titolo del mio romanzo potrebbe anche rimandare a un personaggio delle favole. Se la loro è stata una cautela verso i più piccoli la capisco, se invece fosse stato un atto bigotto, beh allora siamo veramente messi male.
Ci sono progetti di traduzioni per l’estero?
Il mio primo romanzo uscirà in Francia a Gennaio per Rivages Noir, la casa editrice francese ha già chiesto al mio traduttore di poter leggere al più presto il testo dell’Uomo nero. So che Patrick ci sta lavorando alacremente.
Ti piace fare presentazioni? Raccontami l’episodio più bizzarro avvenuto durante questi incontri?
Come ti dicevo all’inizio dell’intervista sono un emotivo, quindi la cosa mi piace e mi spaventa al tempo stesso. Anche se devo dire che quando si prende il via è bello poter condividere il proprio lavoro con il pubblico, può essere molto gratificante, anche perché alle volte rimani affascinato da cosa gli altri mettono nel tuo lavoro, significati a cui tu non avevi mai pensato e che, invece, la tua opera sembra poter contenere. L’episodio più bizzarro è anche il meno felice, alla presentazione bolognese di Odia il prossimo tuo, in un afoso pomeriggio di giugno, eravamo: io, Giampiero Rigosi (che doveva parlare con me del libro), una mia amica e un suo amico, più una vecchietta che aveva cercato refrigerio nella libreria e che si era appisolata.
Ci sono progetti cinematografici tratti dai tuoi romanzi? Ti piacerebbe scriverne la sceneggiatura?
Al momento no, ma ho tenuto per me i diritti cinematografici di entrambi i romanzi, proprio perché, se mai sarà, io DEVO scriverne la sceneggiatura.
Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?
Ora sto ultimando il mio terzo romanzo. In realtà e la novellizzazione di un thriller che avevo scritto per il cinema e che, malgrado gli entusiastici riscontri avuti da colleghi e produttori, non vedrà lo schermo, almeno in Italia. Progetto troppo costoso, troppo ambizioso, troppo poco italiano (sembro Stanis di Boris), che sto facendo comunque girare all’estero, al momento sembra ci sia un interessamento dal Canada, ma sono affari lunghi e difficoltosi, io nel frattempo scrivo il romanzo, di cui sono orgoglioso, è quasi finito.
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